È LA TV, CHE VUOI FARCI?


È LA TV, CHE VUOI FARCI?

Simpatia, antipatia.

Mi piace, non mi piace.

Se la tira, non se la tira.

Lo spettatore diventa binario, quando guarda la televisione, mentre il piccolo schermo, che piccolo non è più, semplifica, banalizza, deforma tutto e tutti.

In un’intervista sono pochi i registri utilizzati dal pubblico per capire l’intervistato di turno.

Si tenta di conoscere la persona.

Un po’ meno quello che dice.

Moltissimo come lo dice.

Per niente ciò che è.

Se ha la battuta pronta guadagna punti.

Se è simpatico, magari anche telegenico, il credito gli è assicurato.

Non importa se chi parla è un imbonitore, un politico navigato, un attore, un pagliaccio o un emerito imbecille.

Alcuni intervistati sembrano ondeggiare tra le cinque categorie, altri si specializzano in una soltanto, altri ancora le cavalcano tutte.

Ma se strappa un sorriso o un applauso il gioco è fatto.

Promosso!

Anche se poi quando sei sola, a schermo spento, ti assale un dubbio.

Ma cos’ha detto veramente?

O peggio: ti rendi conto non ha detto niente.

E non parlo di talk show, dove tutti si parlano sopra e alla fine non si capisce niente. Si prova fastidio.

E lo scopo di queste numerose trasmissioni: confondere le persone, non far capire come stanno le cose, mettere strani dubbi, infondere insicurezza.

Un popolo insicuro lo porti dove vuoi.

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IL PD AVEVA UN LEADER CARISMATICO


IL PD AVEVA UN LEADER CARISMATICO

Eccoci qua, elezioni finalmente finite, risultati più o meno come da previsioni e non come alcuni sondaggi.

Alcune considerazioni preventive.

Ci sono giornali, “giornalisti” e programmi televisivi che in teoria si sono sempre spacciati come vicini alla sinistra ma che in realtà hanno contribuito alla netta vittoria della destra. Si potrebbero fare mille esempi ma basterebbe vedere chi è sempre stato l’oggetto di critiche feroci, denigrazioni continue e molte volte vicine alla calunnia e diffamazione.

Lo sapete benissimo, si chiama Matteo Renzi. Contro di lui ossessivamente ogni giorno e di conseguenza contro il suo elettorato. Di politica non c’è mai stato nulla, ma solo odio personale seminato alle masse del Paese. Questo è fondamentale per capire alcune cose emblematiche.

Il Pd aveva con Renzi un forte e carismatico leader ma questo alla “ditta” non andava bene. La “ditta” è bene ricordarlo è quella parte buia e meschina che trama sempre nell’ombra del potere, persone che parlano a nome del Pd ma che non hanno mai avuto un ruolo ufficiale, tipo il thailandese Bettini. Ecco, questo è doveroso ricordarselo perché è il fatto che cambia la storia del nostro Paese.

Da quel momento è iniziato un processo distruttivo del Partito Democratico e della sua vocazione maggioritaria e riformista.

I responsabili politici hanno nomi e cognomi ad iniziare da D’Alema, Bersani, Zingaretti, Letta, Speranza, Emiliano e compagnia. Loro con l’aiuto di una certa “informazione”, apparentemente di sinistra o comunque vicina, hanno lavorato costantemente alla denigrazione del loro Segretario legittimamente eletto, creando un danno irreversibile.

Umanamente e politicamente non era più possibile per Renzi, ma soprattutto per i suoi sostenitori, rimanere in un partito che ti odia senza motivo politico, ma solo per questioni di potere.

Eliminato Renzi dal Pd, il partito è politicamente morto, privo di ogni vitalità, discussione e anima. Non a caso da quando è andato via Matteo e il suo gruppo, il Pd non ha più tenuto un reale congresso nazionale, ma anche a livello territoriale, è rimasto tutto congelato.

In alcuni territori gli organi di partito praticamente non esistono più dal 2019.

Questo reale processo involutivo ha visto altri due pseudo segretari: prima Zingaretti, eletto al grido mai con i 5Stelle, per poi finire con l’urlare “o Conte o il voto”. Zingaretti alla fine si è dimesso da segretario del Pd, accusando il suo partito di pensare solo alle poltrone. Ecco questo un momento di verità che però riguardava anche lui.

In tutto questo il Pd non ha avuto nessuna scossa motivazionale. Tutti zitti per paura di perdere la poltrona e di non riottenere la candidatura.

Per questo hanno deciso di richiamare l’esiliato Letta. Lo stesso che i suoi sodali avevano mandato a casa per mettere Renzi e salire in quel momento sul carro del vincitore.

Era ovvio che Enrico Letta non avesse né tempra, né vivacità e autorevolezza per rigenerare il Pd. Anche Letta ha fatto come Zingaretti ma è inversamente. È Partito con Conte alleato strutturale, a Conte falso strutturale.

Risultato: Pd al 18%, in completo disfacimento e soprattutto all’opposizione.

Questa volta non ci sarà l’odiato Renzi a riportare il Pd al governo nonostante avessero perso le elezioni. E anche questo andrebbe ricordato.

Ma questo il punto: non siamo arrivati al 26-27% della Meloni a caso.

Ci siamo arrivati perché la solita parte del Pd, la solita “informazione”, la solita Tv ha passato anni e anni ha parlare male dell’unico che cercava di allargare il Pd e di dargli un’anima riformista attuale e al passo con i tempi.

Non parlatemi di Renzi poco di sinistra e troppo di destra perché anche sta cavolata è stata superata dalla realtà.

Abbiamo visto Letta e Zingaretti aprire non solo a Forza Italia, ma anche alla Lega.

Insomma, questa la realtà storica.

La destra è al governo del Paese, come conseguenza naturale di ciò che è stato fatto in tutti questi anni.

Moralisti, commentatori, esperti e politicanti, tutti fintamente di sinistra che hanno lavorato, consciamente o meno, per distruggere la propria casa e il proprio vicino.

Ora la situazione è questa, e mica hanno finito.

L’oggetto più bersagliato è sempre lui. Ma già in molti guardano per sperare che si inventi qualcosa per evitare un governo di estrema destra.

Una cosa c’è da dirla, chi credeva di isolare Renzi e i suoi sostenitori, ha perso nuovamente. I

n parlamento e al Senato andranno in tutto 30 persone che rappresenteranno il nuovo progetto di Renew Europe.

E di una cosa sono sicuro: saranno nuovamente determinati a salvare l’Italia.

(Dal blog di Andrea Viola)

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L’ASCIA


L’ASCIA

E gli alberi votarono per l’ascia, perché l’ascia era furba e li aveva convinti che era una di loro, perché aveva il manico di legno.

(Proverbio turco)

 

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IL RICATTO DI PUTIN AI POLITICI ITALIANI


IL RICATTO DI PUTIN AI POLITICI ITALIANI

Ci avete fatto caso? Tutte le volte che Putin minaccia i politici italiani di rivelare certi loro rapporti con lui, solo tre di loro rispondono risentiti alle richieste di chiarimenti.

Solo Conte, Salvini e Berlusconi reagiscono malamente, facendo la parte delle vittime calunniate da quei, pochi, che gli chiedono conto. Ma non sono queste loro reazioni a colpire in modo preoccupante.

Il fatto è che ogni volta che Putin minaccia, mentre gli altri alzano il tiro contro di lui confermando solidarietà e aiuti all’Ucraina, Conte, Salvini e Berlusconi, invece, si spostano sempre più su posizioni favorevoli alla Russia. Come non pensare che stiano cedendo ad un ricatto?

Alla prima uscita ricattatoria, alcuni mesi fa, tutti e tre hanno posto dubbi sull’efficacia delle sanzioni, hanno chiesto lo stop all’invio di armi all’Ucraina, hanno criticato la linea unitaria dell’UE in nome di una fantomatica via diplomatica rifiutata sempre da Putin.

Se quella fosse stata la posizione del governo italiano saremmo rimasti isolati nel mondo insieme all’Ungheria, all’Iran, alla Corea del nord e ad un’altra mezza dozzina di regimi dittatoriali.

Ora Putin, in difficoltà, perché le sanzioni e la resistenza ucraina funzionano, manda un altro avviso pubblicando le foto dei leader italiani in visita a Mosca.

Un avvertimento innocuo per tutti, ma non per loro, che nel giustificarsi, trattandosi di foto di visite di Stato, aggiungono considerazioni che smentiscono, in modo ancora più palese, le posizioni ambigue e ondeggianti tenute fino ad ora.

Conte, mellifluo e camaleonte come al solito, che prima dell’avvertimento mafioso di Putin si era detto orgoglioso della controffensiva ucraina, oggi insiste sul non invio di armi, arrivando a sostenere che l’Italia persegue una politica succube dell’UE, a sua volta sottomessa agli Usa. Fa la mosca cocchiera del suo amico Trump. Applausi da Mosca.

Salvini, il guappo di cartone, inquadra il no alle sanzioni, che non può più sostenere che non funzionino, sottolineando i danni che ne derivano agli italiani e mettendo sotto accusa l’UE, ma tacendo sul danno definitivo che avremmo da una vittoria di Putin, possibile solo in assenza di sanzioni e della resistenza ucraina. Standing ovation dal Cremlino.

Berlusconi, che deve sempre primeggiare, soprattutto quando si tratta di fango, arriva al punto di sposare totalmente la linea Putin, come mai fatto in precedenza.

Secondo Berlusconi, infatti, il macellaio del Cremlino ha reagito alle provocazioni dell’occidente, ha attaccato l’Ucraina per liberare i russofoni del Donbass, la guerra si doveva risolvere occupando Kyiv e sostituendo il cattivo Zelensky con un governo di persone “perbene”. Uomini d’onore di certo. Tripudio in casa Putin.

I tre, come un sol uomo, rispondono così al ricatto mafioso di Putin.

Che razza di governo sarebbe quello che li vedesse coinvolti, direttamente o indirettamente? Che razza di politica estera ed economica metterebbero in piedi, quella al soldo di Putin per staccarci dall’Europa? Una cosa che significherebbe sicuro default per l’Italia?

Noi possiamo intuire, da tanti fatti, il perché siano così cedevoli al ricatto di Putin, ma loro sanno bene quel perché.

E tremano e reagiscono come fanno i colpevoli.

Ricordate la visita a Mosca di Renzi Presidente del Consiglio, quando, dopo avere detto in faccia a Putin e in pubblico della mancanza di democrazia e diritti in Russia, andò a deporre fiori sul luogo dell’assassinio del dissidente Nemtzov?

Fu un atto di libertà e coraggio fatto davanti al mondo.

L’unico che ebbe il coraggio di dimostrare, con una mossa significativa, che cosa pensava di Putin.

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IL PUNTO DI NON RITORNO


IL PUNTO DI NON RITORNO

L’abbiamo raggiunto quando abbiamo barattato il buonsenso con il consenso.

Quello è stato il vero punto di non ritorno.

Perché fino a lì era sciatteria, era pochezza, era soprattutto misera incapacità di leggere il presente, la nostra politica rachitica, rattrappita su sé stessa, avvitata sul passato, dedita solo alla conservazione di rendite di potere sempre più esigue da spolpare fino all’osso.

Ma, da lì in poi, è stato vero degrado. Umano, morale, sociale.

Nulla è stato risparmiato. Nessun bieco argomento, nessun ludibrio, nessuna gogna, nessun linciaggio. Nulla è scampato al mostro famelico del consenso.

Che vince ma non costruisce.

Che è popolare ma non risolve.

Che è facile ma porta alla rovina.

Che è veloce ma incenerisce.

Che parla ma non dice nulla.

Che promette ma fa solo debiti.

Che si specchia nel proprio narcisismo malato e riflette solo il vuoto che lo genera.

E ci sono cascati tutti dentro. Tutti.

Chi inchinandosi, chi alleandosi, chi copiando linguaggi primitivi in patetici meme.

Perché tutto ormai si brucia così in fretta che un minuto di consenso nel circo dei mediocri può valere una nomina, una carriera, un brevissimo successo prima della caduta che arriva sempre prima, neanche più in termini di anni, ormai.

Gli eroi di oggi devono essere più veloci della luce del giorno, perché domani potrebbero essere già spariti di nuovo.

Non meraviglia che nessuno di costoro abbia saputo riconoscere un uomo ancora capace di dare un valore alla dignità, al rispetto e soprattutto alla parola data.

Non meraviglia che oggi tutti si affannino a pregarlo o, invece, a sentirsi più furbi di lui e passare all’incasso elettorale dei pochi, maledetti e subito.

Non meraviglia che nel mondo alla rovescia dove viviamo si dia la colpa a chi difende l’impegno preso invece che a tutti quelli che hanno blandito cialtroni di bassa risma.

Meraviglia invece, che nessuno abbia ancora capito che il consenso uccide. Ovunque lo si cerchi e comunque si pensi di ottenerlo.

E che sembri ancora lontano il giorno in cui qualcuno si alzerà e dirà agli altri: Torniamo al buonsenso perché con il consenso abbiamo distrutto un paese.

SCEGLIERE IL PEGGIO, UN VIZIO ITALIANO?


SCEGLIERE IL PEGGIO, UN VIZIO ITALIANO?

Vladimir Putin è in evidente e crescente difficoltà, militare, economica, diplomatica. Ora persino sociale, visto l’esodo in massa e le proteste di piazza che tutti i media hanno registrato dopo l’annuncio della mobilitazione dei riservisti.

I suoi presunti alleati (ma lo sono davvero o lo usano come ariete verso l’Occidente?) gli hanno chiaramente detto che non è più tempo di guerra e che questa tragica avventura in Ucraina deve finire.

Parlo di Cina e India, mica paesetti, … poco meno della metà della popolazione terrestre.

Putin dovrà decidere cosa fare, probabilmente lo farà nella perfetta solitudine dell’autocrate, in base ad imperscrutabili ambizioni imperiali, e purtroppo nessuno può escludere gesti inconsulti, come l’uso della potenza nucleare, in qualche forma.

Speriamo nella saggezza almeno dei possessori delle altre due chiavi di armamento dei missili!

Credo che tutti gli Stati, grandi e piccoli, stiano preparandosi a scenari di ogni genere, anche i più nefasti.

Tutti ci auguriamo che tutto finisca bene, ma è certo che i prossimi mesi saranno ad altissima tensione internazionale. E non dimentichiamo la crisi energetica, quella ambientale, le materie prime, l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse che non facilita gli investimenti, …

Il nostro sventurato Paese affronta questo terribile tornante della Storia celebrando elezioni (quale momento migliore …?!), che tutti dicono (vox dei media, e di conseguenza vox populi …) saranno vinte da Giorgia Meloni, indiscussa leader di una destra retriva, ambigua, totalmente inesperta (questo è un dato oggettivo) ed assolutamente inadeguata (questo lo penso io, ma non solo io …) alle necessità del momento. In più, con alleati debolissimi e in disaccordo su tutto.

Eppure vincerà …

Ma a molti sembra che non ci sia alternativa. La coalizione di sinistra non propone nulla di concreto, il PD manco dice con chi e come vorrebbe governare, nella remotissima e del tutto teorica ipotesi di vittoria: con Conte ed il M5S no, hanno fatto cadere Draghi e quindi sono giustamente reietti (almeno da Enrico Letta, che forse la pagherà cara, a partire da lunedì …), Fratoianni e Bonelli nemmeno, contano niente ed hanno programmi non congruenti, Calenda e Renzi “vade retro”; insomma pare proprio che il PD sia fermamente convinto di perdere e che quindi si prepari ad un’opposizione senza grandi prospettive.

Forse farà un Congresso (vero con mozioni alternative, finto, fondativo di un nuovo soggetto, …?), i cui esiti sembrano più oscuri della notte profonda.

Intanto Giorgia vincerà …

Gli italiani si apprestano a mettere un segno su un Partito che credono “nuovo”, ma che in realtà è il più vecchio di tutti. Vecchio per il modo asfittico di concepire il mondo, chiuso, ristretto nei confini, che guarda in cagnesco quello che c’è fuori, che pretende di alzare barriere sociali, commerciali, … in un Paese che da che esiste (da Giulio Cesare in avanti, direi, …) ha nella capacità di interazione col mondo la sua unica forza.

Ma c’è una biondina intraprendente ed aggressiva, col vocione tonante, che sembra così “nuova” …, che non abbiamo mai provato … e allora assaggiamola, come fosse un nuovo sugo pronto, o un nuovo surgelato da mettere direttamente nel microonde …! È in offerta di lancio …!

E infatti vincerà …

Io mi chiedo come un qualsiasi cittadino italiano, anche il più gretto e retrivo, anche il più disinformato, possa non rendersi conto dell’abissale differenza che esiste tra una Giorgia Meloni (con i suoi improbabili e vocianti sodali ed alleati in declino), uno spregiudicato opportunista come Giuseppe Conte, e una assoluta eccellenza della politica mondiale, come è e resta Mario Draghi.

Di fronte a tutto quello che sta succedendo, come si fa a scegliere Giorgia Meloni al posto di Mario Draghi?

Come si può non vedere l’enorme disparità di statura?

E poi, perché? Ripeto, perché? Lo chiedo anche a quelli di destra: cosa sperano di ottenere, mettendo a capo del Paese una persona ed una forza politica palesemente invise al consesso degli alleati più importanti, evidentemente antagoniste delle linee politiche europee, apertamente scettiche sulla funzione dell’Unione Europea e pubblicamente sodali con Paesi e forze politiche ai margini del panorama politico?

Che razza di bene ce ne può venire?

L’ho già scritto e lo ripeto: l’alternativa a tutto questo c’è e si chiama governo di unità nazionale, governo che gestisca l’emergenza (e se non è emergenza questa …), governo presieduto dalla persona che tutto il mondo occidentale (e non solo) si aspetta.

E parliamoci chiaro: sulla scheda elettorale troverete una sola forza politica che chiede e si batte apertamente per questa opzione. Solo una.

Tutto il resto sono chiacchiere. Chiacchiere al vento.

Buon voto.

(Tratto da “Il quaderno di ET)

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LA CAMPAGNA ELETTORALE ALL’INSEGNA DI PEPPA PIG


LA CAMPAGNA ELETTORALE ALL’INSEGNA DI PEPPA PIG

A pochissimi giorni dal voto, dalle elezioni, si è parlato di polarizzazione, o di qua o di la, del voto utile, di Peppa Pig, dei patrioti, delle ingerenze russe coi soldi alla mano per i nostrani appassionati di Putin.

Cresceremo i nostri figli come dei bambini sani. Vogliamo la famiglia tradizionale, con fiamme tricolori.

Basta col reddito di cittadinanza e basta con le troppe tasse, e magari anche un altro condono per le tasse non pagate, che non è voto di scambio, ma politica economica del cavolo, tanto chi ci capisce? Basta dirlo. 

E da un’altra parte: viva il reddito di cittadinanza, così aumentiamo il consenso e riandiamo al governo, che anche qui non è voto di scambio, ma un modo per rendere la vita comoda a tutti.

Altri, con un salto carpiato: andiamo oltre al jobs act, (ma bravo chi capisce che significa?). Peccato non aver fatto lo ius scholae.

I partiti (quasi tutti) sembravano voler rivendicare la patente di atlantismo, come affidavit per poter governare, che non i problemi veri delle persone. Come gli aumenti sconsiderati di tutto, nonché il caro bollette, che nasce non da oggi, ma dall’averci legato mani e piedi ai gasdotti verso la Russia e aver penalizzato, in questi anni, le rinnovabili.

Come ne usciamo? Rigassificatori, trivelle, diversificazioni, rispondono quelli dell’agenda Draghi, che poi, alla fine, non esiste né l’agenda e nemmeno Draghi, almeno al momento.

I rigassificatori non saranno pronti prima della prossima primavera (forse quello di Piombino), le trivelle sono come il grano autarchico di Mussolini e la diversificazione delle forniture del gas, vedremo, già l’Algeria alza le mani sul maggior gas promesso. Il nucleare? Forse quello di quarta generazione, quando sarà pronto.

Questa campagna elettorale è cominciata sotto il caldo torrido di questa estate, dove si parlava di rischio siccità, dei problemi idrici, e terminata questa settimana, dopo la tragedia nelle Marche e lo studente morto schiacciato da una lastra nel corso di uno stage, per avere crediti aziendali.

Si è parlato  di tutto, ma di niente in realtà.

Avete sentito i candidati, anche quelli paracadutati dal nord al sud, discutere della crisi del sistema sanitario, del problema delle scuole, di quello che è diventato il lavoro in Italia, povero, malpagato, sottoposto a ricatti?

Li avete mai sentiti parlare di mafia? Nessuno. Anzi c’è chi, in questa campagna elettorale, ha usato minacce, in stile mafioso, per insultare gli avversari.

Questa è stata una campagna elettorale all’insegna della non credibilità dei candidati.

Non stupiamoci se poi le persone votano di pancia, oppure non votano proprio. 

Pancia o testa, un conto è votare pensando di far bene, un altro è votare perché così dice la televisione, o il social, o la chiacchiera al mercato, o perché quest’anno si vota così.

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L’INVITO


L’INVITO

Il signore di un castello diede una gran festa, a cui invitò tutti gli abitanti del villaggio aggrappato alle mura del maniero.

Ma le cantine del nobiluomo, pur essendo generose, non avrebbero potuto soddisfare la prevedibile e robusta sete di una schiera così folta di invitati.

Il signore chiese allora un favore agli abitanti del villaggio: “metteremo al centro del cortile, dove si terrà il banchetto, un capiente barile. Ciascuno porti il vino che può e lo versi nel barile. Tutti poi vi potranno attingere e ci sarà da bere per tutti”.

Un uomo del villaggio prima di partire per il castello si procurò un orcio e lo riempì d’acqua, pensando: “un po’ d’acqua nel barile passerà inosservata, nessuno se ne accorgerà!”

Arrivato alla festa, versò il contenuto del suo orcio nel barile comune e poi sedette a tavola. Quando i primi andarono ad attingere, dallo spinotto del barile uscì solo acqua.

Tutti avevano pensato allo stesso modo.

E avevano portato solo acqua.

[Mi dispiacerebbe se domenica prossima 25 settembre 22, dopo tanto sperare, dalle urne uscisse solo acqua nera]

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IL MACELLO DEI TONNI


IL MACELLO DEI TONNI

In Sicilia un abitante su 7 percepisce il reddito di cittadinanza, a Palermo 1 su5.

Questi due dati spiegano bene il soggiorno di due giorni sull’isola di Conte, il maggior beneficiario politico del provvedimento che alimenta il suo bacino elettorale, i suoi bagni di folla, la sua arroganza, le sue provocazioni.

Parte del popolo palermitano lo ha nominato suo rais, nelle tonnare siciliane dove si accalcano i tonni prima del macello, così viene chiamato il capo pescatore.

Sostanzialmente, in questa triste metafora, il popolo accecato dal bisogno bacia le mani al suo carnefice. Tal quale al capo mafioso.

La distruzione di un popolo passa infatti attraverso l’asservimento, il calpestare la sua dignità, il renderlo dipendente e quindi riconoscente al suo immaginario “benefattore”.

Nulla di nuovo, la storia insegna che quando i diritti vengono declinati a prebende, esiste sempre una parte politica che se ne avvantaggia.

In casa cinque stelle hanno ben compreso il giochino e cavalcano, alimentandolo lo scontro sempre più duro fra chi ritiene questo provvedimento temporaneo ed emergenziale e pensa che sia il lavoro ad emancipare gli esseri umani, (fatti salvo casi specifici di reale inabilità al lavoro) e chi sul reddito di cittadinanza, distribuito a pioggia si è garantito, come i grillini, uno zoccolo duro del 10% di voti, fatto di riconoscenti percettori.

Passano quindi all’incasso elettorale con l’avvicinarsi delle prossime elezioni.

Nell’immaginaria tonnara in cui annaspano plaudenti e gaudenti al loro carnefice morale ed etico, i siciliani e più in generale i meridionali, muore il loro futuro.

La realtà viene distorta e chi prova far notare il vile giochetto di potere, diventa elemento di disturbo e nemico.

Gli attacchi scomposti e gli “avvertimenti” di ieri (17/09/2022) a Palermo, di Conte a Renzi, ne sono l’esempio più eclatante.

Il capo tonnara, Conte, evoca sollevazioni popolari, nel caso in cui in caso il reddito di cittadinanza venisse sostituito con altra norma, anche più equa ed efficace per i reali bisognosi di assistenza.

In effetti, tolti i nullafacenti cronicizzati sfruttatori, coloro che davvero hanno bisogno di questo reddito potrebbero godere di maggiori e migliori tutele e, con maggiori controlli, potrebbero vedere incrementati i loro assegni, utilizzando, se del caso, tutto il denaro sottratto a malavitosi e truffatori, (equamente distribuiti in tutta la penisola), che hanno pesato sulle casse dello Stato e sui portafogli di tutti noi, per centinaia di milioni di euro.

Posizione, questa di Conte, più da arringatore di tonni o aizzatore di popolo, che non da ex presidente del consiglio.

È l’assistenzialismo elevato a sistema, quello che spinge i cittadini a soccombere nell’immaginaria tonnara, dove ad attenderli vi è il populismo del “capetto” pentastellato che li “batte”, li “bastona” inesorabilmente, per poi farli soccombere e perire.

E il tonno, nella trappola della tonnara, muore sempre, sempre, sempre.

PS:

In un comizio a Palermo.
Giuseppe Conte in stile mafioso urla: “Renzi (se ha coraggio) VENGA SENZA SCORTA qui in Sicilia a dire se il reddito di cittadinanza non serve”.
Conte, che minaccia la violenza fisica, lascia la toga dell’avvocato d’affari, per diventare uomo di mafia.
È davvero un mezzo uomo, visto che non ha il coraggio né la capacità di fare un confronto civile”.
Dopo le dichiarazioni di Conte, Renzi ha ricevuto numerose minacce di morte. Domani (18/9/2022), Renzi sarà a Palermo. Se dovesse succedere qualcosa di brutto, Conte ne porterà tutta la responsabilità e la pagherà.
Tutta la mia solidarietà e vicinanza a Renzi.

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STALINGRADO


STALINGRADO

Un evento tragico ed epico come la battaglia di Stalingrado, di cui ricorrono gli 80 anni, non poteva restare senza il suo “cantore”.

La Russia aveva bisogna di un Tolstoj sovietico che raccontasse e trasmettesse ai posteri la memoria di questo momento cruciale nella storia del Paese e della Seconda guerra mondiale.

Stalingrado di Vasilij Grossman, si è assunto la responsabilità di assolvere a questo arduo compito.

 Ultimato nel 1952, il libro è stato protagonista di una complessa vicenda editoriale e colpito dalla censura, che impose tagli anche consistenti.

Nella mente dell’autore, costituiva la prima parte di un grandioso affresco della battaglia del 1942-1943, che si completava con Vita e destino, lo straordinario romanzo pubblicato da Adelphi nel 2008.

Ora vede finalmente la luce anche questa prima parte, in una versione non definitiva, ma che si sforza ad avvicinarsi alla stesura originale.

E siamo, come per Vita e destino, di fronte a un capolavoro, a un romanzo irrinunciabile.

Al centro della narrazione troviamo la famiglia Šapošnikov, tre generazioni di personaggi che l’autore coglie riuniti in una sorta di ultima cena e segue fino al settembre 1942.

Acanto a loro una miriade di figure in un disegno corale e dal grande respiro, con tante affinità con Guerra e pace.

Sappiamo che alcuni personaggi sono immaginari, altri ispirati a figure storiche. In alcuni casi, alludono a personalità della cultura e delle scienze che furono epurate dallo stalinismo.

Grossman, che partecipò alla battaglia di Stalingrado come inviato di guerra, mostra da un lato una competenza unica nel descrivere le scene e le strategie del conflitto, addentrandosi in dettagli tecnici e realistici, dall’altro conferma quella profonda capacità di entrare nel cuore e nella mente dei personaggi, di svelare i sentimenti che li agitano e che i suoi lettori ben conoscono.

Uomini alle prese con le faccende della vita, come tutti, sui quali s’è abbattuto il mostruoso attacco nazista e quindi chiamati a dare una risposta esistenziale e politica.

Tutti loro, come l’intero popolo di cui fanno parte, sapranno anteporre l’interesse comune a quello individuale, sacrificandosi per il bene della comunità.

Come il Vita e destino, anche in Stalingrado, Grossman ci dice che dobbiamo saperci schierare dalla parte del bene e che ciascuno di noi è responsabile delle sue azioni.

(Stalingrado di Vasilij Grossman  Ed Adelphi pag. 883)

 

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