DILEMMA?


DILEMMA?

L’eterno dilemma!
Facebook sì, facebook no, o si ama o si odia.

C’è chi ci ha messo la residenza, chi come me ci entra di rado e condivide poche cose.

Non è un obbligo quotidiano, ma per molti la giornata non inizia se non ha pubblicato il buongiorno ai seguaci e non finisce se non dà la buonanotte a tutti.

Una cosa però mi sento di dirla: per un motivo o per l’altro, ogni volta che entro e leggo, trovo spesso motivi di disappunto, rabbia o tristezza.

Sentimenti che è da sciocchi andarsi a cercare e noto che succede sempre più di frequente.

Per questo lo assumo a piccole dosi e sto bene anche senza.

Non so se succede solo a me, ma onestamente da quando “abito” facebook, il mondo non mi sembra affatto un posto migliore.

Parere mio.

Ma una cosa mi diverte, anche se pare stupida.

Ogni volta che cerco su Internet un prodotto, (l’altro giorno cercavo dei coprisedie, normali, non da salotti lussuosi), su facebook mi arrivano decine di proposte di tante ditte che offrono la stessa cosa.

Alla fine è divertente, si può anche scegliere.

Tutte cosette che si acquistavano nelle bancarelle dei mercatini, ma che, in tempi di pandemia, sono sparite.

ASPETTANDO GODOT


ASPETTANDO GODOT

Vladimiro ed Estragone, i protagonisti del libro di Samuel Beckett (1906-1989), sono due mendicanti che si incontrano per caso una sera in aperta campagna.

Aspettano un certo Godot, di cui non sanno nulla, non l’hanno mai visto e non sono sicuri se verrà a quell’appuntamento così strano e così assurdo.

Inizia una lunga attesa, che dura poco più di cento pagine, ma che potrebbe protrarsi all’infinito.

Sì, perché Vladimiro ed Estragone, che vengono poi raggiunti da Pozzo, un ricco castellano che porta al guinzaglio il suo servitore Lucki, nell’attesa discorrono di facezie, sostenendo a volte cose senza senso e senza un filo logico, come in una sorta di comica ricerca introspettiva di se stessi.

Si ha come l’impressione che quello strano e strampalato dialogo fra due persone così bizzarre, intervallato da lunghi silenzi, possa andare avanti senza fine, fino a consumare la vita stessa dei protagonisti, nella vana attesa di questo fantomatico Godot.

Il racconto, tutt’ora rappresentato in tutti i teatri, potrebbe essere sintetizzato con una frase di Estragone, il quale rivolgendosi al suo amico Vladimiro afferma: “Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile”.

È un’attesa che sembra quasi logorare e lacerare l’animo dei personaggi, disorientando nel contempo il lettore che si aspetta, da un momento all’altro, qualche evento significativo capace di dare un senso alla storia. Ma nulla di tutto questo si verifica, tant’è che i nostri eroi alla fine sembrano stanchi di aspettare e decidono di andare via.

“Allora andiamo?” dice Vladimiro ad Estragone. “Si andiamo” dice Estragone. Ma nessuno dei due si muove, e a nostra insaputa continuano ad aspettare quel Godot, che forse potrebbe migliorare la loro infelice esistenza e liberarli da quell’attesa faticosa ed angosciante che sembra quasi una condanna senza fine.

Probabilmente, ognuno di noi, come Vladimiro ed Estragone, si trova sempre nella condizione di dover aspettare un immaginario Godot.

Un Godot che, a seconda dei casi e delle circostanze, può assumere le sembianze di un “qualcuno” o di un “qualcosa” che possa, come per incanto, liberarci dalla noia del tran tran quotidiano, dagli affanni del vivere di tutti i giorni e rendere più sopportabile e felice la nostra umana esistenza.

Godot è la metafora dell’amore impossibile, è l’attesa di un incontro importante e significativo ma è anche l’aspettativa di un’occasione o di un evento straordinario che possano cambiare in meglio la nostra vita.

Per essere estremamente materialisti, aspettare Godot è come sperare in una vincita alla lotteria.

È l’attesa di un sogno che raramente si avvera e si materializza che procura delusioni ed amarezze, ma che si alimenta sempre con la speranza, che è l’ultima a morire.

(Aspettando Godot di Samuel Beckett Ed. Einaudi)

L’AMORE MIO NAPOLETANO MI DICEVA


L’AMORE MIO NAPOLETANO MI DICEVA

Sei di Napoli se hai esclamato almeno una volta nella vita “Uagliù tutto apposto?”

Sei di Napoli se quando ti diverti dici….”Sto pariann a pazz”.

Sei di Napoli se vedi la vita a colori quando è tutto nero.

Sei di Napoli se stai male dopo un “panino completo da Gigino ad Ercolano” alle 5 di mattina.

Sei di Napoli se dopo l’alba vista a Mergellina ti fermi per un cornetto dal “Ciottolo”.

Sei di Napoli se dinanzi ad una stella cadente non ti fermi a desiderare denaro o successo ma solo il bene di chi ami.

Sei di Napoli se dici la CCHIESA con due c e se metti sempre l’accento sull’ultima sillaba.

Sei di Napoli se i “friarielli” ti piacciono di più insieme alla salsiccia.

Sei di Napoli se litighi con tutti quando sei fermo in tangenziale.

Sei di Napoli se non rispetti mai la fila.

Sei di Napoli se stenti ad arrivare a fine mese ma pensi ad aiutare il vicino di casa che sta peggio di te.

Sei di Napoli se giuri sempre ” ADDA MURI MAMMA’ ” e guai a chi ti tocca la mamma.

Sei di Napoli se per la tua donna saresti capace di uccidere e se per regalarle qualcosa saresti capace di lavorare anche di notte.

Sei di Napoli se per conquistare una donna passi anche tutta la notte sotto casa sua.

Sei di Napoli se chiami il tuo scooter “O’ mezz”.

Sei di Napoli se oltre a Dio veneri anche Maradona.

Sei di Napoli se trovi normale che si vada in scooter senza casco e come minimo in tre.

Sei di Napoli se parcheggi in quinta fila e poi ti lamenti se becchi la multa.

Sei di Napoli se al vigile che ti ferma senza cintura dici “DOTTO’ MA STEV METTENN PROPRIO MO”.

Sei di Napoli se prima di sapere di che argomento si tratta dici “IO NUN SACC NIENTE”.

Sei di Napoli se sei cresciuto nel mito di Totò, Eduardo e Massimo Troisi.

Sei di Napoli se quando usi un termine in Italiano e lo sbagli, poi ti giustifichi dicendo “Scè volevo dirlo in dialetto”.

Sei di Napoli se riesci a fare battute anche in situazioni drammatiche.

Sei di Napoli se fai sentire importante chi ti sta accanto regalandole attenzione e sorrisi.

Sei di Napoli se apprezzi la buona tavola.

Sei di Napoli se la domenica mangi alle 15,00 e finisci il giorno dopo.

Sei di Napoli se quando giochi a tombola dopo il primo numero dici “AMBO!!!”.

Sei di Napoli se sei costretto ad emigrare per trovare un lavoro decente.

Sei di Napoli se sei lontano e ti commuovi quando pensi alla magia della tua città.

Sei di Napoli se almeno una volta nella vita hai messo lo stereo a palla per cantare ad occhi chiusi “Napule è di P. Daniele” e “il ragazzo della curva B di N. D’Angelo”.

Sei di Napoli se definisci “lota” chi ti fa un torto.

Sei di Napoli se spendi tutto il denaro che hai in un giorno e poi dici “Domani Dio pensa”.

Sei di Napoli se esulti come un forsennato e tutto sudato ad un goal di Maradona.

Sei di Napoli se il resto d’Italia pensa che sia solo monnezza…e tu stai male perché sai che non è vero!

IL PAESE DEI RICATTI


IL PAESE DEI RICATTI

Deve essere un vizio per questo paese e per le sue istituzioni, quello di dover subire ricatti da persone ed entità senza titoli.

L’ultimo caso, la trattativa stato – Bonucci per poter sfilare su un pullman scoperto per le vie di Roma, altrimenti disertiamo l’incontro col presidente del consiglio (e ci portiamo via la coppa).

Ma trenta tre anni fa lo stato italiano subì un ricatto ben peggiore da entità di tutt’altra natura e per altri fini: parliamo della stagione delle bombe della mafia, del ricatto allo stato, della trattativa stato mafia (sempre presunta per gli irriducibili della teoria “è stata solo mafia”) e delle vittime di questa guerra contro lo Stato che costò decine di vittime innocenti.

Tra queste, i due giudici Giovanni Falcone, ucciso con la moglie e la scorta, il 23 maggio 1992 sull’autostrada per Palermo a Capaci. E Paolo Borsellino, ucciso assieme alla sua scorta, 58 giorni dopo, con un’autobomba in via D’Amelio.

Quegli anni di bombe, contro uomini dello Stato e contro obiettivi dal valore simbolico, di strani incontri tra mafiosi e uomini in divisa (gli ufficiali del ROS De Donno e Moro con Ciancimino), di 41 bis tolti da ministri in solitudine (l’ex ministro Conso), sono un buco della nostra storia.

Un buco che ha inghiottito le vite delle vittime, che ha sporcato la credibilità delle istituzioni, quelle che ogni anno celebrano i due santini, Falcone e Borsellino, ma che poco fanno per fare vera luce sulle zone d’ombra.

Perché pezzi dello stato, a cominciare dall’ex Questore La Barbera (lo stesso della Diaz a Genova, ma questa è un’altra storia), hanno messo in piedi la finta pista del pentito Scarantino, poi spazzata via da un altro pentito, Gaspare Spatuzza che nella sua ricostruzione tira in ballo persone esterne alla mafia?

Perché è stato ucciso in quel modo Giovanni Falcone, facendo saltare in aria un pezzo di autostrada, quando era più semplice colpirlo a Roma?

Cosa stava facendo di così importante, pericoloso per cosa nostra (e forse non solo), Falcone a Roma al ministero?

E perché Borsellino è stato ucciso, solo dopo 58 giorni, con un altro attentato così rumoroso? Riina non sapeva che lo stato avrebbe dovuto rispondere, quanto meno per dare l’impressione di un paese allo sbando?

Sono tanti i misteri ancora da risolvere dietro queste stragi, dietro queste bombe: se è stata solo mafia, se Borsellino è stato ucciso perché voleva riprendere in mano il rapporto del ROS su mafia e appalti, come mai i depistaggi, la sparizione dell’agenda rossa, come mai, anno dopo anno, si è cercato di smontare quelle riforme volute proprio da Falcone per contrastare cosa nostra? Dai pentiti, ai tentativi di ridurre la portata del 41 bis, dell’ergastolo.

D’altronde, e anche questo va ricordato in questo paese senza memoria, o con una memoria che filtra quello che deve rimanere nascosto, tabù, pochi ricordano che da vivi Borsellino, Falcone, il pool, furono attaccati per il loro lavoro. Giudici comunisti, che vogliono attaccare la DC, gli imprenditori siciliani. Si è parlato di teorema Buscetta, quasi a voler sminuire le sue rivelazioni su cosa nostra, struttura unitaria e verticistica.

Ci vorrebbe ora un altro Buscetta, da dentro lo stato, da dentro le istituzioni, per togliere il velo finalmente a questo tabù dei rapporti stato mafia.

Rapporti che si basano su ricatti, sul potere dei soldi, sul condizionamento della politica, non solo quella siciliana perché la mafia, o meglio, le mafie, sono un problema nazionale.

Prima che questo paese torni a respirare “quel fresco profumo di libertà” evocato dallo stesso Borsellino in uno dei suoi ultimi discorsi, serve sciogliere questo rapporto tra stato e antistato.

La lotta alla mafia deve tornare nelle agende del governo, non solo con singoli provvedimenti di legge (come la legge sul voto di scambio, modificata dal governo Conte), ma deve coinvolgere anche imprese, sindacati, mondo della finanza, professionisti.

I discorsi di circostanza, che sentiremo oggi, dove si parla di lotta alla mafia, della vittoria dello stato, del sacrificio degli eroi, i due giudici e gli uomini delle scorte (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e poi Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro), suonano come discorsi vuoti, di circostanza.

Perché non tutti si sono dimenticati del sistema Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia (e paladino della lotta alla mafia sulla carta) la rete di spionaggio che lo informava delle inchieste a suo carico.

Dell’inchiesta che ha coinvolto il consulente della Lega per energia Paolo Arata, assieme a Paolo Nicastri, il re dell’eolico vicino a Messina Denaro, boss della mafia latitante da più di 30 anni.

Che un partito di governo, che regge l’attuale maggioranza, è stato fondato da una persona condannata per mafia, Dell’Utri, coinvolto anche nel processo sulla trattativa Stato Mafia.

Sono passati più di trent’anni da quel 19 luglio 1992, non bastano i santini della lotta alla mafia, dobbiamo arrivare ai mandanti di quelle stragi, a chi ha ordinato i depistaggi di Stato, a chi ha protetto la latitanza dei boss, da Riina a Provenzano a Messina Denaro.

Spezzare il legame tra mafia e politica, rompere l’omertà di imprenditori e professionisti che non denunciano le pressioni le minacce.

Rivedere il sistema degli appalti togliendo i massimi ribassi, rinforzando i controlli su imprese appaltanti.

Sempre che si voglia fare vera lotta alla mafia.

(https://unoenessuno.blogspot.com/2021/07/il-paese-dei-ricatti.html)

TOCCA AL VENTO


TOCCA AL VENTO

Due persone possono andare d’accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine.

Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto

e nessuno può avvicinarsi troppo all’altro senza abbandonare la sua radice, cosa peraltro impossibile.

I fiori effondano il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente, perché il seme giunga nel posto giusto.

Tocca al vento che va e viene come vuole.

~ Herman Hesse – Knulp, storie di un vagabondo ~

UNA BRAVA RAGAZZA 


UNA BRAVA RAGAZZA 

Un romanzo di Joyce Carol Oates che si legge al volo.

Un thriller psicologico che va a scompaginare le idee che man mano ci aspettiamo e che, per questo, mantiene una tensione alta.

Ambientato in New Jersey a Bayead Harbor, un centro pieno di grandi ville affacciate sull’oceano. 

Kathie, la protagonista quindicenne, è una minorenne proletaria che vive lontano dal mare, in una famiglia devastata e durante le vacanze estive dal liceo, fa la baby sitter (bambinaia come dice lei), presso una famiglia benestante: gli Engelhardt, dotati di villona, barca e tanto altro. 

Assiste due fratellini piccoli, uno ancora in fasce e la bimba di tre anni.

Passeggiando per i viali della cittadina avviene l’incontro con Marcus, un anziano, affascinante signore, ricco e gentilissimo, che le offre squisitezze e lussi che mai lei avrebbe anche solo immaginato.

Marcus la invita a posare per lui (scrittore e pittore) nella sua storica, lussuosa dimora e la copre di attenzioni, cercando di portarla ad aiutarlo a risolvere il suo problema con la malattia che lo assilla: vuole liberarsi della sua stessa vita attraverso e assieme alla bellezza ed alla gioventù.

Risalta l’incomunicabilità assoluta fra i due, non tanto per la diversità di età, quanto per il retroterra culturale.

Kathy si muove circospetta, abituata ad interpretare la vita con la durezza di chi vive situazioni pesanti con nulla di poetico. Sembra che dalla sua parte ci sia solo il dono della gioventù, attratta solo dalla diversità di una vita di agi, mentre Marcus, intellettuale, ricco di tutto, comunica con lei con codici che lei non può interpretare.

Il finale, alla fine di una piacevole tensione narrativa, è come un film. Si conclude “troncando ” una storia che sarebbe stato bello vedere ancora raccontare. 

(Una brava ragazza di Joyce Carol Oates  Ed. La Nave di Teseo)

 

DOVETE CHIUDERE UN CONTO CORRENTE IN UNA FILIALE UNICREDIT? PREGATE SANTA RITA E TUTTI I SANTI CHE CONOSCETE


DOVETE CHIUDERE UN CONTO CORRENTE IN UNA FILIALE UNICREDIT? PREGATE SANTA RITA E TUTTI I SANTI CHE CONOSCETE

Sapevo da tempo che, presso una filiale di Unicredit, giaceva un Conto Corrente che prima era di mio padre e che, poi alla sua morte, è passato a me.

Ma, avendo io un’altra banca, non ho più pensato di utilizzare quella banca, e ho lasciato trascorrere del tempo senza fare alcuna operazione su quel conto corrente.

Sapevo anche che non c’era molto, ma qualche lira sì. Poche migliaia.

Alcuni giorni fa mi è arrivata una lettera da Unicredit con oggetto: “Costituzione in mora e comunicazione di recesso di conto corrente corrispondente al n….”

È datata 02/06/2021, ma a me è arrivata ai primi di luglio. Nulla di grave penso.

Poi leggo: “Informiamo con la presente il pagamento immediato del suo debito nei nostri confronti in virtù dello scoperto di conto corrente di corrispondenza indicato in oggetto ed ammontante a euro 51,00 oltre interessi”, con restituzione di libretto assegni, carte di credito, bancomat,  POS e ogni altro amenicolo bancario che sia.

Segue una lunga citazione di decreti legislativi della Banca D’Italia, coi quali mi si informa, tra l’altro, che il “Vostro nominativo” verrà inserito nell’Archivio informatizzato delle carte di pagamento istituito presso la Banca d’Italia dal D.Lgs del 30/12/1999.

Primo passo: Vado alla Banca Unicredit, dove so essere depositato quel conto corrente, convinta di pagare quei famosi 51,00 euro con interessi e, per precauzione, prendo con me, qualcosa di più.

Ci vado di mattina, perché in luglio la temperatura qui è piuttosto elevata. Circa verso le 9,30.

Non mi ricevono, perché non ho preso prima l’appuntamento e mi danno un numero verde da chiamare per fissare un appuntamento.

Fine, torno a casa e comincio a telefonare.

Sempre occupato, per ore.

Provo con internet e riesco a “beccare “ il sito di Unicredit e a fissare un appuntamento.

Bene, è stato facile perché la Banca risponde e comunica, oltre il giorno e l’orario, anche il nome della persona cui rivolgersi.

Secondo passo: vado all’appuntamento in un’ora infernale (alle 14,45 sotto un sole a picco), convinta di concludere.

No, non posso chiudere il conto, perché quella filiale, non può dare né ricevere CONTANTI e tantomeno Bancomat. Mi si consiglia di andare presso un’altra filiale Unicredit, lontana circa due chilometri per pagare.

Terzo passo: vado in quell’altra benedetta filiale (e qui mi si riceve alla cassa senza appuntamento) e nel frattempo il mio debito è salito a 94,00 euro. Pago, ma debbo ritornare alla filiale dove risiede il conto corrente per chiudere il tutto.

Quarto passo: memore della esperienza precedente, prendo un ulteriore appuntamento, che mi viene dato,anche questo nel caldo pomeriggio, e correttamente viene indicato il nome della persona cui riferirsi.

Quinto passo: finalmente ho il piacere di incontrare la persona che si occuperà di chiudere questo benedetto conto corrente. Tempo impiegato per la procedura, dopo infinite firme, circa un’ora e dieci minuti.

Ma non è finita.

Sesto passo: una settimana dopo, mi arriva una telefonata con la quale mi si informa che (pare) sia uscito un foglio (per me si sono dimenticati) che non ho firmato e debbo ritornare in quella filiale, per firmare questo foglio, naturalmente con appuntamento.

A questo punto mi sono rifiutata, arrabbiata e scocciata, ma siccome la banca possiede anche la mia mail, non demorde, e mi manda (via mail) un foglietto da firmare che DEBBO riportare, perché la firma deve essere in originale. Non mi è consentito usare lo scanner, perché la firma deve essere ORIGINALE.

Ho deciso che non prendo nessun appuntamento.

Andrò (e ci metterò anche un bel po’ di tempo), alla posta, che mi riceve senza appuntamenti ed è vicina a casa, spedirò questo maledetto foglio firmato, non prenderò nessun appuntamento e non farò ancora 4 chilometri (2 in andata e due il ritorno) per una loro dimenticanza.

Accetto suggerimenti.

 

VEDO DOPPIO


VEDO DOPPIO

Ultimamente mi sembra di vivere perennemente in quella situazione post bevuta, nella quale tendi a vedere doppio.

E lì, fra i fumi dell’alcool che non mi sono bevuta, appare il mio paese schizofrenico: diviso in due parti opposte fra di loro come il giorno e la notte.

Da una parte c’è un paese reale.

È fatto di gente che si arrabatta dalla mattina alla sera, di anziani che vivono di caffè-latte, di donne che arrivate all’età di trovare un po’ di tempo per sé stesse ancora si fanno carico di figli e genitori, di lavoratori che aspettano nel limbo della mobilità di sapere se saranno graziati o no e soprattutto di giovani che, nell’età dei sogni progettuali, sognano una sistemazione o una famiglia loro.

Insomma un’umanità sofferente di disillusione oltre che di quasi conclamata povertà.

Dall’altra parte c’è un paese quasi irreale, ma coesistente.

È fatto di parlamentari che nel periodo delle vacche grasse hanno maturato pensioni da favola, (compresi i sindacalisti), di  direttori di Tg ed altri personaggi strapagati delle tv, che spendono migliaia di euro per una cena, di figli di celebrità o di politici che ricoprono posti prestigiosi grazie ad un ereditarietà farlocca, di gente che gira con automobili che valgono come il bilancio greco di un anno intero.

D’accordo, lo sapevo già da prima che così è stato dai tempi dei tempi e che l’eguaglianza compariva solo negli slogan prerivoluzionari. 

E pure che mi sono sbagliata, confondendo un certo benessere diffuso, con un primo passo verso un mondo di pari.

Nonostante ciò, mi chiedo: “Quello che stanno cercando di salvare, è questa parte di qua del paese (la parte sofferente) o quella di là (la parte molto benestante)?”

Ma perché mi faccio sempre domande che mi irritano molto, mi danno persino mal di stomaco.

Eppure non ho mangiato peperoni e sto a stretta dieta, dopo l’ennesima sgridata del mio medico, che è, tra l’altro una dottoressa meravigliosa sotto tanti aspetti, ma si aspetta che la si obbedisca.

IL FACCENDIERE È ANCORA DI MODA?


IL FACCENDIERE È ANCORA DI MODA?

Per anni ne abbiamo sentito parlare.

Ne ricordo uno per tutti: Luigi Bisignani.

Riporto, in breve, un brano scritto su “Repubblica” qualche anno fa (2011) (tratto da Internet): “Bisignani mi mise in contatto con Capezzone (Daniele, portavoce del Pdl)”, “Bisignani ha ottimi rapporti con Ferruccio De Bortoli (direttore del Corriere della Sera)” . “Usavo Bisignani per sondare Gianni Letta e dunque il “clima politico””. In verità, era Bisignani che usava Masi, come lui stesso riconosce quando gli viene chiesto conto della lettera di licenziamento di Michele Santoro. Scritta da lui, ma preparata dal faccendiere: “In effetti, non escludo di aver chiesto a Bisignani di sondare Letta sul licenziamento”.

Non nascondo che il vocabolo “faccendiere” m’innervosisce parecchio.

Assimilo per età e cultura, la parola faccenda a qualcosa di domestico: la madre affaccendata dei libri di scuola delle elementari, le faccende domestiche a cui ascrivo pulizie, cucinare, lavare. Insomma, l’affaccendato del mio vissuto è qualcuno che si dedica all’affaccendamento domestico. Che ci posso fare?

Il faccendiere dell’attualità (ammesso che sia ancora di moda), invece, mi tocca relazionarlo con il promoter o per dirla in stile facebook “influencer” (che non ho mai capito bene se equivale al rappresentante dei miei tempi) e anche al creatore di eventi o a qualcuno che vende chiacchiere se non insulti gratuitamente. Cioè uno che non si capisce una beneamata cippa di che cacchio faccia in realtà, ma quel che fa, mi puzza di vuoto.

Dovrei aggiungere altri neologismi assurti alla dignità di cronaca lavorativa, tipo escort, che mi provocano pruriginose voglie forcaiole che non oso esplicitare, per paura di essere tacciata di revanchismo acidulo.

Come non mi piacquero “diversamente abile”, “operatore ecologico”, ” non udente” e ” non vedente” così mi infastidisce il sentir chiamare “faccendiere” il ruffiano ed “escort” la prostituta d’altobordo, e non mi piace l’inflluencer, venditore ambulante su Internet, di insulti o chiacchiere insulse o di robe false.

E poi mi sa che tra lo sfaccendato, il faccendiere o l’influencer moderno, mi sta più simpatico lo sfaccendato, sempre lì a grattarsi e a non pensare al domani. 

Mi piace assai meno se lo sfaccendato sta lì sul divano, in attesa del reddito di cittadinanza e se ne frega di trovare un lavoro che gli dia dignità.

E per finire non apprezzo per nulla gli inluencer moderni. Io l’idea di una cosa o l’altra sono abituata a farmela da sola, così mi è stato insegnato da genitori intelligenti e da insegnanti favolosi.

BRAVI AZZURRI


BRAVI AZZURRI

Riporto pochi commenti che ho trovato, che condivido e che descrivono bene sia l’umore che il clima dei perdenti, a fronte della meritata esultanza degli azzurri.

“Principe, principessa e principino che scappano per non premiare i vincitori. Giocatori che si tolgono sprezzanti le medaglie dal collo prima ancora di scendere dal palco. Centinaia di vigliacchi che aspettano i tifosi italiani all’uscita per aggredirli, col favore degli addetti alla sicurezza. È allora che avete perso, non sul campo. Sapete che c’è? Ben usciti, signori. Voi e il vostro simpatico giullare pazzo dai capelli ignobili. Non sentiremo la vostra mancanza.

(Maurizio de Giovanni)

°°°°°°

“Avete fischiato l’Inno di Mameli…

Avete giocato arroccati, a difesa di un fortunoso e misero vantaggio.

Avete perso sul campo di casa vostra.

Vi siete sfilati la medaglia del 2° posto dimostrando di non conoscere cosa sia la sportività…

Siete usciti dallo stadio prima che l’Italia alzasse la coppa…

Guidate a sinistra, usate miglia e libbre…

Insomma, con l’Europa c’entrate pochino…

Gli europei è giusto che li vincano gli europei.

It’s coming Rome!

Bye-bye”.

(Stefano Minniti)

°°°°°

“Mattarella secondo mandato subito, deve andare ai Mondiali”

(Chiara Boriosi)

°°°°°°

“Con la vittoria dell’Italia agli europei, si è competata la BREXIT. L’Inghilterra è fuori dall’Europa, e fuori dagli europei.
I suoi desideri sono stati esauditi.
Anziché essere tristi, gli inglesi dovrebbero esultare. O no?”
(Il mio)
Beh! In verità mi piace più il caffè espresso italiano che il thè inglese, da sempre.
Piccola nota a margine:
Solo qualche informazione “minore”. Sul bordo della Vistola, a Varsavia, un gruppo di irlandesi con i colori dell’Italia si è piazzato sotto il maxischermo a tifare Donnaruma, Chiesa, Verratti. In pizzeria, in una delle nostre isole, due distinte cittadine del Regno Unito andavano in delirio a ogni impresa degli azzurri. E da Parigi, Liberation on-line scrive di “Rinascimento italiano”. Basta per dire che l’Italia ha stravinto la guerra della simpatia. In Europa.

 

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