VIRUS NON VAIRUS

VIRUS NON VAIRUS

Suona male alle orecchie, storpiare le parole latine in inglese.

Giggino da Avellino continua a storpiare le parole latine pronunciandole come se fossero roba inglese.

Ignoranza o provincialismo che sia, ditegli di smettere.

L’aveva già detto prima: coronavairus al posto di coronavirus. E una volta passi. Potrebbe essere stata una disattenzione.

Ma invece no, l’ha ripetuta più volte. In ogni occasione di intervista all’estero. Anche ieri e mo’ basta.

Qualcuno avverta per pietà Giggino e lo renda edotto che ci sono parole che lui e tanti come lui pensano siano inglesi.

Ma sono latine.

Virus, non vairus.

Qui manca tutto, soprattutto mancano le radici, la storia, la cultura.

Ma soprattutto le basi.

In Di Maio non ci sono proprio.

Ma purtoppo Di Maio (e con lui la sua compagnia) è un “virus” pericoloso e mortale per la politica italiana.

RUBARE IN CHIESA (di Giuseppe Turani)

RUBARE IN CHIESA (di Giuseppe Turani)

Dire che lo Stato italiano, e i governi che lo hanno diretto ultimamente, soffrono di schizofrenia forse non è elegante, ma risponde a verità. Da una parte, infatti, attraverso blocchi vari decisi in vari momenti ha tagliato fra i mille e gli otto mila euro gli assegni annuali dei percettori di pensioni. Dall’altra, per ragioni elettorali, si inventa pensioni a quota 100, cioè anticipate rispetto a quella che sarebbe una giusta scadenza (e si vorrebbe scender ancora più sotto).

Insomma, con una mano, lo Stato toglie, con l’altra concede. Non agli stessi ovviamente, ma un po’ a caso. Il risultato è il sommarsi di ingiustizie e il fatto che in materia di pensioni niente sembra essere sicuro. I sindacati hanno fatto i conti e stanno protestando, ma sono anche consapevoli che i pensionati  ”bidonati” (in qualche caso è come se fosse stata cancellata un’intera mensilità), non rivedranno mai quei soldi e nemmeno le pensioni alle quali avrebbero diritto. Le ragioni sono molto semplici e sono due:

1- Da una parte lo Stato non ha i soldi per rimborsare i pensionati ai quali ha scippato parte della pensione.

2- Dall’altra parte, in questi anni lo Stato si è abituato a usare le pensioni come una sorta di bancomat: non possono scioperare, sono anziani, portare via loro dei soldi è facile, più che andare a rubare in chiesa.

Adesso ci attendono un certo numero di anni a crescita zero, quindi con poche risorse. Un silenzioso, ma costante assalto alle pensioni è quasi inevitabile. Con una sola variante rispetto agli anni scorsi: i sindacati hanno fatto bene i conti e sono vigili. Questa volta, forse, sfilare soldi ai pensionati sarà più difficile.

“IO NON LE CREDO”

“IO NON LE CREDO”

“Io non le credo”
Questa è la risposta di Gruber a Marattin.

Io credo che mai il giornalismo sia caduto così in basso, perché, questa frase, sovverte tutte le regole etiche di un’intervista.

“Non le credo” semmai lo dice il giudice all’imputato che, per quanto si affanni, non è riuscito a essere convincente.

L’intervista, a differenza di un tribunale, ha invece lo scopo di trasmettere al pubblico, a casa, quella conoscenza dei fatti e delle intenzioni che il politico intervistato ha l’obbligo di far conoscere all’opinione pubblica.

Si tratta della sua verità beninteso, ma ognuno di noi ha una sua verità.

L’intervistatore è quindi il filtro e il tramite né compiacente né ammiccante.

Ma non può neanche essere prevenuto fino all’odio personale, perché l’ospite – lo dice la parola- è appunto un ospite e, in quel momento, è in un sottile stato di inferiorità, perché non sa come andrà a finire, non sa se sarà capace di dire tutto quel che vuole dire, non sa se sarà capace di schivare i trabocchetti.

Le interviste di Otto e mezzo si svolgono in un clima di tensione, per cui ormai l’uno contro tre, ognuno più assatanato dell’altro, è la norma.

E quell’uno, comunque, riesce incredibilmente a spiegare, a non impappinarsi, a rimanere lucido.

Ma quando l’intervistato, malgrado tutto, è riuscito a dire la sua verità, l’intervistatore che ha fatto di tutto per metterlo in soggezione, quella sua verità la deve alla fine accettare.

“Io non le credo” vuol dire che il toro non può uscire vivo dall’arena. Comunque il toro va ucciso.

Viene però così abbattuto, col toro, anche un caposaldo della democrazia che è l’informazione.

Io penso che gli esponenti, anche quelli di Italia Viva, debbano continuare ad andare alle trasmissioni, perché, anche se un unico spettatore ha un soprassalto e dice “no, così non va, così non mi piace”, vuol dire che c’è speranza per questo Paese.

 

COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE

COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE

Colui che non sa niente, non ama niente.
Colui che non fa niente, non capisce niente.
Colui che non capisce niente è spregevole.
Ma colui che capisce, ama, vede, osserva.
La maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore.
Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole, non
sa nulla dell’uva.
(Paracelso)

Queste parole mi fanno riflettere sul periodo in cui viviamo.

Forse perchè penso seriamente, che uno dei problemi della nostra società, sia l’ignoranza che sfocia in una banale superficialità.

Guardandomi attorno, noto quanto i media siano riusciti nel compito, di farci credere informati quando in realtà la disinformazione dilaga.

Noto quanto le persone siano sempre meno propense a riflettere e a fare una sana autocritica.

Mi rendo conto, quanto siamo sempre più incapaci per fragilità, o mancanza di tempo, a gestire i rapporti umani.

Quello che voglio dire con queste parole, è quanto sia importante la conoscenza, la riflessione e la volontà con la quale cerchiamo di valorizzare le nostre qualità umane.

Perché solo chi conosce ama, vede, osserva.

I danni, che lo stato attuale delle cose ci reca, ormai li conosciamo tutti, o quasi tutti, abbastanza bene.

Siamo incapaci di amare, pieni di paure che sempre più spesso, sfociano nell’ intolleranza in tutto ciò che è diverso da noi.

Purtroppo capire l’evoluzione delle cose è impossibile, ma la frase a cui mi ispiro è questa: ” E’ fede razionale credere, che un giorno l’essere umano riuscirà a liberarsi dalla prigione di terrore e schiavitù, che si è creato.”

IL MARTIRE

IL MARTIRE

Farsi processare era il desiderio di Salvini, almeno a parole, e chiedere ai suoi di votargli contro, gli è sembrato un atto di coraggio di un italianissimo personaggio quale lui si definisce.

Fare il salvatore della Patria e contemporaneamente il martire, il suo sogno.

Un enorme possibilità di visibilità e mesi e mesi di pubblicità.

Ma davvero Salvini ha salvato la Patria?

Le centinaia di emigranti erano già sul teritorio italiano, la nave Gregoretti, era naturale che sbarcassero in territorio italiano. Questo doveva fare come Ministro dell’Interno italiano prendendo anche in considerazione il personale italiano della nave.

Invece li ha estradati in altri paesi. Germania, Portogallo, Francia, Lussemburgo e Irlanda, con grande soddisfazione sua e dei suoi.

In aula al Senato ha cominciato a fare l’eroe martire : «Non ho nulla di cui rimproverarmi. Ho difeso i confini del mio Paese e la sicurezza dei miei figli e dei figli degli italiani».

Il discorso sui figli è diventato un mantra. Forse pensava di intenerire il cuore dei cattivi che gli vogliono male?

Il più duro a replicare è il capogruppo Cinque Stelle Gianluca Perilli: «Io i miei figli non li tiro in ballo per questioni di politica. La verità è che Salvini cerca l’ombrello del presidente del Consiglio». Mentre Vito Crimi, sul blog delle stelle, scarica definitivamente l’ex alleato: «Non c’era alcuna necessità di tenere 131 persone per giorni a bordo di una piccola imbarcazione».

In ogni modo alla fine della serata, anche Salvini, una volta incassato lo schiaffo del Senato, guarda già al processo con un filo di inquietudine.

I magistrati decideranno come sembrerà loro opportuno, ma Salvini ha commesso i reati che oggi gli vengono attribuiti. E uno che si è macchiato di reati così gravi, sequestro di persona, può stare in politica?

È chiaro che su questa storia dei migranti, Salvini ha costruito la sua intera carriera politica,  violando ripetutamente la legge.

Ma la sua politica antimigranti è risultata vincente e lo sarà ancora, nonostante i processi e gli atteggiamenti.

(Le notizie le ho raccolte, in parte, da : La Stampa)

UN SOLO BAGNO

UN SOLO BAGNO

Oggi si decide al Senato, se concedere o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, ex Ministro dell’Interno.

Non so se è chiara la materia del contendere.

Abbiamo una nave la Gregoretti, della marina italiana che, in base alla legge internazionale del mare che “impone il salvataggio di naufraghi”, raccoglie 119 persone in mare, in evidente pericolo di vita.

La nave però non è attrezzata per la presenza di un così grande numero di persone (basta pensare che ha un solo bagno per centinaia di persone).

Per questo motivo si parla di sequestro di persona.

La nave italiana è già territorio italiano, quindi farli sbarcare avrebbe significato trasportarli da un territorio italiano precario, ad un altro territorio italiano più stabile e agevole.

Non dimentichiamo il disagio arrecato anche a tutto il personale di bordo.

Non rientra infatti nei loro compiti, sequestrare ed essere sequestrati con, lo sottolineo, un solo bagno per 119 persone.

I SOVRANISTI

I SOVRANISTI

I sovranisti non amano l’Italia.

Amano gli umori aggressivi che provano alcuni italiani.

L’Italia ha un cuore troppo femmineo per i loro gusti da macho.

Il loro punto di riferimento sono gli italiani che hanno paura.

Quelli che oggi sono terrorizzati dal coronavirus e se la prendono con i cinesi.

Quelli che vogliono un’Italia chiusa dentro i propri confini, come un organismo a sé stante.

Quelli che fanno continuamente riferimento agli italiani, come se fossero un’entità pura e indistinta, da proteggere da ogni contaminazione esterna.

Quelli che non considerano che nell’infanzia degli italiani ci sono i goti, i longobardi, gli arabi, i greci, i normanni, i tedeschi di Federico II.

Quelli che se la cavano con una formula: “Prima gli italiani”. Sbandierando l’immagine di un popolo improbabile.

Ci vorrebbe, invece, la capacità degli italiani di non percepirsi fuori dal mondo che li circonda.

Gli italiani dovrebbero riuscire a percepirsi europei, perché senza l’orizzonte dell’Europa l’Italia si allontanerebbe da se stessa.

È questa l’irresponsabilità più grande dei sovranisti.

L’idea di considerare l’Italia e gli italiani come qualcosa di “a se stante”. Slegata dal mondo.

PILLOLE DI SAGGEZZA

PILLOLE DI SAGGEZZA

“Chi dice di combattere questa guerra al “terrorismo”, sono coloro che hanno usato la più micidiale arma di terrorismo contro l’umanità, la bomba atomica. Quella che c’è in atto non è una guerra al terrorismo, è una guerra contro i poveri del mondo, perché restino poveri, perché siano sempre più poveri.”

Gino Strada

 

COL CUORE COPERTO DI NEVE di Silvestro Montanaro

COL CUORE COPERTO DI NEVE di Silvestro Montanaro

<< Laura aveva gli occhi azzurri come il cielo a primavera, occhi capaci di ridere e scaldare come raggi di sole in una giornata d’agosto. E andava pazza, come me, per i cornetti con la nutella.

A casa, il boss ci dava poco da mangiare. Diceva che dovevamo essere in forma, che i clienti quelle grasse non le vogliono.

<< Lo faccio per voi, bellezze…>>.

Diceva questa stronzata ridendo. Una risata dura, cattiva, che ci metteva il gelo addosso. Sapevamo tutte che non c’era niente di peggio che non piacere ai clienti.

E così Laura ogni volta che un cliente si “innamorava” di lei, e capitava spesso, si faceva portare due cornetti stracolmi di cioccolata. Uno per lei, uno per me.

Li mangiavamo ridendo come matte di nascosto, quando nessuno poteva vederci.

Lei aveva quindici anni ed io quattordici.

Laura diceva che ero la sua sorella più piccola.

Di sorelle vere ne aveva una a Bacau, su in Romania. E le voleva pure un gran bene. Ma da più di un anno, da quando si era ritrovata su di un marciapiede italiano, non ne aveva più notizie. Era proibito a tutte noi telefonare.

E così da otto mesi, da quando ero arrivata anche io in quella brutta casa alla periferia di Roma, attirata come lei dalla promessa di un lavoro ben pagato come cameriera in un ristorante, ero divenuta io sua sorella.

Raccoglieva le mie lacrime. Veniva a dormire accanto a me la notte quando gli incubi mi mangiavano l’anima. Era l’unica a parlarmi pur sapendo di rischiare un sacco di botte perché era proibito anche parlare troppo tra noi. E a decidere quando e quanto fosse troppo era il boss ed i suoi malumori.

Laura diceva sempre che se un giorno ce l’avessimo fatta a sopravvivere e a venir fuori da quello schifo di vita io sarei rimasta per sempre la sua sorellina, che quel dolore che faceva da cielo livido alle nostre esistenze ci aveva unite per l’eternità.

E sognavamo insieme un futuro di cose belle e semplici. Passeggiate, giochi da fare, il mareche non avevamo mai visto… e ridevamo stringendoci forte le mani.

Ridevamo, sognavamo, per non morire dentro, per essere almeno per pochi secondi due ragazzine.

Era bella Laura. Aveva i capelli biondi e lunghi, il viso affilato e dolce e forme già da donna a differenza di me che mi ostinavo a restare ossuta peggio di un maschiaccio. Ed era la più coraggiosa di noi, di tutte le prigioniere della casa.

Non abbassava mai lo sguardo, neanche quando il boss ed i suoi uomini la picchiavano, neanche quando per umiliarla la prendevano davanti a noi tutte…

Il capo la odiava per questo. Le aveva provate tutte per stroncare la sua resistenza. Una volta l’aveva obbligata a ripulire il bagno che lui ed i suoi amici avevano insudiciato più del solito.

Doveva farlo con la lingua.

Lei aveva obbedito ed era tornata indietro sempre con la testa alta.

Poi, quando tutti dormivano, aveva vomitato più volte, piangendo di rabbia.

Il giorno dopo, però, il cielo limpido e immenso dei suoi occhi era lì come sempre, più forte di ogni offesa, persino della morte, a sfidare le iene che ci tenevano prigioniere.

“Prima o poi ti ammazzo, stronza…” le diceva spesso quell’infame, ma evitava di guardarla negli occhi.

Parlava sul serio. Sapevamo benissimo che era capace di farlo e che se fino ad allora non era successo era solo perché Laura era la migliore della squadra.

Di noi sette era quella che i clienti preferivano e così la notte, ogni notte, quando si tornava nella nostra prigione, era Laura a consegnare più soldi.

Fissava il capo con disprezzo, quasi gli buttava i soldi addosso e poi girava i tacchi e se ne andava a dormire incurante delle bestemmie e degli insulti di quell’animale.

Quella sera vedemmo avvicinarsi una macchina scura. Dentro erano in due. Pensammo che fossero dei clienti. Uno scese e vedemmo che era rumeno come noi. Ci guardammo, mentre quello si avvicinava, come a chiederci cosa stesse accadendo. Quello arrivò a meno di un metro da noi. Fissò me, poi Laura. E scelse. Fu un attimo, solo un piccolissimo attimo.

Sentii un botto terribile. Ricordo un lampo di fuoco. Poi Laura a terra con il volto sfigurato e ricoperto di sangue e carne bruciata. Il suo corpo tremò di dolore qualche secondo, i suoi occhi mi cercarono e poi restarono immobili fissi su di me come in una disperata preghiera mentre una voce sibilava feroce nel mio orecchio.

” Di al tuo boss che se domani non ricevo i miei soldi, vi ammazzo tutte!” >>.

Alessandra sta tremando, si torce le mani. Una bimbetta di qualche anno le si aggrappa ai jeans e le mormora qualcosa di dolce. É una delle tante “sorelline” di cui ha deciso di occuparsi da quando sei mesi fa, dopo aver denunciato alla polizia i suoi aguzzini, è tornata nel suo paese ospite di una struttura protetta che raccoglie un centinaio tra ragazzine come lei e piccoli orfanelli. Ed allora lei le carezza la testolina, le sorride e promette che presto tornerà a giocare con lei.

Alessandra, il “maschiaccio” come si racconta lei, ora di anni ne ha sedici e sembra un fiore in boccio nonostante faccia tutto per nasconderlo.

Le psicologhe del centro mi hanno raccontato che questa ragazzina, sempre taciturna se non quando è in compagnia delle più piccoline che la adorano, porterà per sempre i segni profondi dell’orrore che ha vissuto.

Soffre di disturbi del sonno, di claustrofobia estrema, ha una totale mancanza di fiducia nel mondo, soprattutto nei confronti degli uomini. E odia il suo corpo, il suo essere donna. Quasi fosse una colpa, la causa di tutto ciò che ha dovuto vivere e sopportare.

Stanno lavorando, e grazie a Dio con qualche successo, sulla sua autostima.

<< Sentii il suo calore, il calore di Laura che tante volte mi aveva rassicurata, un’ultima volta. Era sulle mie mani, sul mio corpo. Vischioso, liquido. Il suo sangue. Ricordo solo che ebbi la forza di chiuderle gli occhi. Più che per pietà, lo feci perché non sopportavo quella disperazione nell’unico cielo limpido che avessi visto da tanto tempo. Mi sentii urlare e poi tanto buio, solo buio.

Mi risvegliai a casa strattonata dal boss. Ero smarrita, provavo un dolore lancinante, facevo fatica a connettere, ma lui voleva sapere. Mi schiaffeggiò.

“Parla, stupida cagna! Chi è stato?”.

Con un filo di voce ricordai, innanzitutto a me stessa, quello che era successo. Dalla sua bocca uscì un diluvio di bestemmie. Mi spintonò via e raggiunse i suoi uomini. Una delle ragazze origliò i loro discorsi.

Ad assassinare Laura era stato il Lupo. Il nostro capo non gli aveva voluto pagare la tassa che pretendeva per aver occupato il tratto di strada dove battevamo. Sperava di poter trattare sul prezzo, ma aveva fatto male i suoi calcoli.

Il Lupo non faceva sconti e contro il Lupo c’era poco da fare. Era il più forte, il più organizzato e la sua parola era legge. Era arrivato in Italia prima di tutti gli altri magnaccia e godeva della protezione delle organizzazioni criminali del vostro paese. Aveva a busta paga alcuni poliziotti, uno stuolo di avvocati e le regole le faceva lui, soltanto lui.

Il corpo di Laura fu fatto sparire ed il giorno dopo il Lupo ricevette i suoi soldi fino all’ultimo centesimo. E per noi cominciò l’inferno.

La crudeltà e le pretese del capo e dei suoi uomini aumentarono fino all’impossibile. Le ore di lavoro si moltiplicarono, il cibo e il vestiario diminuirono.

“A che vi servono vestiti nuovi? Quello che i clienti vogliono, dovete mostrarlo, non coprirlo!”, comandava quell’uomo di giorno in giorno sempre più insoddisfatto.

Laura rendeva benissimo e la sua perdita era un colpo secco alle finanze della banda. Andavamo sulla strada praticamente nude pur di attirare i clienti. Ma la concorrenza era tanta e gli incassi, nonostante ci rompessimo le ossa al gelo e sotto la pioggia di quell’inverno freddissimo, restavano al di sotto delle aspettative.

Ed allora giù botte ed insulti. Eravamo delle incapaci, non valevamo niente. Fu così che decise una nuova “strategia di mercato”. Ai clienti non dovevamo rifiutare niente. Dovevamo dar tutto. Se prima il messaggio ai finestrini delle auto che si abbassavano era “bocca e figa, 50 euro…”, ora dovevamo aggiungere anche culo e bocca e senza condom.

Ricordo che quando ci diede l’ordine, ci guardammo tutte smarrite, già sfinite.

Allo schifo si aggiungeva altro schifo. Al dolore, all’umiliazione, alla paura, al timore di malattie si aggiungevano altro dolore, umiliazione, paura, certezza di prendersi qualche brutta malattia.

Veronica disse che quello era troppo, che lei non lo avrebbe mai fatto. Un secondo dopo, davanti a noi tutte, sperimentò sul suo corpo e sulla sua anima tutte le novità.

Prima il capo, poi gli altri, tutti gli altri…davanti a tutte noi, in un silenzio rotto solo dal suo pianto, dalle sue urla di dolore, dalle sue implorazioni e dalle loro risate sguaiate. Poi fummo accompagnate sulla strada.

Due giorni dopo Veronica sparì. Tutte noi capimmo immediatamente che era fuggita.

L’avevamo vista salire sull’auto di uno che veniva spesso e cercava sempre e solo lei. E tutte noi realizzammo immediatamente che sarebbe successo qualcosa di terribile. Il boss lo aveva detto più volte.

”Non provate a scappare. Non provate neanche a pensare di scappare. Da qui si va via solo e quando lo decido io. Altrimenti…desidererete la morte”, aveva giurato.

A casa successe di tutto. Fummo interrogate e picchiate. La ragazza che faceva coppia sulla strada con Veronica fu torturata. Le spensero le sigarette addosso, le infilarono un sacchetto di plastica sulla testa fino a farla quasi soffocare.

Quando finalmente capirono che quella poveretta non ne sapeva nulla, il boss la lasciò tornare in camera con noi. Poi, fissandoci tutte con quei suoi occhi crudeli giurò che ce l’avrebbe fatta pagare.

Della fuga di Veronica furono informate tutte le bande. Seppur in concorrenza l’una con l’altra, c’erano dei patti silenziosi che tutte rispettavano. Ed uno di questi era lavorare insieme a ritrovare le fuggitive. Erano una minaccia, un cattivo esempio da stroncar subito e di comune accordo.

Per una settimana intera subimmo ogni tipo di angheria. Poi, una sera, proprio quando cominciavamo a pensare, e a sperare, che Veronica avesse fatto la cosa giusta, quasi ad invidiarla, quando tornammo a casa il boss ci accolse stranamente sorridente e soddisfatto.

In un angolo, legata ad un mobile con una catena che all’altro estremo le feriva il collo, c’era Veronica. Piena di lividi, gonfia di botte.

L’avevano ritrovata quelli del Lupo e l’avevano riportata, dopo averne abusato una notte intera, al nostro capo.

“Domani sera si fa festa per il ritorno di Veronica”, disse lui e tra noi soffiò forte il vento gelido della paura.

La sera dopo nevicava. Non come dalle nostre parti in Romania, ma a terra si era formato uno strato di qualche centimetro e le macchine ci sbandavano paurosamente sopra. Ci furono pochi clienti e già immaginavamo cosa ci avrebbe fatto subire il boss al ritorno a casa.

Quel pomeriggio vedendoci uscire non aveva proferito neanche una parola. Bastava la sua faccia sempre più buia e feroce a farci temere il peggio. E il peggio arrivò ed era oltre ogni immaginazione.

Veronica rimase a casa, sempre lì, incatenata. Aveva dormito per terra, ma poi per tutta la mattinata nessuno le aveva torto un capello.

Verso mezzanotte arrivò il pulmino a riprenderci. Ma invece di portarci verso casa, fummo condotte in un posto fuori città. Arrivammo nei pressi di un grande edificio abbandonato, forse una fabbrica in disuso.

Ad attenderci c’erano il capo ed i suoi uomini, il Lupo con alcuni dei suoi, tante altre ragazze con i loro papponi.

Al centro dell’edificio qualcuno aveva costruito una specie di gabbia con del filo spinato.

Veronica era lì dentro, nuda, coperta solo del suo sangue. Piangeva disperata. Ed il Lupo parlò.

“Questa puttana ha tentato di scappare e per chi scappa, per ognuna di voi che ci provasse, c’è solo una pena. La morte. Anzi, pregare di morire presto…”.

Ad un suo cenno un uomo aprì il portellone di un furgoncino e sentimmo un rumore feroce, diabolico. Tre sagome nere legate ai guinzagli provarono ad avventarsi contro chiunque fosse loro a tiro. Tre enormi doberman, tenuti a solo acqua per una settimana, pazzi di rabbia e fame.

Urlammo spaventate immaginando cosa stava per accadere. Anche io urlai. Ma ancora non credevo che l’avrebbero fatto. L’uomo si avvicinò alla gabbia, tolse loro le museruole e li fece entrare.

Veronica urlò con quanto fiato aveva in gola mentre quelle bestie l’assalivano e cominciavano, latrando di gioia, a dilaniarla.

Nel capannone sembrò trasferirsi l’inferno. Noi urlavamo, alcune si coprivano gli occhi, una ragazza svenne. Poi un’esplosione.

” State zitte cagne e guardate. La prima che urla ancora o prova a coprirsi gli occhi, la uccido”, ululò il lupo brandendo il suo revolver.

Bastarono pochi secondi a spegnere la voce di Veronica. Ora era solo un rantolo, un soffio disperato. Ed allora il nostro boss chiese al Lupo la sua arma e si avvicinò alla gabbia. Puntò la pistola verso la testa di Veronica e fece fuoco facendogliela esplodere.

” Non l’ho fatto per lei, ma per queste povere bestie. Hanno diritto a mangiare in pace questa merda. Perché voi siete solo merda, ricordatevelo tutte!” >>.

Mi accorgo di star stringendo le mani di Alessandra che mi ha raccontato tutto come fissando nel vuoto, come persa in un incubo ad occhi aperti. Ha le mani ghiacciate, come morte.

Capisco che gliele sto tenendo tra le mie un po’ per pena e tanto per aggrapparmi a qualcosa. Ho voglia di vomitare.

Restiamo in silenzio per più minuti.

<< Non ci volevo più stare lì, per me la morte era divenuta quasi una speranza. Pochi giorni dopo, mentre ero per strada, vedemmo arrivare due macchine della polizia.

In questi casi, gli ordini erano chiarissimi. Bisognava scappar via immediatamente. Se poi qualcuna veniva presa, doveva mentire sulla propria età e giurare che faceva quella merda di lavoro volontariamente. Poi ci avrebbero pensato gli avvocati dell’organizzazione a tirarci fuori.

Quella sera tutte scapparono via, io invece rimasi lì e quando in commissariato mi chiesero cosa ci facessi per strada, raccontai tutto.

Il mio boss è stato arrestato e con lui altri uomini della banda. Il Lupo, invece, è riuscito a scappare avvisato, forse, da una soffiata di qualche poliziotto che aveva a busta paga.

Ora devo star nascosta perché sono una morta che cammina. Le organizzazioni non perdonano chi fugge e fa la spia. Insomma, la mia vita è ancora una prigione. Ma almeno qui mi sento al sicuro, mi trattano bene. E posso far qualcosa di utile, aver cura di queste bambine, fare in modo che possano essere un po’ felici. Sì, che possano essere bambine, che possano ridere e giocare. Io bambina lo sono stata per così poco tempo…>>.

Mentre Alessandra sta per allontanarsi e raggiungere le sue piccole protette, le faccio un’ultima domanda.

<< Ma i clienti…non vedevano che tu eri solo una ragazzina?>>.

Alessandra si ferma e stringe i pugni. Poi senza neanche voltarsi quasi bestemmia tanto è dura la sua voce.

<< Gli uomini sono iene. Gli piace far del male, approfittarsi di chi è più debole di loro>>.

Quasi a volersi scusare, si gira per un attimo verso di me.<< Non tutti, non tutti…>>.

Ma non mi sento salvo.

da “Col cuore coperto di neve” di Silvestro Montanaro

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO

(Tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/07/storia-universale-epidemie-eta-antica/)

La cosa potrebbe probabilmente cogliervi di sorpresa, perché non tratto spesso questo argomento (fondamentalmente, partendo dal presupposto che non ve ne possa importar di meno).
Eppure, così è: ho studiato abbastanza a lungo la Storia delle epidemie, prima all’università e poi per lavoro.

In un momento storico in cui tutta Italia s’è scoperta epidemiologa, non resisto alla tentazione di graziare il mondo con i my two cents… spronata in particolar modo da una domanda che – tra il serio e il faceto, tra il curioso e lo xenofobo – ho letto parecchie volte, in questi giorni, sui social: ma è vero che le peggiori epidemie della Storia arrivano sistematicamente dalla Cina?

Messo così, sembrerebbe un pregiudizio becero – invece, storicamente, è grossomodo vero.

La sifilide è probabilmente americana.
Quasi sicuramente, il colera arriva dall’India.
Qualche epidemia “di scarso successo”, nel senso che spiegherò più avanti, ha il suo focolaio in Africa.
Ma, regà, date retta a me: in fatto di epidemie, il made in China è garanzia di qualità. Se volete una epidemia ben strutturata, ragionevolmente letale e con buone potenzialità di diventare endemica, è in Cina che la dovete cercare.

Prima di addentrarci nella questione, urgono due premesse:

  1. Ovviamente sono una storica e non un medico. Per quanto riguarda le considerazioni di natura strettamente medica, mi attengo a quanto hanno scritto gli storici che prima di me hanno intervistato medici epidemiologi, presumendo che abbiano fatto bene;
  2. La fonte principale di questo articolo è l’immortale saggio Plagues and Peoples di William McNeill, “immortale” nel senso che è uscito nel 1975 e ancor oggi è considerato pietra miliare nel settore, con l’esclusione di qualche punto critico che è stato recentemente messo in discussione. Ne sono consapevole, e ho tenuto in considerazione il libro solo per quei punti che vengono comunemente ritenuti validi.

E allora, pronti via! Cominciamo questa appassionante

Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo

I. Salve, mi presento: sono l’Agente Patogeno

Quando, negli anni ’30 dell’Ottocento, il colera arriva in Europa, le riviste satiriche inglesi cominciano a rappresentarlo come sopra. Lo personificano, dandogli l’aspetto di un gentleman scheletrico ma gioviale che sbarca da porti lontani in viaggio di lavoro.
L’immagine che vedete sopra è tratta da una collezione privata; quelle che aprono e chiudono l’articolo sono apparse sulla rivista Punch.

Adoro l’umorismo inglese.
Da quando ho scoperto questo filone di vignette, io, le malattie, me le immagino proprio così. Nel mio lucido delirio, immagino gli Agenti Patogeni come degli minuscoli agenti speciali con una missione top top secret: innescare una pandemia.

Di Agenti Patogeni, ovviamente, è pieno il mondo. Ognuno di loro ha gusti specifici e ha affinato tecniche diverse per portare a casa la pagnotta, ma tutti sono accomunati da un’unica ambizione: fare un lavoro come si deve ammazzando un fracco di persone.

Per riuscire a farsi strada nel magico mondo delle malattie e guadagnarsi l’ambito titolo di Epidemia, il candidato ideale deve possedere tre skill fondamentali:

  1. Essere un tipo socievole. Perché – va da sé – è difficile diffondere un contagio se stai a rotolarti su un sasso nel mezzo del deserto. Il Perfetto Agente Patogeno è un tipo che ama i posti affollati e che è anche disposto a viaggiare per raggiungerli, prendendo dimora nelle grandi città e/o comunque in zone densamente popolate.
  2. Considerare la verginità un valore. Nella storia delle epidemie, si parla di “popolazione vergine” per indicare una popolazione che non è mai venuta a contatto con l’Agente Patogeno. La differenza tra una popolazione vergine e una popolazione che, beh, hai già portato a letto è la stessa che permette alle maestre d’asilo di arrivare più o meno vive alla fine dell’anno scolastico e, per contro, fa sì che i loro pupilli cadano vittima di un continuum ininterrotto di contagi. Tanto più una popolazione è stata esposta a una malattia, tanto più affinati saranno i suoi meccanismi di difesa.
  3. Non avere troppe pretese. Ci sono alcuni Agenti Patogeni che, non appena individuano una popolazione vergine, partono per la tangente perdendo completamente la trebisonda. Yeeeeee!! Contagiamo tutti!! Ammazziamo il mondo!! Sì! Sangue! Sputo! Pus! Diarrea! Col piccolo problema che, una volta che hai ammazzato tutti, non hai più nessuno da contagiare e devi battere in ritirata.
    Uno degli Agenti Patogeni più scemi della Storia è stato quello che, nel 1891, si è messo in testa di provocare in Africa un’epidemia di peste bovina, uccidendo in pochi mesi un numero di capi spaventosamente alto (oltre il 90%). Nell’arco di una stagione, ci sono carcasse di bovini ovunque, con un piccolo numero residuo di super-mucche che, va a sapere per quale miracolo, sono immuni al contagio. L’Agente Peste Bovina, ridotto alla fame, è costretto a ritirarsi con disonore; ci riprova or qua or là, ma con successi non più duraturi. Nel 2011, subisce l’onta di essere dichiarato malattia eradicata (peggio di lui aveva fatto solo l’Agente Vaiolo, ma lì c’erano di mezzo massicce campagne vaccinali).

In sintesi: per riuscire a fare un buon lavoro, l’Agente Patogeno ha bisogno di stanziarsi in località affollate, possibilmente mai visitate prima e con una popolazione abbastanza ampia da poter essere decimata senza che questo ne comporti lo sterminio totale.

In età storica, in quali luoghi del mondo si sono verificate queste condizioni?

II. La Bibbia, una cronistoria di epidemie

Aaaahh, il Vicino Oriente Antico, meravigliosa culla della civiltà.
Lì si sviluppano il mondo assiro-babilonese e la grande potenza egiziana: lì, per la prima volta, migliaia di persone prendono dimora in magnificenti insediamenti urbani.
Lì, gli Agenti Patogeni di tutto il circondario si danno appuntamento, organizzando un morbo-party che dovette essere senza precedenti.

Le fonti scritte di quell’epoca sono relativamente poche, ma quelle che ci sono bastano e avanzano per farci capire che i nostri amici Agenti si diedero un sacco da fare.

L’Epopea di Gilgameš parla di una epidemia che colpì attorno al 2000 a.C. e che viene citata anche da frammenti coevi provenienti dall’Egitto. Per l’arco temporale che va grossomodo dal 1200 al 600 a.C., la Bibbia cita ‘na caterva di epidemie che la metà bastano: oltre alle piaghe d’Egitto, abbiamo il morbo che si abbatte sui Filistei nel libro di Samuele; la pestilenza che re Davide sceglie simpaticamente di inviare alla popolazione per risparmiarsi l’onta di una sconfitta; il male che decima gli assiri ai tempi di Sennacherib.

Doveva trattarsi, però, di epidemie non particolarmente “cattive”.
Nel senso che, sì, le fonti le citano, ma non sembra di avere a che fare con epidemie di una magnitudine tale da arrestare o anche solo ostacolare lo sviluppo di queste civiltà, che, per il resto, continuano a crescere a prosperare.
Datte retta a me: quando si abbatte su una società una malattia veramente carogna, le ripercussioni socio-economiche si vedono fin troppo bene. In questo caso, non ci sembra di vederle.

E poi, a un certo punto, tracce di queste epidemie spariscono pure dalle cronache dell’epoca.
Non è irragionevole supporre che, dagli e dagli, col passar dei secoli, una crescente fetta di popolazione avesse sviluppato immunità e/o avesse posto in essere delle strategie di auto-difesa volte a ridurre il rischio di contagio (es. “è noto a tutti che non si consuma la carne di quell’animale, perché la sapienza ancestrale ci insegna che, se qualcuno si avvicina a quelle bestie selvatiche, grandi sciagure colpiscono il villaggio”).

Insomma: non solo la verginità della popolazione non era che il ricordo sfiorito di un felice tempo lontano – la popolazione s’era pure fatta scafata.
Probabilmente, qualcosa era andato storto anche nelle strategie di guerra dei nostri Agenti: può darsi che dopo l’exploit iniziale si fossero indivanati dando il via a una metamorfosi verso ceppi meno “cattivi” (che, ad esempio, si limitano a debilitare, ma non mirano necessariamente a uccidere. Capita spesso, che dopo un esordio coi fiocchi, gli Agenti Patogeni facciano questa fine, colti da crisi di mezza età).

I nostri amici agenti furono costretti a ritirarsi alla chetichella, ritirandosi in piccoli focolai di campagna. Quel mercato ormai era saturo, e/o comunque serviva una nuova strategia. Meglio guardarsi attorno e cercare un buon tour operator in grado di suggerire nuovi luoghi in cui svernare.

III. Il Mediterraneo è un posticino non male, per un Agente

Di virus nativi del bacino mediterraneo, non mi risulta ce ne siano molti (medici in linea, correggetemi se sbaglio). Gli inverni sono abbastanza freddi; i mesi caldo-umidi sono relativamente pochi; se devono metter su casa in maniera stabile, gli Agenti Patogeni preferiscono zone più meridionali.
Ecco: magari, il Mediterraneo non è l’habitat preferito al mondo per i nostri amici, però ha un grande bonus: è una specie di enorme piscina da un capo all’altro della quale viaggiano costantemente navi che, sfruttando i venti a favore, sono capaci di percorrere in pochi giorni distanze anche considerevolmente lunghe. Ergo: è possibile che un marinaio apparentemente sano salpi da un porto senza mostrare sintomi e sbarchi più morto che vivo centinaia di chilometri più in là, seminando il contagio in ogni dove.

Questa, almeno, era la situazione del Mediterraneo nel momento in cui si sviluppano sulle sue coste le grandi civiltà greche e romane (con annessi assembramenti di folle a fare l’effetto “primo anno al nido”).
E infatti, è proprio lì che vanno i nostri amici Agenti dopo aver saturato il mercato mediorientale. E fanno un ingresso in grande stile, a partire dalla “peste di Atene” descritta da Tucidide.
La malattia raggiunge la Grecia nel 430 a.C. a partire dal porto del Pireo, rotta obbligata per tutte le navi che – non a caso – arrivavano da Oriente. Da lì, colpisce tutte le più grandi città uccidendo fino a due terzi della popolazione… e sparendo poi con la stessa velocità con cui era venuta.
Nuovi focolai scoppiano nel 429 e nel 427, ma non con la stessa virulenza.
Poi basta.

Perché, poi basta?
La popolazione superstite aveva sviluppato anticorpi come doveva esser già successo alle altre popolazioni colpite?
O l’Agente Patogeno si era indivanato, come aveva già fatto nel Vicino Oriente?

Difficile a dirsi. Ma, se non altro, la “peste” di Atene (che sicuramente non era peste; probabilmente tifo. Alcuni ipotizzano una febbre emorragica tipo l’ebola) aveva mostrato al piccolo mondo dei virus che il bacino del Mediterraneo è un gran bel posto in cui lavorare.

Fortunatamente per i nostri antenati – e sfortunatamente per i nostri piccoli amici microbici – il bacino del Mediterraneo era molto molto lontano dal luogo in cui la Scuola d’Alta Formazione per Agenti Patogeni stava per veder realizzati i più arditi sogni della direzione.
E cioè, un improvviso trasloco di masse vergini in terre dove gli Agenti la facevano da padrone.

IV. La gente muore giovane, a sud del Fiume Azzurro

Mentre Atene e Sparta se la davano di santa ragione, in un regno lontano lontano, nella grande pianura della Cina del Nord, migliaia di contadini lavoravano felici nella fertile valle del Fiume Giallo. Attorno al 200 a.C., osservando compiaciuto il benessere socio-economico ivi raggiunto, l’Impero Cinese sceglieva, non irragionevolmente, di ampliare i suoi confini avanzando verso Sud, in quelle terre analogamente rese fertili dal grande Fiume Azzurro.

Sulla carta, ottima idea; all’atto pratico, un disastro sanitario. Nonostante la relativa vicinanza, le terre a sud del Fiume Azzurro avevano un clima drasticamente diverso: i monsoni erano frequenti, le temperature erano alte, l’umidità era elevata. Insomma, erano il perfetto terreno di coltura per una vasta quantità Agenti Patogeni assetati di sangue, che non erano mai riusciti a spostare verso Nord i loro focolai (venendo, probabilmente, stroncati dagli inverni troppo rigidi).

Ma prendi alcune migliaia di Cinesi del Nord e portali a vivere nelle terre del Sud… ed ecco d’un tratto realizzarsi i sogni più spinti di ogni Agente.

Ssuma Ch’ien, storico cinese morto nell’87 a.C., è il primo a scrivere che “nell’area a sud del Fiume Azzurro, il terreno è basso e il clima è umido; i maschi adulti muoiono giovani”. Nei secoli a venire, la circostanza viene accettata come un dato di fatto, tant’è vero che nella letteratura medica cinese fioccano consigli sanitari e diete particolari per proteggere chi si avventura a Sud. Peraltro, con scarso successo, calcolato che le terre meridionali continuano ad essere falcidiate da malattie epidemiche non meglio identificate (e da una che le fonti ci permettono invece di identificare: tra le altre cose, c’era sicuramente un problema di malaria).

Fortunatamente per i nostri progenitori in Italia, il Lontano Oriente è, a quell’epoca, un posto molto molto lontano.
…che però diventa improvvisamente più vicino quando – agli albori dell’epoca cristiana – l’Impero Cinese decide di aprirsi all’Occidente per importare in Europa il made in China. Sappiamo ad esempio che tra le matrone romane del primo secolo era diventato di moda indossare scandalose sete semi-trasparenti che venivano prodotte, ad Antiochia, con bachi cinesi. Ed è solo un esempio tra i molti!

I contatti tra Oriente e Occidente diventano sempre più frequenti, con lo stabilirsi di rotte commerciali lente ma regolari. Delle quali si sarebbero servite – giulivi e increduli per tanta grazia immeritata – decine e decine di Agenti in incognito: tipi freddolosi che, da soli, non si sarebbero mai spinti così lontano, ma che invece si trovavano benissimo a viaggiare nel confortevole tepore di un organismo umano.

V. Le epidemie del tardo (e malaticcio) Impero

Ovviamente, il bacino del Mediterraneo non era nuovo alle epidemie. Abbiamo già citato la peste di Atene, disastrosa oltre ogni misura ma rapida a scomparire.
Per quanto riguarda Roma, Livio ricorda almeno undici epidemie verificatesi in età repubblicana. Ma l’impressione è – di nuovo – di avere a che fare con pestilenze non particolarmente “cattive”. Non ci risultano crolli demografici da ecatombe dopo il passaggio di questi morbi. La crescita economica e l’espansione militare di Roma non sembrano essere rallentate seriamente da questi mali.
Si trattava di epidemie indivanate, come quelle ormai-non-troppo-letali che dovevano esistere nel Medio Oriente? Oppure la popolazione locale, dagli e dagli, aveva sviluppato immunità di gruppo contro questi mali?

Ovviamente possiamo solo fare ipotesi, ma resta un dato di fatto: nessuna delle epidemie in questione fu neanche lontanamente paragonabile a quella che scoppiò in Cina nel 162 d.C. causando il 40% di morti (!) tra i soldati che presidiavano le frontiere a nord-ovest. Da lì si diffuse nel Medio Oriente e nel 167 arrivò a Roma, addosso alle truppe di ritorno dalla Mesopotamia (e/o come souvenir di viaggio per i funzionari che nel 166 si erano recati in ambasciata alla corte degli Han per intessere rapporti diplomatici).

Fu un macello.

La malattia si comportò esattamente come ci si aspetta che si comporti un Agente Patogeno che arriva da terre lontane e che tocca per la prima volta una popolazione completamente priva di anticorpi utili.
In altre parole, la mortalità fu altissima (si stima abbia raggiunto circa un terzo della popolazione)… ma, intelligentemente, non troppo alta da causare una completa ecatombe. Spostandosi or qua e or là attraverso emaciati viaggiatori, il nostro astuto Agente si diede da fare per almeno quindici anni, oltrepassando le mura di città ancora da scoprire e tornando a visitare centri che aveva già toccato non appena l’immunità di gruppo veniva meno.

Siamo di fronte alla prima delle grandi epidemie made in China (probabilmente, vaiolo). La quale, dopo aver ammazzato tutto l’ammazzabile nei suoi primi quindici anni di lavoro, scelse probabilmente di prendersi una vacanza in Africa fino al 251. In quella data, tornò a marciare verso Nord mettendo in ginocchio Roma con una nuova ondata di violentissimi contagi, che si susseguirono per un’altra quindicina d’anni.

E lì – va detto – la popolazione europea cominciò seriamente a preoccuparsi. Mai a memoria d’uomo si erano registrate epidemie così virulente ma così persistenti al tempo stesso, capaci di diventare endemiche dando il via a uno straziante stillicidio.

E dire che l’Agente Vaiolo era ancora un simpatico vicino di casa, se paragonato al collega che stava facendo stretching dietro l’angolo, pronto a salire sul ring alla prima occasione utile. Stava per arrivare in Europa quella che è l’epidemia per eccellenza: la peste bubbonica, la Morte Nera.

Come tutte le malattie di un certo livello: è made in China pure lei.
Ma visto che questo articolo è già spropositatamente lungo e la peste bubbonica è una malattia così bellina da meritarsi un approfondimento come si deve, facciamo che ai sozzi bubboni dedico – a breve – una seconda puntata di questo excursus.

Rimanete in linea, il peggio deve ancora arrivare.

(Scritto da Lucia)