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IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

Il pessimismo ce lo portiamo dentro per ragioni storiche, evidentemente.

Infatti, da una recente ricerca svolta dal Reputation Institute in 13 nazioni, risulta che il 56% degli italiani ha un giudizio negativo sul proprio Paese.

Siamo in coda alla classifica.

In Francia, paese che da sempre ha un’alta concezione di sé, i pessimisti rappresentano solo il 27% della popolazione.

È questo, dunque, lo spirito con cui affronteremo il futuro, sempre?

Come sarà il 2018? Sarà un anno complesso, già lo sappiamo.

Dovremo trovare 20 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Dovremo, probabilmente con una manovra correttiva, contenere l’indebitamento in prossimità dell’1,6% come prescrittoci dalla Commissione europea.

Dovremo provare a incrementare la crescita del Pil.

Dovremo inventarci una formula di governo che assicuri un po’ di stabilità.

Dovremo, o meglio, dovremmo, con due emme, riformare le istituzioni per temperare la dissennata riforma federalista del 2001 e per velocizzare, dando più forza al governo, il processo decisionale.

Dovremmo anche darci un sistema elettorale più efficace, possibilmente ispirandoci al doppio turno di collegio francese.

Ce la faremo? Il sentimento nazionale dice di no, e infatti i più pessimisti tra i politici e gli intellettuali già evocano Weimar, ovvero l’ingovernabilità e il caos che in Germania precedettero l’avvento del nazionalsocialismo.

Pessimisti ai limiti del catastrofismo.

In un raro impeto di ottimismo, ci sentiamo invece di fare una previsione diversa, anche se con tanti se.

Se vinceremo il pur legittimo richiamo dell’astensionismo e andremo a votare pensando non di fare dispetto a qualcuno ma di fare del bene a un’Italia mai come oggi bisognosa di stabilità.

Se avremo memoria delle grandi prove date dalla nazione nel dopoguerra come ci rammenta un recente saggio dello storico italoamericano Robert Leonardi.

Se accetteremo il fatto che il trasformismo è la vera costante della nostra storia nazionale.

Se, se e ancora se… ce la faremo.

Poi, certo, è possibile che ci troveremo alle prese con formule politiche provvisorie.

Ma, come osservava il grande Giuseppe Prezzolini, «in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio».

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COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

In Germania è nata la nuova grossa coalizione 2.0. Soddisfazione da parte di entrambi i leader, Angela Merkel e Martin Schulz, con la prima che si è limitata a dichiarare di aver «lavorato per un governo stabile», mentre il secondo si è sbilanciato parlando del raggiungimento «di un risultato eccezionale» Merkel e Sultz sono riusciti a mettersi d’accordo.

Ma ciò che più interessa il nostro paese è che c’è qualcosa alla base dell’accordo che travalica le politiche interne tedesche.

Sarà infatti l’asse con la Francia a livello europeo l’architrave del patto di coalizione, una conferma a quanto dichiarato di recente da Emmanuel Macron, durante la sua visita romana in compagnia di Paolo Gentiloni, occasione utilizzata non solo per lanciare un plateale endorsement al primo ministro italiano, ma anche per sottolineare la complementarietà del rapporto fra Parigi e Roma rispetto all’asse renano con Berlino, il quale resta riferimento unico dell’Ue.

A questo asse, quindi, dovremo continuare a sottostare, nonostante i complimenti e le lodi sperticate dell’inquilino dell’Eliseo al nostro Paese e al governo che resterà in carica ancora fino a metà marzo.

Non deve stupire la straordinaria contemporaneità fra la conferma di questa realtà di fatto e il suo manifestarsi concreto sotto gli occhi del ministro Carlo Calenda, visto il ritorno sia di Lufthansa che di Air France al tavolo delle contendenti per le spoglie di Alitalia.

Colpa nostra e bravi loro a cercare di comprarsi gli assets più proficui con un tozzo di pane, visto che abbiamo lasciato che l’ex compagnia di bandiera fosse gestita come uno stipendificio e un bacino elettorale per anni e anni, facendo finta di non vedere bilanci disfunzionali e manager strapagati che li sottoscrivevano, salvo poi godersi liquidazioni faraoniche.

COME FALENE ATTIRATE DALLA LUCE

DA UNO VALE UNO A UNO VALE UNO VIP

Il primo passo di Di Maio verso la corsa alla elezioni politiche ed alla premiership, è stato quello di pretendere da Beppe Grillo di cambiare (di nuovo!) le regole dello statuto del Movimento, per poter selezionare, personalmente, il nome di candidati con un “alto profilo” pubblico, non necessariamente iscritti al Movimento e che non debbano passare dalle parlamentarie.

Figure come: Gianluigi Paragone de la Gabbia, Dino Giarrusso delle Iene, il comandante Gregorio De Falco, quello che intimò a Schettino di risalire sulla nave (“torni a bordo cazzo!”), il vicedirettore di Tg Studio Aperto Emilio Carelli, l’attrice Claudia Federica Petrella “candidata a sua insaputa” che prima smentisce e poi dichiara la sua candidatura, il vignettista Mario Improta in arte Marione e molti altri Vip che in questo caso, non siano necessariamente sinonimo di professionisti altamente qualificati, ma volti noti della tv e dei social, nomi insomma, che facciano presa sulla ggggggente.

Si è passati dall’uno vale uno, a uno vale uno Vip.

La prossima volta i candidati li sceglieranno direttamente dai concorrenti dell’Isola dei famosi (che poi pensandoci bene, con Rocco Casalino l’hanno già fatto).

Non contento peraltro, Di Maio sta continuando a lanciare appelli alla società civile “chiedendo a tutti coloro che vogliono dare un contributo per il cambiamento dell’Italia di farsi avanti, sia per quanto riguarda le candidature, sia per quanto riguarda la squadra di governo”.

Stavolta è di Di Maio che nella veste di capitano del M5S grida: “Salga alla Camera cazzo!”.

Il suo primo (ma anche secondo, terzo, quarto) passo, falso.

E c’è chi, attirato dalle lusinghe e dall’ottimo stipendio, ci casca come il signor Elio Lannutti di Codacons (Come le falene attirate dalla luce, finché non muoiono stecchite).

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

(Post per chi ha pazienza)

Non mi piacciono i francesi, almeno i loro capi e ho voglia di parlarne male.

Quando ero piccola girava fra noi ragazzi, una canzoncina sulla nostra Bandiera.

Diceva:

“Bianco, rosso e verde color delle tre merde”, cantavano i francesi.

“Bianco, rosso e blu, le tre merde le mangi tu”, rispondevano gli italiani.

Pare che non ci siamo mai amati molto. Neanche da piccoli.

Il primo dei caporioni che mi viene in mente è il “tristissimo e dannosissimo” Jean-Claude Trichet, nato a Lione il 20 dicembre 1942 è un banchiere ed economista francese che è stato presidente della Banca centrale europea dal 1° novembre 2003 al 16 maggio 2011, quando finalmente è stato eletto Mario Draghi. È stato la rovina dell’Italia, della Grecia e, in parte della Spagna. In bocca aveva solo la parola “austerità”, ma non per la Francia.

Poi De Gaulle che con la sua grandeur, ancora viscerale nei francesi, ha rotto i coglioni per tutto il suo tempo e a tutto il mondo. E quando scorro la storia della seconda guerra mondiale, mi balza agli occhi il fatto che questo generale, è sempre stato molto lontano dai veri campi di battaglia. All’inizio della guerra scappa in Inghilterra, e da lì lancia appelli, via radio, alla resistenza francese, ma sul campo di battaglia si è servito dei poveracci che facevano parte del suo impero coloniale nord africano. Torna a Parigi solo quando dei tedeschi non c’è più nemmeno l’ombra.

E adesso Macron, il miracolato Macron che fa di tutto per escluderci. Ci esclude in Libia, ci esclude dal Fincantieri, in sostanza vuole prendersi le nostre risorse, il petrolio libico e la costruzione di grandi navi, quelle che solo gli italiani sanno fare. E se avete notato, in Europa, non parla mai con noi. Ed è di questi giorni la notizia che Macron con la Merkel hanno appena sottoscritto un patto di collaborazione. E Macron è venuto in Italia per estendere questo accordo a Gentiloni. Sostanzialmente ci servono un piatto già preparato. Un prendere o lasciare, non è così che si collabora. Infatti sentite cos’ha detto: ha detto chiaro e tondo che l’intesa tra Francia e Germania era e resta «strutturale» e che ogni ipotesi alternativa è «semplicemente una perdita di tempo».

Quando un sentimento sta nel nostro corpo non si può dimenticare. Ogni tanto ribolle.

Ma ci corre l’obbligo di passare ad una storia vecchia di 70 anni, che ha portato tante ferite. Si tratta del generale Alphonse Juin francese, che ordinò alle truppe coloniali francesi (Cef), di stuprare le donne italiane, per far pagare loro tutti i tradimenti possibili, ma solo immaginati. Compreso il fatto, forse ma non tanto, che abbiamo avuto il coraggio di cacciare Napoleone.  E’ un articolo della “Stampa” cultura, sulle Marocchinate, scritto il 16 marzo 2017. E’ da leggere, anche se lungo, per capire.

Ed ecco le “Marocchinate”:

 La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia.
L’pisodio del remake porno del film di De Sica diventa l’occasione per parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 Goumiers marocchini
Pubblicato il 16/03/2017
andrea cionci
 Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili.

Il film “La ciociara”

Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.

 

 Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF

Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze

Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

 Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti

Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi. In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo.

Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.

 

 Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo

Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno

Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.

 Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi

I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.

7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi

Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana

Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”. Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin

Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.

 Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle

Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli – che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività. Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.

Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime  

Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

 Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica

Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia

L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa.

Meno male, dico io, bisogna ricordare queste cose, come si ricordano le leggi razziali, l’olocausto, le foibe, i partigiani, le fosse ardeatine, la strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzena e tutto il resto. Questa storia non va dimenticata, mai.

 

 

IL SENO DI MARIA ELENA BOSCHI

IL SENO DI MARIA ELENA BOSCHI

Dalla mattina alla sera, su tutti i canali tv ci bombardano con Maria Elena Boschi.

Una donna bellissima, che non disdegna i tacchi del 12 viene utilizzata per nascondere agli italiani la dura verità: ci hanno fottuti!

E invece stanno a discutere sulla Boschi. A sottilizzare su alcune domande inopportune.

È incredibile il potere mediatico del seno della Boschi. È un attrattore cosmico, le facoltà di Scienze della Comunicazione dovranno studiarlo per decenni.

Come è possibile che Visco sia ancora al suo posto bello sorridente e la Boschi sia alla gogna?

Perché si sa tutto delle domande che la Boschi ha fatto e niente delle domande che Visco non ha fatto?

Hanno rubato miliardi!

Ed è sfruttando la grandiosità delle caviglie della Boschi che sono riusciti a non far vedere, al grande pubblico, il colossale crimine realizzato dai potentati bancari: buona parte dei 361 miliardi di “crediti deteriorati” che hanno portato al disastro le banche, sono i denari prestati agli amici degli amici,senza garanzie (dati di Pier Carlo Padoan sul 2015).

Sappiamo tutto su qualunque domanda la Boschi abbia fatto e sulle 50 sfumature di rosa del suo alluce sinistro, ma nessuno ha ancora risposto alle cinque domande fondamentali:

  1. quanti soldi si sono pappati gli amici degli amici?
    2. chi ha deciso di concedere i prestiti senza garanzie?
    3. quanto ci ha guadagnato?
    4. chi ha poi deciso di scaricare tutto sui risparmiatori, truffandoli con i titoli spazzatura?
    5. chi sapeva ed è stato zitto? (politici, media, controllori)

Da tempo ci promettono di pubblicare la lista dei grandi debitori insolventi che hanno ricevuto prestiti senza garanzie, ma sono uscite solo liste parziali, relative ad alcune banche, che non chiariscono la reale posizione dei debitori: vogliamo sapere chi e come ha ricevuto soldi senza garanzie! Non si sa esattamente neppure quanti siano i soldi che i grandi gruppi hanno succhiato, c’è chi parla di 120 miliardi chi di molti più, 150, forse 160 miliardi di euro.

Si mormora che alcuni gruppi particolarmente influenti, siano riusciti a ottenere prestiti senza garanzie per più di un miliardo di euro. Stiamo assistendo a una vittoriosa campagna di disinformazione: la maggioranza degli italiani è convinta che sia stato il padre della Boschi a prestare soldi senza garanzie e a truffare i risparmiatori, grazie al potere della figlia.

Complimenti!
Quelli del M5S, poi, sono caduti in questa trappola da buoni superficialoni. Di loro non ci meravigliamo, abboccherebbero qualunque cosa anche a pesci marci pur di parlare male del Pd e della Boschi.

Tv, giornali, talk show, parlano più della Boschi che del colossale assalto al treno bancario. Non si rivolgono mai a Casaleggio & Associati, ad Enrico Sassoon, a Cairo & Berlusconi, a De Benedetti, a Travaglio, a Grillo, a Salvini, anche queste sono persone da interogare per benino, per cercare di sapere e avere risposte e lascino perdere la Boschi che sa ben difendersi da sola, ammesso e non concesso che si debbe difendere da qualche cosa. Ma forse i sunnominati hanno “un seno e una faccia” meno belli della Boschi.

Tutto questo renderà dal punto di vista elettorale, soprattutto per i detrattori del Pd, tra cui in primis m5s e mdp, ma se vogliamo migliorare l’Italia serve innanzi tutto che cresca la coscienza degli italiani sui sistemi che si utilizzano per fregarli.

Fa vergogna e molto chi usa la bellezza femminile per generare odio.

Fa tristezza vedere quanto nella vicenda della Boschi pesi il fatto che lei sia una donna bellissima che ha successo in un settore maschile.

C’è quell’accanimento speciale che ha conosciuto anche la Carfagna.

E chi ha memoria si ricorderà quando “Cuore” pubblicava la classifica dei motivi per i quali valeva la pena vivere: allora non faceva vergogna che ai primi posti vi fosse sodomizzare la Pivetti.

Questo revanscismo maschilista è una brutta malattia.

E se fossi nei sandali della Boschi io farei campagna elettorale proprio sul linciaggio disinformante che lei ha subito. E mi presenterei nel collegio elettorale dove c’è la più alta frequenza di violenze contro le donne. Avrebbe buone possibilità di conquistare l’elettorato femminile e vincere.

 

BIGIARE IL PARLAMENTO

BIGIARE IL PARLAMENTO

Come quando si andava a scuola, se si sapeva che quel compito in classe non si riusciva a fare, o se l’interrogazione era per quel giorno, restava il bigiamento. Ci si chiudeva al Cinema, si guardava un film con l’animo pesante, ma, in modo stupido e cretino e a nostro danno, avevamo scampato “il pericolo”.

L’ho fatto anch’io, come no, ho visto film, in un cinema aperto anche al mattino. Non tante volte però sì, ho bigiato la scuola. Non ho mai scordato quei film, i giorni e le sonore sgridate dei miei genitori, per non aver confidato loro il problema scolastico che avevo. Erano davvero altri tempi.

E adesso sto constatando che personaggi politici, pagati da tutti noi, straordinariamente irresponsabili, bigiano il Parlamento, quando qualcosa che è in votazione, non è di loro gradimento, o meglio, non sanno come comportarsi. Hanno paura di fare vedere in che cosa credono o non credono o, forse la verità è un’altra, hanno paura che votare in un certo modo tolga a loro consensi e voti per le prossime elezioni.  Insomma lavorano con scaltrezza e badano al loro interesse, fregandosene altamente di cosa si sta facendo in quel parlamento per il quale dovrebbero lavorare con coscienza. Sono stati eletti apposta.

Ebbene, è cosa nota, si trattava di votare in Senato (che è ancora lì purtroppo) la legge detta “Ius soli” (stavolta è latino e lo sopporto).

Innanzitutto dal Presidente del Senato, questa legge è stata messa in calendario tardissimo, peccato, ha dormito sopra anche lui per parecchio tempo, e poi perché è uscita dalla Commissione apposita, dopo milioni di emendamenti posti dall’inventore delle porcate un tal Calderoli, che da decenni siede in quelle costose sedie.

Risultato la legge non è passata.

Un vero peccato, perché viene a mancare una buona legge che consente di essere all’altezza del pensare umano, quando questo si comporta con dignità.

Questo no allo Ius soli ha marcato nuovi orizzonti politici della nostra storia, ha illuminato le nuove postazioni, ha mostrato il muro che separa due culture. La prima issata in nome dell’Umanità, la seconda invece su un suicida e stupido egoismo. Lo ius soli ha organizzato gli schieramenti così come li ritroveremo nei prossimi anni. Separati da una linea muraria che è sempre la stessa: da un parte la destra, dall’altra la sinistra. Chi ha votato no è di destra, sta a destra, vive a destra.

Anche gli assentati hanno pronunciato un no bello forte, con la malizia di chi pensa di metterlo a bottega. Oggi se vuoi vincere alle prossime elezioni devi dire no allo ius soli ed è quello che hanno fatto quei lacchè dei 5 stelle, assieme ai loro amici di destra, tutti compresi quelli nascosti nelle file del Pd e siccome l’Europa è stata madrina di civiltà, accogliente, includente, sarà il secondo loro obiettivo, il no allo Ius Soli europeo.

Hanno votato contro allo Ius Soli nostrano, tutti i cattolici alla Giovanardi, tutta la destra xenofoba di Salvini tutti i quagliarielli di Berlusconi e gli altri destrorsi, con la parola patria in bocca, ma che non sanno che cosa sia, se non un confine surreale di territorio.

Ora non c’è più tempo. E’ stato deciso che si voterà il 4 marzo 2018, e quindi le Camere sono già sciolte e non si fa più niente (o quasi), se non l’ordinaria amministrazione.

Mi vengono da dire le parolacce di un personaggio a me carissimo “Coliandro”, quelle che ripete ogni volta che la sua bella macchina rossa viene distrutta: “ma porca vacca di una vacca troia”.

Questo è il Senato che c’è ancora per nostra sfortuna e che ci sarà anche in futuro.

Il disastro del 4 dicembre 2016 si protrarrà ancora per decenni, un vero peccato per i giovani e per il futuro del nostro paese.

Il 4 non porta fortuna e vorrei sapere perché e chi ha deciso che si voterà il 4.

 

SI RISCHIA UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA CORTILE

SI RISCHIA UNA CAMPAGNA ELETTORALE DA CORTILE

Sergio Mattarella non ha ancora sciolto le Camere ma è evidente che la campagna elettorale, con i relativi comizi, è già iniziata. Il dubbio è se i cittadini voteranno pensando a Banca Etruria o piuttosto ai problemi veri della vita reale, o magari ai nuovi diritti che questa legislatura ha faticosamente riconosciuto (si parla sempre male del Parlamento, ma bisogna togliersi il cappello di fronte ad una maggioranza che riesce a realizzare una riforma civilissima come quella del biotestamento).

Una legge che arriva dopo le Unioni civili, il Dopodinoi, il divorzio breve eccetera.

È assolutamente comprensibile che la destra e gli amici della destra (fra cui spicca, tronfio, il giornale di Marco Travaglio) evitino di parlare delle cose concrete che sono state realizzate per impulso del centrosinistra e del Pd e che spostino il mirino verso qualcos’altro, anche se quel qualcos’altro è chiacchiera o polvere. Mediaticamente, la via breve della demagogia su un Governo presunto amico delle banche può funzionare. Arrivando persino a urlare al conflitto d’interessi (fa particolarmente ridere quando lo fanno gli uomini di Berlusconi) laddove di conflitto d’interessi non c’è neppure l’ombra.

Non c’è nessuno infatti che sappia indicare un atto specifico della Boschi teso a favorire sé medesima o il padre o Banca Etruria. Un solo atto. Lo ha spiegato lei stessa in tv ad un Travaglio più agitato del solito – che è tutto dire. Meno che mai è giunta in proposito alcuna “notizia” dalle parole di Giuseppe Vegas.

Egli anzi ha detto esattamente il contrario: che nei suoi colloqui con Maria Elena Boschi non è emerso “nulla di speciale”.

Roberto Speranza si è distinto per aver imboccato una strada senza uscita, invocando le dimissioni della sottosegretaria alla presidenza perché “ha mentito al Parlamento”. Ma è stato facile, atti alla mono, che lei alla Camera non negò di essersi interessata alla questione delle banche.

A quel punto gli avversari del Governo hanno cambiato linea sostenendo che la Boschi non poteva parlare con il presidente della Consob, il che è evidentemente un’altra sciocchezza in quanto è del tutto legittimo che un ministro – qualunque ministro – parli di una questione con il rappresentante di un’altra istituzione. Il punto dunque non è di merito ma tutto politico. E qui ritorniamo alla campagna elettorale che si è di fatto già aperta.

Se da parte della destra vecchia e nuova si pensa di poterla condurre sui binari della delegittimazione personale, imbarbarendo il dibattito politico e soprattutto eludendo il vero nocciolo della campagna – quali sono le proposte concrete in campo per il Paese? – bisogna preoccuparsi. Ne va della qualità della discussione, ne va del diritto dei cittadini ad una competizione elettorale costruttiva, pulita, trasparente. Una competizione politica, non una rissa da cortile.

(Mario Lavia)

 

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

LIVIDI E UGUALI: GRASSO SUPERFLUO

A sinistra, «l’odio unisce più dell’affinità, il fratricidio vince sempre sulla fratellanza».

Marcello Veneziani ribattezza “Lividi e Uguali” i profughi del Pd, alleatisi con vendoliani e civatiani non per vincere, ma solo per far perdere il “nemico”.

«La loro priorità – scrive Veneziani sul “Tempo” – non era chiamare a raccolta la sinistra, ma danneggiare Renzi».

E allora «hanno pensato che nuocesse di più al fiorentino un leader sferico e mobile, privo di identità politica e capace di suonare il piffero per l’elettore qualunque, pescando così nel target renziano».

In questo, D’Alema e Bersani «sono rimasti fieramente, ferocemente di sinistra», cioè settari e frazionisti fino all’autolesionismo.

Veneziani definisce “Liberi e Uguali” un mix tra «sinistra movimentista, briciole di Rifondazione, lasciti del vecchio Pci e giovani sfigati di tristi speranze, più gloriose reliquie della Seconda Repubblica, accomunati dal disprezzo per il Vanesio Fiorentino».

In fuga da un “corpo estraneo” come Renzi, «che subivano e odiavano», chi chiamano come leader? «Un altro corpo estraneo, un Papa straniero, un magistrato e uomo dell’establishment, il presidente del Senato Grasso. Uno che a giudicare dal curriculum e dalle oscillazioni, avrebbe potuto tranquillamente militare con Renzi, con Berlusconi e con chiunque altro».

Grasso, secondo Venziani, ha accettato il ruolo «perché la vanità è l’ultima a morire, e si gonfia, s’illumina d’incenso». Ma si può capire, aggiunge: «Un anno fa temeva di essere abolito insieme al Senato, e ora gli offrono di guidare un cartello intero con una visibilità assai forte. E appartenendo alla genia degli Ego-magistrati, da Di Pietro a Ingroia, da De Magistris a Emiliano, assumere un ruolo di vetrina coi gradi di comando, “sputace sopra”».

Se Grasso in fondo lo si può capire, meno comprensibili risultano loro, «i combattenti e reduci della sinistra», gli esuli dal Pd e i profughi del ciclone renziano che, «quando finalmente si fanno una casa tutta loro e possono darsi un leader di sinistra, schietto, vanno a pescare il presidente del Senato».

Non la Boldrini, presidente della Camera, «che almeno è un’icona della sinistra e una custode del politicamente corretto, del tardo-femminismo e dell’antifascismo sacro». Macché, scelgono Grasso, «che con la sinistra c’entra poco o nulla».

Sempre secondo Veneziani, la sinistra aveva due possibilità: poteva scegliere un leader che rappresentasse la sua tradizione e la sua identità, magari «uno che indossa con dignità il Novecento, comunismo incluso», oppure uno che fosse «la traduzione italiana di Tsipras o degli Indignados spagnoli, una specie di postsinistra protestataria del terzo millennio». E invece, chi ti vanno a pescare? «Un Grasso che non incarna né l’una né l’altra, che non è carne né pesce, ma colesterolo allo stato grezzo. Grasso superfluo».

Come spiegare questa scelta suicida?

E’ l’ennesima conferma (in casa propria) di quel che sostengono gli avversari della sinistra stessa, ossia «l’incapacità di partorire una leadership chiara e distinta di sinistra».

Il museo delle cere firmato Bersani e D’Alema, poi, sottolinea una volta di più il tramonto di antiche dicotomie: destra e sinistra hanno sottoscritto insieme il rigore europeo, imposto dall’oligarchia internazionale al potere. L’altra casella, “democrazia progressista”, resta ancora vacante, lontana anni luce dal “grasso superfluo” di Lividi e Uguali.

BELLA PAROLA: TUTTI

BELLA PAROLA: TUTTI

Sarò antiquata, ma temi come il biotestamento, il fine vita e lo ius soli non sono temi di lotta.

Sono temi di governo, di legislazione civile e universali.

Non sono temi di sinistra, destra o centro.

Sono problematiche e risposte nuove, senza colore politico, emerse in fasi e condizioni nuove delle nostre società.

Sarebbe sbagliato, pericoloso, controproducente se qualcuno le intendesse come battaglie identitarie o di sinistra o “radicali”, contro la destra e contro opinioni non ancora collimanti su quei temi.

Per questo eviterei di definirli temi da imporre prima di convincere.

Sono temi su cui occorre convincere gli italiani di tutte le opinioni politiche.

Non illudersi di convincere soltanto chi vota a sinistra o chi sta più a sinistra del Pd “scavalcandolo” per stupirlo.

La maniera giusta per parlare di fine vita o di ius soli non è quello della ” lotta”, ma quello di una forza tranquilla, di governo e che convince

La parola che convince è “tutti”. A tutti non si parla di lotta, ma di proposta. Si parla di programma non di annunci.

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

La norma ammazza-italia fu varata l’8 maggio 2012 dall’esecutivo guidato dal super-tecnocrate Mario Monti, per avere effetto a partire dal 2014.  Questa norma arrivò con una lettera firmata Bce (Mario Draghi) all’allora governo Berlusconi,  imponeva brutalmente al governo italiano di introdurre nella Costituzione Italiana una clausola che obbligava perentoriamente il nostro paese a rispettare “Il pareggio di bilancio”.

Un’entità non eletta da nessuno ha ricattato e piegato un governo democraticamente eletto. Nessun rispetto del popolo, nessun rispetto della Costituzione, solo sopraffazione e applicazione della legge del più forte.

La modifica costituzionale passò, quasi sotto il totale silenzio. Si trattava di una grande modifica della nostra Costituzione ed il paese ne fu all’oscuro.

Chi lo sapeva erano i partiti al governo in quel momento e naturalmente chi era all’opposizione. Vale a dire, Monti, Forza Italia ed il Pd di cui Bersani era segretario.

Se esaminiamo il modo con cui fu imposta all’Italia questa modifica Costituzionale, vengono i brividi.

I politici appaiono solo come piccoli burattini senza coraggio, tirati coi fili in mano ad altri.

Il pareggio di bilancio è notoriamente una norma “suicida”, figlia dell’ideologia neoliberista e imposta per amputare, deliberatamente, la capacità di spesa, cioè di investimento.

Tutti gli economisti sanno che “il deficit pubblico” è, al netto, la ricchezza reale dei cittadini, imprese e famiglie. Al contrario, il pareggio di bilancio prefigura un “saldo zero”: lo Stato non spende per i cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino in tasse.

Risultato: la morte clinica dello Stato come motore finanziario dell’economia nazionale.

E’ perfettamente inutile tagliare le tasse se prima non si aumenta la spesa pubblica, senza la quale va in sofferenza il comparto economico e quindi il lavoro.

Tra i silenziosi approvatori della norma-killer, per l’economia italiana, c’è Pierluigi Bersani, allora leader del Pd, che impose al suo gruppo parlamentare di piegare la testa di fronte al ricatto dell’oligarchia eurocratica, pur sapendo che il pareggio di bilancio avrebbe compromesso la Costituzione e mandato all’aria la nostra econnomia.

Eppure, lo scorso 4 dicembre, si alzarono barricate contro la proposta renziana di porre fine al bicameralismo perfetto, sopprimendo il Senato elettivo.  Una vera e propria ipocrisia da parte di chi allora era segretario del Pd. Però, con una bella faccia tosta, Bersani (e soci), oggi si appellano esplicitamente all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, quando hanno votato per lesionarla, quella Carta costituzionale, impedendole di garantire posti di lavoro.

Dopo lo strappo con Renzi, Bersani e Speranza hanno dato vita a Mdp insieme a D’Alema, cioè l’uomo che si vantò, da premier, di aver fatto registrare il record europeo nelle privatizzazioni.

Oggi, di fronte allo sbando generale della politica, nessun vero programma salva-Italia da Pd, Berlusconi e 5 Stelle, nessuno ha il coraggio di denunciare la viltà commessa quando fu accettata, senza discussione e senza informare il popolo italiano, la modifica Costituzionale che ci ha ammazzato in questi anni.

Ha voglia Renzi, di fare leggi per aiutare chi è senza lavoro, di modificare la legge sul lavoro, non ci riuscirà mai, perché quella clausola che lui non avrebbe mai accettato, fu accettata, passandola sotto silenzio, anzi importa ipocritamente dal chi adesso si proclama Mdp.

Non parlo di Forza Italia perché non reagì e non informò nessuno, era il suo metodo, ma Bersani, con “la sua cosiddetta ditta” ha condiviso una modifica costituzionale che in pratica ha paralizzato il paese, con un sangue freddo e una consapevolezza da brividi.

E adesso nessuna parola su questo, nessuno che dice che fu un errore, nessuno che si vergogni, nessuno che confessi pubblicamente la sua ipocrisia.

La fine del lavoro, il prolungarsi di un precariato insostenibile, la dicoccupazione permanente e della speranza in un futuro migliore per il paese furono definitivamente firmati allora.

Eppure in Europa stiamo zitti. Renzi, l’unico che ha cercato veramente di rimediare un po’, è riuscito ad ottenere maggiore flessbilità, ma l’eurocrazia europea sapeva bene che anche questo sarebbe servito a poco e per poco tempo. Adesso siamo tornati indietro, anche a causa delle mancate riforme del 4 dicembre 2016.

Si dice che abbiamo perduto il referendum perché è intervenuto Putin con la sua propaganda occulta. Io dico che l’Italia aveva già perso nel 2012 quando, chi comandava allora, accettò senza fiatare la modifica Costituzionale che imponeva il pareggio di bilancio. Semmai Putin, che è sempre ben informato,  ha temuto che una persona competente, come Renzi, che già in Europa qualcosa aveva ottenuto, prendesse in mano più saldamente le redini dell’Italia, e boicottando il referendum, ha dimostrato di preferire gente incompetente con cui trattare i propri interessi. E’ così che fanno i dittatori.