AUSMERZEN Vite indegne di essere vissute


AUSMERZEN Vite indegne di essere vissute

Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce, ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo. Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia, vanno soppressi”.

Nel giorno della memoria, 27 gennaio 2022, propongo questo libro di Marco Paolini, Ausmerzen.

Nella storia dello sterminio non a tutti è noto, prima e dopo Auschwitz, era annidato il Dna di ogni soppressione di creature umane difettose, indifese «vite indegne di essere vissute». Marco Paolini si immerge in quelle tenebre e il suo racconto porta in piena luce il modello nascosto della eliminazione dei deboli.

“Questa è la storia di uno sterminio di massa conosciuto come Aktion  T4 sta per Tiergartenstraße numero 4, un indirizzo di Berlino. Durante Aktion T4 sono stati uccisi e passati per il camino circa trecentomila esseri umani classificati come “vite indegne di essere vissute”.

Cominciarono a morire prima dei campi di concentramento, prima degli zingari, prima degli ebrei prima degli omosessuali e degli antinazisti e continuarono a morire dopo, dopo la liberazione, dopo che il resto era finito.

I commenti al libro sono stati presi dalle copertine.

Tuttavia preme sottolineare come la strage di queste persone sia continuata anche dopo la liberazione, sotto gli occhi dei “liberatori”, russi e americani, senza che nessuno ponesse fine alla strage.

È un libro che non parla strettamente di ebrei, ma che mette in luce come il nazismo impose la disumanizzazione, di un corpo-stato, governato da un capo, che espelle le parti malate di sé.

La scienza diede il proprio avvallo, la chiesa tacque, molti girarono lo sguardo altrove.

Poi, fu troppo tardi.

Libro che consiglio caldamente.

(AUSMERZEN Vite indegne di essere vissute di Marco Paolini Ed. Einaudi)

FUNERAL BLUES


FUNERAL BLUES

Fermate gli orologi, tagliate i fili del telefono
e regalate un osso al cane, affinché non abbai.
Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risonanti tamburi,
che avanzi la bara, che vengano gli amici dolenti.

Lasciate che gli aerei volteggino nel cielo
e scrivano l’odioso messaggio: lui è morto.
Guarnite di crespo il collo bianco dei piccioni
e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri.

Lui era il mio nord, era il mio sud, era l’oriente e l’occidente,
i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa,
era il mezzodì, la mezzanotte, la mia musica, le mie parole.
Credevo che l’amore potesse durare per sempre. Beh, era un’illusione.

Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno.
Buttate via la luna, tirate giù il sole,
svuotate gli oceani e abbattete gli alberi.
Perché da questo momento niente servirà più a niente

H. Auden

[Diventata famosa grazie ad una scena molto commovente del film “Quattro matrimoni e un funerale” , la poesia “Funeral blues” del poeta britannico W. H. Auden (1907 – 1973) è un canto, dai toni malinconici, dedicato alla persona amata che se ne è andata via per sempre. È un lamento disperato e inconsolabile sulla difficoltà di accettare e affrontare la morte. Eppure, i suoi versi così tristi hanno la straordinaria capacità di apparire come l’unico conforto per il poeta].

E L’AMORE GUARDÒ IL TEMPO E RISE


E L’AMORE GUARDÒ IL TEMPO E RISE


E l’amore guardò il tempo e rise,
perché sapeva di non averne bisogno.
Finse di morire per un giorno,
e di rifiorire alla sera,
senza leggi da rispettare.
Si addormentò in un angolo di cuore
per un tempo che non esisteva.
Fuggì senza allontanarsi,
ritornò senza essere partito,
il tempo moriva e lui restava.

Luigi Pirandello

PIÙ BELLE


PIÙ BELLE

Più belle sono le poesie della felicità.

Come il fiore è più bello dello stelo
che pure lo porta
sono più belle le poesie della felicità.

Come l’uccello è più bello dell’uovo
come è bello quando si fa luce
è più bella la felicità.

E più belle sono le poesie
che non scriverò.

(Hilde Domin)

.

[Hilde Domin (1909-2006) è stata uno dei più grandi poeti tedeschi del secolo scorso: le sue poesie risentono dell’incertezza dell’esilio – figlia di un avvocato ebreo, nel 1932 emigrò in Italia, dove completò gli studi, e si spostò poi in Inghilterra e nella Repubblica Dominicana prima di tornare in patria, ad Heidelberg, nel 1961. Questa incertezza può spiegare la predilezione per il non detto, per il non compiuto – la poesia più bella è quella che non si è ancora scritta e non si scriverà forse mai, è quella che si può leggere tra le righe, intravedere in filigrana: “Poesia / la non parola / tesa / fra / parola e parola”].

CROSSROADS


CROSSROADS

Leggendo i libri di Jonathan Franzen si provano due sentimenti contrastanti: piacere e disagio.

Il piacere deriva da una lettura coinvolgente dall’inizio alla fine, dalla capacità dell’autore di tratteggiare i suoi protagonisti, scavando nella loro psiche e nel loro passato, dalla coralità del racconto che intreccia le vicende di svariati personaggi.

Il disagio deriva, semplicemente, dal contenuto.

Franzen è maestro nell’indagare la doppiezza, le contraddizioni, le piccolezze degli uomini e delle famiglie.

Non sfugge alla regola l’ultimo romanzo Crossroads, eletto romanzo dell’anno da La lettura del Corriere della Sera.

Siamo a New Orospect, Chicago, nel 1971: l’intera vicenda si snoda fra l’Avvento e la Quaresima.

Come un entomologo che prende in esame uno a uno i suoi insetti, l’autore ci presenta i componenti della famiglia Hildebrandt: Russ, pastore di una chiesa locale i cui slanci ideali sono spenti da una crisi che non risparmia il suo matrimonio e il suo ruolo nella comunità cristiana; la moglie Marion, rassegnata a un presente che certo non la soddisfa e segnata da un passato drammatico; il figlio primogenito Clem che, interrotta bruscamente una relazione, decide di partire per il Vietnam perché si sente in colpa ; la figlia Becky, incerta tra afflati religiosi  e il desiderio di conquistare un ragazzo già impegnato; infine Perry, adolescente geniale ma fragile e incline alle dipendenze.

La narrazione procede dando voce a questi cinque personaggi e fin dall’inizio si ha la sensazione di una corsa verso il baratro. Baratro in cui, puntualmente, cadranno, anche se non sarà la parola finale, perché dopo il fallimento ciascuno dei membri della famiglia Hildebrandt troverà un modo personale, per quanto discutibile, di darsi una nuova possibilità.

Tutti i personaggi sono lacerati da una contraddizione di fondo, dalla lotta interiore fra l’aspirazione a essere migliori e a seguire i dettami della religione (usando spesso Dio per giustificare le proprie scelte) e pulsioni molto, molto umane.

Franzen scava come solo lui sa fare nei loro animi (la ricostruzione del passato di Russ e Marion costituisce un romanzo nel romanzo) per raccontare la nostra miseria morale, il nostro tradire continuamente gli ideali ai quali ci eravamo consacrati (sarà un caso che la storia si svolga all’unizio degli anni ’70?), ma anche il desiderio di superare l’ipocrisia per tentare un nuovo inizio.

(Crossroads di Jonathan Franzen  Ed Einaudi)

[Jonathan Franzen, 62 anni, è considerato uno dei maggiori autori americani contemporanei. È autore, tra l’altro, di Le corruzioni, Libertà, Purity]

GERMOGLI DI DESIDERIO


GERMOGLI DI DESIDERIO

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio.

Ci vendemmia il sole.

Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse.

Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa.

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1º giugno 1970) è stato un poeta e scrittore italiano.

NON CI SONO DUBBI, NELLA DONNA C’È UN DIFETTO: QUALCHE VOLTA SI DIMENTICA QUANTO È IMPORTANTE E QUANTO VALE


NON CI SONO DUBBI, NELLA DONNA C’È UN DIFETTO: QUALCHE VOLTA SI DIMENTICA QUANTO È IMPORTANTE E QUANTO VALE

Quando Dio creò la donna, era già al suo sesto giorno di lavoro.

Un angelo gli chiese: «Come mai ci metti tanto tempo con questa?»

Il Signore rispose: «Hai visto il mio progetto per lei? Dovrà bastargli una dieta fatta di cose semplici, persino avanzi, avere un grembo che possa accogliere quattro bimbi contemporaneamente, avere un bacio che possa curare da un ginocchio sbucciato a un cuore spezzato e riuscirà a fare tutto con solo due mani».

L’angelo si meravigliò dei requisiti.

«Solo due mani… Impossibile! È un lavoro troppo gravoso per completarlo in un giorno, aspetta fino a domani per finirla».

«No», disse il Signore. «Sto per terminare questa creazione e ci sto mettendo tutto il mio cuore, lei si curerà da sola quando si ammalerà e potrà lavorare diciotto ore al giorno».

L’angelo si avvicinò di più e toccò la donna.

«Però l’hai fatta così delicata! Signore».

«È delicata», ribatté Dio, «però l’ho fatta anche robusta. Non hai idea di quello che sarà capace di sopportare e ottenere».

«Saprà anche pensare?» chiese l’angelo. Dio rispose: «Non solo sarà capace di pensare ma anche di ragionare e di trattare».

L’angelo in quel momento notò qualcosa, allungò la mano e toccò la guancia della donna.

«Signore, pare che questo modello abbia una perdita».

«Ti avevo detto che sto cercando di mettere in lei moltissime cose, non c’è nessuna perdita, è una lacrima». Lo corresse il Signore.

«A cosa serve la lacrima?» chiese l’angelo.

Dio disse: «Le lacrime sono il suo modo di esprimere la sua gioia, la sua pena, il suo disinganno, il suo amore, la sua solitudine, la sua sofferenza, e il suo orgoglio».

Ciò impressionò molto l’angelo. «Sei un genio Signore, hai pensato a tutto. La donna è veramente meravigliosa».

«Lo è!» Confermò Dio.

Le donne hanno delle energie che meravigliano gli uomini.

Affrontano difficoltà, reggono gravi pesi, danno felicità, amore e gioia.

Sorridono quando vorrebbero gridare, cantano quando vorrebbero piangere, piangono quando sono felici e ridono quando sono nervose.

Lottano per ciò in cui credono.

Si ribellano alle ingiustizie.

Non accettano un “no” per risposta quando credono ci sia una soluzione migliore.

Si privano di molte cose per mantenere la famiglia.

Vanno dal medico con un’amica timorosa.

Amano incondizionatamente.

Piangono quando i loro figli hanno successo e si rallegrano per le fortune dei loro amici.

Sono felici quando sentono parlare di un battesimo o un matrimonio.

Il loro cuore si spezza quando muore un’amica.

Soffrono per la perdita di una persona cara.

Senza dubbio sono forti quando pensano di non avere più energie.

Sanno che un bacio e un abbraccio possono aiutare a curare un cuore spezzato.

Non ci sono dubbi, nella donna c’è un difetto: qualche volta si dimentica quanto è importante e quanto vale.

(Dal Web. Non conosco l’autore)

IL FIORE CHE OGGI SORRIDE


IL FIORE CHE OGGI SORRIDE

Il fiore che oggi sorride

domani morirà
ciò che desideriamo
durevole ci tenta e va
via. Che cosa è la gioia
del mondo? Un lampo che irride
alla notte, breve come la propria
luce.
La virtù come è fragile
l’amicizia come è rara
l’amore ci da’ una povera
felicità in cambio di orgoglio
e pena. Ma noi, benché cadano
subito, alla loro gioia sopravviviamo
e a tutto quello che diciamo
nostro.
Mentre i cieli sono azzurri e
di luce, mentre i fiori sono lieti
mentre gli occhi che prima
di sera cambieranno fanno sereno
il giorno, mentre ancora camminano
calme le ore, sogna tu, e dal tuo
sonno svegliati poi, per
piangere.

 Percy Bysshe Shelley
[Percy Bysshe Shelley, (Field Place, Sussex, 4 agosto 1792 – mare di Lerici, 8 luglio 1822), è stato un poeta inglese, uno dei più grandi poeti romantici].

“DI SPORCIZIA NON È MAI MORTO NESSUNO”


DI SPORCIZIA NON È MAI MORTO NESSUNO

Di sporcizia non è mai morto nessuno” dicevano le nostre nonne, ed è vero.

Ma c’è di più: vivere a contatto con lo sporco renderebbe addirittura più felici e meno stressati.

Ma attenzione al tipo di sporco, ovviamente: non dobbiamo trasferirci in una discarica per vivere una vita più appagante!

Ciò che dobbiamo fare per coltivare ed accrescere il nostro benessere psichico è piuttosto riconquistare il contatto con la natura, con la campagna, fatto anche di contatto con il terreno, con gli animali, con l’aria buona della campagna.

Sappiamo che trascorrere troppo tempo chiusi fra le quattro mura di casa può avere effetti molto negativi sulla nostra psiche, e questi anni di pandemia ce lo hanno insegnato bene: insonnia, depressione, ansia e problemi relazionali sono i mali dei nostri tempi, accompagnati, ovviamente, dalla pandemia da Coronavirus che ancora miete vittime.

La pandemia che stiamo vivendo, inoltre, ha portato ad un’estrema intensificazione delle pratiche igieniche e della pulizia (personale e degli ambienti), una forma di contrasto alla diffusione dell’epidemia suggerita dagli scienziati di tutto il mondo: gel disinfettante per le mani, igienizzanti per vestiti e superfici, pulizie profonde e frequenti di tutto ciò che tocchiamo, sanificazione degli ambienti, ogni cosa che tocchiamo può essere potenziale veicolo del virus, e quindi è giusto igienizzarla e disinfettarla.

Ma dimentichiamo per un momento la pandemia e il terrore infuso dal Coronavirus e torniamo con la mente a quando, da piccoli, amavamo pasticciare con le mani nel terreno o nella sabbia, rotolandoci senza paura di sporcarci, alla ricerca di sensazioni tattili gradevoli, in quella forma di esperienza infantile del mondo in cui ogni piccola cosa è una scoperta.

Ci divertivamo, e anche parecchio, ma c’è una spiegazione scientifica a questo fenomeno o sono solo i ricordi dell’infanzia edulcorati dal filtro del tempo che è passato?

In realtà, un fondamento di scientificità in quella sensazione gradevole e benefica c’è: esiste infatti un microbo, presente nel terreno, che ha effetti benefici sul nostro umore poiché stimola il rilascio della serotonina, l’ormone della felicità.

È il Mycobacterium vaccae, chiamato così perché isolato per la prima volta nello sterco di una mucca.

Uno studio condotto dai ricercatori di Bristol qualche anno fa ha dimostrato come questo abbia effetti positivi sul cervello umano, portandoci ad essere più felici e rilassati, e a risentire meno dello stress: sono stati analizzati gli effetti di questo microbo su pazienti malati di cancro, che hanno riportato in generale una migliore qualità della vita e una minore tendenza allo stress e al nervosismo.

Insomma, questo minuscolo batterio sembrerebbe proprio un antidepressivo naturale, privo di effetti collaterali ma che provocherebbe, proprio come gli antidepressivi prodotti in laboratorio,– una sorta di “dipendenza”.

Questo è uno dei motivi per cui stare all’aria aperta e a contatto con gli animali ci fa stare così bene dal punto di vista psicologico, e perché le persone che curano un orto o un giardino sono tendenzialmente più felici: respirando questo microbo o venendone a contatto con le mani, stimolano il rilascio di serotonina.

Come fare per trarre anche noi vantaggio da questa scoperta scientifica?

Fuggiamo nella natura ogni volta che possiamo: basta anche una passeggiata nel parco o in un bosco per iniziare ad apprezzare i benefici di questo microbo.

In alternativa, organizziamo vacanze a contatto con la natura e rotoliamoci nel terreno, abbracciamo le mucche e raccogliamo a mani nude i frutti dagli alberi: saremo più felici e rilassati, e ci porteremo anche a casa, in città, questa splendida sensazione, gli effetti del Mycobacterium vaccae restano fino a tre settimane dopo l’esposizione alla natura.

UNA MELA AL GIORNO


UNA MELA AL GIORNO

Dicevano gli antichi che una mela al giorno leva il medico di torno. E se ci mettessimo pure una poesia?

CHI SONO

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
“malinconia”.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgìa”.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

(Aldo Palazzeschi)

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