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NON SONO UNA SORELLADITALIA E NEMMENO UNA LEGAIOLA, PER MIA FORTUNA


NON SONO UNA SORELLADITALIA E NEMMENO UNA LEGAIOLA, PER MIA FORTUNA

A volte, nel girare per il web, ci si imbatte in post talmente fascisti e demenziali, che, offendono senza controllo alcuno, chi, come me, non è né legaiola, né razzista e neppure una sorelladitalia.

L’altro giorno, un post, sentenziava sui colori della bandiera italiana, Quei tre bellissimi e brillanti colori che ci indentificano nel mondo.

Il problema principale era il commento irridente contro il rosso ed il bianco e, ovviamente, le donne.

Il verde lega invece era una……”cosa”, talmente venerabile, che l’autore del pensiero elevato leghista, non ha nemmeno osato commentare. Tuttavia tanto bella, presumo, come il pratone razzista di Pontida, da creare tali emozioni nel suo animo (ammesso e non concesso che ce l’abbia) da rimanere senza voce. Sul verde.

Era convinzione del legaiolo che il rosso ed il bianco, fossero colori difficilissimi da indossare, soprattutto, per le signore di sinistra, o comunque non leghiste, viste, quasi tutte “ non più giovanissime, cinquantenni con l’adipe sui fianchi e con lo stomaco che impedisce di vedere i piedi”.

E il bianco è il colore della purezza, virtù rara e mosca bianca, “però di questi tempi e in quella parte politica, l’essere pudibonda è confuso con le pudenda e il “mutatis mutandi” con le mutande da cambiare”.

Questo era il concetto di cultura elevata che l’autore del post, dava alla donne che per semplicità definisco di sinistra o comunque non leghiste.

Ma il rosso!

Ecco è col il rosso che l’autore si sbizzarrisce. Carica come un toro da corrida, cui hanno accecato gli occhi con la vaselina, cosparso di benzina i piedi e infilato migliaia di aghi nella carne.

Capirete il dolore, dover parlare del rosso.

Comincia col dire che “in politica il rosso è un colore pericolosissimo che ci ricorda i comunistacci che mangiavano i bambini, specie politica protetta. Per questo, oggi che stiamo quasi tutti con Salvini e a favore delle sue sensate politiche di chiusura dei porti – e le o.n.g. al soldo di Soros ferme nei porti maltesi e spagnoli e diffidate dall’intervenire in area S.a.r. a contrastare l’azione della guardia costiera libica che riconduce i mitici ‘migranti’ (di cui alle magliette rosse) da dove sono venuti”.

E in questi discorsi vengono fuori i luoghi comuni, ripetuti all’ennesima potenza, dai soliti leghisti che non ragionano, non sanno neanche che cosa stanno dicendo, ma ascoltano il becero leghista che ripete ossessivamente sempre le stesse cose. I migranti, i migranti, i neri.

L’unico argomento.

Ma se tutti “i migranti” se ne andassero dall’Italia, il nostro paese non saprebbe neppure più cambiare un tubo della stufa. Altro che pandemia, sarebbe la miseria totale. La verità è questa, i migranti che lavorano, e sono in regola, sono una grande risorsa per il nostro paese.

Altra cosa è lo sfruttamento, che oltre a far vedere quanto cattivi possono essere anche i cittadini italiani, per dei soldi, dipinge gli italiani simili a chi scrive post, come quello che sto commentando.

L’autore verde-lega, termina dicendo che spera: “che finisca la follia del grimaldello buonista, che scardina le leggi sull’immigrazione e quelle del mare, predicando una indebita e malintesa bontà davvero degna di miglior causa”.

Vengono nominate le leggi del mare, ma non sono quelle che dice il legaiolo del post, la legge del mare impone di salvare le persone, sempre.

È anche ignorante.

CHE STRANO QUANDO SI GOVERNA CON LA TRIBÙ DEGLI UNIVALEUNI


CHE STRANO QUANDO SI GOVERNA CON LA TRIBÙ DEGLI UNIVALEUNI

Il governatore dell’Emilia-Romagna chiede di porre fine al teatrino di chi, “solo per questioni ideologiche”, dice no a un’opportunità come il Mes.

“Se mi danno 36 miliardi da spendere per la sanità pubblica, io il Mes lo prendo ieri, non domani“. Così il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, intervenendo al convegno promosso dalla Cgil su: “Dopo l’emergenza. Un welfare più forte per diritti universali”.

“Un’Europa così, osserva, non mi piace, serve a poco, non avere politiche sociali ed economiche, di difesa, fiscali, di accoglienza dei migranti significa che ognuno fa da sé, ma io, continua il governatore dell’Emilia Romagna, sono convintamente europeista e dico al governo che c’è una grande opportunità.

La commissione europea dice che c’è uno strumento formidabile, l’Italia passerebbe da Paese che riceve meno di quello che dà a paese, colpito tantissimo dalla pandemia, che riceve più di quello che dà“.

Sul destino delle risorse europee Bonaccini parla di “investimenti e non assistenzialismo: sappiamo dove spenderli, in ospedali più moderni e nuovo personale. Voglio vedere, attacca, il teatrino di forze politiche che, solo per questioni ideologiche dicono no a 36 miliardi per la sanità, una cifra mai vista per l’Italia, solo per posizionarsi su un rituale che non sopporto più“.

Dico grazie al serioso e bravo Bonaccini, ma io, assai meno seriosa e molto più ironica, ricapitolo “l’ideologia grillina”, sul Mes.

Lo sapete da sempre, non amo quel movimento del vaffa, e non apprezzo chi oggi sta al governo e cialtroneggia e quindi elenco le varie e vere ragioni per cui i grillini non vogliono il Mes.

– non ci si possono comprare i monopattini, che sono la passione di Toninelli.

– non ci si possono finanziare bonus babysitter, per i cugini di terzo grado e neanche per quelli di Campagna.

– non ci si possono allargare le aule scolastiche, con il famoso algoritmo della Azzolina, perché ancora non si sa se 2×2 fa 5-1 o 3+1.

Ma se passa la mozione Celentano potrebbe essere che la scuola inizi a mezzanotte e tre, se non state già pensando a un altro uomo. Io sono per “mezzanotte e tre”, perché la Azzolina vuol fare iniziare le lezioni alle 7 di mattina, e ancora dormo, pertanto sono decisamente per la mozione Celentano

A me sembrano tutte motivazioni ragionevolissime, per il m5s, e sempre il mio pensiero affettuoso e grato, vada a tutti quelli che hanno pensato che, governare con la tribù degli Univaleuni, fosse una missione, non solo possibile, ma persino rieducativa.

Comunque, ce li vedete i grillini che, se si dovesse votare presto, vanno a casa sapendo che non saranno mai più rieletti, resistere a un ricatto?

Io no.

Peccato che nessuno li metta alla prova.

Grazie del pensiero.

L’UNICA VERITÀ È CHE NON SI È MAI VOLUTO SCOPRIRE LA VERITÀ


L’UNICA VERITÀ È CHE NON SI È MAI VOLUTO SCOPRIRE LA VERITÀ

Ieri era il quarantesimo anniversario di Ustica.

Nonostante le innumerevoli inchieste e alcune sentenze, soprattutto civili, ancora non abbiamo una verità.

Tra poche settimane, il 2 agosto, saranno quarant’anni dalla strage alla stazione di Bologna e diremo che, nonostante gli innumerevoli processi e alcune condanne, ancora non abbiamo una verità, soprattutto sui mandanti.

Molti dubbi e molte ombre persistono.

Pochi mesi fa erano cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana e, nonostante gli innumerevoli processi, ancora non abbiamo una verità, né colpevoli in galera.

Ad ogni anniversario ripetiamo, e sentiamo ripetere, questa stanca recriminazione: non abbiamo una verità.

Eppure, paradossalmente, l’unica verità, l’unica certezza che lega tutte queste stragi, e tutte le altre che si sono succedute dal 1969 al 1984 e poi ancora fino al 1993, è proprio questa: è che viviamo in uno Stato nel quale più soggetti istituzionali si sono messi di traverso alla ricerca della verità.

L’unica verità è che ci sono cose inconfessabili, anche in uno Stato democratico, quale è il nostro dal dopoguerra in poi.

Qui, nel nostro Paese, si sono combattute più guerre non dichiarate, oltre a quella che, secondo un giudice civile, ci fu nel cielo di Ustica la sera del 27 giugno 1980.

In Italia si sono combattute guerre interne, anche con tentazioni golpiste, dalla fine degli anni sessanta in poi.

Quindi guerre internazionali, che avevano sullo sfondo la cortina di ferro e le tensioni mediorientali.

Guerre tutte sporche, proprio perché non dichiarate, e dunque combattute con le bombe nel mucchio, le stragi di innocenti, i depistaggi.

L’unica verità è che non si è mai voluto scoprire la verità.

L’unica verità è che la verità è stata sempre sottomessa alla cosiddetta ragion di Stato, principio superiore che passa sopra ai morti, meri effetti collaterali.

E si può perfino capire che, come disse il ministro degli Esteri Gianni De Michelis, in uno Stato ci sono cose che possono stare sopra il tavolo e altre che devono stare sotto il tavolo.

Ma a quale prezzo.

In un Paese come l’Italia, popolato da simili fantasmi come nessun altro.

Il prezzo, ad esempio, di una perdita di fiducia da parte del popolo nei confronti delle istituzioni.

È passato tanto tempo, sarebbe ora di riconoscere agli italiani il diritto di sapere.

(Michele Brambilla)

GLI “STATI GENERALI” E IL SERVIZIO DI CATERING


GLI “STATI GENERALI” E IL SERVIZIO DI CATERING

Il Governo Conte si è macchiato dell’ennesimo scandalo.

Uno scandalo coperto da tutti i giornali ma, fortunatamente, svelatoci da lei, “Giorgia”, che con un tweet ha reso noto:
“agli Stati generali dell’Economia non ci saranno i bucatini e la porchetta, ma solo tartine, papaya e maracuja”.

Il che, se non altro, spiega perché lei e l’allegro frequentatore di sagre, abbiano deciso di non presentarsi.

Per carità, la cosa in un primo momento potrebbe anche far sorridere, ma in realtà c’è da piangere.

Vi rendete conto del livello di opposizione a cui è arrivata la destra italiana?

L’indignazione per il servizio di catering.

Poi, sempre la fulgida Patriota, ha lamentato la presenza al convegno della BCE e dell’UE.
Di questi grandi cattivoni.

Ora, io non so quale sia esattamente stato il contributo di Giorgia Meloni all’emergenza Covid.

Però so che l’UE, a oggi, ha proposto per l’Italia un pacchetto d’aiuti da 170 miliardi di euro (di cui 80 a fondo perduto).
Per nessun altro Paese europeo la Commissione UE ha proposto un aiuto tanto ingente.

E la BCE?
La BCE non solo da mesi compra decine di miliardi di titoli italiani sul mercato, per evitare che s’impenni lo spread e il Paese finisca preda dei mercati, ma, nel farlo, ha privilegiato l’Italia su tutti gli altri Paesi europei.
Arrivando a violare la cosiddetta “Capital Key”.

Cosa vuol dire?
Che la BCE avrebbe dovuto aiutare i paesi in proporzione alle loro quote nella BCE stessa.
E invece niente: all’Italia sono stati dati 8 miliardi in più rispetto al dovuto.
Alla Francia, ad esempio, 11 miliardi in meno rispetto a quanto le spettassero.

Ma l’UE e la BCE sono cattive e non andavano invitate.
Perché ce lo dice Giorgia.
Che è quella della guerra alla papaya.
Non ditele che l’amico va matto per il mojito.

Comunque, a parte quanto sopra, vorrei aggiungere una domanda.

Perché la Giorgia e il suo compare Salvini ci fanno sapere, in continuazione, che gli italiani sarebbero al limite della pazienza? Gli Italiani?

Ci avete fatto caso?

Sia lei che Salvini fanno questo “simpatico” giochetto: parlano a nome degli italiani. Ma tutti eh, proprio tutti.

È come se sessanta milioni di donne e uomini avessero delegato l’una e l’altro di parlare a nome loro.

Di far dir loro quando sono stanchi, quando perdono la pazienza. Cosa vogliono e cosa non vogliono.

E però, va detto, sono strane queste deleghe.

Perché ci pare di ricordare che Fdi, alle ultime elezioni, abbia preso il 4,6%. Dei voti, eh. Manco del totale.

Come questo dia allora titolo a Giorgia Meloni di parlare a nome “degli italiani”, rimase in mistero.

Come il fatto che suddetti italiani la pazienza non dovrebbero perderla per altro.

Ad esempio per il fatto di pagare per deputati assenteisti. Tanto per dirne una.

I SACRIFICI LI HANNO FATTI TUTTI I CITTADINI


I SACRIFICI LI HANNO FATTI TUTTI I CITTADINI

Firmati i decreti che regolano il ritorno a una vita più o meno normale, il Presidente del Consiglio ha, di fatto, ripetuto che adesso tocca a noi.

Cioè a noi cittadini, che dovremo essere ligi nel rispettare tutte le norme di sicurezza.

È vero.

Ma non è che, finora, arginare l’epidemia sia toccato a qualcun altro.

Non è che siano arrivate cure miracolose o un improbabile vaccino a tempo di record.

Siamo stati tutti noi, restandocene disciplinatamente in casa per due mesi abbondanti, a fermare il contagio.

I sacrifici li hanno fatti tutti i cittadini, soprattutto quelli che appartengono alle categorie economiche più penalizzate.

Certo, adesso, noi italiani siamo tenuti a fare ancora di più, cioè a essere sempre meno italiani, rispettare le regole, e essere sempre più “tedeschi”, in quanto a senso civico.

Ma tocca anche a qualcun altro.

Tocca al governo, assicurare una sanità pubblica che non si regga più, solamente, sulla bravura e perfino sull’eroismo di medici e infermieri.

Deve fare un piano di prevenzione, un tracciamento dei contagi, chiusure dei focolai (se dovessero malauguratamente riapparire), test a tappeto sulla popolazione, molto diverso da quello improvvisato e dilettantesco che è andato in scena tre mesi fa.

Tocca al governo, anche e soprattutto, sostenere un’economia che ha subito ferite gravissime, in diversi casi mortali.

L’Italia è ben più indebitata della Germania (per fare un esempio) e ha meno soldi pubblici da distribuire, ma il governo può fare molto, estirpando quel cancro burocratico che paralizza le imprese.

Giuseppe Conte ha gestito bene la fase 1, quella del chiusura totale, frenando l’epidemia, in fondo la più semplice: chiudere le persone in casa.

Ora deve stare attento alla fase 2, quella della ripartenza economica. Perché si fa presto a passare da salvatore della patria, a capro espiatorio. Se la popolazione interpreta questa fase due, come un “liberi tutti” e senza regole, i guai possono ripetersi. E allora sarebbe anche peggio di prima.

Tocca all’opposizione, un ruolo che non sia solo di critica pregiudiziale, ma soprattutto di stimoli e di proposte.

È questo che deve fare un’opposizione che abbia a cuore il bene del Paese e non i sondaggi.

Tocca agli scienziati, trovare terapie efficaci, in attesa del vaccino, lavorando tutti insieme nell’interesse dell’umanità, e non solo in quello della propria gloria personale o del business di qualche colosso.

Insomma tocca a tutti noi, cittadini, scienziati, governo e opposizione, essere una cosa sola nella difficoltà, pensando che ciascuno ha dei diritti, ma anche dei doveri.

 

NON SIAMO CRETINI COME ALCUNI CREDONO


NON SIAMO CRETINI COME ALCUNI CREDONO

Di bugia in bugia, di verità distorte e di interpretazioni surreali, dichiarate ad arte, questa destra, ci sta prendendo per cretini.

Già, e lo fa con furbizia, perché sa che pochi ascoltano veramente le parole degli altri, perché sa che chi si è fatta un’idea, difficilmente fa caso a chi, invece, parla diversamente.

Sostanzialmente Salvini e Meloni, in particolare, si fanno forti dei sondaggi, e si dimostrano tanto sicuri di quello che dicono, da risultare per molti, convincenti e sprattutto veritieri.

Non è così.

Dopo Salvini, che ripete come un mantra, il suo argomento preferito “i migranti”, seguito da “questi vogliono solo le poltrone”, spunta l’arte oratoria della Meloni.

Non so quanti italiani abbiano seguito il suo ultimo intervento in Parlamento, ma ne valeva la pena, almeno per due motivi: il primo capire cosa diceva, il secondo scoprire come usi, con arte, le pause, gli alti e bassi della voce, come se avesse studiato, l’atteggiamento oratorio del suo maestro Mussolini.

L’intervento riguardava, in parte, la sanatoria sugli irregolari.

A suo dire, questa sanatoria, avrà l’effetto di far perdere agli italiani il reddito di cittadinanza.

Perché, quella gente, non troverà lavoro nei campi e quindi chiederà il reddito. Sottraendolo così, di fatto, agli italiani che ne hanno bisogno.

Capito quindi questi furbacchioni del governo? Che malvagio piano avevano in mente: li regolarizzano, così da consentire loro di sottrarre risorse agli italiani. Che geni che sono. E meno male che Meloni li ha stanati.

Peccato però,  che l’onorevole Giorgia Meloni, quella che voleva aprire il Parlamento, che al lavoro non si sottrae mai, al lavoro di lettura dei requisiti per la richiesta dell’Rdc, si sia allegramente sottratta.

Se non lo avesse fatto, avrebbe scoperto che, per percepire il reddito di cittadinanza, serve essere residenti in Italia da almeno dieci anni. E che quindi, anche volendo, un regolarizzato, oggi, non potrebbe richiederlo.

La nonchalance con cui questi “politici” continuano a mentire o a distorcere la realtà è comunque ormai leggendaria.

Quasi non ci si fa più caso.

Se non fosse che, un domani, la loro profonda onestà, potremmo non ritrovarcela più all’opposizione. Ma al governo.

IL PROBLEMA ANNOSO CHE NESSUNO HA SAPUTO O VOLUTO RISOLVERE


IL PROBLEMA ANNOSO CHE NESSUNO HA SAPUTO O VOLUTO RISOLVERE

Ho sempre avuto a cuore l’’agricoltura, perché io vengo da quel mondo. Lo conosco bene e ne sono orgogliosa.

Ho seguito con interesse le vicenda della sanatoria dei braccianti.

Ma, comunque la si guardi, e al di là delle polemiche di giornata, questa lunga e strana vicenda, è una sconfitta dello Stato. Una resa.

Le intenzioni della ministra Bellanova sono state certamente apprezzabili e hanno avuto il pregio di confrontarsi con la realtà delle cose, finalmente. Ma anche ciò che è stato stabilito è zoppo.

Dopo sei mesi, durata del decreto, cosa succede?

Tutto torna come prima?

Il problema, però, è annoso e da anni nessuno ha saputo risolverlo. Né destra, né sinistra, né centro.

Ascoltare i politici, molti dei quali con cariche istituzionali importanti, che spiegano

1 la necessità di una sanatoria “altrimenti si autorizza di fatto il caporalato”,

2 che ricordano come questi ragazzi “vivono ammassati come topi, in ghetti e in condizioni igieniche oltre il limite del sopportabile”,

3 che rammentano come “lavorino in schiavitù”,

4 che sono “pagati pochi euro all’ora”, come abbiamo letto su molte interviste rilasciate ai giornali, negli ultimi giorni,

lascia perplessi sulle capacità dello Stato di assicurare le condizioni minime di civiltà, in una parte non trascurabile del Paese.

Perché queste cose, invece di raccontarle a un giornalista, i politici non le hanno dette ai magistrati e alle forze dell’ordine?

E perché nessuno è mai intervenuto?

Perché c’è una parte d’Italia dove, se nei luoghi di lavoro non ottemperi alle norme di sicurezza più cervellotiche e astruse, ti ritrovi l’ispettorato il giorno dopo, e un altro dove si pratica la schiavitù e nessuno fa niente?

La risposta è una: tutti sanno tutto, lo Stato sa, ma non è in grado di intervenire.

Si è arreso.

DI SONDAGGIO IN SONDAGGIO, DI GIORNO IN GIORNO


DI SONDAGGIO IN SONDAGGIO, DI GIORNO IN GIORNO

Di sondaggio in sondaggio, di giorno in giorno, sembra che il partito di Giorgia Meloni, sia in espansione galattica.

Tra pochi giorni raggiungerà il m5s e supererà lo stesso Salvini.

La destra fascista si fa avanti.

Tanto amore, improvvisamente scoppiato, per questa signora signorina, non riesco a spiegarmelo.

Vuole più spazio nella televisione pubblica e subito lo ottiene. Viene ripetutamente intervistata. Fermata per strada, e dobbiamo ascoltare la sua opinione su tutto.

Ma non capisco il personaggio, né la sua politica destrorsa, so che ha la lingua sciolta, e allora, con umiltà cerco di elencare quali possono essere gli elevati pregi che possiede e perché ottenga tanto consenso.

A parte aver votato il governo Monti.
A parte aver firmato il taglio alla sanità nel governo Monti.
A parte aver votato la legge Fornero.
A parte aver votato il legittimo impedimento (per arrivare alla prescrizione).
A parte aver votato Il Lodo Alfano.
A parte aver votato per il taglio all’università per 1,4 miliardi.
A parte aver votato taglio di 8 miliardi all’istruzione.
A parte aver votato lo scudo fiscale anche per il falso in bilancio.
A parte aver votato fiducia sulla legge bavaglio sulle intercettazioni.
A parte aver votato lo svuota carceri (7 mila detenuti fuori).
A parte aver votato contro il taglio dei parlamentari.
A parte aver votato contro il taglio dei vitalizi.
A parte che ogni giorno gliene ne arrestano un paio.
A parte non aver donato niente per l’emergenza Corona Virus.
A parte che sono 20 anni che la paghiamo 20 mila € al mese.
A parte che ha sempre la soluzione in tasca per ogni problema, rimanendo però un po’ frustrata
considerato che non è al Governo.
A parte che mi sarò dimenticata tante altre pietose cavolate che ha detto o votato.

Allora mi chiedo: lo merita tutto quel tempo sulla Tv pubblica pagata a spese di tutti?

Pare di sì, se perfino Fazio, a “Che tempo che fa”, si è sentito in obbligo di invitarla, pena forse una tirata d’orecchi da parte delle direzioni varie in Rai.

Alla inevitabile domanda del conduttore: “cosa farebbe, lei, in queste attuali condizioni, se fosse al governo?”

Ha espresso due granitiche azioni che lei si appresterebbe a compiere:

  • Manderebbe tutte nostre forze armate (di terra, di cielo, di mare, di spazio), casa per casa a stanare i rapitori di Silvia Romano. L’Italia non può permettere che un suo cittadino, in giro per il mondo, venga rapito. Immagino il terrore ingenerato, in quanti pensavano di continuare in simile turpe attività.
  • Per risolvere la questione economica emetterebbe dei BOT cinquantennali.
    È appena il caso di notare che le emissioni pluriennali di obbligazioni statali, si chiamano BTP, dove la P significa, appunto pluriennali (molti anni). I Bot hanno una durata massima di un anno.
    Queste obbligazioni si chiamerebbero BOT patriottici, sì, che ci volete fare i fascisti sono fissati con la patria.
    Comunque, perché patriottici? Perché sarà un punto d’onore per gli italiani, donare l’oro alla patria (sia pure chiamandolo bot patriottici), acquistando ciascuno, secondo le sue possibilità, una notevole quantità di questi titoli che darebbero un rendimento dello 0,2 % annuo, per 50 anni.

Altro che Mes decennale all’interesse dello 0,1%, senza condizioni.

Adesso riflettiamo che è la seconda, per gradimento, in Italia ed il suo partito veleggia verso il 15% nei sondaggi.

Non c’è speranza, troppo asservimento nella comunicazione, troppa ignoranza al potere, ma soprattutto troppa ignoranza tra i cittadini votanti.

Aggiungo una nota di Leonardo Cecchi:

“È irritante il modo sistematico che ha Giorgia Meloni di alterare la realtà per creare il caos. Soprattutto perché spudorato.

Ieri sera, dopo la conferenza di Conte, si è infatti fiondata sui social denunciando il fatto che i protocolli della riapertura fossero stati resi noti solo ieri sera, mentre altri ancora non esisterebbero. E per questo ha aizzato la gente (che novità) contro il governo a cui addossa le colpe.

È falso. Ma proprio falso: protocolli e linee guida, come stabilito dal decreto-legge, sono a capo delle regioni, che seguono indicazioni nazionali, ma che hanno ampissima autonomia. È proprio scritto all’art. 14 del decreto-legge: “Le attività economiche, produttive e sociali devono svolgersi nel rispetto dei contenuti di protocolli o linee guida idonei (…) adottati dalle regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome nel rispetto dei principi contenuti nei protocolli o nelle linee guida nazionali”. E solo: “In assenza di quelli regionali trovano applicazione i protocolli o le linee guida adottati a livello nazionale”, come specificato sul Ministero della Salute.

Ma cavolo davvero non riuscite a perdere occasione?
È un continuo mistificare che ha del febbrile.

E la cosa che irrita di più è che queste “belle operazioni” di mistificazione hanno però il coraggio di farle solo su Facebook o da soli nei salotti televisivi di amici. Perché in un qualunque dibattito verrebbero non atterrati politicamente. Ma umiliati”.

 

LA DESTRA CHE SI È PROCLAMATA PALADINA DELLA LEGALITÀ, ATTACCA CHI LAVORA PER LA LEGALITÀ


LA DESTRA CHE SI È PROCLAMATA PALADINA DELLA LEGALITÀ, ATTACCA CHI LAVORA PER LA LEGALITÀ

In questi giorni, la pandemia da coronavirus pare sia passata in secondo ordine.

È esploso l’affare Bellanova.

Sono esplose soprattutto le critiche, perché il ministro delle politiche agricole e forestali, in carica dal 5 novembre 2019, nel governo Conte 2, ha insistito, tenacemente, affinché il governo si decidesse a salvare i prodotti della nostra terra italiana, i migliori del mondo, e perché i prodotti made in Italy, non venissero soppiantati sui mercati, da altri provenienti da terre lontane e straniere e più costosi per tutti e meno sicuri. Sicuramente meno buoni.

La vicenda è nota.

Si fanno bandi per reperire “italiani” disoccupati e dare il via anche a quel “prima gli italiani” di Salvini.

Bene. Dunque prima gli italiani.

Ma succede che, (per fare un esempio, nel Fucino, ma vale per tutto il territorio), si fa il bando per reperire almeno 3.500 persone, e le risposte italiane arrivate, sono 150.

Si direbbe che gli italiani (disoccupati), pur godendo di un aspetto sano, assumano l’atteggiamento di quelli che hanno “problemi di schiena” nelle giornate lavorative. È una malattia misteriosa che colpisce una larga percentuale di persone che, forse, preferiscono vivere delle rendite che lo Stato eroga loro gratuitamente.

E così, manca la mano d’opera.

Di conseguenza si ricorre al personale immigrato, già presente, ma con contratti scaduti, e a quelli immigrati invisibili, perché il loro lavoro, viene effettuato in nero.

È necessario quindi una regolarizzazione di questi immigrati, se si vuole che la nostra frutta e verdura, non marcisca nei campi.

E assistiamo ad un apriti cielo.

Fioccano la critiche su tutti i Tg, le interviste, i talk show, i soliti “so tuto io”, e che ne ha più ne metta.

In verità,  le critiche a Teresa Bellanova, sono, estremamente significative della modalità pavloviana cui si è ormai ridotta, da anni, la politica italiana.

Un automatismo di facili luoghi comuni, in cui basta schiacciare un bottone, per attivare la macchietta di turno.

Populista, sovranista, demagogica, bacchettona, ce n’è per tutti i gusti.

Abbiamo completamente rinunciato ai contenuti, in favore dei contenitori, perché è più facile riconoscere una scatola, che scomodarsi ad aprirla, per sapere cosa ci sia realmente dentro.

In questo modo, l’identità è diventata molto banalmente involucro.

Il caso Bellanova è, in questo senso, esemplare perché rovescia i fondamentali, senza che nessun appartenente alle tribù ideologiche se ne accorga o quantomeno lo ritenga comportamento incoerente e autolesionista.

La destra che si è proclamata paladina della legalità, attacca chi lavora per la legalità.

La sinistra che si è proclamata paladina dei diritti, si piega ai diktat grillini su un compromesso al ribasso.

In tutto questo vano ma fragoroso roteare di mazze, pietre, clave e sputi, si perde, ogni giorno di più, il senso di un percorso che la politica tutta, tutta, dovrebbe invece guidare.

Disegnando una visione articolata e coerente.

Una idea di paese non parolaia ma credibile e attuabile.

Una rotta di riforme, di crescita sociale, culturale ed economica, migliorativa e incisiva.

Invece ha vinto il facile consenso, hanno vinto le parole svuotate dei contenuti, ha vinto il compulsivo cliccare like ad minchiam, contro un faticoso e impegnativo ragionamento.

Stiamo messi così ed è ciò che, alla fine, abbiamo meritato, preferendo sempre le facili soluzioni, le promesse miracolistiche, le deleghe facilone e deresponsabilizzanti.

Ci pensino loro, ma loro siamo anche noi.

La banale complessità della democrazia.

Ecco cosa ha capito la Meloni: “Teresa Bellanova piange per gli immigrati. Gli italiani piangono lacrime di disperazione”.

E Salvini: “Fornero 2: pianga per gli italiani non per gli immigrati”. Poveretto, non si ricorda che la Fornero, purtroppo, toglieva qualcosa ai pensionati, il Ministro Bellanova concede diritti a lavoratori , che, di diritti non ne hanno.

E il rappresentante di Forza Italia Taviani: “Un decreto che entrerà in funzione, se va bene, il prossimo anno”.

Ecco, questi signori possono dire quello che vogliono, in forza della democrazia che fortunatamente abbiamo ereditato da chi è morto per lasciarcela.

In questo modo questi populisti dimostrano di non avere a cuore gli italiani, perché si lascia che il frutto della loro fatica (parliamo di lavoro nei campi, ma c’è anche altro), se ne vada in fumo, e che si impoveriscano, o chiudano aziende, per mancanza di uomini che lavorano.

I sovranisti italiani, sono quelli che amano tanto gli “italiani”, a parole e a critiche, ma disprezzano il frutto delle loro fatiche, lasciandolo marcire.

Non sono gli immigrati il problema, ma l’incapacità tutta nostrana di riconoscere il prezioso lavoro agricolo e non solo, che sono capaci di fare per noi questi immigrati, quando a noi non piace chinare la schiena.

25 APRILE – LA RESISTENZA DELLE DONNE


Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.

LA RESISTENZA DELLE DONNE

Gruppo di difesa delle donne, Milano

Come ogni 25 aprile, per la ricorrenza della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ci preme ricordare una parte di Resistenza oscurata e celata per tanto tempo, onorando la memoria di tutte quelle donne che ne furono protagoniste senza ottenere gli adeguati riconoscimenti da parte della nostra storia, sempre troppo declinata al maschile.

L’INFOGRAFICA SULLE DONNE DELLA RESISTENZA

La partecipazione femminile fu fondamentale per la lotta di Liberazione e rappresentò una delle prime occasioni in cui le donne parteciparono in prima fila, insieme agli uomini, a un momento cruciale della storia italiana. Lasciarono le cucine, la cura delle proprie famiglie, i posti di lavoro, si ribellarono e andarono a marciare per il pane e la libertà, incrociarono le braccia per protesta. In tante parteciparono con gli uomini alla lotta armata.

IRMA, CARLA, NORMA E LE ALTRE: STORIE DI PARTIGIANE

Ma la Resistenza non si fece solo coi fucili e le donne si fecero carico di aspetti cruciali di logistica, organizzazione e comunicazione.

Si occuparono della stampa dei materiali di propaganda, dell’attacchinaggio dei manifesti, della distribuzione di volantini, dell’approntamento di documenti falsi. Prepararono i rifugi, i nascondigli, i luoghi di ricovero per i partigiani e spesso svolsero mansioni infermieristiche. Organizzarono il trasporto di munizioni, armi, esplosivi, procurarono gli indumenti. Si incaricarono del delicato passaggio delle informazioni divenendo un essenziale collegamento tra le brigate. Raccolsero medicinali e viveri, portarono avanti il fondamentale ruolo d’organizzazione e supporto all’azione dei e delle combattenti.

LA RESISTENZA DELLE DONNE: 4 LIBRI DA LEGGERE

Nonostante ciò, il contributo femminile alla lotta di Liberazione risulta visibilmente sommesso proprio per la sua funzione spesso nascosta, svolta in molti casi dietro le quinte. La presenza delle donne era costante nella gestione ma si collocava nella maggior parte dei casi ai margini delle più visibili operazioni di lotta clandestina dei partigiani. Nonostante ciò, la loro partecipazione aveva un ruolo chiave nella cornice organizzativa.

L’ingresso delle donne nel movimento clandestino viene fatto risalire a un fatto del 1941: a Parma, il 16 ottobre, durante una violenta rivolta in seguito all’ulteriore diminuzione giornaliera della razione individuale di pane, le donne assaltarono un furgone della Barilla che trasportava un carico di pane. Non appena si sparse la notizia, altre donne uscirono dalle fabbriche e formarono dei cortei spontanei in molte vie della città, le più politicizzate organizzarono le operaie e le casalinghe che manifestarono numerosissime, molte tra loro furono arrestate.

Questa protesta fu chiamata lo sciopero del pane e rappresentò un momento importante dello sviluppo del movimento clandestino di Liberazione. Da quel momento sempre più donne entrarono attivamente tra le file della Resistenza, sia in quella civile che nella lotta armata.

Gruppo di partigiane

La presenza femminile fu particolarmente alta nei Gruppi di Azione Partigiana (GAP) e nelle Squadre d’Azione Partigiana (SAP). Essenziale fu la loro funzione di collegamento: le messaggere superavano le linee tedesche per portare i messaggi da una parte all’altra dei fronti di combattimento. La staffetta era colei che curava i collegamenti tra le varie formazioni impegnate nella lotta armata permettendo la trasmissione di ordini, direttive, informazioni, la consegna di beni alimentari, medicine, armi, munizioni e stampa clandestina.

Le donne erano meno soggette ai rastrellamenti e potevano circolare, a piedi o in bicicletta, senza destare eccessivi sospetti. L’organizzazione della Resistenza fece quindi strumentalmente leva su quegli stereotipi di genere che tendono a considerare la donna meno pericolosa dell’uomo. Ma in tante vennero torturate, stuprate e uccise, perché solitamente non giravano armate e quindi si trovavano nell’impossibilità materiale di difendersi.

Un’altra iniziativa importante prevalentemente gestita da donne fu il Soccorso rosso, una sorta di organizzazione di mutua assistenza con la funzione di reperire viveri o denaro per le famiglie dei militanti in difficoltà.

Inoltre le donne organizzavano scioperi e agitazioni di carattere femminile: i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai Combattenti per la libertà (GDD) fondati a partire dal novembre del 1943, sono la prima grande e unitaria organizzazione femminile di matrice politica e non partitica.

GABRIELLA DEGLI ESPOSTI: LA PARTIGIANA CHE GUIDÒ I GDD

I gruppi erano aperti a tutte le donne di ogni ceto sociale, fede politica e religiosa, operavano nelle campagne, nelle città, nelle scuole, nelle fabbriche, negli uffici, supportavano le brigate partigiane organizzando le interruzioni delle vie di comunicazione e l’occupazione dei depositi alimentari. Erano agitatrici nei luoghi di lavoro e organizzavano una rete di soccorso e di assistenza per partigiani, sbandati, famiglie dei deportati, dei caduti e dei carcerati. I GDD, riconosciuti ufficialmente dal Comitato di liberazione dell’Alta Italia (CLNAI) contarono tra le proprie fila ben 70mila iscritte.

In tutta quella parte dell’Italia che rimase sotto il dominio tedesco furono costituite formazioni militari femminili di Volontarie della Libertà che organizzavano atti di sabotaggio nelle fabbriche con l’obiettivo di bloccare la produzione destinata alla Germania e predisponevano squadre di infermiere e posti di pronto soccorso.

LA RESISTENZA E LE DONNE: la partecipazione femminile al movimento di Liberazione

Anche tra le pareti domestiche spesso le donne organizzavano dei veri propri laboratori per preparare indumenti ai partigiani, per raccogliere le armi e le munizioni, per recuperare e ridistribuire gli alimenti ai partigiani e alle loro famiglie o per nasconderli, e per la prima volta nella storia, la partecipazione alla guerra, si caratterizza come un’assunzione di responsabilità e di un ruolo autonomo.

La Resistenza, quindi, in Italia rappresentò una vera e propria rivoluzione sociale delle donne, riconosciute finalmente come cittadine e protagoniste, come portatrici di diritti civili e politici.

Rivoluzione già iniziata in parte nella prima Guerra Mondiale e durante i primi anni della Seconda, nel momento in cui moltissimi uomini partirono per il fronte. Oltre ad accudire la famiglia, le donne iniziarono sempre più a lavorare fuori casa e ad assumere spesso ruoli che erano sempre stati degli uomini. Ma soprattutto rivendicarono nuovi diritti, si presero spazi nella vita pubblica e sociale, assunsero un nuovo ruolo nella vita economica e lavorativa della società.

Nonostante ciò, dopo la Liberazione tanti uomini e compagni di lotta tentarono di nuovo di rinchiudere le donne dentro le gabbie delle proprie case. L’oppressione nei loro confronti, al rientro in patria, fu in certi casi piuttosto violenta. Alcune vennero improvvisamente considerate delle poco di buono per aver combattuto accanto agli uomini nelle montagne, cancellate dalla memoria storica del paese, sminuite e obliate dalla Resistenza che esse stesse contribuirono a mettere in piedi. Partigiano era solo chi fece parte di formazioni regolarmente riconosciute per almeno tre mesi e chi condusse almeno tre azioni di sabotaggio o di guerra, e l’azione femminile difficilmente rientrò in questi parametri.

Proprio per questa Resistenza taciuta, per questo buio storico (che lentamente sta ritrovando la propria luce e importanza) vogliamo ricordare tutte quelle donne antifasciste che hanno combattuto coraggiosamente credendo strenuamente nel valore imprescindibile di ogni libertà. Perché proprio grazie alla Resistenza il movimento di emancipazione della donna prese vigore e iniziò quel lungo e importante cammino di stravolgimento del potere e dei ruoli chiamato femminismo.

Ricordiamo e ringraziamo:

  • le 35.000 donne che operarono come combattenti
  • le 20.000 patriote, con funzioni di supporto
  • le 70.000 donne iscritte nei GDD
  • le 4.653 donne arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti
  • le 2.756 deportate nei lager tedeschi
  • le 2.900 donne giustiziate o uccise in combattimento
  • le 512 commissarie di guerra
  • le 1.700 donne ferite
  • le 19 donne medaglia d’oro
  • le 17 donne medaglia d’argentO.

(https://pasionaria.it/25-aprile-resistenza-taciuta-donne-partigiane/)

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