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“IL PROSSIMO CHE DICE UNA STRONZATA RAZZISTA, SESSISTA, OMOFOBA, SE NE VA A CALCI NEL DIDIETRO”


“IL PROSSIMO CHE DICE UNA STRONZATA RAZZISTA, SESSISTA, OMOFOBA, SE NE VA A CALCI NEL DIDIETRO”

Il giovane Marco Rossi, giocatore del Monregale calcio, ha avuto qualche difficoltà “stradale” il mese scorso e ha ritenuto di doverne dare pubblicamente conto con un video. La trascrizione della sua testimonianza è questa:

“In poche parole c’è una negra di merda che pensa di avere dei diritti, e tra l’altro ‘sta negra è pure donna, quindi già “donna” e “diritti” non dovrebbero stare nella stessa frase, in più se aggiungi un “negra”… quindi fa già ridere così, no? Però, in poche parole sto orangotango del cazzo ha avuto la brillante idea di denunciarmi per falsa testimonianza. Che però forse è vero, un po’ di falso l’ho dichiarato perché ero fuso e ubriaco, ci sta. Però per principio non mi devi rompere il cazzo anche perché you are black, diocan, negra di merda! E niente, bon, in poche parole io adesso dovrei pagare la macchina a una solo perché sa fare il cous cous: ma baciami il cazzo va’, puttana! Puttana! Troia! Poi ho preso la macchina di mia madre, ho preso l’autovelox, non ho pagato una lira e devo pagare la macchina a te diocan, sempre se si può chiamare macchina quella merda di triciclo che c’hai. Troia, lavami i pavimenti.”

Nelson Mandela la pensava così:

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose sanno fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport può creare speranza dove prima vi era solo disperazione. E’ più potente dei governi nell’abbattere le barriere razziali. Ride in faccia a ogni tipo di discriminazione.”

Vero, in teoria e in linea di massima. Poi nella pratica c’è qualche dissonanza come Marco Rossi. Perché gli strumenti – dallo sport ai video – sono in essenza l’uso che ne fai.

C’è un po’ di gente che sta chiedendo alla dirigenza del Monregale di buttare fuori il suo giocatore. Io dilazionerei la proposta. Tenetelo in squadra, per il momento, e fate un po’ di “rieducational channel” per tutti.

Cominciate con lo studio di questi tre testi: Costituzione della Repubblica Italiana, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, CEDAW – Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne. Fase due: invitate Aboubakar Soumahoro e Leaticia Ouedraogo a tenere una lezione ai vostri calciatori sugli effetti del razzismo e del sessismo nelle loro vite.

Poi portate Rossi e compagnia in tour al campo di sterminio di Auschwitz.

Infine informateli: “Adesso non avete più scuse, non potete dire che non sapevate e che non avevate capito e che stavate scherzando eccetera. Vi abbiamo dato la possibilità di smettere di essere stupidi e crudeli. Il prossimo che fa/dice una stronzata razzista, sessista, omofoba eccetera se ne va a calci nel didietro.”

Maria G. Di Rienzo

[Fa parte di un video che ormai avrà fatto il giro del mondo.  Sicuramente tanti di voi ne sono a conoscenza. Io mi rifiuto di far sentire la sua voce, perché oltre ad essere insopportabile, non merita nulla, neppure di essere sentita. Ringrazio la mia amica Maria, per questo scritto, silente, ma significativo. Se i giovani di oggi, quelli che un domani potrebbero avere il potere nelle mani, sono di questa pasta, è meglio che le nostre reazioni tolgano la voce ad individui del genere. E anche che certi partiti che continuamente istigano la violenza e sono decisamente razzisti, quelli che da 40 anni lo gridano dai pratoni di Pontida e poi in tutte le Tv, anche loro si facciano un giro ad Auschwitz, anche se penso che se ne freghino altamente].

 

SOTTO IL SOLE DI LUGLIO


SOTTO IL SOLE DI LUGLIO

Sotto il sole di luglio, contingentati davanti al supermercato, a un metro di distanza, con le mascherine indossate, una signora di mezza età sfoggiava, sopra i guanti nero pantera, anelli di grande effetto. Simpaticamente buffa.

Diceva: “A metterli mi par già la normalità. Mi fanno sentire quasi come prima”.

Rispondeva l’altra signora: “Mah io sto come prima: sabato prossimo andrò in vacanza. E andrò in Costa Azzurra, perché, se poi il virus a ottobre torna e me lo becco, almeno un sogno me lo sono goduta. Comunque dicono che sono attrezzati e che isolano i focolai, quindi mi sento più tranquilla”.

Interveniva deciso il signore: “Beata lei che è tranquilla. Finché c’è gente che ragiona così, hai voglia quanti focolai si dovranno spegnere. E finché la gente, credulona e sciocca, abbassa la guardia, chi ci rimette siamo noi che rispettiamo le regole. E ce ne stiamo già accorgendo”.

Forse per via del distanziamento, forse per rincarare la loro posizione, sta il fatto che il tono della loro voce era alto.

Tant’è che qualche carrello più indietro, una giovane donna con un bambino dentro il cesto replicava: “Non è il popolo il colpevole dei nuovi casi, ha seguito le giuste direttive per la ripartenza. È ripartito tutto tranne gli asili”.

Intanto è arrivato il mio turno di entrata: mentre caricavo il carrello pensavo a come lo stesso messaggio di prudenza e ripartenza viene recepito in modo diverso.

Ognuno di loro raccontava il proprio disagio o il proprio timore o le proprie speranze.

E ognuno di loro pensa di aver ragione ragione.

Nel sentire Luca Zaia, ieri, inveire contro chi, coscientemente, non si attiene alle disposizioni date e addirittura non si sottomette neppure alle cure, in presenza di sintomi chiari, perché forse ritiene di essere immune, ha ridimensionato mica di poco, il problema.

Il virus, anche in luglio, c’è.

Anch’io sono dell’avviso che non sia ancora il tempo per abbassare la guardia e, allo stesso tempo, mi spaventa l’atteggiamento di troppi che invece se ne strafregano.

MICA VORRETE TUTTO E SUBITO, PUTTANE COMUNISTE DI MERDA


MICA VORRETE TUTTO E SUBITO, PUTTANE COMUNISTE DI MERDA

Verso la fine del mese di giugno, alcuni ragazzi friulani, per festeggiare il compleanno di uno di loro, prenotarono un tavolo alla discoteca Kursaal di Lignano Sabbiadoro, a nome “Centro Stupri”.

I ragazzi sorridenti si fanno selfie, con la targhetta posta sul tavolo e indossando la t-shirt con la medesima scritta.

Qualche giorno prima, avevano indossato le stesse magliette, al ristorante Jonny Luanie di San Daniele.

I video, le foto della serata e alcuni post pubblicati sui canali social dal gruppo, accompagnati da commenti scritti di loro pugno inneggianti allo stupro e di stampo razzista, hanno fatto il giro del web suscitando un’ondata di proteste e indignazione.

Vengono da famiglie bene del Friuli, i nove ragazzi coinvolti nella vicenda “Centro stupri”.

Sono otto, per ora, quelli iscritti sul registro degli indagati, nell’ambito di un’inchiesta che, al momento, ipotizza per tutti, indistintamente, i reati di istigazione a delinquere e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa.

Ma che potrebbe presto evolvere, coinvolgendo un numero più ampio di persone e precisando ruoli e responsabilità.

Intanto la vicenda ha già prodotto la chiusura per 15 giorni del Kursaal di Lignano Sabbiadoro e del Jonny Luanie di San Daniele del Friuli, chiusura decisa dal questore del capoluogo friulano Manuela de Bernardin.

L’avvocato di cinque membri dell’allegro gruppo, dice ai giornali, che stiamo montando la panna, perché in realtà le magliette sono ispirate da un film: “senza tuttavia rivelarne il titolo”.

E insomma, mica vorrete tutto e subito, puttane comuniste di merda, preciso che è il gruppetto ad avere queste opinioni, come ricorda la ventenne Eva Margherita Del Monaco: “Stranamente, alcuni di loro sono gli stessi che, circa un anno fa, mi hanno mandato dei video su Instagram dandomi della puttana comunista di merda (cito testuali parole)”.

Uno degli ideatori delle magliette, Alberto Dall’Ava, è in procinto di aprire un nuovo locale.

Pare che il sindaco di Udine Fontanini (Lega) sia intenzionato a concedergli un immobile del Comune, a fianco del municipio.

Qualcuno si domanda “se l’assessora alle pari opportunità, Asia Elisa Battaglia (Lega), si opporrà o proporrà di chiamare il luogo “Centro Stupri Udin” (senza la “e” finale perché in dialetto per i leghisti suona meglio, la transizione al nazional-popul-sovranismo, non l’hanno ancora digerita tutti).

Perché non chiedere ai genitori delle “famiglie bene”, da cui i giovanotti provengono: Quando vi siete accorti che il vostro rampollo trovava la violenza divertente, cosa gli avete detto?

Siete stati zitti, pensando che tanto la vostra classe sociale lo avrebbe protetto da qualsiasi conseguenza, se avesse deciso di mettere la violenza in atto?

Lo stupro fa ridere anche voi?

E ai ragazzi dico questo: se vi eccitate solo con la violenza, è ora di vedere un sessuologo.

Suvvia, voi ve lo potete permettere.

Ma vorrei chiedere a quei ragazzi, quando vi sposerete, (semmai vi sposerete o vi accompagnerete o comunque andrete a convivere), come vi comporterete, poi, con la “vostra” donna prescelta? Usereste la stessa violenza?

E in un possibile, anzi possibilissimo divorzio, che ne farete di lei e dei suoi figli? Vi sentireste “drammaticamente” abbandonati?

 

https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2020/06/fvg-centro-stupri-reazioni-commenti-san-daniele-friuli-Jonny-Luanie-e855e140-ac06-4f89-9a98-9590b309d08e.html

https://www.rainews.it/tgr/fvg/video/2020/06/fvg-stupro-kursaal-belmonte-questura-discoteca-lignanno-337cd0d0-2567-42bd-83b0-5e90c100e318.html

 

CHE STRANO QUANDO SI GOVERNA CON LA TRIBÙ DEGLI UNIVALEUNI


CHE STRANO QUANDO SI GOVERNA CON LA TRIBÙ DEGLI UNIVALEUNI

Il governatore dell’Emilia-Romagna chiede di porre fine al teatrino di chi, “solo per questioni ideologiche”, dice no a un’opportunità come il Mes.

“Se mi danno 36 miliardi da spendere per la sanità pubblica, io il Mes lo prendo ieri, non domani“. Così il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, intervenendo al convegno promosso dalla Cgil su: “Dopo l’emergenza. Un welfare più forte per diritti universali”.

“Un’Europa così, osserva, non mi piace, serve a poco, non avere politiche sociali ed economiche, di difesa, fiscali, di accoglienza dei migranti significa che ognuno fa da sé, ma io, continua il governatore dell’Emilia Romagna, sono convintamente europeista e dico al governo che c’è una grande opportunità.

La commissione europea dice che c’è uno strumento formidabile, l’Italia passerebbe da Paese che riceve meno di quello che dà a paese, colpito tantissimo dalla pandemia, che riceve più di quello che dà“.

Sul destino delle risorse europee Bonaccini parla di “investimenti e non assistenzialismo: sappiamo dove spenderli, in ospedali più moderni e nuovo personale. Voglio vedere, attacca, il teatrino di forze politiche che, solo per questioni ideologiche dicono no a 36 miliardi per la sanità, una cifra mai vista per l’Italia, solo per posizionarsi su un rituale che non sopporto più“.

Dico grazie al serioso e bravo Bonaccini, ma io, assai meno seriosa e molto più ironica, ricapitolo “l’ideologia grillina”, sul Mes.

Lo sapete da sempre, non amo quel movimento del vaffa, e non apprezzo chi oggi sta al governo e cialtroneggia e quindi elenco le varie e vere ragioni per cui i grillini non vogliono il Mes.

– non ci si possono comprare i monopattini, che sono la passione di Toninelli.

– non ci si possono finanziare bonus babysitter, per i cugini di terzo grado e neanche per quelli di Campagna.

– non ci si possono allargare le aule scolastiche, con il famoso algoritmo della Azzolina, perché ancora non si sa se 2×2 fa 5-1 o 3+1.

Ma se passa la mozione Celentano potrebbe essere che la scuola inizi a mezzanotte e tre, se non state già pensando a un altro uomo. Io sono per “mezzanotte e tre”, perché la Azzolina vuol fare iniziare le lezioni alle 7 di mattina, e ancora dormo, pertanto sono decisamente per la mozione Celentano

A me sembrano tutte motivazioni ragionevolissime, per il m5s, e sempre il mio pensiero affettuoso e grato, vada a tutti quelli che hanno pensato che, governare con la tribù degli Univaleuni, fosse una missione, non solo possibile, ma persino rieducativa.

Comunque, ce li vedete i grillini che, se si dovesse votare presto, vanno a casa sapendo che non saranno mai più rieletti, resistere a un ricatto?

Io no.

Peccato che nessuno li metta alla prova.

Grazie del pensiero.

L’UNICA VERITÀ È CHE NON SI È MAI VOLUTO SCOPRIRE LA VERITÀ


L’UNICA VERITÀ È CHE NON SI È MAI VOLUTO SCOPRIRE LA VERITÀ

Ieri era il quarantesimo anniversario di Ustica.

Nonostante le innumerevoli inchieste e alcune sentenze, soprattutto civili, ancora non abbiamo una verità.

Tra poche settimane, il 2 agosto, saranno quarant’anni dalla strage alla stazione di Bologna e diremo che, nonostante gli innumerevoli processi e alcune condanne, ancora non abbiamo una verità, soprattutto sui mandanti.

Molti dubbi e molte ombre persistono.

Pochi mesi fa erano cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana e, nonostante gli innumerevoli processi, ancora non abbiamo una verità, né colpevoli in galera.

Ad ogni anniversario ripetiamo, e sentiamo ripetere, questa stanca recriminazione: non abbiamo una verità.

Eppure, paradossalmente, l’unica verità, l’unica certezza che lega tutte queste stragi, e tutte le altre che si sono succedute dal 1969 al 1984 e poi ancora fino al 1993, è proprio questa: è che viviamo in uno Stato nel quale più soggetti istituzionali si sono messi di traverso alla ricerca della verità.

L’unica verità è che ci sono cose inconfessabili, anche in uno Stato democratico, quale è il nostro dal dopoguerra in poi.

Qui, nel nostro Paese, si sono combattute più guerre non dichiarate, oltre a quella che, secondo un giudice civile, ci fu nel cielo di Ustica la sera del 27 giugno 1980.

In Italia si sono combattute guerre interne, anche con tentazioni golpiste, dalla fine degli anni sessanta in poi.

Quindi guerre internazionali, che avevano sullo sfondo la cortina di ferro e le tensioni mediorientali.

Guerre tutte sporche, proprio perché non dichiarate, e dunque combattute con le bombe nel mucchio, le stragi di innocenti, i depistaggi.

L’unica verità è che non si è mai voluto scoprire la verità.

L’unica verità è che la verità è stata sempre sottomessa alla cosiddetta ragion di Stato, principio superiore che passa sopra ai morti, meri effetti collaterali.

E si può perfino capire che, come disse il ministro degli Esteri Gianni De Michelis, in uno Stato ci sono cose che possono stare sopra il tavolo e altre che devono stare sotto il tavolo.

Ma a quale prezzo.

In un Paese come l’Italia, popolato da simili fantasmi come nessun altro.

Il prezzo, ad esempio, di una perdita di fiducia da parte del popolo nei confronti delle istituzioni.

È passato tanto tempo, sarebbe ora di riconoscere agli italiani il diritto di sapere.

(Michele Brambilla)

“SE UNA DONNA ESCE DI CASA E GLI UOMINI NON LE METTONO GLI OCCHI ADDOSSO, DEVE PREOCCUPARSI”


“SE UNA DONNA ESCE DI CASA E GLI UOMINI NON LE METTONO GLI OCCHI ADDOSSO, DEVE PREOCCUPARSI”

“Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso, deve preoccuparsi, perché vuol dire che il suo femminile non è in primo piano. Vedi, tu puoi fare l’avvocato, il magistrato, fare tutti i soldi che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui si siede il processo. Se gli uomini ti desiderano, sarai un magistrato migliore, una professoressa migliore.”

I giornali mi hanno informato che l’autore di questa opinione, è il sig. Raffaele Morelli, “psichiatra e psicoterapeuta, che ha pubblicato decine di libri, dirige una delle riviste sul “benessere” più note d’Italia e viene invitato, regolarmente, in tv e radio.”

Mi hanno anche mostrato la sua foto in posa, mezzobusto torto con occhiali in mano, che è uno dei format rappresentativi dell’intellettuale di sesso maschile (il più noto è l’uomo con la mano sul mento).

Riporta, sempre la stampa, che nel successivo confronto con la scrittrice Michela Murgia “ha prima detto di essere stato decontestualizzato, poi, incalzato dalla scrittrice e conduttrice, dopo aver pronunciato altre frasi sessiste, ha concluso il suo intervento con Zitta e ascolta!“.

L’ignorante con laurea, che rimette le donne al loro posto (nel letto in primis), piace molto ai media italiani.

Se la stronzata sessista la dice un conduttore qualsiasi, possono sorgere dubbi sulla validità della stessa, perciò entra in scena qualcuno, con le credenziali giuste, a spiegare che una donna può avere qualsiasi tipo di abilità e aspirazione, essere bravissima nel mestiere che si è scelta e persino ricca, ma se le mutande degli uomini non si gonfiano, al suo passaggio, resta una fallita comunque.

Il “femminile”, com’è noto, si traduce per i misogini con “servizio” – sessuale, emotivo, materiale, di cura, eccetera – all’altro sesso e naturalmente ormai avete letto e forse scritto al proposito di tutto e di più, perciò non intendo annoiarvi, con analisi dettagliate né, ce ne scampi iddio, suggerire che le autorevoli pensate del sig. Morelli, subiscano censura a causa del risentimento delle brutte, bieche, stronze femministe.

Mi limiterò a consigliare un minimo di fair play.

Molto è stato detto in passato sul “trigger warning”, (avvertimento), nel bene e nel male.

Si tratta di un messaggio che precede la fruizione di un qualsiasi prodotto multimediale, avvisando il pubblico che il contenuto potrebbe stimolare, negativamente, chi ha subito un determinato trauma.

Se è vero che evitare tutte le occasioni di stress è impossibile e persino che non affrontare e non contrastare gli stimoli negativi può ritardare la guarigione, è altrettanto vero che, come donne, non siamo obbligate a mandare giù merda 24 ore su 24.

Dopo che hanno respinto la nostra domanda di assunzione, perché le mutande dell’esaminatore non hanno avuto quel che volevano (per nostra scarsa “femminilità” o per nostro rifiuto), dopo aver subito molestie in strada – a scuola – al lavoro – online, dopo essere state assalite, ingiuriate, aggredite, discriminate, umiliate, violate in centinaia di modi diversi, ma con incrollabile continuità, potremmo non desiderare intrattenimento che ripete e giustifica tale trattamento.

Perciò egregi presentatori, sceneggiatori, produttori e quant’altro, siate corretti e quando vi proponete di insultarci ulteriormente, date l’avviso con qualcosa di questo genere: “Il programma che sta per andare in onda contiene materiale inappropriato per le donne che pensano di essere titolari di diritti umani, cittadine a pieno titolo, degne di rispetto e libere.”

Maria G. Di Rienzo

Aggiungo una mia nota. Anzi una domanda.

Qualcuna di noi, si è presa la briga di analizzare il documento prodotto dalla task force “al femminile” allestita dal governo come parte dell’operazione pensata per far fronte alla epidemia di Covid-19?

Forse no.

In ogni modo, una cosa ovvia la posso dire subito, così ce la leviamo di mezzo.

Recintare le “femmine” in modo che non vadano a infastidire i maschi, è stato un ottimo modo per far sì che qualsiasi istanza, ragionamento o proposta prodotta dal suddetto recinto delle femmine, cadesse nel vuoto.

Ma intanto gli uomini, dopo, si possono dare delle pacche sulle spalle e dire che almeno le hanno “lasciate parlare”.

Però, se si volesse veramente cambiare qualcosa, inserire un pensiero laterale, provare a incidere sul reale, quelle dodici donne che sono state isolate, le si potevano prendere e distribuire nelle varie task force, a seconda delle competenze individuali e della visione politica, nel senso più ampio.

Se invece, com’è apparso, delle donne non interessa a nessuno di quello che dicono, allora si fa l’operazione cosmetica di mettercele, ma isolate, così non toccano niente. Del resto, “non toccare niente” è un po’ la matrice di tutta l’operazione, anche a monte.

Alla prossima.

GLI UNICI STRUMENTI DI LAVORO CHE UN BAMBINO DOVREBBE AVERE IN MANO SONO LA PENNA E LA MATITA


GLI UNICI STRUMENTI DI LAVORO CHE UN BAMBINO DOVREBBE AVERE IN MANO SONO LA PENNA E LA MATITA

“Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe avere in mano sono la penna e la matita”.

Iqbal Masih

Iqbal è stato un bambino operaio e attivista, diventando un simbolo nella lotta contro il lavoro minorile.

Iqbal è nato in Pakistan, come Zohra, in una famiglia poverissima.

A quattro anni lavorava già in una fornace e a cinque fu venduto, dal padre, ad un venditore di tappeti per pagare un debito di 12 dollari. Iqbal ha lavorato con altri bambini, incatenati ad un telaio per 10-12 ore al giorno, è scappato e si è impegnato per difendere i bambini come lui.

È stato ucciso il 16 aprile del 1995, aveva 12 anni, in circostanze ancora non chiare.

Bisogna raccontarle ai nostri figli queste storie, e non solo perché sappiano di essere più fortunati, ma perché sappiano, nella vita, fare le scelte giuste, in un’ottica di uguaglianza e solidarietà.

Zohra era una bambina di otto anni, anche la sua famiglia era poverissima. Era partita quattro mesi fa dal suo villaggio per lavorare in una famiglia benestante come domestica, una domestica di otto anni, non si riesce nemmeno ad immaginarla, mani piccole, infanzia rubata.

Si sarebbe occupata anche del loro bambino di un anno. Ai genitori era stata promesso, in cambio del suo lavoro, un’istruzione.

L’istruzione è come l’oro, permette la libertà.

La piccola, non è mai andata a scuola, da subito è stata esposta a continue violenze, probabilmente anche sessuali.

Poi è successo, è stata brutalmente uccisa.

Zohra è morta per aver fatto scappare due pappagalli, potrebbe averli liberati o potrebbero essere fuggiti mentre puliva la gabbia, poco importa e comunque non lo sapremo mai. Quello che conosciamo, invece, è la reazione dei suoi padroni.

L’hanno picchiata, torturata, fino ad ucciderla. Nonostante le urla e le sue richieste di perdono mentre le portavano via l’esistenza.

Zohra non era più una bambina, ma era diventata una schiava. Aveva perso la dignità e la libertà, nel momento esatto, in cui era stata ceduta o forse prima, nel momento in cui era nata povera.

È di questo di cui dovremmo preoccuparci tutti, eliminare le disuguaglianze economiche; un padre e una madre, in qualsiasi luogo del mondo, non dovrebbero mai essere costretti a far lavorare il proprio figlio o la propria figlia. Ed ogni bambino su questa Terra avrebbe il diritto di essere accudito, istruito, avrebbe il diritto di poter essere un bambino.

Fa male questa morte, perché ci racconta che esiste ancora un sistema in cui, da una parte ci sono dei padroni, gli adulti, coloro che dovrebbero tutelare e, dall’altra, dei bambini che sono privati della loro vita, resi schiavi.

Cercando la notizia e leggendo i vari articoli, mi sono accorta di una cosa, nessun giornalista ha usato parole come schiava e schiavisti. Non credo di averle trovate nemmeno una volta, si parla di “datori di lavoro” riferiti ai carnefici, quasi mai di padroni, quello erano, mai di schiavitù.

Ma stiamo parlando di schiavitù.

Forse è troppa la paura e l’angoscia di dare il nome giusto alle cose?

Forse dovremmo farci troppe domande e forse sarebbero chiare le nostre colpe?

Quello che succede dall’altra parte del mondo non ci riguarda in qualche modo? Non è anche il risultato delle nostre politiche europee, occidentali? O no?

È necessaria la morte di una bambina di otto anni, perché aveva lasciato fuggire due papagallini,  per risvegliare le coscienze? È necessario il suo viso pieno di ferite, per ricordarci che il lavoro minorile esiste ancora, così come esiste la povertà infantile e la pedofilia?

Quante Zohra ci saranno nel mondo che, in questo momento sono schiave come lei? Che subiscono violenza, che rovistano nei cassonetti o nella spazzatura, che si prostituiscono, che sono state vendute o cedute, che lavorano in qualche miniera o fabbrica di vestiti?

Hanno mani piccole i bambini, corpi esili. È facile fisicamente e moralmente sottometterli, per questo sono carne da macello.

Dovremmo occuparci della povertà, ecco.

Ma se Zohra non fosse morta, qualcuno avrebbe conosciuto la sua storia?

Ci saremmo accorti di lei?

Io credo di no.

 

LEI SA DI ESSERE INVISIBILE


LEI SA DI ESSERE INVISIBILE

Dietro ad una donna che subisce violenza c’è una famiglia che non vede.

Dei vicini che non sentono.

Un quartiere che si volta dall’altra parte.

Una società che l’ha abbandonata.

Un sistema che nega.

Quando una donna non denuncia è perché un’altra lo ha già fatto ed è morta, oppure, se si è salvata il suo carnefice ha avuto una pena irrisoria.

Una donna che subisce violenza, è una donna che vive in un palazzo, prende un ascensore, saluta, incontra, attraversa le strade della sua città, compra dentro ai negozi, finisce in ospedale, ha delle amiche, porta i figli a scuola, magari va in chiesa.

Una donna che subisce violenza è invisibile e il carnefice non è quasi mai un mostro spuntato all’improvviso dal folto di un bosco, ma suo marito o il suo compagno, eppure, il più delle volte, quella donna sembra arrivata da chissà quale pianeta.

Nessuno l’ha vista. Nessuno ha sentito. Nessuno sa.

Perché subisce? Ci si chiede sempre di fronte alle storie di femminicidi e violenza?

Perché non è stupida.

Lei lo sa di essere invisibile. Lo sa quando subisce violenza. Quando denuncia, quella violenza.

E dopo, è sempre sola, anche quando esce la sentenza, ovviamente solo se è riuscita a dimostrare la colpevolezza del carnefice.

Lei lo sa, che noi non la vediamo.

Lei è la ragazza dell’ultimo piano, che, ogni tanto, si sente urlare la sera, è la mamma di qualche alunno, che ha un livido sull’occhio e poi un altro sulla mano, è lo sguardo silenzioso di una figlia che trema appena la sfiori, è la donna che compra la frutta dal negozio all’angolo, è la vicina di banco all’università, la collega, quella che ci ha detto: un giorno o l’altro mi ammazza.

Lei lo sa che il mondo, soprattutto quello maschile, gira lo sguardo.

Si vergogna di sé stesso e ci vergogniamo noi donne di non riuscire a togliergli tutto il potere che detiene.

Perché una donna subisce così tanto da diventare in mano al suo aguzzino carne da macello? Perché non si ribella? Perché permette che lui le infilzi due spille da balia nella bocca?

Perché ? Ha paura.

Sa di essere sola. Sa che è lei quella che deve scappare di casa. Nascondersi. E poi ci sono i figli.

Per fortuna ci sono i centri antiviolenza che non smettono mai di essere un presidio importante in questa lotta e devono elemosinare risorse per stare in piedi, il che per un Paese come il nostro, è un’indecenza.

La maggior parte degli uomini difficilmente parla di violenza sulle donne e condivide articoli e storie di femminicidi, in fondo è sempre una cosa che non li riguarda.

Ma c’è una parte di loro che inizia a dissociarsi da comportamenti violenti e, soprattutto, lo dice. Lo esprime.

Non basta stare in silenzio. Chi tace fa da concime al terreno della violenza sulle donne.

E fino a quando il negazionismo farà questa parte, le donne continueranno a subire e a morire.

 

LA STRADA DEL CONSENSO


LA STRADA DEL CONSENSO

Non ci sono demoni, gli assassini di milioni di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano.
Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, una strada rischiosa, la strada dell’ossequio e del consenso, che è senza ritorno.

Primo Levi

PAGLIACCIATE POLITIC….


PAGLIACCIATE POLITIC……

Mentre Zaia parlava di un batterio letale che si è diffuso nel reparto di neonatologia dell’ospedale di Borgo Trento a Verona, uccidendo tre bambini, il capo del suo partito era lì a ingozzarsi di ciliegie, in attesa dei soliti selfie, delle solite pagliacciate.

Questa non è politica. Oppure è la politica leghista.

Invece di scusarsi, per l’assoluta mancanza di rispetto, verso una tragedia e soprattutto verso quei genitori distrutti dal dolore, Salvini che fa? Continua a ironizzare!

“Posso o non posso mangiare due ciliegie?”

Ecco il politico che si interessa dei sessanta milioni di italiani, che, dice lui, “sono tutti miei figli”.

Tuttavia anche Zaia, quello che si dice sia così bravo, non ha scelto un posto istituzionale adeguato, per informare i suoi veneti del grave problema nellìOspedale di Borgo Trento a Verona.

Ha scelto un’osteria.

Luogo, presumo, assai frequentato dai veneti e soprattutto dai leghisti.

 

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