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IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE

IL PROFUMO DELLE FOGLIE DI LIMONE

Un libro della scrittrice spagnola Clara Sanchez.

Credi alle apparenze?

Credi di essere al sicuro?

Conosci veramente chi ti è vicino?

La verità deve venire a galla.

 

Ho comprato questo libro alla COOP. Ci bazzico spesso e non dimentico mai di dare un’occhiata alla esposizione dei libri.  A volte, comprando libri con un po’ di sconto, ho scoperto anche dei bellissimi racconti, pur non avendo letto recensioni in merito. Sono solita farmi una opinione personale di ciò che leggo e non sempre combacia con le recensioni che leggo poi in seguito.

Ho acquistato il libro della scrittrice spagnola: Il profumo delle foglie di limone, attirata dal titolo. Sarà superficiale la scelta, ma è anche vero che amo molto le piante ed i fiori, immaginavo di trovare qualcosa del genere.

Come sempre ho dato un’occhiata per capire l’argomento, e le foglie di limone non c’entravano per niente, ma la storia accennata mi ha intrigato.

I protagonisti principali sono due: un uomo ottantenne, Jiulian e una ragazza, giovane, di nome Sandra.

Il filo che li legherà non è, come si può pensare, una cotta d’amore di un vecchio per una ragazza, ma uno scopo ben diverso e man mano che si legge il libro si dipana un racconto estremamente affascinante, almeno per me, che mi ha preso un po’ “alla gola”.

Avrà un seguito che acquisterò appena lo trovo ad un prezzo più accessibile. Si intitola: Lo stupore di una notte di luce.

La fantasia della scrittrice si manifesta anche nei titoli dei suoi libri, molto belli.

Chiaramente è un libro che consiglio di leggere per chi ama particolarmente la bella scrittura, il bel racconto e l’emozione.

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IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

Sua madre fissò il soffitto, fece un sospiro pesante.

Il genere di sospiro che facciamo quando accettiamo qualcosa di brutto che ci è accaduto.

Come quando muore un parente e diciamo: “Almeno ha vissuto a lungo”.

O come quando la nostra casa viene distrutta da un incendio, e pensiamo: “Almeno siamo ancora vivi”.

Un sospiro di rassegnato disappunto.

Un premio di consolazione, perché siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo.

Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perché alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta.

Niente conta davvero.

Jamie Ford “Il gusto proibito dello zenzero”

(Un libro da leggere)

DARKLAND – Il male cerca l’oscurità e odia la luce

DARKLAND – Il male cerca l’oscurità e odia la luce

Il nazismo è stata la più grande forma di sottomissione sessuale di massa organizzata nei minimi dettagli, ideologici e coreografici.

La svastica, i lunghi cappotti neri di pelle e gli stivali lucidi di cuoio, le divise come travestimento, le fruste, sono oggetti leggibili come feticci che rappresentano il rapporto di dipendenza tra padrone e schiavo. Ma, come ci insegna Nietzsche, questa relazione è accettata volontariamente dallo schiavo, in questo caso il popolo tedesco.

Dobbiamo sapere che tra dittatore e sudditi intercorre una incessante pulsione erotica, da leggersi per gli uomini anche in chiave omosessuale.

L’ammirazione per l’uomo forte è tutt’altro che una questione solo femminile. Nel maschio, l’ammirazione si trasforma in imitazione ed esaltazione dell’uomo virile, in masochismo, in una dichiarazione omoerotica.

La sottomissione sessuale fu due tipi. Quella partecipata del popolo tedesco, quella forzata del popolo ebraico.

Nei confronti degli ebrei, il nazismo può essere considerato un gigantesco stupro di massa. La vittima di uno stupro rimane sempre inerme ed è per questo che gli ebrei si lasciano condurre all’Olocausto.

A partire dalla “Notte del cristalli” la pubblica umiliazione degli ebrei fu un divertimento popolare, uno spettacolo eccitante.

Basta pensare a quello che succedeva nei campi di concentramento.

La nudità per privare di ogni dignità, per trasformare i prigionieri in oggetti di sfogo di istinti sessualmente perversi.

Le SS e i Kapò, tiranni per intercessione, oltre a godere di favori sessuali da parte dei prigionieri, traevano immenso piacere nel bastonare e nel prendere a calci.

Le donne venivano stuprate, sverginate con le mani, rasate nelle parti intime, fatte ballare nude sui tavoli, esaminate nude alle selezioni, sempre nude erano costrette a passare tra due ali di soldati che le frustavano.

Nelle latrine all’aperto erano costrette a esibirsi sotto lo sguardo delle guardie, ad altre veniva infilata la mano nella vagina mentre andavano nella camere a gas, altre ancora venivano uccise con un colpo di pistola tra le gambe. Alcuni uomini sono stati appesi col pene a un gancio.

Il sistema concentrazionario ha fatto cadere la maschera della rispettabilità tanto predicata dal nazionalismo e ha permesso ai padroni di dare libero sfogo ai propri istinti sessuali nei confronti degli schiavi.

E’ questo l’odio per gli infermi. Al tempo stesso la compassione e la pietà sarebbero state lette come segno di debolezza.

E’ stato affermato che il terrificante livello di sadismo delle SS e Kapò era incomprensibile, quando invece era la massima espressione del loro piacere sessuale.

Insieme a quelle sessuali, le implicazioni religiose hanno svolto un ruolo fondamentale. Hitler è visto come il Messia che salverà il popolo tedesco dalla catastrofe politica ed economica post Weimar.

Basti ricordare i richiami alla trinità cattolica quando alle adunanze gridavano “Ein Volk, ein Reich, ein Führer”.

Il Volk, in questa visione, è il popolo nella sua essenza razziale e culturale più pura, legato indissolubilmente al passato mitologico dei popoli ario-germanici.

Se poi ci si aggiunge che la figura di Hitler era oggetto di culto e che il termine Reich non vuol dire solo impero, ma anche regno, il quadro è completo.

Hitler era il dio-re dei germani a capo di un Reich millenario, che non va inteso nella durata di mille anni, ma che sarebbe durato millenni, per cui eterno, immortale.

Al tempo stesso, Himmler era assunto al ruolo di figlio di dio e così veniva visto anche dai suoi uomini.

Uomini che giuravano fedeltà a Hitler, non alla Germania.

E poiché sulla cintura avevano scritto “Got mit uns” (Dio è con noi), per loro Dio era il Führer.

In molti si sono chiesti come fu possibile che un uomo come Hitler, insieme a quattro perdigiorno, sia riuscito a conquistare il potere. E dire che si vantavano di essere un popolo di poeti e pensatori.

La culla del nazismo fu l’Alta Baviera. Un concentrato di indolenza, gretto provincialismo e xenofobia. Il terreno più adatto per far prosperare idee retrive.

In ogni caso, milioni di persone anelavano a un futuro migliore e nessuno come Hitler sapeva prometterglielo.

Il potere monarchico-conservatore si illuse di sfruttarlo. Ma fondamentalmente è che Hitler, con un’abile opera di mistificazione culturale e una liturgia fatta di politica ed estetica, movimenti di massa, cerimonie, reliquie e simboli, spettacoli, fece arrivare alla gente il messaggio che il nazionalsocialismo era una religione e lui una divinità.

I nazisti fecero collocare degli altari nelle fabbriche in stanze simili a cappelle. Ma sugli altari stavano i simboli del partito.

Le fede religiosa prevede dei dogmi che non possono essere discussi.

Ecco perché gli ufficiali delle SS nascosero le loro colpe dietro la formula “gli ordini sono ordini”. Per loro quegli ordini erano sacri, indiscutibili. Se le parole di Hitler erano vangelo, gli ordini erano un comandamento.

Eischmann disse che non avrebbe esitato a mandare suo padre nella camera a gas.

A chi dubitava, veniva rammentato che erano ordini della loro guida suprema, cosa da cui dovevano trarre conforto.

Nelle scuole delle SS si esaltavano i giapponesi che vedevano nell’Imperatore un dio.

I tedeschi, come negli antichi culti pagani, praticavano sacrifici umani all’altare del nazismo. Solo di ebrei ne furono sacrificati sei milioni.

(Dal libro di Paolo Grugni – Darkland)

UN LIBRO MOLTO, MOLTO GRADEVOLE COME UNA BIBITA FRESCA D’ESTATE

UN LIBRO MOLTO, MOLTO GRADEVOLE COME UNA BIBITA FRESCA D’ESTATE

Ho comprato un libro.

Per la verità ne acquisto molti, perché amo tantissimo leggere. Ma è cosa normale nella mia vita.

Questa volta mi è capitato di comprare e leggere un libro di un autore italiano dal nome quasi impossibile: Francesco Muzzopappa.

Molti già lo conosceranno, ma per me è la prima volta che ho acquistato libri di questo autore.

Sono rimasta sorpresa per la freschezza di come è scritto.

Si legge in un pomeriggio, è vero, ma non si staccano gli occhi dal testo. Si simpatizza tanto col protagonista dal volerne quasi prendere il posto.

Il libro è “Dente per dente”. L’Editore è Meraviglie (Fazi editore).

Una breve idea del contenuto:

Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOlogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (Museo d’arte COntemporanea).

Alla disperazione più nera,  segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi sul tradimento della sua innamorata. E lo fa con un’ironia corrosiva e una storia scandita da scene esilaranti.  Si tratta di un’inusuale commedia nera, con protagonista un tenero quanto agguerrito ragazzo innamorato.

 

ANCHE SE LA FINESTRA…… (Alda Merini)

“Anche se la finestra è la stessa,

non tutti quelli che vi si affacciano

vedono le stesse cose:

la veduta dipende dallo sguardo”

A.Merini

AMARE UNA PERSONA E’…

AMARE UNA PERSONA E’….

Amare una persona è…
averla senza possederla;
darle il meglio di sé senza pretendere niente in cambio;
desiderare di stare con lei, ma senza essere spinti dal bisogno di alleviare la propria solitudine;
temere di perderla, ma senza essere gelosi;
aver bisogno di lei, ma senza esserne dipendenti;
aiutarla, ma senza aspettarsi gratitudine;
essere legati a lei, pur restando liberi;
essere tutt’uno, pur rimanendo se stessi.

(Omar Falworth, dal libro: L’Arte di Amare e Farsi Amare)

SAPER TACERE

SAPER TACERE

Il primo livello di sapienza è saper tacere, il secondo è saper esprimere molte idee con poche parole, il terzo è saper parlare senza dire troppo e male.
Si deve parlare solo quando si ha qualcosa da dire, che valga veramente la pena, o, perlomeno, che valga più del silenzio.

(Hernàn H. Mamani – Dal libro La donna della luce)

SCELTE

Nuova auroraSCELTE

Scelgo di vivere per scelta, e non per caso.
Scelgo di fare dei cambiamenti, anziché avere delle scuse.
Scelgo di essere motivato, non manipolato.
Scelgo di essere utile, non usato.
Scelgo l’autostima, non l’autocommiserazione.
Scelgo di eccellere, non di competere.
Scelgo di ascoltare la voce interiore, e non l’opinione casuale della gente.

(Eileen Caddy, dal libro: Dieci passi per aprirsi all’amore).

OTEL BRUNI

OTEL BRUNI

Cito una frase per riproporre la grandezza di uno dei personaggi che maggiormente prende: “Certo che ti conosco, sei uno che si guadagna da vivere lavorando, sei stato perseguitato perché ti sei comportato da uomo libero, sei stato ferito in una guerra che non hai voluto ma che hai combattuto da uomo, con coraggio, e ti chiami Raffaele. Non mi serve sapere altro di te.” Poche e chiare parole per presentare le credenziali essenziali con cui giudicare un uomo.

Questo libro che lo scrittore modenese Valerio Massimo Manfredi, ha pubblicato nel 2011, è diverso dai tanti che ha scritto, molti dei quali imperniati sulla storia romana, su quella greca e sulle civiltà scomparse.

È una narrazione, quella raccontata nel libro “Otel Bruni”, che l’autore colloca nel tempo tra le due guerre mondiali (1914 e 1945), e nello spazio nelle campagne emiliane, nei pressi di Modena, tra Modena e Bologna. I paesi sono chiamati col loro nome per cui il lettore che abita o ha abitato da quelle parti, o molto vicino, come me, conosce bene quella terra, quelle campagne e quei fondi lavorati a mezzadria.

Bello, bello ed emozionante. 35 anni di storia italiana del ‘900 dalla prima alla seconda guerra mondiale, visti attraverso gli occhi di una famiglia che conosce gli orrori e la miseria delle due guerre, l’odio fratricida della guerra civile.

I protagonisti sono i componenti della famiglia Bruni, una famiglia numerosa di contadini, che con fatica lavora i campi perché diano i loro frutti per il notaio bolognese che ne è il proprietario.

Come quasi tutte le case coloniche della zona, sono composte da una casa abitativa, una cascina ed una stalla. La stalla dei Bruni, è piuttosto grande (dieci paia di buoi e un toro) che funziona anche  da albergo per i pellegrini,  ed è un posto caldo dove trascorrere le lunghe veglie invernali e ascoltare meravigliose storie.

Sorprendente e bellissimo è stato trovare alcune espressioni popolari, che anche a me sono molto famigliari e che richiamano una vita semplice e modesta di un tempo.

Espressioni che mi hanno commosso, perché derivanti dal modo di parlare di quei posti e che ancora si possono sentire pronunciare dalle persone più anziane. Ecco alcuni esempi tra i tanti:

“Tener da conto”, quando ci si tiene ad una cosa cara, fosse pure un calessino.

“Mettere a letto il prete con la suora” per scaldare le lenzuola d’inverno.

“Vivere in capo ad un mese”, quando qualcuno non aveva una grande aspettativa di vita.

“Tirar di lungo” quando non ci si fermava davanti ad una casa, o a un’osteria, o a una chiesa, ecc.

“Dormire sul paglione”, un materasso fatto con la paglia o le foglie di granoturco.

“Dovete stare a sapere”, quando si comincia una storia.

Quanto il fidanzato si presentava ai genitori della ragazza: “Entrava in casa”.

“Fare gabanella”, il riposo pomeridiano estivo.

“Il Landini da cinquanta cavalli”, il primo mitico trattore che finalmente veniva comprato per sostituire i buoi nei lavori dei campi.

Ma lo scrittore, nel suo racconto, mette in evidenza anche un dato importante: la mancanza di cultura che non porta mai al progresso e al miglioramento delle condizioni di vita e al riscatto dalla sudditanza padronale.

In due casi la famiglia Bruni poteva riscattarsi e cambiare vita.

Una prima vola, quando “la Clerice”, reggitrice della casa e madre di tanti figli, riceve una lettera da un notaio di Genova in cui si legge che “aveva ereditato”, ma non si specifica cosa abbia ereditato. La famiglia riunita per l’occasione, rifiuta, non vuole che la mamma vada a Genova, perché comporterebbe spese, imprevisti, difficoltà di viaggio, come prendere il treno. L’unico che vorrebbe invece che si ereditasse è il figlio Raffaele, detto “Floti”, ma è in minoranza ed è anche l’unico che sappia leggere correttamente. Occasione persa, perché dopo un anno si viene a sapere che il tutto era stato incamerato dall’Erario.

Una seconda occasione di riscatto si presenta alla famiglia Bruni, con la morte del vecchio notaio. I figli non vogliono saperne di coltivare terre e sono disposti a vendere ai Bruni il loro fondo, ad un prezzo favorevole. Comunque i soldi chiesti sono sempre molti, e i figli preferiscono rimanere come sono, piuttosto che fare debiti. Prevale anche questa volta la paura dell’ignoto e non tengono conto che, mentre portavano al vecchio notaio 20 carri carichi di sacchi di grano, questi venti carri avrebbero potuto essere tutti per loro e sarebbero stati sufficienti a pagare il debito, anno dopo anno.

Un ministro di un tempo, non troppo lontano, aveva detto che “con la cultura non si mangia”, ebbene, è proprio tutto il contrario. È la mancanza di cultura a consentire che la vita delle persone, continui ad essere grama, difficile e non possa migliorare per riscattarsi da una umiliante sudditanza.

FIORITA DI MARZO (Alda Merini)

FIORITA DI MARZO

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

   Troppo rapido il passo con cui tocchi
il suolo, e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.
Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,
essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;
e se ne va così la tua bellezza,
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza…

(Alda Merini)