LA CALUNNIA È UN VENTICELLO


LA CALUNNIA È UN VENTICELLO

La calunnia è un venticello
Un’auretta assai gentile
Che insensibile, sottile,
Leggermente, dolcemente,
Incomincia, incomincia a sussurrar.
Piano, piano, terra terra,
Sottovoce, sibilando,
Va scorrendo, va scorrendo
Va ronzando, va ronzando
Nell’orecchie della gente
S’introduce, s’introduce destramente
E le teste ed i cervelli
Fa stordire e fa gonfiar.
Dalla bocca fuori uscendo
lo schiamazzo va crescendo,
Prende forza a poco a poco,
Vola già di loco in loco,
Sembra il tuono, la tempesta
Che nel sen della foresta
Va fischiando, brontolando,
E ti fa d’orror gelar.
Alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia,
E produce un’esplosione
Come un colpo di cannone,
Come un colpo di cannone,
Un tremuoto, un temporale,
Un tumulto generale
Che fa l’aria rimbombar.
E il meschino calunniato,
Avvilito, calpestato,
Sotto il pubblico flagello,
Per gran sorte va a crepar.

Don Basilio, il maestro di musica di Rosina, arriva in casa di Don Bartolo e si affretta ad avvisarlo che il conte di Almaviva, che loro sanno essere lo spasimante segreto di Rosina, è arrivato in città. Don Bartolo è preoccupato perché vuole al più presto sposare Rosina, e il conte per lui è una minaccia troppo grande. Ma Don Basilio lo rassicura: quel che ci vuole è una bella calunnia; qualcosa creato ad arte per metterlo il pessima luce agli occhi della gente, in modo che sia costretto a scappare dalla città. Don Basilio spiega a Don Bartolo cosa sia la calunnia in questa celebre aria, assumendo un tono quasi da sermone; descrive come la calunnia nasca piano piano e come via via acquisti sempre più forza, insinuandosi nella mente delle persone.

( Il Barbiere di Siviglia)

LA FAMIGLIA KARNOWSKI


LA FAMIGLIA KARNOWSKI

Un gran bel libro.

La scrittura è penetrante e fluida, i vari percorsi, l’assoluta mancanza di espedienti retorici, consentono una visuale spettacolare.

Da uno shetetl della Polonia alla moderna Berlino, fino alla già caotica e multietnica New York, racconta le vicende di tre generazioni di uomini Karnowski, David, Georg e Jegor, in un loro continuo dialogo introspettivo e nelle relazioni con le persone amate. 

Ci sono tante cose: la plurale identità ebraica nell’Europa del primo Novecento, i rapporti quasi mai semplici fra genitori e figli, il ruolo della donna, l’antisemitismo europeo, l’intolleranza, l’emarginazione e l’esilio, la ricerca della felicità, il desiderio degli ebrei di essere come gli altri cittadini come ben simboleggia il dramma del giovane Jegor che, figlio di una “ariana ” e di un Karnowski, rifiuta la parte ebraica di se stesso, fino ad identificarsi coi carnefici.

I personaggi diversificati e descritti da Singer mostrano, vivono, percorrono i grandi conflitti e le diversità del mondo ebraico, senza mai dare dei giudizi e con una sottile vena ironica.

Un libro “avvolgente”, con poche parole delinea caratteri e fisionomia e fa penetrare in un viaggio sensoriale evocativo.

Singer osserva e ci fa incontrare la società ebraica dell’est degli anni 30 del novecento dal punto di vista storico e culturale, in modo mai didascalico ma preziosamente naturale. 

Singer J. morì in America e non poté mai sapere cosa sarebbe successo nella Germania nazista, quindi il racconto delle prime emarginazioni, dei preconcetti, delle violenze fa capire meglio ed in maniera imprevista, quanto radicato sia stato l’antisemitismo tedesco ed anche quanto volgare e primitivo era già, da allora, il concetto deleterio ed iniquo di “razza eletta”, sia nelle sue espressioni esteriori che nell’essenza. Diventa più chiaro il perché sia potuto accadere tutto quello che sappiamo.

Molto bella la figura della “rossa” dottoressa e di suo padre, protagonisti generosi, fedeli a se stessi ed al prossimo. Lei una donna con caratteristiche fortemente contemporanee e si afferma con energia nella professione, poi in politica ed infine come informatrice-agitatrice negli ambienti ebraici Newyorkesi, dove ha portato la sua esperienza di emigrata.

(La famiglia Karnowski Di di Israel Joshua Singer – Ed Gli Adelphi)

[Un breve passo: ……Il dottor Zerbe non era immune alle superstizioni, ai terrori nascosti le cui radici profonde risalivano all’educazione impartitagli dal padre pastore di una chiesa di un paesino di campagna. A quel periodo risaliva la paura segreta di quegli esseri dai capelli dagli occhi neri, i figli d’Israele, che avevano conquistato alla loro religione tutti i popoli della terra, infiammato il mondo intero con le loro ardenti dottrine nate dal deserto. In ognuno di loro vedeva un erede dei patriarchi, un successore dei profeti, un Ebreo errante dalla bisaccia gonfia di antiche astuzie, di oro e profezie, di magie rubate all’Egitto, nonché di un tesoro di esperienze raccolto nel corso di generazioni di vita errabonda. Nemmeno la regolare frequentazione di ebrei moderni che non avevano più nulla in comune coi loro antenati, che addirittura li rinnegavano e si sforzavano di essere germanici al cento per cento, aveva dissipato quel fascino.]

I VERGOGNOSI BARBARI ACEFALI DI BOLOGNA


I VERGOGNOSI BARBARI ACEFALI DI BOLOGNA

“Una donna vergognosa che dovrebbe sparire.”

Questo le hanno urlato su un palco No Green pass a Bologna, tra gli applausi, durante la manifestazione del 15 ottobre 2021.

Questo sono arrivati a vomitare su una donna di 91 anni, sopravvissuta ai campi di sterminio, piccoli uomini che non hanno neppure la dignità di essere chiamati umani.

Non c’è una parola in italiano che possa esprimere pienamente lo sdegno, lo schifo e lo spavento senza fine di fronte a questi barbari acefali.

Però esiste uno stato d’animo esprimibile a parole: ti vogliamo bene Liliana Segre.

Come a un’amica che abbiamo avuto l’immensa fortuna di conoscere.

Ti vogliamo bene, e siamo milioni.

La tua scorta siamo noi.

 

 

AUTUNNO


AUTUNNO

Autunno! Il nostro umile giardino per intero si spoglia,
le foglie gialle se ne volano via, sospese nel vento,
solo laggiù, lontano, si scorgono, sul fondo della valle,
appassire i gonfi grappoli rosso-fiamma del sorbo.

Il mio cuore è triste e lieto insieme,
senza parlare stringo e riscaldo le tue piccole mani,
ti guardo negli occhi, piango in silenzio,
e non so dirti davvero quanto ti ami.

(da Il peccatore, 1858)

(Aleksej Tolstoj)

Le poesie di Aleksej Tolstoj hanno una gran varietà di forma e di contenuti: risalta però la lirica amorosa, dedicata alla moglie Sof’ja Andreevna Miller, associata ai temi della natura. L’autunno riverbera anche all’interno della casa quella sua malinconica dolcezza.

Aleksej Kostantinovič Tolstoj (San Pietroburgo, 5 settembre 1817 – Krasnyj Rog, 10 ottobre 1875), scrittore, poeta e drammaturgo russo, cugino di secondo grado di Lev Tolstoj. La sua poesia, molto varia, è amorosa, dedicata alla lirica della natura o a composizioni filosofiche e teologiche.

I MITI DEL NOSTRO TEMPO


I MITI DEL NOSTRO TEMPO

Conosciamo le malattie del corpo, con qualche difficoltà le malattie dell’anima, quasi per nulla le malattie della mente. Eppure, anche le idee della mente si ammalano, talvolta si irrigidiscono, talvolta si assopiscono, talvolta come le stelle, si spengono. E siccome la nostra vita è regolata dalle nostre idee, di loro dobbiamo aver cura, non tanto per accrescere il nostro sapere, quanto piuttosto per metterlo in ordine.

La prima figura d’ordine è la problematizzazione di certe idee che, per ragioni biografiche, culturali, sentimentali o di propaganda, sono così radicate nella nostra mente da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione. E non perché siamo rigidi o dogmatici, ma perché non le abbiamo mai messe in discussione, non le abbiamo mai guardate da vicino. Chiamiamo queste idee miti, mai attraversati dal vento della de-mitizzazione.

A differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio. E questo perché i miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo che, non può essere sollecitata dall’inquietudine delle domande, tranquillizza le nostre coscienze beate che, rinunciando al rischio dell’interrogazione, confondono la sincerità dell’adesione con la profondità del sonno.

Ma occorre risvegliarci dalla quiete che le nostre idee mitizzate ci assicurano, perché molte sofferenze, molti disturbi, molti malesseri nascono non dalle emozioni di cui si fa carico la psicoterapia, ma dalle idee che, comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero, non ci consentono di comprendere il mondo in cui viviamo, e soprattutto i suoi rapidi cambiamenti, di cui i media quotidianamente ci informano senza darci un discernimento critico che ci consenta di intravedere quali idee nuove dobbiamo escogitare per capirlo. E tutti sappiamo che essere al mondo senza capire in che mondo siamo, perché disponiamo solo di idee elementari a cui restiamo arroccati per non essere smarriti, è la via regia per estraniarci dal mondo, o per essere al mondo solo come spettatori straniti, quando non distratti, o disinteressati, o addirittura incupiti.

Per recuperare la nostra presenza al mondo, una presenza attiva e partecipe, dobbiamo rivisitare i nostri miti, sia quelli individuali sia quelli collettivi, dobbiamo sottoporli a critica, perché i nostri problemi sono dentro la nostra vita, e la nostra vita vuole che si curino le idee con cui la interpretiamo, e non solo le ferite infantili ereditate dal passato che ancora ci trasciniamo.

(Umberto Galimberti)

I GIUDIZI AFFRETTATI


I GIUDIZI AFFRETTATI

Alle volte siamo portati a dare giudizi affrettati sulle cose, sulle persone, sugli avvenimenti.

Capita spesso di conoscere qualcuno e giudicarlo, al primo impatto, in un modo, magari, sbagliato.

Ma poi la cosa fantastica è ricredersi, eh sì, ricredersi è meraviglioso.

È come aprire gli occhi per la prima volta, è vedere le cose in un modo del tutto nuovo che non ti saresti mai aspettato.

Ogni cosa va guardata da più prospettive, prima di dare un giudizio, non fermiamoci all’apparenza, perché quello che più conta, sta nel cuore.

C’È UN’ECCEZIONE: FARE POLITICA


C’È UN’ECCEZIONE: FARE POLITICA

Perché per fare il cuoco bisogna studiare? Perché per fare la parrucchiera o il falegname bisogna studiare?  Perché per fare l’architetto bisogna studiare? Perché per fare il sacerdote bisogna studiare?

Non dico semplicemente andare a scuola, ma studiare seriamente anche dopo.

Perché per ogni lavoro bisogna studiare e per fare politica no?

E così in un Paese dove tutto ruota al contrario, chi si cimenta a fare politica nei piccolo comuni, o nelle città o ai vertici, sembra che non ne abbia bisogno.

Allora, qui da noi, basta fare il buffone e essere il più stupido del Paese per fare politica, affondando un paese già di per sé provato da questi ultimi 30 anni

Continuiamo così, continuiamo a votarli e ci troveremo sempre con le pezze ai piedi.

Ma perché invitarli alle trasmissioni televisive? Perché dare loro tanto spazio ogni giorno e ogni ora?

Cosa si impara da loro? Magari ci mettono in testa la solita cosa, lo studio non serve. Come constatiamo con quei rimpicoglioni dei no-vax e no Green-pass. Con le loro protervie e “sapienze” improvvisate, mettono in pericolo, la salute e l’economia del paese.

Bella roba!

Però io continuo a sostenere che quando sto male, voglio un dottore con la laurea e non un ciarlatano.

Il bla, bla, bla degli incompetenti è urtante.

 

DONNE


DONNE

Attento a loro, sono là fuori, camminano nel mondo con la loro paura audace, belle, leggere, sensibili.
Attento a loro, chiudono le porte con decisione ma senza dimenticare.
Amano, costruiscono, danno alla luce e si incontrano fra loro.
Amano il proprio compagno, donano le ali ai loro figli e costruiscono le loro : integre, brillanti, magnifiche, maestose, pronte per volare.
Conoscono la vita e la tua fame, perchè con il loro corpo hanno più volte saputo saziarla.
Riconoscono la stupidità e le sue sfumature: sono state immerse in essa in uno stato di torpore ed hanno vissuto nel dolore, per questo sanno riconoscerla, non dubitare.
Esperte in economia, la applicano in ogni gesto, con sapiente sensualità, senza eccesso né mancanza.
Attento ai loro fianchi: allungano il passo, esitano, fremono e scuotono.
Conoscono l’amore in tutti i suoi colori, dal rosso brillante al debole grigio.
I loro piedi sono ancorati a forti radici.
Pronte ad ascoltare, camminano con un’antica canzone sulle labbra, profonda intensità nei loro occhi, delicata sicurezza nel loro sorriso.
Ma se questo avvertimento è arrivato in ritardo, e scopri che non puoi più fare a meno di pensare ad una di loro, fai attenzione d’ora in avanti, non limitare la sua libertà: non inviarle un messaggio, regalale il tuo tempo e offrile un caffè, non dedicarle una e-mail scrivile una poesia su un tovagliolo.
Non farle promesse mettendo in mostra solo la tua immagine, piuttosto falle conoscere la tua autentica nudità.
Non tentare di riempire la spazio con troppe parole, piuttosto lascia respirare il silenzio.
Brucia la nave che ti ha portato a lei, così da non avere modo di tornare indietro offrile la tua zona di confort in cambio e prenditi il rischio di perdere la vita.
Cammina su un percorso incerto, ma che hai scelto tu.
Ricorda: nella sua borsa troverai, una foto, un profumo e qualche lacrima, nei suoi occhi la stessa tua decisione.
Attento quindi, forse, se sei fortunato, una di loro è già sul tuo cammino.

Jorge Eduardo Cinto

Post del 2016

LA CASA DEI NOMI


LA CASA DEI NOMI

I miti e le tragedie greche sono da sempre fonte di ispirazione per la letteratura, un sorta di archetipo da quale attingere in ogni epoca.

Tuttavia è difficile ricordare una rivisitazione libera e potente come quella di Colm Tóibín, un autore dotato di grande sensibilità umana e linguistica.

La casa dei nomi è scandita da capitoli in cui prendono la voce, a turno, i protagonisti.

A cominciare da Clitemnestra, regina della casata di Atreo, moglie di Agamennone.

All’origine di tutto c’è il sacrificio agli dei della figlia Ifigenia voluto da quest’ultimo che ha attirato la ragazza con l’inganno nell’accampamento dove l’esercito è bloccato, a causa di venti sfavorevoli.

Ignara di tutto, Clitemnestra preparerà la vendetta. Da qui avrà inizio una spirale di sospetti e di odio che non risparmierà nessuno: non Elettra, né Oreste, sorella e fratello di Ifigenia, figli di Clitemnestra e Agamennone.

Il palazzo in cui la famiglia aveva vissuto si trasforma in un covo di cospiratori, teatro di una guerra intestina, in cui nessuno si fida più di nessuno.

Oreste ancora bambino viene costretto ad assistere al sacrificio della sorella, poi rapito per volontà della madre, trova in questo romanzo quella giovinezza che non aveva avuto nel testo di Eschilo. E gli toccherà comunque chiudere il cerchio delle vendette e degli omicidi.

Colm Tóibín umanizza all’estremo i personaggi del mito e della tragedia antichi, facendone uomini di carne e sangue, animati da passioni, calcoli, impulsi.

Anche perché a guidarli non ci sono più gli dei: fin dalle prime pagine Clitemnestra confessa di non credere più in quelle divinità alle quali il marito ha deciso di sacrificare la figlia.

Un tema questo – la solitudine dell’uomo dal cui orizzonte scompaiono gli dei – che rende ancora più contemporaneo questo romanzo.

(La casa dei nomi – Colm Tóibín. Ed Einaudi)

EUGENIO MONTALE


EUGENIO MONTALE

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.


(E.Montale)

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