Archivio autore: speradisole

LA LEGA È COSÌ


 LA LEGA È COSÌ

Qualche giorno fa, da rete quattro, uno di quei tg che la racconta come a loro conviene, e come governerebbero la realtà, nel caso fossero al comando i biechi della setta di Salvini, Meloni e Berlusconi, svetta l’ennesimo lungo servizio sul reparto di terapia intensiva, allestito, caparbiamente, a suon di milioni di euro, in larga parte berlusconiani, negli spazi della fiera.

Ventiquattro letti intonsi e ben tirati, apparecchiature brillanti, aria di montagna. Tutto vuoto, non c’è un’anima viva.

Tranne le telecamere.

Dicevano che avrebbero messo su una struttura con seicento posti, ed eccone un paio di decine, ancora incelofanati.

La camera accarezza quel lindore, due giorni dopo quella pazzesca conferenza stampa che, nella sostanza, voleva essere uno schiaffo della regione Lombardia, allo Stato, al Governo nazionale e alle sue colpevoli lungaggini burocratiche, di fronte ai tempi strettissimi imposti dal virus.

Due giorni dopo, quella scena imbecille e tronfia che ha costruito un assembramento pericoloso, pur di mettere a punto uno spot elettorale, il tg4 ci torna su, torna su quel bluff con aria di trionfo.

Notizia nella notizia, ecco una succulenta intervista al Presidente della Regione, il sempre “allegro” Fontana.

Un’altra? E che male c’è?

Tutto bene, lo speaker alza la palla quanto serve, mentre Fontana annuisce col capo: ecco che magnifico lavoro! Che esemplare realizzazione di una volontà, che ha saputo passare dalle parole ai fatti, condensando la materia, prima che cadessero le parole!

C’è da esserne orgogliosi!

E tutto questo è stato possibile perché, in sostanza, si è mossa l’iniziativa privata fortemente promossa proprio dal volitivo bontempone che governa la regione.

Non è così? Chiede l’intervistatore: “lei ha fatto una considerazione giustissima [..]”commenta Fontana entusiasta, finalmente a casa sua, dove gli appoggiano il piatto di minestra sul tavolo imbandito, nello spazio di un respiro.

Il video torna in redazione e il solito speaker, convinto d’aver bardato il cavallo giusto, insiste e rilancia riflettendo a voce alta: il presidente Fontana, e la sua dura lotta contro il primo nemico dell’Italia e degli italiani, (voi penserete) il virus? No, lo Stato, fine.

Le valli lombarde sono cimiteri di poveri anziani falciati dal covid19, nel totale disinteresse della regione, molti non sono nemmeno contati.

Così come non si sa, quanti altri esseri umani abbiano smesso di esistere al Trivulzio, per errori gravi di chi avrebbe dovuto tutelare quelle vite, ma se la raccontano su.

Mentre sparano sul Governo, sullo Stato, su tutto ciò che non sono loro.

Intanto, si contano le bare e più di qualcuna finisce, in Lombardia, sotto il tappeto.

Ma vorrebbero raccontarla loro la storia.

Che io sappia alla megastruttura fieristica ideata da Bertolaso, sono stati trasferiti, per ora, 2 pazienti: un uomo di 73 anni ed una donna di 63.

Speriamo che, oltre alla grande struttura, ci siano medici ed infermieri a sufficienza per farla funzionare.

Altrimenti? Boh!

Ma la vera verità e questa:

Sicuramente non è passata inossarvata la robiante inaugurazione (quasi in Euromondiale) dell’ospedale da 600 posti letto (per il momnento erano 24), della Fiera di Milano.

Erano in tanti, vicini vicini, tanto da rischiare seriamente il contagio.

Quello di cui la Lega si è vantato, spellandosi le mani. “Ah, se non avessimo fatto da soli!”! Come dire se al Governo ci fossero Salvini, Meloni e la corte di Berlusconi, le cose sarebbero andata benissimo.

Bene. Ecco la “bella” notizia.

Son stati così bravi da aver costruito un ospedale, dimenticandosi una minuzia: i medici.

Non ci sono i medici.

Una piccola distrazione?

Nella furia di aprirlo, si son scordati questo dettaglio.

Allora hanno avuto una bella idea: proporre uno “scambio” con governatore del Piemonte, sempre destra.

Voi ci date i medici, noi qualche posto letto.

Hanno trattato per un paio di giorni e poi Cirio, dato che le richieste lombarde erano esose, ha risposto picche.

Arrivederci.

E così c’è un ospedale per cui la bella inaugurazione è stata fatta, ma che è senza medici.

E indovinate un po’ a chi si dovrebbero rivolgere ora per trovare questi medici? Al governo nazionale. Quello “delle briciole”, quello che Fontana attacca da settimane.

Attendiamo dunque la richiesta. E poi un’altra bella conferenza stampa di Fontana.

Dove stavolta farà finalmente un’eccezione?

Non credo.

Il Presidente della Regione Lombardia, Fontana, anziché glorificarsi per aver aperto ospedali senza medici, riscoprirà qualcosa, che le parole, la fretta di dimostrare che si è più bravi, che la privatizzazione delle cose sanitarie sono il futuro, dovrà dire “grazie”, molte volte, a qualcuno che non è lui.

Ma non lo farà Mai. La lega è così.

[Però, dove c’è Sindaco Gori, per quanto riguarda la velocità della Lombardia nell’attrezzare ospedali da campo, la lega ignora o più verosimilmente finge di non saperlo, che i due ospedali, tirati su in tempi record, sono stati solo quelli alla Fiera di Bergamo, allestito dagli alpini, e quello fuori dall’ospedale di Cremona, donato da Samaritan’s Pursue, una organizzazione umanitaria cristiana evangelica statunitense, che con i suoi medici e le sue attrezzature si è messa a disposizione per dare una mano e salvare vite in una delle zone più colpite dal Coronavirus. E dove operano i medici della tanto odiata dai sovranisti Emergency di Gino Strada].

A CHE SERVONO LE JEEP MILITARI RUSSE IN ITALIA?


A CHE SERVONO LE JEEP MILITARI RUSSE IN ITALIA?

Conte ha chiamato Vladimir Putin, per avere aiuti (così pare).

Si è consultato con altri ministri? La risposta è no. Tutto è rimasto a uso e consumo della leadership di Conte.

Ma che tipo di aiuti ci hanno mandato, a che servono le jeep militari, a che serve uno numero così elevato di personale militare?

A nessuno è sfuggito che quello è stato uno “sbarco”, non solo l’invio di aiuti, ed ha un grande significato politico.

A riceverli non c’è Conte, Non c’è il consigliere militare di Palazzo Chigi, non c’è il ministro della Difesa. C’è Luigi Di Maio, forse anche per rubare la scena a Conte.

L’esercito italiano ha un reparto di eccellenza di grande e riconosciuta esperienza, il 7º Reggimento difesa CBRN Cremona specializzato nella difesa nucleare, biologica e chimica. «Che senso ha far venire una squadra russa?», si domandano nell’esercito. Sarà proprio il reggimento Cremona a lavorare con il contingente russo.

Dai suoi canali tv e social Mosca inonda il sistema informativo di immagini molto forti: mezzi militari russi, con annessa bandiera, sulle autostrade italiane e ufficiali di Mosca in briefing con soldati italiani chinati su una cartina dell’Italia.

La comunicazione ufficiale di Palazzo Chigi però non appare.

La stampa italiana comincia a fare domande.

  • È possibile conoscere la lista dei componenti della missione russa?
  • Da quale ufficio la missione russa viene gestita vista la presenza di militari?
  • Altri paesi dell’Unione europea hanno accolto una missione russa?
  • Fonti non italiane ci hanno riferito che il Centro di ricerca delle protezione biologica del Ministero della difesa russo opera sotto il comando diretto delle Forze Speciale del GRU, il controspionaggio di Mosca.
  • Il Ministero ne è a conoscenza lo può confermare o smentire?

La risposta arriva a voce: «Non è possibile rispondere a queste domande». Questioni di sicurezza nazionale.

Ma sono i media russi, più che il governo italiano, a dare la risposta: comunicano l’entità degli aiuti, tra i quali ci sono decine di ventilatori polmonari e altro materiale sanitario.

Rimane però la domanda. Era necessario l’invio di un centinaio di ufficiali russi e mezzi militari?

Conte era a conoscenza di quella parata dal chiaro significato propagandistico?

Resta un peso enorme, perché i militari russi si occupano di guerra batteriologica e dipendono dal GRU, il servizio informazioni delle forze armate russe. Il GRU a sua volta dipende direttamente dallo Stato maggiore delle forze armate della Federazione Russa.

Allora, Conte decide di correre ai ripari. Fa una telefonata a Donald Trump a cui strappa l’annuncio di 100 milioni di euro in aiuti.

Ma anche qui si ripropone la stessa domanda: in che cosa consistono questi aiuti?

Cosa serve all’Italia?

Conte questo problema non se lo pone: basta una telefonata, la promessa di aiuti, puntellare la sua leadership.

Poi assistiamo alle minacce dirette del regime di Putin al giornalista italiano Iacoboni.

La reazione russa è spiegabile così.

A Mosca non è sfuggita la collaborazione tra la Stampa e siti di informazione straniera come Coda story, un’organizzazione no-profit di giornalismo investigativo diretta da Natalia Antelava, vera spina nel fianco della propaganda russa e che ha firmato scoop clamorosi sulle attività spionistiche di Mosca.

Le incredibili dichiarazioni del portavoce del ministero della Difesa russo contro gli articoli della Stampa hanno messo in ulteriore imbarazzo il governo.

Per molte ore nessuna replica alla minaccia esplicita a un giornalista italiano.

Poi, tardivamente, viene fatta una riunione a tre tra Giuseppe Conte, Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio e decidono di rispondere in modo blando al portavoce del ministero della Difesa russo, il maggior generale Ivan Konashenkov, autore dell’intimidazione: «L’Italia è grata alla Russia per gli aiuti – si legge – ma allo stesso tempo non si può non biasimare il tono inopportuno di certe espressioni utilizzate dal portavoce del ministero della Difesa russo nei confronti di alcuni articoli della Stampa italiana. La libertà di espressione e il diritto di critica sono valori fondamentali del nostro Paese, così come il diritto di replica. In questo momento di emergenza globale il compito di controllo e di analisi della libera Stampa rimane più che mai essenziale».

Il governo vuole chiudere il caso, ma lo fa in modo maldestro senza la voce di chi ha combinato questo guaio, Palazzo Chigi, e con una serie di puntigliose repliche alle accuse di Iacoboni: «Gli operatori russi stanno portando il loro aiuto a Bergamo, un aiuto molto importante. Ma veramente si può credere che i nostri servizi e la Difesa non sappiano esattamente chi sta girando per l’Italia? Ma davvero si può credere che i russi vogliano fare una guerra batteriologica? E dove, a Bergamo, a Orzinuovi?».

Eppure, se le cose stanno così, viene da chiedersi perché dal governo non siano subito partite richieste di chiarimenti allo stesso giornalista o al direttore della Stampa, e come mai si siano lasciate correre domande inquietanti come quelle contenute negli articoli del giornale di Torino.

È stata l’incredibile rispostaccia del portavoce della Difesa russo a far esplodere la polemica che ha portato la totalità del giornalismo italiano e gran parte della politica (con la luminosa eccezione dei leghisti, grandi amici di Putin), a chiedere una presa di posizione del governo.

Ma la posizione del capo del governo non è arrivata.

(Tratto in parte da: https://www.linkiesta.it/2020/04/la-vera-storia-dello-sbarco-dei-russi-in-italia-e-della-gaffe-di-conte/amp/?fbclid=IwAR0wMHHanNsgw8jyioy-yfR8BAkz3zm1N6dd1ZmbFmEmORCZwtFHRcVlXzY)

DEI NO VAX SI È PERSA TRACCIA


DEI NO VAX SI È PERSA TRACCIA

Quanti anni abbiamo passato, a discutere sull’utilità dei vaccini!

Quante discussioni inutili e quante false notizie abbiamo visto, sparse sui nostri social e persino sui giornali più “prestigiosi. Persino un movimento semipolitico ha marciato, per la libertà di scelta se vaccinare o no.

Quante volte abbiamo sentito dire “10 vaccini sono troppi”. “Voglio essere libero di scegliere”, e così via.

È stato, e purtoppo è ancora presente, il periodo (disgraziato) dell’uno-vale-uno, che metteva sullo stesso piano il virologo di fama e il praticone che discettava in internet e persino in Tv.

Il “questo lo dice lei” era diventato il ritornello quasi quotidiano di chi pretendeva, dal proprio nulla, di sapere tutto.

Il grande economista poteva essere contraddetto, come se nulla fosse, da un diplomato in ragioneria.

Nessuno parla più di «big pharma», che era la rovina del paese, e anzi, adesso, stiamo tutti sperando che «big pharma» metta in campo la propria potenza di fuoco e ci liberi al più presto dal male pandemico che ci affligge.

C’è voluta così la pandemia del coronavirus per farci capire che se vogliamo uscire dall’incubo di una nuova ondata virale, in autunno, servirà un vaccino.

Se non altro, le migliaia di notizie false, abbondantemente diffuse in rete, sono servite a dare valore all’informazione professionale e alla competenza.

Bentornata competenza, e speriamo che resti sempre.

Altrimenti sarebbe messa di nuovo in discussione la nostra salute, la nostra economia, la nostra educazione e la nostra vita.

SE I CITTADINI ITALIANI SONO OBBLIGATI AD UTILIZZARE LE MASCHERINE


SE I CITTADINI ITALIANI SONO OBBLIGATI AD UTILIZZARE LE MASCHERINE

Se i cittadini italiani sono obbligati ad utilizzare le mascherine per proteggersi dal virus che ha colpito il pianeta, e per poter uscire, devono essere aiutati.

Da oggi parte l’obbligo per la regione Lombardia.

Armonizzare i provvedimenti non guasterebbe, per evitare di mandare in ulteriore confusione i cittadini.

Lo Stato deve quindi garantirne la reperibilità, a titolo gratuito o, in alternativa, a prezzo calmierato.

In questi giorni, infatti, i prezzi delle mascherine, già difficilmente reperibili, sono lievitati andando fuori controllo.

Si tratta di presidi deperibili che vanno sostituiti frequentemente e hanno oggi costi difficili da sostenere per le famiglie.

Una preghiera alle istituzioni e ai partiti.

Evitate imbarazzanti marchiature delle mascherine con loghi di enti o partiti.

La solidarietà è un bene prezioso che va praticato con delicatezza e misura.

Non involgarito con squallidi tentativi di subdola propaganda.

IL POTERE DEL CANE di Don Winslow


IL POTERE DEL CANE di Don Winslow

Leggo da “La Repubblica” che i narcos uccidono più del Covid-19.

“Lo confermano i dati che indicano il mese di marzo come il più letale in Messico da quando è stato creato il registro sulle vittime della violenza. Sono 2.585, un record. L’ennesimo. L’ultima assassinata è una giornalista di Veracruz, Stato che si affaccia sul Golfo. Si chiamava María Elena Ferral.

Due sicari a bordo di una moto l’hanno sorpresa mentre usciva da un ufficio notarile a Papantla, cittadina afflitta dalla guerra che i narcos combattono per il controllo dei territori. Colpita da otto proiettili, la cronista è stata portata in ospedale dove tuttavia è morta.

La Ferral era una giornalista nota nella regione.

Aveva fondato e dirigeva un web di notizie, Quinto Poder de Veracruz, oltre a coprire le notizie per il Diario de Xalapa, e si occupava di crimine organizzato, corruzione tra la polizia, connivenze tra queste e il potere politico locale.

Temi dominanti nella realtà messicana, ma anche pericolosi per gli interessi che vai a toccare.

Premiata con numerosi riconoscimenti, María Helena aveva avuto molte minacce in passato.

Le autorità di Veracruz le avevano assegnato una scorta che era stata tolta nei giorni scorsi.

I capi delle gang locali ne hanno approfittato e l’hanno freddata nel suo momento più debole.

Classica vigliaccheria di chi si sente padrone del campo.

Dal 2006 sono morti 100 giornalisti in Messico”.

In questi giorni di clausura forzata, possiamo trovare il tempo di leggere un romanzo, un capolavoro assoluto, sul tema del narcotraffico in Messico e paesi confinanti che coltivano e producono droga. Prima papaveri, poi alberi di coca.

“Il Potere del Cane” di Don Winslow – Ed. Einaudi.

Un libro da leggere e da rileggere, perché i personaggi sono molti, e l’intrigo tra gli interessi degli stati, dei loro presidenti fantoccio e dei narcos, è profondo e complicato.

Il mondo crudele di Fabián MartÍnez, Raúl e Adán Barrera, la freddezza dell’irlandese Callan, il lavoro instancabile e difficile del Cardinale Parada, sostenitore della “Teologia della Liberazione” in contrasto col Vaticano, il coinvolgimento della Dea col suo agente Art Keller, della Cia e degli interessi economici degli USA, la bellissima prostituta Nora.

È riduttivo definirlo un libro sulla droga, anche se il contesto nel quale è inserito, è quello del feroce mondo del narcotraffico messicano.

In verità, viene rappresentato uno spaccato della realtà con tutte le contraddizioni, la lotta degli Usa al traffico di droga, lotta che è più apparente che reale, la corruzione ai più alti livelli.

Un libro che tiene incollati fino all’ultima pagina, grazie alla bravura di Don Winslow, un maestro del genere. Consigliato per comprendere quel mondo, solo apparentemente, lontano.

[È il primo libro della trilogia capolavoro di Don Winslow, seguono: “Il cartello” e “Il confine”, in cui il protagonista principale è l’agente Art Keller]

TINA ANSELMI E LA RIFORMA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE


TINA ANSELMI E LA RIFORMA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Vale la pena ricordare per capire la fortuna di abitare in un paese dove la gente, tutta, non è abbandonata a se stessa, se si ammala e dove, pur litigando, si cerca prima di tutto di salvare la vita delle persone.

Perché in questo paese la salute è un diritto e non un privilegio.

E questo lo dobbiamo alla lungimiranza di persone che, come Tina Anselmi, allora Ministro della Salute, nel 1978, vararono la riforma del Servizio Sanitario Nazionale.

Ricordiamo come eravamo messi prima e come siamo diventati ora, grazie a questa riforma.

Non ringrazieremo mai abbastanza l’allora ministro Tina Anselmi, anche se le succedette al Ministero un signore di signore di nome Altissimo, che rallentò e di molto la riforma stessa.

Ma ormai la riforma del SSN era legge dello Stato.

Quando Tina Anselmi diede all’Italia il Servizio Sanitario Nazionale

I democristiani la chiamavano la “Tina vagante”, perchè refrattaria a qualsiasi ordine di corrente. Fu la prima ministra donna e, in diciannove mesi tra il 1978 e il 1979, firmò la legge sull’aborto, la legge Basaglia e la riforma della Sanità

I colleghi di partito la chiamavano “Tina vagante” perchè sfuggiva a qualsiasi ordine di corrente. Imprevedibile, indipendente e poco incline ai compromessi, Tina Anselmi era abituata ad essere la prima e ad aprire la strada agli altri. Ma soprattutto, era abituata a correre.

Lo aveva imparato appena sedicenne, nella sua Castelfranco veneto dove il padre socialista venne presto perseguitato dai fascisti. E aveva scelto la direzione in cui correre l’anno dopo, nel 1944, quando i nazifascisti costrinsero lei e altri studenti dell’istituto magistrale di Bassano del Grappa ad assistere all’impiccagione nel viale alberato della città di trentuno prigionieri. Da quel momento, prese parte attivamente alla resistenza nella brigata Cesare Battisti: nome di battaglia, Gabriella.

Si era sempre occupata di lavoro, Tina Anselmi. Da quando si era iscritta alla Democrazia Cristiana e poi dopo, prima nella Cgil e poi nella Cisl, il suo mondo era stato quello delle battaglia per il lavoro e le pari opportunità.

Eppure, dopo tre mandati da sottosegretario al ministero del Lavoro, il partito decise di spostarla: “Tina al ministero della Sanità” e prima donna ministro della Repubblica italiana. Lei però era perplessa. Visse lo spostamento dal Lavoro alla Sanità come un declassamento e confidò al suo assistente, Enzo Giaccotto: “Vuol dire che faremo una vacanza”.

Invece, quei diciannove mesi dal 1978 al 1979 nei governi Andreotti IV e V furono tutti una corsa.

Tre giorni dopo l’insediamento del quarto governo Andreotti – il secondo con l’appoggio esterno del Partito comunista – le Brigate Rosse rapirono il presidente Dc Aldo Moro. In questo clima di tensione nel Paese, Anselmi si trovò per le mani la peggiore grana per una ministra, donna e cattolica, nell’Italia post-sessantottina.

Sulla sua scrivania al ministero dell’Eur, infatti, arrivò la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Approvata il 22 maggio 1978 dopo una lunga battaglia del Partito Radicale insieme ai partiti laici, ai socialisti e al Pci, ora aspettava solo la firma di una ministra che, da parlamentare democristiana, aveva votato contro.

Subì fortissime pressioni del mondo cattolico e provenienti da Oltretevere, nella speranza di convincerla a tenere nel cassetto la legge. Invece, Anselmi confermò l’origine del suo soprannome: nemmeno il Papa poteva farle derogare dal suo preciso dovere di ministra e dunque firmare una legge regolarmente approvata dalle Camere.

Intanto, sempre nel 1978, in commissione Sanità arrivò la legge Basaglia. Anselmi, che presiedeva i lavori, assistette alla discussione: i malati di mente sono o meno cittadini e, come tali, godono dei diritti costituzionali? La legge per la chiusura dei manicomi, infatti, avrebbe restituito i diritti anche agli affetti da malattie mentali. Anselmi prese la parola, affermando che “l’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, anche per i matti”.

Così, il 13 maggio 1978 venne approvata la legge in tema di accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori. Rimase in vigore pochi mesi, però, perché nello stesso anno Anselmi si era data un obiettivo ancora più ambizioso che inglobava anche la legge Basaglia.

Languiva in Parlamento da ben 14 anni la riforma della Sanità, quella che avrebbe dovuto superare il sistema mutualistico e adeguare il sistema sanitario alla Costituzione e dunque al principio della salute come bene universale e gratuito, decentrando il potere per affidarlo alle Regioni ed erodendo così il potere e i margini di profitto delle strutture private.

Per questo, la riforma venne molto osteggiata anche da una parte dei medici, oltre che dagli enti di cura privati.

Eppure, Anselmi corse ancora e si giovò del particolarissimo quadro politico di quel governo, che si reggeva sull’appoggio esterno dei comunisti. Lei comunista non lo era mai stata, ma era amica stretta, noncurante delle ostilità di partito, della presidente della Camera Nilde Iotti.

Per approvare la sua riforma trovò in Giovanni Berlinguer, allora ministro ombra della Sanità per il Pci, il suo interlocutore privilegiato e insieme costruirono l’accordo. Proprio questa iniziativa venne guardata con sospetto dalla Dc, sia nella corrente andreottiana di destra che tra i dorotei di Moro. La definirono un “salto nel buio” e in molti pregarono “Tina vagante” di annacquare la riforma. Non solo per ragioni di contenuto, ma anche perché sarebbe stata uno dei primi casi di esplicita condivisione legislativa tra democristiani e comunisti.

Invece, la legge che istituiva il SSN, il Servizio Sanitario Nazionale, arrivò in Parlamento il 23 dicembre 1978, con la previsione dell’entrata in vigore del nuovo sistema il 1 luglio 1980.

Nel suo discorso alla Camera, quel giorno, la ministra Anselmi fu chiara nel rendere esplicito il fatto che la riforma era frutto del sentire ampio del paese: “La riforma è frutto dell’iniziativa del movimento operaio, rappresentato sia dalle organizzazioni sindacali che dai partiti della sinistra, partito comunista e partito socialista” e istituisce quattro principi cardine: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza del trattamento, rispetto della dignità e della libertà della persona”.

Il suo nome,  rimarrà sempre legato alla riforma che ha trasformato quello italiano in uno dei sistemi sanitari più all’avanguardia ed efficienti del mondo. Lei, in un’intervista del 2003, raccontò così quella corsa all’approvazione: «Devo dire che in quegli anni, segnati da posizioni molto diversificate, sicuramente c’era lo scontro. E tuttavia esisteva un’adesione di fondo a quel principio sul quale è stata costruita la riforma del Sistema sanitario italiano: l’adesione ai valori su cui costruire la tutela e il diritto del cittadino ad avere una garanzia da parte dello stato per quanto riguarda la sua integrità. Per costruire un sistema che assumesse, come suo valore fondante, la tutela della persona».

(https://www.ildubbio.news/2020/03/12/quando-tina-anselmi-diede-allitalia-il-servizio-sanitario-nazionale/)

Ma che cosa c’era prima? Quattro italiani su dieci (più il quinto e il sesto, che prima del 1978 erano troppo piccoli per capire) faranno fatica a immaginarselo, ma c’era, di fatto, un modello Bismarck di colossale inefficienza. C’erano le mutue: nate alla fine dell’Ottocento come rivendicazione operaia, quando la salute era un fatto privato o al limite questione di carità cristiana. Le casse di previdenza dei lavoratori erano diventate nel Novecento un determinante di diseguaglianza, perché l’assistenza che si riceveva in caso di malattia dipendeva dal tipo di lavoro che si svolgeva. E comunque non era detto che qualcuno si occupasse di prevenzione e riabilitazione: la completa “tutela della salute” di cui parlava l’articolo 32 della Costituzione era molto lontana.

Subito dopo il 1978 cominciano le critiche. E cominciano prove e tentativi di riforma della riforma, che si compiono nel 1992, nel 1994 e soprattutto nel 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione che regionalizza quasi tutte le competenze. Da allora quelli che contano davvero sono i sistemi sanitari regionali.

Quarant’anni di questa storia ci hanno reso un paese sano, tanto sano da dare per scontata la propria salute. Perché oggi, nonostante tutto, abbiamo ancora uno dei migliori sistemi sanitari del mondo in termini di efficienza e di equità, e siamo tra i popoli più sani e meglio assistiti del pianeta.

Spendiamo circa l’8% del Pil in sanità, cioè circa 3.400 euro all’anno a testa: è una delle spese più basse d’Europa, a fronte di risultati in linea con i paesi migliori.

E se la nostra speranza di vita, alla nascita, è oggi superiore agli ottanta anni, ottantacinque se siete bambine, non è grazie alla dieta mediterranea (qualsiasi cosa sia), al sole, al mare, tantomeno alla nostra genetica (in verità, molto bastarda). Ma al pediatra di libera scelta, al medico di medicina generale, e a più di centomila medici specialisti, dipendenti pubblici, al servizio della sanità pubblica e al nostro servizio 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, Natale incluso.

( Tratto, in parte da:https://www.iltascabile.com/scienze/rivoluzione-servizio-sanitario/)

ESAGERARE PER CONFONDERE


ESAGERARE PER CONFONDERE

Ho sentito Salvini annunciare, in una delle sue solite interviste al volo, che non ha decine, bensì centinaia di proposte per il governo, a fronte dell’emergenza sanitaria che ci sta strozzando.
Beh! sono troppe, inevitabilmente qualcuna contraddirà l’altra.
Bastano poche idee, ma chiare.
Non una accozzaglia di proposte.
È un modo per rendere torbida l’acqua, per avere la scusa di non buttarsi, perché non si sa nuotare.

UNA RICCHEZZA PIÙ VIRTUALE CHE REALE


UNA RICCHEZZA PIÙ VIRTUALE CHE REALE

Quante cose, che non comprendiamo a fondo, ci vengono propinate in questi giorni.

Il calo del Pil.

L’ascesa dello spread.

Il crollo delle Borse.

L’esigenza di Coronabond.

L’allarme sulla tenuta di molte aziende che rischiano di non riaprire più, con il risultato di legioni di disoccupati in piazza.

Che significa tutto questo?

La nostra è, al di là di ogni dubbio, la società più ricca della storia, come mai due mesi di stop, possono portare, non a una qualche pur seria perdita, ma a una catastrofe?

Non ci è mancato nulla, non solo abbiamo avuto infinitamente di più dei nostri antenati, ma abbiamo potuto contare anche sul superfluo.

Insomma il nostro sistema, fatto di Pil e di Borse, di industria e di finanza, è indubitabilmente un gigante economico della storia.

Tuttavia, anche se è un gigante, sembra che rischi di sfracellarsi al suolo, solo per un mese o due mesi di stop.

Significa che è un gigante falso, fondato su una ricchezza più virtuale che reale.

Non capisco nulla di economia, però mi chiedo se non ci sia qualcosa da rivedere nel nostro modello economico occidentale, se due mesi di chiusura, rischiano di far saltare tutto e farci precipitare nella miseria o quasi.

CERCHIAMO DI DISCUTERE LE IDEE, QUANDO CI SONO


CERCHIAMO DI DISCUTERE LE IDEE, QUANDO CI SONO

Ormai siamo abituati: quando parla Matteo Renzi non si ascolta o si legge interamente il contenuto delle proposte e delle idee politiche, ma si critica a prescindere.

Come una sorta di capro espiatorio perenne, ogni cosa che riguarda Renzi viene utilizzata per criticare, tanto quello è il modo di affrontare un problema.

Invece, come spesso accade, dopo qualche giorno, le stesse cose dette da Renzi, vengono rilanciate da altri ed allora, magicamente, tali proposte vengono viste di buon occhio.

Qualche giorno, fa Renzi ha consigliato di iniziare a ipotizzare l’apertura graduale delle aziende e delle attività.

Il tutto su una semplice oggettiva e vera considerazione: con il coronavirus bisogna conviverci fino al vaccino.

Non si può rimanere in quarantena all’infinito e l’Italia non può fermarsi per lungo tempo ancora.

Sarebbe una crisi economica che ci porterebbe al declino senza via d’uscita.

Ecco che allora è giusto studiare strategie di uscita dalla chiusura e dalla paralisi del sistema Italia.

E solo per aver detto lo stesso, Renzi è stato come al solito criticato e deriso. Insomma la solita solfa, l’ha detto Renzi e quindi non va bene, è tutto da scartare.

Se ci fosse un pochino di onestà intellettuale e meno rancore personale o antipatia verso il leader di Italia Viva, certe discriminazioni non ci sarebbero e certi argomenti potrebbero essere sviluppati con maggiore serietà e concretezza.

Cerchiamo per una volta di accogliere consigli ed idee per il loro reale contenuto, senza usare Renzi come capro espiatorio di tutti i mali.

Renzi vi sta antipatico? Bene, ma se dice cose utili al Paese non devono essere ascoltate?

La scienza non vi piace? Ma se vi salva la vita non dobbiamo ascoltarla?

La competenza è antipatica? Volete farvi insegnare da maestri laureati su Facebook?

Abbiamo permesso per lungo tempo che l’ignoranza fosse sdoganata grazie ai social e alla superficialità.

Questa emergenza ci ha riportato con brutalità alla realtà. Senza scienza e competenza non si va da nessuna parte.

Bisogna riprendere in mano i fili del vero sistema culturale italiano. Abbiamo tante fantastiche persone ed energie che possono riportarci sulla corretta via. Dobbiamo investire su tutto ciò che siamo, ma che abbiamo trascurato e dimenticato per colpa del populismo.

L’Italia è una grandissima nazione: abbiamo davanti a noi l’occasione per resettare tutto il sistema che non ha funzionato. Dobbiamo avere però il coraggio di andare oltre e iniziare un nuovo cammino.

Ascoltiamo ed impariamo da chi conosce e sa, basta preconcetti e ipocrisie.

Le idee ci sono, lasciamole circolare e usiamole per il nostro bene, non solo di alcuni, ma per l’interesse di tutti.

L’ARTE DI VOLERSI BENE


L’ARTE DI VOLERSI BENE

Troppi discorsi, troppe trasmissioni, troppe parole, troppe comunicazioni ci assillano quotidianamente sulla pandemia del coronavirus.

Ci spaventiamo e basta.

Proviamo a parlare un po’ di altro, per sopportare questo lungo periodo di quarantena.

Vi siete accorti quant’è lungo il mese di marzo? Sembra non finire mai.

E allora parliamo d’altro, parliamo di  “volersi bene”.

Il “volersi bene”, si articola in forme complesse che afferiscono però sempre all’autostima,  rende tutti più forti e aiuta ad affrontare la vita proficuamente, con coraggio e con entusiamo.

L’autostima non è innata, ma si forma insieme alla storia di ogni persona.

È il risultato della lunga sequenza di azioni e sentimenti che si verificano nel corso della vita.

Non è affatto statica. La si può far crescere, facendole mettere solide radici o, al contrario, lasciare che resti debole e fragile.

Aumentarla e sostenerla in una persona, è l’obiettivo più alto del processo educativo e di crescita.

Nella realtà delle cose, è inutile nascondersi che non è facile cambiare la propria autostima.

Se lo fosse nessuno, soffrirebbe per averla sotto le scarpe e non ci sarebbero persone insicure, timide o dipendenti.

Ma tutto si può raggiungere, se c’è un impegno serio per aumentare la stima in se stessi.

Le persone hanno la capacità di cambiare e l’occasione di imparare per tutta la vita.

Detto questo, se vogliamo rafforzare la nostra autostima, il primo passo è fermarsi a riflettere chiedendosi onestamente: “Chi sono io? Quali sono i miei punti di forza? Quali i miei difetti? Cosa devo integrare come parte di me stesso e cosa dovrei cambiare che davvero non mi piace?”

Il modo migliore per sviluppare una forte stima di sè, è quello di creare un clima di relazioni personali sicuro, in cui sia possibile fare esperienza.

Il rispetto, l’accettazione e la libertà di agire diventano fattori spontanei, se supportati dall’amicizia e dal sostegno degli altri.

Questo ambiente sicuro e protetto permette di fare nuove esperienze senza incappare nei meccanismi di autodifesa e di distorsione, tipici di chi si sente minacciato.

Forse è un po’ un’utopia, perché spesso l’ambiente che ci circonda non ci aiuta, ma proviamoci e accogliamo o stiamo solo con le persone con cui stiamo bene e con cui condividiamo molte cose, non ultima, per esempio, la politica.

Le persone che ci mettono a disagio, lasciamole da parte.

 

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