RICUCIRE

xpartito-democratico-e1487424784324-jpg-pagespeed-ic-i9rzwded7eRICUCIRE

Che cosa c’è da ricucire nel Pd oggi? Nulla. Il Pd è già stato calpestato, sfasciato e “sfruttato” fino allo sfinimento. Ora basta.

Perché continuare a inseguire Bersani e D’Alema, regalando loro il partito?

Probabilmente io non ho a cuore il Pd, ma sinceramente non capisco tutti questi appelli alla unità del partito.

Sul paese si abbatterebbe una sciagura, si dice, vincerebbe il populismo, ma è ovvio, per chi osserva questi fatti, che ne sarebbe la logica conseguenza, tuttavia, la separazione effettiva e vera è avvenuta con il referendum del 4 dicembre.

In quell’occasione la minoranza del Pd, quella che odia Renzi, si era schierata contro la proposta di referendum del governo diretto dal proprio partito e aveva festeggiato quando Renzi era stato sconfitto.

Non c’è più nulla da aggiungere e soprattutto bisogna smetterla con questi appelli all’unità. Ora basta. Si va avanti anche senza quelle palle al piede e sicuramente meglio.

Oggi la sinistra, quella tanto sospirata sinistra e sostenuta anche dalla compagnia di Bersani, in Italia (e anche nel mondo, vedi Trump), ha un nemico, che non è il capitalismo del 1800-1900, ma il populismo di Grillo, di Salvini, della Meloni.

Proprio lì si concentra tutta l’incultura del mondo contemporaneo, il populismo a cui stiamo assistendo e al quale diamo tanta voce attraverso tutti i media possibile, è il moderno fascismo.

L’abbiamo visto a Roma ieri, nelle manifestazioni dei tassisti.
Per quale motivo tra chi protesta perché non piace una disposizione di legge, si insinuano elementi pericolosi di destra estrema, armati di pugno di ferro, trasformando una manifestazione corporativa in una guerriglia?

Qualcuno la colpa ce l’ha per tutto questo e in parte anche quella sinistra che non dovrebbe avere niente da spartire con chi vuole tirare su dei muri, mettere dei dazi e rastrellare tutti i “diversi” e buttarli a mare e nemmeno con quella destra estrema che grida “li uccidiamo noi”.

Non è questione questa di destra o sinistra, ma di civiltà.

Eppure, si sprecano gli appelli per ricucire chissà che, ci si mette in ginocchio e si prega Bersani e D’Alema e altri di non andarsene dal Pd, quando questi ultimi hanno il chiodo fisso di voler dialogare col populismo, dimostrando un’ingenuità straordinaria, quella di credere che sia possibile recuperarlo alla democrazia.

Fanno pena queste persone, cito Bersani per tutti, che con una ingenuità che fa quasi tenerezza, si rivolgono a coloro che sputano loro in faccia.

Non riesco a comprenderli e non so capacitarmi che, persone piene di dignità come Bersani e altri, per recuperare un populismo particolare, quale quello del comico genovese, con l’intenzione e trasformarlo in democrazia, ci si debba abbassare al punto di accettare condizioni di parafascismo non condivisibile ed inconcepibile, per una sinistra davvero tale. Non è possibile trasformare un populismo in democrazia, correndogli dietro. Ditemi che senso ha.

Una sinistra che abiura il proprio segretario, perché ha cercato di fare riforme difficili, ma che si prostra verso chi non ha nulla di dialogabile e flessibile, non so che sinistra sia. E mi domando se veramente tiene a questo paese.

Davvero strano e inconcepibile per me, a meno che non lo si legga come l’espressione del peggior rancore che si possa covare in seno, contro Renzi.

Qualcuno mi dirà che comunque il Pd è andato a “pitoccare” alla destra, ha preso nel governo pezzi di destra, ha ascoltato Verdini e compagnia, ha fatto persino cose di destra, come andando a toccare l’intoccabile e venerabile articolo 18, quindi non c’è niente da meravigliarsi se altri, come Bersani, fanno la stessa cosa verso il seguaci del blogghe. Ma con quale destra il Pd ha dialogato? Certamente non quella strana e fuori contesto, capitanata da Salvini e Meloni.

Ma, se osservati bene, i populisti guidati dal comico genovese, non sanno nulla della democrazia, nulla dello stato moderno delle cose, nulla del paese e sono somigliantissimi a Salvini ed estremisti di destra. E, almeno è quello che credo io, il populismo grillino è molto più pericoloso per il futuro del nostro paese.

Il rinnovamento, pertanto non può che passare quasi solo attraverso il Pd depurato, pulito con una classe dirigente che oggi non c’è. Si prendano sindaci, assessori, giovani democratici, animatori dei circoli, si giri per il paese e si troverà una miriade di gente capace, in grado di amministrare bene e di mettere in campo idee nuove.

Lo si faccia con un Pd rinnovato, con un Pd che ascolti la gente, che non è quella che segue Bersani. Per capirlo basta stare in mezzo alle persone.

Forse le mie sono solo parole al vento, ingenue e poco realistiche, sappiamo che con la scissione rischiamo di trovarci i seguaci del blogghe comico genovese al governo, con il blogghe stesso seduto a tavolino a dare ordini attraverso internet.

Può succedere e vedremo quanto durerà.

Quello che conta adesso è non aver paura di quello che potrà succedere, ma cercare di riformare il Pd, per far sì che sia davvero quel partito che riesce a salvare il paese dal disastro che si prospetta.

NON SUBITO, MA DOMANI FORSE

pd_spaccatoNON SUBITO MA DOMANI FORSE

L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo.

Sembra che il gran giorno della scissione sia domani. E nemmeno é chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

Insomma, essere il Macron Italiano e avere un futuro, significa avere il coraggio di far fare agli italiani quello che non vorrebbero mai fare: vivere dentro una società competitiva e meritocratica. Basta posticini ottenuti grazie allo zio prete, basta diplomi e lauree a tutti, basta rendite di posizione. Basta infine a un milione e mezzo di persone che vivono di politica, cioè di soldi pubblici. La democrazia non richiede un esercito così vasto di nullafacenti.

Se Renzi ha in testa queste cose, può anche “non vincere” le prossime elezioni. Andranno a cercarlo, tre mesi dopo.

(Giuseppe Turani)

PARLARE INSIEME E PARLARE IN PUBBLICO

socrate1PARLARE INSIEME E PARLARE IN PUBBLICO

Io credevo che il riunirsi per parlare insieme e il parlare in pubblico fossero due cose diverse” (Socrate).

Il rischio infatti è proprio questo: che ogni dialogo venga prima di tutto vissuto come lo scontro su un palcoscenico, il cui fine non è il raggiungimento di una conclusione, e nemmeno una verita, ma soltanto la buona riuscita dello spettacolo, idealelmente il nostro trionfo a colpi di pollici alzati.

Sui social media, infatti, parliamo sempre in pubblico, almeno in potenza: la distinzione consigliata da Socrate va erodendosi, a favore di un’idea della parola performativa, fine a sé stessa.

Ma ci accorgiamo che quando parlamo in “pubblico”, desideriamo a tutti i costi avere ragione, anche su temi di cui non sappiamo nulla.

Coma mai?

Ci sono tante risposte possibili.

Perché avere ragione è confortante, è una forma di potere, ci fa sentire meglio.

Perché non vogliamo che la nostra visione del mondo sia compromessa.

Perché il mondo è diventato troppo complesso e c’è un istinto diffuso a vedere nell’altro un nemico e non un interlocutore.

E poi perché argomentare richiede umiltà e persino una certa fatica.

Infine, specie sui social media, abbiamo tutti fretta, e abbiamo tutti bisogno di certificare la nostra presenza online, in mezzo a un mare di opinioni ed emozioni differenti, passando da un fatto tragico a una divertente scemenza.

Questo difficilmente si sposa con una riflessione attenta, perché la riflessione richiede tempo, e più ancora, una disposizione comportamentale a gestire il nostro tempo nel modo giusto. Senza le scuse che possono essere accampate ad ogni momento. E comunque ci troviamo nella ingrata posizione che non parliamo mai insieme, ma sempre in pubblico. Condizione questa che altera il nostro modo di parlare. Ci sforziamo di stupire, di essere interessanti, di dire cose intelligenti, di essere superiore a chiunque e dimostriamo anche tutta la nostra superbia e arroganza attraverso la maleducazione e il linguaggio volgare.

 

LA NOTTE VA RICONOSCIUTA PER NOTTE

floresta-papel-de-parede-estrada-escura-na-152987LA NOTTE VA RICONOSCIUTA PER NOTTE

Pur non guardando al passato e senza stabilire alcun confronto col tempo di prima, e pur guardando in avanti verso il mattino, la sentinella è ben consapevole che la notte è notte.

Prescindendo da un disordine generale che investe tutta Europa, guardiamo solo all’Italia. Siamo di fronte a evidenti sintomi di decadenza generale.

Sul piano demografico, sulla scuola sempre più inadeguata a compensare un vuoto desolante, su una inappetenza di ideali e di valori. Ma contemporaneamente tendiamo a crescere gli appetiti di “cose” che materializzano l’uomo, ci “cosifichiamo” e ne diventiamo schiavi.

Questa è la notte, la notte delle persone, la notte che ci racchiude in un carcere senza serrature.

Siamo in una solitudine in cui ciascuno di noi ha perso il senso di essere al mondo insieme agli altri. La comunità si è frantumata in componenti sempre più piccoli, fino alla riduzione al singolo individuo.

E’ appunto su questo principio, per esempio, che l’ideologo della Lega fondò la sua “filosofia leghista”: i diritti sono solo degli individui, il diritto è solo individuale.

E perciò rispetto agli altri, non vi possono essere altro che “contratti”, in funzione dei rispettivi interessi e del reciproco scambio.

C’è chi coltiva l’illusione di rimedi facili o delle scorciatoie semplici per uscire dalla notte, senza ragionare sulle cause profonde della notte che stiamo vivendo, cause che hanno radici profonde.

Ma le risposte facili le soluzioni rapide portano inevitabilmente ad un becero populismo destinato a seppellire tutto ciò che di buono ha portato la democrazia nel nostro paese.

(Questo pensiero non è mio, ma è tratto da un piccolo libro scritto da una persona che ho avuto l’onore di conoscere, e che purtoppo è scomparsa qualche anno fa. Chissà se qualcuno riesce ad indovinare chi era, mi piacerebbe).

 

 

 

AMERICA, AMERICA…

donaldotrumpAMERICA, AMERICA

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato su twitter una catena di distribuzione che si è permessa di ritirare la collezione creata da sua figlia.

Il tenore del tweet farebbe anche sorridere, venendo da uno degli uomini più potenti del mondo («Mia figlia Ivanka ha ricevuto un trattamento così ingiusto…»).

Ma questo è solo l’ultimissimo e forse persino il meno grave episodio di una lunga serie, che ci ricorda quotidianamente il gigantesco conflitto d’interessi di cui il presidente è fiero e indisturbato portatore.

E a me ricorda anche tutti gli intellettuali e giornalisti che per venti anni ci hanno spiegato che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese moderno, che una cosa simile poteva succedere «solo in Italia», che in America non sarebbe stato neanche pensabile e che per sistemare le cose sarebbe bastato copiare le loro rigorosissime norme antitrust.

Dunque, se non lo si faceva in un baleno, era perché la sinistra era venduta e corrotta.

Già, solo che l’Italia ha il primato, l’America è arrivata dopo. Una volta tanto!

I COMPITI DEL VENTO

I COMPITI DEL VENTO

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I compiti del vento sono pochi,
sospingere navi, in mare,
insediare marzo, scortare maree,
e accompagnare la libertà.

I piaceri del vento sono ampi,
risiedere nell’estensione,
restare, o vagare,
meditare o intrattenere i boschi.

I compagni del vento sono le vette –
Azof – l’equinozio –
anche con uccello e asteroide
si saluta passando.

I limiti del vento –
se esiste, o muoia,
sembra troppo saggio per assopirsi, –
di questi non so nulla.

(Emily Dickinson)

FIOCCANO I MALUMORI AMICI

renzi-direzione-pd2-535x300FIOCCANO I MALUMORI AMICI

Vedremo come andrà la direzione nazionale del Pd, domani 13 febbraio 2017. Per il momento fioccano i malumori amici nei confronti di Matteo Renzi.

Ma non sarà che ancora una volta avrà ragione ?

Le aperture “proporzionali” sulla legge elettorale e alle sofferte vicende interne, alla fine potrebbero favorire uno scontro tra minoranze.

In una sorta di redde rationem privo di scissioni che porterebbe definitivamente allo scoperto le innegabili ambiguità di alcune anime, con la tendenza ad annullarsi a vicenda. A partire dal gruppone franceschiniano (della “ditta” tutto è noto), che, da anni si pone come ago della bilancia decisivo nei territori, parte integrante di un governo propaggine del precedente.

Nella necessità di trovare un modo digeribile e, Gentiloni permettendo, per finirne prematuramente il mandato verso le elezioni anticipate. Essenziali per riprendere il filo del riformismo e di un’Europa decente anche alla luce dei nuovi USA targati Putin, pesantemente frenato dal referendum del 4 dicembre.

Nel frattempo Orfini ricorda alla fu AreaDem che, con il premio alla coalizione, finirebbe il senso del Partito Democratico.

Verità lampante, se la cosiddetta vocazione maggioritaria ha ancora un valore.

Il rischio più grande, del resto, è quello di smarrire quanti, attraverso il SI’ referendario, hanno manifestato un chiaro gradimento alle riforme “renziane”.

Un elettorato persino nuovo e più maturo, meritevole di un soggetto politico aperto e meno costretto alle rigidità tradizionali, che si fonda sulla chiarezza dei contenuti e degli obiettivi.

Ora, a fronte di quelle che sono solo considerazioni personali magari molto lontane dal vero, evidentemente non sappiamo come andrà a finire. Purtroppo.

 

SE L’INDOLE VIOLENTA SI SVELA

quarto-potereSE L’INDOLE VIOLENTA SI SVELA

La denuncia dell’onorevole Luigi Di Maio segna un nuovo punto nella storia dei difficili rapporti dei Cinquestelle con l’informazione e va presa dunque con estrema serietà.

Per il vicepresidente della Camera dei Deputati il Movimento è vittima di una campagna diffamatoria. La campagna diffamatoria è su tutti gli organi di informazione in queste giornate: a proposito delle polizze vita intestata alla ignara sindaca di Roma Virginia Raggi, che secondo Di Maio, i giornali presenterebbero in un’ottica falsa e menzognera, formulando ogni genere di ipotesi diverse dalla mera generosità di colui che quelle polizze ha acceso, il fido Romeo.

Vi sono un paio di cose da dire su questo punto, e poi, più in generale, su quale debba essere il ruolo della stampa in un paese liberale e sul modo in cui invece lo concepiscono i grillini.

Di Maio afferma (non ipotizza: afferma) che i giornalisti hanno «diffamato» il Movimento.

Ma la diffamazione a mezzo stampa è un reato: la denuncia andrebbe quindi presentata all’autorità giudiziaria. È invece al Presidente dell’Ordine dei giornalisti che Luigi di Maio si rivolge, segnalando casi di comportamenti «deontologicamente scorretti». Con tanto di nomi e cognomi.

La prima scorrettezza sta però proprio nel parlare indifferentemente di diffamazione oppure di scorrettezze deontologiche: ma non sono la stessa cosa e non hanno le stesse conseguenze. Il vicepresidente della Camera dei Deputati tuttavia sorvola piuttosto scorrettamente sulla distinzione.

Di Maio riporta poi le frasi vergognose per le quali chiede le scuse dei giornalisti.

In nessuna di esse però si afferma che la stipula delle polizze configura un rapporto di tipo corruttivo; in tutte si ipotizzano, invece, spiegazioni diverse da quelle, evidentemente reputate poco credibili, fornite dai protagonisti della vicenda (comprese naturalmente le ipotesi poco commendevoli).

Ora, questo modo di scrivere e raccontare può non piacere. La luce che getta sui fatti spesso li altera e snatura. Attenzione, però: formulare ipotesi non è di per sé distorsivo, è anzi forma di una comprensione razionale della realtà (chiedere, all’occorrenza, a Aristotele e a Peirce, a Francis Bacon e a Sir Karl Popper).

Può, è vero, accadere che le ipotesi siano formulate precisamente allo scopo di infangare, come lamenta Di Maio. E il retroscenismo può, è vero anche questo, promuovere pettegolezzi e illazioni al rango di analisi politiche. Ma se vi è un luogo dove questa maniera distorta di presentare le cose abbonda, tracima, straripa, esonda, trabocca e dirompe, condendosi regolarmente di insinuazioni e pregiudizi, di toni insultanti e iperboli offensive, questo è il blog di Beppe Grillo.

Questa è, indubitabilmente, la cultura del Movimento Cinquestelle. Dal Vaffa Day all’ultimo post di Grillo, quello che si legge, per esempio oggi, dove i governanti europei compaiono del tutto gratuitamente con il titolo non proprio lusinghiero di «cleptocrati» (cleptocrazia, dice Wikipedia, è una modalità di governo che «rappresenta il culmine della corruzione politica»). E si tratta, come sa chiunque legga il blog, di un post dai toni tutto sommato sobri, incomparabilmente più misurati di quelli riservati ai casi di mala politica nostrani.

Ma se Di Maio si accorge solo ora di cosa significhi finire in quel circuito mediatico-giudiziario in cui si finisce per essere se non colpevoli colpevolizzati ben prima della sentenza di qualunque tribunale, beh, dimostra una sorprendente ingenuità. O forse, è un’ipotesi che non voglio nemmeno formulare, lancia solo ora l’allarme perché comincia a temere che prima o poi quel circuito lo possa carpire, afferrare, travolgere, per quanto innocente egli sia da ogni colpa. Una rilettura delle carezzevoli parole usate dal comico genovese nel corso degli anni, potrà comunque rivelargli in quale mondo ha vissuto finora meglio di qualunque ulteriore commento.

Questa volta però è in gioco, con più forza di prima, il rapporto con il quarto potere, con l’informazione, la libertà di opinione e il diritto di critica.

I grillini sono quelli che in passato rifiutavano di rilasciare dichiarazioni ai giornali italiani, che rifiutavano di andare in tv, e che in seguito hanno preso ad andarci solo alle condizioni da loro dettate (cioè rifiutando il contraddittorio con altri esponenti politici, cosa che, chissà perché, i conduttori gli concedono). I grillini sono quelli che respingono per principio la mediazione dell’organo di stampa, fingendo di non accorgersi che, ben lungi dall’essere diretta, immediata, tutta la loro comunicazione è non semplicemente mediata ma condizionata dallo Staff di Grillo, e sottoposta a precise limitazioni, volte a sedare ogni forma di dissenso, e raccolte sotto la clausola generale del danno d’immagine che verrebbe al Movimento da dichiarazioni non concordate, non condivise, non vidimate dal Capo politico.

I grillini sono quelli che additano i giornalisti al pubblico ludibrio, e Grillo è quello che, da ultimo, si è inventato la più totalitaria delle invenzioni in argomento: la giuria popolare che sancisce la verità o falsità delle notizie.

Tutto questo è intrinsecamente violento.

Non è violento nel senso che attenta direttamente, fisicamente alla sicurezza dei giornalisti. Ma nel senso che disconosce la figura della terzietà, cioè il presidio di libertà più prezioso costruito dalla civiltà liberale moderna, nelle forme generali del diritto, come, in quelle più recenti, delle autorità indipendenti, o della stessa articolazione e separazione dei poteri. Le ripudia concettualmente, queste forme, prima ancora che praticamente. Perché non vede nel ruolo terzo interposto fra l’emittente (il blog) e il ricevente (il cittadino), in quello che domanda oppure interpreta, che riferisce oppure giudica, altro che un fattore di distorsione, mentre invece si tratta dell’unica protezione possibile contro ogni forma di indottrinamento.

Dove la parola del Capo arriva senza rifrazione possibile, direttamente nella testa del militante, lì non è nemmeno più parola: è solo ordine e ubbidienza. Ed è così che può finire il dominio del diritto, e cominciare quello della violenza.

(Il Mattino, 8 febbraio 2017)

ESISTE UN MODERNO PERSEO?

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Sempre più spesso mi capita di domandarmi come si comporterebbe oggi un ipotetico Perseo del web, e della politica, al tempo della grande egemonia del discorso antipolitico e populista.

Con quale scudo potrebbe sfuggire allo sguardo pietrificante di un Dibba78?

Con quali sandali magici saprebbe sorvolare la marea di insulti e insinuazioni che sommerge sistematicamente ogni tentativo di discussione razionale?

Con quale elmo incantato riuscirebbe a rendersi invisibile alle infinite schiere di mestatori, provocatori di professione ed eternamente ingrugniti per vocazione?

Esiste un modo?

Esistono uno scudo, dei sandali, un elmo di cui un politico, o un partito, possa impadronirsi, per tagliare la testa della Medusa prima che la politica del risentimento lo trasformi in una statua di pietra?

Non lo so.

Quello che so è che il vecchio gioco infantile dello specchio-riflesso, in questo caso, ha l’unico effetto di trasformare in Medusa lo stesso Perseo.

Il suo scudo, dunque, non serve a niente.

E so che il tentativo di sollevarsi al di sopra dei suoi contestatori, guardandoli dall’alto in basso, non fa che rendere più spettacolare la sua caduta, dopo.

Dunque non servono neanche sandali alati.

E so che anche cercare di rendersi invisibili non fa che aumentare la collera di quel popolo arrabbiato, che i propri rappresentanti vuole vederli invece bene in faccia e sempre più da vicino. Dunque niente elmo incantato.

Figurarsi poi se può servire un sacco in cui nascondere la testa della Medusa: non basterebbe la borsa di Mary Poppins per contenere tutti gli infiniti volti della Gorgone post-ideologica.

Dunque, che cosa resta? Chissà. Forse a lui, al nostro ipotetico Perseo contemporaneo, non resta proprio niente.

E nemmeno a noi, semplici cittadini, (operai, precari, o impiegati) che siamo, persi nel labirinto delle nostre idee e delle reti sociali, sempre più virtuali e sempre meno sociali.

Forse tutto quello che resta, per chi proprio non voglia rassegnarsi, è l’aspirazione all’impresa, l’intenzione del volo, il desiderio di provare ancora una volta a saltare alle spalle del mostro, nonostante tutto.

Se non altro per essere ben sicuri che non sia lui, il mostro, quello accovacciato dietro uno specchio.

L’ACQUIESCENZA

raggi_virginia_fgL’ACQUIESCENZA

Al di là di ogni altra considerazione possibile,  (polizze redatte all’insaputa del beneficiario, ecc.), appare evidente solo una circostanza nel giallo nebbioso che avvolge Virginia Raggi.

Fin qui ha nuotato libera e bella nel brodo dell’inefficienza e dei “no” a prescindere, per paura di corruzioni.

Certo che attorno alla capitale c’era un brodo piuttosto vischioso, intrecci poco chiari, un brodo che Alemanno aveva portato all’ebollizione e che Marino aveva minacciato di far buttare.

La brutta notizia sta nel fatto, provato, che, nonostante la pesante sgradevolezza della sua posizione di fronte ai cittadini di Roma, (siamo già al terzo avviso di garanzia), Raggi continui a stare seduta dove sta.

La notizia è l’acquiescenza sedata che impedisce alla cittadinanza e ai suoi rappresentanti, di imporre le dimissioni di un interprete che ha iniziato a mentire, per omertà, già dal curriculum.

Questa notizia è un po’ mostruosa.

Racconta che le istituzioni possono essere fatte a pezzi e lasciate marcire in quel brodo per volontà di Grillo e Casaleggio.

C’avete fatto caso? Sono scomparsi tutti a Roma, i nani, le ballerine, gli editorialisti, le jene, i velisti con i baffi, gli intellettuali sofferti, le profetesse apocalittiche, Le Sabrine Ferilli, i Tomaso Montanari, i Massimi D’Alema.

Sono scomparsi quelli che voterò Virginia Raggi, quelli che Giachetti mai.

Quelli che affollavano le feste del Fatto Quotidiano, quelle platee di giustizialisti con i completi stretti e le scarpe leggermente a punta.

Quelli che sono sempre stati dalla parte sbagliata, erano di ItalianiEuropei ma ora voto M5S.

Scomparsi.

Muti.

Mai più una dichiarazione su Virginia Raggi.

Hanno lasciato solo Marco Travaglio con il cerino in mano.

E intanto apprendiamo che Grillo in un colloquio telefonico col Prof. Sgarbi, ha definito Raggi Virginia, una “depensante”. Parola esatta per farle fare tutto quello che la società privata Casaleggio & C  può fare, per impadronirsi della città di Roma.

E i romani tutti zitti. Forse sono contenti di avere come sindaco una donna che non pensa, ma che ubbidisce ad un comico e che firma contratti capestro se, per caso, fa qualcosa fuori dai binari imposti.

Che umiliazione per una donna!