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DUE PAROLE AL PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA


DUE PAROLE AL PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA

Il presidente della regione Lombardia Attilio Fontana (Lega) (mi rifiuto di chiamarlo “governatore”, perché quando si va a votare per le elezioni regionali si eleggono i “Presidenti”), non ha bisogno di mascherina, ha bisogno di non parlare a vanvera con l’unico intento di andare contro il governo.

Se trova difficile arrestare la piena logorroica, si drappeggi una sciarpa attorno alla bocca, se ci riesce senza incaprettarsi.

In questo momento le sue uscite “propaganda style” non sono solo inutili, sono dannose al massimo grado. Io volevo questo ma non me lo hanno dato, io volevo quest’altro ma non sono io che prendo le decisioni, io ho detto questo ma non ho avuto riscontro, io, io, io – lega, lega, lega, la colpa è sempre degli altri.

Guardi che non abbiamo preso “Giuseppi” Conte per lo statista del secolo, né questo esecutivo come manna dal cielo, sappiamo semplicemente che sono loro a doversi occupare dell’orribile situazione che stiamo tutti vivendo.

E di certo hanno fatto e faranno errori, proprio come lei, come ciascuno che finisca di punto in bianco nel mezzo di una pandemia.

Frignarci sopra, però, non ci serve a una beata mazza, non salva nessuno, non alleggerisce il carico dei lavoratori della Sanità, non insegna agli italiani a rispettare le regole.

Sig. Fontana: lei è tutto il giorno in televisione, alla radio e sui giornali. Ha un dannato lavoro da fare, mai così dannato come in questo periodo, ma quando lo fa?

PERCHÉ NOI?


PERCHÉ NOI?

È la tipica domanda di chi viene colpito da una disgrazia senza apparente motivo, e si guarda intorno vedendo che agli altri non è toccata, o è toccata in misura minore.

Di solito, questa domanda non ha una risposta, perché il fulmine cade dove crede, e l’elemento casuale ha nella nostra vita un peso molto maggiore di quello che ci piacerebbe credere.

Eppure, questa domanda nasconde, nel nostro caso, un grande e perniciosissimo nostro difetto collettivo, quello di credere che, in fondo, i conti si possano non pagare mai.

Nel profondo del cuore, l’italiano è convinto di poter sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni.

Ecco un elenco di luoghi comuni.

Ricordiamoci come fanno i “luoghi” a diventare “comuni”.

  • Eleggo dei cialtroni a governarmi sperando di poterne ricavare un piccolo beneficio personale, o anche solo per antipatia verso “gli altri”.
  • Piuttosto che studiare e faticare cerco un modo per “andare avanti” lo stesso senza troppi sforzi? Se mio figlio va male a scuola, me la prendo con gli insegnanti che gli danno brutti voti, anziché con lui, o faccio ricorso al TAR se lo bocciano.
  • Se ho una responsabilità direttiva o amministrativa mi preoccupo solo di proteggere la mia immagine, evitando scelte impopolari e scaricando le mie responsabilità e i miei fallimenti su “altri”.
  • Se appartengo a una qualsiasi categoria faccio il possibile per “spremere” dalla collettività benefici giusti o iniqui, e per difendere rendite di posizione piccole e grandi.
  • Se sono un imprenditore, anziché investire nell’innovazione e nella crescita della produttività cerco modi per ottenere soldi pubblici, eludere le imposte, sottopagare il personale.
  • Se sono un comune cittadino, anziché accettare e applicare la legge e le norme di comportamento raccomandate dagli specialisti, preferisco il “fai da te” e passo il tempo a screditare istituzioni ed esperti e a diffondere notizie e opinioni false e manipolatorie.

Ebbene, tutto questo ha delle conseguenze.

In genere, queste conseguenze si sviluppano troppo lentamente per essere facilmente associate alle loro cause, specialmente da chi giudica “di pancia”, non studia e non approfondisce, pensa che la competenza sia inutile e che tutto si possa “sistemare” alzando la voce o raccontando barzellette.

Ma, a volte, capitano delle crisi in cui il prezzo di avere istituzioni farraginose, una classe politica apicale di semianalfabeti, uno spirito di cittadinanza inesistente, e insomma tutto quanto da anni molti continuiamo tediosamente a ricordare, si paga tutto e subito.

Arriva il conto, salato, e non c’è supercazzola che tenga: va pagato.

  • Hai un sistema istituzionale che delega irragionevolmente poteri chiave alle Regioni rendendo di fatto impossibile, specie in momenti critici, decidere e applicare una politica nazionale? Paga.
  • Hai un governo composto in maggioranza da persone mediocri, unite solo da un precario interesse tattico, che passano il tempo a cercare di capire come fregarsi l’un l’altro? Paga.
  • Hai un’opposizione che si può benevolmente definire cialtrona, che coglie ogni occasione per diffondere menzogne e lucrare su ignoranza e bassi istinti della “gente”? Paga.
  • Di fronte alle raccomandazioni globali dei competenti organismi internazionali, tu decidi di improvvisare una tua politica “fai da te”, bloccando voli che non dovresti bloccare, evitando quarantene che dovresti applicare, eseguendo test in modo difforme da zona a zona e da momento a momento? Paga
  • Hai delegato delle “prime donne”, come Zaia e Fontana a governare le regioni più produttive d’Italia, e quelle che più hanno bisogno di un’immagine positiva verso l’estero, a partire dalla Cina? Paga.
  • Hai concittadini che, durante un’emergenza sanitaria, rifiutano il ricovero, quando raccomandato, o scappano dalle zone di quarantena, per tornare a casa dalla mamma e diffondere il contagio anche dove non c’era? Paga.
  • E così via.

Ormai si sa con certezza che il contagio da Coronavirus ha colpito più direttamente l’Italia di altri paesi, ma si sa perfettamente che, come cittadini italiani, di questo evento dovremo pagare un prezzo molto più alto del necessario.

E sarebbe ancora più alto, astronomicamente più alto, se la nostra politica fosse già riuscita nell’impresa di smantellare il Servizio Sanitario Nazionale.

Per ora, il SSN funziona ancora abbastanza, soprattutto grazie a chi ci lavora, e si sta facendo integralmente carico di quest’emergenza.

Ricordiamoci di questi giorni, quando in futuro ci saranno scelte cruciali da fare.

(Ricevuta da un amico che qui si riconoscerà. Grazie)

LE MASCHERINE SONO DIVENTATE ARMI DA GUERRA


LE MASCHERINE SONO DIVENTATE ARMI DA GUERRA

Ogni giorno sentiamo dire che dobbiamo portare una mascherina, quando usciamo, per fare la spesa o per andare in farmacia, ma le mascherine non ci sono.

Il guaio è che non ci sono neppure per chi è già positivo al covid-19 e per gli operatori sanitari.

Tuttavia sto notando come ci sia battaglia aperta su questo.

Sono stati fermati alla frontiera di Chiasso convogli che stavano uscendo dall’Italia, regolarmente esportati, ma in violazione del decreto ministeriale che impone di trattenere entro i confini nazionali tutto il materiale sanitario utile in questo periodo di emergenza Coronavirus. Un carico da 800mila pezzi tra mascherine e guanti monouso, che la Guardia di finanza di Ponte Chiasso ha intercettato e bloccato, mettendo tutto sotto sequestro.

In contemporanea gli altri paesi a noi confinanti, bloccano i trasporti, verso il nostro paese, di questi dispositivi medici, già acquistati da ditte italiane. Li trattengono illegalmente, ma, mi chiedo, la spesa sarà a nostro carico? So che il Ministro degli esteri ha cercato di sbloccare questo sistema di accaparramento, ci riuscirà? Auguriamocelo.

Questi fatti però dimostrano come l’Europa si sia spezzata e, di fronte alle difficoltà così particolari, come le emergenze sanitarie, ognuno pensi per sé, e se muoiono più italiani, chi se ne frega?

Sono molto perplessa di fronte a queste notizie, e ho l’impressione che l’emergenza sanitaria stia mettendo in crisi l’unità europea, assai di più della questione economica.

In ogni modo ne usciremno azzoppati, scontrosi, sospettosi gli uni verso gli altri. E lo stiamo già constatando.

A parole siamo bravi, forse anche generosi, ma ai fatti vediamo tante incertezze.

In più si aggiungono i problemi dentro casa nostra.

L’opposizione, coglie la palla al balzo per alzare il tiro. Salvini ogni giorno e in ogni microfono che incontra, tenta di dire la sua, ma si sente messo da parte, dall’azione costante e continua del governo.  Lui non ne fa più parte e credo che si sia amaramente pentito di aver dichiarato chiuso il suo “esperimento del Conte primo”,  anche perché le sue regioni del nord, per il momento, sono tra le più colpite.

E la Lombardia si nomina autonomamente un Commissario alla protezione civile, di fatto escludendo il commissario Arcuri, nominato dal governo per tutto il paese.

Si associa a Salvini, la Meloni che, con grande spirito di opportunismo fuori da ogni logica, sostiene che sarebbe meglio aprire una bella crisi politica e andare a votare, perché la maggioranza che c’è in parlamento non rappresenterebbe la maggioranza del famoso popolo italiano.

Il problema mascherine è diventato l’osso da mordere per trarre giovamento in senso di “raccattamento voti”, in Italia, e di insofferenze, tra paesi europei.

Non ne usciremo bene, né in casa, né in Europa.

P. S. Aggiungo una nota di sussurri in questi giorni: “C’è una casa farmecutica tedesca che sembra vicina a realizzare il vaccino contro il coronavirus. Trump intende comprarlo e darlo in esclusiva solo ai cittadini USA”.  Già, peccato, a ragionare così sono quelli che furono i nostri alleati o liberatori che dir si voglia?

 

ABBIAMO GIÀ DATO


ABBIAMO GIÀ DATO

Da un paio di giorni, illustri pensatori, stimati tali da altri, non si sa bene perché, sono sempre con la bocca aperta, per propinare consigli inutili e fornire “ricette politiche”, per l’emergenza coronavirus.

Va per la maggiore l’idea di “far rientrare Salvini al governo per rafforzarlo”.

Non spiegano bene se questa strana manovra rafforzerebbe il governo (e non saprei in che modo se non aumentando la litigiosità) o se si voglia “rafforzare” Salvini stesso.

Secondo questi pensatori o sedicenti tali, rafforzare Salvini come “leader dell’opposizione”, è probabilmente più corretto.

“Sarebbe un bel segnale d’unità”, “La maggioranza non corrisponde agli umori elettorali prevalenti”, “Allargherebbe il consenso sulle decisioni del governo”. Così cinguettano via social media, chiudendo con “Che ne pensate?” o “Che ne pensate amici?”, a somiglianza del loro eroe.

Visto che lo chiedete ve lo dirò:

Non sono vostra amica.

Dovreste vergognarvi di utilizzare a beneficio della vostra parte politica una crisi nazionale in cui sono morte già più di 1.200 persone.

Il sig. Salvini ha abbondantemente dato prova di sé, quando era Ministro dell’Interno e raramente il Ministero beneficiava della sua presenza:

1 – ha ridotto a odio razzista il concetto di “sicurezza” con i suoi decreti,

2 – con le varie scandalose vicende giudiziarie in cui è coinvolto,

3 – con la pagliacciata del far cadere il suo stesso governo, pensando di ottenere una svolta autoritaria e antidemocratica.

Abbiamo già dato, grazie.

Da quando in qua un governo varia in base a degli “umori elettorali” non meglio specificati?

Zaia vi ha dato alla testa e pensate che l’esecutivo sia composto da influencer e debba misurare i suoi interventi sulla base di quanti “like” essi prendono su Facebook?

Sino a che saremo in democrazia, cioè sino a quando un megalomane crudele e analfabeta non otterrà “pieni poteri” instaurando una dittatura, speriamo mai, gli “umori” devono essere espressi tramite libere elezioni, non basta millantarli.

Se in molti ospedali manca il sangue per la scarsità di donazioni, la risposta è “Mettiamo Vlad Dracula a capo del Servizio sanitario nazionale”? Ovviamente, no.

In questo momento abbiamo un’infinità di preoccupazioni, poche certezze e stiamo faticando per tenere insieme le nostre vite e questo paese.

Ci fareste la cortesia di lasciarci in pace?

PER UNA VOLTA, UNA VOLTA ALMENO, PROVIAMO A NON DIMENTICARE


PER UNA VOLTA, UNA VOLTA ALMENO, PROVIAMO A NON DIMENTICARE

Quando ci saremo lasciati tutto questo alle spalle, e torneranno a difendere gli evasori fiscali trattandoli, tutti, come povere vittime perché buoni elettori, ricordiamoci dei cittadini onesti che le tasse le hanno sempre pagate. Perché è grazie a loro che abbiamo ricevuto le migliori cure del mondo, senza sganciare un centesimo. Evasori inclusi.

Quando torneranno a dirci che la priorità del Paese è fermare qualche barca di disperati, ricordiamoci di questi giorni in cui, a essere trattati da appestati siamo stati noi.

Quando torneranno a dirci che la priorità è smantellare lo Stato Sociale perché bisogna lasciare quei soldi nelle tasche dei più ricchi con la flat tax al 15%, ricordiamoci di cosa la Sanità Pubblica ha fatto per tutti noi in questi giorni.

E ricordiamoci dell’opera straordinaria di migliaia di medici, infermieri, tutti, che in Italia sono pagati meno che altrove, sono precari più che altrove, ma che hanno dato tutto, tutto, nonostante tutto.

Quando torneranno a dirci che le ONG sono bande di criminali senza scrupoli e dedite ai loro interessi, ricordiamoci di quando, quello stesso partito, ha chiesto in Lombardia aiuto alle ONG per affrontare l’emergenza.

Quando torneranno a dirci che gli africani ci portano le malattie e che, per questo, bisogna ributtarli in mare, ricordiamoci di quando siamo stati respinti noi. E ricordiamoci di quell’italiano che ha portato il coronavirus in Africa. E in Africa è stato ricoverato e curato.

Quando torneranno a dirci che “loro” difendono la Patria e la dignità dell’Italia, ricordiamoci delle interviste che hanno rilasciato in mezza Europa contro il governo italiano, per far credere che non stesse fronteggiando al meglio l’emergenza, pur di lucrare qualche voto. Danneggiandoci spaventosamente agli occhi del mondo.

E ricordiamoci di chi era in montagna a mangiare prosciutto e formaggio e chi, nelle Istituzioni e negli ospedali, a lavorare giorno e notte per la salvezza del paese.

Quando torneranno a dirci che finanziare la Ricerca e l’Istruzione non è importante e che quei soldi è meglio usarli altrove, ricordiamoci di questi giorni. E dei risultati ottenuti in silenzio dai nostri ricercatori precari.

Quando l’emergenza sarà finita e torneremo a quel clima misero e puerile della politica italiana di ogni giorno, proviamo a ricordare i giorni in cui abbiamo capito cosa sia davvero importante. Di quanto sia fragile la vita, anche sociale, e quanto per essa siano importanti cose che diamo per scontate e trattiamo quasi con fastidio.

Per una volta, una volta almeno, proviamo a non dimenticare.

 

L’UBRIACATURA ITALIANA


L’UBRIACATURA ITALIANA

L’ubriacatura italiana inizia con l’avvento, l’ascesa e l’affermazione del m5s in Italia nell’ultimo decennio hanno avuto l’effetto di un’ubriacatura generale del Paese, che seguiva peraltro un’altra ubriacatura nefasta come quella del berlusconismo.

Dico ubriacature con un evidente giudizio di parte (dichiaro di non essere affatto imparziale, ma solo intellettualmente onesto, secondo l’insegnamento di Gaetano Salvemini) e qualcuno potrebbe correttamente (dal punto di vista logico) obbiettarmi che il giudizio sarebbe affatto diverso se fossi un berlusconiano o un grillino.

Non c’è alcun dubbio.

Però, però, per essere davvero intellettualmente onesti, non bisogna rinunciare a guardare e confrontarsi con la dura realtà dei fatti.

Il berlusconismo dilagante e mal contrastato da un centrosinistra, come al solito diviso e litigioso, ci portò dritti alla crisi del 2011, con lo spread vicino a 600, e la coppia Merkel/Sarkozy che, con poca delicatezza, sogghignavano sulla credibilità del nostro Eroe, “unto dal Signore”, che alla stessa Cancelliera aveva fatto poco rispettosamente cucù (e non solo).

Arrivarono Monti e Fornero sull’ambulanza della Croce Rossa, con quel che ne conseguì.

Poi fu la volta della geniale campagna elettorale di Bersani nel 2013, che fornì tutto l’alcool necessario (e anche di più) per la seconda e definitiva ubriacatura, quella del m5s che, approfittando della confusione di idee del centrosinistra (succube di Monti e dimentico di tutti gli altri elettori del centrosinistra), assorbì qualche milione di voti di scontenti, delusi, illusi, incazzati, sognatori e rivoluzionari da salotto, e mise una seria ipoteca sulla legislatura.

Malgrado ciò, il centrosinistra, prima con Enrico “palle d’acciaio” Letta, poi con il ciclone Matteo Renzi, abbattuto a colpi di furibonde campagne mediatiche, degne della resistenza ad un feroce dittatore sudamericano, infine con l’esangue Gentiloni, porta a conclusione la legislatura nel 2018, mentre gli effetti inebrianti dell’alcool profuso a piene mani, ormai hanno colpito milioni e milioni di italiani (inutile dire che erano poco accorti o poco avveduti, non si litiga con la realtà).

Sembra infatti che la speranza nazionale adesso risieda nei nuovi eroi Di Maio, Di Battista, Castelli, Taverna, Lezzi, Toninelli, Bonafede, insigni personalità dai curricula sfolgoranti e densi di master e prestigiosi incarichi internazionali. Sono pilotati, nemmeno tanto occultamente, dal guru Beppe Grillo, comico in disarmo, e dal vice-guru Casaleggio, figlio (il capo-guru Gianroberto era passato nel frattempo tra i più), e vai poi a capire chi effettivamente tira le fila.

Il programma è semplice ed allettante, per gli amanti del genere horror: NO a tutto, decrescita felice, mondo bucolico e deindustrializzato, democrazia diretta, uno vale uno, e poi no all’Europa, no all’Euro (slogan subito accantonati), soldi per tutti a profusione, abolizione della povertà per decreto, pensioni a 62 anni o anche meno, chiusure domenicali per negozi e centri commerciali e pranzo obbligatorio con la nonna, insomma una impressionante serie di minchiate (ops! volevo dire proposte discutibili), che ammaliano ed inebriano 11 milioni di nostri connazionali (pensateci, 11.000.000 – undici milioni -, un terzo dei votanti!). Invadono il Parlamento con quasi 350 deputati.

Nel frattempo, i reduci del berlusconismo, senza Berlusconi ormai parecchio appannato, si dibattono per non scomparire e si affidano in massa al Capitano Salvini, protocomunista padano convertito al sovranismo populista (mamma mia!) e pure amico e seguace di Putin.

Con qualche difficoltà e qualche pesante forzatura si ritrovano insieme, i “puri e sognanti” cinquestelle e i truci ex-padani, e si affidano ad un miracolato outsider, che mai più avrebbe immaginato di arrivare a fare il Premier (mica il sottosegretario!) di un Paese del peso (checché se ne dica!) dell’Italia.

Ma è il bello dell’improvvisazione al potere!

L’avvocato (del popolo, dice lui) Giuseppe Conte diventa il portavoce dei suoi due vicepremier Di Maio e Salvini: fanno un Governo, fanno danni, fanno flop ad agosto, quando il truce Capitano prende troppo sole, esagera e sbrocca.

Viene maltrattato da tutti e da allora, malgrado continui a fare finta di niente, non si è più ripreso.

È inseguito dalla magistratura, dai creditori, forse anche dai suoi compagni di partito che non hanno neanche fatto in tempo a sistemarsi nelle poltrone ministeriali che già hanno dovuto lasciarle, ancora calde calde.

Nasce l’improbabile ed imprevisto governo attuale: “la mossa del cavallo” è di Matteo Renzi, il deus ex machina che lo sponsorizza, pur di togliere Salvini e i leghisti da quella metaforica stanza dei bottoni, che potrebbero diventare troppo pericolosi da manovrare (l’Europa trema).

Subentra al Capitano sconfitto il PD di un poco convinto Zingaretti, Renzi cerca fortuna mettendosi in proprio, l’avvocato (del popolo) resta incredibilmente al suo posto, insieme alla folta schiera dei sullodati grillini plurilaureati, che nel frattempo hanno pesantemente sbattuto il naso contro la dura realtà del fallimento delle loro minchiate (ops! volevo dire proposte, ormai diventate in buona parte leggi).

Nessun effetto salvifico, nessuna abolizione della povertà, metanodotti, acciaierie e tunnel transalpini restano dove stanno (e vorrei vedere!); si buttano via un po’ di miliardi in inutili prebende al popolo scontento, che resta sempre più scontento e ora sa con chi prendersela.

I nostri eroi tracollano elezione dopo elezione, si avviano alla scomparsa. Mantengono però oltre 300 deputati (i più avveduti hanno provveduto a cambiare bandiera), e tanto basta per ostacolare qualsiasi tentativo di rimettere il treno ammaccato sulle rotaie.

L’operazione incontra oggettive difficoltà, non solo per la strenua resistenza dei cinquestelle, ma anche per la timidezza di Zingaretti e soci, tentati da un OPA (la chiamano alleanza strategica) sul Movimento, che però non hanno né la forza né la determinazione né forse la possibilità di lanciare. Piccoli passi, molto piccoli, tanto piccoli che a volte sembrano fermi. I sondaggi stagnano al 20%, mentre il m5s viaggia veloce verso il 10% e scende ancora.

Grande successo della mamma cristiana Meloni, che intercetta gli scontenti di Salvini, più tutti i fascisti-nel-cuore, che in Italia non sono mai mancati. Il resto del centrodestra lascia tracce sempre meno visibili.

Berlusconi … attende, o come “Marinella non c’era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare” (cit. Francesco Guccini).

Renzi, Renzi, croce e delizia, continua a proporre interventi e riforme a getto continuo con il suo manipolo di genieri: cose sensate, sensatissime, pure fattibilissime, peccato che abbia intorno tanta terra bruciata che pare l’Australia.

Non sono ancora riusciti ad attribuirgli la diffusione del Coronavirus, ma forse Travaglio ha già in canna lo scoop, casomai servisse. Figuriamoci se gli lasciano l’occasione per fare bella figura!

Proponesse di fare una grigliata in allegria, nel Pd, si scoprirebbero tutti vegani.

E dire che ci sarebbero ancora tre anni di legislatura. La sua creatura Italia Viva pesa il 5%, o meno.

E poi c’è il virus.

Dopo le ubriacature, è arrivato anche il virus. Non ci facciamo mancare nulla.

E pur con la fantasia di uno sceneggiatore hollywoodiano, è dura individuare vie d’uscita.

Bisogna mettere insieme una maggioranza alla Camera ed al Senato, servono deputati, servirebbero persone ragionevoli, che capissero che è ora di prendere una bella dose doppia di aspirina, un caffè molto forte, poi tirarsi su le maniche e rimettersi a lavorare.

Il forte mal di testa (e pure l’epidemia inopportuna) passerà; pezzo dopo pezzo, come un Lego, si potrebbe rimontare un manufatto presentabile.

La destra stia a destra, il centro decida da che parte stare, il centrosinistra, che ha gente che saprebbe pure come e cosa fare, si prenda le sue responsabilità. Sembrerebbe logico.

Ma chi glielo dice ai cinquestelle che il loro piccolo tsunami (ricordate Grillo nel 2013?) è passato, ha lasciato macerie ma è passato, e che adesso dobbiamo ricostruire?

Hanno riaperto Tohoku e Fukushima, dopo nove anni da quello vero. Quando riapriamo anche l’Italia?

Chi glielo dà un pietoso colpo di grazia (metaforico, per carità!) ad un’esperienza politica nefasta e fallimentare?

Cercasi volenterosi. Telefonare qualunque ora. Astenersi perditempo.

https://bezzifer.myblog.it/2020/03/10/21503/

MODELLO VENETO, OVVERO: COME SI FA POLITICAMENTE A PASSARE DA UN SISTEMA SANITARIO PUBBLICO AD UNO PRIVATO SENZA DIRLO AI CITTADINI


MODELLO VENETO, OVVERO: COME SI FA POLITICAMENTE A PASSARE DA UN SISTEMA SANITARIO PUBBLICO AD UNO PRIVATO SENZA DIRLO AI CITTADINI

“Come si fa politicamente a passare da un sistema sanitario pubblico ad uno privato senza dirlo ai cittadini?

Come si fa a chiudere reparti facendo finta di non chiuderli?

Come sta facendo il leghista Zaia in Veneto.

Lo fai un po’ alla volta. Lo fai obbligando i professionisti a pagarsi l’assicurazione da soli, così tagli quella spesa.

Poi non assumi personale dove serve.

Poi non paghi gli straordinari o gli acquisti di prestazione, dicendo che li pagherai più avanti.

Intanto i medici si trovano a spendere soldi per assicurazioni, non avere più straordinari pagati e ad essere sempre in meno a fare lo stesso lavoro che copre 24 h tutti i giorni.

Poi dai direttive come in fabbrica, pretendendo una visita ogni dieci minuti, quando ne servirebbero almeno venti, in media, per avere il tempo di dire buongiorno e buonasera.

I pazienti sono scontenti perché aspettano, si innervosiscono, aggrediscono i medici che si trovano pagati male o addirittura con ore non pagate, con turni di lavoro impossibili, pazienti nervosi ed aggressivi che fanno causa per mille motivi e la tua azienda non ti copre.

E vai di spese legali.

Le liste di attesa si allungano, la gente va nel privato.

La Regione intanto fa convenzioni col privato, aiutandolo.

Così i medici si rendono conto che lo stesso lavoro viene loro pagato il doppio da un’altra parte, senza fare 10 notti al mese, o avere impegnati due weekend su 4.

In tutto questo, i medici sono pure pochi, perché un imbuto impedisce ai neolaureati di specializzarsi.

Ad un certo punto, tra pensionamenti e licenziamenti non hai più medici e il reparto non c’è più.

Pian piano tagli i servizi territoriali, appaltando alle coop, per non assumere nuovi infermieri.

Dai un disservizio alla popolazione e tanti infermieri neolaureati vanno in Inghilterra o Germania.

O vanno nel privato che cresce, al decrescere del pubblico.

Questa è stata la strategia di gestione del Sistema Sanitario Veneto di Luca Zaia, quello che Salvini voleva esportare in Emilia-Romagna, liberandola dai laccioli della cosiddetta sinistra vecchia di 70 anni.

E non sono stati avvenimenti casuali, è un uomo troppo intelligente per accusarlo di incapacità, è stata proprio una sua scelta, condivisa dalla maggioranza leghista.

Una scelta dei cittadini di personaggi che poi risolvono le questioni (in questo caso sanitarie) a modo loro, senza avvisare nessuno e magari ingrossando anche il portafoglio personale, oltre che quello delle cliniche private.

Quello di cui non sono sicura, invece, è che i cittadini veneti lo abbiano votato, convinti che avrebbe fatto tutto questo”.

(Laura Frigo)

 

TENIAMOCI LA SANITÀ PUBBLICA


TENIAMOCI LA SANITÀ PUBBLICA

Serve che qualcuno ragioni in termini umani e non di profitto selvaggio.

Hanno voluto stravolgere tutto ciò che era pubblico, per fortuna una parte di sanità pubblica è rimasta.

Forse sarebbe il momento di obbligare le strutture accreditate di fare controlli e di prendersi in carico i malati di coronavirus, come sta facendo la sanità pubblica.

Serve mettere apertamente il dito nella piaga di una sanità pubblica disastrata volutamente nei decenni passati.

Grazie a tutti coloro, uomini e donne che stanno combattendo contro il virus, alle forze dell’ordine, a tutti coloro che stanno dando il massimo, in una situazione non facile per la nazione.

Grazie.

Cerchiamo di resistere tutti, politici, imprenditori, cittadini. Questo momento passerà e torneremo tutti alla normalità.

Tranne i meno fortunati che ci hanno lasciati a causa del virus, pensiamo a loro ed alle loro famiglie che in questo momento stanno soffrendo la perdita dei loro cari.

Anche se c’è solo il fantasma della sanità pubblica, rispetto a quello che dovrebbe essere.

70.000 mila posti di terapia intensiva persi in 10 anni.

Chissà quanti milioni di euro andati verso la sanità privata che, non mi sembra stia contribuendo affatto alla gestione dell’emergenza.

Quando anche questo virus sarà sotto controllo, il primo politico che parlerà di trasferire fondi pubblici o risorse alla sanità privata, lo manderemo a raccogliere pomodori insieme a tutti quelli che l’avranno votato, o no?

E dovremo ringraziare il virus per averci fatto aprire gli occhi sull’importanza essenziale del pur traballante SSN.

Certo, teniamocelo caro e miglioriamolo il SSN, ma la solita prosopopea c’è, hanno tagliato posti letto e lo hanno man mano impoverito. Non è accettabile.

Il nostro SSN ha bisogno di azioni di riequilibrio, ammodernamento e razionalizzazione che sono diverse da luogo a luogo e da regione a regione.

Il nostro SSN ha necessità di fondare la propria capacità di risposta sul bisogno vero e sulla possibilità di dare risposte vere cioè efficaci.

È ora e tempo di togliere ai privati quello che politici incoscienti hanno sottratto al pubblico, per darlo a loro.

Basta cooperative, basta convenzioni, basta col modello Formigoni e simili.

Anche la massaia sa che, per fare la spesa, servono i soldi.

Ma oggi questo senso comune viene soppiantato da questa fede cieca che basta razionalizzare le spese e va tutto bene, senza aggiungere altri soldi.

Quindi tolgono i soldi da una parte per metterli dall’altra, poi si accorgono che quella spesa serviva, la rimettono e tagliano da un’altra parte.

In modo che a furia di “razionalizzazioni” poi non funziona più niente.

I manager vanno bene se si tratta di fare profitti, ma per gestire i servizi pubblici sono imbarazzanti.

P.S. Ho letto su “Repubblica” che la sanità privata lombarda mette a disposizione qualche letto di terapia intensiva, per aiutare la sanità pubblica. Bè, ci voleva tanto? Forse, ma sospetto “a caro prezzo”, perché nel privato i profitti hanno un peso non indifferente.

SALVINI ORMAI RIDOTTO AL RUOLO DI TRISTE UMARELL


SALVINI ORMAI RIDOTTO AL RUOLO DI TRISTE UMARELL

Ormai ridotto al ruolo di triste umarell – gli anziani nullafacenti che mani dietro la schiena guardano i cantieri dicendo la loro –, Matteo Salvini ha detto la sua sull’epidemia del Coronavirus, attaccando il ministro Speranza e il governo, che, “accomunati dalla stessa ideologia culturale e politica, fanno a gara a chi minimizza di più su questo drammatico tema”.

Testuale.

Poi lo hanno avvertito che nella “sua” Lombardia, e nel Veneto di Luca Zaia, cioè in amministrazioni accomunate “dalla stessa ideologia culturale e politica”, c’è, ma tu guarda, “un drammatico tema”.

Dopo essersi nascosto in un tombino si è azzittito per poi ricomparire a Milano, con la coda tra le gambe, alla conferenza stampa del “suo” presidente della Regione Attilio Fontana e degli assessori competenti.

Salvini, in questi frangenti, è ridotto a semplice spettatore.

Ruolo che non gli sta bene per niente, tant’è vero che adesso vuole abbattere il governo e farne uno nuovo di “Unità Nazionale”. È andato dal Presidente della Repubblica per suggerirgli la sua pensata, ma pare sia tornato con le pive nel sacco.

Lo sappiamo da decenni, come si comporta l’opposizione del momento.

A suo tempo, il caimano con le sue tv, quando era all’opposizione, soffiavano sul fuoco della sicurezza, rapine in villa e ladri di polli avevano la prima pagina sulle reti amiche, al contrario quando era governativo, silenzio a riguardo, tutto andava bene madama la marchesa.

Figuriamoci con il coronavirus, ci fosse stato lui e la sua amica Meloni a palazzo Chigi, il virus non avrebbe mai varcato i confini italiani.

E poi se ne esce con le solite espressioni volgari “Serve un premier con le palle”.

E chi sarebbe il futuro Premier con le palle??

Beh! Un Premier Italiano deve avere una laurea in Giurisprudenza e una in Economia politica, deve conoscere perfettamente l’inglese, il francese, lo spagnolo, deve essere sciolto nel parlare senza uso di discorsi prestampati.

Deve conoscere come casa sua la storia è la geografia.

E deve essere apprezzato in Europa e oltreoceano, a est quanto ad ovest.

Questo è il Premier con le famose palle!

In Italia ce ne sono, ma non Salvini.

 

“IO NON LE CREDO”


“IO NON LE CREDO”

“Io non le credo”
Questa è la risposta di Gruber a Marattin.

Io credo che mai il giornalismo sia caduto così in basso, perché, questa frase, sovverte tutte le regole etiche di un’intervista.

“Non le credo” semmai lo dice il giudice all’imputato che, per quanto si affanni, non è riuscito a essere convincente.

L’intervista, a differenza di un tribunale, ha invece lo scopo di trasmettere al pubblico, a casa, quella conoscenza dei fatti e delle intenzioni che il politico intervistato ha l’obbligo di far conoscere all’opinione pubblica.

Si tratta della sua verità beninteso, ma ognuno di noi ha una sua verità.

L’intervistatore è quindi il filtro e il tramite né compiacente né ammiccante.

Ma non può neanche essere prevenuto fino all’odio personale, perché l’ospite – lo dice la parola- è appunto un ospite e, in quel momento, è in un sottile stato di inferiorità, perché non sa come andrà a finire, non sa se sarà capace di dire tutto quel che vuole dire, non sa se sarà capace di schivare i trabocchetti.

Le interviste di Otto e mezzo si svolgono in un clima di tensione, per cui ormai l’uno contro tre, ognuno più assatanato dell’altro, è la norma.

E quell’uno, comunque, riesce incredibilmente a spiegare, a non impappinarsi, a rimanere lucido.

Ma quando l’intervistato, malgrado tutto, è riuscito a dire la sua verità, l’intervistatore che ha fatto di tutto per metterlo in soggezione, quella sua verità la deve alla fine accettare.

“Io non le credo” vuol dire che il toro non può uscire vivo dall’arena. Comunque il toro va ucciso.

Viene però così abbattuto, col toro, anche un caposaldo della democrazia che è l’informazione.

Io penso che gli esponenti, anche quelli di Italia Viva, debbano continuare ad andare alle trasmissioni, perché, anche se un unico spettatore ha un soprassalto e dice “no, così non va, così non mi piace”, vuol dire che c’è speranza per questo Paese.

 

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