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SONO MOLTE LE CIVETTE


SONO MOLTE LE CIVETTE

Sono molte le civette
che non sanno altri canti
oltre le proprie strida.
Li conosciamo, tu ed io,
gli impostori che rendono onore
solo a un più grande impostore,
e portano al mercato
la propria testa in un cesto
per venderla al primo che passa.
Conosciamo il pigmeo
che insulta l’uomo del cielo.
E sappiamo
cosa dice la mala erba
della quercia e del cedro.
So dello spaventapasseri:
le sue sporche e lacere vesti
si agitano sul grano
e al vento sonoro.
So del ragno senz’ali:
è per gli esseri alati
che intreccia la rete.
Conosco gli abili suonatori
di corno e di tamburo,
che nel loro frastuono
non sentono l’allodola
né il vento di Levante nella foresta.
Conosco quelli che remano
contro ogni corrente
senza trovare mai la sorgente,
e percorrono tutti i fiumi
senza osare mai avventurarsi nel mare.

Kahlil Gibran

CONOSCO DELLE BARCHE


CONOSCO DELLE BARCHE

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Jacques Brel

L’ODIO NEL NOSTRO SECOLO


L’ODIO NEL NOSTRO SECOLO

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, non è mai di un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o non patria –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre da solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
Sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.

Wislawa Szymborska

C’ERANO SCHIAVI UN TEMPO


C’ERANO SCHIAVI UN TEMPO

C’erano schiavi un tempo
Oggetti di carne
Animali con due piedi
che nascevano e morivano
servendo bestie con due piedi


c’erano schiavi un tempo
che in vita
li teneva la speranza
della Libertà

Anni e anni sono passati
e adesso
quegli schiavi non esistono più

Ma è nato
un nuovo genere di schiavi
Schiavi pagati
Schiavi saziati
Schiavi che ridono
Schiavi che vogliono
Rimanere schiavi

Questo è il Progresso!

Alekos Panagulis

GUARIRE


GUARIRE

E la gente rimase a casa
e lesse libri e ascoltò
e si riposò e fece esercizi
e fece arte e giocò
e imparò nuovi modi di essere
e si fermò
e ascoltò più in profondità
qualcuno meditava
qualcuno pregava
qualcuno ballava
qualcuno incontrò la propria ombra
e la gente cominciò a pensare in modo differente
e la gente guarì.

E nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti
pericolosi
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire
e quando il pericolo finì
e la gente si ritrovò
si addolorarono per i morti
e fecero nuove scelte
e sognarono nuove visioni
e crearono nuovi modi di vivere
e guarirono completamente la terra
così come erano guariti loro.

(Kathleen O’Meara – 1839 – 1888)

 

[Sembra scritta per i tempi che stiamo vivendo]

I DOMANI CHE NON ARRIVANO MAI


I DOMANI CHE NON ARRIVANO MAI

Io li conosco i domani che non arrivano mai
Conosco la stanza stretta
E la luce che manca da cercare dentro

Io li conosco i giorni che passano uguali
Fatti di sonno e dolore e sonno
per dimenticare il dolore

Conosco la paura di quei domani lontani
Che sembra il binocolo non basti

Ma questi giorni sono quelli per ricordare
Le cose belle fatte
Le fortune vissute
I sorrisi scambiati che valgono baci e abbracci

Questi sono i giorni per ricordare
Per correggere e giocare
Si, giocare a immaginare domani

Perché il domani quello col sole vero arriva
E dovremo immaginarlo migliore
Per costruirlo

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare

Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno

Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo…

Ezio Bosso

IL PESO NEL CUORE


IL PESO NEL CUORE

«Voglio sapere perché sono così lenta» sussurrò la lumaca.
Allora il gufo aprì i suoi enormi occhi rotondi e la osservò attentamente.
Poi li richiuse.
«Sei lenta perché hai sulle spalle un gran peso» spiegò il gufo.
La lumaca trovò la risposta poco convincente, il suo guscio non le era mai sembrato pesante, non la stancava portarlo e non aveva mai sentito un’altra lumaca lamentarsene.
Allora lo disse al gufo e aspettò che quello finisse di ruotare la testa sul collo.
«Io so volare ma non lo faccio.
Una volta, tanto tempo prima che voi lumache veniste ad abitare nel prato, c’erano molti più alberi di quelli che si vedono adesso. C’erano faggi e ippocastani, lecci, noci e querce.
Tutti quegli alberi erano la mia casa, volavo di ramo in ramo, e il ricordo di quegli alberi che non ci sono più mi pesa così tanto che non posso volare.
Tu sei una giovane lumaca e tutto ciò che hai visto, tutto ciò che hai provato, amaro e dolce, pioggia e sole, freddo e notte, è dentro di te, e pesa, ed essendo così piccola quel peso ti rende lenta.»
«E a che mi serve essere così lenta?» sussurrò la lumaca.
«A questo non ho una risposta. Dovrai trovarla da sola» disse il gufo.
E con il suo silenzio indicò che non voleva altre domande.

Luis Sepúlveda

(https://raiawadunia.com/il-peso-nel-cuore/)

TI AUGURO DI VIVERE


TI AUGURO DI VIVERE

Ti auguro di vivere
senza lasciarti comprare dal denaro.
Ti auguro di vivere
senza marca, senza etichetta,
senza distinzione,
senza altro nome
che quello di uomo.
Ti auguro di vivere
senza rendere nessuno tua vittima.
Ti auguro di vivere
senza sospettare o condannare
nemmeno a fior di labbra.
Ti auguro di vivere in un mondo
dove ognuno abbia il diritto
di diventare tuo fratello
e farsi tuo prossimo.

(Jean Debruynne)

SE AVESSI UN MARTELLO


SE AVESSI UN MARTELLO

Se avessi un martello
Lo batterei al mattino
Batterei alla sera
Per tutte le città
“attenti al pericolo”
dobbiamo riunirci
per poter difendere
la pace.

Se avessi una campana
Suonerei al mattino
Suonerei alla sera
Per tutte le città
“Attenti al pericolo”
Dobbiamo riunirci
Per poter difendere
La pace,

Se avessi una canzone
Canterei al mattino
Canterei alla sera
Per tutte le città
“Attenti al pericolo”
Dobbiamo riunirci
Per poter difendere
La pace.

Adesso ho un martello
E ho una campana
E ho una canzone da cantare
Per tutte le città
Martello di giustizia
Campana di libertà
E una canzone Di pace

Victor Jara

Poeta e cantautore cileno impegnato per i diritti sociali, nato nel 1933, fu ucciso nel famigerato stadio di Santiago nel 1973, durante il colpo di stato militare. Gli furono troncate le mani dagli aguzzini, perché non potesse più accompagnare con la chitarra i suoi canti di libertà e di pace.

NOI, QUESTA GENTE, SU UN PICCOLO SOLITARIO PIANETA


NOI, QUESTA GENTE, SU UN PICCOLO SOLITARIO PIANETA

Come sarà il “dopo”, chi riparte, dove e quando, task force, comitati, ansia, gli interessi di questo e gli interessi di quest’altro, ancora 500 morti al giorno…

Noi, questa gente, su un piccolo e solitario pianeta

che viaggia attraverso spazio casuale

oltre stelle disinteressate, lungo la via di soli indifferenti

verso una destinazione ove tutti i segni ci indicano

che è fattibile e imperativo noi si impari

una coraggiosa e sorprendente verità.

Quando ci arriviamo

noi, questa gente, su questo imprevedibile corpo fluttuante

creati su questa Terra, di questa Terra

abbiamo il potere di fabbricare per questa Terra

un clima dove ogni uomo e ogni donna

possono vivere liberamente senza pietà bigotta

senza terrore paralizzante.

Quando ci arriviamo

dobbiamo confessare di essere noi il possibile

Noi siamo miracolosi, la vera meraviglia di questo mondo

Il che è quando, e solo quando, ci arriviamo.

( “A Brave And Startling Truth”, una poesia di Maya Angelou – 1928/2014)

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