MA GUARDA CHE STRANO, OPPURE NO


MA GUARDA CHE STRANO, OPPURE NO

Ma guarda che strano.

Ieri sera su rai3, per l’assenza del programma di Fazio “che tempo che fa”, è stato deciso di mandare in onda una puntata di Report, del giornalista Sigfrido Ranucci.

E, guarda caso, è stata scelta la puntata vecchia, l’unica (forse), contro Matteo Renzi.

Un caso? O una volontà? Chissà che nei prossimi giorni non capiremo meglio che cosa c’è sotto.

E poi, eccoci qui, a subire l’ennesima ondata: quella sui rapporti con l’Arabia Saudita.

Ma non facciamoci impressionare.

Nessuno degli indignati di oggi ha mai sollevato mezzo problema, quando parlamentari e politici vari sono andati in pellegrinaggio da Putin, in Cina (esaltata in modo imbarazzante), dallo stesso re saudita, e qualcuno perfino in Corea del Nord.

Per non parlare dell’esaltazione dei dittatori di centro e sud America.

Sia chiaro, la questione della violazione dei diritti umani è molto complessa, e ci mette di fronte, come abitanti di democrazie liberali, a contraddizioni fortissime.

Viviamo in buon parte consumando quello che viene prodotto in dittature illiberali senza diritti del lavoro.

A causa di questo, non abbiamo reali “armi” per opporci a quello che ci indigna (vedi il caso Regeni, le sanzioni alla Russia, la vendita di armi, etc etc).

Anche la stessa questione del vaccino russo Sputnik V, rientra in questo alveo.

E’ una cosa con cui dovremmo fare i conti ogni giorno.

Io ci starei.

Non ci sto all’utilizzo del tema per l’ennesima campagna ipocrita contro uno solo.

Sempre lo stesso.

Con l’unico obiettivo di sconfiggerlo coprendolo di fango, visto che con la politica non riescono nemmeno a sfiorarlo.

LA RICONOSCENZA


LA RICONOSCENZA

Alziamoci e siamo riconoscenti,

perché, anche se oggi non abbiamo imparato molto,

almeno abbiamo imparato un poco;

e se non abbiamo imparato nemmeno un poco,

almeno non ci siamo ammalati;

e se ci siamo ammalati,

almeno non siamo morti;

perciò, siamo riconoscenti.

(Kuddhaka-Patha – risveglio.net)

IL NOME DELLA MADRE


IL NOME DELLA MADRE

Di solito sono i padri ad andarsene e la madre a restare, in letteratura come nella vita.

In Il nome della madre, secondo romanzo di Roberto Camurri, accade il contrario.

Ettore si ritrova a crescere da solo il figlio Pietro: sua moglie, la madre del bambino – di cui, significativamente non conosciamo il nome – se n’è andata.

Sappiamo poco di lei, donna misteriosa e inquieta, delle ragioni per cui non è al suo posto con la famiglia, come sembrano saperne poco le persone che la conoscevano e l’amavano.

Di certo, la sua assenza genera un vuoto profondo.

Ettore vive tra il ricordo del suo profumo e una rabbia che non trova sfogo, cerca di essere un buon padre, anche se un padre non avrà mai la sensibilità, gli sguardi, le parole di una madre, anche se in quel bambino rivede la donna che lo ha ferito.

Affronta anni difficili, soprattutto quando Piero è piccolo, ma faticosamente trova un nuovo equilibrio.

La mancanza si abbatte invece come una tempesta sull’esistenza di Pietro che, una volta divenuto adolescente e poi adulto, entra in conflitto col il padre, “colpevole” di quel vuoto incolmabile.

Si allontana da suo paese, Fabbrico (lo stesso dove è nato l’autore), dalla provincia e dai suoi riti, come se l’aria che vi si respira gli risultasse insopportabile, e da Ettore e da tutto ciò che rappresenta.

È una persona costantemente alla ricerca di qualcosa, che porta con sé un tarlo che corrode tutto ciò che intraprende.

Quando instaura una relazione affettiva importante, che sembra dargli pace, qualcosa in lui si spezza nuovamente e rischia di mandare in frantumi quanto ha costruito.

Tanto che il padre lo accuserà di essere come sua madre: uno che fugge.

Roberto Camurri indaga un tema per certi versi inesplorato, cercando di dare voce a sentimenti e pensieri attraverso una descrizione insistita delle azioni dei suoi personaggi. Una scelta coerente con la loro difficoltà a elaborare un trauma vissuto e a essere consapevole delle ripercussioni che ha provocato nel loro intimo, benché a tratti risulti forse eccessiva sul piano stilistico.

L’autore è bravo nel rendere il mondo di provincia, come pure a indagare i risvolti più intimi dei suoi personaggi, fragili e coraggiosi nello stesso tempo.

Interessante è notare come il racconto si snodi prima attraverso lo sguardo di Ettore e poi quello di Pietro, spostandosi in seguito dall’uno all’altro.

(Il nome della madre di Roberto Camurri Ed. NN)

ANCH’IO AMO I GATTI


ANCH’IO AMO I GATTI

Non si capisce bene perché le donne amano tanto i gatti. Resta un piccolo mistero.

I gatti sono indipendenti, non ascoltano mai, non vengono mai quando li si chiama, amano restare fuori tutta la notte, e quando sono a casa, tutto quello che vogliono è di essere lasciati tranquilli a dormire.

In altre parole, tutte le caratteristiche che le donne mal sopportano in un uomo, le amano in un gatto.

Una curiosità: piccola raccolta di pensieri sui gatti, espressi da alcuni personaggi.

Con i gatti non si sa bene dove finisce il “normale” e dove inizia il paranormale”. (Fernand Méry)

Un gattino è la delizia d’una casa. Per tutta la giornata viene messa in scena una commedia da un
incomparabile attore. (Champfleury)

Il più piccolo felino è un capolavoro. (Leonardo da Vinci)

 I gatti sono esseri misteriosi. Nella loro mente c’è molto di più di quanto noi possiamo immaginare. (Sir Walter Scott)

Io non mi meraviglio affatto quando il gatto fa qualcosa di misterioso; mi meraviglio quando fa cose normali. (Gino Paoli)

Il gatto è il più gentile degli scettici. (Jule Lemaitre)

Un miao massaggia il cuore. (Stuart McMillan)

La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita. (Albert Schweitzer)

Il gatto è imprevedibile ed ammaliante come un’orchidea selvaggia. (Stanislao Nievo)

Un gatto non è mai volgare. (Carl Van Vechten)

Il senso di indipendenza dei gatti fa sentire più indipendente chiunque viva accanto a loro. (Derek Tangye)

Se fosse possibile dotare i gatti di ali, essi non si accontenterebbero di essere uccelli, sarebbero angeli… ( Dick Shawn)

(Dal Web)

C’È ALTRO OLTRE L’ABBANDONO?


C’È ALTRO OLTRE L’ABBANDONO?

Ci sono domande alle quali solo un uomo può rispondere, perché fanno parte di una cultura prettamente maschile: perché uccidere la donna, perché togliere la vita, l’unica cosa preziosa che una persona possiede?

L’87 % degli omicidi commessi ai danni di una donna vengono perpetrati nell’ambiente famigliare e il 95% di essi è commesso da un marito, compagno o convivente, successivo alla decisione della donna di rompere il rapporto affettivo.

Cosa scatta in un uomo al momento dell’abbandono da parte della sua donna?

Quando si ama veramente una persona, il desiderio più grande è di saperlo felice o con noi o senza di noi, invece scatta il desiderio di sopprimere quella persona.

Non credo che sia l’amore (falso) o la gelosia che porta a questi gesti estremi, ma il considerare la donna, non come essere umano, ma come oggetto di proprietà, una “cosa qualsiasi” che non ha possibilità di scelta, soprattutto se decide di andare via, di chiudere un rapporto, un matrimonio.

Spesso una donna lascia un uomo perchè, in realtà, l’ha già lasciata, mentalmente, da anni, o perché subisce violenze.

Ma l’uomo vuole trovarla ugualmente lì, ogni sera, sileziosa e ubbidiente, come il tavolo della cucina, come il divano nel salotto.

L’ultimo delitto ha una caratteristica agghiacciante, la donna è stata tagliata con una scure, oltre all’orrore del gesto ci sono le motivazioni che lasciano sconcertati, un gesto in cui si legge il desiderio di annullare totalmente la persona.

Se non si arriva all’eliminazione fisica, si tenta comunque di uccidere l’anima, mortificando, punendo, insultando la donna che lascia, anche nelle cosiddette “chat”, si assiste a violenze verbali, persecuzioni e altro, da parte di uomini lasciati.

Si assiste alla “messa in piazza” di ogni cosa intima e privata, pur di raggiungere una punizione per l’abbandono e si continua per mesi o per anni, esponendo ogni giorno alla pubblica gogna quella donna, cercando in qualche modo di colpirla a morte nel suo intimo, distruggendo comunque il passato di un amore condiviso.

Perché per un uomo è così difficile accettare un abbandono?

Perché si arriva a rovinare la propria vita, preferendo perfino il carcere, pur di non permettere alla propria donna di continuare a vivere?

Meglio un pasto, un letto, tra quattro mura, in galera, insieme ad altri, che la propria casa, la propria famiglia, la vita dei figli? O il pensiero che prima o poi si esce da quel carcere?

Vorrei ricordare una considerazione bella di Massimo Troisi, sulla fine di un amore: “Non potrei vivere al pensiero che da qualche parte ci sia una donna che mi odia, perché come abbiamo messo tanto amore nello stare insieme, bisognerebbe saper lasciare con amore”.

 

OGNI TEMPESTA


OGNI TEMPESTA

Ogni tempesta, infine, si placa.
Certo, ci lascia inermi, come un addio;
fragili, con la paura di spezzarci.
Rimane qualche foglia per strada,
qualche sasso nello stomaco
e un po’ di sabbia negli occhi.
Poi, una mattina, ci si sveglia
con tanta voglia di rivedere il mare,
abbracciare la vita,
fare pace con il cuore.

(Carla Casolari)

LA BAMBOLA DI ILSE


LA BAMBOLA DI ILSE

Questa storia, vera, fu raccontata dalla compagna di vita di Franz Kafka,Dora Diamond.

Quando si stava a Berlino, Kafka usava andare spesso a passeggio allo Sterlitzer Park e fu qui che un giorno incontrò una bimba piangente, Ilse, disperata perché aveva perso la sua bambola, Brigitte.

Le si avvicinò, la cercarono insieme, inutilmente.

Il grande scrittore si inventò “postino delle bambole” e le promise che il giorno dopo le avrebbe sicuramente portato una lettera della sua Brigitte.

Così fu. La prima letterina diceva: “non piangere, Ilse, sono andata a visitare il mondo. Ti racconterò le mie avventure”.

Per Kafka “raccontare” diventò un impegno importante.

L’incontro dello scrittore e della bambina al parco durò ventuno giorni e lui vi si dedicò con amore e quasi con pignoleria, com’era nel suo stile, a inventare i viaggi immaginari e fantastici di Brigitte di cui, quotidianamente, leggeva alla piccola le avventure.

Ilse era felice, viveva con la sua bambola sogni mai immaginati.

Arrivò il giorno del ritorno di Brigitte, stanca di girare il mondo, arrivò con una nuova bambola che Kafka regalò ad Ilse, “ma questa non è la mia bambola”, protestò la piccola, un’ultima letterina spiegò l’arcano: “i miei viaggi mi hanno cambiata”. 

Ilse abbracciò la bambola e la portò a casa, finalmente rasserenata.  

Si scrisse che Ilse, divenuta adulta, trovasse nella bambola una minuscola letterina da lui firmata che diceva: “tutto ciò che ami probabilmente andrà perduto, ma alla fine l’amore tornerà in altro modo”. Comunque sia, questo ultimo capolavoro della vita di Kafka, divenne un romanzo intitolato “Kafka e la bambola viaggiatrice” ad opera dello scrittore catalano Jordi Sierra J. Fabra che regalò ai lettori un racconto prezioso, successivamente trasposto in opera teatrale.

EFFETTI COLLATERALI


EFFETTI COLLATERALI

“Manzoni non l’aveva vista, la peste, ma aveva studiato documenti su documenti.

E allora descrive la follia, la psicosi, le teorie assurde sulla sua origine, sui rimedi.

Descrive la scena di uno straniero (un “turista”) a Milano che tocca un muro del duomo e viene linciato dalla folla perché accusato di spargere il morbo.

Ma c’è una cosa che Manzoni descrive bene, soprattutto, e che riprende da Boccaccio: il momento di prova, di discrimine, tra umanità e inumanità.

Boccaccio sì che l’aveva vista, la peste.

Aveva visto amici, persone amate, parenti, anche suo padre, morire. E Boccaccio ci spiega che l’effetto più terribile della peste era la distruzione del vivere civile.

Perché il vicino iniziava a odiare il vicino, il fratello iniziava a odiare il fratello, e persino i figli abbandonavano i genitori.

La peste metteva gli uomini l’uno contro l’altro.

Lui rispondeva col Decameron, il più grande inno alla vita e alla buona civiltà.

Manzoni rispondeva con la fede e la cultura, che non evitano i guai ma, diceva, insegnavano come affrontarli.

In generale, entrambi rispondevano in modo simile: invitando a essere uomini, a restare umani, quando il mondo impazzisce.”

GROSSI O PICCOLI, I SUPERBI SONO SEMPRE STUPIDI


GROSSI O PICCOLI, I SUPERBI SONO SEMPRE STUPIDI

Sulla riva di un ruscello, un moscerino si era addormentato.

Ma dal profondo della foresta arrivò un ruggito sordo e possente.

Il povero moscerino si spaventò terribilmente.

Un grande, grosso e grasso leone alla ricerca della cena, ruggiva a pieni polmoni.

Il moscerino gridò indignato: «Ehilà! La volete smettere? Cos’è tutto sto trambusto? Non potete lasciare dormire in pace la brava gente? Che diritto avete di stare qui?».

Il leone sbuffò: «Che diritto? Il mio diritto! Io sono il re della foresta. Faccio quello che mi piace, dico quello che mi piace, mangio chi mi piace, perché io sono il re della foresta!».

«Chi ha detto che tu sei il re?» domandò tranquillamente il moscerino.

«Chi l’ha detto?» ruggì il leone, «io lo dico, perché sono il più forte e tutti hanno paura di me».

«Ma io, tanto per fare un esempio, non ho paura di te, quindi tu non sei re».

«Non sono re? Ripetilo se hai il coraggio!».

«Certo, lo ripeto E non sei re, se non ti batti contro di me e non vinci».

«Battermi con te?» sbuffò il leone calmandosi un po’. «Chi ha mai sentito niente di simile? Un leone contro un moscerino? Piccolo atomo insignificante, con un soffio ti mando in capo al mondo!».

Ma non mandò niente da nessuna parte.

Ebbe un bel soffiare e sforzarsi con tutta la forza dei polmoni.

Allora perse definitivamente il senso delle proporzioni e si buttò avanti con le fauci spalancate per inghiottire il moscerino, ma inghiottì solo una zolla d’erba.

E l’astuto insettino dov’era? Proprio in una narice del leone e là cominciò a solleticarlo e punzecchiarlo.

Il leone sbatteva la testa contro gli alberi, si graffiava coi suoi unghioni, strepitava, ruggiva: «Oh! Il mio naso! Il mio povero naso! Pietà! Esci di lì! Sei tu il re della foresta, sei tutto quello che vuoi, ma esci dal mio naso!» piagnucolò infine il leone.

Allora il moscerino volò fuori dalla narice del leone, che mortificato e umiliato sparì nel profondo della foresta.

Il moscerino cominciò a danzare di gioia: «Sono il re, re, re, re! Ho battuto un leone! L’ho fatto scappare! Sono il più forte e il più furbo, io!».

A forza di saltellare, esultando, qua e là, il moscerino non si accorse di essersi avvoltolato in qualcosa di fine, e di leggero e di forte, dei lunghi fili bianchi, quasi invisibili tra i fili d’erba e che si attorcigliavano intorno al corpo dell’insetto, legando le sue zampe e le sue ali.

Il ragno arrivò sulle sue otto zampe e pensò: «Che bello stuzzichino per la cena!».

[Grossi o piccoli, i superbi sono sempre stupidi]

AVER RAGIONE


AVER RAGIONE

Quando a furia di prove e di argomenti
e obiezioni e domande sei riuscito
a farti dare ragione
e l’altro, quello che ha torto,
lo vedi zitto lì davanti,
sgonfio, come morto,
questa scena di uno abbandonato
dalle parole
ti fa talmente patire
che pur di farlo ancora un po’ parlare,
pur di non essere più
lì da solo
vorresti dire che non importa,
che la cosa non è
poi tanto chiara.

Proprio allora
ti accorgi che il discorso
ha lasciato anche te.

Umberto Fiori (Sarzana, 1949), da Chiarimenti, 1995

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