Archivio autore: speradisole

IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

Il pessimismo ce lo portiamo dentro per ragioni storiche, evidentemente.

Infatti, da una recente ricerca svolta dal Reputation Institute in 13 nazioni, risulta che il 56% degli italiani ha un giudizio negativo sul proprio Paese.

Siamo in coda alla classifica.

In Francia, paese che da sempre ha un’alta concezione di sé, i pessimisti rappresentano solo il 27% della popolazione.

È questo, dunque, lo spirito con cui affronteremo il futuro, sempre?

Come sarà il 2018? Sarà un anno complesso, già lo sappiamo.

Dovremo trovare 20 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Dovremo, probabilmente con una manovra correttiva, contenere l’indebitamento in prossimità dell’1,6% come prescrittoci dalla Commissione europea.

Dovremo provare a incrementare la crescita del Pil.

Dovremo inventarci una formula di governo che assicuri un po’ di stabilità.

Dovremo, o meglio, dovremmo, con due emme, riformare le istituzioni per temperare la dissennata riforma federalista del 2001 e per velocizzare, dando più forza al governo, il processo decisionale.

Dovremmo anche darci un sistema elettorale più efficace, possibilmente ispirandoci al doppio turno di collegio francese.

Ce la faremo? Il sentimento nazionale dice di no, e infatti i più pessimisti tra i politici e gli intellettuali già evocano Weimar, ovvero l’ingovernabilità e il caos che in Germania precedettero l’avvento del nazionalsocialismo.

Pessimisti ai limiti del catastrofismo.

In un raro impeto di ottimismo, ci sentiamo invece di fare una previsione diversa, anche se con tanti se.

Se vinceremo il pur legittimo richiamo dell’astensionismo e andremo a votare pensando non di fare dispetto a qualcuno ma di fare del bene a un’Italia mai come oggi bisognosa di stabilità.

Se avremo memoria delle grandi prove date dalla nazione nel dopoguerra come ci rammenta un recente saggio dello storico italoamericano Robert Leonardi.

Se accetteremo il fatto che il trasformismo è la vera costante della nostra storia nazionale.

Se, se e ancora se… ce la faremo.

Poi, certo, è possibile che ci troveremo alle prese con formule politiche provvisorie.

Ma, come osservava il grande Giuseppe Prezzolini, «in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio».

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COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

COLPA NOSTRA E BRAVI LORO

In Germania è nata la nuova grossa coalizione 2.0. Soddisfazione da parte di entrambi i leader, Angela Merkel e Martin Schulz, con la prima che si è limitata a dichiarare di aver «lavorato per un governo stabile», mentre il secondo si è sbilanciato parlando del raggiungimento «di un risultato eccezionale» Merkel e Sultz sono riusciti a mettersi d’accordo.

Ma ciò che più interessa il nostro paese è che c’è qualcosa alla base dell’accordo che travalica le politiche interne tedesche.

Sarà infatti l’asse con la Francia a livello europeo l’architrave del patto di coalizione, una conferma a quanto dichiarato di recente da Emmanuel Macron, durante la sua visita romana in compagnia di Paolo Gentiloni, occasione utilizzata non solo per lanciare un plateale endorsement al primo ministro italiano, ma anche per sottolineare la complementarietà del rapporto fra Parigi e Roma rispetto all’asse renano con Berlino, il quale resta riferimento unico dell’Ue.

A questo asse, quindi, dovremo continuare a sottostare, nonostante i complimenti e le lodi sperticate dell’inquilino dell’Eliseo al nostro Paese e al governo che resterà in carica ancora fino a metà marzo.

Non deve stupire la straordinaria contemporaneità fra la conferma di questa realtà di fatto e il suo manifestarsi concreto sotto gli occhi del ministro Carlo Calenda, visto il ritorno sia di Lufthansa che di Air France al tavolo delle contendenti per le spoglie di Alitalia.

Colpa nostra e bravi loro a cercare di comprarsi gli assets più proficui con un tozzo di pane, visto che abbiamo lasciato che l’ex compagnia di bandiera fosse gestita come uno stipendificio e un bacino elettorale per anni e anni, facendo finta di non vedere bilanci disfunzionali e manager strapagati che li sottoscrivevano, salvo poi godersi liquidazioni faraoniche.

L’INSISTENZA

L’INSISTENZA

Mi ritengo una persona abbastanza accogliente e che cerca di interessarsi al prossimo e ai vari modi d’essere, accettando i più svariati lati caratteriali.

C’è una cosa però che faccio molta fatica a tollerare in alcune persone, ovvero l’insistenza.

So bene che in certe occasioni questo atteggiamento vuol essere positivo, come chi vuole farti assaggiare forzatamente una pietanza o offrirti a tutti i costi un bis, ma in altri contesti questo atteggiamento è assai difficoltoso da gestire serenamente per me.

Ho imparato da tempo a dire di no, cortesemente ma fermamente, eppure con alcune persone diventa una vera e propria battaglia.

E poco conta l’assertività in questi casi anzi, si rischia di dare risposte maleducate. Ma l’insistenza è di per sé maleducazione, mancanza di rispetto.

Mi sa che con il passar del tempo divento sempre meno accondiscendente.

Confido tuttavia nel mio carattere abbastanza pacato, per non ingaggiare veri e propri combattimenti verbali.

Ci sono atteggiamenti o le modalità che infastidiscono molto, come nel caso della insistenza.

Comincio a trovare truculenti e stupide le insistenze su un fatto politico, quando ormai è stato detto tutto e di più, e si è inventato anche l’impossibile, serve solo a fare tirature più numerose ai giornali o a renderci più incapaci di un giudizio sereno..

Non riesco a tollerare l’insistenza con cui un intervistatore caccia il microfono sotto il naso di una persona che ha appena perso una persona cara tragicamente. ” Come si sente adesso?”, “Cosa prova?”. L’intelligenza e il rispetto, in questi casi, sono doti rare. Questo è un modo di insistere che non solo non riesco a tollerare, ma proprio mi fa incazzare.

COME FALENE ATTIRATE DALLA LUCE

DA UNO VALE UNO A UNO VALE UNO VIP

Il primo passo di Di Maio verso la corsa alla elezioni politiche ed alla premiership, è stato quello di pretendere da Beppe Grillo di cambiare (di nuovo!) le regole dello statuto del Movimento, per poter selezionare, personalmente, il nome di candidati con un “alto profilo” pubblico, non necessariamente iscritti al Movimento e che non debbano passare dalle parlamentarie.

Figure come: Gianluigi Paragone de la Gabbia, Dino Giarrusso delle Iene, il comandante Gregorio De Falco, quello che intimò a Schettino di risalire sulla nave (“torni a bordo cazzo!”), il vicedirettore di Tg Studio Aperto Emilio Carelli, l’attrice Claudia Federica Petrella “candidata a sua insaputa” che prima smentisce e poi dichiara la sua candidatura, il vignettista Mario Improta in arte Marione e molti altri Vip che in questo caso, non siano necessariamente sinonimo di professionisti altamente qualificati, ma volti noti della tv e dei social, nomi insomma, che facciano presa sulla ggggggente.

Si è passati dall’uno vale uno, a uno vale uno Vip.

La prossima volta i candidati li sceglieranno direttamente dai concorrenti dell’Isola dei famosi (che poi pensandoci bene, con Rocco Casalino l’hanno già fatto).

Non contento peraltro, Di Maio sta continuando a lanciare appelli alla società civile “chiedendo a tutti coloro che vogliono dare un contributo per il cambiamento dell’Italia di farsi avanti, sia per quanto riguarda le candidature, sia per quanto riguarda la squadra di governo”.

Stavolta è di Di Maio che nella veste di capitano del M5S grida: “Salga alla Camera cazzo!”.

Il suo primo (ma anche secondo, terzo, quarto) passo, falso.

E c’è chi, attirato dalle lusinghe e dall’ottimo stipendio, ci casca come il signor Elio Lannutti di Codacons (Come le falene attirate dalla luce, finché non muoiono stecchite).

MURO LUCANO

MURO LUCANO

Spesso mi diverto a scoprire da quali paesi arrivano gli ingressi al blog. Anche un solo ingresso mi incuriosisce. Le bellezze che scopro sono infinite e davvero sorprendenti. La storia, la posizione geografica, la tradizione. Ecco per esempio: Muro Lucano in Basilicata. Splendido e nello stesso tempo incredibile. Si distende a gradinata su uno scosceso pendio affacciato su una gola. Bellissimo. Ringrazio moltissimo quel lettore che mi ha fatto scoprire le bellezze del suo paese. Grazie.

http://www.legiuggiole.com/il-territorio/muro-lucano/

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

(Post per chi ha pazienza)

Non mi piacciono i francesi, almeno i loro capi e ho voglia di parlarne male.

Quando ero piccola girava fra noi ragazzi, una canzoncina sulla nostra Bandiera.

Diceva:

“Bianco, rosso e verde color delle tre merde”, cantavano i francesi.

“Bianco, rosso e blu, le tre merde le mangi tu”, rispondevano gli italiani.

Pare che non ci siamo mai amati molto. Neanche da piccoli.

Il primo dei caporioni che mi viene in mente è il “tristissimo e dannosissimo” Jean-Claude Trichet, nato a Lione il 20 dicembre 1942 è un banchiere ed economista francese che è stato presidente della Banca centrale europea dal 1° novembre 2003 al 16 maggio 2011, quando finalmente è stato eletto Mario Draghi. È stato la rovina dell’Italia, della Grecia e, in parte della Spagna. In bocca aveva solo la parola “austerità”, ma non per la Francia.

Poi De Gaulle che con la sua grandeur, ancora viscerale nei francesi, ha rotto i coglioni per tutto il suo tempo e a tutto il mondo. E quando scorro la storia della seconda guerra mondiale, mi balza agli occhi il fatto che questo generale, è sempre stato molto lontano dai veri campi di battaglia. All’inizio della guerra scappa in Inghilterra, e da lì lancia appelli, via radio, alla resistenza francese, ma sul campo di battaglia si è servito dei poveracci che facevano parte del suo impero coloniale nord africano. Torna a Parigi solo quando dei tedeschi non c’è più nemmeno l’ombra.

E adesso Macron, il miracolato Macron che fa di tutto per escluderci. Ci esclude in Libia, ci esclude dal Fincantieri, in sostanza vuole prendersi le nostre risorse, il petrolio libico e la costruzione di grandi navi, quelle che solo gli italiani sanno fare. E se avete notato, in Europa, non parla mai con noi. Ed è di questi giorni la notizia che Macron con la Merkel hanno appena sottoscritto un patto di collaborazione. E Macron è venuto in Italia per estendere questo accordo a Gentiloni. Sostanzialmente ci servono un piatto già preparato. Un prendere o lasciare, non è così che si collabora. Infatti sentite cos’ha detto: ha detto chiaro e tondo che l’intesa tra Francia e Germania era e resta «strutturale» e che ogni ipotesi alternativa è «semplicemente una perdita di tempo».

Quando un sentimento sta nel nostro corpo non si può dimenticare. Ogni tanto ribolle.

Ma ci corre l’obbligo di passare ad una storia vecchia di 70 anni, che ha portato tante ferite. Si tratta del generale Alphonse Juin francese, che ordinò alle truppe coloniali francesi (Cef), di stuprare le donne italiane, per far pagare loro tutti i tradimenti possibili, ma solo immaginati. Compreso il fatto, forse ma non tanto, che abbiamo avuto il coraggio di cacciare Napoleone.  E’ un articolo della “Stampa” cultura, sulle Marocchinate, scritto il 16 marzo 2017. E’ da leggere, anche se lungo, per capire.

Ed ecco le “Marocchinate”:

 La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia.
L’pisodio del remake porno del film di De Sica diventa l’occasione per parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 Goumiers marocchini
Pubblicato il 16/03/2017
andrea cionci
 Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili.

Il film “La ciociara”

Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.

 

 Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF

Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze

Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

 Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti

Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi. In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo.

Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.

 

 Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo

Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno

Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.

 Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi

I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.

7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi

Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana

Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”. Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin

Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.

 Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle

Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli – che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività. Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.

Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime  

Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

 Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica

Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia

L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa.

Meno male, dico io, bisogna ricordare queste cose, come si ricordano le leggi razziali, l’olocausto, le foibe, i partigiani, le fosse ardeatine, la strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzena e tutto il resto. Questa storia non va dimenticata, mai.

 

 

STRAMBERIE NOSTRANE

STRAMBERIE NOSTRANE

Siamo strani nei pensieri e negli atteggiamenti e rendersene conto sarebbe un passo avanti, verso ciò che professiamo, ma che non mettiamo in pratica.

La politica attua un lavaggio del cervello, consapevole o inconsapevole che sia, ci monopolizza l’esistenza.

Conosco chi educa i propri figli nella fratellanza universale, nel concetto di famiglia allargata e di tolleranza assoluta e poi elimina dalla propria vita chi non la pensa come loro, critica fortemente chi ha una situazione più agiata della loro, mostra i denti con critiche dure verso le religioni, soprattutto quella cristiana cattolica.

Mi chiedo se mai capiranno come si stiano comportando.

Esattamente uguale a tutti, cambiano solo i destinatari dei loro pensieri, insani come quelli di chiunque altro.

Sono coloro che affermano che non esistono differenze tra gli uomini e poi vivono di pregiudizi e sostengono che, in politica, quelli di destra sono razzisti e quelli di sinistra sono i buoni e la chiesa è marcia.

Bisognerebbe guardarsi allo specchio e toglierci la grossa trave che abbiamo nell’occhio e poi si potrà aiutare chi ha la pagliuzza nel suo. A volte il Vangelo aiuta. Ma anche il buon senso e la libertà di pensiero.

Spesso tutti i finti buonisti in giro per il mondo che non sono altro che marcio camuffato di bella apparenza.

Quelli che fanno di tutta l’erba un fascio, senza distinguere tra delinquenti e gente perbene della società.

C’è chi pensa che la politica risolva i problemi, mentre non capisce che la soluzione ce l’abbiamo dentro.

Quelli che parlano senza azionare il cervello, perché è vero che siamo una macchina e che il cuore è il motore, ma il cervello non va sottovalutato, nel caso che pensi e mediti sulla realtà delle cose, porta dove vuole, a prescindere dal motore.

Chi non capisce che il bene che si fa, serve ad influenzare altri a farlo e non per sentirsi dire grazie.

Chi si arrabbia per le cose storte che vede e parlando viene punito.

Chi pensa che le cose non cambieranno mai.

A questi ultimi il mio più sincero vaffa. Perché sono i più pericolosi, apatici che non vogliono che le cose cambino e che affidano sempre agli altri lo sforzo di cambiare. Sono i più debosciati, i più asociali, e i più vili, perché pur avendone tutte le possibilità stanno bene così, nel loro mondo tranquillo e non vogliono che altri possano migliorare la propria vita.

 

UCCIDERE PER EMOZIONARSI

UCCIDERE PER EMOZIONARSI

Nel giugno del 2000 tre ragazze di Chiavenna uccisero, con 19 coltellate, una suora Maria Laura Mainetti di 61 anni. C’era Ambra, considerata un po’ la regista dell’operazione, e le sue amiche Veronica e Michela. Tutte e tre minorenni. Delle tre amiche Veronica fu scarcerata nel 2004, dopo aver scontato la metà della pena, poi Milena scarcerata nel 2006 fu accolta nella comunità di Don Mazzi e infine Ambra nel 2008, in semilibertà, la notte doveva rientrare in carcere. Tutte e tre furono ritenute parzialmente incapaci di intendere e di volere.

Ma il motivo? Quando i carabinieri cominciarono ad indagare sull’omicidio della religiosa, si trovarono di fronte a buio pesto. Buio sul movente che pare non ci fosse, non potendosi chiamare “movente” il bisogno delle tre ragazze di emozionarsi, e buio nei loro cuori e nelle loro facce atoniche, se è vero che chi ha assistito al loro interrogatorio è rimasto sconvolto dalla loro totale indifferenza, tranquillità e serenità con cui le ragazze hanno risposto alle domande del procuratore, come se nulla fosse accaduto o nulla per davvero le riguardasse. Forse per divertimento hanno tirato in ballo anche Satana.

Ma chi sono questi ragazzi o queste ragazze che uccidono per gioco, per provare emozione? Com’è fatto il mondo per loro? Non il mondo in genere, ma il mondo di questi adolescenti che pure frequentano la scuola?

Com’è il loro apparato cognitivo?

Alcuni studiosi, tra cui cito Marco Lodoli, insegnante che scrisse un articolo su Repubblica, nel 2002, intitolato “Il silenzio del miei studenti”, hanno cercato di descrivere il loro apparato cognitivo in questi termini.

“A me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di una società che vuole distendersi verso il futuro. La mia non è una sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Sto notando qualcosa di molto più grave e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente. I processi intellettivi più semplici, un’elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film sono diventati compiti sovrumani, di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio”.

È una diagnosi molto severa, resta solo da aggiungere che carenti non sono solo i nessi cognitivi, verbalizzati con un linguaggio che più povero non si può immaginare, ma anche quelli emotivi, per cui viene da chiedersi se questi ragazzi dispongono ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenersi da gesto.

Se non si è capaci di elaborare questi conflitti, succedono poi cose brutte e incomprensibili, come le sparatorie negli stadi e l’incapacità di controllare la propria collera, oppure l’odio incontrollato verso un avversario, fino a portare alla violenza. O, come è successo alle tre ragazze di Chiavenna che hanno ucciso per provare un’emozione, così, gioco forza,  sono state dichiarate incapaci di intendere e volere.

SPETTACOLO O FOLLIA?

SPETTACOLO O FOLLIA?

Il nostro tempo vuole la pubblicizzazione dell’individuo.

In una società consumistica, dove le merci per essere prese in considerazione devono essere pubblicizzate, si propaga un costume contagioso.

Chi non irradia una forza di esibizione o di attrazione più intensa degli altri, non lo riconosciamo, non lo consumiamo, in pratica non c’è.

Per esserci bisogna dunque apparire

E chi non ha nulla da metter in mostra, non una merce, non un corpo, non un’abilità, non un messaggio, pur di uscire dall’anonimato mette in mostra la propria interiorità, quei sentimenti e quelle sensazioni che resistono all’omologazione che, nella società di massa, è ciò a cui il potere tende per una più comoda gestione degli individui.

Ci si mette in mostra come persona. Scambiamo la nostra identità con la nostra pubblicità dell’immagine.

Il Grande Fratello e L’sola dei Famosi sono stati ideati fondamentalmente per questo, ma falliscono lo scopo perché quando una dozzina di persone sono chiuse in uno spazio ristretto o relegate su un’isola remota, senza libri né giornali con nulla da fare tutto il giorno, quello che mostreranno non sarà assolutamente la loro normalità, ma la loro patologia.

Sviscereranno quanto di più contorto c’è nella loro anima, senza la possibilità di contenerla, come facciamo noi nella vita reale con le occupazioni e il lavoro.

Spettacolo della pazzia quindi, e non della normalità.

LA LETTURA

LA LETTURA

“L’atto della lettura è a rischio. Leggere, voler leggere, saper leggere, sono sempre meno comportamenti garantiti. Leggere libri non è naturale e necessario come camminare, respirare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi. Non è un’attività primaria, né fisiologicamente né socialmente. Viene dopo. E’ una forma di arricchimento, implica una razionale e volontaria cura di sé. Leggere letteratura, filosofia e scienza, se non lo si fa per professione, è un lusso, una passione virtuosa o leggermente perversa: un vizio che la società non censura; è sia un piacere che un proposito di automiglioramento. Richiede un certo grado e capacità di introversione concentrata. E’ un modo per uscire da sé e dall’ambiente circostante, ma anche un modo per frequentare più consapevolmente se stessi e il proprio ordine e disordine mentale.”

E’ questo l’incipit di un articolo di Alfonso Berardinelli. L’articolo si pone come scopo di mostrare come la lettura può far correre dei rischi, come i libri possono essere contagiosi in quanto contribuiscono alla costruzione dell’identità personale.

Partendo da questa tesi, quanti di noi o quanto la società si è fatta influenzare da certi libri?

Pensiamo un momento a quanto i libri di Marx hanno influenzato la storia degli ultimi 100 anni o i Vangeli quella degli ultimi 2000.

Come sarebbe il mondo se non fossero esistiti questi libri?

E noi nel nostro piccolo quanto ci siamo lasciati influenzare dai libri? Quante madame Bovary ci sono in giro che si sono riempite la testa di libri rosa e che ancora sognano il grande amore di un principe azzurro che travolga la loro vita?

Eppure leggere è ancora il più grande atto di libertà che l’uomo possa fare.

Non per nulla ogni dittatura ha sempre messo al bando dei libri perché essi avrebbero potuto minare il pensiero unico che ogni dittatura porta con sé.

Il conoscere il pensiero altrui, allarga il nostro pensiero.

Cosa saremmo se non avessimo letto certi libri? Quanto i libri che abbiamo letto hanno influenzato il nostro modo di vedere la vita, il nostro pensiero? Quante emozioni sono scattate dentro di noi perché le avevamo già vissute attraverso i libri?

Noi non siamo solo ciò che i geni hanno deciso che noi fossimo e neppure solo ciò che le esperienze che abbiamo vissuto ci hanno dato. Siamo anche quanto abbiamo letto, il nostro pensiero è anche quello che i libri hanno costruito dentro di noi. Il nostro mondo interiore è costruito anche attraverso il pensiero di altri che sono vissuti prima di noi, che hanno scritto dei libri e che ci hanno trasmesso il loro pensiero attraverso di essi e che noi abbiamo ricevuto leggendo i loro libri.

Infine, come saremmo se avessimo letto libri diversi da quelli che invece abbiamo letto?

Perciò il più bel regalo che si poteva fare in queste feste era un bel libro.