IL POPOLO

IL POPOLO

La gente dice … Il popolo vuole … …

Ecco, il popolo e la gente. Oggi, come duemila anni fa, la folla è quella che passa come se niente fosse da un “osanna” a un “sia crocifisso”.

Troppo comodo e troppo facile richiamarsi alla gente senza assumersi le proprie responsabilità!

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LE BANCHE

LE BANCHE

Facciamo un riepilogo.

Si inizia con l’accusa a Renzi di favorire il mondo finanziario, stigmatizzando la sua amicizia con il finanziere italiano, ma operante in Gran Bretagna, Davide Serra.

L’accusa viene mossa a Renzi dall’interno del PD, a cominciare da Bersani.

Gli attacchi interni smettono quando Renzi dichiara che sarebbe meglio guardare a quello che succede con il Monte dei Paschi di Siena.

La seconda accusa a Renzi ed alla Boschi è su Banca Etruria, quando il governo decide di intervenire commissariando l’istituto, non solo Banca Etruria.

I più sfegatati nell’accusa sono i grillini.

Nessun riferimento al come sia potuto accadere senza un puntuale e preventivo allerta della Banca d’Italia.

Nel frattempo viene accreditato dalle fonti istituzionali di controllo del credito e dalla maggior parte dei mezzi di informazione, che la crisi mondiale finanziaria del 2008, scatenata dalla diffusione sfrenata dei derivati, non incideva sugli istituti di credito italiano in quanto non avevano in portafoglio i derivati divenuti carta straccia.

Il sistema bancario italiano veniva valutato di essere in ottima forma.

Poi, a seguito degli adeguamenti imposti dalla BCE, al fine di evitare eventuali crisi finanziarie, cominciano ad uscire situazioni assai critiche.

Parliamo del Monte dei paschi di Siena a cui si aggiunge una morte sospetta, ma derubricata a suicidio.

Poi esce la criticità di molte banche locali, alcune assai grosse, che mantengono un altissimo livello di opacità non rispondendo ai minimi requisiti di una società SPA.

Per queste banche, potentati locali, si tentò di adeguarle alla riforma dell’ordinamento statuario come SPA dal Presidente Ciampi e dal direttore generale del ministero delle finanze, a quel tempo Draghi.

Il tentativo fallì.

La situazione riesplose con i stress test e le leggi di adeguamento del mondo finanziario a livello di UE.

Il caso Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono gli esempi più eclatanti.

Renzi annuncia, dati i continui attacchi sulla sua persona come responsabile della situazione i cui costi ricadevano sugli Italiani, una commissione di inchiesta parlamentare sulle banche.

Contemporaneamente si scatena il caso Consip.

Renzi è circondato.

Ma il diavolo fa le pentole e si scorda i coperchi.

L’attacco contro Renzi per implicazione del padre si sgonfia, anzi viene in evidenza un disegno di false accuse atte a incriminarlo o, perlomeno, bloccarlo.

Il tentativo è di trasformare in un nulla di fatto l’inchiesta sul mondo bancario e nello stesso tempo far finire il caso Consip in una azione individuale del colonnello Scafarto a fini di riconoscimento carrieristico.

Ma Renzi non si accheta e scompagina nuovamente le carte con i chiari riferimenti al cambio di guardia alla Banca d’Italia.

Si scatena in questi giorni un attacco a tutto campo.

Non difendono tanto Visco, ma si vuole evitare che alla poltrona sieda personaggio fuori dai giochi in grado di alzare il velo sulle tante opacità della gestione Visco.

Renzi ha attaccato i cosiddetti poteri forti e poi vi domandate perché ce l’hanno con lui?

Ora, il debito pubblico scende, mentre continuano le erogazioni clientelari del credito da parte di banchette periferiche sotto la pressione di clientele e mafie locali.

Tutto ciò si trasformerà, gioco forza, in crediti inesigibili, pagati dai clienti ed azionisti della banca. E la festa continua, senza vigilanza, oppure con il tacito assenso della Banca d’Italia?

E Visco che dice: “Ho fatto tutto in condivisione col governo in vigore”. Peggio che mai! Qual é la sua autonomia se ha fatto come hanno voluto i vari governi succedutesi durante la peggiore crisi dal dopoguerra?

 

IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE

IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE

Un libro della scrittrice spagnola Clara Sanchez.

Credi alle apparenze?

Credi di essere al sicuro?

Conosci veramente chi ti è vicino?

La verità deve venire a galla.

 

Ho comprato questo libro alla COOP. Ci bazzico spesso e non dimentico mai di dare un’occhiata alla esposizione dei libri.  A volte, comprando libri con un po’ di sconto, ho scoperto anche dei bellissimi racconti, pur non avendo letto recensioni in merito. Sono solita farmi una opinione personale di ciò che leggo e non sempre combacia con le recensioni che leggo poi in seguito.

Ho acquistato il libro della scrittrice spagnola: Il profumo delle foglie di limone, attirata dal titolo. Sarà superficiale la scelta, ma è anche vero che amo molto le piante ed i fiori, immaginavo di trovare qualcosa del genere.

Come sempre ho dato un’occhiata per capire l’argomento, e le foglie di limone non c’entravano per niente, ma la storia accennata mi ha intrigato.

I protagonisti principali sono due: un uomo ottantenne, Jiulian e una ragazza, giovane, di nome Sandra.

Il filo che li legherà non è, come si può pensare, una cotta d’amore di un vecchio per una ragazza, ma uno scopo ben diverso e man mano che si legge il libro si dipana un racconto estremamente affascinante, almeno per me, che mi ha preso un po’ “alla gola”.

Avrà un seguito che acquisterò appena lo trovo ad un prezzo più accessibile. Si intitola: Lo stupore di una notte di luce.

La fantasia della scrittrice si manifesta anche nei titoli dei suoi libri, molto belli.

Chiaramente è un libro che consiglio di leggere per chi ama particolarmente la bella scrittura, il bel racconto e l’emozione.

LA GRANDE PAURA DEL M5S

LA GRANDE PAURA DEL M5S

La verità, come sempre, è più semplice della cattiva propaganda

Facciamo a capirsi, come si dice a Roma. Dietro il fuoco di artiglieria del Movimento Cinque Stelle contro il Rosatellum c’è solo e soltanto la paura dei collegi elettorali. E dunque il timore di dover competere con gli altri partiti per il consenso reale dei cittadini, senza la rete di protezione del sistema di censure, epurazioni e “buffonarie” gestito dall’azienda privata della famiglia Casaleggio.

Se le preferenze (finalmente cancellate dalla nuova legge elettorale) permetterebbero all’aristocrazia grillina di far fuori chiunque non rispetti l’ortodossia M5S, essendo di fatto una resa dei conti interna ai partiti, il sistema dei collegi costringe tutte le forze politiche a cercare e conquistare i voti dei cittadini nel mondo reale. Laddove contano le cose fatte e quelle che si possono fare, i cambiamenti concreti e le soluzioni possibili nell’interesse delle persone in carne e ossa. Non la retorica di chi fa a gara per urlare più forte finendo prima o poi per incontrare qualcuno che ti sfila il megafono e te lo rovescia in testa, com’è accaduto ieri al povero Di Battista.

La prova di forza grillina nasce solo dal timore che la truffa del populismo non regga alla prova di un popolo che pensa e sceglie. Tutto il resto è fumo, nocivo e rumoroso.

A partire dalle parole d’ordine lanciate da chi non ha alcuna credibilità nel presentarsi come difensore della democrazia repubblicana. Quei politici M5S che oggi gridano al “fascistellum”, oltre a mostrare il solito disprezzo per la storia di una nazione che il fascismo lo ha conosciuto e patito sulla propria pelle viva, sono gli stessi che nel corso degli anni hanno ricoperto di insulti tutte le istituzioni democratiche: dal Parlamento descritto come un’accolita di rubagalline, al Governo rappresentato come emanazione di fantomatici “poteri forti”, al Quirinale raffigurato come dimora di golpisti, etc.

Nessun luogo della nostra repubblica si è salvato dalla furia di un partito nato e cresciuto proprio sul discredito verso la democrazia rappresentativa, mentre al proprio interno fa valere solo le disposizioni di una piccola azienda a conduzione familiare in totale spregio di ogni basilare norma democratica. Quel partito, oggi, si atteggia a difensore della stessa democrazia repubblicana che fino a ieri voleva seppellire sotto la marea del fanatismo populista. E che tristezza assistere allo spettacolo della nuova-vecchia sinistra di Bersani e D’Alema che si accoda in posizione subalterna ai Cinque Stelle, in un nuovo episodio di regressione culturale e politica di quello che un tempo fu parte del gruppo dirigente di una grande forza popolare.

Ma la verità, come sempre, è più semplice della cattiva propaganda. E ci dice che il vertice grillino, dovunque sia finito tra le contorsioni di un Beppe Grillo sempre più stanco e il vistoso calo nei sondaggi prodotto dall’“effetto Di Maio”, ha perso la testa di fronte ad una legge elettorale che finalmente restituisce ai cittadini il potere di scegliere i parlamentari e lo toglie alle oscure alchimie del blog.

https://www.democratica.com/opinioni/la-grande-paura-cinque-stelle/

 

Scintilla

Il dolore di Repubblica per il Rosatellum

Oggi Repubblica doveva uscire listata a lutto. Avrebbe reso l’idea del dolore di largo Fochetti per l’approvazione alla camera della legge Rosato. Dolore fin dal titolo: “Il voto segreto non ferma la legge elettorale”. Sigh. Nel sommario: “Passa alla camera nonostante 50 tiratori” (erano 40 ma vabbè); “Renzi preoccupato”. Bah. Ancora: “Sì alla norma salva-impresentabili” (che non esiste). Michele Ainis, commentatore crepuscolare, scrive l’editoriale, “La stanca democrazia” (meglio scappare a Parigi come negli anni Trenta). Altan: “Ci serve una legge condivisa con cui non andare a votare”: semmai è una legge non condivisa che consente di andare a votare, ma tutto fa brodo. L’exploit è a pagina 3: “Renzi terrorizza i dem via sms”. Sms? A largo Fochetti non sapevano che in realtà Renzi aveva pronti mitra e bombe a mano. Coraggio, colleghi, non prendetevela così.

 

UN BULBO OGGI PER UN CANDIDO FIORE D’ESTATE

UN BULBO OGGI PER UN CANDIDO FIORE D’ESTATE

Quando è ottobre, in tutti i centri di giardinaggio, inizia l’offerta dei bulbi a fioritura primaverile, è facile lasciarsi sfuggire che è anche il momento di mettere a dimora un giglio superbo dalla fioritura estiva: il giglio di Sant’Antonio, conosciuto anche come giglio della Madonna, giglio candido o giglio di campo.

Lilium candidum ha un candore purissimo, una delicatezza d’aspetto e un profumo dolce e penetrante che ne hanno permesso la tradizione nel tempo, il naturale accostamento a figure sublimi.

Abituato a vedere l’immagine del fiore reciso è facile per il giardiniere pensare che a tale finezza di aspetto corrisponda una certa complessità di coltivazione.

Può accadere, è vero, che qualche bulbo stenti ad attecchire o venga rovinato da una mancanza di drenaggio, ma questo succede anche a tutti gli altri bulbi con cui, però, nel tempo, si è riusciti a creare una certa confidenza.

Dove attecchisce con successo, il giglio di Sant’Antonio diventa estremamente generoso, moltiplicandosi attivamente da solo, aumentando così, di anno in anno, gli steli da raccogliere.

Vale dunque la pena tentare, rassicurati anche del fatto che in realtà, è una pianta coltivata da tempi immemorabili.

Nelle campagne, una volta, era facile trovarlo coltivato vicino alle case, addirittura addossato ai muri, in pieno sole, dove poteva essere apprezzato nella sua preziosità e dove trovava quel terreno lievemente alcalino che predilige.

Lo stelo alto 100-120 centimetri, a ridosso dei muri, trova anche riparo dal vento, il peggior nemico.

Nessun problema invece per un clima piuttosto freddo in inverno perché si tratta di pianta molto rustica.

Il bulbo, pur avendo dimensioni cospicue, non va interrato troppo sotto il livello del terreno mescolato con sabbia abbondante e reso maggiormente drenante con qualche coccio interrato poco sotto il bulbo.

Il giglio candido può crescere anche in un vaso, meglio se di coccio.  Per un buon risultato si piantano al massimo tre bulbi in un vaso di circa 30 centimetri di diametro con un terreno forte come quello adatto alle piante da orto, mescolato ad abbondante sabbia.

Le foglie si sviluppano in autunno, quando si innaffia concimando con concime liquido finché non iniziano a seccare.

Gli steli floreali, invece, si sviluppano all’inizio dell’estate seguente, dopo il riposo invernale. Appena il fiore sfiorisce, reciderlo, lasciando intatto lo stelo, che insieme alle foglie deve immagazzinare le sostanze di riserva che permettono la fioritura l’anno successivo.

 

UNO SPORT NAZIONALE

UNO SPORT NAZIONALE

C’è quel vecchio adagio che lamentarsi è lo sport nazionale.

Ecco io credo che, si questi tempi, sia proprio così.

Se c’è il blocco della stramaledetta circolazione e tu ti lamenti che la soluzione non è quella che servirebbe, ma solo un palliativo, forse ti sfugge il nocciolo del problema.

Lamentarsi non è lo sport nazionale, ma lo è diventato.

Cercare il marcio in tutto quello che si fa.

Fino all’estremo per cui è vero tutto ed il contrario di tutto.

Per cui è vero che il rifugiato deve essere accolto ma poi lo vuoi pulito e profumato educato, quando entra con te sul bus. Altrimenti è uno che si sfama alle tue spalle, stupra, ruba, occupa spazio, dà fastidio, non lo vuoi vedere. Puzza, per cui almeno una doccia se la potrebbe fare.

O vuoi che lavori per niente e spazzi il sedere ai tuoi vecchi per un letto in un bugittatolo, che raccolga frutta e vedura dalla mattina alla sera, per un euro, e che poi sparisca, non si faccia vedere per le strade, magari anche che non pretenda di mangiare o di abitare da qualche parte. Disturba.

Tutto vero e tutto sbagliato.

La questione è da risolvere a monte. Tu che fai per cambiare un mondo in cui esiste un rifugiato?

Tu che fai per cambiare un mondo in cui l’amministratore locale amministra male? Nella migliore delle ipotesi, non migliora nulla per la tua qualità della vita e quella degli altri. Resta tutto com’è.

E non basta dire che voti questo o quello.

Forse un tempo serviva. Ora non è più sufficiente.

Non serve neanche dire che sei persona onesta e che tu non rubi.

Serve di più.

Prendi parecchi punti, questo sì, se educhi i tuoi figli a questi valori. Ma, non c’è vera educazione senza esempio coerente.

E si torna a bomba a quello che tu fai.

Non se ne esce.

Occorre cambiare. Dare il buon esempio. Educare. Insegnare a comportarsi civilmente.

E poi ti ascolto. Intanto cambio io.

VALERIO MASSIMO MANFREDI, L’IMPERO ROMANO E L’ONDATA MIGRATORIA DEI NOSTRI TEMPI

VALERIO MASSIMO MANFREDI, L’IMPERO ROMANO E L’ONDATA MIGRATORIA DEI NOSTRI TEMPI

Pubblico qui di seguito un’interessante intervista di Avvenire all’archeologo-scrittore Valerio Massimo Manfredi riguardo al parallelismo della nuova ondata migratoria odierna con quelle che ha subito l’Impero Romano prima della sua caduta.

Manfredi: Europa nuovo «limes»?

Chiusi dentro i confini del nostro “Limes” noi, l’Occidente, scrutiamo con preoccupazione le orde dei “barbari” che ci assediano da ogni parte. Come quelli che premevano ai margini dell’Impero romano un millennio e mezzo fa: diverse le “armi” – non più cavalli e spadoni, ma doppifondi di tir, scassate carrette del mare o passaporti truffaldini –, uguale il miraggio: non già abbattere l’impero, ma entrare a farne parte. L’archeologo Valerio Massimo Manfredi scorge numerosi parallelismi tra la Tarda antichità e l’epoca presente: identico il senso d’assedio di chi sta al di qua del limes, identica la fame di una vita migliore di chi sta al di là. E, forse, identica anche la soluzione, sebbene allora i Romani non siano riusciti a portare a termine il loro progetto di integrazione.

Cosa era l’Impero visto dai diseredati che vivono oltre i suoi confini?
«Era il sogno. Ma è chiaro: da una parte, carri coperti di pelli dove si moriva di freddo d’inverno e di caldo e di zanzare d’estate; dall’altra, città, strade lastricate, acquedotti, fontane, terme, biblioteche, porti, ville, un governo avanzato, immensi tesori artistici… I barbari volevano far parte di tutto questo. Io ho sperimentato quello che si prova quando, venendo dal deserto, si arriva in una città romana: benché in rovina, entrare a Bosra, a Palmira o a Gerasa lascia senza fiato. Oggi accade lo stesso, solo che l’impatto non è più diretto: chiunque può guardare dentro l’impero semplicemente accendendo il televisore».

Come reagì Roma?
«Aveva capito tutto questo, e cercava di attuare un’accorta politica fatta di contenimento armato, quando l’assalto era violento, ma anche di trattative, consentendo stanziamenti al di qua del limes affinché questa gente venisse pian piano romanizzata e infine integrata. È la politica portata avanti oggi dall’Unione europea ai suoi confini: dialoga con i Paesi limitrofi, li finanzia, li aiuta a costruire le infrastrutture, per portali pian piano alla piena integrazione. Certo, non sempre fila tutto liscio e da più parti si considera un errore l’aver fatto entrare tutti insieme tanti Paesi che ancora non erano pronti; da lì gli squilibri, i problemi generati nel mondo del lavoro, la delocalizzazione delle produzioni. Come si vede, un problema di vecchia data; ai tempi di Roma era stato particolarmente acuto a causa di una combinazione di eventi che aveva risparmiato, dall’altra parte, la Cina. E infatti la Cina è ancora oggi un grande impero monolitico, da sempre uguale a se stesso, con una sola lingua, un solo carattere culturale. Mentre invece, da noi, l’Impero romano è soltanto un ricordo».

Se la ricetta era giusta, che cosa non ha funzionato?
«Non ci fu il tempo, la pressione dei barbari a un certo punto divenne troppo intensa per consentire la loro graduale integrazione. Ma Roma aveva visto giusto, anche quando pensava che quelle nuove forze avrebbero potuto tornare utili allo stesso Impero: basti pensare a quanti barbari, da Stilicone in giù, hanno sacrificato la vita affinché l’Impero sopravvivesse. Quella di Roma fu una risposta audace, intelligente e strategicamente valida».

Nella sua ultima raccolta di racconti, “Archanes”, ce n’è uno dedicato proprio al “Limes” e ambientato durante il magmatico passaggio dall’antichità al Medioevo. Che cosa stava accadendo?
«Anche se si è consumato in un paio di secoli, si era verificato un evento profondamente traumatico: il naufragio e l’oblio e del mondo antico. Certo, c’è stata la Chiesa, che ha avuto il merito di trasmettere alle nuove generazioni un certo numero di testi antichi; ma tanti altri sono andati distrutti. Non sappiamo esattamente quale potesse essere la coscienza di quel periodo, quale fosse l’identità di quella civiltà e dei tempi nuovi che stavano sorgendo. Ma che ci fosse una coscienza, questo lo sappiamo: ancora nel V, nel VI secolo gli ultimi aristocratici continuavano a coniare medaglie con le effigi dei grandi del passato e le distribuivano tra la gente per tenerne vivo il ricordo. Nel mio racconto mostro un aristocratico che considerava i confini della sua vasta proprietà come il limes: all’interno, la sua famiglia viveva come ai tempi di Teodosio».

Come vedevano i barbari al di là del confine?
«Per lungo tempo, per i Romani, il mondo periferico è stato quello del favoloso. Plinio, per esempio, descrive con grande realismo e acume ciò che faceva parte dell’Impero, ma man mano che si allontanava dai suoi confini sfumava nel fiabesco. Ecco allora i blemmi, mostri nel deserto, o gli uomini con un piede solo, o le formiche minatrici che portavano l’oro in superficie… In fondo, è quello che facciamo ancora noi oggi: non rispetto alla Terra, che ormai con la globalizzazione non ha più vere periferie, ma rispetto allo spazio esterno. E facciamo Avatar.

L’altro era quindi sempre e solo il diverso?
«Per la maggior parte, sì. Le masse romane, così come i Greci e perfino intellettuali come Ammiano Marcellino, percepivano il periferico, il lontano come inferiore. Ma già allora c’erano persone illuminate, capaci di vedere oltre a questo. Plinio denunciava come crimine contro l’umanità il genocidio perpetrato in Gallia da Giulio Cesare. E Tacito faceva dire al capo britanno Calgaco sui Romani: “Raptores orbis […], auferre trucidare rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, “Predatori del mondo, il rubare, il trucidare, il rapinare lo chiamano con falso nome impero. E dove fanno il deserto, lo chiamano pace”».

Quello che posso aggiungere alla perfetta e lucida analisi di Manfredi è che oggi come allora c’è sempre qualcuno che non fa altro che istillarci paure giornaliere dando la colpa delle nostre disgrazie agli altri, che nel nostro caso non sono più i barbari, ma gli immigrati.

Nel “1984” di Orwell si descrivono i cosiddetti 2 minuti dell’odio: in pratica la tecnica consiste nel focalizzare tutta la rabbia del popolo bue verso un obiettivo a caso (che in Italia di solito coincide con l’immigrato) allo scopo di distogliere dalla vera causa della rovina del nostro Paese.

Ora pare che ci siamo tutti accorti che questa causa coincide con la corruzione della nostra classe dirigente, le maxi evasioni ma anche quelle piccole giornaliere, i furbi e i furbastri.

Bisognerebbe avere quindi molta lungimiranza e rinunciare al facile qualunquismo e soprattutto ai discorsi da bar che dei governanti seri non dovrebbero mai avere.

L’impero Romano ebbe la straordinaria capacità, per un tempo lunghissimo, di aggregare popoli e culture diversissime tra di loro. Fu il cosiddetto “patriottismo integratore” che permise alle popolazioni conquistate di mantenere la loro cultura ma di assorbire i valori romani fondamentali e per questo di esserne fieri.

Quando tutto ciò non funzionò più allora cominciò la disgregazione e quindi la caduta dell’Impero.

Credo che tutto ciò dovrebbe insegnarci qualche cosa …

QUESTO FU L’ULIVO: ESPERIMENTO FALLITO

QUESTO FU L’ULIVO: ESPERIMENTO FALLITO

Guardare in faccia alla realtà di oggi, e di ieri, cercare di comprenderla, potrebbe essere utile.

Da vent’anni si è radicata nella sinistra e anche nel centro-sinistra un mito vincente che, col tempo, si è sfocato in un sogno nostalgico che non ha niente a che vedere con la realtà, né quella attuale né quella di quando quel mito cominciò a formarsi: l’Ulivo.

Un meccanismo di annebbiamento simile a quello di quando-c’era-lui-i treni-arrivavano-puntuali, ha confuso la memoria e la capacità di analisi di quelli che c’erano e ingannato le ingenuità e speranze di quelli che non c’erano, tramandando l’idea di un precedente in cui il centrosinistra fu felicemente unito e concorde e vincente. E che quindi quel precedente sia replicabile, e che anzi quella sia la strada verso un avvenire prospero e radioso.

Solo che quel precedente dice in realtà la cosa opposta: racconta cioè il risultato negativo inevitabile di un progetto interessante come tutti gli esperimenti, e che però appartiene alla categoria degli esperimenti falliti, che sono apprezzabili e proficui proprio perché ci dicono che quella cosa lì non funziona.

Si ricorderà che la coalizione ulivista non ottenne una maggioranza, ma la costruì, di 7 seggi alla Camera, grazie all’appoggio esterno di Rifondazione: pur avendo ottenuto meno voti di quelli che avevano preso sommati il partito di Berlusconi e la Lega Nord, che, insieme, superarono il 50% dei voti, ma per quella volta si erano presentati sventatamente divisi, per via della componente maggioritaria della legge elettorale del tempo, la “legge Mattarella”.

Tre cose si ottennero con quella coalizione: La prima: una inclinazione molto più di centro che di sinistra della coalizione. La seconda: una sua grande varietà, con circa una dozzina di partiti e partitini autonomi. La terza: una maggioranza insufficiente.

L’Ulivo non avrebbe potuto generare un governo senza l’appoggio esterno di Rifondazione: appoggio esterno che arrivò a durare appena due anni, e il governo Prodi, oggi oggetto del mito, cadde. L’Ulivo vinse, ma al momento di governare pagò il modo in cui aveva ottenuto la vittoria.

l’Ulivo ci riprova, nel 2001, stavolta con dentro l’Udeur di Mastella e fuori ancora Rifondazione, e perde. Vince Berlusconi.

Nel 2006, terzo esperimento: una estesissima coalizione, che si è chiamata stavolta “l’Unione”, che sostiene Romano Prodi, ottiene pochissimi voti in più alla Camera e un po’ di voti in meno al Senato, e grazie alla nuova legge elettorale, il porcellum, prende una maggioranza cospicua di seggi alla Camera e una maggioranza di solo un seggio al Senato.

Il nuovo governo Prodi, sostenuto di nuovo da una decina di gruppi parlamentari diversi, che generano 103 nomine di governo, stavolta non dura neanche due anni. Mastella a un certo punto se ne va facendo i suoi calcoli e la vittoriosa coalizione non può farne a meno. Fine ingloriosa della storia dell’Ulivo. Berlusconi stravince.

Forse l’Ulivo è stato un esperimento  saggio, benintenzionato, e che andava fatto. E che ha generato quattro anni di governo, su 12, sicuramente migliori dell’alternativa berlusconiana, però il risultato che ne è seguito a questo esperimento ha portato alla stragrande vittoria di Berlusconi, nonostante la nascita del Pd con Veltroni che, comunque, prese, nel 2008, più voti dell’Ulivo di Prodi nel 2006.

Ma l’analisi dei fatti e dei risultati dice chiaramente due cose.

L’anomalia eccezionale fu la costruzione della coalizione, non la sua prevedibile caduta. Ovvero che la coalizione fu “vincente” solo forzando molto i giudizi  E con l’appoggio esterno di Rifondazione e giudicando sulla base di leggi elettorali favorevoli. Altrimenti fu perdente.

I sognanti e nostalgici dell’Ulivo di oggi dovrebbero tener conto della attuale fase di massima litigiosità delle componenti che vorrebbero coalizzarsi, ma che sfocerebbe in un’altra fragile e instabile coalizione, e della plausibile prospettiva che ci aspetti una legge elettorale sostanzialmente proporzionale.

E, alla fine, con chi ci si dovrebbe coalizzare?

Con tutti questi fatti con lo stampino?

Disuniti comunque perché si odiano, non si riconoscono, non si stimano, fanno distingui, ma sono per l’Unità.

E il tessitore chi dovrebbe essere?

 

 

 

 

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

Sua madre fissò il soffitto, fece un sospiro pesante.

Il genere di sospiro che facciamo quando accettiamo qualcosa di brutto che ci è accaduto.

Come quando muore un parente e diciamo: “Almeno ha vissuto a lungo”.

O come quando la nostra casa viene distrutta da un incendio, e pensiamo: “Almeno siamo ancora vivi”.

Un sospiro di rassegnato disappunto.

Un premio di consolazione, perché siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo.

Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perché alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta.

Niente conta davvero.

Jamie Ford “Il gusto proibito dello zenzero”

(Un libro da leggere)

OTTOBRE

OTTOBRE

” … Io
pensai di possedere tutto
il significato di ottobre
appiccicato sotto il mio cappello.
Pensai che ottobre
fosse una creatura tangibile,
con una voce propria.

Io ho sempre pensato che ottobre fosse
una sorta di vecchia luce d’Amore … “

Diario di uno scrittore affamato
Jack Kerouac