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LA TRECCIA – TRE DONNE IN CERCA DI UN MIRACOLO

LA TRECCIA – TRE DONNE IN CERCA DI UN MIRACOLO

Magica “treccia” di capelli che riesce a intrecciare storie al femminile di tre continenti e diventa simbolicamente quel filo d’oro che lega i destini delle donne che hanno lottato per vincere la discriminazione, sono riuscite a realizzare sogni impossibili, a liberarsi da schiavitù e pregiudizi.

Questa “treccia” nella felice invenzione della scrittrice Laetitia Colombiani, è il talismano che cambia la vita di Smita, Giulia e Sarah.

La prima è una dalit, un’intoccabile. Nell’India dei fuori casta, condannati a vivere e morire ai margini della società, raccoglie nelle latrine, con le mani, gli escrementi umani. Ma è anche la giovane mamma di una bellissima bambina di sei anni, dai capelli lunghi, che ogni mattina spazzola e lega in una traccia, pronta a tutto purché la figlia vada a scuola e non debba fare il suo orrendo mestiere.

Giulia è una ragazza palermitana che, alle discoteche, preferisce il silenzio delle biblioteche, dove può coltivare i suoi sogni. Si ritrova all’improvviso a dover sostituire il padre, nell’ultimo laboratorio artigianale dove si pratica la “cascatura”, la lavorazione dei capelli per farne parrucche o toupet. Un giorno scopre come la secolare e redditizia attività della sua famiglia stia per fallire. Ma lei non si arrende.

Sarah è un avvocato canadese che ha sacrificato matrimoni e famiglia per diventare potente “capo” di un prestigioso studio legale di Montréal. Una mattina, nel mezzo di un’arringa, è colta da un malore che rivelerà un cancro e tutto si capovolge.

Tre donne che non si conoscono, alle quali l’autrice, con la semplicità di uno struggente racconto che accarezza le loro vite, facendone emergere il coraggio, l’audacia, la fede in quei valori umani e spirituali che fanno “miracoli”, affida un luminoso messaggio d’amore e di speranza.

 

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COME SE IO NON CI FOSSI

COME SE IO NON CI FOSSI

Come se io non ci fossi”. È un libro scritto da una giornalista croata, Slavenka Draculić, in cui racconta la storia di una donna che chiama solo con la iniziale S.

La storia è costruita su testimonianze e documenti storici, in forma di romanzo. Un orrore reale, descritto però in una lingua piana e pacata, che racconta e non giudica, secondo l’insegnamento di Primo Levi, modello dichiarato della scrittrice e fonte del titolo.

Una giovane donna bosniaca di origine mussulmana partorisce un bambino in un ospedale di Stoccolma nel 1993. Reduce da un campo di prigionia, si è resa conto di essere incinta solo dopo essere stata liberata.

La nascita del figlio, per il quale prova indifferenza ed estraneità, spinge la donna a ripercorrere la sua esperienza soffermandosi su episodi e sensazioni.

Viene arrestata in una notte del 1992, internata nella sezione femminile di un campo detenzione serbo-bosniaco, un regno di crudeltà dove tutte le norme del vivere civile vengono sistematicamente violate.

Selezionata per la cosiddetta “stanza delle donne” è costretta a subire il sadismo e la violenza dei soldati ubriachi.  Deciderà alla fine che il figlio che sta per nascere sia una sorta di malattia, da cui liberarsi al più presto, immediatamente dopo il parto.

Il pianto del neonato però quasi per istinto fa sì che lo prenda tra le braccia e lo nutra. Forse è l’inizio del periodo del perdono, o è solo la vita che vince sulla morte.

Un periodo storico che ci pare lontano nel tempo, ma tanto vicino a noi. Storia che non dobbiamo mai dimenticare. Nè quella di S., né quella di tante altre donne, e di tutte le persone che hanno perso la vita in quella terribile guerra fratricida.

LA NOTTE DELLE FALENE

LA NOTTE DELLE FALENE

Un libro di Riccardo Bruni. (Ed. La nave di Teseo)

Incuriosita dal titolo, l’ho acquistato a scatola chiusa. In realtà è una bella sorpresa, una storia avvincente, una scrittura chiara, giovanile, direi alla Coliandro, per chi conosce il personaggio televisivo di Lucarelli.

L’inizio:

“Si dicono cose strane sulle falene. Sul fatto che a volte entrino dentro le case. Superstizioni, credenze popolari. Ma sono rimasti in pochi, di questi tempi, quelli che le conoscono. E così nessuno si soffermò più di tanto su tutte quelle falene che danzavano nel bosco, la notte in cui fu ritrovato il corpo”.

Col silenzio e il peso nel cuore, per coprire un fatto delittuoso di famiglia, si rovinano tante altre persone innocenti.  Segno è che stare in silenzio, non significa pacificare le cose, ma far soffrire ancora di più chi non ha colpe. Non è un triller, ma crea l’incertezza di chi attende una soluzione, ed ha un finale imprevedibile.

Consiglio di leggerlo, per me un bel libro e una novità nella scrittura, comunque mai volgare. Anzi con dialoghi scattanti, molto espressivi, come  spesso parlano i giovani oggi tra di loro o con i genitori.

E’ un libro che consiglio volentieri.

PERCHÉ RENZI È ODIATO

PERCHÉ RENZI È ODIATO

E’ protagonista di una storia di successo. Fa le cose in tre minuti invece che in tre anni. Rompe gli schemi del vecchio consociativismo.

di Giuseppe Turani

Renzi è divisivo. Si è lamentato lui stesso della cosa: tutti se la prendono con me, perché faccio o perché non faccio. E’ vero, e a pochi giorni dalle elezioni conviene chiedersi perché.

Le risposta non sono difficili.

1- E’ un leader molto amato dal suo popolo, come pochi nella storia della sinistra. Vale per tutti la dichiarazione di una militante, Mara Stecchini: “Quando si è dimesso, perché aveva perso il referendum del 4 dicembre, siamo andati a rirendercelo a casa e lo abbiamo rimesso al suo posto, a capo del partito”. Con il 70 per cento dei voti.

2- Ma è anche divisivo, nonostante l’affetto dei suoi iscritti. La prima ragione dell’odio nei suoi confronti deriva semplicemente dal fatto che esiste. Se a 39 anni conquisti, dopo il vecchio Pd (che gli altri chiamavano “la ditta”) e subito dopo palazzo Chigi, puoi  solo aspettarti montagne di invidia. La tua storia è di tale successo che rabbia e invidia dilagano come l’ortica in campi non coltivati. Renzi, insomma, è odiato prima di tutto perché esiste.

3- Ma ci sono anche ragioni più sottili, più politiche. L’Italia è sempre stata abituata a una politica debole, attendista, che rinviava le cose (a volte di decenni). L’arrivo sulla scena di un soggetto come Renzi, che va veloce e che fa le cose, con una classe dirigente nuova (molti dei suoi ministri non si erano mai visti prima) sconvolge tutte le lobbies. A chi ha interessi da difendere (dai taxisti ai farmacisti ai notai) piace molto una politica debole, incerta, abituata ai rinvii e alla delega alle burocrazie. In un contesto così basta minacciare uno sciopero o far correre qualche buona mazzetta e i giochi sono fatti.

4- Se invece cerchi di ridare una ruolo alla politica, facendola ridiventare forte (ecco l’arroganza di Renzi) allora cerchi guai. Tutte le piccole lobbies del paese, da anni abituate a dialogare con la vecchia politica, si allarmano e scendono in guerra. In sostanza, questo è un paese che è sempre stato abituato a una politica debole, senza un vero progetto e aperta a ogni compromesso. Al di là delle cose che dice, Renzi è detestato a priori perché punta a una politica forte, che decide. E questo, per mezzo paese, è una tragedia: vuoi vedere che arriva davvero Uber e che la pubblica amministrazione scopre i computer e diventa più rapida?

5- Infine, questo è il paese del consociativismo (una nostra invenzione). Si tratta di una cosa semplice: la destra governa, ma delle cose importanti la sera prima ne discute con la sinistra e trova un accordo. Lo schema vale anche a parti rovesciate. In sostanza, ci si combatte sulle piazze e in tv, ma poi quando cala il sole si fanno accordi e accordini riservati. L’importante è che i cambiamenti siano dolci, quasi inavvertiti e che risparmino antiche isole di privilegio (dalle quali arrivano soldi e voti, per tutti). Renzi sconvolge questo schema, non va nei salotti, litiga con gli stessi boss del suo partito. Ogni tanto per gli incarichi più importanti guarda fuori dal partito (Calenda, ad esempio) e provoca terremoti.

Come si fa a non detestare uno così?

Di suo poi, oltre a essere giovane, è brillante, ha sempre la battuta pronta, e decide in tre minuti invece che in tre anni. Doveva essere detestato. E lo è stato.

 

WANDA PÓLTAWSKA

WANDA PÓLTAWSKA

L’8 maggio 1945 i nazisti abbandonarono il campo di concentramento femminile di Ravensbrück e con l’Armata rossa arrivò la libertà. In quel campo, assieme ad altre migliaia di donne, era racchiusa Wanda Póltawska. La donna che, per tanti anni, è stata  amica del papa polacco Karol Wojtyla.

Arrivata innumerevoli volte a un soffio dalla morte e sottoposta con le altre amiche polacche a crudelissimi esperimenti medici, Wanda aveva maturato la vocazione di diventare medico proprio nel famigerato campo di Ravensbrück. Il campo era il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista, situato nella provincia del Brandeburgo a 90 chilometri a nord di Berlino.

Era un giorno di maggio del 1945 quando i soldati russi entrati nell’infermeria del campo la scambiarono per un cadavere.

Ma a salvare Wanda Póltawska dalla morte per stenti non furono i soldati russi, né quelli americani, ma la fiducia nel suo (pensiero) inconscio e il coraggio di ascoltarlo: “sonnecchiando nell’attesa dell’inevitabile avevo fatto un sogno ridicolo: sognavo latte e semolino, un piatto pieno, che io non potevo mangiare perché era al di là di un vetro”.

Nei locali abbandonati “cercavo il semolino senza neanche guardare i barattoli di carne e di conserve”. “Volevo soltanto il semolino, con un’ostinazione fanatica allora incomprensibile. Oggi credo di sapere con certezza che fu proprio quel sogno a salvarci la vita”.

Molte compagne morino di indigestione per aver abusato del cibo a lungo agognato.

Per mangiare un piatto di semolino Wanda Póltawska impiegò una sera e tutto il giorno seguente. Per mangiare il secondo piatto fu necessario ancora un giorno intero, ma al terzo giorno “dopo il terzo piatto di semolino, ci tornò la voglia di vivere”.

Il suo libro “E ho paura dei miei sogni” è un libro vitale che sorprende per l’ironia, la grazia e il distacco artistico con cui l’autrice racconta anche le situazioni più cruente e disumane. Un lavoro che unisce l’inestimabile valore della testimonianza storica con la pregevolezza di un’opera letteraria. Un libro che certo non sfigura a fianco di capolavori come Se questo è un uomo di Primo Levi.

LA LETTURA

LA LETTURA

“L’atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere, saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, respirare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un’attività primaria, né fisiologicamente né socialmente. Viene dopo. E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere letteratura, filosofia e scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione virtuosa o leggermente perversa: un vizio che la società non censura; è sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. E’ un modo per uscire da sé e dall’ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale.”

E’ questo l’incipit di un articolo di Alfonso Berardinelli. L’articolo si pone come scopo di mostrare come la lettura può far correre dei rischi, come i libri possono essere contagiosi in quanto contribuiscono alla costruzione dell’identità personale.

Partendo da questa tesi, quanti di noi o quanto la società si è fatta influenzare da certi libri?

Pensiamo un momento a quanto i libri di Marx hanno influenzato la storia degli ultimi 100 anni o i Vangeli quella degli ultimi 2000.

Come sarebbe il mondo se non fossero esistiti questi libri?

E noi nel nostro piccolo quanto ci siamo lasciati influenzare dai libri? Quante madame Bovary ci sono in giro che si sono riempite la testa di libri rosa e che ancora sognano il grande amore di un principe azzurro che travolga la loro vita?

Eppure leggere è ancora il più grande atto di libertà che l’uomo possa fare.

Non per nulla ogni dittatura ha sempre messo al bando dei libri perché essi avrebbero potuto minare il pensiero unico che ogni dittatura porta con sé.

Il conoscere il pensiero altrui, allarga il nostro pensiero.

Cosa saremmo se non avessimo letto certi libri? Quanto i libri che abbiamo letto hanno influenzato il nostro modo di vedere la vita, il nostro pensiero? Quante emozioni sono scattate dentro di noi perché le avevamo già vissute attraverso i libri?

Noi non siamo solo ciò che i geni hanno deciso che noi fossimo e neppure solo ciò che le esperienze che abbiamo vissuto ci hanno dato. Siamo anche quanto abbiamo letto, il nostro pensiero è anche quello che i libri hanno costruito dentro di noi. Il nostro mondo interiore è costruito anche attraverso il pensiero di altri che sono vissuti prima di noi, che hanno scritto dei libri e che ci hanno trasmesso il loro pensiero attraverso di essi e che noi abbiamo ricevuto leggendo i loro libri.

Infine, come saremmo se avessimo letto libri diversi da quelli che invece abbiamo letto?

Perciò il più bel regalo che si poteva fare in queste feste era un bel libro.

 

SARÒ UNA BEFANA

SARÒ UNA BEFANA

Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello che non va, e che non mi sta bene.
e spenderò la mia pensione in brandy e in guanti estivi
e in sandali di raso, e dirò che non abbiamo i soldi per il burro.

Quando sarò stanca mi siederò sul marciapiede
e inghiottirò i pasticcini che si trovano nei negozi e suonerò i campanelli
e farò tintinnare le inferriate con il mio bastone
e mi compenserò così della mia gioventù troppo sobria.

Uscirò sotto la pioggia mentre porto le pantofole
e coglierò i fiori nei giardini degli altri
e imparerò a sputare.

Si possono portare camicie orribili e diventare più grassi
si possono mangiare un chilo e mezzo di salsicce in un colpo
o solo pane e sottaceti per una settimana
e si possono accumulare penne e matite
e sottobicchieri da birra e cianfrusaglie varie nelle scatole.

Ma ora dobbiamo avere i vestiti che tengono asciutti
e dobbiamo pagare l’affitto e non imprecare per strada
e dobbiamo dare il buon esempio ai bambini.
Dobbiamo invitare gli amici a cena e leggere i giornali.

Ma forse dovrei cominciare a fare un po’ di pratica adesso?
Così la gente che mi conosce non sia troppo scioccata e sorpresa
quando improvvisamente sarò vecchia e comincerò a vestirmi di viola.

Jenny Joseph

I GIACIGLI PER LA NOTTE (Bertold Brecht)

I GIACIGLI PER LA NOTTE (Bertold Brecht)

 

 

 

 

Ho sentito dire che a New York
all’angolo della 26a strada e di Broadway
nei mesi invernali ogni sera c’è un uomo
e ai senzatetto che si radunano
pregando i passanti procura un giaciglio per la notte.
Con questo il mondo non cambia,
la relazioni fra gli uomini non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.
Ma a qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Non deporre il libro tu che leggi, uomo.
A qualcuno non manca un giaciglio per la notte,
il vento viene tenuto lontano da loro per una notte,
la neve destinata a loro cade sopra la strada.
Ma con questo il mondo non cambia,
la relazioni fra gli uomini per questo non migliorano,
l’epoca dello sfruttamento non è per questo più vicina alla fine.

Bertold Brecht

L’ACCA IN FUGA

L’ACCA IN FUGA
  di Gianni Rodari

C’era una volta un’Acca.

Era una povera Acca da poco: valeva un’acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano: e così, saresti anche tu una lettera dell’alfabeto? Con quella faccia? Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?

Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all’estero ci sono paesi, e lingue, in cui l’acca ci fa la sua figura.
” Voglio andare in Germania, – pensava l’Acca, quand’era più triste del solito – Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime “.

Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l’autostop.

Apriti cielo! Quel che successe da un momento all’altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.

Le chiese, rimaste senz’acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po’ dappertutto.

In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l’acca, era stato come levargli le ali.

Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all’aperto.

Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.

Non vi dico il Chianti, senz’acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati ” biccieri”, schiattavano in mille pezzi.

Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il “ciodo” si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.

La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichi’: facevano tutti ciccirici, e pareva che starnutissero. Si temette un’epidemia.

Cominciò una gran caccia all’uomo, anzi, scusate, all’Acca.

I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza.

L’Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c’è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione.

L’Acca era di buon cuore, ve l’ho già detto.

È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un’altra volta.

Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli “occiali” senz’acca non ci vedo da qui a lì.

“PRIMA IL NORD” NON C’È FRASE PIÙ RIDICOLA

“PRIMA IL NORD” NON C’È FRASE PIÙ RIDICOLA

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni.
E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti – terrorismo”, come i marines in Iraq.

Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero liberà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa).

Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma.
E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile.

Non sapevo che in Parlamento, a Torino, un deputato ex garibaldino paragonò la ferocia e le stragi piemontesi al Sud a quelle di “Tamerlano, Gengis Khan e Attila”.
Un altro preferì tacere “rivelazioni di cui l’Europa potrebbe inorridire”.
E Garibaldi parlò di “cose da cloaca”.

Né che si incarcerarono i meridionali senza accusa, senza processo e senza condanna, com’è accaduto con gli islamici a Guantanamo. Lì qualche centinaio, terroristi per definizione perché musulmani, da noi centinaia di migliaia, briganti per definizione, perché meridionali.

E, se bambini, briganti precoci; se donne brigantesse o mogli, figlie, di briganti; o consanguinei di briganti (sino al terzo grado di parentela); o persino solo paesani o sospetti tali.
Tutto a norma di legge, si capisce, come in Sudafrica, con l’apartheid.

Io credevo che i briganti fossero proprio briganti, non anche ex soldati borbonici e patrioti alla guerriglia per difendere il proprio paese invaso.

Non sapevo che il paesaggio del Sud divenne come quello del Kosovo, con fucilazioni di massa, fosse comuni, paesi che bruciavano sulle colline e colonne di decine di migliaia di profughi in marcia.

Non volevo credere che i primi campi di concentramento e sterminio in Europa li istituirono gli italiani del Nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del Sud, a migliaia, forse decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’Unione Sovietica di Stalin.

Ignoravo che il ministero degli Esteri dell’Italia unita cercò per anni “una landa desolata”, fra Patagonia, Borneo e altri sperduti lidi, per deportarvi i meridionali e annientarli da occhi indiscreti.

Né sapevo che i fratelli d’Italia arrivati dal Nord svuotarono le ricche banche meridionali, le regge, musei, case private (rubando perfino le posate), per pagare i debiti del Piemonte e costituire immensi patrimoni privati.

Non sapevo che, a Italia così unificata, imposero una tassa aggiuntiva ai meridionali, per pagare le spese della guerra di conquista del Sud, fatta senza nemmeno dichiararla.

Ignoravo che l’occupazione del Regno delle Due Sicilie fosse stata decisa, progettata, protetta da Inghilterra e Francia e parzialmente finanziata dalla massoneria (detto da Garibaldi, sino al gran maestro Armando Corona, nel 1988).

Né sapevo che il Regno delle Due Sicilie fosse, fino al momento dell’aggressione, uno dei paesi più industrializzati (terzo, dopo Inghilterra e Francia, prima di essere invaso).

E non c’era la “burocrazia borbonica”, intesa quale caotica e inefficiente: lo specialista inviato da Cavour nelle Due Sicilie, per rimettervi ordine, riferì di un “mirabile organismo finanziario” e propose di copiarlo, in una relazione che è “una lode sincera e continua”. Mentre “il modello che presiede alla nostra amministrazione”, dal 1861, “è quello franco-napoleonico, la cui versione sabauda è stata modulata dall’unità in avanti in adesione a una miriade di pressioni localistiche e corporative” (Marco Meriggi – Breve storia dell’Italia settentrionale).

Ignoravo che lo stato unitario tassò ferocemente i milioni di disperati meridionali che emigravano in America, per assistere economicamente gli armatori delle navi che li trasportavano e i settentrionali che andavano “a far la stagione”, per qualche mese in Svizzera.

Non potevo immaginare che l’Italia unita facesse pagare più tasse a chi stentava e moriva di malaria nelle caverne dei Sassi di Matera, rispetto ai proprietari delle ville sul lago di Como.

Avevo già esperienza delle ferrovie peggiori al Sud che al Nord, ma non che, alle soglie del 2000, con il resto dell’Italia percorso da treni ad alta velocità, il Mezzogiorno avesse quasi mille chilometri di ferrovia in meno che prima della Seconda guerra mondiale (7.958 contro 8.871), quasi sempre a binario unico e con gran parte della rete non elettrificata.

Come potevo immaginare che stessimo così male, nell’inferno dei Borbone, che per obbligarci a entrare nel paradiso portatoci dai piemontesi ci vollero orribili rappresaglie, stragi, una dozzina di anni di combattimenti, leggi speciali, stati d’assedio, lager?
E che, quando riuscirono a farci smettere di preferire la morte al loro paradiso, scegliemmo piuttosto di emigrare a milioni (e non era mai successo)?

Io avevo sempre creduto ai libri di storia, alla leggenda di Garibaldi.

Non sapevo nemmeno di essere meridionale, nel senso che non avevo mai attribuito alcun valore, positivo o negativo, al fatto di essere nato più a Sud o più a Nord di un altro.

Mi ritenevo solo fortunato ad essere nato italiano. E fra gli italiani più fortunati, perché vivevo sul mare.

(Tratto da Terroni di Pino Aprile)

 

Comunque sia, mi è tornata voglia di studiare storia e di cercare se, nei libri scolastici che avevo, questa storia così amara, è riportata.

C’è un sito: http://www.veja.it/2009/02/18/il-massacro-di-napoli-e-del-regno-delle-due-sicilie-appunti-su-un-genocidio/, che tanto lungo, è vero, ma che, numeri alla mano, dimostra come le cose al Sud e i loro abitanti, ai tempi dell’invasione dei piemontesi, stessero molto meglio, del cosiddetto ricco Nord, che oggi tanto si vanta.  Capisco che la lunghezza possa essere fastidiosa, ma per capire è sufficiente soffermarsi sul titolo dei capitoli e leggerne qualche riga. Si impara tanto, e tante cose che oggi ignoriamo del tutto e che nessun libro scolatico di storia del Risorgimento, ha mai riportato.

Adesso si grida “Prima il Nord”, non c’è frase più ridicola, alla luce di ciò che il Nord ha fatto patire al Sud. Ci vorrebbe un nuovo Risorgimento, ma dal Sud verso il Nord, per cambiare radicalmente il paese e per rivalutare il Sud, senza mortificarlo tutti i santi giorni.