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COME FARTI CAPIRE CHE C’È SEMPRE TEMPO?


COME FARTI CAPIRE CHE C’È SEMPRE TEMPO?

Come farti capire che c’è sempre tempo?
Che uno deve solo cercarlo e darselo,
Che non è proibito amare,
Che le ferite si rimarginano,
Che le porte non devono chiudersi,
Che la maggiore porta è l’affetto,
Che gli affetti ci definiscono,
Che cercare un equilibrio non implica essere tiepido,
Che trovarsi è molto bello,
Che non c’è nulla di meglio che ringraziare,
Che nessuno vuole essere solo,
Che per non essere solo devi dare,

Che aiutare è potere incoraggiare ed appoggiare,
Che adulare non è aiutare,
Che quando non c’è piacere nelle cose non si sta vivendo,
Che si sente col corpo e la mente,
Che si ascolta con le orecchie,
Che costa essere sensibile e non ferirsi,
Che ferirsi non è dissanguarsi,
Che chi semina muri non raccoglie niente,

Che sarebbe meglio costruire ponti,
Che su di essi si va all’altro lato e si torna anche,

Che ritornare non implica retrocedere,
Che retrocedere può essere anche avanzare,

Come farti sapere che nessuno stabilisce norme salvo la vita?
Come farti sapere che c’è sempre tempo?

Mario Benedetti

AGIRE E, SE SERVE, CAMBIAR PARERE


AGIRE E, SE SERVE, CAMBIAR PARERE

“Bisogna sempre tener presente questi due principi:

primo, agire unicamente secondo ciò che ti suggerisce il bene dell’umanità;

secondo, cambiar parere se trovi qualcuno capace di correggerti, rimuovendoti da una certa opinione.

Questo nuovo parere, comunque, deve sempre avere una ragione, come la giustizia o l’interesse comune, ed esclusivamente tali devono essere i motivi che determinano la tua scelta, non il fatto che ti sia parsa più piacevole o tale da procurarti maggior gloria.”


(Tratto dai “Ricordi dell’imperatore Marco Aurelio (121-180 d.c.)

CHE COS’ È CHE IN ARIA VOLA?


CHE COS’ È CHE IN ARIA VOLA?

Che cos’ è che in aria vola?
C’ è qualcosa che non so?
Come mai non si va a scuola?
Ora ne parliamo un po’ .

Virus porta la corona,
ma di certo non è un re,
e nemmeno una persona:
ma allora, che cos’ è?

È un tipaccio piccolino,
così piccolo che proprio,
per vederlo da vicino,
devi avere il microscopio.

È un tipetto velenoso,
che mai fermo se ne sta:
invadente e dispettoso,
vuol andarsene qua e là.

È invisibile e leggero
e, pericolosamente,
microscopico guerriero,
vuole entrare nella gente.

Ma la gente siamo noi,
io, te, e tutte le persone:
ma io posso, e anche tu puoi,
lasciar fuori quel briccone.

Se ti scappa uno starnuto,
starnutisci nel tuo braccio:
stoppa il volo di quel bruto:
tu lo fai, e anch’ io lo faccio.

Quando esci, appena torni,
va’ a lavare le tue mani:
ogni volta, tutti i giorni,
non solo oggi, anche domani.

Lava con acqua e sapone,
lava a lungo, e con cura,
e così, se c’ è, il birbone
va giù con la sciacquatura.

Non toccare, con le dita,
la tua bocca, il naso, gli occhi:
non che sia cosa proibita,
però è meglio che non tocchi.

Quando incontri della gente,
rimanete un po’ lontani:
si può stare allegramente
senza stringersi le mani.

Baci e abbracci? Non li dare:
finché è in giro quel tipaccio,
è prudente rimandare
ogni bacio e ogni abbraccio.

C’ è qualcuno mascherato,
ma non è per Carnevale,
e non è un bandito armato
che ti vuol fare del male.

È una maschera gentile
per filtrare il suo respiro:
perché quel tipaccio vile
se ne vada meno in giro.

E fin quando quel tipaccio
se ne va, dannoso, in giro,
caro amico, sai che faccio?
io in casa mi ritiro.

È un’ idea straordinaria,
dato che è chiusa la scuola,
fino a che, fuori, nell’ aria,
quel tipaccio gira e vola.

E gli amici, e i parenti?
Anche in casa, stando fermo,
tu li vedi e li senti:
state insieme sullo schermo.

Chi si vuole bene, può
mantenere una distanza:
baci e abbracci adesso no,
ma parole in abbondanza.

Le parole sono doni,
sono semi da mandare,
perché sono semi buoni,
a chi noi vogliamo amare.

Io, tu, e tutta la gente,
con prudenza e attenzione,
batteremo certamente
l’ antipatico birbone.

E magari, quando avremo
superato questa prova,
tutti insieme impareremo
una vita saggia e nuova.

(Roberto Piumini)

Roberto Piumini, settantatreenne lombardo nato a Edolo (BS), è uno scrittore che, nel tempo, si è guadagnato, con giusta causa, l’eredità di Gianni Rodari, il nostro grande e sensibile scrittore per bambini. Piumini oggi è ritenuto il più bravo referente per letteratura dei piccoli: a parte la sua esperienza scolastica, ha scritto tanto e ha saputo creare il giusto feeling con i suoi giovani lettori. Ha ricevuto dall’Ospedale Humanitas di Milano, il compito di scrivere una filastrocca sul coronavirus che fosse alla portata dei piccini. Non si è fatto pregare e in pochi giorni ha approntato un lavoretto simpatico e molto appropriato.

E LA GENTE RIMASE A CASA


E LA GENTE RIMASE A CASA

E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò.

E ascoltò più in profondità
Qualcuno meditava
Qualcuno pregava
Qualcuno ballava
Qualcuno incontrò la propria ombra
E la gente cominciò a pensare in modo differente.

E la gente guarì.
E nell’assenza di gente che viveva
In modi ignoranti
Pericolosi
Senza senso e senza cuore,
Anche la terra cominciò a guarire.

E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

(Scritta nel 1869 da Kitty O’Meary, così attuale da far riflettere)

IL FIUME


IL FIUME

C’ erano una volta il falco della regina, un orso bruno e una lince europea.

Vivevano tutte e tre nello stesso territorio, ossia in una verdeggiante e florida valle nella quale scorreva un limpido fiume.

Ognuno di loro beneficiava della sua acqua cristallina e generosa nutrendosi del pesce che viveva in esso.

L’orso e il falco si conoscevano ma da subito presero le distanze l’uno dall’altro.

Ognuno aveva il proprio spazio dove agiva indisturbato e secondo le proprie esigenze.

Il falco aveva i cieli, le cime delle montagne e la radura accanto all’acqua, l’orso nella vasta foresta lussureggiante che si estendeva tutto attorno al fiume fino a perdersi di vista verso oriente.

Anche la lince viveva nella foresta. Visitava il fiume per nuotarci dentro, alla mattina presto o al crepuscolo. Era un animale docile e devoto alla famiglia. Molto cauto e riservato ma non per questo meno pericoloso, specialmente se si invadeva lo spazio dove viveva.

Una volta, durante la stagione delle calure, l’orso e la lince s’incontrarono giù sulle sponde del fiume.

All’inizio sembrava che potessero essere amici, si dissetavano uno poco distante d’altro, dandosi occhiatine brevi, poi continuavano ad abbeverarsi ognuno nel suo tratto del fiume.

Fu nello stesso istante che videro un bel pesce grosso e l’istinto del predatore si risvegliò all’improvviso.

Si precipitarono in acqua con la stessa intenzione di catturare il pesce, l’una per poter sfamare i propri cuccioli e altro per placare la fame.

Fu la guerra.

Si scontrarono a graffi e morsi fino a che videro che il pesciolino non c’era più.

Alzarono gli occhi in alto e notarono il falco che si allontanava con il pesce.

Da allora non si rivolsero più la parola.

Il falco per un po’ mulinò sopra il fiume rilasciando il suo tipico grido poi sparì nella nuvola candida che apparve verso sud.

L’orso non scese al fiume per un lungo periodo di tempo mentre la lince continuò ad allevare i propri piccoli sfamandoli catturando le lepri.

Il fiume si sentì solo.

Un po’ dispiaciuto per la scenata al quale era testimone e rendendosi conto che non era in suo potere farli andare d’accordo, continuò a scorrere più lentamente come se fosse stanco di tutto.

Il fiume in realtà non vedeva l’ora di abbracciare il ceruleo Mare.

 

(Natasa Butinar)

CECITÀ (di José Saramago)


CECITÀ (di José Saramago)

In queste interminabili giornate cittadine di limitazioni, ansia, imposizioni, chiusure e sospetti a ogni colpo di tosse, rileggere Cecità di José Saramago (Feltrinelli – 2013), può essere una sorta di antidoto omeopatico al panico da contagio.

C’erano tra quelle pagine già tutti i sintomi del nostro malessere. E anche le indicazioni per la terapia.

Il rallentamento, almeno se non sei un medico o un infermiere, di queste giornate, sospese e timorose, può aiutare a scoprire che “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”, o possiamo essere, malattia ma anche cura.

Siamo quelli che respingono, forti della nostra buona sorte e del nostro passaporto rosso e giusto in tasca, ma anche quelli che oggi, respinti a nostra volta per una grottesca catarsi, si indignano delle frontiere e tentano di abbattere, o almeno di eludere, confini e zone rosse.

Siamo quelli dominati dalla paura dell’”altro” che ora, improvvisamente, si trovano a suscitare allarme e pregiudizi negli “altri” e a subire conseguenti forme di allontanamento.

Francia, Slovenia, Svizzera, Israele, Arabia Saudita, Giordania, Kwait e Iraq non gradiscono la nostra presenza infetta. La Tailandia e l’Algeria hanno appena respinto una nave di connazionali, imponendoci quella pratica di chiusura dei porti della quale, pure, siamo maestri.

Una dispettosa nemesi.

Le polizie tedesche e svizzere, mosse a compassione, hanno sospeso i respingimenti di stranieri irregolari verso il nostro virulento Paese.

E noi, attoniti, ci troviamo di colpo a vagare in strade semideserte, con costosissime mascherine a tapparci la bocca, senza capire neppure come abbiamo fatto a diventare l“’altro” in una manciata di ore.

Ci scopriamo vulnerabili, privati repentinamente dell’immunità, alle sfighe della quale, con insensata spocchia, ci sentivamo, immeritatamente titolari.

Mai ci eravamo sentiti così disarmati ed esposti a flagelli e discriminazioni che pensavamo fossero solo destinati ad “altri”.

Ci scopriamo ciechi di paura e, come i protagonisti senza nome del libro, potremmo capire che: “eravamo già ciechi, nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecati”.

Ma potremmo sfruttare l’occasione della forzata empatia di questi giorni per riscoprirci, oltre che fragili, anche solidali.

Saramago direbbe “anche l’amore, che dicono sia cieco, ha da dire la sua”.

FRAGILE, OPULENTA DONNA (Alda Merini) 8 marzo 2020


FRAFILE, OPULENTA DONNA  (Alda Merini) 8 marzo 2020

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

Alda Merini

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“Mentre a Roma la sindaca Raggi continua a chiedere lo sfratto della Casa delle donne, mentre le vittime rifugiate nel centro “Lucha y siesta” vengono fatte sgombrare dalla giunta capitolina, i centri antiviolenza della rete nazionale “D.i.Re”, annunciano che nelle loro strutture c’è stato un incremento dell’11% di nuovi accessi. “I dati confermano ancora una volta – commenta Antonella Veltri, presidente di D.i.Re – quanto sia importante sostenere con continuità queste strutture, presidi essenziali che consentono alle vittime che hanno subito violenza di recuperare la propria autonomia, centri che restano aperti anche in questi tempi di emergenza Coronavirus, perché la violenza contro le donne non si ferma”.” (da Repubblica, 8 marzo 2020)

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PIETÀ PER L’ITALIA


PIETÀ PER L’ITALIA

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive.
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere.

Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura.

Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’ altra cultura se non la propria.

Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena.

Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via.

Lawrence Ferlinghetti

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)


LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)

(tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/12/storia-peste-nera/)

Quando Yersinia si sentì sbatacchiare di qua e di là, decise di lanciare pigramente un’occhiata fuori. Che era tutto ‘sto tremolio, c’era forse un terremoto? Le erano sempre piaciute le catastrofi naturali.
Ma quando si guardò attorno e vide, a mezzo metro dal suo coccobacillo, il muso giallo di un garrulo cinese che mostrava agli altri cacciatori della brigata la sua ultima preda (…cioè Yersinia…), poco ci mancò che la nostra amica piantasse un urlo per la sorpresa.
Non ci posso credere”, esclamò la Peste Nera con la voce rotta dalla commozione, da dentro l’esofago di una pulce che vomitava l’anima su una marmotta.

Arrivata a quel punto della sua carriera, Yersinia, a dirla tutta, si considerava una pensionata.
Quello che doveva fare, l’aveva fatto.
Dopo una prima entrata in scena all’epoca di Giustiniano – più che altro, una serie di spettacolini in teatri di periferia per tastare il pubblico e affinare i numeri dello show – era riuscita a passare alla Storia come la star incontrastata di tutte le malattie grazie alla sua straordinaria performance, Morte Nera.

Con il garbo ironico e l’attenzione al dettaglio che da sempre la contraddistinguono, Yersinia era entrata in scena a Messina nel 1347 e da Messina aveva concluso il suo show nel 1743, seminando morte e distruzione nel mentre. Non si era limitata a dimezzare l’Europa: ne aveva modificato profondamente l’economia, la spiritualità, l’arte, il modo di viver quotidiano.

Dopodiché, era andata in pensione. Proprio come Paganini, era dell’idea che i grandi artisti non debbano concedere bis.

Ma quando, nel 1855, si trovò inspiegabilmente faccia a faccia con quel cinese che praticamente se li stava strusciando addosso, i suoi bacilli… beh: Yersinia non riuscì a resistere alla tentazione. Mica per altro: alcune sue amiche, delle Agenti Patogene ancora attive nel mondo del lavoro, le avevano raccontato che, negli ultimi tempi, la scienza umana aveva fatto passi da gigante. I medici possedevano microscopi e altre diavolerie che permettevano loro di vederti, fotografarti, studiarti.
E a Yersinia, dopo esser passata alla Storia come l’epidemia letale per eccellenza, restava solamente un’altra ambizione da soddisfare: tornare sul palcoscenico, inchinarsi, permettere al pubblico ovante di intervistarla… e così raggiungere la fama eterna.

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Prima di proseguire con la lettura, recuperate, se non l’avete ancora fatto, la prima puntata di questa Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo, che vi serve per capire due cose:

  1. quali sono le caratteristiche che rendono un Agente Patogeno un big del settore;
  2. per quale ragione perversa immagino le malattie sottoforma di microscopici agenti speciali – gli Agenti Patogeni per l’appunto, con una missione top top secret: ammazzare un fracco di gente per guadagnarsi il titolo di Epidemia.

Detto ciò, iniziamo la nostra appassionante ricerca alla scoperta di

I. Agente Speciale Yersinia, il genio indiscusso tra tutti i Patogeni

Sarà forse il caso di ripetere che, ovviamente, io sono una storica e non un medico. Per le considerazioni strettamente mediche, mi affido a storici che hanno intervistato infettivologi, presumendo che abbiano fatto un buon lavoro. Per questo paragrafo nello specifico, mi affiderò a William Rosen (trovate in calce tutta la bibliografia per questo articolo).

Ordunque: c’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo batterio che se ne stava per i fatti suoi nell’intestino dei roditori (e, occasionalmente, anche in quello degli esseri umani), causando sintomi non poi così diversi da quelli che ti farebbero dire “ammazza oh, che brutta diarrea”.
Occielo: che Yersinia avesse una vena comica molto marcata, lo si sarebbe potuto intuire a partire dal fatto che, nel contagiare gli esseri umani, si divertiva a simulare in loro i sintomi di un’appendicite acuta, standosene in realtà da tutt’altra parte a sogghignare per lo scherzetto. Ma, a parte quello, sembrava una malattia senza troppi grilli per la testa.
E così, l’agente speciale Yersinia fece una lunga gavetta presentandosi sotto il nome di Yersinia pseudotubercolosis. Se ne stava lì, imparando i trucchetti del mestiere, senza darsi troppe arie, studiando i colleghi che avevano più esperienza.
E poi, a un certo punto, ritenne di aver concluso la sua gavetta.
Si sentiva pronta per entrare in scena.

In un momento imprecisato della Storia, probabilmente nell’Età del Bronzo, Yersinia decise di fare un rebranding. Alché, si mise a lavorare sul suo DNA.  Accantonò qualche centinaio di geni che non le interessavano, ne aggiunse trentadue che prima non aveva, ci piazzò in mezzo due plasmidi nuovi giusto per completezza, et voilà: era a tutti gli effetti un organismo nuovo, che condivideva il 95% del codice genetico con Yersinia pseudotubercolosis.

Quando Yersinia mostrò il suo lavoro finito a una riunione di Agenti Patogeni e spiegò ai suoi colleghi che cosa aveva in mente, alcuni di loro commentarono deliziati “ma tu sei una vera peste!”. Alla nostra amica il soprannome piacque e fu così che lo scelse come nome d’arte.

***

Ora: più mi addentro in questioni mediche, più scrivo con un metaforico punto di domanda sulla testa, quindi prendete con le pinze quanto segue: tra le altre cose, il pestifero piano di Yersinia pestis prevedeva la massiccia produzione di una roba che si chiama tossina murina. Detta tossina è quella che consente a Yersinia di contagiare le pulci ma anche di tenerle in vita molto a lungo, in una agonia sufficientemente duratura da permettere alla pulce di diventare un untore con tutti i crismi.
Dal canto suo, dentro al corpo della povera bestia, Yersinia si moltiplica molto velocemente, dando origine a una massa viscosa e infetta che se ne sta lì, sul gozzo della pulce, a metà strada tra lo stomaco e l’esofago. Questo bolo che le tappa la bocca dello stomaco rende difficile alla pulce alimentarsi; sicché, la poverina, affamata abbestia, diventa particolarmente mordace.
Azzannando chiunque le passi a tiro alla frenetica ricerca di sangue, la pulce fa l’unica cosa ragionevole per riuscire ad alimentarsi: e cioè rigurgita, per cercare di liberarsi dal tappo pestilenziale. Dubito che il paragone sia corretto medicalmente, ma mi vien da dire che scatarra come ‘na disperata. Per dar l’idea.
Il problema è che, a forza di scatarrare, la pulce vomita il suo ammasso di peste addosso alla vittima, facendolo entrare in circolo attraverso quello stesso morso da cui lei succhia il sangue.
E il sipario si alza. Yersinia è pronta ad entrare in scena.

II.  Tre modi creativi per morir di peste

Una volta entrata nel corpo della vittima, Yersinia ama spostarsi attraverso il sistema linfatico. Il suo show più classico, Peste Bubbonica, prevede un garbato esordio con un giorno di febbre, giusto per far alzare la temperatura in platea. Poi – bam! – le ghiandole linfatiche si gonfiano, appaiono i bubboni e Yersinia, grande artista, sfoggia una vasta gamma di sorprendenti effetti speciali. I bubboni esplodono ingenerando una puzza di marcio che i medici medievali descrivono come qualcosa di insopportabile; le estremità del corpo ti vanno in necrosi (da cui il simpatico aggettivo Peste Nera). Pare che succedano pure delle cose terrificanti ai muscoli dell’apparato fonatorio, che, nella fase terminale della malattia, sono presi da violenti spasmi facendo sì che il povero moribondo emetta rumori gracchianti e metallici.
Dobbiamo dargliene atto: tra tutte le malattie, Yersinia è un genio eclettico.

“Eclettico” anche perché Yersinia è una che non ama la monotonia di una performance sempre uguale. Se le gira, sostituisce lo spettacolo Peste Bubbonica con la variante Peste Setticemica: meno coreografica, ma indubbiamente di alto impatto. In questo caso, Yersinia t’ammazza nell’arco di poche ore con violente emorragie interne, senza manco darti il tempo di sviluppare gli altri sintomi.

Ma il vero coup de théâtre di Yersinia è la messa in scena di Peste Polmonare. In questo caso, lei non se li fila proprio, i linfonodi: si annida nei polmoni e lì sta, causando tosse e difficoltà respiratorie. La morte arriva nella quasi totalità dei casi, ma soprattutto arriva sempre in compagnia: pericolosissima e letale, la peste polmonare si trasmette attraverso i colpi di tosse, come un qualunque raffreddore. È molto probabile che la rapidità di diffusione e lo spaventoso tasso di mortalità raggiunto dalla peste, in certe zone, nel corso della grande epidemia del Trecento sia stato dato proprio da questa manifestazione: la peste bubbonica non è una malattia caruccia da avere, ma la peste polmonare è mille volte più insidiosa.

III. Non diciamolo a Greta ché poi si allarma, ma la peste è causata dai cambiamenti climatici

O, quantomeno, sembra esserci un pattern decisamente ricorrente tra importanti variazioni climatiche e lo scoppio di epidemie importanti. Come una diva che chiama a raccolta i suoi colleghi invitandoli ad aprire il suo show, Yersinia ama entrare in scena facendosi precedere da una vasta serie di catastrofi.

Se notate, fino a questo punto ho omesso di citare un attore importante: il topo.

Yersinia, di per sé, se ne sta dentro alle pulci. E le pulci, di per sé, amano stare addosso ai topi (e/o altri roditori, anche selvatici).
Sul topo, la pulce ci sta benissimo: il suo unico problema sorge quando il ratto appestato muore. A sua differenza, la pulce (che è piena di peste, trasuda peste, vomita peste) non ci pensa proprio a morir di peste (con lei, Yersinia si comporta da vera peste!): sicché, non appena il topo si fa cadavere, lei balza sul primo corpo caldo che trova nei paraggi alla ricerca di nuovo sangue da mangiare.

È raro, di per sé, che la pulce dei topi vada a cercare il sangue umano. Di per sé, la peste è una malattia dei roditori. Che si sposti verso le comunità umane è una anomalia, un qualcosa che succede solo in circostanze particolari.

Ad esempio, quando catastrofi naturali di vario tipo spingono uomini e topi a vivere a strettissimo contatto (per la serie: nessuno vuole ratti in casa, ma dopo un’alluvione disastrosa magari capita).
Oppure, quando estati insolitamente calde e umide fanno schiudere un numero particolarmente alto di uova di pulce, dando il via a un boom demografico che la popolazione dei topi non è più in grado di sostenere.

Guarda caso, catastrofi e cambiamenti climatici importanti si verificano proprio quando Yersinia prepara la sua entrata in scena.

IV.  Un grande velo oscurò il sole

Non chiedetemi cosa sia ‘sto velo. Se lo chiedono pure gli storici, ma senza risposta.
Fatto sta che, le fonti d’epoca descrivono (a più voci!) un “velo che oscurò il sole” a partire dal 536. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi delle conseguenze di una violentissima eruzione vulcanica, forse del Krakatoa. Chi lo sa.

Sia quel che sia, questo velo nel cielo portò variazioni importanti nel clima europeo, determinando – tra le altre cose – un marcato aumento del tasso di umidità.
Yersinia colse la palla al balzo.

V.  La peste di Giustiniano

Ormai è acclarato: la peste, come malattia, nasce in Asia.
Il più antico genoma della peste trovato finora è stato rinvenuto addosso a due tizi morti circa 3800 fa nel sud della Russia, al confine con Kazakistan.

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Ce lo inventiamo, un bel dramma romantico sui primi due appestati della Storia? © V.V. Kondrashin and V.A. Tsybin; Spyrou et al. 2018

A farci supporre una origine ancor più orientale c’è una complessa storia di topi. Il comune topo europeo (rattus norvegicus) non è particolarmente efficace nel trasmettere la peste. Il vero lavoro di untore lo fa il ratto nero (rattus rattus), che sappiamo essere originario dell’India meridionale. Rattus rattus arriva dalle nostre parti solo in epoche relativamente recenti, probabilmente a bordo di una nave: i resti fossili più antichi di rattus rattus nel Mediterraneo sono stati trovati in Corsica e risalgono all’epoca delle guerre puniche.

Quindi: la peste, come malattia, ha indubbiamente origini orientali, e nasce presumibilmente da qualche parte tra l’India e il Kazakistan. È solo un caso che esploda in Africa la prima epidemia ad esser notata dagli esseri umani. E il corsivo è importante, perché Yersinia, in Asia, stava presumibilmente decimando i ratti da chissà quanto tempo. È stata una pura casualità che una combriccola di topi infetti abbia cercato rifugio nella stiva di una nave che, da Oriente, si stava dirigendo verso l’Africa.

***

Per la sua primissima entrata in scena, Yersinia sceglie l’amena Pelusio, città portuale sul delta del Nilo. E infatti salpa proprio da Pelusio la nave che, verso la fine della primavera del 541, attracca a Costantinopoli con un carico di grano.
Giusto il tempo di scaricare la merce, e i marinai cominciano a mostrare sintomi inquietanti. Alcuni hanno dita nere e bozzi purulenti ovunque; altri vomitano sangue e si accasciano a terra esanimi. Entro una settimana, buona parte dei marinai è morta, ma la cosa allarmante è che cominciano a manifestare gli stessi sintomi anche alcuni lavoratori portuali.
E da lì, la strage.
Non scendo nel dettaglio nel raccontarvi tutti i passaggi dell’epidemia,rimandandovi piuttosto al libro di Rosen o a questo articolo. Vi basti sapere che fu davvero una strage, tale da far scrivere a Procopio di Cesarea che “la pestilenza arrivò vicina all’annientare l’intera razza umana”.

La prima ondata di epidemia durò circa due anni, colpendo tutti i paesi del bacino mediterraneo (ma senza riuscire a spingersi a nord).
E poi andò.
E poi tornò.
Yersinia restò sulle coste del Mediterraneo fino al 755, manifestandosi in diciotto diverse ondate che, secondo recenti stime, provocarono nell’arco di due secoli un totale che va dai 20 ai 50 milioni di morti.
Dopodiché, osservando soddisfatta il risultato, la nostra piccola amica decise di ritirarsi. Continuò ad ammazzare un po’ di topi qua e là nel nord della Cina, ma senza infastidire oltre gli esseri umani. Aveva cose più importanti da fare, per il momento: ritoccare il copione e migliorare il suo numero, prima di aprire il suo secondo atto.

VI. La Legge di Murphy della Pandemia: se qualcosa può andare storto, lo farà

Il secondo atto dello show di Yersinia fu preceduto da una serie di eventi apparentemente non collegati tra di loro.

Uno: Sancho IV di Castiglia strappa ai Mori la città di Tarifa.
Due: i Mongoli di Gengis Khan conquistano la Cina.

E voi dite “e che c’azzecca?”.
Eh. C’azzecca.

Il simpatico re Sancho, cacciando i mori da Tarifa, riportò sotto il dominio cristiano lo stretto di Gibilterra. La cosa agevolò la navigazione e intensificò i rapporti commerciali via nave tra nord e sud Europa. Questo dettaglio fu molto utile a Yersinia quando arrivò il momento di diffondere il contagio, ma le fu ancor più utile prima, favorendo la diffusione a Nord del ratto untore.
Ve lo ricordate? Il rattus rattus, il topo indiano.

Il fattore che, probabilmente, impedì alla peste di Giustiniano di espandersi a macchia d’olio fu la limitata area di diffusione del rattus rattus in quel periodo storico. Originario dell’Oriente, arrivato Occidente a bordo delle navi, il rattus rattus era diffuso, all’epoca, solo nei paesi mediterranei. Per quanto veloce possa muovere le sue zampette, non ci si può ragionevolmente aspettare che un topo si sposti a piedi dalla Calabria fin su in Norvegia.
Ma un topo che, sgattaiolando nella stiva di una nave, arriva in Norvegia con pochi giorni di navigazione… beh: è già un’altra storia. Si formarono così nel Nord Europa intere comunità di topi immigrati, pronti per servire Yersinia.

Imprevisto numero due: l’arrivo dei Mongoli in Cina. Conquistato l’Impero Cinese, le genti di Gengis Khan cominciarono fare tre cose che fino a quel momento non venivano fatte.
Uno: presero l’abitudine di cavalcare al galoppo con carichi leggeri, percorrendo in breve tempo distanze anche molto lunghe.
Due: cominciarono a viaggiare su rotte molto più settentrionali rispetto a quelle percorse dalle lente carovane. Se l’antica via della Seta attraversava i caldi deserti asiatici, i Mongoli si spostavano lungo un reticolo di strade ad alto scorrimento che partivano dal Myanmar e salivano fino al Volga.
Tre: erano stranieri e come tali si comportarono. Quella che segue è una supposizione, ma una supposizione non priva di ragionevolezza: dobbiamo presumere che, a un certo punto, un qualche mongolo abbia fatto un passo falso infrangendo quelle regole comportamentali che, probabilmente, per la popolazione autoctona erano assurte nei secoli al livello di tabù. Tipo, che ne so: se noti attorno a te una morìa di topi, non farti domande e scappa fortissimissimo.

Lo sventurato mongolo non conosceva il tabù, non credeva a queste sciocche superstizioni. E quando attorno a casa sua cominciarono a morire topi a frotte, il nostro sfortunato amico si limitò a rimuovere le carcasse, pensando pure “oh beh: un problema in meno”. Non sapeva che, proprio in quel momento, un problema grosso come una casa (e piccolo come una pulce) gli stava letteralmente saltando al collo.

***

Nell’Estremo Oriente, qualcosa di molto molto brutto comincia a prendere forma nel 1330.
Nel 1331, una epidemia irrompe nella regione dell’Hopei uccidendo – a dar retta alle sgomente cronache – i nove decimi della popolazione.
Apparentemente, un caso isolato. Sennonché, nel 1338, muore malissimo una comunità nestoriana del Khirghizistan. Tracce della conseguente sepoltura sono state rinvenute dagli archeologi, permettendo agli studiosi di isolare tracce del DNA di Yersinia nella polpa dentale dei defunti.
Lentamente, con gradualità, il riflettore si stava spostando verso l’Europa. Dietro le quinte, Yersinia faceva i suoi ultimi esercizi prima di entrare in scena. Nel 1346, un esercito di mongoli appestati avrebbe preso d’assedio la città di Caffa, in Crimea.

VII. Un gran bel lavoro di squadra

Mentre la peste si avvicinava all’Europa, l’Europa pensava (beata innocenza!) che la sua situazione non potesse realisticamente peggiorare ancora.
A partire dal 1309, una serie di stagioni insensatamente piovose e fredde aveva trasformato il continente in una specie di enorme pantano. Probabilmente qualcuno invocò una tregua dalle piogge, solo che invocò un po’ troppo a gran voce: a partire dal 1315, si abbatté sull’Europa una siccità senza precedenti, che durò sette (sette!) anni.
Come se non bastasse: ricordate Peste Bovina? L’agente patogeno sanguinario e sprovveduto, che, quando arriva, ammazza un numero irragionevolmente alto di bovini, col risultato di mettere a repentaglio da solo la sua propria sopravvivenza?
Ecco: l’amico è poco furbo, ma Yersinia voleva dargli una chance. Gli propose di aprire il suo spettacolo – sicché, tra il 1319 e il 1320, Peste Bovina lavorò di buona lena sterminando la quasi totalità delle mucche del Nord Europa.
Nel mezzo della peggiore carestia di cui l’Europa avesse memoria.
Si registrarono atti di cannibalismo.

Dopo il 1322, la situazione migliorò leggermente, dal lato climatico. Ma, dal lato sanitario, sette anni di carestia avevano ammazzato qualcosa tipo il 20% della popolazione e danneggiato seriamente i sopravvissuti, trasformando l’Europa in un continente popolato da emaciate genti immunocompromesse.
Il pubblico perfetto per lo show di Yersinia.

E, qui, vabbeh: non vi sto a raccontare nei dettagli la storia della Peste del Trecento, ché quella la trovate anche sui libri di scuola. Mi limito a dare un po’ di dati al volo.
Yersinia arriva a Messina nell’estate del 1347, si sposta rapidamente su Sardegna e Corsica; poi, con maggior lentezza, risale la penisola e da lì, varcate le Alpi, si allarga a macchia d’olio. Imperversa sul continente fino a 1353 portando al creatore circa la metà della popolazione, perfetta giocoliera nel difficile gioco di fare una mattanza ma lasciando in vita abbastanza persone da poter uccidere negli anni a venire.

E infatti, Yersinia non scompare dopo la prima grande ondata di epidemia.
Or qua, or là, in diverse zone d’Europa, riappare improvvisa nel corso dei secoli, senza peraltro che il passar del tempo faccia declinare la sua virulenza. Alcune delle ondate di contagio più devastanti hanno luogo sul finire della pandemia: basti pensare alla violenza con cui Yersinia colpisce Milano (1630), Napoli (1656), Londra (1665), Marsiglia (1720). L’unica vera differenza tra queste ondate e quella del Trecento sta nell’estensione: politiche sanitarie molto rigide, affinatesi nel corso dei secoli, avevano mostrato una certa efficacia nel circoscrivere i focolai di contagio. Che è pur sempre meglio che niente, se non fosse che ‘sti focolai spuntavan come funghi.

E poi, così com’era arrivata, la peste se ne andò.
Dopo quattro secoli passati ad ammazzare gente ininterrottamente, probabilmente aveva anche voglia di godersi la pensione. Con il suo consueto gusto per la teatralità, Yersinia organizzò un ultimo show di fine carriera a Messina nel 1743: un gentile omaggio alla città che nel 1437 l’aveva vista esordiente.

E poi: The End.
Inchini commossi, e calò il sipario.

VIII. Yersinia comes back

La cosa carina della pandemia che sto per descrivervi è che, essendosi svolta in epoche recenti, ha permesso agli studiosi di osservarla con occhio clinico. Secondo me, Yersinia l’ha fatto apposta a tornare in scena. Con ogni evidenza, mirava a farsi studiare.

Tipo: quella vecchia storia per cui sono i tabù e le superstizioni a proteggere un popolo dal contagio. Sembra ‘na barzelletta, invece si è dimostrato vero.
Verso la metà Ottocento, le popolazioni che vivevano nelle zone da cui partirono le nuove ondate di epidemia avevano sviluppato una sorprendente quantità di idiosincrasie relative ai roditori.
Nello Yunnan, vedere un topo morto era considerato una tragedia di enorme portata.
Nella Manciuria, la caccia di marmotte era tabù – e se le marmotte improvvisamente cominciavano a scarseggiare da una certa zona, la popolazione doveva analogamente fuggire per evitare la malasorte.
Follie che noi saremmo pronti a considerare sciocche superstizioni senza senso. Col brillante risultato di infrangere il tabù e morire di lì a pochi giorni, esattamente come accadde ai funzionari di Pechino che si spostarono nello Yunnan per sedare una rivolta. O come accadde ai trapper di marmotte che pensarono bene di andare a cacciare in Manciuria, là dove la gente è talmente fessa da non farti manco concorrenza.

Ciò che i funzionari non potevano sapere è che davvero in Yunnan un topo morto è portatore di grandi sciagure.
Ciò che i trapper non potevano sapere è che davvero andare a caccia di marmotte in Manciuria scaglierà su di te la più tremenda della malasorte.
Perché in Yunnan e in Manciuria la peste era presente tra le popolazioni di roditori – e quando arrivò da quelle parti qualcuno disposto a infrangere i tabù locali… la superstizione provò di esser vera.
L’ho già detto che Yersinia è un genio istrionico che sa come sorprendere?

***

La terza pandemia di peste scoppiò in Cina nel 1855, ma la gggente  cominciò a interessarsene solo nel 1894 quando la peste bubbonica arrivò al porto di Hong Kong e da lì salpò per Buenos Aires, Honululu, Sydney, Cape Town, Napoli e San Francisco.
Poteva essere una strage, e in effetti lo fu, nel senso che, nell’arco di mezzo secolo, la peste uccise circa 20 milioni di persone su cinque continenti. L’unico problema è che, col passar del tempo, Yersinia era diventata una vecchietta conformista, che, a ‘sto giro, decise di sterminare quasi esclusivamente le popolazioni povere del Terzo Mondo, cioè gente di cui, fondamentalmente, non importa niente a nessuno.

E infatti: voi lo sapevate, che a fine Ottocento scoppiò una terza pandemia di peste, che nell’arco di un paio d’anni uccise nella sola India qualcosa tipo 15 milioni di persone?
Ecco, appunto.

Tutta presa dal suo desiderio di fama, Yersinia dovette probabilmente dispiacersi nel notare la modesta attenzione che i mass media le dedicarono. Certo, scoppiò una certa psicosi quando la peste cominciò a mietere vittime in Occidente, con annessi atti di razzismo nei confronti degli immigrati cinesi (o tempora, o mores!).

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Click sulla vignetta per la versione ingrandita. L’autore del disegno è Thomas Nast, lo stesso che inventò il personaggio di Babbo Natale.

Ma, negli Stati occidentali, i governi furono molto abili nell’arginare il contagio: sicché, nelle uniche tre città europee colpite dal morbo con una certa intensità (Napoli, Oporto e Glasgow) le vittime non furono più di settecento. Gli States non arrivarono neppure a cinquecento, limitando i focolai di contagio all’area di Los Angeles e San Francisco.

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In una vignetta apparsa sulla rivista “Punch”, l’Australia chiude le barriere alla Peste, personificata nella forma di un molesto cinese

Per contro, Yersinia fu probabilmente molto orgogliosa di poter essere fotografata e studiata in lungo e in largo. L’Agente Patogeno fu identificato nel 1894 da Alexandre Yersin, uno studente svizzero di Louis Pasteur, e, quasi simultaneamente, da Shibasaburo Kitasato, studente giapponese di Robert Koch. Nel 1898, Paul-Louis Simon riuscì anche a identificare i due vettori di trasmissione (vale a dire, topi e pulci): leggenda narra che l’intuizione arrivò mentre Simon rifletteva sulle superstizioni riguardo ai roditori formatesi nelle  zone da cui era partito il contagio.

Entro il 1920, la terza ondata di pandemia si era conclusa. Nel 1943, fu individuato un cocktail di farmaci capace di ridurre drasticamente la mortalità… il che è una bella cosa, visto e considerato che la peste continua a esistere in Africa e in Sud America, in piccoli focolai dai quali ogni tanto contagia qualcuno, giusto per tenersi in allenamento. Per il quinquennio 2010-2015, l’OMS ha registrato 3248 casi di peste bubbonica tra esseri umani, 584 dei quali rivelatisi mortali, sottolineando peraltro che, con buona probabilità, altri casi esistono ma non vengono segnalati.

E io non so come dirvelo perché detesto chi semina il panico, ma in fin dei conti Yersinia ama farci vivere nel terrore: se le diamo questo contentino, magari lei se ne compiace e non si fa venire strane idee in testa.
E allora concluderò con questo cliffhanger: non solo la peste bubbonica esiste ancora e ammazza ogni anno più di cento persone. Peggio ancora, nel 1995 è stato isolato in Madagascar, su un paziente di sedici anni, una nuova mutazione di Yersinia (Y. Pestis 17/95 biotipo orientalis).
Che, a quanto pare, è resistente agli antibiotici.

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Se ho scritto scemenze, prendetevela con loro:

William H. McNeill, Plagues and Pleoples, Anchor Books, 1977
John Kelly, The Great Mortality. An intimate History of the Black Death, Harper Collins, 2005
William Rosen, Justinian’s Flea. Plague, Empire and the Birth of Europe, Pimlico, 2010
John Aberth, Plagues in World History, Rowman & Littflefield Publishers, 2011
Frank M. Snowden, Epidemics and Society. From the Black Death to the Present, Yale University Press, 2019

COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE


COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE

Colui che non sa niente, non ama niente.
Colui che non fa niente, non capisce niente.
Colui che non capisce niente è spregevole.
Ma colui che capisce, ama, vede, osserva.
La maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore.
Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole, non
sa nulla dell’uva.
(Paracelso)

Queste parole mi fanno riflettere sul periodo in cui viviamo.

Forse perchè penso seriamente, che uno dei problemi della nostra società, sia l’ignoranza che sfocia in una banale superficialità.

Guardandomi attorno, noto quanto i media siano riusciti nel compito, di farci credere informati quando in realtà la disinformazione dilaga.

Noto quanto le persone siano sempre meno propense a riflettere e a fare una sana autocritica.

Mi rendo conto, quanto siamo sempre più incapaci per fragilità, o mancanza di tempo, a gestire i rapporti umani.

Quello che voglio dire con queste parole, è quanto sia importante la conoscenza, la riflessione e la volontà con la quale cerchiamo di valorizzare le nostre qualità umane.

Perché solo chi conosce ama, vede, osserva.

I danni, che lo stato attuale delle cose ci reca, ormai li conosciamo tutti, o quasi tutti, abbastanza bene.

Siamo incapaci di amare, pieni di paure che sempre più spesso, sfociano nell’ intolleranza in tutto ciò che è diverso da noi.

Purtroppo capire l’evoluzione delle cose è impossibile, ma la frase a cui mi ispiro è questa: ” E’ fede razionale credere, che un giorno l’essere umano riuscirà a liberarsi dalla prigione di terrore e schiavitù, che si è creato.”

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