NEI PENSIERI


NEI PENSIERI

Pensarti
e pensare a te
e pensare soltanto a te

e pensare a berti
e pensare ad amarti
e pensare e sperare

e sperare e sperare

e sperare sempre più
di rivederti sempre.
Non vederti

e nei pensieri
non soltanto pensarti
ma già berti
e già amarti.

E soltanto allora aprire gli occhi
e nei pensieri
soltanto allora vederti
e poi pensarti

e poi di nuovo amarti
e poi di nuovo berti
e poi vederti sempre più bella

e poi vederti pensare
e pensare che ti vedo
E vedere che posso pensarti

e sentirti
anche se per tanto tempo ancora
non potrò vederti.

(Erich Fried)

[Poeta austriaco naturalizzato britannico Erich Fried (1921-1988): il pensiero dell’amata è desiderio, è già amore, nonostante la sua assenza]

(da È quel che è, Einaudi, 1988 – Traduzione di Andrea Casalegno)

 

LA RANA DEL POZZO


LA RANA DEL POZZO

La rana del pozzo é una fiaba tratta da Cri, corso on-line di fondamentali di lingua e cultura cinese.

Una rana che viveva in un pozzo poco profondo disse un giorno alla tartaruga del Mar Orientale:

“Come sono felice! Uscita dal pozzo salto sul supporto della carrucola ed entrata, mi riposo sui mattoni sbrecciati. Nuoto nell’acqua, con le ascelle sommerse e il muso in superficie. Pesto il fango, con zampe appena immerse. Quanto ai gamberi, granchi e girini, nessuno può paragonarsi a me. Per di più, sono l’unica a signoreggiare questo pozzo, entrandovi ed uscendovi a piacere. Sono davvero al colmo della gioia! Perché non venite spesso qui a divertirvi?”

Mentre la tartaruga si apprestava ad entrare con la zampa sinistra nel pozzo, il ginocchio destro si trovò subito ostacolato. La tartaruga ritirò a stento la zampa e si mise a parlare del mare alla rana:

“La vastità del mare non può essere misurata in migliaia di chilometri nè la sua profondità non può essere calcolata in migliaia di metri: All’epoca di Yi, con nove inondazioni ogni dieci anni,  l’acqua del mare non è mai aumentata, mentre all’epoca di Tang, con sette siccità ogni otto anni, non è mai diminuita. La quantità dell’acqua del mare non muta col tempo, nè  le siccità e le inondazioni. Che gioia vivere nel Mare orientale!”

Dopo averla ascoltata, la rana si sentì sbalordita e repressa, come avesse perduto l’anima.

La rana del pozzo rappresenta coloro che si ritengono grandi talenti, ma hanno in realtà scarse conoscenze.

( Vi viene in mente qualcuno? A me viene in mente un personaggio, quotidianamente presente in Tv: un saltafile)

AMO GLI OCCHI TUOI


AMO GLI OCCHI TUOI

Amo i tuoi occhi, amica mia,
E il loro gioco d’incanto e di fuoco,
Quando, d’un tratto, tu li sollevi
E come un lampo nel cielo
Rapida intorno ti guardi.

Ma vi è un incanto ancora più intenso;
Quando nei tuoi occhi chini,
Nel momento del bacio appassionato,
Attraverso le tue ciglia abbassate
Arde il cupo fuoco del desiderio.

(Fedor Tjutcev)

[Appartenente a una famiglia dell’aristocrazia moscovita, Fëdor Ivanovič Tjutčev (1803-1873) fu diplomatico oltre che eminente poeta, e dopo aver iniziato la carriera nel Collegio degli Affari esteri di Pietroburgo operò come incaricato speciale a Monaco di Baviera – dove frequentò Heine, Schelling e gli ambienti del Romanticismo tedesco – e a Torino, dove visse dal 1837 al 1839. Nel 1836 alcune sue liriche furono pubblicate dalla rivista di Puškin «Il contemporaneo», suscitando i primi, ampi consensi. Nel 1844 tornò definitivamente in Russia, mentre la sua fama di poeta cresceva dopo i riconoscimenti tributatigli da Turgenev, Fet, Dobroljubov].

 

ACQUAFORMOSA


ACQUAFORMOSA

Spesso mi diverto a scoprire da quali paesi arrivano gli ingressi al blog. Anche un solo ingresso mi incuriosisce. Le bellezze che scopro sono infinite e davvero sorprendenti. La storia, la posizione geografica, la tradizione.

Ecco per esempio: Acquaformosa, in provincia di Cosenza in Calabria.

Paese con poco più di 1.000 abitanti e incredibile per come sono messe le case. Si distende a gradinata su uno scosceso pendio. Bellissimo.

Ringrazio in particolare quel lettore che, con la sua curiosità, ha acceso la mia curiosità sul suo paese e mi ha fatto scoprire le bellezze del suo paese. Grazie.

Il comune fa parte della minoranza etno-linguistica albanese d’Italia (arbëresë), presente in tutto il territorio dell’Italia meridionale. La popolazione ne custodisce gli usi, i costumi e le tradizioni e conserva la lingua e il rito bizantino, soggetto alla giurisdizione ecclesiale dell’eparchia di Lungro.

La presenza degli arbereshe in Calabria risale al XV secolo, quando i profughi albanesi greci approdarono in Italia. Tale presenza segna anche lentamente la rivitalizzazione della presenza bizantina in Italia. Precisamente queste comunità iniziano a vivere nei territori italiani dopo il Concilio di Firenze del 1439 che dichiarò l’unione tra la Chiesa romana e la Chiesa greca. Iniziarono le migrazioni dei nostri Padri, a causa dello scoppio della guerra contro i turchi invasori.

[L’eparchia di Lungro (in latino: Eparchia Lungrensis) è una sede della Chiesa bizantina cattolica in Italia di rito orientale, immediatamente soggetta alla Santa Sede e appartenente alla regione ecclesiastica Calabria. Nel 2019 contava 32.750 battezzati su 32.950 abitanti. È retta dall’eparca Donato Oliverio].

LE PERSONE CHE SI AMANO


LE PERSONE CHE SI AMANO

Le persone che si amano
possono essere distanti,
ma mai lontane, mai assenti.

L’assenza non è una condizione fisica,
ma dell’anima.

La distanza diventa lontananza
solo quando non si desidera essere vicini.

Non ci sono distanze,
né assenze per chi si ama.

CONTRIBUENTI NON ABBONATI


CONTRIBUENTI NON ABBONATI

Contribuente: Chi paga o è tenuto a pagare le imposte e i tributi stabiliti per legge.

Abbonato: Che ha sottoscritto volontariamente un abbonamento.

Dall’analisi delle due partole se ne deduce che la parola Contribuente, prende in considerazione una ”tassa”, quindi un obbligo di legge, mentre l’Abbonato, paga  una spesa volontaria e non sottoposta ad obbligo di legge.

Per anni e ancora oggi, la rai ci chiama abbonati, come se noi potessimo in qualunque momento disdire quel contratto mai stipulato, perché non ci soddisfa il servizio offerto o per qualsiasi altro motivo.

Anche perché, se fossimo davvero abbonati, potremmo denunciare la rai per averci estorto per anni il pagamento di un abbonamento mai sottoscritto, mai espressamente richiesto.

La rai cerca di cambiare la realtà, omettendo delle parole e usandone impropriamente altre.

La realtà è che la rai non ha abbonati, ha contribuenti, quelli che regolarmente pagano le tasse e nello specifico il canone rai, che è una tassa di possesso sulle apparecchiature radio televisive o di qualunque apparecchio atto o adattabile alla loro ricezione, inserito nelle bollette del gestore dell’energia elettrica.

Con il canone quindi non si pagano i contenuti televisivi “offerti” dalle reti rai, come tendenzialmente vogliono farci credere, ma semplicemente si paga per il semplice fatto di possedere un apparecchio radiotelevisivo o altro apparecchio ad esso affine, fosse anche un videocitofono.

Tale e quale il bollo dell’auto, tassa legata al possesso di auto.

Quindi quando la rai parla di abbonati, è l’ennesimo tentativo di modificare, distorcere la percezione della realtà, di giocare con le parole per tentare di cambiare i fatti, per addolcirne la loro concretezza

La parola “canone”, a sua volta, è un escamotage per non chiamare le cose con il loro nome e cioè “tassa di possesso”, tassa che si trasforma in abbonamento e di conseguenza i tassati diventano abbonati ed ecco che la falsa verità è servita.

Questo è il meccanismo attraverso cui si perpetra l’inganno.

E così, tanto per restare sul tema, la rai, censura senza in realtà censurare, dice senza in realtà affermare, tenta di modificare la realtà dei fatti, negando la concretezza della verità, senza che essa percepisca in tutto questo alcuna contraddizione, forse perché la contraddizione fa parte della sua normalità.

[A me piace molto e credo anche a voi. Però la Rai se ne sbatte dei contenuti. Ed ecco la peggiore notizia: https://www.liberoquotidiano.it/news/spettacoli/televisione/27156089/ulisse-alberto-angela-cancellato-ascolti-deludenti-rai1-caos-sabato-sera.html?fbclid=IwAR0Dx-s0DDUYJbdEuODZgIjvxA-yMOEAqhpOF6htlC7H99-dQfoXiVkmVy0#.YJcbAKfaKR4.facebook%5D

LA VITA NON È UNO SCHERZO


LA VITA NON È UNO SCHERZO

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia

Nazim Hikmet

[Nâzım Hikmet Ran (Salonicco, 15 gennaio 1902 – Mosca 3 giugno 1963), è stato un poeta, drammaturgo e scrittore turco nazionalizzato polacco. Definito “comunista romantico” o “rivoluzionario romantico”, è considerato uno dei più importanti poeti turchi dell’epoca moderna].

L’ERBA BANANA DEL DOTTOR AMAL


L’ERBA BANANA DEL DOTTOR AMAL

Banana Musa paradisiaca. Musa sapientum, Musa basjoo.

La banana è una novità d’oltremare (Giappone) che, giungendo in Europa, fu subito accolta con grande entusiasmo.

Ben poche altre novità esotiche si sono insinuate, imposte, in ogni nostra famiglia quanto questo frutto.

E ben pochi frutti sono stati così concordemente decantati dai medici, fisiologi, igienisti e buongustai, quanto la banana.

Ma non è un albero, quello che ci dà la banana (nessuna fibra legnosa ne indurisce il fusto), ma erba.

Erba tanto gigantesca da innalzarsi, al sole cocente dell’equatore, anche fino a dieci metri di altezza.

Erba colossale dalla quale si dipartono possenti peduncoli, più pesanti dello stesso tronco, e che il greve peso dei grappoli fitti di frutti, tiene chini verso il suolo.

Erba che, se della specie nana, dà la banana del Paradiso, e se della specie alta, dà la banana del Saggi.

Tanto degna del paradiso, la banana, che alcuni sostengono, impugnando le sacre scritture, essere stata una banana e non una mela, il frutto tentatore offerto a Eva nell’Eden terrestre, e che, certe sette religiose inglesi compiono persino solenni cerimonie per celebrare la banana, cioè l’autentico, ma sempre misconosciuto “frutto proibito”.

La banana, oltre che frutto delicatamente dolce e soavemente profumato, è anche un frutto puro e sicuro, perché la sua polpa, ben protetta dalla spessa buccia, mai si infiltra di polvere, mai strisciano vermi, mai si annidano germi, e persino frutto perenne perché così a lungo conserva intatta la sua polpa, che tu puoi mangiare banane tanto nel freddo inverno, quanto nel torrido estate.

È anche un ottimo alimento, sia stramaturo che acerbo.

Della polpa acerba, il 13 per cento è infatti rappresentato da amidi che non solo contribuiscono a elevarne il valore alimentare, ma che le danno anche la possibilità di sostituire il pane e di essere persino ridotta in farina, in una forma di farina che, sebbene contenga meno amido di quella di frumento, pure rappresenta sempre un ottimo alimento.

A mano a mano poi che la polpa matura, quell’amido si trasforma dapprima in destrina e poi in saccarosio, cioè in zucchero, così che mentre la banana acerba è frutto eminentemente farinaceo, la banana matura è invece frutto eminentemente zuccherino, cioè energetico, datore di forze, di energie, e adatto quindi a tutti gli sportivi.

Ma sono soprattutto i suoi minerali e le sue vitamine che fanno così preziosa la banana.

Nessun frutto, infatti, contiene quanto la banana, tanto potassio, magnesio, sodio e (eccetto l’uva) ferro.

E nessun altro, (eccetto il pomodoro crudo) è ricco, quanto la banana, di vitamine.

Nella sua polpa matura ci sono infatti le vitamine della crescita: l’antixeroftalmica (Vit. A); l’antiscorbutica (Vit. C); l’antiberiberica (Vit.B1): l’antirachitica (Vit. D).

Infine la banana è così facilmente digerita, così scarsa di calcio, così priva di purine e di cloruro di sodio, da rappresentare un superlativo alimento-medicina e per i sofferenti di stomaco (specie se cotta alla coque, cioè nell’acqua e nella sua buccia come l’uovo nel suo guscio), per gli arteriosclerotici, per i reumatizzati, per i gottosi, per i nefritici e persino, acerba, per i diabetici.

(Tratto da “Le piante alimentari e medicinali del dottor Amal” Ed Bompiani).

[Nata nel 1872, Amalia Moretti Foggia, laureata in farmacia e appartenente a una illustre famiglia di medici, diresse per circa quarant’anni il Poliambulatorio di Porta Venezia a Milano.  Ciò nonostante deve la sua notorietà non tanto al fatto di essere stata una delle prime donne impegnate in un campo fino ad allora monopolio degli uomini, bensì nella sua costante presenza nella letteratura popolare e nel giornalismo tra gli anni trenta e quaranta del novecento, sotto due famosissimi pseudonimi. Uno, celebre al punto da diventare un “classico” della manualistica casalinga, è quello di Petronilla, la maga delle ricette e dei segreti di economia domestica. L’altro, non a caso maschile, è quello del dottor Amal, sotto il quale la dottoressa Moretti Foggia, tenne per diciannove anni una rubrica di medicina “pratica” su riviste di grande diffusione. Leggere i suoi libri è come ritrovare il gusto di un’epoca].

PIÙ DOMANDE CI FACCIAMO…


PIÙ DOMANDE CI FACCIAMO…

Più domande ci facciamo, meno risposte avremo.

La nostra intelligenza e la nostra cultura non sanno darci risposte, per elevarci spiritualmente.

Perché il senso della vita si può trovarlo solo vivendola, amandola.

Esprimendo amore per noi stessi e per gli altri, con la stessa naturalezza dei fiori di campo che sbocciano quando è il loro momento.

Perché la vita non si misura in anni, ma in emozioni e istanti vissuti, in amore dato e ricevuto.

È fatta di tante piccole cose che le danno un grande significato.

JUANA INÉS DE LA CRUZ


JUANA INÉS DE LA CRUZ

(Durante la lettura dei libri di Don Winslow – Il potere del cane, Il Cartello, Il Confine – sul narcotraffico in Messico, mi sono imbattuta in un nome che mi ha incuriosito: Juana Inés de la Cruz, e una breve ricerca, in Internet, mi ha portato a scoprire una donna eccezionale).



“Stolti uomini che accusate
la donna senza ragione,
ignari di esser cagione 
delle colpe  che le date;
(…)

Io molti argomenti fondo
contro le vostre arroganze,

che unite in promessa e istanze
l’inferno, la carne e il mondo”

Suor Juana Inés de la Cruz nacque in un piccolo paese a sudest di Città del Messico, situato tra due enormi vulcani, il Popocatepetl e l’Iztaccihuatl, nel 1648/51.
E’ considerata uno dei maggiori poeti barocchi di lingua spagnola, e un classico della letteratura latinoamericana.
Amata dallo scrittore Octavio Paz, che le ha dedicato lo scritto Suor Juana Inés de la Cruz o le insidie della fede.

La sua: una famiglia non comune. Nacque da una creola, che aveva già altre due figlie, e da un nobile ufficiale spagnolo che non la riconoscerà mai.
Sua madre avrà poi altri tre figli da un nuovo compagno.
Sebbene analfabeta, la madre dirigeva una masseria, ed era praticamente a capo della comunità in cui viveva.

Juana a 3 anni imparò a leggere, di nascosto, con la complicità di una sorella maggiore che la condusse con sé dalla sua maestra.
A 8 anni scrisse la prima composizione poetica.
A 13 anni chiese alla madre di tagliarle i capelli e vestirla da maschio per poter frequentare l’Università, cosa non concessa alle donne a quel tempo.

L’anno dopo la madre la mandò a vivere a Città del Messico, da una zia, nella casa del nonno materno da poco scomparso.
Nonno che aveva fama di letterato e possedeva una vasta biblioteca.
Juana studiò, probabilmente da autodidatta, imparando il latino in 20 lezioni,  e sviluppando molti interessi, di tipo artistico e scientifico.

Nel 1664 venne presentata dalla zia alla corte dei nuovi viceré Antonio Sebastiàn de Toledo e Leonor Carreto, marchesi di Mancera.
Entrò subito nei ranghi delle dame della Viceregina, con il titolo di “amatissima”.
Pare che  la Viceregina non potesse restare un solo giorno senza la sua Juana Inés, e allestì per lei un vero e proprio salotto culturale.
Lo stile di Juana si muoveva all’interno della letteratura barocca, seppure con venature razionaliste.
I suoi bisogni intellettuali tendevano alla comprensione dell’universo intero.
Trovava limitante, per un cattolico, non sapere che ogni cosa “in questa vita di divini misteri”, può essere conosciuta tramite i sensi e i mezzi naturali. 

Il viceré, volendo testare la sua multiforme cultura, un giorno la sottopose all’esame di ben quaranta dotti e sapienti. Juana ne uscì “come un galeone reale da poche scialuppe”.

Fulmine a ciel sereno: nel 1667, Juana abbandonò la Corte ed entrò in convento.

Probabilmente molte furono le ragioni di questa scelta:
la sua condizione di servizio alla viceregina non era stabile, in quanto il mandato dei viceré durava solo 3 anni; c’era inoltre la sua avversione alle nozze.
In quei tempi sposarsi significava dedicarsi alla produzione di figli a valanga e Juana, pur sapendo che lo stato monacale presentava aspetti che non le andavano a genio, pensò che era forse la scelta più opportuna per seguire le sue passioni intellettuali.
Il suo abbandono improvviso della Corte provocò molte chiacchiere su una delusione d’amore, e un presunto legame amoroso di Juana con la vice regina, cui aveva dedicato versi erotici, non propriamente somiglianti a quelli di una suddita devota.
Abbandonò presto il convento delle Carmelitane Scalze a causa della regola troppo rigida.

Nel 1669 prese i voti, alla presenza dei viceré, entrando nel convento di San Girolamo.
In quell’occasione sua madre le regalò una schiava come servente.

D’altronde la vita nel convento non era austera: servitù, libri, strumenti musicali. Inoltre la cella consisteva in un appartamento con impianto idraulico per l’acqua calda e, dulcis in fundo, il divieto di far entrare visitatori esterni era ignorato.

Nel 1680 vengono nominati dei nuovi viceré: Tomàs Antonio de la Cerda e la moglie Maria Luisa Manrique de Lara.
Tra Maria Luisa e Juana fu subito simpatia e ammirazione reciproca.
Ben presto alla loro relazione si poté dare il nome di amore
, e Juana dedicò alla viceregina ardenti poemi amorosi.

La viceregina faceva conoscere le sue produzioni artistiche, e la proteggeva dalle rimostranze dei superiori che la accusavano di dedicarsi esclusivamente agli studi. 

Nel 1688 però, proprio nel momento di massima fama per Juana, sia in Messico che in Spagna, terminò il mandato di vicereggenza e Juana si trovò da sola a fronteggiare la Chiesa e l’Inquisizione, nelle vesti dell’arcivescovo di Città del Messico Francisco Aguiar y Seijas.

Costui disprezzava il sesso femminile in modo patologico;  trovava inammissibile che una donna fosse considerata un’intellettuale, e intollerabile che una suora scrivesse versi d’amore e testi di teatro non di carattere sacro.
Certo ad altri religiosi era permesso scrivere di argomenti secolari, ma Juana era una donna…
La cosa andò avanti per vario tempo, e alla fine di questa querelle  nel 1691 Juana scrisse la Risposta a suor Filotea, un’appassionata difesa della propria carriera intellettuale e del diritto delle donne alla conoscenza e agli studi.

 A tormentarmi, mondo,  Hai interesse?
In che ti offendo, quando solo tento
di dar bellezze al mio intendimento,
e no il mio intendimento alle bellezze?
Io non stimo tesori né ricchezze;
sicché sempre è maggiore il mio contento
se do ricchezze al mio intendimento
e no il mio intendimento alle ricchezze.
E non stimo avvenenza che, asservita,
sia una spoglia civile delle età,
né ricchezza mi abbaglia malgradita,
prediligendo, in ogni verità,
consumar vanità della mia vita
a consumar la vita in vanità.

Sottoposta ad ogni genere di pressioni, Juana alla fine cedette firmando col sangue la confessione: “Tra tutti io sono la peggiore”.
Fu costretta a consegnare la sua biblioteca, gli strumenti scientifici e musicali, i doni ricevuti, e a rinunciare per sempre agli studi.

E forse si trattò anche dell’ultimo tentativo che le rimase per non essere accusata di disubbidienza ai suoi superiori e, di eresia.

Morì di peste nel 1695, dopo essersi prodigata nelle cure alle altre monache colpite dal morbo.

 L’abnegazione nel prodigarsi per le consorelle fu forse un tentativo di accelerare la sua fine.
Qualcuno ha detto che fu la prima femminista d’America.

 

Questo, che vedi, inganno colorato,
che dell’arte ostentando le bellezze
con falsi sillogismi di colori,
è un inganno dei sensi ben studiato;

Questo, nel quale la lusinga ha osato
della vecchiaia eludere gli orrori,
e sconfiggendo del tempo i rigori
trionfare sugli anni e sull’oblio,

è un artificio vano della cura,
è un fiore delicato esposto al vento,
è una difesa inutile dal fato:

è scrupolo impiegato vanamente,
è un affanno fugace e, ben guardato,
è cadavere, è sabbia, è ombra, è niente.

La sua idea di un’anima essenzialmente neutra, né maschile né femminile, esprime la sua vocazione all’indipendenza, in una società in cui questo era inconcepibile per una donna.
In questa poesia Juana, disfacendo la bella immagine del ritratto che le era stato fatto, si ribella alle forme più sottili e lusinghiere di asservimento sociale della donna, e alle sopraffazioni sociali che si nascondono anche nel culto della bellezza femminile.

http://tinapensieri.blogspot.com/2015/03/la-poesia-del-lunedi-juana-ines-de-la.html

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