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C’È UN’ECCEZIONE: FARE POLITICA


C’È UN’ECCEZIONE: FARE POLITICA

Perché per fare il cuoco bisogna studiare? Perché per fare la parrucchiera o il falegname bisogna studiare?  Perché per fare l’architetto bisogna studiare? Perché per fare il sacerdote bisogna studiare?

Non dico semplicemente andare a scuola, ma studiare seriamente anche dopo.

Perché per ogni lavoro bisogna studiare e per fare politica no?

E così in un Paese dove tutto ruota al contrario, chi si cimenta a fare politica nei piccolo comuni, o nelle città o ai vertici, sembra che non ne abbia bisogno.

Allora, qui da noi, basta fare il buffone e essere il più stupido del Paese per fare politica, affondando un paese già di per sé provato da questi ultimi 30 anni

Continuiamo così, continuiamo a votarli e ci troveremo sempre con le pezze ai piedi.

Ma perché invitarli alle trasmissioni televisive? Perché dare loro tanto spazio ogni giorno e ogni ora?

Cosa si impara da loro? Magari ci mettono in testa la solita cosa, lo studio non serve. Come constatiamo con quei rimpicoglioni dei no-vax e no Green-pass. Con le loro protervie e “sapienze” improvvisate, mettono in pericolo, la salute e l’economia del paese.

Bella roba!

Però io continuo a sostenere che quando sto male, voglio un dottore con la laurea e non un ciarlatano.

Il bla, bla, bla degli incompetenti è urtante.

 

COSE ( politiche) DI CASA NOSTRA


COSE (politiche) DI CASA NOSTRA

“Dicebamus hesterna die”, ovvero: “Dove eravamo rimasti?”.

Con molto piacere riprendo la bellissima formula retorica usata da Enzo Tortora al suo ritorno in televisione, dopo le sue notissime, scandalose, terribili vicende giudiziarie e, visto che ci siamo, approfitto per invitare tutti a firmare per i sei referendum sulla giustizia promossi dai Radicali (e furbescamente cavalcati da Salvini … ma non fatevene un problema, la sua è solo una povera furbata propagandistica …!).

Eravamo rimasti a constatare che “per andare avanti serve colla, colla forte, resistente, tenace, non lo sputo degli interessi consociativi”.
E mi riferivo alle ambasce del PD lettiano, che continua a barcamenarsi tra massimalisti, populisti, timidi riformisti, nostalgici in generale di un’epoca ormai passata (il Novecento, tutto intero, dal Congresso di Livorno a Berlusconi).
Vero è che potrei tranquillamente infischiarmene delle vicende del PD, non fosse che trattasi dell’unico partito di centrosinistra che possa disporre di un’organizzazione, di un radicamento sul territorio, di un popolo ed anche di una storia, che purtroppo unisce a luminose pagine di riformismo, altre pagine degne dei più trucidi drammi shakespeariani.

Siamo in una di queste.

Il rapporto contro-natura con Giuseppe Conte e quel che oggi resta dell’ubriacatura grillina è uno spettacolo francamente raccapricciante.
Come efficacemente scrive Jacopo Iacoboni, uno che conosce bene l’ambiente, Conte è un “personaggio tragico e pericoloso”.

Capace di attribuirsi spudoratamente i meriti dell’azione di Draghi (il piano vaccinale, il PNRR, …), di condannare con fermezza, adesso, i “decreti sicurezza” di Salvini, come se non li avesse tronfiamente promulgati lui stesso poco più di due anni fa, di giudicare sprezzantemente “fallito” Salvini stesso come Ministro degli Interni, dopo averlo appoggiato in tutti i modi, di far goffamente finta di saper tenere insieme i cocci sparpagliati delle povere illusioni cinquestelle.

Insomma, una vergognosa ed amorale mancanza di dignità, di personalità, di coerenza, di capacità politiche e manageriali.
Giusto come aveva acutamente fatto rilevare qualche settimana fa il suo capo e mentore Beppe Grillo in una afflato di sincerità, che è subito stato derubricato a battuta da comico da parte dei sempre lucidi e rigorosi giornali di prima fascia, ancora vedovi dell’”avvocato del popolo”.

Conte è una sciagura di incompetenza, di superficialità, di imbonimento, che nemmeno Berlusconi dei tempi d’oro, ché almeno quello aveva capacità organizzative davvero fuori dal comune …
E Letta pende dalle sue labbra. E una buona metà della classe dirigente del PD anela di farci accordi, come se fosse depositario di chissà quali giacimenti elettorali.

Le prossime elezioni di ottobre certificheranno che il M5S è finito, estinto, evaporato come una fragorosa scorreggia, lasciando solo una traccia sgradevole nell’aria ammorbata.

Ma dalle parti del PD si coltivano ancora insane speranze di annessione, di confluenza, di federazione, di sintesi politica, … tra uno malandato e claudicante ed un cadavere in avanzato stato …

Un abbraccio mortale, che può risultare distruttivo per tutto il movimento riformista, che pure esiste, ma ha bisogno di corpo, di anima, di popolo, e non di chiacchiere senza costrutto.

Qui c’è da costruire il prossimo decennio, c’è da immaginare una proposta politica che impedisca alla peggiore destra d’Europa di impossessarsi del Paese e trascinarlo fuori dal consesso dei Paesi più avanzati, c’è da frenare una deriva sovranista che ci porterebbe dritti in Polonia o in Ungheria, con la differenza che lì forse tra due o tre anni qualcosa potrebbe pure cambiare, mentre qui ci troveremmo Salvini e Meloni fino al 2028.

Un incubo.

Dovrebbe essere evidente a tutti (quelli che non sono accecati dall’ideologia) che non possiamo fare a meno di Draghi, almeno fino alla fine dei progetti europei (2026) e che quindi bisogna costruire una coalizione politica che possa supportarlo DOPO le elezioni del 2023, altro che Quirinale …!

Questo si può fare (è perfettamente fattibile, oltre che auspicabile), purché vengano eliminate (mandate all’opposizione, per carità!) tutte le scorie di populismo, di sovranismo e di massimalismo, ovunque esse si annidino: cinquestelle, Lega, Partito Democratico, Forza Italia, cespugli vari …
Bisogna consolidare per almeno altri cinque anni il nerbo, il cuore del governo e della maggioranza odierni. Nulla di trascendentale.

Draghi non farà mai un partito: sarebbe ridicolo, inutile, dannoso per lui e per tutti. Mettersi in competizione con chi dovrà dargli la maggioranza per governare … semplicemente assurdo.
E quindi sono i Partiti che devono adattarsi e creare una piattaforma riformista che Draghi possa pilotare.

Per fare questo, ogni Partito deve fare chiarezza al suo interno, deve convincersi che è per il bene di tutti che vanno tagliate le illusioni immature e promossi gli intenti costruttivi.
Ogni Partito può mantenere una sua identità caratteristica (mica serve omologarsi!), anche perché il Parlamento potrà esprimere maggioranze specifiche su temi specifici, anche fuori del programma di governo, dal PNRR e dagli impegni europei.
Non è fantascienza, serve solo duttilità, voglia di fare, apertura mentale.

Se noi molliamo Draghi, probabilmente diventerà Capo della Comunità Europea: cosa auspicabile per la sua carriera, ma molto meno utile per le nostre necessità nazionali.
Restando qui, Draghi potrà lo stesso essere un punto di riferimento per l’Europa (e lo vediamo in questi giorni …), ma in più raddrizzerebbe una baracca uscita molto malconcia dalla pandemia di Covid-19 e pure dall’altrettanto grave malattia politica contratta con il virus populista, grillino e leghista.

Draghi è un vaccino. È indispensabile, dovrebbe essere obbligatorio, in due o anche tre dosi: noi non siamo No-Vax!

(Ernesto Trotta)

L’ASINO DISSE: “L’ERBA È BLU”


L’ASINO DISSE: “L’ERBA È BLU”

L’asino disse alla tigre:

′′L’erba è blu”.

La tigre rispose: ′′No, l’erba è verde”.

La discussione si è riscaldata e i due hanno deciso di ricorrere al leone, il re della Giungla.

Già prima di arrivare alla radura della foresta, dove il leone era seduto sul suo trono, l’asino cominciò a gridare:

′′Vostra Altezza, non è vero che l’erba è blu?”

Il leone rispose: ′′Vero, l’erba è blu”.

L’asino si è affrettato e ha continuato:

′′La tigre non è d’accordo con me e mi dà fastidio, per favore, puniscila”.

Il re allora dichiarò: ′′La tigre sarà punita con 4 anni di silenzio”.

L’asino saltò allegramente e proseguì il suo cammino, contento e ripetendo:

′′L’erba è blu”, l’erba è blu, l’erba è blu…”

′′La tigre ha accettato la sua punizione per 4 anni, ma prima ha chiesto al leone”:

′′Sua Maestà, perché mi ha punito? Dopo tutto, l’erba è verde”.

Il leone rispose: ′′In realtà l’erba è verde”.

La tigre chiese: ′′Allora perché mi punisci?”

Il leone rispose: ′′Questo non ha nulla a che vedere con la domanda se l’erba è blu o verde. La punizione è dovuta al fatto che non è possibile che una creatura coraggiosa e intelligente come te perda tempo a litigare con un asino, e soprattutto venga a disturbare me con questa domanda”.

Mai perdere tempo in discussioni che non hanno senso.

Ci sono persone che non hanno la capacità di comprendere concetti semplici e altre che sono accecate dall’ego e l’unica cosa che desiderano è avere ragione.

La pace e la tranquillità valgono di più.

Insomma: non perdete tempo a discutere con gli asini!

E quanti ne conosco che insistono con “st’erba blu”!

 (Dal Web)

[Succede anche in politica: si ascoltano gli asini e si puniscono coloro che cercano di dire il vero o coloro che sono innocenti]

 

IL PAESE DEI RICATTI


IL PAESE DEI RICATTI

Deve essere un vizio per questo paese e per le sue istituzioni, quello di dover subire ricatti da persone ed entità senza titoli.

L’ultimo caso, la trattativa stato – Bonucci per poter sfilare su un pullman scoperto per le vie di Roma, altrimenti disertiamo l’incontro col presidente del consiglio (e ci portiamo via la coppa).

Ma trenta tre anni fa lo stato italiano subì un ricatto ben peggiore da entità di tutt’altra natura e per altri fini: parliamo della stagione delle bombe della mafia, del ricatto allo stato, della trattativa stato mafia (sempre presunta per gli irriducibili della teoria “è stata solo mafia”) e delle vittime di questa guerra contro lo Stato che costò decine di vittime innocenti.

Tra queste, i due giudici Giovanni Falcone, ucciso con la moglie e la scorta, il 23 maggio 1992 sull’autostrada per Palermo a Capaci. E Paolo Borsellino, ucciso assieme alla sua scorta, 58 giorni dopo, con un’autobomba in via D’Amelio.

Quegli anni di bombe, contro uomini dello Stato e contro obiettivi dal valore simbolico, di strani incontri tra mafiosi e uomini in divisa (gli ufficiali del ROS De Donno e Moro con Ciancimino), di 41 bis tolti da ministri in solitudine (l’ex ministro Conso), sono un buco della nostra storia.

Un buco che ha inghiottito le vite delle vittime, che ha sporcato la credibilità delle istituzioni, quelle che ogni anno celebrano i due santini, Falcone e Borsellino, ma che poco fanno per fare vera luce sulle zone d’ombra.

Perché pezzi dello stato, a cominciare dall’ex Questore La Barbera (lo stesso della Diaz a Genova, ma questa è un’altra storia), hanno messo in piedi la finta pista del pentito Scarantino, poi spazzata via da un altro pentito, Gaspare Spatuzza che nella sua ricostruzione tira in ballo persone esterne alla mafia?

Perché è stato ucciso in quel modo Giovanni Falcone, facendo saltare in aria un pezzo di autostrada, quando era più semplice colpirlo a Roma?

Cosa stava facendo di così importante, pericoloso per cosa nostra (e forse non solo), Falcone a Roma al ministero?

E perché Borsellino è stato ucciso, solo dopo 58 giorni, con un altro attentato così rumoroso? Riina non sapeva che lo stato avrebbe dovuto rispondere, quanto meno per dare l’impressione di un paese allo sbando?

Sono tanti i misteri ancora da risolvere dietro queste stragi, dietro queste bombe: se è stata solo mafia, se Borsellino è stato ucciso perché voleva riprendere in mano il rapporto del ROS su mafia e appalti, come mai i depistaggi, la sparizione dell’agenda rossa, come mai, anno dopo anno, si è cercato di smontare quelle riforme volute proprio da Falcone per contrastare cosa nostra? Dai pentiti, ai tentativi di ridurre la portata del 41 bis, dell’ergastolo.

D’altronde, e anche questo va ricordato in questo paese senza memoria, o con una memoria che filtra quello che deve rimanere nascosto, tabù, pochi ricordano che da vivi Borsellino, Falcone, il pool, furono attaccati per il loro lavoro. Giudici comunisti, che vogliono attaccare la DC, gli imprenditori siciliani. Si è parlato di teorema Buscetta, quasi a voler sminuire le sue rivelazioni su cosa nostra, struttura unitaria e verticistica.

Ci vorrebbe ora un altro Buscetta, da dentro lo stato, da dentro le istituzioni, per togliere il velo finalmente a questo tabù dei rapporti stato mafia.

Rapporti che si basano su ricatti, sul potere dei soldi, sul condizionamento della politica, non solo quella siciliana perché la mafia, o meglio, le mafie, sono un problema nazionale.

Prima che questo paese torni a respirare “quel fresco profumo di libertà” evocato dallo stesso Borsellino in uno dei suoi ultimi discorsi, serve sciogliere questo rapporto tra stato e antistato.

La lotta alla mafia deve tornare nelle agende del governo, non solo con singoli provvedimenti di legge (come la legge sul voto di scambio, modificata dal governo Conte), ma deve coinvolgere anche imprese, sindacati, mondo della finanza, professionisti.

I discorsi di circostanza, che sentiremo oggi, dove si parla di lotta alla mafia, della vittoria dello stato, del sacrificio degli eroi, i due giudici e gli uomini delle scorte (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e poi Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro), suonano come discorsi vuoti, di circostanza.

Perché non tutti si sono dimenticati del sistema Montante, l’ex presidente di Confindustria Sicilia (e paladino della lotta alla mafia sulla carta) la rete di spionaggio che lo informava delle inchieste a suo carico.

Dell’inchiesta che ha coinvolto il consulente della Lega per energia Paolo Arata, assieme a Paolo Nicastri, il re dell’eolico vicino a Messina Denaro, boss della mafia latitante da più di 30 anni.

Che un partito di governo, che regge l’attuale maggioranza, è stato fondato da una persona condannata per mafia, Dell’Utri, coinvolto anche nel processo sulla trattativa Stato Mafia.

Sono passati più di trent’anni da quel 19 luglio 1992, non bastano i santini della lotta alla mafia, dobbiamo arrivare ai mandanti di quelle stragi, a chi ha ordinato i depistaggi di Stato, a chi ha protetto la latitanza dei boss, da Riina a Provenzano a Messina Denaro.

Spezzare il legame tra mafia e politica, rompere l’omertà di imprenditori e professionisti che non denunciano le pressioni le minacce.

Rivedere il sistema degli appalti togliendo i massimi ribassi, rinforzando i controlli su imprese appaltanti.

Sempre che si voglia fare vera lotta alla mafia.

(https://unoenessuno.blogspot.com/2021/07/il-paese-dei-ricatti.html)

VEDO DOPPIO


VEDO DOPPIO

Ultimamente mi sembra di vivere perennemente in quella situazione post bevuta, nella quale tendi a vedere doppio.

E lì, fra i fumi dell’alcool che non mi sono bevuta, appare il mio paese schizofrenico: diviso in due parti opposte fra di loro come il giorno e la notte.

Da una parte c’è un paese reale.

È fatto di gente che si arrabatta dalla mattina alla sera, di anziani che vivono di caffè-latte, di donne che arrivate all’età di trovare un po’ di tempo per sé stesse ancora si fanno carico di figli e genitori, di lavoratori che aspettano nel limbo della mobilità di sapere se saranno graziati o no e soprattutto di giovani che, nell’età dei sogni progettuali, sognano una sistemazione o una famiglia loro.

Insomma un’umanità sofferente di disillusione oltre che di quasi conclamata povertà.

Dall’altra parte c’è un paese quasi irreale, ma coesistente.

È fatto di parlamentari che nel periodo delle vacche grasse hanno maturato pensioni da favola, (compresi i sindacalisti), di  direttori di Tg ed altri personaggi strapagati delle tv, che spendono migliaia di euro per una cena, di figli di celebrità o di politici che ricoprono posti prestigiosi grazie ad un ereditarietà farlocca, di gente che gira con automobili che valgono come il bilancio greco di un anno intero.

D’accordo, lo sapevo già da prima che così è stato dai tempi dei tempi e che l’eguaglianza compariva solo negli slogan prerivoluzionari. 

E pure che mi sono sbagliata, confondendo un certo benessere diffuso, con un primo passo verso un mondo di pari.

Nonostante ciò, mi chiedo: “Quello che stanno cercando di salvare, è questa parte di qua del paese (la parte sofferente) o quella di là (la parte molto benestante)?”

Ma perché mi faccio sempre domande che mi irritano molto, mi danno persino mal di stomaco.

Eppure non ho mangiato peperoni e sto a stretta dieta, dopo l’ennesima sgridata del mio medico, che è, tra l’altro una dottoressa meravigliosa sotto tanti aspetti, ma si aspetta che la si obbedisca.

A QUANDO UN MOVIMENTO CHIAMATO “FERRAGNEZ”?


A QUANDO UN MOVIMENTO CHIAMATO “FERRAGNEZ”?

Quando si dice lo “spin”.

Gira, gira, gira, e non si ferma mai, malgrado tutto, malgrado l’evidenza, malgrado la forza della cose, dei fatti.

Uno potrebbe pensare che, dopo tutto quello che abbiamo visto con i cinquestelle negli ultimi anni, e che stiamo ancora vedendo, forse l’antipolitica becera, greve, volgare, qualunquista, potesse conoscere una battuta d’arresto, potesse provocare un minimo di resipiscenza, un’idea che forse non tutto si può sintetizzare in un insulto generico alla classe politica, che le cose sono un po’ più complicate di un generico “vaffanculo” o “fate schifo tutti”.

Dopotutto, quelli nuovi si sono dimostrati (dovrebbe essere stra-palese anche ai più faziosi) di gran lunga peggiori di quelli vecchi; non solo meno preparati e competenti, ma più attaccati al potere, più disposti ad ogni bassezza per mantenerlo, più protervi nel difendere i privilegi raggiunti, senza alcun merito.
E invece no!
Lo “spin” gira inarrestabile ed il luogo comune è sempre più comune

Ed ecco che una ricca e famosa, quanto sofisticata (almeno così si vuol mostrare), influencer decide di passare all’attacco in modo violento, sfruttando i suoi milioni di followers, brandendoli come una clava dentro un dibattito politico culturale di portata non irrilevante, comunque la si voglia pensare.
Con un italiano approssimativo e zoppicante (“che schifo che fate politici”, così, senza una virgola, in spregio alla sintassi – ma sui social ci si esprime così, e la povertà della lingua testimonia la povertà del pensiero), entra a piedi giunti in un dibattito, che è appunto un dibattito, con opinioni contrapposte ma legittime, una cosa che in democrazia non dovrebbe scandalizzare nessuno, visto che grazie al cielo ancora non vige il pensiero unico.
Si sceglie un nemico, sul quale concentrare l’invettiva, si piazza una foto, scelta apposta per risultare inguardabile e repellente, si spara una  gragnuola di banalità e luoghi comuni, ed ecco che 24 (ventiquattro) milioni di followers, la popolazione dell’Australia, per dire …, sono investiti da questa roboante ed indiscutibile “verità” mediatica.
“Che schifo che fate politici”.
Un’analisi profonda, argomentata, articolata, come si vede, su un tema che, comunque la si pensi, certamente non è né banale né schematico, e sul quale buona parte del mondo civile si interroga.

Appropriato come una scorreggia in una cena all’ambasciata, cosa avrà innescato lo scatto di nervi della famosa influencer?
Odio, smania di protagonismo, voglia di far parlare di sé, irrefrenabile istinto a mettere i piedi nel piatto? Chissà … il business.

Ma non basta, perché dopo una pacata, educata ed argomentata risposta (in italiano corretto) del politico “casualmente” preso di mira (e che quindi fa schifo come gli altri, anzi più degli altri), entra in scena il “paladino difensore” della femmina famosa. Il maschio alfa super tatuato che si erge a difesa dell’assoluta libertà della SUA donna di insultare chicchessia. E lo fa con la leggerezza, l’eleganza, la signorilità, proprie del cavaliere forte e potente, che difende la sua eterea e bionda dama.

“Stai sereno Matteo, oggi c’è la partita. C’è tempo per spiegare quanto sei bravo a fare la pipì sulla testa degli italiani dicendogli che è pioggia”.

Anche questa profonda riflessione inviata a non so quanti milioni di followers, certamente incantati, rapiti, da tanta raffinata capacità dialettica. Quando si dice: “Un signore …”.

Sono del tutto conscio che quello che sto scrivendo può passare per una battaglia di retroguardia, per una nostalgica presa di posizione in favore di un dibattito politico che non esiste più, ma non posso evitare di constatare che la partecipazione (“libertà è partecipazione” – Gaber/Luporini), senza un minimo di regole e di bon ton, sì di bon ton, si trasforma in un selvaggio tutti contro tutti, incompatibile con la civile coesistenza.

Utilizzare il proprio potere di influenza (sono influencer …) su milioni di persone (la popolazione dell’Australia …) senza avere alcuna responsabilità diretta, anzi sfruttandolo, pure legittimamente, per fare soldi, in contrapposizione al potere politico, che bene o male passa per libere elezioni, per un rapporto diretto con il popolo elettore, mi pare una cosa vagamente spaventosa e probabilmente eversiva.

Torno all’inizio: non ci è bastata l’avventura sciagurata del popolo del Vaffa? Di una classe politica che ha usato quei poteri da influencer (Casaleggio padre e Grillo) per arrivare al potere, installarcisi saldamente e spregiudicatamente, senza riuscire a fare null’altro che danni, danni ingenti e difficili da riparare? Classe politica che adesso si dibatte in un’agonia infinita, trascinandosi dietro le sorti della democrazia italiana?

Perché è vero che Draghi c’è e governa, ma a febbraio c’è da eleggere il successore di Mattarella (che non sarà Draghi) con un collegio elettorale di un migliaio di persone, oltre la metà delle quali risultano oggettivamente fuori di ogni logica politica, sacrificabili alla sciagurata decisione (altro danno duro da riparare) di ridurre senza criterio alcuno il numero dei parlamentari.

E se altri influencer, ancora più potenti e attrezzati dei vecchi, decidono di spendersi direttamente sulla scena politica, a quando un nuovo movimento targato Ferragnez? Come lo contrasteremo?

Anche se le leggi durano di più di una storia su Instagram, che succede se si muove tutta la popolazione dell’Australia?

(Ernesto Trotta)

L’UOMO DALLA MENTE RISTRETTA TEME I CAMBIAMENTI


L’UOMO DALLA MENTE RISTRETTA TEME I CAMBIAMENTI

“Un uomo dalla mente ristretta teme sempre i cambiamenti.
Si sente sicuro soltanto quando le cose vanno come sono
sempre andate, e ha un timore quasi morboso del nuovo.
Per lui nulla è più penoso di una nuova idea”.

Martin Luther King “La forza di amare”

 

SULLA LIBERTÀ


SULLA LIBERTÀ

«Ho orrore di tutte le verità assolute, delle loro applicazioni totali, dei loro presunti detentori d’ogni risma. Prendete una verità, portatela con cautela ad altezza d’uomo, guardate chi colpisce, chi uccide, cosa risparmia, cosa elimina, annusatela a lungo, accertatevi che non puzzi di cadavere,
assaggiatela tenendola un po’ sulla lingua ,ma siate sempre pronti a sputarla immediatamente. L’uomo libero è questo: il diritto di sputare»

Albert Camus

«Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli? Questo non è un uomo libero. Sarà libero di bestemmiare, di imprecare, ma questa non è libertà. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana».

Sandro Pertini

 

SETTE BRUTTI SCHIAFFI


SETTE BRUTTI SCHIAFFI

Ormai tanti italiani sembrano rassegnati, ma giova ricordare che Luigi Di Maio alla Farnesina segna il punto più basso della storia della diplomazia d’Italia. Sette dossier sulla scrivania del ministro degli Esteri sono la certificazione di un fallimento che aspetta interventi drastici.

Di Maio agli Esteri e quella figuraccia su Chico Forti

Il ceffone più sonoro è stato inflitto dal governatore della Florida Ron DeSantis. Le origini italiane non hanno significato sconti per Chico Forti. Luigi Di Maio alla vigilia di Natale girò il video che si è rivelato ingannevole. Da ministro degli Esteri dell’allora governo Conte diede per fatta l’estradizione. Invece neanche per sogno. Sei mesi dopo. Anzi, gli Usa neanche ci rispondono, come ha rivelato il ministro della Giustizia Marta Cartabia.

La drammatica morte di Luca Ventre, il giorno di Capodanno davanti all’ambasciata italiana in Uruguay, è una altra pagina vergognosa della diplomazia italiana. Alzare la voce sarebbe doveroso, ma come hanno raccontato anche i parenti dell’italiano ammazzato dalle guardie di sicurezza, dal ministro grillino non un solo cenno.

Marco Zennaro ancora in carcere in Sudan

Il continente africano non riserva maggiori soddisfazioni a Gigino. Il Sudan non ci degna di una risposta e trattiene da mesi nelle sue patrie galere l’imprenditore italiano Marco Zennaro. Era andato in Africa per trattare un affare, ma è stato arrestato come il peggiore dei delinquenti e sballottolato da una prigione all’altra, in condizioni disumane.

Del trattamento che l’Egitto riserva al nostro governo è quasi superfuo parlare. Giulio Regeni è stato ammazzato in un modo brutale e ogni volta il Cairo ci fornisce risposte che ormai sono offensive. Di Maio che fa? Come un personaggio comico dei Brutos degli anni 70, incassa schiaffi, con l’espressione del pugile suonato.

Di Maio, il peggior ministro degli Esteri di sempre

Casi meno rilevanti e meno noti arrivano anche dall’Iran. Alla suora italiana di 75 anni che da oltre vent’anni curava un lebbrosario nel Paese, non è stato rinnovato il visto. Una pericolosa cattolica che faceva proselitismo. Qualcuno ha avuto notizie di una reazione della Farnesina?

Dei pescatori trattenuti sistematicamente in Libia quasi inutile parlarne. Dopo trattative lunghissime tornano raccontando trattamenti disumani. La stessa Libia che Di Maio cerca disperatamente di blandire per non farci arrivare nuove ondate di immigrati. Affidare tutto allo “statista” di Pomigliano d’Arco è come far pilotare un Boeing a un boy scout. C’è solo da farsi il segno della croce.

C’è poi chi, come l’ambasciatore del Pakistan, anziché chiedere scusa per la drammatica uccisione di Saman da parte della famiglia pakistana in Italia, in diretta a Porta a Porta minimizza e tira invece in ballo la morte di un’altra ragazza, la diciottenne Camilla dopo il vaccino. Una risposta strafottente che fa il paio con il silenzio del ministro grillino sulla vicenda. In Pakistan ci sono degli assassini che hanno agito impunemente sul suolo italiano. Se si vuole dare un segnale contro il femminicidio, oltre ai tweet e ai post sui social, Di Maio intervenga attraverso i canali diplomatici come ministro degli Esteri. Il resto è la solita fuffa grillina.

Anche gli Emirati Arabi umiliano Di Maio: è guerra fredda

L’ultimo sonoro ceffone è arrivato nelle ultime ore dagli Emirati Arabi. Con l’Italia è una vera e propria guerra fredda, sotto il silenzio dei nostri media.  L’8 giugno all’aereo con i giornalisti italiani che volava verso Herat per l’ammaina bandiera è stato proibito lo spazio aereo degli Emirati. Tutto ciò che è italiano non può più transitare nel Paese. L’Italia raccoglie quello che ha seminato prima nella Commissione Esteri della Camera e poi alla Farnesina. Gli emiratini sono infatti furibondi per lo stop di gennaio voluto dai grillini e dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, alle esportazioni di armi per il coinvolgimento del Paese nella guerra nello Yemen.

Come scrive Analisi Difesa, “oggi subiamo una rappresaglia che ridicolizza l’Italia ma potrebbe anche andare peggio perché Abu Dhabi, oltre a stracciare i contratti commerciali per il made in Italy in settori diversi dalla Difesa, potrebbe anche imporci di lasciare la base aerea di al-Minhad complicando non poco la logistica del ritiro dall’Afghanistan”.

Sette ceffoni al ministro degli Esteri Di Maio, ma anche all’Italia. Ieri notte, il peggior ministro degli Esteri della storia d’Italia ha postato la foto dell’Italia calcistica vittoriosa contro la Turchia. Una vittoria ottenuta a poche centinaia di metri dalla Farnesina. All’Olimpico, per fortuna, le sorti italiane non dipendono da Gigino.

(Tratto da Politica, economia e sicurezza)

[Il tutto di cui sopra non mi fa piacere, anzi, mi dispiace perché con questo rappresentante italiano, ci rimettiamo tutti noi. Quand’è che si decideranno a mettere un altro o un’altra al suo posto, ma non grillino/a, per carità?]

PRIMARIE AL FULMICOTONE IN CASA MIA


PRIMARIE AL FULMICOTONE IN CASA MIA

Il livello di imbarbarimento raggiunto dallo scontro politico all’interno dell’area di centrosinistra, è davvero illuminante per capire cosa succede a Bologna.

Bologna, città storicamente di sinistra, nella quale il Sindaco Merola va a scadenza, voterà ad ottobre.

Erano previste primarie, dalle quali si pensava dovesse uscire la candidatura “ufficiale” di Matteo Lepore, Assessore nell’attuale Giunta e molto legato al Sindaco Pd uscente.

Primarie di conferma, diciamo.

A scompaginare le previsioni arriva però la candidatura di Isabella Conti, popolarissima Sindaca (eletta con oltre l’80% dei voti) di San Lazzaro di Savena, famoso per l’omonima Fiera, quella cantata da di Guccini (chi non se la ricorda, la può trovare su YouTube).

Isabella Conti correrà a capo di una lista “civica”, per raccogliere il massimo dei consensi riformisti.

La candidatura ha suscitato molto rumore, vista l’ottima fama della Sindaca, ed anche adesioni trasversali, molte anche all’interno del Pd stesso. Le probabilità che vinca non sono affatto trascurabili.

Le primarie diventano così una vera competizione tra due linee politiche abbastanza diverse, ma ben ancorate al mondo del centrosinistra.
Bene, che vinca il migliore!

Tutto a posto? Manco per niente.

La reazione di Lepore, il candidato Pd appoggiato dagli apparati e dalle sardine, è stata spiazzante e sprezzante:
“Abbiamo respinto Salvini, respingeremo anche Renzi”. Azzarola!

Con un magistrale colpo doppio, il nobile condottiero cerca di annullare l’identità dell’avversaria (che diventa Renzi tout court, mica Isabella Conti) e paragona un contendente alle primarie con Salvini che, come tutti sanno, sta da tutt’altra parte politica e in Emilia ha già preso una batosta memorabile, col contributo di tutto il centrosinistra, per una volta miracolosamente unito.

A me questa cosa ha colpito molto, mettendomi addosso una tristezza infinita e dandomi nel contempo il segno del degrado culturale, direi quasi morale, raggiunto in certi ambienti di quello che doveva essere il punto di raccolta e di sintesi delle differenti anime della sinistra italiana.

Ormai una parte, poco consistente ma molto rumorosa, del Pd è convinta di essere l’unica depositaria della Suprema Verità Politica e considera tutti gli altri un unico antagonista, che va dalla Meloni a Renzi, ma anche a Marcucci, o Guerini, o Tinagli, anche fino a Letta stesso.

E mi chiedo se abbia senso continuare questa manfrina ipocrita.

Ci sono nel Pd soggetti irriducibili alle dinamiche di una forza democratica.

Gente per la quale non c’è differenza tra Isabella Conti e Matteo Salvini.

Gente che non ha mai guardato la faccia delle persone alle quali fanno riferimento, ai valori per i quali combattono.

No: tutto uguale, tutti contro, tutti fuori linea.

È evidente che una parte del Pd non brama altro che formare una forza populista “di sinistra”, con i rimasugli di cinquestelle, cercando di acquisire egemonia su tutta l’area.

Come si può fare affidamento su questi rimasugli, populisti, giustizialisti, per un qualsiasi programma riformista?

Sono sicura che il famoso popolo del Pd, quello che conosco, quello ormai mitico delle Feste, dei Circoli, dei quartieri, sia stanco e disamorato, e non stia con loro.

È gente, positiva, pragmatica, concreta, vuole un’unità di intenti che sarebbe nei fatti, se lasciassimo al loro destino i nostalgici della Ditta.

Ne guadagneremmo tutti, perché daremmo una formidabile accelerata ai processi di cambiamento della nostra società.

Cosa possiamo farci?

Lo chiedo a tutti, anche al Pd, che rischia di pagare un prezzo molto alto, il più alto, a questa folle deriva.

[Conosco Matteo Lepore personalmente, bravissima persona, ma voglio rivorgegli un caloroso invito: chiama la tua “collega” Isabella Conti e non col nome di Renzi. Confesso però che mi piace molto l’idea di una donna sindaco della mia città e conosco pure la bravura e la capacità di Isabella. La voterò]

Eccola:

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