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IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

Il pessimismo ce lo portiamo dentro per ragioni storiche, evidentemente.

Infatti, da una recente ricerca svolta dal Reputation Institute in 13 nazioni, risulta che il 56% degli italiani ha un giudizio negativo sul proprio Paese.

Siamo in coda alla classifica.

In Francia, paese che da sempre ha un’alta concezione di sé, i pessimisti rappresentano solo il 27% della popolazione.

È questo, dunque, lo spirito con cui affronteremo il futuro, sempre?

Come sarà il 2018? Sarà un anno complesso, già lo sappiamo.

Dovremo trovare 20 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Dovremo, probabilmente con una manovra correttiva, contenere l’indebitamento in prossimità dell’1,6% come prescrittoci dalla Commissione europea.

Dovremo provare a incrementare la crescita del Pil.

Dovremo inventarci una formula di governo che assicuri un po’ di stabilità.

Dovremo, o meglio, dovremmo, con due emme, riformare le istituzioni per temperare la dissennata riforma federalista del 2001 e per velocizzare, dando più forza al governo, il processo decisionale.

Dovremmo anche darci un sistema elettorale più efficace, possibilmente ispirandoci al doppio turno di collegio francese.

Ce la faremo? Il sentimento nazionale dice di no, e infatti i più pessimisti tra i politici e gli intellettuali già evocano Weimar, ovvero l’ingovernabilità e il caos che in Germania precedettero l’avvento del nazionalsocialismo.

Pessimisti ai limiti del catastrofismo.

In un raro impeto di ottimismo, ci sentiamo invece di fare una previsione diversa, anche se con tanti se.

Se vinceremo il pur legittimo richiamo dell’astensionismo e andremo a votare pensando non di fare dispetto a qualcuno ma di fare del bene a un’Italia mai come oggi bisognosa di stabilità.

Se avremo memoria delle grandi prove date dalla nazione nel dopoguerra come ci rammenta un recente saggio dello storico italoamericano Robert Leonardi.

Se accetteremo il fatto che il trasformismo è la vera costante della nostra storia nazionale.

Se, se e ancora se… ce la faremo.

Poi, certo, è possibile che ci troveremo alle prese con formule politiche provvisorie.

Ma, come osservava il grande Giuseppe Prezzolini, «in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio».

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COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

In Germania è nata la nuova grossa coalizione 2.0. Soddisfazione da parte di entrambi i leader, Angela Merkel e Martin Schulz, con la prima che si è limitata a dichiarare di aver «lavorato per un governo stabile», mentre il secondo si è sbilanciato parlando del raggiungimento «di un risultato eccezionale» Merkel e Sultz sono riusciti a mettersi d’accordo.

Ma ciò che più interessa il nostro paese è che c’è qualcosa alla base dell’accordo che travalica le politiche interne tedesche.

Sarà infatti l’asse con la Francia a livello europeo l’architrave del patto di coalizione, una conferma a quanto dichiarato di recente da Emmanuel Macron, durante la sua visita romana in compagnia di Paolo Gentiloni, occasione utilizzata non solo per lanciare un plateale endorsement al primo ministro italiano, ma anche per sottolineare la complementarietà del rapporto fra Parigi e Roma rispetto all’asse renano con Berlino, il quale resta riferimento unico dell’Ue.

A questo asse, quindi, dovremo continuare a sottostare, nonostante i complimenti e le lodi sperticate dell’inquilino dell’Eliseo al nostro Paese e al governo che resterà in carica ancora fino a metà marzo.

Non deve stupire la straordinaria contemporaneità fra la conferma di questa realtà di fatto e il suo manifestarsi concreto sotto gli occhi del ministro Carlo Calenda, visto il ritorno sia di Lufthansa che di Air France al tavolo delle contendenti per le spoglie di Alitalia.

Colpa nostra e bravi loro a cercare di comprarsi gli assets più proficui con un tozzo di pane, visto che abbiamo lasciato che l’ex compagnia di bandiera fosse gestita come uno stipendificio e un bacino elettorale per anni e anni, facendo finta di non vedere bilanci disfunzionali e manager strapagati che li sottoscrivevano, salvo poi godersi liquidazioni faraoniche.

STRAMBERIE NOSTRANE

STRAMBERIE NOSTRANE

Siamo strani nei pensieri e negli atteggiamenti e rendersene conto sarebbe un passo avanti, verso ciò che professiamo, ma che non mettiamo in pratica.

La politica attua un lavaggio del cervello, consapevole o inconsapevole che sia, ci monopolizza l’esistenza.

Conosco chi educa i propri figli nella fratellanza universale, nel concetto di famiglia allargata e di tolleranza assoluta e poi elimina dalla propria vita chi non la pensa come loro, critica fortemente chi ha una situazione più agiata della loro, mostra i denti con critiche dure verso le religioni, soprattutto quella cristiana cattolica.

Mi chiedo se mai capiranno come si stiano comportando.

Esattamente uguale a tutti, cambiano solo i destinatari dei loro pensieri, insani come quelli di chiunque altro.

Sono coloro che affermano che non esistono differenze tra gli uomini e poi vivono di pregiudizi e sostengono che, in politica, quelli di destra sono razzisti e quelli di sinistra sono i buoni e la chiesa è marcia.

Bisognerebbe guardarsi allo specchio e toglierci la grossa trave che abbiamo nell’occhio e poi si potrà aiutare chi ha la pagliuzza nel suo. A volte il Vangelo aiuta. Ma anche il buon senso e la libertà di pensiero.

Spesso tutti i finti buonisti in giro per il mondo che non sono altro che marcio camuffato di bella apparenza.

Quelli che fanno di tutta l’erba un fascio, senza distinguere tra delinquenti e gente perbene della società.

C’è chi pensa che la politica risolva i problemi, mentre non capisce che la soluzione ce l’abbiamo dentro.

Quelli che parlano senza azionare il cervello, perché è vero che siamo una macchina e che il cuore è il motore, ma il cervello non va sottovalutato, nel caso che pensi e mediti sulla realtà delle cose, porta dove vuole, a prescindere dal motore.

Chi non capisce che il bene che si fa, serve ad influenzare altri a farlo e non per sentirsi dire grazie.

Chi si arrabbia per le cose storte che vede e parlando viene punito.

Chi pensa che le cose non cambieranno mai.

A questi ultimi il mio più sincero vaffa. Perché sono i più pericolosi, apatici che non vogliono che le cose cambino e che affidano sempre agli altri lo sforzo di cambiare. Sono i più debosciati, i più asociali, e i più vili, perché pur avendone tutte le possibilità stanno bene così, nel loro mondo tranquillo e non vogliono che altri possano migliorare la propria vita.

 

IL CHIACCHIERICCIO

IL CHIACCHIERICCIO

Fino a pochissimi anni fa, forse due o tre, un insegnante, in classe o in un’aula universitaria, dispensava un sapere che era già depositato nei libri, almeno in parte.

Trasmetteva oralmente uno scritto, una pagina-fonte.

Se inventava qualcosa, evento raro, all’indomani lo metteva in pagina.

La cattedra imponeva l’ascolto del portavoce del sapere. Per quell’oralità chiedeva silenzio. Non lo ottiene più.

Formatasi in età scolare, alle classi elementari e preparatorie, cresciuta fino allo tsunami nella scuola secondaria, l’onda lunga di ciò che si chiama “chiacchiericcio” ha raggiunto le aule universitarie, che ne traboccano riecheggiando, per la prima volta nella storia, di un vocio permanente che rende faticoso l’ascolto o inascoltabile la vecchia voce del libro.

Il fenomeno è generalizzato e degno di attenzione. I ragazzi non leggono, né intendono ascoltare l’esposizione orale di ciò che è scritto.

Ridotti al silenzio da tre millenni, i ragazzi producono in coro un rumore di fondo che sovrasta il megafono della scrittura.

Perché chiacchierano, nel vocio dei compagni chiacchieroni? Perché questo sapere annunciato ce l’hanno tutti. Per intero.

A disposizione.

Sottomano.

Accessibile tramite il Web, Wikipedia, il palmare, il cellulare, con qualsiasi mezzo portatile.

Spiegato, documentato, illustrato, con una quota di errori analoga a quella delle migliori enciclopedie.

Non si ha più bisogno del portavoce di una volta, salvo che qualcuno abbia un guizzo inventivo originale, ma è raro.

Fine dell’era del sapere.

IL SENO DI MARIA ELENA BOSCHI

IL SENO DI MARIA ELENA BOSCHI

Dalla mattina alla sera, su tutti i canali tv ci bombardano con Maria Elena Boschi.

Una donna bellissima, che non disdegna i tacchi del 12 viene utilizzata per nascondere agli italiani la dura verità: ci hanno fottuti!

E invece stanno a discutere sulla Boschi. A sottilizzare su alcune domande inopportune.

È incredibile il potere mediatico del seno della Boschi. È un attrattore cosmico, le facoltà di Scienze della Comunicazione dovranno studiarlo per decenni.

Come è possibile che Visco sia ancora al suo posto bello sorridente e la Boschi sia alla gogna?

Perché si sa tutto delle domande che la Boschi ha fatto e niente delle domande che Visco non ha fatto?

Hanno rubato miliardi!

Ed è sfruttando la grandiosità delle caviglie della Boschi che sono riusciti a non far vedere, al grande pubblico, il colossale crimine realizzato dai potentati bancari: buona parte dei 361 miliardi di “crediti deteriorati” che hanno portato al disastro le banche, sono i denari prestati agli amici degli amici,senza garanzie (dati di Pier Carlo Padoan sul 2015).

Sappiamo tutto su qualunque domanda la Boschi abbia fatto e sulle 50 sfumature di rosa del suo alluce sinistro, ma nessuno ha ancora risposto alle cinque domande fondamentali:

  1. quanti soldi si sono pappati gli amici degli amici?
    2. chi ha deciso di concedere i prestiti senza garanzie?
    3. quanto ci ha guadagnato?
    4. chi ha poi deciso di scaricare tutto sui risparmiatori, truffandoli con i titoli spazzatura?
    5. chi sapeva ed è stato zitto? (politici, media, controllori)

Da tempo ci promettono di pubblicare la lista dei grandi debitori insolventi che hanno ricevuto prestiti senza garanzie, ma sono uscite solo liste parziali, relative ad alcune banche, che non chiariscono la reale posizione dei debitori: vogliamo sapere chi e come ha ricevuto soldi senza garanzie! Non si sa esattamente neppure quanti siano i soldi che i grandi gruppi hanno succhiato, c’è chi parla di 120 miliardi chi di molti più, 150, forse 160 miliardi di euro.

Si mormora che alcuni gruppi particolarmente influenti, siano riusciti a ottenere prestiti senza garanzie per più di un miliardo di euro. Stiamo assistendo a una vittoriosa campagna di disinformazione: la maggioranza degli italiani è convinta che sia stato il padre della Boschi a prestare soldi senza garanzie e a truffare i risparmiatori, grazie al potere della figlia.

Complimenti!
Quelli del M5S, poi, sono caduti in questa trappola da buoni superficialoni. Di loro non ci meravigliamo, abboccherebbero qualunque cosa anche a pesci marci pur di parlare male del Pd e della Boschi.

Tv, giornali, talk show, parlano più della Boschi che del colossale assalto al treno bancario. Non si rivolgono mai a Casaleggio & Associati, ad Enrico Sassoon, a Cairo & Berlusconi, a De Benedetti, a Travaglio, a Grillo, a Salvini, anche queste sono persone da interogare per benino, per cercare di sapere e avere risposte e lascino perdere la Boschi che sa ben difendersi da sola, ammesso e non concesso che si debbe difendere da qualche cosa. Ma forse i sunnominati hanno “un seno e una faccia” meno belli della Boschi.

Tutto questo renderà dal punto di vista elettorale, soprattutto per i detrattori del Pd, tra cui in primis m5s e mdp, ma se vogliamo migliorare l’Italia serve innanzi tutto che cresca la coscienza degli italiani sui sistemi che si utilizzano per fregarli.

Fa vergogna e molto chi usa la bellezza femminile per generare odio.

Fa tristezza vedere quanto nella vicenda della Boschi pesi il fatto che lei sia una donna bellissima che ha successo in un settore maschile.

C’è quell’accanimento speciale che ha conosciuto anche la Carfagna.

E chi ha memoria si ricorderà quando “Cuore” pubblicava la classifica dei motivi per i quali valeva la pena vivere: allora non faceva vergogna che ai primi posti vi fosse sodomizzare la Pivetti.

Questo revanscismo maschilista è una brutta malattia.

E se fossi nei sandali della Boschi io farei campagna elettorale proprio sul linciaggio disinformante che lei ha subito. E mi presenterei nel collegio elettorale dove c’è la più alta frequenza di violenze contro le donne. Avrebbe buone possibilità di conquistare l’elettorato femminile e vincere.

 

BIGIARE IL PARLAMENTO

BIGIARE IL PARLAMENTO

Come quando si andava a scuola, se si sapeva che quel compito in classe non si riusciva a fare, o se l’interrogazione era per quel giorno, restava il bigiamento. Ci si chiudeva al Cinema, si guardava un film con l’animo pesante, ma, in modo stupido e cretino e a nostro danno, avevamo scampato “il pericolo”.

L’ho fatto anch’io, come no, ho visto film, in un cinema aperto anche al mattino. Non tante volte però sì, ho bigiato la scuola. Non ho mai scordato quei film, i giorni e le sonore sgridate dei miei genitori, per non aver confidato loro il problema scolastico che avevo. Erano davvero altri tempi.

E adesso sto constatando che personaggi politici, pagati da tutti noi, straordinariamente irresponsabili, bigiano il Parlamento, quando qualcosa che è in votazione, non è di loro gradimento, o meglio, non sanno come comportarsi. Hanno paura di fare vedere in che cosa credono o non credono o, forse la verità è un’altra, hanno paura che votare in un certo modo tolga a loro consensi e voti per le prossime elezioni.  Insomma lavorano con scaltrezza e badano al loro interesse, fregandosene altamente di cosa si sta facendo in quel parlamento per il quale dovrebbero lavorare con coscienza. Sono stati eletti apposta.

Ebbene, è cosa nota, si trattava di votare in Senato (che è ancora lì purtroppo) la legge detta “Ius soli” (stavolta è latino e lo sopporto).

Innanzitutto dal Presidente del Senato, questa legge è stata messa in calendario tardissimo, peccato, ha dormito sopra anche lui per parecchio tempo, e poi perché è uscita dalla Commissione apposita, dopo milioni di emendamenti posti dall’inventore delle porcate un tal Calderoli, che da decenni siede in quelle costose sedie.

Risultato la legge non è passata.

Un vero peccato, perché viene a mancare una buona legge che consente di essere all’altezza del pensare umano, quando questo si comporta con dignità.

Questo no allo Ius soli ha marcato nuovi orizzonti politici della nostra storia, ha illuminato le nuove postazioni, ha mostrato il muro che separa due culture. La prima issata in nome dell’Umanità, la seconda invece su un suicida e stupido egoismo. Lo ius soli ha organizzato gli schieramenti così come li ritroveremo nei prossimi anni. Separati da una linea muraria che è sempre la stessa: da un parte la destra, dall’altra la sinistra. Chi ha votato no è di destra, sta a destra, vive a destra.

Anche gli assentati hanno pronunciato un no bello forte, con la malizia di chi pensa di metterlo a bottega. Oggi se vuoi vincere alle prossime elezioni devi dire no allo ius soli ed è quello che hanno fatto quei lacchè dei 5 stelle, assieme ai loro amici di destra, tutti compresi quelli nascosti nelle file del Pd e siccome l’Europa è stata madrina di civiltà, accogliente, includente, sarà il secondo loro obiettivo, il no allo Ius Soli europeo.

Hanno votato contro allo Ius Soli nostrano, tutti i cattolici alla Giovanardi, tutta la destra xenofoba di Salvini tutti i quagliarielli di Berlusconi e gli altri destrorsi, con la parola patria in bocca, ma che non sanno che cosa sia, se non un confine surreale di territorio.

Ora non c’è più tempo. E’ stato deciso che si voterà il 4 marzo 2018, e quindi le Camere sono già sciolte e non si fa più niente (o quasi), se non l’ordinaria amministrazione.

Mi vengono da dire le parolacce di un personaggio a me carissimo “Coliandro”, quelle che ripete ogni volta che la sua bella macchina rossa viene distrutta: “ma porca vacca di una vacca troia”.

Questo è il Senato che c’è ancora per nostra sfortuna e che ci sarà anche in futuro.

Il disastro del 4 dicembre 2016 si protrarrà ancora per decenni, un vero peccato per i giovani e per il futuro del nostro paese.

Il 4 non porta fortuna e vorrei sapere perché e chi ha deciso che si voterà il 4.

 

ODE A FACEBOOK

ODE A FACEBOOK

Una fanfara di qua e una di là,

tutte a osannar le CELEBRITÀ.

Bel tempo sarebbe

se fosse così,

purtroppo però siamo

MEDIOCRITÀ.

Tempi che cambiano!

I talenti si sprecano.

Mi piacerebbe,

invece, trovare

la NORMALITÀ.

Di lei si ha bisogno,

però ormai si sa ben poco

perché non c’è più nulla

che abbia in sé

un po’ di SEMPLICITÀ.

Di vita tranquilla,

cose piccole e semplici

che diano il senso della discrezione,

della sobrietà, della serietà,

a misura dell’Umanità,

che si perde tra i mille rivoli

delle urla inutili

dell’ umana STUPIDITÀ.

Nessun riscontro

di grandi gesta,

ma sempre di più

parole usate come iperboli

per uso e consumo

di semplici creduloni

che a tutto

abboccano senza fiatar.

Questa ormai è

la nostra società?

Tutt’insieme nel “baraccone”

– ma com’è triste –

in prima linea,

la fanfara a suonar?

Che amaro in bocca non poter

più il genio scovar.

Ci si accontenta di poco.

“Tutt’erba un fascio”

mai trovò epoca

più azzeccata di questa:

in tutti i campi

e a tutte l’età,

pronti ed insieme

la fanfara suonar.

SI RISCHIA UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA CORTILE

SI RISCHIA UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA CORTILE

Sergio Mattarella non ha ancora sciolto le Camere ma è evidente che la campagna elettorale, con i relativi comizi, è già iniziata. Il dubbio è se i cittadini voteranno pensando a Banca Etruria o piuttosto ai problemi veri della vita reale, o magari ai nuovi diritti che questa legislatura ha faticosamente riconosciuto (si parla sempre male del Parlamento, ma bisogna togliersi il cappello di fronte ad una maggioranza che riesce a realizzare una riforma civilissima come quella del biotestamento).

Una legge che arriva dopo le Unioni civili, il Dopodinoi, il divorzio breve eccetera.

È assolutamente comprensibile che la destra e gli amici della destra (fra cui spicca, tronfio, il giornale di Marco Travaglio) evitino di parlare delle cose concrete che sono state realizzate per impulso del centrosinistra e del Pd e che spostino il mirino verso qualcos’altro, anche se quel qualcos’altro è chiacchiera o polvere. Mediaticamente, la via breve della demagogia su un Governo presunto amico delle banche può funzionare. Arrivando persino a urlare al conflitto d’interessi (fa particolarmente ridere quando lo fanno gli uomini di Berlusconi) laddove di conflitto d’interessi non c’è neppure l’ombra.

Non c’è nessuno infatti che sappia indicare un atto specifico della Boschi teso a favorire sé medesima o il padre o Banca Etruria. Un solo atto. Lo ha spiegato lei stessa in tv ad un Travaglio più agitato del solito – che è tutto dire. Meno che mai è giunta in proposito alcuna “notizia” dalle parole di Giuseppe Vegas.

Egli anzi ha detto esattamente il contrario: che nei suoi colloqui con Maria Elena Boschi non è emerso “nulla di speciale”.

Roberto Speranza si è distinto per aver imboccato una strada senza uscita, invocando le dimissioni della sottosegretaria alla presidenza perché “ha mentito al Parlamento”. Ma è stato facile, atti alla mono, che lei alla Camera non negò di essersi interessata alla questione delle banche.

A quel punto gli avversari del Governo hanno cambiato linea sostenendo che la Boschi non poteva parlare con il presidente della Consob, il che è evidentemente un’altra sciocchezza in quanto è del tutto legittimo che un ministro – qualunque ministro – parli di una questione con il rappresentante di un’altra istituzione. Il punto dunque non è di merito ma tutto politico. E qui ritorniamo alla campagna elettorale che si è di fatto già aperta.

Se da parte della destra vecchia e nuova si pensa di poterla condurre sui binari della delegittimazione personale, imbarbarendo il dibattito politico e soprattutto eludendo il vero nocciolo della campagna – quali sono le proposte concrete in campo per il Paese? – bisogna preoccuparsi. Ne va della qualità della discussione, ne va del diritto dei cittadini ad una competizione elettorale costruttiva, pulita, trasparente. Una competizione politica, non una rissa da cortile.

(Mario Lavia)

 

IGOR IL RUSSO

IGOR IL RUSSO

Non piace alla Russia, che l’assassino latitante catturato in Spagna, venga chiamato “Igor il russo”,  dai nostri quotidiani e per questo definiscono la nostra stampa:”la stampa igienica italiana”. E questo non piace a me.

Che non sia russo lo sappiamo, che non sia un ex militare dell’Esercito di Putin, interessa relativamente, è un soprannome, come spesso siamo avvezzi a fare, soprattutto nella stampa, ma che sia un assassino, è chiarissimo.

“Norbert Feher, che alla stampa igienica nazionale piace tanto chiamare “Igor il russo”, è stato finalmente catturato dalla polizia spagnola dopo un conflitto a fuoco a Saragozza in cui ha ucciso altre 3 persone”, ribadisce la stampa russa.

L’Italia ha chiesto l’estradizione, perché vuole che questo assassino, sia giudicato anche da un tribunale italiano, com’è giusto che sia, considerato che nel ferrarese e bolognese, ha commesso delitti efferati.

E Igor il russo, serbo, avrebbe chiesto di ritornare in Italia per usufruire di un regime carcerario più morbido, con la prospettiva (non tanto teorica) di beneficiare di sconti di pena o di qualche svista di un giudice distratto che eventualmente dimentichi di depositare i motivi del rinvio a giudizio e lo faccia scarcerare per decorrenza dei termini.

Io lascerei volentieri nelle mani spagnole, Igor il russo, come abbiamo lasciato in Gran Bretagna, il famoso Restivo, l’assassino di Erica Claps di Potenza. Processiamolo pure ma lasciamolo dov’è adesso. E’ più sicuro per tutti.

Non vorrei che accadesse ancora che, assassini, scarcerati, perché in carcere hanno avuto “una buona condotta, “sono stati tanto bravi”, “si sono ravveduti e pentiti”, e di conseguenza scarcerati con condoni sostanziosi di pena, una volta usciti, continuassero ad uccidere com’è accaduto per esempio ad uno dei troioni del Parioli, quel tale Izzo, che poi uccise altre persone.

Non è successo, per fortuna, ma mettiamo il caso che, nella zona di Ferrara, si fosse trovato un agricoltore o un commerciante che avesse sparato al serbo preventivamente per difendersi. Come si sarebbe comportata la giustizia italiana? Temo che sarebbe stato incriminato l’agricoltore per “eccesso di legittima difesa”. Il solito vecchio incancrenito problema della giustizia italiana.

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

A sinistra, «l’odio unisce più dell’affinità, il fratricidio vince sempre sulla fratellanza».

Marcello Veneziani ribattezza “Lividi e Uguali” i profughi del Pd, alleatisi con vendoliani e civatiani non per vincere, ma solo per far perdere il “nemico”.

«La loro priorità – scrive Veneziani sul “Tempo” – non era chiamare a raccolta la sinistra, ma danneggiare Renzi».

E allora «hanno pensato che nuocesse di più al fiorentino un leader sferico e mobile, privo di identità politica e capace di suonare il piffero per l’elettore qualunque, pescando così nel target renziano».

In questo, D’Alema e Bersani «sono rimasti fieramente, ferocemente di sinistra», cioè settari e frazionisti fino all’autolesionismo.

Veneziani definisce “Liberi e Uguali” un mix tra «sinistra movimentista, briciole di Rifondazione, lasciti del vecchio Pci e giovani sfigati di tristi speranze, più gloriose reliquie della Seconda Repubblica, accomunati dal disprezzo per il Vanesio Fiorentino».

In fuga da un “corpo estraneo” come Renzi, «che subivano e odiavano», chi chiamano come leader? «Un altro corpo estraneo, un Papa straniero, un magistrato e uomo dell’establishment, il presidente del Senato Grasso. Uno che a giudicare dal curriculum e dalle oscillazioni, avrebbe potuto tranquillamente militare con Renzi, con Berlusconi e con chiunque altro».

Grasso, secondo Venziani, ha accettato il ruolo «perché la vanità è l’ultima a morire, e si gonfia, s’illumina d’incenso». Ma si può capire, aggiunge: «Un anno fa temeva di essere abolito insieme al Senato, e ora gli offrono di guidare un cartello intero con una visibilità assai forte. E appartenendo alla genia degli Ego-magistrati, da Di Pietro a Ingroia, da De Magistris a Emiliano, assumere un ruolo di vetrina coi gradi di comando, “sputace sopra”».

Se Grasso in fondo lo si può capire, meno comprensibili risultano loro, «i combattenti e reduci della sinistra», gli esuli dal Pd e i profughi del ciclone renziano che, «quando finalmente si fanno una casa tutta loro e possono darsi un leader di sinistra, schietto, vanno a pescare il presidente del Senato».

Non la Boldrini, presidente della Camera, «che almeno è un’icona della sinistra e una custode del politicamente corretto, del tardo-femminismo e dell’antifascismo sacro». Macché, scelgono Grasso, «che con la sinistra c’entra poco o nulla».

Sempre secondo Veneziani, la sinistra aveva due possibilità: poteva scegliere un leader che rappresentasse la sua tradizione e la sua identità, magari «uno che indossa con dignità il Novecento, comunismo incluso», oppure uno che fosse «la traduzione italiana di Tsipras o degli Indignados spagnoli, una specie di postsinistra protestataria del terzo millennio». E invece, chi ti vanno a pescare? «Un Grasso che non incarna né l’una né l’altra, che non è carne né pesce, ma colesterolo allo stato grezzo. Grasso superfluo».

Come spiegare questa scelta suicida?

E’ l’ennesima conferma (in casa propria) di quel che sostengono gli avversari della sinistra stessa, ossia «l’incapacità di partorire una leadership chiara e distinta di sinistra».

Il museo delle cere firmato Bersani e D’Alema, poi, sottolinea una volta di più il tramonto di antiche dicotomie: destra e sinistra hanno sottoscritto insieme il rigore europeo, imposto dall’oligarchia internazionale al potere. L’altra casella, “democrazia progressista”, resta ancora vacante, lontana anni luce dal “grasso superfluo” di Lividi e Uguali.