LA STUPIDITÀ

LA STUPIDITÀ

Essenzialmente gli stupidi sono pericolosi e funesti perché le persone ragionevoli trovano difficile immaginare e capire un comportamento stupido.

Una persona intelligente può capire la logica di un bandito. Le azioni di un bandito seguono un modello di razionalità: razionalità perversa, se si vuole, ma sempre razionalità. Il bandito vuole un “più” sul suo conto. Dato che non è abbastanza intelligente per escogitare metodi con cui ottenere un “più” per sé procurando allo stesso tempo un “più” anche agli altri, egli otterrà il suo “più” causando un “meno” al suo prossimo.

Tutto ciò non è giusto, ma è razionale e se si è razionali lo si può prevedere. Si possono insomma prevedere le azioni di un bandito, le sue sporche manovre e le sue deplorevoli aspirazioni e spesso si possono approntare le difese opportune.

Con una persona stupida tutto ciò è assolutamente impossibile. Una creatura stupida vi perseguiterà senza ragione, senza un piano preciso, nei tempi e nei luoghi più improbabili e più impensabili. Non vi è alcun modo razionale per prevedere se, quando, come e perché, una creatura stupida porterà avanti il suo attacco.

Di fronte a un individuo stupido, si è completamente alla sua mercé.

La persona intelligente sa di essere intelligente.

Il Bandito è cosciente di essere un bandito.

Uno sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza.

Al contrario di tutti questi personaggi, lo stupido non sa di essere stupido.

Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita ed il lavoro, farti perdere denaro, tempo, appetito, produttività, e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza una ragione.

Stupidamente.

La si riconosce in quelli che credono di riconoscerla nelle parole dell’altro, e che per questo, tuttavia, si assegnano comunque un ruolo di primo piano, ripetendo: “l’ho sempre detto anch’io” oppure “è esattamente quello che ho sempre pensato”. Insomma, la stupidità ha sempre l’ultima parola, ha sempre ragione.

 

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L’AGRIFOGLIO E LA FORTUNA

L’AGRIFOGLIO E LA FORTUNA

agrifoglioL’Agrifoglio (Ilex aquifolium L.) è un albero, alto fino a 12 m, con chioma fitta, diffuso nelle zone montane e submontane.

Da giovane è un arbustino armonioso con foglie coriacee verde lucido, dai margini spinosi. Le piante femminili portano piccoli frutti globosi di colore rosso vivo.

Per un paio di settimane può stare in casa, per gli addobbi in una posizione fresca e luminosa, poi va portato all’aperto ad arricchire una siepe mista.

Le foglie sempreverdi trasmettono l’immagine di prosperità, le spine pungenti evocano la funzione di difesa, mentre le bacche rosse celebrano il solstizio d’inverno ed augurano un anno felice.

Per questi motivi gli antichi Romani portavano ramoscelli di agrifoglio durante i Saturnali ed erano soliti farne ghirlande per decorare le statue di Saturno.

Secoli dopo, in dicembre, i primi cristiani iniziarono a celebrare la nascita di Gesù. Per evitare persecuzioni continuarono ad ornare le loro case con l’agrifoglio durante i Saturnali. Quando i cristiani aumentarono come numero e la loro religione prevalse sul mondo pagano, l’agrifoglio perse il suo significato pagano e divenne un simbolo del cristianesimo.

Un po’ di storia e curiosità

Il nome latino della pianta, Ilex aquifolium (famiglia Aquifoliaceae), deriva da acrifolium: acer=acuto e folium=foglia, in riferimento alle foglie spinose. Come i rametti di pungitopo (Ruscus aculeatus), anche quelli di agrifoglio venivano posti sulle corde alle quali si appendeva la carne salata, per proteggerla dai topi: di qui il nome comune di “pungitopo maggiore”.

L’Agrifoglio è un albero dalla simbologia maschile, legato all’amore fraterno e alla paternità. Era considerato, insieme all’Edera e al Vischio, un potente simbolo di vita, per le sue foglie annuali e i suoi frutti invernali. Nelle quotidianità celtica si pensava che l’Agrifoglio fosse di aiuto e sostegno in ogni sorte di battaglia spirituale.

Una volta tanto Celti, Latini, Greci ed Etruschi si ritrovano perfettamente d’accordo: l’agrifoglio protegge dal male e garantisce fecondità e continuità della vita. In parte è un presagio ricavato facilmente dalle foglie spinose e coriacee e dai frutti rossi che maturano nel cuore dell’inverno, per cui è sempre stato al centro delle feste invernali appunto, dai Saturnali romani al Natale cristiano.

Gli Etruschi però, come sempre, erano più precisi e la consideravano una pianta potente e pericolosa, vera e propria protagonista del bosco di confine della città, la famosa zona sacra che si stendeva tra le mura e l’abitato propriamente detto, ma per nessun motivo coltivata all’interno dei giardini domestici, forse anche perché i suoi frutti son velenosi per l’uomo anche se costituiscono un vero e proprio cibo invernale per gli uccelli.

L’Agrifoglio è simbolo di paternità e amore fraterno ed è sempre stato considerato simbolo di vita. Il suo legno veniva usato per costruire ottime lance facilmente bilanciabili nelle mani di un guerriero e precise nella direzione in cui venivano scagliate.

image009Contornate da cristalli di brina, le pungenti foglie dell’agrifoglio non hanno perduto il loro verde scuro e lucidissimo, e le bacche scarlatte fanno capolino nel diffuso biancore, trasmettendo calore, vitalità e allegria. Queste particolarità hanno fatto di questo splendido albero un simbolo del Solstizio d’Inverno, un inno alla rinascita imminente del Sole caldo e luminoso, un augurio di gioia e buona fortuna per l’anno che deve venire.

Le sue bacche soprattutto, anticamente erano viste come piccole eco del grande astro di cui si attendeva trepidanti il ritorno. Per questo, qualche giorno prima del Solstizio si usava regalare dei rametti di agrifoglio alle persone amate: essi rappresentavano l’immortalità, la sopravvivenza oltre la morte apparente, e avrebbero portato una piccola luce nel buio e un po’ di calore nel gelo, insieme alla fortuna che proviene dai regni della natura sottili.

I druidi appendevano rami di agrifoglio nelle loro abitazioni per onorare con amore gli spiriti della foresta, e dopo di loro questa usanza continuò ad essere rispettata, con l’intento di allontanare sortilegi e fulmini, di propiziare la fertilità degli animali e della terra, e soprattutto la protezione dalle presenze malevole e dalla sfortuna. Le spine appuntite delle sue foglie, infatti, mostrano senza alcun dubbio la sua funzione di difesa naturale, di combattività verso ciò che è pericoloso o ostile, di reazione attiva agli stati d’essere negativi.

I fiorellini bianchi dell’agrifoglio, appesi alla maniglia della porta di casa, si credeva ostacolassero l’entrata di persone o entità dannose, e questa forza magica si pensava fosse ancora più forte e potente se la porta stessa fosse stata costruita con il suo legno duro e resistente. Soprattutto durante le feste del Solstizio e del Natale una simile protezione sarebbe stata auspicabile, dato che in tal periodo i folletti del bosco si sbizzarriscono e sono molto più dispettosi del solito e si sbizzarriscono con i loro scherzi e le loro malefatte. Un’altra proprietà magica dell’agrifoglio era quella di ammansire gli animali selvatici e imbizzarriti, nonché quella di rendere più dolce e sopportabile il gelo dell’inverno, proprio come un piccolo Sole che agiva in modi misteriosi, forse scaldando e rallegrando l’anima più che il corpo.

Come albero simbolo del Solstizio d’Inverno, l’agrifoglio è anche legato alla parte calante dell’anno, quella che dal momento di maggior splendore del Sole porta al momento più buio e freddo. Esso rappresenta il Vecchio dell’anno passato, il Re Agrifoglio dalla lunga barba bianca e dal sorriso radioso che porta i suoi regali a chi ha conservato in sé uno spirito bambino

Come accennato, l’agrifoglio era connesso anche alla Fortuna che poteva pervenire dai regni sottili. Questa sua magica caratteristica compare in una delle antiche leggende irlandesi appartenente al Ciclo di Finn Mc Cumhail, nella quale si racconta che le tre figlie di Conanan possedevano tre fusi costruiti con il suo legno. Su di essi le tre Donne avevano posto matasse di filo fatato ed avevano filato la sorte di Finn e dei suoi guerrieri, provocando il loro imprigionamento e forse, con esso, una delle prove che essi avrebbero dovuto superare.

Sempre tra i celti, con il legno dell’agrifoglio si costruivano le lance e gli scudi dei guerrieri. Anche in questo caso appaiono chiaramente le funzioni di attacco alle forze ostili e, al contempo, difesa da esse, esercitate dalla pianta e probabilmente resi ancor più potenti ed efficaci dai suoi influssi sottili.

Anche i neonati potevano essere protetti da questo magico arbusto; per questo venivano spruzzati con l’Acqua di Agrifoglio, preparata come infuso delle foglie oppure come distillato.
Infine, pare che un antico incantesimo usasse l’agrifoglio per attirare i desideri del cuore. Se ne dovevano raccogliere nove foglie da una pianta non troppo spinosa, dopo la mezzanotte di un venerdì, nel più completo silenzio. Le foglie dovevano essere avvolte in un panno bianco, alle cui due estremità si dovevano fare nove nodi. Il sacchettino andava quindi riposto sotto al cuscino e ciò che si sarebbe intensamente desiderato, poggiandovi sopra la testa, si sarebbe presto avverato.

 

Il piccolo orfanello (Leggenda di Natale)

Una leggenda narra di un piccolo orfanello che viveva con alcuni pastori, quando gli angeli araldi apparvero annunciando la nascita di Cristo. Il bambino si mise in cammino verso Betlemme con gli altri pastori e sulla via intrecciò una corona di rami da portare in dono a Gesù Bambino. Ma quando pose la corona davanti al Bambinello gli sembrò così indegna che si vergognò del suo dono e si mise a piangere. Allora Gesù Bambino toccò la corona e le sue foglie brillarono di un verde intenso e trasformò le lacrime dell’orfanello in bacche rosse.

L’uccellino e l’agrifoglio (Leggenda di Natale)

Quando giunse l’inverno tutti gli uccellini del bosco partirono. Soltanto un piccolo uccellino decise di rimanere nel suo nido dentro un cespuglio di agrifoglio:
voleva a tutti i costi attendere la nascita di Gesù per chiedergli qualcosa. L’inverno fu lungo e molto nevoso. Il povero uccellino era stremato dal freddo e dalla fame.

Finalmente arrivò la Notte di Natale. Quando lo uccellino fu dinnanzi al Bambino appena nato, disse : “Caro Gesù, vorrei che tu dicessi al vento invernale del bosco di non spogliare l’agrifoglio. Così potrei restare nel mio nido e attendere la nuova primavera”.

Gesù sorrise, poi chiamò un angelo e gli ordinò di esaudire il desiderio di quell’uccellino. Da allora, l’agrifoglio conserva le sue verdi foglie anche d’inverno. E per riconoscerlo dalle altre piante, l’angelo vi pose delle piccole bacche rosse e lucide.

 

L’ALBERO DI NATALE NELLE CITTÀ: BOLOGNA

L’ALBERO DI NATALE NELLE CITTÀ: BOLOGNA

È tradizione, ed è una bella tradizione.

Ma, per la prima volta forse, debbo fare un appunto all’albero di Natale che il Comune di Bologna ha installato in piazza Nettuno a Bologna.

Visto di notte, illuminato è passabile.

Ma visto di giorno, non è bello per niente.

È piuttosto basso, molto panciuto e dà l’idea di una persona “dalla vita larga”. Di solito gli abeti sono un po’ più slanciati.

Ma questo non sarebbe niente, il peggio è che è stato addobbato con palle di Natale, grandi come un pallone da calcio,  ma sono solo di due colori, giallo e rosso.

No, non posso perdonare.

Siamo a Bologna, cavolo, le palle, grandi come si vuole, ma, se proprio debbono essere solo di due colori, almeno Rosso e Blu, non i colori di un’altra squadra!

Non so come i tifosi del Bologna, abbiano preso questa cosa.

Spero male come me.

LA CATTIVERIA

LA CATTIVERIA

A volte capita che la cattiveria delle persone ci renda la vita impossibile. Se si sceglie di subire in silenzio, la rabbia ci corrode lo spirito oppure perdiamo la stima in noi stessi. Se invece ci si lascia trascinare nel vortice dell’odio si genera violenza alla quale segue altra violenza e così via.

La cattiveria delle persone finisce così con il farci soffrire sempre e su tutti i fronti.

Quello che non pensiamo mai è che siamo noi che lasciamo alla cattiveria delle persone il potere di farci soffrire.

Tempo fa ho trovato una storia che spiega molto bene questo concetto.

“Un professore, conosciuto come uomo giusto e comprensivo, sistemava le ultime cose in classe prima di andare via. Uno studente, prima di uscire dall’aula, gli si avvicinò. Con rabbia gli disse: “Finalmente la sua lezione è finita e non dovrò più ascoltare le sue stupidaggini per oggi!” Lo studente, abituato alla cattiveria delle persone, si aspettava una reazione forte dal professore. L’uomo invece lo guardò negli occhi e gli chiese: “Quando qualcuno ti offre qualcosa che non vuoi, la prendi?” Lo studente, confuso dal comportamento del professore, rispose: “Certo che no!”. Il professore continuò. “Quando qualcuno cerca di offendermi mi sta offrendo solo rabbia e rancore che però, io posso decidere di non accettare.” Ma lo studente non capiva quello che gli veniva detto. “Tu mi stai offrendo rabbia e disprezzo, ma non mi interessa” disse il professore. “Non posso controllare la cattiveria che hai nel tuo cuore, ma quella che ricevo nel mio dipende solo da me.”

Tutti abbiamo a che fare con la cattiveria delle persone. Sta però soltanto a noi la volontà di tenerla al di fuori del nostro cuore.

Siamo in grado di decidere quali sentimenti provare nei confronti degli altri e delle esperienze che ci capita di vivere. Ne siamo in grado in ogni istante della nostra vita.

Smettiamola dunque di lamentarci per le mancanze altrui perché siamo noi a permettere agli altri di farci del male.

Impariamo piuttosto a mettere dei filtri alle nostre emozioni. Non possiamo e non dobbiamo vivere in balia dell’odio o della rabbia degli altri.

Tutto, all’interno di noi, assume il peso che vogliamo dargli.

Se impariamo a non farci infangare dalla cattiveria delle persone saremo sempre tranquilli.

Non è poi così difficile, basta avere una buona scorta di bei pensieri. I pensieri puliti infatti lavano via istantaneamente, come acqua fresca, tutto lo sporco che gli altri vorrebbero gettarci addosso.

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

A sinistra, «l’odio unisce più dell’affinità, il fratricidio vince sempre sulla fratellanza».

Marcello Veneziani ribattezza “Lividi e Uguali” i profughi del Pd, alleatisi con vendoliani e civatiani non per vincere, ma solo per far perdere il “nemico”.

«La loro priorità – scrive Veneziani sul “Tempo” – non era chiamare a raccolta la sinistra, ma danneggiare Renzi».

E allora «hanno pensato che nuocesse di più al fiorentino un leader sferico e mobile, privo di identità politica e capace di suonare il piffero per l’elettore qualunque, pescando così nel target renziano».

In questo, D’Alema e Bersani «sono rimasti fieramente, ferocemente di sinistra», cioè settari e frazionisti fino all’autolesionismo.

Veneziani definisce “Liberi e Uguali” un mix tra «sinistra movimentista, briciole di Rifondazione, lasciti del vecchio Pci e giovani sfigati di tristi speranze, più gloriose reliquie della Seconda Repubblica, accomunati dal disprezzo per il Vanesio Fiorentino».

In fuga da un “corpo estraneo” come Renzi, «che subivano e odiavano», chi chiamano come leader? «Un altro corpo estraneo, un Papa straniero, un magistrato e uomo dell’establishment, il presidente del Senato Grasso. Uno che a giudicare dal curriculum e dalle oscillazioni, avrebbe potuto tranquillamente militare con Renzi, con Berlusconi e con chiunque altro».

Grasso, secondo Venziani, ha accettato il ruolo «perché la vanità è l’ultima a morire, e si gonfia, s’illumina d’incenso». Ma si può capire, aggiunge: «Un anno fa temeva di essere abolito insieme al Senato, e ora gli offrono di guidare un cartello intero con una visibilità assai forte. E appartenendo alla genia degli Ego-magistrati, da Di Pietro a Ingroia, da De Magistris a Emiliano, assumere un ruolo di vetrina coi gradi di comando, “sputace sopra”».

Se Grasso in fondo lo si può capire, meno comprensibili risultano loro, «i combattenti e reduci della sinistra», gli esuli dal Pd e i profughi del ciclone renziano che, «quando finalmente si fanno una casa tutta loro e possono darsi un leader di sinistra, schietto, vanno a pescare il presidente del Senato».

Non la Boldrini, presidente della Camera, «che almeno è un’icona della sinistra e una custode del politicamente corretto, del tardo-femminismo e dell’antifascismo sacro». Macché, scelgono Grasso, «che con la sinistra c’entra poco o nulla».

Sempre secondo Veneziani, la sinistra aveva due possibilità: poteva scegliere un leader che rappresentasse la sua tradizione e la sua identità, magari «uno che indossa con dignità il Novecento, comunismo incluso», oppure uno che fosse «la traduzione italiana di Tsipras o degli Indignados spagnoli, una specie di postsinistra protestataria del terzo millennio». E invece, chi ti vanno a pescare? «Un Grasso che non incarna né l’una né l’altra, che non è carne né pesce, ma colesterolo allo stato grezzo. Grasso superfluo».

Come spiegare questa scelta suicida?

E’ l’ennesima conferma (in casa propria) di quel che sostengono gli avversari della sinistra stessa, ossia «l’incapacità di partorire una leadership chiara e distinta di sinistra».

Il museo delle cere firmato Bersani e D’Alema, poi, sottolinea una volta di più il tramonto di antiche dicotomie: destra e sinistra hanno sottoscritto insieme il rigore europeo, imposto dall’oligarchia internazionale al potere. L’altra casella, “democrazia progressista”, resta ancora vacante, lontana anni luce dal “grasso superfluo” di Lividi e Uguali.

AMA LA VITA (di Madre Teresa di Calcutta)

AMA LA VITA (di Madre Teresa di Calcutta) 

 

 

 

 

 

 

 

Ama la vita così com’è.
Amala pienamente, senza pretese.
Amala quando ti amano o quando ti odiano,
amala quando nessuno ti capisce,
o quando tutti ti comprendono.

Amala quando tutti ti abbandonano,
o quando ti esaltano come un re.
Amala quando ti rubano tutto,
o quando te lo regalano.
Amala quando ha senso
o quando sembra non averlo nemmeno un po’.

Amala nella piena felicità,
o nella solitudine assoluta.
Amala quando sei forte,
o quando ti senti debole.
Amala quando hai paura,
o quando hai una montagna di coraggio.
Amala non soltanto per i grandi piaceri
e le enormi soddisfazioni;
amala anche per le piccolissime gioie.

Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe.
Amala anche se non è come la vorresti.
Amala ogni volta che nasci
ed ogni volta che stai per morire.
Ma non amare mai senza amore.

Non vivere mai senza vita!

(Madre Teresa di Calcutta)

BELLA PAROLA: TUTTI

BELLA PAROLA: TUTTI

Sarò antiquata, ma temi come il biotestamento, il fine vita e lo ius soli non sono temi di lotta.

Sono temi di governo, di legislazione civile e universali.

Non sono temi di sinistra, destra o centro.

Sono problematiche e risposte nuove, senza colore politico, emerse in fasi e condizioni nuove delle nostre società.

Sarebbe sbagliato, pericoloso, controproducente se qualcuno le intendesse come battaglie identitarie o di sinistra o “radicali”, contro la destra e contro opinioni non ancora collimanti su quei temi.

Per questo eviterei di definirli temi da imporre prima di convincere.

Sono temi su cui occorre convincere gli italiani di tutte le opinioni politiche.

Non illudersi di convincere soltanto chi vota a sinistra o chi sta più a sinistra del Pd “scavalcandolo” per stupirlo.

La maniera giusta per parlare di fine vita o di ius soli non è quello della ” lotta”, ma quello di una forza tranquilla, di governo e che convince

La parola che convince è “tutti”. A tutti non si parla di lotta, ma di proposta. Si parla di programma non di annunci.

IL PANE E LE ROSE

IL PANE E LE ROSE

«Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere»

( Rose Schneiderman, leader femminista e socialista, durante un discorso che rivendicava il diritto di voto femminile di fronte ad una platea di suffragette benestanti a Cleveland)

Pane e rose (bread and roses (in lingua originale) il nome con cui è diventato celebre uno sciopero dei lavoratori dell’industria tessile svoltosi nel 1912 a Lawrence. L’appellativo deriva dallo slogan che fu adottato dagli operai che protestavano.

Una nuova legge del Massachusetts, entrata in vigore il 1º gennaio 1912, ridusse il numero massimo di ore di lavoro a settimana per le donne e i bambini da 56 a 54. L’11 gennaio i lavoratori scoprirono che, assieme alle ore di lavoro, la legge avrebbe ridotto anche la paga settimanale di 6 dollari, che corrispondeva a diverse forme di pane. Questa, per i lavoratori che vivevano sull’orlo della fame e che lavoravano in condizioni di sicurezza e di igiene praticamente inesistenti, fu la goccia che fece traboccare il vaso. A questo punto, i lavoratori, per la maggior parte donne, fermarono i telai e al grido di “Short pay, short pay!” (“Paga ridotta, paga ridotta!”, lamentando di essere sottopagati) si riversarono nelle strade protestando. Il giorno seguente si unirono operai e operaie provenienti da altre fabbriche, e, nel giro di una settimana 25.000 lavoratori erano in sciopero.

Una delle due grandi associazioni sindacali allora attive, l’AFL (American Federation of Labor), si oppose allo sciopero di Lawrence, definendolo anarchico e rivoluzionario. L’altra, l’IWW (Industrial Workers of the World), è un’associazione militante “radicale” del movimento operaio statunitense, al contrario, sostenne la decisione dei lavoratori e due dei suoi maggiori esponenti, Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, contribuirono a formare un comitato di sciopero composto da due rappresentanti per ogni gruppo etnico all’interno delle fabbriche. In questo modo, ogni incontro sindacale fu tradotto in 25 lingue differenti, per superare le barriere linguistiche e far sì che tutti gli operai potessero partecipare attivamente alla protesta.

Le richieste dei sindacalisti nei confronti dei datori di lavoro erano quattro:

  • aumento del 15% dei salari
  • 54 ore settimanali di lavoro (anziché 56)
  • doppia retribuzione per gli straordinari
  • riassunzione di tutti gli scioperanti, senza discriminazioni.

I lavoratori e i sindacalisti stessi si rivelarono molto solidali tra loro, e fecero uno sforzo cosciente per unire i lavoratori di tutte le nazionalità: lo sciopero era nato da una diminuzione dei salari, ma si trasformò ben presto in una lotta più ampia, si stava combattendo per ottenere migliori condizioni di vita. Gli scioperanti cantarono, organizzarono spettacoli, balli, dibattiti e sfilate, e proprio durante queste manifestazioni le donne lavoratrici portavano cartelli e urlavano a gran voce “Vogliamo il pane, ma anche le rose”: non rivendicavano solo una paga decente, ma anche la possibilità di godere delle cose buone della vita.

Gli scioperanti di Lawrence inventarono il picchetto in movimento: la polizia aveva intenzione di arrestare alcuni di loro per vagabondaggio, così questi formarono una catena umana in movimento che manifestò per 24 ore su 24, tutti i giorni, intorno alle fabbriche, così che la milizia non riuscisse ad entrarvi. I poliziotti arrestarono le donne, ma queste si rifiutarono di pagare le multe e, non appena rilasciate, tornarono alle linee di picchetto.

Il 29 gennaio, le milizie misero con le spalle al muro un folto gruppo di manifestanti: dopo alcuni spintoni, partì uno sparo e morì Anna Lo Pizzo, una giovane donna di 34 anni. I testimoni sostennero che il proiettile fosse stato sparato dal poliziotto Oscar Benoit, ma quest’ultimo negò. Arturo Giovannitti e Joseph Ettor vengono arrestati con l’accusa di omicidio, nonostante essi non si trovassero a Lawrence quel giorno.

Elizabeth Gurley Flynn, attivista sindacalista dell’IWW, aveva allestito delle mense provvisorie, ma lo sciopero andava avanti da giorni e così furono stipulati degli accordi che prevedevano che molti bambini appartenenti alle famiglie dei lavoratori sarebbero stati mandati da famiglie in altre città che li avrebbero ospitati per tutta la durata della protesta. Questo attirò la pubblicità nazionale e internazionale e iniziarono ad arrivare anche numerose donazioni. I poliziotti risposero attaccando le donne e i loro figli alla stazione ferroviaria, in modo che i bambini non sarebbero potuti partire: li bastonarono e li trascinarono in camion militari.

Nonostante tutto, lo sciopero andò avanti fino al 14 marzo: i lavoratori ottennero un aumento del 25% per i lavoratori meno pagati e del 15% per quelli che erano più retribuiti, l’aumento per le ore di straordinario e la riassunzione degli scioperanti. I protestanti festeggiarono la vittoria cantando “The International”, l’inno socialista.

Ma la lotta non si fermò con la fine dello sciopero: l’IWW mantenne il comitato di sciopero per andare a combattere per la liberazione di Ettor e Giovanitti. Inoltre, nel mese di aprile fu arrestato anche un operaio scioperante, Joseph Caruso. I tre rimasero in carcere senza cauzione e furono processati nel settembre 1912. In tutto il paese si tennero dimostrazioni e riunioni di massa in loro sostegno, fu minacciato lo sciopero generale e l’IWW raccolse 60 mila dollari per la loro difesa. Quando vennero arrestati tutti i membri del Comitato di Difesa Ettor-Giovannitti, quindici mila lavoratori il 30 settembre 1912 a Lawrence scioperarono per il giorno intero, lavoratori svedesi e francesi minacciarono il boicottaggio di prodotti di lana provenienti dagli Stati Uniti e moltissimi sostenitori italiani dei due sindacalisti si radunarono davanti al consolato degli Stati Uniti a Roma. I tre imputati furono assolti il 26 novembre 1912.

Gli scioperanti negli anni seguenti persero molti dei diritti che avevano guadagnato con fatica: l’IWW disprezzava i contratti scritti, ritenendo che tali contratti incoraggiassero i lavoratori ad abbandonare la loro lotta quotidiana, così per i proprietari delle industrie non fu difficile lentamente ridurre gli aumenti che erano stati concessi e le condizioni di lavoro andarono peggiorando. La Chiesa Cattolica si unì ai padroni in una campagna per screditare l’IWW ed i membri del sindacato.

Nell’autunno del 1913, le adesioni all’IWW a Lawrence erano diminuite a sole 700 persone. Una recessione economica nel 1913-1914 portò tagli salariali e disoccupazione ai lavoratori delle fabbriche. Tuttavia, lo sciopero di Lawrence aveva dimostrato che i lavoratori oppressi e di diverse nazionalità potevano unirsi, organizzarsi e condurre una potente lotta per ottenere concessioni da parte dei padroni.

(Fonte: wikipedia)

***

Questo dice la storia.

Ma la storia insegna? No, semmai stimola  a non commettere gli stessi errori. La prima cosa che notiamo è che per ottenere miglioramenti nella vita dei lavoratori, ci si riesce solo se ci si unisce, se si condividono gli stessi obiettivi. La seconda è che non bisogna arrendersi davanti alle difficoltà e una terza cosa, importantissima, che i lavoratori, non necessitano di “assistenzialismo” per la loro dignità di lavoratori, ma di regole certe, scritte e osservate.

La IWW che sosteneva i lavoratori in sciopero, li aiutava in ogni modo possibile, usava un metotodo “assistenziale”, ma aveva il difetto di disprezzare i contratti scritti, quelli che avrebbero testimoniato i progressi ottenuti con gli scioperi. Pur sostenendoli caritatevolmente, l’IWW non ne comprese l’importanza di mantenere i diritti acquisiti attraverso contratti ben definiti. In pratica non  ebbero fiducia nei lavoratori, pensando che una volta ottenuti questi diritti come leggi dello Stato, diventassero la scappatoia per abbandonare la lotta, e diventassero tutti degli sfaticati, diremmo seduti sugli allori.

Naturalmente i proprietari ne approfittarono per ripristinare le condizioni  peggiorative dei lavoratori, aiutati, anche dalla Chiesa cattolica e favoriti da una crisi economica.

Oggi succede la stessa cosa, ma in contesti diversi. Si mascherano con la scusa  della crisi economica gli abbassamenti salariali, o i mancati aumenti (che è poi la stessa cosa), oppure ci si nasconde dietro le parole “ce lo chiede l’Europa” (il ritornello di Monti e della Fornero), a dimostrazione che a pagare sono sempre i meno protetti, se male organizzati e mal guidati.

Male organizzati possono essere i sindacati, i partiti politici, le burocrazie soffocanti che schiavizzano i più deboli, i lavoratori, quelli che per vivere hanno bisogno di lavorare, e anche quelli che pur avendo un bel lavoro stabile e tranquillo, sicuro, timbrano l’entrata e poi se ne escono  e vanno a fare i fatti loro. Se succede una cosa del genere significa che il male sta nel profondo dell’organizzazione, in chi ne è responsabile. Particolarmente sgradevoli, perché oltre a rubare lo stipendio, rubano il posto dei lavoratori onesti.

Ma si deve fare attenzione  anche a non confondere le necessità di sostenere i lavoratori, e la loro dignità della persona, con le assistenze caritatevoli. Sarebbe un errore come dimostra questa storia. E sentire parlare di “Reddito di cittadinanza”, fa proprio pensare che, per risolvere problemi lavorativi, si ricorra al sistema assistenziale.

Una storia di 100 e più anni fa, ma che è sempre attuale.

 

 

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

La norma ammazza-italia fu varata l’8 maggio 2012 dall’esecutivo guidato dal super-tecnocrate Mario Monti, per avere effetto a partire dal 2014.  Questa norma arrivò con una lettera firmata Bce (Mario Draghi) all’allora governo Berlusconi,  imponeva brutalmente al governo italiano di introdurre nella Costituzione Italiana una clausola che obbligava perentoriamente il nostro paese a rispettare “Il pareggio di bilancio”.

Un’entità non eletta da nessuno ha ricattato e piegato un governo democraticamente eletto. Nessun rispetto del popolo, nessun rispetto della Costituzione, solo sopraffazione e applicazione della legge del più forte.

La modifica costituzionale passò, quasi sotto il totale silenzio. Si trattava di una grande modifica della nostra Costituzione ed il paese ne fu all’oscuro.

Chi lo sapeva erano i partiti al governo in quel momento e naturalmente chi era all’opposizione. Vale a dire, Monti, Forza Italia ed il Pd di cui Bersani era segretario.

Se esaminiamo il modo con cui fu imposta all’Italia questa modifica Costituzionale, vengono i brividi.

I politici appaiono solo come piccoli burattini senza coraggio, tirati coi fili in mano ad altri.

Il pareggio di bilancio è notoriamente una norma “suicida”, figlia dell’ideologia neoliberista e imposta per amputare, deliberatamente, la capacità di spesa, cioè di investimento.

Tutti gli economisti sanno che “il deficit pubblico” è, al netto, la ricchezza reale dei cittadini, imprese e famiglie. Al contrario, il pareggio di bilancio prefigura un “saldo zero”: lo Stato non spende per i cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino in tasse.

Risultato: la morte clinica dello Stato come motore finanziario dell’economia nazionale.

E’ perfettamente inutile tagliare le tasse se prima non si aumenta la spesa pubblica, senza la quale va in sofferenza il comparto economico e quindi il lavoro.

Tra i silenziosi approvatori della norma-killer, per l’economia italiana, c’è Pierluigi Bersani, allora leader del Pd, che impose al suo gruppo parlamentare di piegare la testa di fronte al ricatto dell’oligarchia eurocratica, pur sapendo che il pareggio di bilancio avrebbe compromesso la Costituzione e mandato all’aria la nostra econnomia.

Eppure, lo scorso 4 dicembre, si alzarono barricate contro la proposta renziana di porre fine al bicameralismo perfetto, sopprimendo il Senato elettivo.  Una vera e propria ipocrisia da parte di chi allora era segretario del Pd. Però, con una bella faccia tosta, Bersani (e soci), oggi si appellano esplicitamente all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, quando hanno votato per lesionarla, quella Carta costituzionale, impedendole di garantire posti di lavoro.

Dopo lo strappo con Renzi, Bersani e Speranza hanno dato vita a Mdp insieme a D’Alema, cioè l’uomo che si vantò, da premier, di aver fatto registrare il record europeo nelle privatizzazioni.

Oggi, di fronte allo sbando generale della politica, nessun vero programma salva-Italia da Pd, Berlusconi e 5 Stelle, nessuno ha il coraggio di denunciare la viltà commessa quando fu accettata, senza discussione e senza informare il popolo italiano, la modifica Costituzionale che ci ha ammazzato in questi anni.

Ha voglia Renzi, di fare leggi per aiutare chi è senza lavoro, di modificare la legge sul lavoro, non ci riuscirà mai, perché quella clausola che lui non avrebbe mai accettato, fu accettata, passandola sotto silenzio, anzi importa ipocritamente dal chi adesso si proclama Mdp.

Non parlo di Forza Italia perché non reagì e non informò nessuno, era il suo metodo, ma Bersani, con “la sua cosiddetta ditta” ha condiviso una modifica costituzionale che in pratica ha paralizzato il paese, con un sangue freddo e una consapevolezza da brividi.

E adesso nessuna parola su questo, nessuno che dice che fu un errore, nessuno che si vergogni, nessuno che confessi pubblicamente la sua ipocrisia.

La fine del lavoro, il prolungarsi di un precariato insostenibile, la dicoccupazione permanente e della speranza in un futuro migliore per il paese furono definitivamente firmati allora.

Eppure in Europa stiamo zitti. Renzi, l’unico che ha cercato veramente di rimediare un po’, è riuscito ad ottenere maggiore flessbilità, ma l’eurocrazia europea sapeva bene che anche questo sarebbe servito a poco e per poco tempo. Adesso siamo tornati indietro, anche a causa delle mancate riforme del 4 dicembre 2016.

Si dice che abbiamo perduto il referendum perché è intervenuto Putin con la sua propaganda occulta. Io dico che l’Italia aveva già perso nel 2012 quando, chi comandava allora, accettò senza fiatare la modifica Costituzionale che imponeva il pareggio di bilancio. Semmai Putin, che è sempre ben informato,  ha temuto che una persona competente, come Renzi, che già in Europa qualcosa aveva ottenuto, prendesse in mano più saldamente le redini dell’Italia, e boicottando il referendum, ha dimostrato di preferire gente incompetente con cui trattare i propri interessi. E’ così che fanno i dittatori.

 

LA LIBERTÀ

LA LIBERTÀ

Il litigio in casa. Lei, gelida: «Sei libero di andartene, quella è la porta».

Per strada: «Lì c’è un posto libero, puoi parcheggiare».

Confidenziale: «Sei libera questa sera? Usciamo?».

Nel sondaggio: «Come trascorre, Signore, il suo tempo libero?»

«La libertà di stampa, non è un diritto assoluto» tuona un tale, infastidito dal fatto che la gente possa essere informata di cose che – suo avviso – non sono come sembrano.

In televisione: «Il mio decreto libererà finalmente le imprese  dai lacci e laccioli della burocrazia», afferma severo e accigliato il ministro, con piglio di innovatore, dimenticando di essere, da molto tempo, parte decisiva di quella burocrazia.

E poi: sei libero di dire quello che vuoi, sei  libero, liberissimo di mentire. Sei libero di votare i partiti e le liste che hanno approntato;  sei libero (abbastanza) di sceglierti uno o più partner sessuali purché adulti;  sei libero ci comprare e vendere; sei libero di mangiare e bere quando e cosa vuoi; sei libero di vestirti come ti pare; sei libero di indignarti perché non ti fanno sapere le cose, e perché i programmi televisivi sono troppo cretini e omologati: ma comunque sei libero di cambiare canale, spegnere la tv, oppure cercare (ancora e abbastanza) quello che vuoi sapere su internet. Sei libero di lasciarti andare, ma anche di curarti fino all’ossessione. Sei libero di andare al mare due settimane, o in montagna, oppure di rimanere in città.

Appartieni infatti a quella parte del mondo, l’Occidente, dove c’è libertà. Non ci sono chiari e visibili ostacoli all’esercizio della libertà: non c’è un evidente e predominante organizzazioni di prigioni, soprusi, violenze, educazione coattiva, oppressione religiosa e/o ideologica inflitta attraverso confessionali o cellule di partito.

Questo elenco di libertà (al plurale) – che potrebbe essere assai più lungo e più serio o serioso comprendendo le libertà (o sarebbe meglio chiamarle diritti o poteri/possibilità?) garantite dalla Costituzione – non ci dà la sensazione di essere liberi, piuttosto ci sembra si riferisca ai preliminari, alle condizioni minime per vivere la libertà.

Ovviamente la parola la usiamo  di continuo: poche parole sono più banalizzate di questa. Ma se riflettiamo, cioè ci chiniamo a guardare ciò che stiamo dicendo e facendo, non percepiamo di essere liberi. Si usa dire, piuttosto sommariamente, che la libertà è cieca su se stessa. Finché c’è, è banale e sfuggente, come la luce o l’aria, non ci si fa caso. Solo la stretta soffocante del suo opposto, la necessità, la fa balenare su uno sfondo oscuro. Non percepiamo infatti di essere liberi dal bisogno  (e questa è una cosa seria!) finché possiamo mangiare, dormire, leggere e ascoltare musica: appena questa possibilità (ma chiamiamola per il nostro mondo diritto o potere) viene messa in dubbio o viene minacciata, iniziano a percepire di respirare meno bene, di vedere male.

Ma il nostro grande eppur piccolo universo non ci viene rappresentato come dominato dal bisogno e dalla necessità, né –  o almeno non visibilmente – da alternative drammatiche tra oppressione e libertà, altri, di altre parti del mondo, forse, effettivamente si vede che sono costretti, che hanno vite che non possono scegliere, costretti ad emigrare, costretti ad accettare qualunque lavoro, costretti in campi di prima (?) accoglienza, costretti a rischiare la vita in un gommone nel canale di Sicilia.Per loro, certo, la libertà assume i contorni del sogno, della terra promessa, la dimensione eroica del resistere all’oppressione, alla morsa della necessità.

E noi? Possiamo scegliere tra modelli di vita che sembrano diversi, tra stili di governo che sembrano diversi e che possiamo comprare o non  comprare, tra giornali e canali televisivi che sembrano diversi. Siamo liberi, persone libere e popoli liberi, ma non sappiamo affatto cosa sia libertà e – volendo usare una parola un po’ strana  che allude a piaceri, passioni, emozioni che vengono saturate in un grosso supermercato – non ce la godiamo la libertà. Possediamo cosse che sembrano essere affini ma…

C’è una distanza profonda tra le libertà – quella relativamente precisa collezione di diritti e di disponibilità la cui soppressione avvertiremmo come intollerabile, che consideriamo indiscussa, inalienabile ed acquisita: libertà civili, economiche, politiche, sociali, culturali, libertà libertine e libertarie, libertà di movimento, libertà di spirito, tutte cose importanti, che sarebbe folle sottovalutare, soglia minima che delimita lo spazio vuoto per l’esercizio della libertà; ma anche libertà banalizzate, travolta da un’inflazione di parole che ne rendono inafferrabile il significato – e l’idea di libertà.  Più se ne parla, più si rivendica, più l’idea di libertà – che la nostra cultura ci impegna a dimostrare presente, a rappresentare come una cosa che c’è: una qualità, un bene,  che come tutti i beni ha un valore, e dunque l’Umanità tutta e ciascuno la devono possedere in  quantità  maggiore possibile . più quest’idea sfugge all’abbraccio come un fantasma e sfuma in eventi del passato, quando fu conquistata,  eventi ricordati con venerazione sì (la rivoluzione francese, quella americana, la resistenza, per qualcuno il sessantotto), ma anche tenuti a prudente distanza, pericolosi come sono, illuminati da lampi di terrore e di anarchia. Meglio pensare che la libertà noi occidentali ce l’abbiamo già, che è già realizzata, che ce ne siamo appropriati per sempre (siamo o non siamo nel regime perfetto e non ulteriormente perfettibile della democrazia liberale?).

Ce l’abbiamo dunque: e cosa sarebbe la libertà, nel nostro caso? Sembrerebbe una sorta di potere/potenza che ogni soggetto individuale o collettivo possiede per natura o per destino storico e che mette al servizio della sua volontà (sovrana, autonoma) per tradurla in atto. Un nodo di individualismo, soggettività, volontà e sovranità che si contrappone a qualsiasi forza possa condizionarla o diminuirla dall’esterno. Essere liberi, per la nostra cultura, è essere sovrani, essere “auto-nomi” (dare legge a se stessi), poter fare e dire senza ostacolo che non sia patteggiato e contrattato con noi stessi e con quello che si usa chiamare il nostro “libero arbitrio”, autodeterminazione, “libertà da” e “libertà di” iscritte entrambe nel codice dell’avere: noialtri abbiamo diritti e libertà, cioè abbiamo a disposizione qualcosa e di conseguenza questo qualcosa deve essere reso disponibile perche noi (che siamo liberi) ne approfittiamo.

Se sono libero di curarmi la sanità deve essere messa da disposizione di questa mia volontà. Ma questo implica regole,  condizioni necessità, doveri,  perché quelle libertà non siano, come diceva il vecchio Marx, solo “formali”, cioè pure enunciazioni verbali. Perché le libertà non possono rimanere in potenza, cioè impotenti, ma richiedono che quella potenza sia attuata.  E dunque si affollano regole, condizioni, doveri,  uno strano rovesciamento della libertà nel suo opposto. Eppure la parola libertà ha un’etimologia  sorprendentemente diversa da questo coacervo di individualismo, sovranità,  autonomia, viene dall’indoeuropeo “leudbo” che ha tra i suoi significati quello di “popolo, gente”. L’inglese free, “libero”, ha poi la stessa radice dell’indoeuropeo “pryios”. “amato, caro, familiare”: qualcosa di ben diverso dalla piega individualistica, difensiva, , dallo slegame, dall’esenzione, dall’esonero che sembrano per noi inevitabilmente connessi all’idea di libertà.

E se non fosse in’idea? Se non appartenesse al regime dell’avere ma a quello dell’essere? Se si è liberi, piuttosto che avere libertà più o meno ampie? Se invece che un’idea la libertà fosse un’esperienza, un’azione viva che solo un vivente può vivere e testimoniare? Allora la tradizionale  riflessione concettuale sulla categoria, sull’idea di libertà, le moltissime definizioni teoriche che ne sono state date andrebbero affiancate da un evento o un atto vivente di libertà.  E poiché l’atto, l’esperienza,  deve pur essere comunicata, le mostre teorie andrebbero affiancate da un racconto, da un dramma, da una scena rappresentata e raccontata, in cui siamo chiamati, come spettatori appassionatamente coinvolti, a guardare qualcuno, l’Eroe: qualcuno che con il suo gesto, con la sua scelta di vita,  testimonia di “essere libero”. Nel raccontare di lui ne facciamo un eroe.

(Tratto e riassunto da “Eroi della liberta” di Laura Bazzicalupo)