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IL DENTE BERSANI

L’UMILIANTE FINE DI BERSANI

Dice il proverbio: “La lingua batte dove il dente duole”. Ed è veramente così. A me duole molto il dente “Bersani”, per il dispiacere di vederlo finito, e in quel modo. Quel mio bravissimo ex presidente della regione, che non riesco più a riconoscere.  Capisco che il Pd a guida Renzi abbia fatto errori, tuttavia Bersani è uno che sa fare politica sul serio, non ha fatto altro nella vita e sa anche che si possono fare errori. Ma, per le decisioni che sta prendendo, non lo seguirò più. Troppa la delusione, troppo grande il dispiacere.

I motivi ci sono.

Quando ha capito che la sua battaglia dentro il Pd sarebbe stata perdente, perché il consenso di Renzi era troppo forte, ha scelto di uscire, bollando lo stesso Renzi con il marchio di infame.

Con la sua uscita si è bruciato tutti i ponti alle spalle. Se, per caso, decidesse di rientrare nel Pd, i suoi ex compagni non ucciderebbero il vitello grasso, come il ritorno del fratello maggiore, ma lo ricaccerebbero, tanto li ha offesi e vituperati.

E così, per sua scelta che non ho capito, è diventato un uomo che, con una storia di sinistra, amici di sinistra, non può più tornare a sinistra, nel Pd e non può nemmeno pensare di farci, un domani, alleanze.

A questo punto, può solo andare verso quella sinistra che ci troviamo oggi, che è una foresta frammentata di piccole formazioni, molto colorite, ma del tutto inconsistenti sul piano politico. Tutto materiale fragile, piuttosto rissoso, insofferente verso qualsiasi leadership, il meno adatto per fare politica sul serio, e con un consenso, per ora, sotto la linea del 10 per cento, sommandoli tutti.

Ed ha avuto una illuminazione. La possibilità di una rivincita rincorrendo il Movimento 5 stelle, perché, secondo Bersani, dopo le elezioni avranno una consistenza tale da consentire di fare un governo insieme, e quindi di fare politica. Di fare quella cosa che sa fare e aspira a continuare a fare.

E non ci pensa due volte. Per prima cosa cerca di legittimare i 5 stelle, dimenticando tutto. Dimenticando che Grillo è una S.r.l, dimenticando la Casaleggio associati, dimenticando che razza di democrazia diretta viene esercitata, dimenticando gli assalti in parlamento, dimenticando le scie chimiche, i vaccini, le sirene, i chip sotto pelle e tante altre insulsaggini pericolose.

Si convince che, certo, saranno quello che saranno, ma sono l’unico argine contro una possibile destra eversiva e violenta (così ha detto di recente).

A questo punto cerco di capire quale sia, in Italia, questa destra eversiva e violenta, escludendo la compagine di Grillo perché ritenuta affidabile e con cui ci si può alleare per governare.

C’è Casa Pound, è vero. Ma quanti sono? Non ne ho la più pallida idea. Certamente non un esercito da far paura.

C’è la neomamma Meloni, con i suoi fratelli. Anche lì si possono contare facilmente. Basta una calcolatrice a mano. Anche se ci aggiungiamo Alemanno, Storace e pochi altri, non è che si formi una folla.

C’è Salvini, più forte, col suo esercito che non si raduna più così volentieri a Pontida e non indossa più l’elmo dei vichinghi, uno strano esercito che si allena volentieri al bar davanti ad una birra e sogna la sua Europa, pensa con nostalgia alla lira, e ancor di più alla sua terra del Nord ed ha l’ossessione del “diverso”, qualunque diverso: gay, nero, bianco del sud, musulmano, africano comunque, ecc.. In ogni modo  Salvini è quel che è, però ci mette la faccia ed è il capo della lega reale e non un capo travestito da garante. Paradossalmente è più democratico di Grillo. Tutto questo anche a dispetto di Bersani.

È questa sarebbe la destra eversiva e violenta che vede Bersani? Non credo, sarebbe ridicolo. E allora che cosa rimane? Forza Italia? Ma Bersani sa che forza ha questa Forza Italia di oggi, sa quanto è cambiata e sa quanto si è indebolita. Gli fa paura lo stesso?

Però, a pensarci bene, una vera destra c’è. Ed è quella che Bersani indica come argine: i 5 stelle.

Non perché siano pronti a menare le mani o a fare chissà che, ma perché sono fascisti. Perché non hanno alcun rispetto delle norme costituzionali, non hanno democrazia interna e soprattutto sono convinti che l’Italia del futuro debba essere una società pastorale, povera, collocabile, in una decrescita felice, negli anni del primo novecento, quando si lavorava la terra in dolce felicità, si moriva di difterite e morbillo, o di polmonite e tbc, come al tempo del fascismo.

E il benessere, semmai se ne sentisse il bisogno per il popolo felice nella povertà ritrovata, verrà dalle stampanti di denaro, la bellissima lira, grande come un foglio di quaderno. Il tutto sotto la dittatura di un comico cui piacciono solo i suoi, che sceglie le persone a cazzo di cane e di una S.r.l. che cerca di far quadrare i propri bilanci.

Ma il povero Bersani è fuori strada, ancora una volta.

I 5 stelle lo hanno già mandato a quel paese una volta. Non hanno voluto fare accordi con lui nel 2013, quando contava parecchio, e non lo vogliono oggi, quando non conta più nulla. Quando è un specie di esule in patria, un caso umano prima che politico.

Le sorprese non mancano mai, e forse, nel caso di un governo a 5 stelle, potrebbero anche imbarcarlo, ma giusto come alibi, per coprirsi un pochino a sinistra.

È questa la possibile fine di Bersani, di un uomo che stava per diventare presidente del Consiglio?

Mi rifiuto di crederlo.

Da ultimo vorrei ricordare a Bersani che sia l’Appendino a Torino, che la Raggi a Roma, non hanno presenziato alla commemorazione dei morti a causa del fascismo. Vorrei chiedergli se si sente a proprio agio vicino a queste persone. E se tutta la sua vita di antifascista e comunista, può essere rinnegasta così, in un lampo, per un rancore incomprensibile e per l’odio verso il proprio segretario di partito, segretario scelto da una percentuale altissima di votanti.

IL GRANDE UNO ROSSO

IL GRANDE UNO ROSSO

Questo è il simbolo del Movimento Democratico Progressista, richiama ovviamente l’articolo Uno della Costituzione Italiana del 1948. L’articolo più bello che sia mai stato scritto in una Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

 

 A me ha fatto venire in mente il titolo del film. “IL GRANDE UNO ROSSO” (The Big Red One) un film di guerra del 1980. Molti se lo ricorderanno. Non è una denigrazione, ma solo un richiamo mnemonico di un bel film.

[Il film, infatti,  racconta il ruolo  della prima Divisione di fanteria americana, soprannominata “il Grande Uno Rosso” durante la seconda guerra mondiale. Le vicende raccontate ricoprono quasi tutta la seconda guerra mondiale, dalle campagne che la divisione combatte in Nordafrica, in Sicilia, in Normandia, nella neve delle Ardenne ed infine in Cecoslovacchia, fino alla scoperta dei campi di concentramento nazisti.]

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

https://www.politeca.it/doc/MR.pdf

ORLANDO CARISSIMO

ORLANDO CARISSIMO

Ho ascoltato con attenzione e riascoltato quello che hai detto al teatro Eliseo. Ti ho ascoltato per rispetto, perché sei un ministro responsabile e voglio capire la tua idea di futuro per il paese e anche per la politica del Pd e perché non voglio scegliere un candidato senza prima essere informata.

Un’idea me la sono fatta. L’idea è che tu sai parlare. Sì parlare.  Te la cavi benissimo, però debbo dirti che la politica non è solo saper parlare, o ascoltare e discutere.

La politica è parlare dialogare discutere, ma alla fine è decidere.

Finora la sinistra ha solo saputo parlare parlare parlare.

Per anni ha parlato parlato parlato nei convegni di lotta al caporalato senza fare nulla.

Per anni ha parlato parlato parlato nei convegni della vergogna delle dimissioni in bianco.

Per anni ha discusso discusso discusso delle Unioni civili.

Per anni ha spiegato spiegato spiegato la necessità di una legge sul dopo di noi.

E quante discussioni parole e spiegazioni sui reati ambientali e sul falso in bilancio.

E sull’Ilva? Quanti convegni e quante decisioni anche quando i DS ebbero il ministro dell’industria?

Poi è arrivato un ragazzotto fiorentino spavaldo ed antipatico ed ha deciso su tutto questo.

E’ per questo che ha dato fastidio? Perché non solo ha parlato, ma anche deciso cosa era necessario fare per cambiare il paese, la politica, il sistema, la cancrena che si è sviluppata in questi 25 anni di politica stagnante e solo parlante?

Avrei voluto sentire concretezza, certezza, cosa sai fare e vuoi fare, oltre che parlare e ovviamente parlare bene.

Coraggio, nelle prossime occasioni, tira fuori quello che vorresti e potresti fare.

So che ce la fai, ti basta il coraggio di mettere da parte le vecchie abitudini delle chiacchiere a vuoto e alla fine, forse, diventerai anche un candidato alla segreteria del Pd, più credibile di quanto non abbia visto e sentito al teatro Eliseo.

Hai detto che dopo il referendum sulla riforma costituzionale dobbiamo riflettere. Sì riflettiamo, ma vorrei che la riflessione non durasse una legislazione intera.

Hai detto che siamo partiti da Pci, Dc, Pri, Socialisti, ma non so se ti sei accorto che una parte di quei quattro si è separata come la maionese impazzita, non si è mai emulsionata con gli altri. E ti sei chiesto qual è quella parte cha ha fatto impazzire il tutto? Credo proprio di sì. O forse no,  non hai fatto caso quando  persone, a te ben note, hanno brindato alla sconfitta del loro e del tuo segretario e alla caduta del loro e del tuo governo? Quello non ti ha fatto male? Non hai detto niente al riguardo, come se nulla fosse successo, tant’è vero che, sembra che tu voglia riunire tutti di nuovo, anche chi ha riso e brindato alla “tua” sconfitta di ministro. Ma debbo dirti, sinceramente, che non ci sto a tornare da capo e ritrovare quelle persone che hanno riso anche di me, come iscritta al Pd.

Ormai mi gira la testa a forza di walzer impazziti.

Hai sostenuto che non possiamo più affidarci e all’idea che avere un leader, ma che ci vuole una comunità.  E a questo proposito voglio ripeterti invece quello che ha detto il ministro Minniti: Serve un leader e noi uno lo abbiamo dobbiamo tenerlo stretto, la comunità del Pd c’è e occorre un leader per guidarla.

E infine, caro Orlando, pur avendo tutta la mia stima, ti ripeto all’infinito che: dobbiamo liberarci dalla sindrome della sinistra che ammazza i suoi figli. Per troppo tempo la sinistra ha ucciso i suoi figli.

 

RIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

pianta-semeRIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

Il dibattito sul ridare un senso alla sinistra ha radici lontane.

Le possiamo rintracciare in un saggio di Michele Salvati del 1995, dove si criticavano le vecchie formule della sinistra che deve rielaborarsi, misurarsi con l’Italia odierna ma senza perdere la propria passionalità.

A distanza di 22 anni il dibattito è stato via via sempre annunciato ma mai fatto partire, Renzi oggi ha la responsabilità di dargli finalmente corpo e vita. Del resto lui stesso, nel 2012, si propose come la persona che voleva ribaltare le vecchie liturgie di partito, che voleva spalancare il partito per farvi entrare aria nuova.

Per farlo avrebbe però dovuto elaborare una propria ideologia e non lasciare che tutti interpretassero il renzismo come una piratesca conquista del potere. Forse risiede qui l’errore originario che ha poi letteralmente fatto esplodere il sogno di una generazione nuova al potere, quella che doveva portare la rivoluzione e il vento della novità ma che invece è finita per ricalcare, più o meno, tutti gli schemi nonché gli errori e le storture e i vizi, della vecchia politica.

La differenza fra allora e oggi la si nota da un dettaglio: nella sconfitta del 2012 Renzi si assunse totalmente ogni responsabilità, oggi fa quasi lo stesso, ma ricordando anche come sia stato ostacolato, come un pochino di colpa la abbiano anche gli altri. Esattamente quello che fanno tutti i politici: abbiamo sbagliato, ma in fondo lo abbiamo fatto per colpa degli altri.

Il risultato è stato che il ribelle Renzi si è travestito da conformista.

Serve che il Partito Democratico torni a lanciare una sfida di alto livello al sistema dominante.

Viviamo un periodo storico molto particolare, in cui le ideologie del passato risultano sempre più fragili e dove il sistema attuale si sta via via sgretolando.

Serve tornare a essere ambiziosi, non verso il potere, ma verso l’elaborazione di una visione che getti le basi per il futuro dei prossimi decenni.

Servono contribuiti intellettuali per dimostrare che possono esistere delle alternative al sistema vigente, per l’elaborazione di alternative ideologiche, culturali e sociali.

In un’epoca di post-qualsiasi-cosa (post-democrazia, post-verità), forse sarebbe ora di parlare del nostro sistema e introdurre l’argomento del post-capitalismo, ma non con l’obiettivo di abbattere il capitalismo in sé, ma con quello di ripensarlo, rivoluzionarlo, supportarlo nel suo aggiornamento.

Tutti però devono essere coinvolti in questa rinnovata necessità di cambiare le cose, e tutti devono iniziare a farlo, partendo dal proprio metro quadrato di spazio.

Abbiamo visto al lingotto 17 un Renzi pieno di buoni propositi. Questa volta cerchiamo di portarli fino in fondo. Cerchiamo di non farci trovare ancora impreparati alle sfide sociali e politiche che abbiamo davanti.

Senza Renzi in questo paese, al momento, la sinistra non c’è.

Il movimento che si sta formando attorno a Pisapia, per ora è un insieme di personalità talmente differenti le une dalle altre che lasciano dei dubbi, uno fra i tanti è vedere avanzare sul palco Bersani e Speranza con il pugno chiuso alzato. Solo che il pugno è sbagliato è quello destro anziché il sinistro. Segno che, in effetti, sono dei reduci e non degli eredi, destinati alla rinnovamento.

Ma una frase di Pisapia mi ha colpito: ”Chi sta con Marchionne ma non con Landini, non è di sinistra”. Vorrei sapere se Landini è in grado di creare lavoro. Giustamente lo difende, ma per difendere una cosa, quindi anche il lavoro, bisogna che il lavoro ci sia e, di conseguenza, ci deve essere chi il lavoro è capace di crearlo e quindi anche un Marchionne.

Anche queste parole sono solo slogan, nulla che si avvicini a quella realtà di cui abbiamo un bisogno estremo: lavoro. Per questo è utile, necessario per la sopravvivenza del lavoratore stare anche con chi il  lavoro può darcelo e nel contempo difendere il lavoratore dagli abusi. E nella grande riunione di Pisapia, questa sfumatura non l’ho colta.

 

 

FINALMENTE LINGOTTO ’17

FINALMENTE LINGOTTO ’17

Renzi al Lingotto: “Non c’è parola più bella di comunità. Mettiamoci al lavoro, insieme”

Former Italian Prime Minister Matteo Renzi (L), Italian Premier Paolo Gentiloni (C) and Italian Agriculture Minister Maurizio Martina (R) at the Democratic party (Partito Democratico, PD) leadership campaign event at ex-Fiat Lingotto conference centre in Turin, Italy, 12 March 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Ancora tanta politica nella terza e ultima giornata della convention renziana per il congresso. Ecco cosa è accaduto

Former Italian Prime Minister Matteo Renzi (3-L), Italian Premier Paolo Gentiloni (4-L) and Italian Agriculture Minister Maurizio Martina (L) at the Democratic party (Partito Democratico, PD) leadership campaign event at ex-Fiat Lingotto conference centre in Turin, Italy, 12 March 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCOIl “noi” al posto dell’Io, trait d’union dell’edizione 2017 del Lingotto, si materializza sul palco al termine di una tre giorni che ha visto tanta politica e moltissima partecipazione. Matteo Renzi conclude evocando il valore del collettivo, nella parte finale del discorso, ritmato dalle parole chiave “noi che”. “Curiosi e tenaci – dice Renzi – dobbiamo riscoprire il ‘noi’, noi che siamo un popolo e non un ammasso di persone. Non c’è parola più bella di comunità. Mettiamoci al lavoro, insieme”, conclude chiamando sul palco tra gli altri Paolo Gentiloni, Maurizio Martina, Tommaso Nannicini, Teresa Bellanova, Graziano Delrio insieme a tanti militanti e volontari della kermesse.

Una panoramica della platea durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOAveva iniziato il suo discorso conclusivo sottolineando la grandissima partecipazione che c’è stata al Lingotto: “Tecnicamente parlando questa tre giorni ha visto la partecipazione di un botto di gente, dopo le polemiche”. “Nelle scorse settimane oggettivamente qualcuno ha cercato di distruggere il Pd perché c’è stato un momento di debolezza innanzitutto mia. Ma non si sono accorti che c’è una solidità e una forza che esprime la comunità del Pd, indipendentemente dalla leadership: si mettano il cuore in pace, il Pd c’era prima e ci sarà dopo di noi e ora cammina con noi“. “L’elemento chiave che forse non siamo stati bravi a raccontare è che qui c’è un popolo non un insieme di dirigenti che cercano di cambiare l’Italia ma un popolo che ci crede, che si è mischiato, che ha dei valori, che non si fa distruggere da niente e nessuno, è il popolo del Pd”.

Quanto alla mozione congressuale spiega: “Entro la settimana la completeremo. C’è da scrivere, non solo una mozione, ma un progetto per il paese”. E agli altri due candidati al Congresso dice: “Auguri di buon lavoro a Orlando e Emiliano perché non facciamo polemiche con nessuno e in particolare con i nostri compagni di squadra”.

Poi un passaggio sull’Europa. “Dire che il prossimo presidente del consiglio europeo sia scelto dalle elezioni è un fatto rivoluzionario. Dico che questa battaglia la vinceremo e dal primo maggio andremo a chiedere questo ai nostri compagni di viaggio del Partito Socialista Europeo”. E ancora:  “L’Ue deve avere un sistema fiscale unico, perché altrimenti c’è la concorrenza scorretta. Se ci sono le stesse regole sul deficit, devono esserci le stesse regole sul fisco”.

Sferra poi un attacco agli scissionisti: “Essere di sinistra non è rincorrere totem del passato. Lo diciamo a chi immagina che essere di sinistra e salire su un palco alza il pugno chiuso e canta bandiera rossa. Sono esponenti di una cosa che non c’è più a difendere i deboli. E’ un’immagine da macchietta non di politica”. E sulle alleanze dice: “La prima alleanza da fare è con i milioni di cittadini che credono in noi. Non si possono replicare modelli del passato se non si ha chiaro cosa vogliamo fare”. “Sento parlare dell’Ulivo da persone che quell’Ulivo lo hanno segato dall’interno, da chi ha contribuito a chiudere anticipatamente il governo Prodi e se Prodi fosse stato segretario del partito non sarebbe accaduto. Sono più esperti di xylella che di Ulivo”. E ancora: “Quando abbiamo perso noi siamo rimasti, senza scappare, senza scinderci, perché si può perdere ma non perdersi”.

Cita poi il caso Napoli: “Ci sono argomenti su cui non possiamo girarci introno: no alle alleanze con chi non accetta il principio di legalità che non è un valore di parte ma di tutti. Quando un Sindaco si schiera con chi sfascia la città per non far parlare qualcuno quella non è una cosa da Pd. E quanto un parlamentare chiede di parlare lo deve fare, noi siamo dalla parte di quel parlamentare anche se si chiama Salvini, Proprio perché si chiama così, lo vogliamo sconfiggere alle elezioni ma deve poter parlare come devono parlare tutti”.

Giustizia non è giustizialismo. “Un cittadino è innocente fino a condanna non perché ha ricevuto un avviso di garanzia – ribadisce – I processi li fanno i tribunali, non i commentatori dei giornali”. E alludendo al caso Consip, al M5S dice: “In questi giorni e settimane sono state dette parole infami contro di noi. Cari Di Maio e Di Battista, rinunciare alle prerogative dei parlamentari, venite in tribunale e vediamo chi ha ragione o torto, vi aspettiamo con affetto”.

Rivendica anche i risultati del suo governo:  “Noi abbiamo aumentato i risultati della lotta all’evasione. Noi non siamo rassegnati a tornare indietro. Il giorno dopo il referendum si sembrava tornati alle teche Rai: non ci rassegniamo a tornare indietro nella storia, perché rivendichiamo il futuro. Lo spazio del cambiamento è qui e adesso, anche mettendosi in discussione su sicurezza e cultura”.

In un altro passaggio torna invece a parlare del Partito democratico e di quale aspetto dovrà assumere: “Se qualcuno vuole iscriversi a qualche corrente può fare tranquillamente a meno di noi, perché non vogliamo un partito di correnti, gabinetti, spifferi. Noi vogliamo la comunità”.  “Il Pd ha bisogno di più leader, non di meno leader. Un partito privo di leadership è un modello culturale sbagliato. Al gruppo dei 40enni che con me ha fatto questa avventura dico ‘mettevi in campo di più e meglio’. La scelta di Maurizio non è coreografica, ma una scelta di impegno vero alla collegialità”.

In conclusione cita una canzone di Brunori Sas: “Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo non sarà mai migliore di com’è, ma non sarò mai tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parte da li’”.

Alla fine del suo intervento salgono i volontari della tre giorni. Poi arrivano sul palco anche Maurizio Martina, Paolo Gentiloni, Teresa Bellanova, Claudio De Vincenti, e altri ministri e dirigenti Dem. Matteo Renzi chiude con questa immagine di collegialità la kermesse del Lingotto per lanciare la sua candidatura a segretario Pd.

 

La cronaca della mattinata

Ancora tanta politica nella terza e ultima giornata della convention renziana per il congresso. Tutto esaurito in platea. Dal palco del Padiglione 1 dell’ex stabilimento Fiat, dopo la messa in onda di un video-messaggio di Ivan Scalfarotto, i lavori sono iniziati con l’intervento di Gianni Pittella (VIDEO). “Sostengo Matteo Renzi perchè sono di sinistra, e perché mai come in questo momento c’è bisogno di sinistra, una sinistra non nostalgica”, ha detto il capogruppo del Pse ricordando come l’adesione al gruppo dei Socialisti sia arrivata proprio con la segreteria Renzi. E ha aggiunto: “Voglio ancora più sinistra nel Pd”. Dunque “bene il ticket con Martina: si profila un partito plurale, con una gestione collegiale”. Guardando all’esterno del Pd, Pittella registra “una felice sintonia tra quello che stiamo dicendo noi qui a Torino e quello che ha detto ieri Giuliano Pisapia ieri a Roma”

Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione, durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOPoi è la volta del ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli (VIDEO) che chiede di “raddoppiare nei prossimi cinque anni i fondi per scuola università e ricerca”. E di aprire “un fronte di discussione con l’Europa per tenere queste risorse fuori da ogni vincolo”.

Nel suo intervento, Cecile Kyenge sferra invece un attacco a Salvini: “Ha il sacrosanto diritto di parlare, ma noi abbiamo il sacrosanto diritto di chiamare le sue parole per quello che sono: istigazione all’odio. Salvini ha incitato alla pulizia di massa. Sono parole che hanno un preciso significato nella storia italiana e europea”

A scaldare maggiormente la platea sono le parole del presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini: “Cosa deve ancora succedere perché nel centrosinistra la si smetta di dividersi quando gli avversari dovrebbero chiamarsi Salvini e Grillo? Il Pd deve essere il perno di un grande campo che a partire dalle prossime amministrative non si isoli, ma lanci una grande sfida per il governo del territorio”.

In un altro passaggio del suo intervento Bonaccini ha ricordato “le tante cose buone che il governo ha fatto”: “ci sono state riforme utili e norme necessarie”, ma ora il processo “va completato”. Per questo motivo, ha aggiunto, “serve un grande Pd”. “Ritengo sia stato giusto venire qui al Lingotto per rilanciare l’idea di una grande forza riformista, progressista, democratica”, che “non pensi ai nostri problemi, ma ai problemi degli italiani”.

Luigi Berlinguer durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOL’intervento di Luigi Berlinguer ha letteralmente infiammato la platea quando ha parlato degli scissionisti: “Non dobbiamo nasconderci che i due tronconi che hanno dato vita alla fusione a freddo si sentono ancora, dobbiamo lavorare perché i nostri figli non si sentano ‘ex’. Io non mi sento ex, sono nel Pd. Mi sento futuro, voglio vivere nel futuro”.  “Devo confessare che – è qui che sono partiti lunghi applausi – il Comunismo lo sento dentro, non quello che è fragorosamente caduto, ma quell’ideale”.  “Oggi il must del Pd deve essere quello di costruire un vero partito democratico che vive e opera in una direzione, che si riunisca, discuta e poi decida”.

Matteo Richetti, deputato del Partito democratico, durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOAnche Matteo Richetti (VIDEO) sferra un attacco ai fuoriusciti dal Pd: “Quella dei bersaniani è stata una scelta legittima. Ma non la chiamerei scissione. Una scissione implica che ci sia una decisione sulla base di una mozione politica, mentre qui si è deciso di andare via per altre ragioni”. “Avremo fatto qualche errore, ma non accettiamo di stare fermi a guardare. Per la prima volta, i padri, per non lasciare i figli dilapidare il patrimonio, abbandonano i figli, lasciando il centrosinistra italiano”.

 

Matteo Orfini durante la seconda giornata di lavori della kermesse organizzata da Matteo Renzi al Lingotto, Torino, 11 marzo 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCOArriva poi il turno del presidente dem Matteo Orfini (VIDEO) che parla di sinistra: “È una parola bellissima che si porta dietro una storia di lotte operaie e antifascismo, persone che costruirono la democrazia di questo Paese. Una parola che ha senso se è cambiamento. Dobbiamo stare attenti a chiudere la parola sinistra in uno spazio angusto come un partito, una mozione congressuale, la sinistra siamo noi”. Quanto poi alle future alleanze elettorale dice: “Noi guardiamo con interesse quello che sta facendo Pisapia, con lui abbiamo governato a Milano e siamo ovviamente interessati a tutto quello che si muove intorno a noi”. E parlando della collocazione geografica del partito ha aggiunto come l’intesa con Ncd “non possa diventare un progetto politico”. E qui si rivolge a Dario Franceschini che ieri aveva fatto una apertura al Nuovo centrodestra. Il rapporto con Ncd, aggiunge, è nato perché “c’era un frangente”, la necessità di costituire larghe intese per sostenere il governo, ma “è un frangente da superare. La collocazione naturale del Pd – sottolinea – è al centro del centrosinistra”.

L’intervento di Debora Serracchiani parte invece con una citazione di D’Alema: “Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo”, diceva l’ex presidente del Consiglio nel 1995. E aggiunge: “Non accettiamo nessuna lezione da chi prima ha ucciso Ulivo e adesso sta cercando di uccidere il Partito democratico”. E agli scissionisti dice: “Pisapia è la sinistra a cui guardare, ma chi è uscito dal Pd non pensi di rientrare con quel listone. La soluzione non è girare le spalle, andarsene vigliaccamente e poi condizionare il partito da cui si è usciti, non ci faremo condizionare”.

L’intervento di Piero Fassino (VIDEO) viene accolto da un lungo applauso, tanto da far dire all’ex segretario dei ds: “Non fatemi commuovere all’inizio del discorso…”. Poi, sull’idea di Pd dice: “Siamo qui con la consapevolezza che il lancio del progetto del Pd è oggi l’unica speranza che possiamo offrire per combattere l’insicurezza generata dalla crisi”. E poi sulle alleanze afferma: “Pisapia dice che il campo progressista non si esaurisce con il Pd ma senza il Pd quel campo non diventa maggioranza nel Paese”. “Oggi ancora di più – aggiunge – abbiamo bisogno di un grande partito, dopo il referendum c’è un rigurgito di frammentazione gli eco della scissione, chi ci propone di tornare alle antiche case, quindi ancora di più c’è l’esigenza di scommettere sul Pd. L’obiettivo resta la vocazione maggioritaria, che non è autosufficienza, ma una forza aggregante per costruire un campo più largo”.

In platea arriva anche il premier Paolo Gentiloni, che è stato accolto da un lungo applauso e si è seduto in prima fila. In sala è presente anche Luca Lotti, lontano da Torino nei primi due giorni per ragioni familiari, ma soprattutto ci sarà il premier Gentiloni. Le conclusioni politiche di Renzi arriveranno attorno alle 12,30.

Sale poi sul palco il ministro dell’Interno Marco Minniti (VIDEO) che nel suo appassionato intervento chiede in sostanza di non lasciare i temi della sicurezza alla destra: “È un bene comune troppo importante per lasciarla agli altri, troppo importante per lasciarla alla destra che non la sa utilizzare. Stiamo vivendo una delle fasi più complicate della storia d’Europa” e proprio la sinistra può “costruire un futuro libero dalle ossessioni”. E sulla sua idea di Pd sottolinea come un partito moderno abbia bisogno di una “leadership giovane e forte”. E agli scissionisti dice: “Dobbiamo liberarci dalla sindrome della sinistra che ammazza i suoi figli. Per troppo tempo la sinistra ha ucciso i suoi figli”.

Nel frattempo il padiglione in cui si sta svolgendo l’iniziativa, ci dicono gli organizzatori, ha raggiunto la capienza massima di 5 mila persone.

Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia rivendica invece la sua riforma che “non è stata bocciata dalla Corte costituzionale”. “Tutti i decreti legislativi sono efficaci e in vigore – dice dal palco – La riforma è viva e lotta insieme a noi. La riforma cerca di fare un passo avanti al nostro Paese”.

Anche il ministro Delrio (VIDEO) parla della collocazione geografica del Pd: “Salutiamo con piacere il tentativo di Giuliano di allargare il campo del centrosinistra. Dobbiamo ragionare non di formule e astrazioni, ma di cosa dobbiamo fare, di programmi. E allora non possono esserci preclusioni, dobbiamo includere tutti quelli che vogliono aderire al progetto di un centrosinistra allargato. Un centrosinistra, però, con un’identità precisa”.

A raccontare cosa sarà il nuovo Pd ci pensa l’organizzatore politico del Lingotto, Tommaso Nannicini (VIDEO): “Il marchio di fabbrica del nuovo corso di Pd di Matteo Renzi – dice – è quello di aver messo al centro il ritorno della politica, della politica che ci mette la faccia e non si rassegna alle decisioni prese altrove e che si sforza di riformare il Paese. Perché i veri riformisti cercano la soluzione ai problemi”.

L’idea del nuovo Pd che da maggio potrebbe nascere con la vittoria del ticket Renzi-Martina sta dunque prendendo forma. Dalla tanta politica delle tre giornate di lavoro si è ormai capito che da oggi in casa dem si parlerà un linguaggio maggiormente di sinistra e che le tante idee, con le quali si cercherà di continuare a riformare il Paese, si baseranno molto di più sul gioco di squadra. Si metterà così in pratica quel mutamento strutturale (dal “io” al “noi”), ormai palese a tutti.

L’altra novità politica del nuovo “Renzi” è che le idee saranno pescate molto di più dalla base. D’altra parte, il senso della tre giorni torinese – con i dodici tavoli tematici che hanno coinvolto le migliaia di militanti nelle prime due giornate – è anche questo: costruire dal basso la mozione congressuale. Lo ha spiegato bene nel suo intervento Tommaso Nannicini, organizzatore politico del Lingotto, che prima delle conclusioni di Renzi ha tirato le fila dei workshop tematici. Ha parlato del documento originato dai tanti interventi dei partecipanti ai gruppi tematici, un dossier che verrà poi consegnato a Renzi per la stesura definitiva del programma congressuale.

(Tratto da l’Unità)

Personalmente condivido alla lettera le parole di Debora Serracchiani:

“Non accettiamo nessuna lezione da chi prima ha ucciso Ulivo e adesso sta cercando di uccidere il Partito democratico”. E agli scissionisti dice: “Pisapia è la sinistra a cui guardare, ma chi è uscito dal Pd non pensi di rientrare con quel listone. La soluzione non è girare le spalle, andarsene vigliaccamente e poi condizionare il partito da cui si è usciti, non ci faremo condizionare”.

 

IERI E OGGI

IERI E OGGI

gli-alleati-della-destraSpero che gli alleati della destra di oggi, destra di cui fanno parte anche i devoti del blogghe, facciano la stessa fine di quello di ieri. Ho lasciato Emiliano nell’immagine perché assomiglia tanto al famoso “cavallo di Troia”. Restare per distruggere. In effetti il pm pugliese è strano, molto strano. E’ andato a cena con Berlusconi, ma dice che non farebbe mai un governo con lui, ma solo coi grillini. Tant’è vero che, per avere un voto in più (forse nelle prossime primarie del Pd) sul problema vaccini ha dato ragione ai grillini, infischiandosene della salute delle persone.

Siamo messi così, nel pianeta dei matti.

Scrive Mattia Feltri su “La Stampa”

Notizie dal pianeta dei matti. Luigi Di Maio ha detto che il Pd ha fatto danni come una guerra mondiale, e al tramonto dell’impero i cortigiani arraffano quello che possono. Michele Emiliano, candidato alla guida del Pd, ha detto che non farebbe mai alleanza con Forza Italia ma coi Cinque stelle sì, forse sui presupposti offerti da Di Maio. Miguel Gotor, senatore uscito dal Pd, ha detto che Luca Lotti dovrebbe dimettersi per coerenza, come furono fatti dimettere Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi. Il ministro Maria Elena Boschi, che invece non fu costretta alle dimissioni, sebbene molti gliele chiedessero per l’inchiesta sul padre in Banca Etruria, ha annunciato che il padre è stato prosciolto.

L’ex direttore del Quotidiano della Calabria è invece stato condannato perché il giornale definì d’assalto il pm John Henry Woodcock a proposito dell’indagine su Tempa Rossa, per cui si era dimesso il ministro Guidi e poi finita in nulla; la Cassazione ha stabilito che è diffamatorio definire d’assalto Woodcock perché ne vulnera gratuitamente la dignità, e però è legittimo sottolineare la negligenza in diritto amministrativo e civile del medesimo Woodcock. Che ora è tornato in prima pagina per l’inchiesta Consip e le sue spettacolari fughe di notizie, spettacolari come quella su Antonino Ingroia, ex pm antimafia che deve rispondere di spese allegre da manager della Regione Sicilia. «Qualcuno ha dato la notizia in pasto alla stampa», ha detto Ingroia, che per la stampa del pianeta dei matti fu boccone prelibato.

 

PREVALE LA CULTURA DEL SOSPETTO

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di Giuseppe Turani | 04/03/2017

Le tangenti Consip non sono state trovate, e probabilmente non ci sono. Gli appalti non sono stati vinti. Il sistema Consip viene descritto come non manipolabile. Eppure buona parte della stampa italiana procede dritta e sicura puntando il dito contro il clan Renzi, descrivendolo come una banda di Chicago, che si è impossessata del potere e che stava per fare chissà che cosa.

Ci sarebbe da chiedersi che cosa stia capitando a tanti illustri commentatori. Tutto è saltato, nessuna prudenza è stata messa in campo: trattasi di delinquenti (la banda di Rignano) e vanno spazzati via, senza se e senza ma.

Nessun rispetto per norme costituzionali e nessun rispetto per il buon senso. Nessuno sa indicare movimenti di soldi o altro. Ma non importa. Potevano delinquere, e questo basta. Le sentenze sono già state emesse. Emesse da condannati (più volte) per diffamazione o per plurimo omicidio colposo. Buone lo stesso. Raffinati intellettuali non disdegnano di mischiarsi con questo demi-monde di rovistatori del fango. Anzi, aggiungono la loro raffinata prosa a quella dozzinale dei rovistatori, felici di essere tornati a avere un ruolo di frontiera.

Ma questa è l’Italia 2017. Inutile lamentarsi: è così, e basta.

Ci si può chiedere, allora, perché tutto questo accanimento. E la storia è abbastanza semplice. Ci sono due o tre motivi.

1- FORSE SBAGLIANDO, MA RENZI AVEVA TENTATO di ridisegnare, con il suo progetto di riforma costituzionale, una “nuova Italia”. Questa nuova Italia aveva un difetto: faceva saltare molte vecchie consorterie, molte posizioni acquisite, metteva in pericolo tranquilli e decennali tran tran. E quindi contro quel progetto si è scatenata una guerra di tutti contro uno: Renzi.

Alla fine hanno vinto. Ma non bastava. Bene o male il 40 per cento dei cittadini votanti si era dichiarato favorevole. Un grave pericolo. Quindi Renzi andava indebolito: a gran voce se ne sono chieste le dimissioni da segretario del partito (quelle da presidente del consiglio le aveva date subito). Accontentati anche in questo. Solo che le  dimissioni del segretario rendono inevitabile il congresso per la nomina di un nuovo segretario. I sondaggi dicono che Renzi vincerà alla grande contro due candidati, di cui uno francamente impresentabile e l’altro esponente della vecchia guardia. Di meglio non si è stati capaci di  mettere in campo.

Pericolo: vuoi vedere che ci ritorna fra i piedi? E allora, visto che i suoi fan sembrano tenere duro, si passa alla liquidazione per via mediatica. Disponibile c’è tutto il know how accumulato con Berlusconi. Basta replicare e insistere. Non è nemmeno un lavoro faticoso, si tratta di copia e incolla. Lo si può fare stando in vacanza, dalla terrazza dell’albergo, via wi-fi.

2- MA C’È UN DISEGNO POLITICO DIETRO questa grandinata di attacchi costruiti sulle chiacchiere? Sì. E anche abbastanza scoperto. Con il nuovo sistema elettorale è quasi certo che bisognerà andare a una coalizione. Poiché i rapporti fra il Pd renziano e tutto ciò che sta alla sua sinistra sono pessimi (politicamente e culturalmente), è assai probabile che questa coalizione si faccia con Berlusconi (o con frammenti di quell’area politica), che quindi tornerebbe in gioco. Vade retro.

Quelli che oggi attaccano Renzi sulla base di foglietti trovati in mezzo alla monnezza hanno un progetto molto diverso: il perno del futuro governo deve essere Grillo, con un appoggio (in posizione subalterna) di un Pd liberato da Renzi e ubbidiente.

Insomma, meglio Di Maio o l’Appendino a palazzo Chigi (magari con un Bersani vice-presidente) invece di Renzi o di un suo amico. Meglio, sembra di capire, un ritorno all’Italia anni ’50 (poche auto in giro, poca energia, cibi vegani coltivati sul balcone) che il tentativo di costruire un paese moderno che guarda lontano, che cerca di riavere un suo ruolo importante in Europa e nel mondo.

Questo può sembrare un disegno miserevole, ma è l’unico che sta sulla piazza. Meglio chiunque altro (anche Grillo e la Taverna) di Renzi.

Si può a questo punto recitare un de profundis per gli esponenti di un’area culturale che per anni sono sembrati impegnati a insegnarci la modernità e che invece si stanno rivelando come fior di reazionari: qualunque cosa purché non cambi nulla, stiamo affondando, ma sarà una cosa lunga e nemmeno noi siamo eterni.

TRA UN PO’ DI TEMPO

mare-del-giapponeTRA UN PO’ DI TEMPO

E’ chiarissimo che non ho doti divinatorie.

Mi piacerebbe.

In ogni modo, mi rassegno, tuttavia vorrei saper leggere le foglie del tè e indovinare ciò che succederà, almeno qualcosina.

Mi predirei i numeri del superenalotto, li terrei per me invece che spiattellarli in televisione, li giocherei e poi, tanti saluti. Mah! Pazienza, solo stupidi sogni.

Pur non avendo doti divinatorie, non manco, credo, di un minimo di quel sesto senso che deriva dagli anni, dall’esperienza accumulata e da una, per quanto vaga, percezione dei meccanismi della politica a anche della statistica, e quindi azzardo una previsione.

Vogliamo  scommettere che tra un tot di tempo, un paio d’anni ma anche meno, quando comunque sarà venuto meno il fine ultimo, quando l’utilità dell’operazione sarà terminata, perchè si è raggiunto in un modo o nell’altro il risultato politico prefisso, e l’attenzione pubblica sarà migrata verso altri, più succosi obiettivi, tutta questa torreggiante, travolgente, mirabolante inchiesta, piena di rivelazioni, ministri, padri, commesse, pentiti, foglietti raccattati e reincollati, arresti, discariche, il più grande appalto del mondo ecc ecc finirà in vacca?

Tutti al mare.

 

ALGUNAS FAVAS

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Ma precisamente cosa intendono, oggi, nel 2017, quelli che dicono “il nostro popolo”? Il nostro popolo non capirebbe, stiamo perdendo il consenso del nostro popolo, il nostro popolo ci sta lasciando, il nostro popolo sta andando con Pippo o Pluto, eccetera eccetera?

Lo chiedo senza alcuna intenzione polemica, sia chiaro, ma da semplice cittadina che non è antropologa.

A quali “popoli” fanno riferimento?

Ai popoli novecenteschi?

Gli operai della Magneti Marelli, gli arrostitori di salsiccia alle Feste de l’Unità, il popolo proletario, il popolo della classe operaia?

Così, per capire.

Quei popoli lì non ci sono più.

Fine trasmissione.

Tuttavia, ammesso che ce ne fosse qualche rimasuglio, alla lunga sarebbe sempre più minoritario.

Quindi, se si hanno tra i 40 e i 50 anni e dei figli piccoli a cui dover rendere conto, non si può pensare a “quel” popolo.

A meno che la sinistra non voglia vincere algunas favas, come canterebbero gli Inti Illimani.