VOLVER


VOLVER

Il merito maggiore di Volver è l’avere riacceso nella memoria collettiva e individuale i crimini della dittatura militare argentina.

Uno squarcio di storia racchiuso tra il 1976 e il 1981, con i suoi trentamila desaparecidos e quarantamila vittime.

Su questo drammatico, feroce sfondo storico s’incastonano, come dei preziosi medaglioni, le storie di cinque personaggi, legati, fra passato e presente, da un filo rosso di sangue.

 È quello di Martina, studentessa universitaria, sogni e passioni di una ventenne in fiore, che un giorno scompare nel nulla e con la quale ciascuno di loro è venuto a contatto.

Un tanguero di strada, focoso e carnale, che la incontra in una milonga, dove la inizia al ballo nazionale per poi coinvolgerla in una pericolosa follia amorosa.

Il console italiano, per il quale l’autrice si è ispirata alla bellissima figura di Enrico Calamai, lo Schindler di Buenos Aires, che riuscì a mettere in salvo 300 persone nascondendole in casa sua e procurando loro documenti falsi.

Lo studente, compagno di studi di Martina, obbligato a fuggire dall’Argentina per non essere prelevato dalle Falcon degli squadroni della morte.

La madre che si consuma nella disperazione per la scomparsa della figlia.

Un giovane uomo che scopre come i suoi genitori tali non siano e di avere una identità «costruita a tavolino in qualche ufficio di commissariato».

Attorno a loro, una Buenos Aires, descritta dall’autrice con stupore e commozione, con i suoi cieli azzurri e le piogge che danzano sui marciapiedi, le musiche di Astor Piazzolla, le note struggenti del tango, «un pensiero triste che si balla».

Ma soprattutto la filiera criminale di crudeltà inaudite programmata da Videla e dai militari complici.

Le torture e le morti nei sotterranei dell’Esma, dove alle mamme incinte vengono tolti i neonati per poi caricarle sui “voli della morte” e lanciarle dagli aerei.

In tanto buio la luce delle madri e delle nonne di Plaza de Majo, con la loro storica leader Estela Carlotto, oggi novantaduenne, che non hanno mai cessato in tutti questi anni di cercare i bambini sottratti durante la dittatura, alle detenute, per ricongiungerli alle loro famiglie naturali.

«L’uomo ha esercitato la violenza in ogni luogo e in ogni tempo. La trama della storia è tessuta col il filo delle stragi, delle guerre, delle sopraffazioni. In ogni epoca, ogni società ha i suoi orrori e ha sempre trovato motivi per giustificarli. Tutti disturbati?»

(Volver di Silena Santoni Ed. Giunti)

[Silena Santoni è nata e vive a Firenze. Dopo la Laurea in Lettere e Filosofia ha insegnato per molti anni. Ha fondato una scuola teatrale e ha scritto per il teatro]

I VECCHI DEI PAESI


I VECCHI DEI PAESI

“I vecchi dei paesi

sono belli,

parlano una lingua che distende,

hanno un senso di innocenza,

e quando si lamentano

sembra che più nulla ormai li offenda.

Quando voglio stare bene al mondo

io so dove andare:

devo andare in un paese a parlare

con i vecchi”

(Franco Arminio)

COSA SUCCEDE NEI TERRITORI UCRAINI OCCUPATI CON LA FORZA DALLA RUSSIA DI PUTIN


COSA SUCCEDE NEI TERRITORI UCRAINI OCCUPATI CON LA FORZA DALLA RUSSIA DI PUTIN

Nei territori occupati è iniziato intanto un processo di russificazione forzata volto a consolidare la presenza russa.

Le notizie che arrivano da Kherson, Mariupol e Melitopol, le città più grandi finite sotto controllo russo, rimangono scarse per mancanza di accesso fisico e connessione.

Quello che sappiamo, però, ci dimostra come il principale obiettivo del Cremlino, ora, sia il consolidamento del proprio controllo, mettendo le basi per una possibile integrazione di questi territori nelle strutture della federazione russa.

Le autorità locali che si sono rifiutate di collaborare sono state sostituite dall’amministrazione pro-russa, composta spesso da personaggi di terzo piano e sconosciuti a livello locale.

Secondo quanto riportano le autorità ucraine, continua anche il processo di detenzione di massa di attivisti e uomini d’affari locali, sospettati di mancanza di fedeltà verso la Russia.

Un clima di terrore accompagnato dalla russificazione forzata, economica e mediatica.

In tutte le regioni occupate, il rublo è stato introdotto come moneta locale e, mentre gli operatori telefonici ucraini continuano a non funzionare, i media russi sono ora praticamente l’unico mezzo d’informazione.

A Mariupol, per esempio, testimoni raccontano di scene che sembrano tratte da un episodio di Black Mirror, con schemi installati su furgoni che girano per la città distrutta, trasmettendo canali federali russi.

Nelle ultime settimane è accelerato anche il processo di ‘passaportizzazione’, dopo che, a fine maggio, il presidente russo aveva firmato un decreto permettendo di concedere con procedura accelerata il passaporto ai residenti delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia.

Sui canali Telegram di propaganda russa, girano, ormai da giorni, video di lunghe file fuori dagli uffici dell’amministrazione locale.

Un altro segnale inequivocabile degli intenti del Cremlino è, infine, l’inizio del processo di ricostruzione in alcuni dei territori occupati.

Come riporta The Moscow Times, nelle regioni russe più depresse sarebbero apparse una serie di ‘offerte di lavoro’ che promettono salari fuori mercato a coloro che sono disposti a spostarsi in Donbass per contribuire alla ricostruzione. Il tutto condito dai video di propaganda dell’inizio dei lavori a Mariupol.

Un processo questo che non ha atteso la fine delle ostilità, sottolineando ulteriormente i piani a lungo termine e l’arrogante sicurezza del Cremlino che i territori occupati sono destinati a rimanere sotto il controllo di Mosca.

Nonostante la propaganda e la violenza, però, quello della russificazione forzata non sarà un processo facile e lineare.

Se c’è una cosa che questa insensata guerra ha davvero raggiunto, infatti, è il consolidamento della società e dell’identità ucraina.

Secondo alcuni sondaggi, ad esempio, l’invasione russa ha contribuito a diluire le differenze regionali e linguistiche sui temi storicamente più divisivi, come la percezione della “Russia come un paese ostile e minaccioso”, l’integrazione UE e adesione alla NATO.

Altre immagini, anche più annedotiche, ci mostrano una rivitalizzazione della lingua con un crescente numero di persone russofone che, dopo l’inizio dell’invasione, hanno deciso di utilizzare e studiare l’ucraino.

Un processo, quello di consolidamento di un’identità civica e di crescente autoidentificazione con lo stato ucraino, già in moto da anni.

Numerosi studi, infatti, parlano già da tempo di un lento processo di ucrainizzazione e di crescente disgiunzione tra autoidentificazione etnica e pratiche linguistiche. In altre parole, parlare russo in Ucraina non esclude, tutt’altro, l’appartenenza a un’identità ucraina. Un processo che sembra ora ulteriormente accelerato dalla guerra.

Proprio per questo non dovrebbe sorprendere che anche nelle regioni con una forte minoranza di russofoni, l’invasione russa si è scontrata con una resistenza di massa e, forse ancora più sorprendentemente, dell’élite locale.

Anche personalità che erano comunemente considerate filo-russe, come i sindaci di Kharkiv e Odessa, hanno rifiutato di collaborare con l’invasore garantendo lealtà al governo centrale e mantenendo il controllo sulle forze dell’ordine e istituzioni locali.

Un percorso certamente non senza problemi e ostacoli.

La recente decisione del governo di proibire 11 partiti – tra cui il principale partito di opposizione – per i presunti legami con la Russia, potrebbe diventare un elemento divisivo e problematico. Ma di questo, probabilmente, si tornerà a parlare una volta finita la guerra. Cosa che sembra ancora molto lontana.

(Oleksiv Bondarenko)

[Oleksiv Bondarenko. Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso].

COSA VUOLE PUTIN


COSA VUOLE PUTIN

“Lui vuole ristabilire l’impero zarista. Ha l’idea e il mito della Grande Russia, e noi sappiamo bene come finisce nella Storia l’inseguimento di questo sogno di grandezza, la Grande Serbia, la Grande Germania, e ora la Russia. C’è sempre una premessa vittimistica. Putin continua a ripetere che la Russia è stata offesa, che è stata mortificata, che dobbiamo costringere gli altri a rispettarci, E poi c’è un odio quasi fisico verso l’Ucraina. Che cosa è la Russia senza Ucraina? Non c’è più l’antica Rus’ di Kiev, sparisce col suo deposito mitologico di tradizione. Putin, in poche parole, ritiene che l’Ucraina si sia appropriata della storia russa. E vuole riscrivere quella storia. Infatti alla vigilia dell’intervento armato ha dichiarato che la creazione di quello Stato fu un errore commesso da Lenin”.

[Parole di Svetlana Aleksievic. Nata in Ucraina nel 1948, è cresciuta e ha vissuto prevalentemente in Bielorussia. Oppositrice del regime del presidente Aleksander Lukashenko, ha trascorso lunghi periodi in esilio ed è dovuta fuggire in Germania nel 2020. Da giornalista e scrittrice ha raccontato le principali vicende dell’Urss e della Russia nella seconda metà del Novecento in una serie di romanzi corali basati su centinaia di testimonianze. Nel 2015 ha ricevuto il premio Nobel per la Letteratura “per la sua scrittura polifonica, un monumento alla sofferenza e al coraggio nel nostro tempo” (dalla motivazione). Su sua iniziativa l’editore Bompiani pubblica ora le sue Opere principali in due volumi a cura di Sergio Rapetti con la traduzione di Rapetti e Nadia Cicognini: Guerre e Tornare al cuore dell’uomo (in libreria dal 25 maggio).

Vasilij Grossman e la distopia totalitaria


Vasilij Grossman e la distopia totalitaria

Vasilij Grossman pubblicò Stalingrado nel 1952, ma il titolo da lui scelto fu sostituito con  La giusta causa. Si trattava di un’espressione del commissario agli Esteri Molotov, che lasciava trasparire la volontà di “giustificare”, con la Grande guerra patriottica, le ambiguità del Patto Ribbentrop-Molotov e le iniquità degli anni dello stalinismo.  Stalingrado costituisce il primo volume di una dilogia che ha il suo seguito in Vita e destino, pubblicato a Losanna nel 1980. L’opera di Grossman, a causa dei diversi interventi della censura sovietica, ebbe più stesure. L’autore dovette infatti operare dei tagli e delle integrazioni, al fine di far risaltare aspetti che, secondo i canoni rigidi del Realismo socialista, erano stati messi in ombra dall’attenzione riservata a vicende individuali o alla comunità ebraica ucraina.  Tutto ciò ha reso particolarmente arduo il lavoro di ricostruzione filologica del testo, curato da Robert Chandler e Jurij Bit-Junan e tradotto quest’anno in italiano per Adelphi da Claudia Zonghetti.

Nelle prime pagine del romanzo Grossman descrive l’incontro dell’aprile del 1942 fra Mussolini e Hitler a Salisburgo, in cui i due dittatori discutono dell’imminente piano nazista di attacco all’URSS. Dai grandi saloni freddi del castello salisburghese di Klessheim, arredato con mobili sottratti alla Francia, la scena si sposta poi nella campagna russa, dove il contadino Vavilov riceve la chiamata alle armi nel momento meno opportuno. Se infatti al distretto militare avessero aspettato un paio di mesi, “sarebbe certamente riuscito a lasciare la famiglia con cibo e legna per un anno”.  Prima di partire Vavilov, insieme alla moglie, guarda intensamente le pareti della sua isba. Lei sapeva, scrive Grossman, che sarebbero state “testimoni di tutta la sua solitudine”. Lui invece avrebbe voluto portare con sé “quella che considerava la più bella casa del mondo”. Si coglie in queste pagine iniziali come Grossman, pensando a Tolstoj, voglia guardare ai grandi eventi che hanno segnato la storia anche con lo sguardo degli uomini comuni, vittime o esecutori ignari di decisioni che li sovrastano.

Per un personaggio del romanzo, il vecchio bolscevico Mostovskoj, che rifletteva una opinione largamente condivisa, la nuova Russia sovietica era balzata in avanti di un secolo, trasformando ciò che sempre era sembrato immutabile, come l’agricoltura o il corso dei fiumi. Era stato raggiunto un livello di alfabetizzazione “paragonabile solo a un’esplosione solare di potenza astronomica” che se fosse stata tradotta in onde elettromagnetiche, “gli astronomi della altre galassie avrebbero registrato la nascita di una nuova stella”. I protagonisti di questa rivoluzionaria trasformazione erano ingegneri e operai, piloti e marconisti e “i milioni di lavoratori che costituivano le fondamenta della nuova società”. La loro forza derivava “dalla fiducia, dalla conoscenza e dall’amore per la Patria sovietica”. Si può intuire che pagine come questa potrebbero essersi rese necessarie per bilanciare parti del romanzo in cui i censori di regime ritenevano non emergessero adeguatamente le virtù socialiste.  In un passo degli ultimi capitoli Grossman descrive il tragitto che il camionista Krymov percorre dal fiume Achtuba al Volga. Krymov prova una grande emozione nel leggere dei cartelli con scritte come “Non un passo indietro”, “Difendiamo Stalingrado” e si chiede se quanti percorreranno quella strada, negli anni a venire, penseranno a come poteva apparire nell’ottobre del 1942. Immagina allora di dar voce ai pensieri di un vecchio che fra un migliaio d’anni attraverserà quei luoghi, pensando agli uomini “della remota epoca della Grande Rivoluzione, dei giganteschi cantieri”, che marciarono verso il Volga, facce semplici e buone, “che indossavano divise d’altri tempi, scarpe d’altri tempi, e avevano delle stelle rosse sui berretti”. In questa evocazione epica Grossman riprende i versi del libro VIII dell’Odissea (751-752), in cui Omero racconta che piacque agli Dei, da cui dipese la guerra di Troia, “che degli eroi le morti \ Fossero il canto dell’età future”.

Il tono epico di queste scene coesiste, in Stalingrado, con l’attenzione alle vicende tragiche che sconvolgono le vite di ogni famiglia e di ogni uomo. Nel descrivere la tremenda distruzione della città, Grossman definisce ancora più tremenda la morte di “un esserino di sei anni schiacciato da una trave di ferro. Perché se esiste una forza capace di risollevare dalla polvere città enormi, non c’è forza al mondo in grado di risollevare le palpebre dagli occhi di un bambino morto”. Le ragioni della Grande storia non possono ignorare infatti le ferite che producono sulle persone più indifese.

Grossman partecipò alla guerra in prima linea, dal 1941 al 1945, descrivendone nei suoi taccuini gli aspetti più eroici e più inquietanti. Nel 1944 raccontò in particolare il massacro di migliaia di ebrei ucraini a Berdicev, la sua città natale, ad opera dei nazisti. Insieme a Il’ia Erenburg curò poi Il libro nero, in cui furono documentate le stragi compiute dai nazisti sugli ebrei russi, ma tutto il materiale raccolto fu sequestrato dall’ NKVD dopo la guerra, quando la politica antisemita di Stalin non consentiva più di volgere particolari attenzioni alle vicende ucraine e alle comunità ebraiche in particolare. Se i nazisti avevano commesso terribili atrocità, Stalin si era reso responsabile della terribile carestia ucraina del 1932-1933 e di feroci persecuzioni nei confronti della popolazione ebraica. In Vita e destino Mostovskoj, che abbiamo incontrato in Stalingrado, si trova a confrontarsi, nel lager in cui è rinchiuso, con Liss, un ufficiale delle SS. Liss afferma con convinzione che i comunisti rinchiusi da Hitler nei campi di concentramento erano già stati segregati in URSS da Stalin. Non bisogna dimenticare peraltro che in seguito al patto Ribbentrop-Molotov i sovietici consegnarono ai nazisti i comunisti tedeschi che si erano rifugiati in URSS. La persecuzione degli ebrei, proseguiva l’ufficiale tedesco, non era inoltre estranea alle scelte politiche degli stessi sovietici: “Oggi la spaventa il nostro odio per i giudei. Può darsi che domani vi avvarrete voi della nostra esperienza”. Per riuscire a respingere le affermazioni di Liss, scrive Grossman, Mostovskoj avrebbe dovuto rinunciare a ciò per cui aveva vissuto. Non solo condannare, ma odiare con tutta la forza dell’anima e con tutta la passione rivoluzionaria “il lager, la Lubjanka, il sanguinario Ezov, Jagoda, Berja! Non basta, bisognava odiare Stalin e la sua dittatura! Il cammino conduceva all’abisso”. Liss si chiede in cosa possa consistere l’inimicizia fra i due totalitarismi. Hitler non era affatto, a suo avviso, al servizio dei capitalisti, dal momento che è lo stato a indicare loro gli obbiettivi da perseguire nello spirito di quella pianificazione che l’URSS segue rigidamente: “Noi siamo forme differenti di un unico essere […]. Il vostro stato partitico, esattamente allo stesso modo del nostro, stabilisce il piano, il programma, e si accaparra la produzione. Quelli che voi chiamate padroni, gli operai, anch’essi ricevono lo stipendio dal vostro stato partitico”. Voi come noi, prosegue Liss, “siete consapevoli che il nazionalismo è la principale forza del XX secolo. Il nazionalismo è lo spirito dell’epoca! Il socialismo in un solo paese è la più alta espressione del nazionalismo […]. Sulla terra ci sono due grandi rivoluzionari: Stalin e il nostro grande capo. La loro volontà ha dato vita al socialismo nazionale dello stato. Per me la fratellanza con voi è più importante della guerra contro di voi per i territori orientali”.

Per realizzare il socialismo in un solo paese Stalin ha dovuto privare i contadini della proprietà privata e ne ha sterminati in gran numero e Hitler, resosi conto che gli ebrei ostacolavano il nazionalsocialismo, ha deciso di distruggerli, conclude Liss e, fissando Mostovskoj, che è rimasto ammutolito, aggiunge di sentirsi uno specchio di fronte a lui.

Qualche anno più tardi, in Tutto scorre, Grossman scriverà che Lenin, il fondatore dell’Internazionale comunista, aveva in realtà preparato il terreno per uno sviluppo inaudito dell’autocrazia e della sovranità nazionale.  Il principio della “non-libertà”, coltivato con zelo da Ivan il Terribile, come da Pietro il Grande e da Caterina, e accolto da Lenin, giunse poi al suo massimo trionfo con Stalin, nell’identificazione di stato, partito, polizia segreta. In tutto ciò Grossman vede il baratro profondo che separava lo sviluppo dell’Occidente, “fecondato dalla crescita della libertà”, dallo sviluppo della Russia, “fecondato dalla crescita della schiavitù”. Il comunismo sovietico aveva assunto in sé i tratti del dispotismo asiatico, che lo contrapponevano alle liberaldemocrazie e alle socialdemocrazie occidentali, ferocemente avversate. La Russia postsovietica ha ereditato questo modello autocratico, che si esprime nelle forme di una democrazia illiberale e nel rifiuto dei principi fondamentali dello stato di diritto.

Tutto scorre rappresenta una continuazione della dilogia. Si salvò dal sequestro di tutti gli scritti di Grossman e fu pubblicato postumo a Francoforte nel 1970. Qui il disincanto nei confronti del sistema sovietico diviene aperta denuncia. Il romanzo narra la vicenda di Ivan, che, avendo trascorso trent’anni nei Gulag, torna libero dopo la morte di Stalin.  Ivan vive in una condizione di spaesamento, a Mosca come a Leningrado, e sceglie di stabilirsi in campagna dove si dedicherà al lavoro di fabbro. Anna, una vedova di guerra di cui si innamora, gli racconterà le atrocità commesse contro i kulaki e la tragedia della carestia degli anni trenta voluta da Stalin.

Nel carattere di Stalin, in cui l’asiatico si fondeva con il marxista europeo, si poteva cogliere, scrive Grossman, il senso del sistema statale sovietico. I piani quinquennali, “piramidi del ventesimo secolo”, come i monumenti dell’Asia antica, seducevano il suo animo e incarnavano uno spirito tirannico che negava qualunque forma di libertà. Ivan dice che una volta aveva pensato che la libertà fosse quella di pensiero, di stampa, di opinione, ma si era convinto, nel tempo, che essa coincide con la vita della gente, “è il diritto di seminare quel che vuoi, di fare scarpe, soprabiti, di cuocere il grano che hai seminato per venderlo o non venderlo come vuoi tu; e anche se fai il meccanico, o il fonditore, o l’artista, vivi e lavora come vuoi tu, e non come ti ordinano. Invece non c’è libertà, né per chi scrive libri, né per chi coltiva grano o fa gli stivali”.

Grossman si chiede spesso se si possa accettare la concezione hegeliana secondo cui tutto ciò che è reale è razionale, perché, se fosse così, rischieremmo di giustificare la disumanità.  Si sarebbe forse sentito più vicino ad Alexandr Herzen, per il quale era impossibile dimostrare un ordine razionale della storia, che gli appariva come “l’autobiografia di un pazzo”. Parole, queste, commentava Isaih Berlin, che anche Voltaire o Tolstoj avrebbero potuto pronunciare con uguale amarezza.

Grossman, scrive Tzvetan Todorov, è sicuramente l’erede dei grandi russi del XIX secolo, del Dostoevskij de I Demoni e de I fratelli Karamazov e del Tolstoj di Guerra e pace, ma l’autore con cui avvertiva il legame più forte era Cechov, perché riconosceva in lui un umanesimo fondato sulla libertà e sulla bontà. Grossman, come Cechov, privilegiava la bontà sul bene, perché riteneva che le dottrine del bene portassero con sé il difetto insormontabile di porre al vertice “un’astrazione, non gli individui umani”. Consapevole di questo, il folle in Dio Ikonnikov può dire, in Vita e destino, che “anche Erode non versava sangue in nome del male”. La “tentazione del bene”, che caratterizza i totalitarismi descritti in tutta l’opera di Grossman, dimentica infatti gli individui per i quali questo bene era stato pensato e, come scrive Todorov, si traduce tragicamente in una “pratica del male”.

(art. di Elio Cappuccio)

[Elio Cappuccio è Presidente del collegio di Filosofia siciliano. Insegna Filosofia moderna e contemporanea all’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio]

KALININGRAD


KALININGRAD

Parliamo di Kaliningrad, visto che Severodonetsk è sempre il mattatoio dove i russi continuano ormai da oltre un mese a vincere  la loro battaglia del Donbass…

Parliamo di Kaliningrad, che non è in Ucraina ma che con la sua semplice esistenza all’estremo opposto dell’istmo Ponto-Baltico (il “collo” più stretto dell’Europa fra il Baltico e il Mar Nero, che costituiva il confine politico dell’URSS e rappresenta l’obiettivo strategico della Russia di Putin) esemplifica il modo di pensare dell’orso Vladimiro.

Kalinigrad è l’antica Koenigsberg: la capitale della Prussia, a partire dalla quale si è sviluppata la Germania Guglielmina; è la patria di Kant, centro d’irradiazione di gran parte della cultura tedesca da cui trae origine la società della moderna Germania.

Al termine della Seconda Guerra mondiale è stata travolta dall’Armata Rossa lanciata verso Berlino, e quando sono stati ridisegnati per l’ultima volta i confini europei è stata assegnata insieme alla regione circostante all’Unione Sovietica, con il cui territorio confinava già attraverso la Lituania occupata.

Priva di collegamento culturale con la Lituania stessa e troppo piccola per essere eretta a Repubblica Sovietica, passò direttamente alla Russia di cui divenne un oblast, e quando l’URSS si dissolse seguì le sorti politiche della Repubblica di cui faceva parte.

La popolazione tedesca era stata espulsa già dal 1945, e ormai i suoi abitanti erano quasi esclusivamente russi, quindi nessuno ebbe da obiettare. Perché l’Europa, preso finalmente atto delle lezioni impartite dalla propria storia, ha smesso di contendersi palmo a palmo ogni metro di terra e preferisce discutere di federalismo, multi-linguismo e di diritti delle minoranze.

Se invece l’Europa ragionasse ancora con le stesse logiche obsolete di Vladimir Putin, la Germania avrebbe tutto il diritto di rivendicare un territorio che rappresenta la culla della sua cultura nazionale. In fondo si tratta di un pezzetto di territorio russo strappatole al termine di una guerra ancora relativamente recente, e che per di più rappresenta una “exclave”, un territorio senza continuità territoriale con il resto della Russia. Qualcuno potrebbe tranquillamente definirla una “colonia” incuneata con la forza nel territorio europeo.

Dal punto di vista polacco, poi, rappresenta una minaccia militare diretta, visto che avvolge la Polonia dal nord con il suo territorio, fino a breve distanza da Varsavia. Peggio ancora per i lituani, che si vedono praticamente costretti a consentire il passaggio attraverso la loro stessa capitale dei treni che collegano l’exclave alla Russia attraverso la Bielorussia, e che rappresentano l’unico cordone ombelicale terrestre della città.

Tanto per rendere la similitudine con le rivendicazioni russe sull’Ucraina ancora più completa, Putin ha riempito quel piccolo territorio di armi: non solo Brigate di fanteria e artiglierie di ogni tipo, ma anche missili… Missili di tutti i tipi: superficie-superficie, antinave e contraerei, che messi a sistema costituiscono quello che in gergo tecnico militare si chiama “Sistema A2AD (Anti-Air & Area Denial)”. Parliamo di armi che includono testate nucleari in grado di colpire Berlino senza preavviso: armi che sono lì ormai da diversi anni, non armi che “potrebbero” essere schierate in un nebuloso futuro, come i famosi “missili NATO” in Ucraina, che mai ci sono stati e che nessuno ha neppure pianificato di schierare.

Secondo la logica di Vladimir Putin, l’Europa in generale e più in particolare Nazioni quali la Lituania, la Polonia e soprattutto la Germania, avrebbero avuto ogni ragione di reclamare la restituzione di un territorio storicamente non russo, incuneato con la forza in una regione che storicamente nulla ha a che vedere con la Russia, con fortissimi legami storici e culturali con l’Europa e che per l’Europa stessa rappresenta una minaccia esistenziale a causa delle armi e soprattutto dei missili di cui è stata riempita da parte di un regime chiaramente ostile e aggressivo.

Invece niente.

Nessuno ha messo in dubbio la sovranità russa su Kalinigrad, in base al principio che i confini sono inviolabili. Addirittura, nessuno ha messo in dubbio il diritto dei russi di schierare sul proprio territorio le armi che ritengono più opportuno: si è solo cercato di discutere sulla loro opportunità, nell’ambito di un discorso complessivo che abbracci tutto il continente, e si è giunti alla conclusione che i russi non fossero interessati a tale tipo di accordo.

Pur nella consapevolezza della minaccia militare rappresentata dall’exclave, nessuno ha messo in dubbio la ragionevolezza del libero passaggio di treni russi con merci russe non controllate attraverso il territorio europeo e la stessa capitale della Lituania.

Già: perché anche se schierare missili con testata nucleare (Gli SS-26 “Stone”, noti in Russia come “Iskander”) non è esattamente un atto amichevole, si è ritenuto che impedire il passaggio dei treni sarebbe stato un comportamento ostile. In fondo, l’exclave non produce abbastanza cibo per i suoi abitanti e per le truppe che ospita, e senza la cooperazione europea i russi che ci abitano morirebbero letteralmente di fame.

Esattamente come per la ancor meno nota exclave (non riconosciuta però) della Transnistria, ritagliata nel territorio della Moldova: è isolata fra l’Ucraina e la Moldova stessa, e qualsiasi movimento o commercio di chi vi risiede dipende dalla buona volontà della Romania (e della stessa Moldova) di consentirne il passaggio.

Perfino i soldati russi che si recano in licenza lo fanno grazia alla disponibilità della NATO che li lascia passare.

Insomma: la Russia fa tranquillamente dal 1945 a Kaliningrad (dal 1992 per quanto riguarda la Transnistria) esattamente ciò di cui accusa di fare l’Ucraina e lo stesso Occidente dal 2014; non limita i diritti linguistici dei tedeschi di Koenigsberg solo perché li ha direttamente espulsi settantacinque anni fa, però occupa territori e schiera missili nucleari contro l’Europa.

E l’Europa gli consente generosamente di farlo, sostenendo i loro rifornimenti.

Ora però, dopo l’aggressione russa all’Ucraina, l’Europa ha imposto le note sanzioni. Nell’ambito dell’applicazione dell’ultimo “pacchetto” di queste, il transito delle merci attraverso le ferrovie lituane è stato limitato: il materiale sottoposto a sanzioni non può più transitarvi. Non ci sono limitazioni per il cibo: la popolazione non morirà di fame… Però qualsiasi materiale volto all’espansione o al mantenimento delle infrastrutture o ovviamente dell’apparato militare risulta bloccato.

E l’orso Vladimiro si ritiene oltraggiato.

Naturalmente è ancora perfettamente possibile per la Russia rifornire Kaliningrad via mare da San Pietroburgo attraverso il Baltico; sì, ma il Baltico è controllato dalla NATO, più che mai dopo l’adesione di Svezia e Finlandia all’Alleanza… Per non parlare di cosa vediamo gli ucraini stanno facendo alle navi russe nel Mar Nero, senza neppure disporre di una marina.

Le minacce di Putin alla Lituania per questo provvedimento fanno ridere: con l’esercito completamente infognato in Ucraina le opzioni militari per aprire il corridoio con la forza sono scarsissime, e quelle di mantenerlo sono assolutamente nulle.

La situazione strategica di Kalinigrad non è seria: è disperata. In caso di conflitto, l’exclave non durerebbe che pochi giorni: i polacchi non chiedono che il via libera per occuparla.

Però Kaliningrad è utilissima alla NATO: perché la Russia vi mantiene con il sistema A2AD circa il 20% dei suoi assetti strategici più moderni e sofisticati, perfettamente a tiro dell’artiglieria della NATO (i famosi MLRS, però usati dall’esercito americano).

Finché questi sistemi si trovano praticamente in ostaggio delle Forze Armate occidentali, abbiamo la certezza che l’orso Vladimiro non farà stupidaggini: perché se lo facesse, perderebbe in poche ore i suoi giocattoli preferiti.

(Orio Giorgio Stirpe)

UN FATTO DI CRONACA


UN FATTO DI CRONACA

Una ragazza che si chiama Francesca Sebastiani, ha 22 anni, vive a Secondigliano (Napoli).

E ha appena fatto qualcosa di grandioso.

Qualche giorno fa ha risposto a un annuncio di lavoro come commessa in un negozio.

Quando, al momento buono, ha chiesto lo stipendio previsto, la risposta è stata agghiacciante:

70 euro a settimana, 280 al mese, sei giorni su sette, dieci ore al giorno (come minimo), per un totale di 60 ore settimanali, all’incredibile cifra di poco più di 1,10 euro l’ora.

Quando Francesca gentilmente ha declinato l’offerta, sapete cosa si è sentita dire dalla titolare:

“Voi giovani d’oggi non avete voglia di lavorare”.

E poi, magari gli stessi personaggi, criticano il reddito di cittadinanza, quale causa dei rifiuti al lavoro dei giovani.

Altro che reddito di cittadinanza, questo non è lavoro, questo è schiavismo legalizzato.

Auguro a Francesca di trovare al più presto un lavoro vero, all’altezza della grande dignità che ha dimostrato.

 

 

NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA


NON C’È PACE SENZA GIUSTIZIA

“Non c’è pace senza giustizia”, continua a sostenere Mario Draghi.

E per me ha ragione. Perché è la sacrosanta verità.

Se non si capisce questo, non si va da nessuna parte, l’Italia ne è la conferma.

Un paese che abbocca facilmente correndo dietro ai populisti, e segue a spada tratta tutto ciò che è ingiusto: infatti negli ultimi tempi (dal 1994 in poi), malgovernata, non sa più riconoscere il giusto dal non giusto, il vero dal falso, il bene dal male.

Per tante ragioni siamo un paese in balia del caos.

Ci vogliono persone rette e giuste, decise e sagge, piene di Giustizia.

DRAGHI


DRAGHI

Di Mario Draghi all’estero riconoscono la bravura e l’intelligenza acuta, ma qui in Italia la stupidità è tale che si preferisce essere auto-lesionisti.

Malati di masochismo, gli italiani godono a distruggere il giusto, e amare il marcio.

Mario Draghi sulla guerra in Ucraina ha sempre avuto, una netta, radicale, intelligente convinzione ed è così chiara e giusta che insite nell’esprimerla in ogni occasione.

In breve gli ucraini debbono vincere questa guerra, tanto ingiusta da non accettare minimamente che ci possano essere dubbi.

L’Ucraina va aiutata anche con le armi, perché possa difendersi dall’ingiusto criminale, oppressore, l’esercito russo agli ordini di un folle chiamato Putin.

Inoltre, solo gli ucraini hanno il diritto di una eventuale pace, la pace non sopporta compromessi o sedersi attorno a un tavolo e accettare le condizioni del criminale oppressore.

Giustamente l’Ucraina esige la restituzione delle sue terre, ingiustamente occupate.

Guai se l’Ucraina perdesse questa guerra, perciò deve resistere al criminale, il quale, se gli ucraini dovessero cedere, si sentirà poi in diritto si occupare tutte le terre che vuole, e questo si chiama “ingiustizia” che scatenerà altre guerre.

Lo ripeterò sempre, la pace si fonda sulla giustizia, e la giustizia non è mai un compromesso tra prepotenti e innocenti.

I pacifisti sono ciechi e ottusi, pretendono di sistemare gli squilibri del mondo su una pace fondata sulla resa.

Avere le idee chiare oggi sembrerebbe quasi impossibile, la confusione che regna è tale che è difficile distinguere il torto dalla ragione, ma ciò che confonde e annebbia la mente è quel conformismo o quell’opportunismo, frutto di utilitarismo egoistico, per cui persino le religioni non dipendono dalla giustizia, ma da tutto ciò che procura benessere materiale o quello star bene.

Mario Draghi è forse l’unico con Sergio Mattarella, che sta lavorando seriamente per la pace, proprio perché è forse l’unico tra i politici (anche se Draghi non è un polito cin senso stretto) ad avere le idee chiare sulla giustizia.

Duro, schietto, duro coi forti e schietto coi deboli.

Gli italiani capiranno prima o poi che la loro salvezza dipenderà dal loro consenso a Mario Draghi, piuttosto che una petulante e ridicola Meloni o un disfattista di nome Matteo Salvini.

Non è possibile mettere nello stesso calderone le ragioni e i torti, criminali e innocenti, forse per quel senso di pacifismo strano che tiene insieme i buoni e i cattivi, o volere una pace “autentica” e duratura, mettendo insieme nella stessa stalla porci e agnelli, lasciando che i porci divorino gli agnelli, in obbedienza degli ordini del più forte.

In un tempo pieno di emergenze, dalla pandemia, alla guerra, dalla mancanza di grano alla immigrazione di migliaia di persone, la presenza di Draghi al Governo del nostro paese, è rassicurante.

Spero proprio che gli egoismi di chi rincorre un voto, non lo stanchino e non se ne vada sbattendo la porta, stanco di tenere insieme una masnada di personaggi da operetta.

Chissà, forse ce lo meriteremmo pure, un trattamento simile, per tutto quel bollore di odio, rancore, invidia e desiderio di distruggere, che stiamo vivendo ogni giorno.

Ma Draghi è e rimane Draghi, per fortuna.

GROTTESCO


GROTTESCO

Oggi è qualcosa di veramente allucinante assistere, quasi impotenti, ad una società di ciechi, di sordi, di ottusi, che non fanno nulla, nemmeno i minimo sforzo, per vedere, per ascoltare, per riflettere sulla realtà.

E la realtà è davanti a tutti.

E il grottesco sta nel trasformare ogni tragedia in una burla, in un gioco, in un divertimento mediatico, quasi in una gara di contesa per rendersi “protagonisti del momento”.

Si va in Tv ed ecco l’opinionista che spara cazzate, così belle da apparire vere, con tutta quelle mostrine accademiche che farebbero impallidire i grandi Geni del passato.

Il Covid era, ed è tuttora, una cosa seria, e i no vax che cosa ne hanno fatto? Hanno giocato, e ancora giocano burlescamente sulla vita propria e degli altri.

La guerra in Ucraina è una cosa seria, e i pacifisti qualunquisti, equilibristi (e anche putiniani), che cosa stanno facendo? Giocano sulla pace, frantumando la giustizia, come un tira e molla tra fantomatiche utopie e quell’innato diabolico attaccamento alla propria pelle, di occidentali che se ne guardano bene dallo sporcarsi le mani e il cuore con il sangue di innocenti, che meriterebbero giustizia prima di una pace tanto ipocrita e messa insieme con i compromessi del bene  e del male.