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COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE

COLUI CHE NON SA NIENTE, NON AMA NIENTE

Colui che non sa niente, non ama niente.
Colui che non fa niente, non capisce niente.
Colui che non capisce niente è spregevole.
Ma colui che capisce, ama, vede, osserva.
La maggiore conoscenza è congiunta indissolubilmente all’amore.
Chiunque creda che tutti i frutti maturino contemporaneamente come le fragole, non
sa nulla dell’uva.
(Paracelso)

Queste parole mi fanno riflettere sul periodo in cui viviamo.

Forse perchè penso seriamente, che uno dei problemi della nostra società, sia l’ignoranza che sfocia in una banale superficialità.

Guardandomi attorno, noto quanto i media siano riusciti nel compito, di farci credere informati quando in realtà la disinformazione dilaga.

Noto quanto le persone siano sempre meno propense a riflettere e a fare una sana autocritica.

Mi rendo conto, quanto siamo sempre più incapaci per fragilità, o mancanza di tempo, a gestire i rapporti umani.

Quello che voglio dire con queste parole, è quanto sia importante la conoscenza, la riflessione e la volontà con la quale cerchiamo di valorizzare le nostre qualità umane.

Perché solo chi conosce ama, vede, osserva.

I danni, che lo stato attuale delle cose ci reca, ormai li conosciamo tutti, o quasi tutti, abbastanza bene.

Siamo incapaci di amare, pieni di paure che sempre più spesso, sfociano nell’ intolleranza in tutto ciò che è diverso da noi.

Purtroppo capire l’evoluzione delle cose è impossibile, ma la frase a cui mi ispiro è questa: ” E’ fede razionale credere, che un giorno l’essere umano riuscirà a liberarsi dalla prigione di terrore e schiavitù, che si è creato.”

PILLOLE DI SAGGEZZA

PILLOLE DI SAGGEZZA

“Chi dice di combattere questa guerra al “terrorismo”, sono coloro che hanno usato la più micidiale arma di terrorismo contro l’umanità, la bomba atomica. Quella che c’è in atto non è una guerra al terrorismo, è una guerra contro i poveri del mondo, perché restino poveri, perché siano sempre più poveri.”

Gino Strada

 

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO

(Tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/07/storia-universale-epidemie-eta-antica/)

La cosa potrebbe probabilmente cogliervi di sorpresa, perché non tratto spesso questo argomento (fondamentalmente, partendo dal presupposto che non ve ne possa importar di meno).
Eppure, così è: ho studiato abbastanza a lungo la Storia delle epidemie, prima all’università e poi per lavoro.

In un momento storico in cui tutta Italia s’è scoperta epidemiologa, non resisto alla tentazione di graziare il mondo con i my two cents… spronata in particolar modo da una domanda che – tra il serio e il faceto, tra il curioso e lo xenofobo – ho letto parecchie volte, in questi giorni, sui social: ma è vero che le peggiori epidemie della Storia arrivano sistematicamente dalla Cina?

Messo così, sembrerebbe un pregiudizio becero – invece, storicamente, è grossomodo vero.

La sifilide è probabilmente americana.
Quasi sicuramente, il colera arriva dall’India.
Qualche epidemia “di scarso successo”, nel senso che spiegherò più avanti, ha il suo focolaio in Africa.
Ma, regà, date retta a me: in fatto di epidemie, il made in China è garanzia di qualità. Se volete una epidemia ben strutturata, ragionevolmente letale e con buone potenzialità di diventare endemica, è in Cina che la dovete cercare.

Prima di addentrarci nella questione, urgono due premesse:

  1. Ovviamente sono una storica e non un medico. Per quanto riguarda le considerazioni di natura strettamente medica, mi attengo a quanto hanno scritto gli storici che prima di me hanno intervistato medici epidemiologi, presumendo che abbiano fatto bene;
  2. La fonte principale di questo articolo è l’immortale saggio Plagues and Peoples di William McNeill, “immortale” nel senso che è uscito nel 1975 e ancor oggi è considerato pietra miliare nel settore, con l’esclusione di qualche punto critico che è stato recentemente messo in discussione. Ne sono consapevole, e ho tenuto in considerazione il libro solo per quei punti che vengono comunemente ritenuti validi.

E allora, pronti via! Cominciamo questa appassionante

Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo

I. Salve, mi presento: sono l’Agente Patogeno

Quando, negli anni ’30 dell’Ottocento, il colera arriva in Europa, le riviste satiriche inglesi cominciano a rappresentarlo come sopra. Lo personificano, dandogli l’aspetto di un gentleman scheletrico ma gioviale che sbarca da porti lontani in viaggio di lavoro.
L’immagine che vedete sopra è tratta da una collezione privata; quelle che aprono e chiudono l’articolo sono apparse sulla rivista Punch.

Adoro l’umorismo inglese.
Da quando ho scoperto questo filone di vignette, io, le malattie, me le immagino proprio così. Nel mio lucido delirio, immagino gli Agenti Patogeni come degli minuscoli agenti speciali con una missione top top secret: innescare una pandemia.

Di Agenti Patogeni, ovviamente, è pieno il mondo. Ognuno di loro ha gusti specifici e ha affinato tecniche diverse per portare a casa la pagnotta, ma tutti sono accomunati da un’unica ambizione: fare un lavoro come si deve ammazzando un fracco di persone.

Per riuscire a farsi strada nel magico mondo delle malattie e guadagnarsi l’ambito titolo di Epidemia, il candidato ideale deve possedere tre skill fondamentali:

  1. Essere un tipo socievole. Perché – va da sé – è difficile diffondere un contagio se stai a rotolarti su un sasso nel mezzo del deserto. Il Perfetto Agente Patogeno è un tipo che ama i posti affollati e che è anche disposto a viaggiare per raggiungerli, prendendo dimora nelle grandi città e/o comunque in zone densamente popolate.
  2. Considerare la verginità un valore. Nella storia delle epidemie, si parla di “popolazione vergine” per indicare una popolazione che non è mai venuta a contatto con l’Agente Patogeno. La differenza tra una popolazione vergine e una popolazione che, beh, hai già portato a letto è la stessa che permette alle maestre d’asilo di arrivare più o meno vive alla fine dell’anno scolastico e, per contro, fa sì che i loro pupilli cadano vittima di un continuum ininterrotto di contagi. Tanto più una popolazione è stata esposta a una malattia, tanto più affinati saranno i suoi meccanismi di difesa.
  3. Non avere troppe pretese. Ci sono alcuni Agenti Patogeni che, non appena individuano una popolazione vergine, partono per la tangente perdendo completamente la trebisonda. Yeeeeee!! Contagiamo tutti!! Ammazziamo il mondo!! Sì! Sangue! Sputo! Pus! Diarrea! Col piccolo problema che, una volta che hai ammazzato tutti, non hai più nessuno da contagiare e devi battere in ritirata.
    Uno degli Agenti Patogeni più scemi della Storia è stato quello che, nel 1891, si è messo in testa di provocare in Africa un’epidemia di peste bovina, uccidendo in pochi mesi un numero di capi spaventosamente alto (oltre il 90%). Nell’arco di una stagione, ci sono carcasse di bovini ovunque, con un piccolo numero residuo di super-mucche che, va a sapere per quale miracolo, sono immuni al contagio. L’Agente Peste Bovina, ridotto alla fame, è costretto a ritirarsi con disonore; ci riprova or qua or là, ma con successi non più duraturi. Nel 2011, subisce l’onta di essere dichiarato malattia eradicata (peggio di lui aveva fatto solo l’Agente Vaiolo, ma lì c’erano di mezzo massicce campagne vaccinali).

In sintesi: per riuscire a fare un buon lavoro, l’Agente Patogeno ha bisogno di stanziarsi in località affollate, possibilmente mai visitate prima e con una popolazione abbastanza ampia da poter essere decimata senza che questo ne comporti lo sterminio totale.

In età storica, in quali luoghi del mondo si sono verificate queste condizioni?

II. La Bibbia, una cronistoria di epidemie

Aaaahh, il Vicino Oriente Antico, meravigliosa culla della civiltà.
Lì si sviluppano il mondo assiro-babilonese e la grande potenza egiziana: lì, per la prima volta, migliaia di persone prendono dimora in magnificenti insediamenti urbani.
Lì, gli Agenti Patogeni di tutto il circondario si danno appuntamento, organizzando un morbo-party che dovette essere senza precedenti.

Le fonti scritte di quell’epoca sono relativamente poche, ma quelle che ci sono bastano e avanzano per farci capire che i nostri amici Agenti si diedero un sacco da fare.

L’Epopea di Gilgameš parla di una epidemia che colpì attorno al 2000 a.C. e che viene citata anche da frammenti coevi provenienti dall’Egitto. Per l’arco temporale che va grossomodo dal 1200 al 600 a.C., la Bibbia cita ‘na caterva di epidemie che la metà bastano: oltre alle piaghe d’Egitto, abbiamo il morbo che si abbatte sui Filistei nel libro di Samuele; la pestilenza che re Davide sceglie simpaticamente di inviare alla popolazione per risparmiarsi l’onta di una sconfitta; il male che decima gli assiri ai tempi di Sennacherib.

Doveva trattarsi, però, di epidemie non particolarmente “cattive”.
Nel senso che, sì, le fonti le citano, ma non sembra di avere a che fare con epidemie di una magnitudine tale da arrestare o anche solo ostacolare lo sviluppo di queste civiltà, che, per il resto, continuano a crescere a prosperare.
Datte retta a me: quando si abbatte su una società una malattia veramente carogna, le ripercussioni socio-economiche si vedono fin troppo bene. In questo caso, non ci sembra di vederle.

E poi, a un certo punto, tracce di queste epidemie spariscono pure dalle cronache dell’epoca.
Non è irragionevole supporre che, dagli e dagli, col passar dei secoli, una crescente fetta di popolazione avesse sviluppato immunità e/o avesse posto in essere delle strategie di auto-difesa volte a ridurre il rischio di contagio (es. “è noto a tutti che non si consuma la carne di quell’animale, perché la sapienza ancestrale ci insegna che, se qualcuno si avvicina a quelle bestie selvatiche, grandi sciagure colpiscono il villaggio”).

Insomma: non solo la verginità della popolazione non era che il ricordo sfiorito di un felice tempo lontano – la popolazione s’era pure fatta scafata.
Probabilmente, qualcosa era andato storto anche nelle strategie di guerra dei nostri Agenti: può darsi che dopo l’exploit iniziale si fossero indivanati dando il via a una metamorfosi verso ceppi meno “cattivi” (che, ad esempio, si limitano a debilitare, ma non mirano necessariamente a uccidere. Capita spesso, che dopo un esordio coi fiocchi, gli Agenti Patogeni facciano questa fine, colti da crisi di mezza età).

I nostri amici agenti furono costretti a ritirarsi alla chetichella, ritirandosi in piccoli focolai di campagna. Quel mercato ormai era saturo, e/o comunque serviva una nuova strategia. Meglio guardarsi attorno e cercare un buon tour operator in grado di suggerire nuovi luoghi in cui svernare.

III. Il Mediterraneo è un posticino non male, per un Agente

Di virus nativi del bacino mediterraneo, non mi risulta ce ne siano molti (medici in linea, correggetemi se sbaglio). Gli inverni sono abbastanza freddi; i mesi caldo-umidi sono relativamente pochi; se devono metter su casa in maniera stabile, gli Agenti Patogeni preferiscono zone più meridionali.
Ecco: magari, il Mediterraneo non è l’habitat preferito al mondo per i nostri amici, però ha un grande bonus: è una specie di enorme piscina da un capo all’altro della quale viaggiano costantemente navi che, sfruttando i venti a favore, sono capaci di percorrere in pochi giorni distanze anche considerevolmente lunghe. Ergo: è possibile che un marinaio apparentemente sano salpi da un porto senza mostrare sintomi e sbarchi più morto che vivo centinaia di chilometri più in là, seminando il contagio in ogni dove.

Questa, almeno, era la situazione del Mediterraneo nel momento in cui si sviluppano sulle sue coste le grandi civiltà greche e romane (con annessi assembramenti di folle a fare l’effetto “primo anno al nido”).
E infatti, è proprio lì che vanno i nostri amici Agenti dopo aver saturato il mercato mediorientale. E fanno un ingresso in grande stile, a partire dalla “peste di Atene” descritta da Tucidide.
La malattia raggiunge la Grecia nel 430 a.C. a partire dal porto del Pireo, rotta obbligata per tutte le navi che – non a caso – arrivavano da Oriente. Da lì, colpisce tutte le più grandi città uccidendo fino a due terzi della popolazione… e sparendo poi con la stessa velocità con cui era venuta.
Nuovi focolai scoppiano nel 429 e nel 427, ma non con la stessa virulenza.
Poi basta.

Perché, poi basta?
La popolazione superstite aveva sviluppato anticorpi come doveva esser già successo alle altre popolazioni colpite?
O l’Agente Patogeno si era indivanato, come aveva già fatto nel Vicino Oriente?

Difficile a dirsi. Ma, se non altro, la “peste” di Atene (che sicuramente non era peste; probabilmente tifo. Alcuni ipotizzano una febbre emorragica tipo l’ebola) aveva mostrato al piccolo mondo dei virus che il bacino del Mediterraneo è un gran bel posto in cui lavorare.

Fortunatamente per i nostri antenati – e sfortunatamente per i nostri piccoli amici microbici – il bacino del Mediterraneo era molto molto lontano dal luogo in cui la Scuola d’Alta Formazione per Agenti Patogeni stava per veder realizzati i più arditi sogni della direzione.
E cioè, un improvviso trasloco di masse vergini in terre dove gli Agenti la facevano da padrone.

IV. La gente muore giovane, a sud del Fiume Azzurro

Mentre Atene e Sparta se la davano di santa ragione, in un regno lontano lontano, nella grande pianura della Cina del Nord, migliaia di contadini lavoravano felici nella fertile valle del Fiume Giallo. Attorno al 200 a.C., osservando compiaciuto il benessere socio-economico ivi raggiunto, l’Impero Cinese sceglieva, non irragionevolmente, di ampliare i suoi confini avanzando verso Sud, in quelle terre analogamente rese fertili dal grande Fiume Azzurro.

Sulla carta, ottima idea; all’atto pratico, un disastro sanitario. Nonostante la relativa vicinanza, le terre a sud del Fiume Azzurro avevano un clima drasticamente diverso: i monsoni erano frequenti, le temperature erano alte, l’umidità era elevata. Insomma, erano il perfetto terreno di coltura per una vasta quantità Agenti Patogeni assetati di sangue, che non erano mai riusciti a spostare verso Nord i loro focolai (venendo, probabilmente, stroncati dagli inverni troppo rigidi).

Ma prendi alcune migliaia di Cinesi del Nord e portali a vivere nelle terre del Sud… ed ecco d’un tratto realizzarsi i sogni più spinti di ogni Agente.

Ssuma Ch’ien, storico cinese morto nell’87 a.C., è il primo a scrivere che “nell’area a sud del Fiume Azzurro, il terreno è basso e il clima è umido; i maschi adulti muoiono giovani”. Nei secoli a venire, la circostanza viene accettata come un dato di fatto, tant’è vero che nella letteratura medica cinese fioccano consigli sanitari e diete particolari per proteggere chi si avventura a Sud. Peraltro, con scarso successo, calcolato che le terre meridionali continuano ad essere falcidiate da malattie epidemiche non meglio identificate (e da una che le fonti ci permettono invece di identificare: tra le altre cose, c’era sicuramente un problema di malaria).

Fortunatamente per i nostri progenitori in Italia, il Lontano Oriente è, a quell’epoca, un posto molto molto lontano.
…che però diventa improvvisamente più vicino quando – agli albori dell’epoca cristiana – l’Impero Cinese decide di aprirsi all’Occidente per importare in Europa il made in China. Sappiamo ad esempio che tra le matrone romane del primo secolo era diventato di moda indossare scandalose sete semi-trasparenti che venivano prodotte, ad Antiochia, con bachi cinesi. Ed è solo un esempio tra i molti!

I contatti tra Oriente e Occidente diventano sempre più frequenti, con lo stabilirsi di rotte commerciali lente ma regolari. Delle quali si sarebbero servite – giulivi e increduli per tanta grazia immeritata – decine e decine di Agenti in incognito: tipi freddolosi che, da soli, non si sarebbero mai spinti così lontano, ma che invece si trovavano benissimo a viaggiare nel confortevole tepore di un organismo umano.

V. Le epidemie del tardo (e malaticcio) Impero

Ovviamente, il bacino del Mediterraneo non era nuovo alle epidemie. Abbiamo già citato la peste di Atene, disastrosa oltre ogni misura ma rapida a scomparire.
Per quanto riguarda Roma, Livio ricorda almeno undici epidemie verificatesi in età repubblicana. Ma l’impressione è – di nuovo – di avere a che fare con pestilenze non particolarmente “cattive”. Non ci risultano crolli demografici da ecatombe dopo il passaggio di questi morbi. La crescita economica e l’espansione militare di Roma non sembrano essere rallentate seriamente da questi mali.
Si trattava di epidemie indivanate, come quelle ormai-non-troppo-letali che dovevano esistere nel Medio Oriente? Oppure la popolazione locale, dagli e dagli, aveva sviluppato immunità di gruppo contro questi mali?

Ovviamente possiamo solo fare ipotesi, ma resta un dato di fatto: nessuna delle epidemie in questione fu neanche lontanamente paragonabile a quella che scoppiò in Cina nel 162 d.C. causando il 40% di morti (!) tra i soldati che presidiavano le frontiere a nord-ovest. Da lì si diffuse nel Medio Oriente e nel 167 arrivò a Roma, addosso alle truppe di ritorno dalla Mesopotamia (e/o come souvenir di viaggio per i funzionari che nel 166 si erano recati in ambasciata alla corte degli Han per intessere rapporti diplomatici).

Fu un macello.

La malattia si comportò esattamente come ci si aspetta che si comporti un Agente Patogeno che arriva da terre lontane e che tocca per la prima volta una popolazione completamente priva di anticorpi utili.
In altre parole, la mortalità fu altissima (si stima abbia raggiunto circa un terzo della popolazione)… ma, intelligentemente, non troppo alta da causare una completa ecatombe. Spostandosi or qua e or là attraverso emaciati viaggiatori, il nostro astuto Agente si diede da fare per almeno quindici anni, oltrepassando le mura di città ancora da scoprire e tornando a visitare centri che aveva già toccato non appena l’immunità di gruppo veniva meno.

Siamo di fronte alla prima delle grandi epidemie made in China (probabilmente, vaiolo). La quale, dopo aver ammazzato tutto l’ammazzabile nei suoi primi quindici anni di lavoro, scelse probabilmente di prendersi una vacanza in Africa fino al 251. In quella data, tornò a marciare verso Nord mettendo in ginocchio Roma con una nuova ondata di violentissimi contagi, che si susseguirono per un’altra quindicina d’anni.

E lì – va detto – la popolazione europea cominciò seriamente a preoccuparsi. Mai a memoria d’uomo si erano registrate epidemie così virulente ma così persistenti al tempo stesso, capaci di diventare endemiche dando il via a uno straziante stillicidio.

E dire che l’Agente Vaiolo era ancora un simpatico vicino di casa, se paragonato al collega che stava facendo stretching dietro l’angolo, pronto a salire sul ring alla prima occasione utile. Stava per arrivare in Europa quella che è l’epidemia per eccellenza: la peste bubbonica, la Morte Nera.

Come tutte le malattie di un certo livello: è made in China pure lei.
Ma visto che questo articolo è già spropositatamente lungo e la peste bubbonica è una malattia così bellina da meritarsi un approfondimento come si deve, facciamo che ai sozzi bubboni dedico – a breve – una seconda puntata di questo excursus.

Rimanete in linea, il peggio deve ancora arrivare.

(Scritto da Lucia)

RIDATEMI I GIORNI DELLA MERLA

RIDATEMI I GIORNI DELLA MERLA

Ci sono varie leggende sui giorni di fine gennaio, 28, 29 e 30, considerati i più freddi dell’anno.

Quest’anno, almeno qui a Bologna con 12°C di massima, non si possono definire “freddi”.

In ogni modo è sempre bello riportare la famosa leggenda dei tre giorni della merla. Ce ne sono diverse, io ho scelto questa.

“Una merla dal bellissimo piumaggio bianco, era sempre strapazzata da gennaio, mese freddo e scuro, che non aspettava altro che lei uscisse dal nido in cerca di cibo, per scatenare freddo e gelo.

Stufa delle continue persecuzioni, un anno la merla fece provviste che bastassero per un mese intero e poi si rinchiuse nel suo nido. Rimase lì, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che all’epoca durava ventotto giorni.

Giunti all’ultimo giorno del mese, la merla, credendo di aver ingannato il perfido gennaio, sgusciò fuori dal nido e si mise a cantare per prenderlo in giro.

Gennaio, furioso, se ne risentì e chiese tre giorni in prestito a febbraio. Avutoli in dono, scatenò bufere di neve, vento, gelo, pioggia.

La merla si nascose allora in un camino e vi restò ben nascosta aspettando che la bufera passasse.

Trascorsi i tre giorni e finita la bufera, la merla uscì dal camino, ma a causa della fuliggine, il suo bel piumaggio candido si era tutto annerito.

Così essa rimase per sempre con le piume nere e da quel giorno tutti i merli nascono di colore scuro”.

Conclusione:

Come in tutte le leggende, esiste un fondo di verità: nel calendario romano il mese di gennaio durava solo ventinove giorni.
Sempre secondo la leggenda, se i giorni della merla sono freddi, la primavera sarà mite; se invece sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.

“PRIMA GLI ITALIANI”

“PRIMA GLI ITALIANI”

Ma esistono gli Italiani? Quali italiani? Quelli biondi? Quelli bruni? Quelli più abbronzati? Quelli con gli occhi azzurri? O con gli occhi neri? Quelli alti o bassi?

Semmai esiste una terra con la forma di stivale, immersa nel Mediterraneo che, nel tempo, si è chiamata Italia, con sopra degli abitanti.

Le ricerche di genetica delle popolazioni “Italiane”, dicono che non esistono gli italiani, solo italiani come tali.

Non esiste un genoma italiano, per quanto ci possa non far piacere.

L’Italia è stata al centro di tantissime migrazioni. Per non parlare di quelle storiche, Longobardi, Normanni, Arabi, ci sono quelle preistoriche.

Un decimo del nostro genoma appartiene ad una migrazione di cacciatori-raccoglitori, forse proveniente dal continente Africano, quindi stirpi dell’Uomo di Neanderthal, poi nell’età del bronzo una migrazione proveniente dall’area del Mar Nero e del Caspio, che forse portarono la lingua indoeuropea, quindi la migrazione araba, che interessa soprattutto la zona meridionale.

Così è in Italia, così, praticamente in tutta Europa. Le uniche popolazioni “pure” sono i Lapponi, nell’estremo Nord, i Baschi e gli abitanti delle isole Orcadi, al nord della Gran Bretagna.

Anche il genoma dei Sardi, che si è detto essere molto indipendente, non lo è.

In alcune zone della Sardegna abitano molti centenari, ma questo è dovuto probabilmente ad una selezione operata da fattori sociali, da una vita strettamente legata ad abitudini e ritmi contadini.

Quindi niente ci differenzia autenticamente da tutti gli altri cittadini europei e non europei.

Certo poi ci sono le differenze storiche e quelle culturali, indotte dagli avvenimenti storici ed economici.

Ma è tutta un’altra storia.

UN PICCOLO PROBLEMA PER POCHI, PUÒ TRASFORMARSI IN UN PERICOLO PER TUTTI

UN PICCOLO PROBLEMA PER POCHI, PUÒ TRASFORMARSI IN UN PERICOLO PER TUTTI

Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete,
vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto.
Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato
quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi.

Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:
“C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!
La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse:
“Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le chiedo di non importunarmi.”

Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò: “C’è una trappola per topi in casa,
una trappola!!!” “Scusi, signor topo, – rispose la pecora – non c’è niente che io possa fare,
mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.”

Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo?
Penso proprio di no!”

Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di
difendersi da quella trappola.

Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e
afferra la sua vittima.

La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell’oscurità vide che
la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente. Il serpente velenoso,
molto velocemente, morse la donna.

Subito il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: siccome la donna
aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.

Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale: la gallina.

Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.

Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.

La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo
il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese
della malattia della moglie.

Morale: quando c’è un problema per una piccola parte della società, questo non è solo un problema per pochi, ma può diventare una tragedia per tutti.

“I PRANZI PER I POVERI”

Nel giorno di Natale una delle cose che vengono fatte comunemente sono “I pranzi per i poveri”.

Si direbbe una moda.

Si prodigano i Comuni, le Caritas diocesane, le parrocchie, altri Enti, per dare un buon pasto ai “poveri”, il giorno di Natale.

Un giorno all’anno.

Sicuramente è cosa apprezzabile, tuttavia, non c’è solo la festa del Natale. Le persone povere hanno bisogno di qualcosa per loro, quotidianamente e non una volta tanto.

Quel qualcosa lo possiamo riassumere in tre parole indispensabili e complementari: accoglienza, ascolto, accompagnamento.

Sono tre parole che richiedono di essere capaci di stare coi poveri, non tanto per fare loro del bene, ma per camminare insieme a loro.

Se esiste il povero, quel povero in cui ci si imbatte camminando per la strada, vuol dire che c’è qualcosa che non va nel modo in cui sono distribuite le ricchezze sulla terra.

Che merito c’è nel vivere in maniera agiata e che demerito c’è nel vivere miseramente?

E perché c’è qualcuno circondato da tanta gente e c’è tanta gente in assoluta solitudine?

Una solitudine così grande da morire di freddo d’inverno?

L’antidoto alla solitudine è la vicinanza, perché costringe alla relazione, con la vicinanza nessuno è più solo e la vicinanza sconfigge l’indifferenza.

Quando si sceglie di guardare il povero negli occhi, il suo sguardo entra nel cuore e se solo si prova ad accogliere, ascoltare, accompagnare, si sente il suo cuore colmo di tristezza, solitudine, esclusione.

Quando si fa finta di non vederlo, si sceglie di calpestare la sua dignità, di perseguitarlo in nome di una falsa giustizia, di opprimerlo con politiche indegne.

Comunque la mettiamo, non guardiamo più negli occhi nessuno, ma ci arroghiamo il diritto di indicare l’altro come diverso e quindi inferiore e di intimorirlo con la violenza.

Ecco che allora il povero può urlare forte, ma le nostre orecchie e il nostro cuore non lo sentiranno, anzi avvertiranno solo il fastidio di quella presenza indecente, perché il povero è scomodo, sconvolge la nostra vita, le nostre abitudini, le nostre priorità.

Ci piace molto parlare astrattamente di povertà, perché sembra che non abbia corpo, ma ci piace meno parlare di poveri come persone fisiche.

La civiltà moderna, è quella in cui camminiamo a testa in giù, perché ci vergogniamo o stiamo chattando, o a testa in su perché siamo altezzosi o stiamo sognando.

Se agiamo concretamente e con sincerità e professionalità la relazione, scopriamo che quel povero che abbiamo di fronte, ha sentimenti e passioni molto simili alle nostre, ha desideri e speranze come le nostre.

Non ci si aspetti gratitudine, perché la ricompensa è già nel fatto che si ha la possibilità di rendersi utile a qualcuno.

Ecco un poeta che aveva capito:

Er Presepio (Trilussa)

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

 

IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE

IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE

“Ha freddo”.
Disse in tono quasi acido, l’anziana filatrice, tenendo gli occhi puntati sul bambino che dormiva nella mangiatoia. Semi-affondato nella paglia sporca, il neonato era leggermente livido: per il pianto, per il freddo e per quella congestione tipica dei bambini che sono appena venuti al mondo.
Guardò il bambino, che passava le sue prime ore di vita in una stalla puzzolente in condivisione con mucche e asini, e poi fissò la madre.
La fissò a lungo, con aria critica.

La ragazza portò gli occhi su di lei e poi sul bimbo. La sua espressione di quieta gioia mutò rapidamente in uno sguardo preoccupato e un poco incerto. Guardò il bambino, che comunque dormicchiava quietamente, e si morse le labbra, mentre un’espressione colpevole le rabbuiava il volto. “Io…”. Tornò a guardare la vecchia e sentì quasi il bisogno di giustificarsi: “non era previsto che nascesse qua; non abbiamo molto, con cui…”.
Si è notato”, commentò la vecchia, acidamente. Guardò negli occhi la ragazza e si domandò come facessero queste nuove generazioni ad essere così incoscienti e stupide: partorire in una grotta, in mezzo agli escrementi degli animali, senza un minimo di responsabilità, come se tutto fosse un gioco, e…
“Ehi, aspetta!”. La ragazzina lanciò uno sguardo di infinito amore al neonato che mugolava nella paglia, e con un gesto veloce si levò il velo. Lunghe onde di capelli corvini caddero a incorniciarne il volto, mentre la ragazza si protendeva verso il bambino in fasce e lo avvolgeva nella stoffa leggera. Con la punta delle dita gli accarezzò la guancia e sussurrò, pianissimo: “adesso va meglio, piccolo?”.
La vecchia si morse la lingua per tacere, ma fu tutto inutile. “Ma non credo proprio che adesso vada un granché meglio”, sbottò con l’esasperazione incredula di quelle vecchiette che… loro sì che saprebbero fare tutto mille volte meglio. “I bambini appena nati devono stare al caldo, sotto stoffe pesanti, non sono abituati a queste temperature basse; e lasciare un neonato seminudo coperto solo da un pezzo di stoffa, con questo tempo, potrebbe portare a conseguenze gravi, o addirittura…”.
Oh, no”. La ragazzina era sbiancata; aveva guardato prima il figlio e poi la vecchia, con gli occhi sgranati per la paura. Ci fu un momento in cui la ragazza sprofondò visibilmente nell’agitazione, e la vecchia ebbe la certezza di essere di fronte a una madre degenere, e anche delle più idiote: non si può far nascere un bambino così, e trattarlo come se fosse un bambolotto; probabilmente, a quella stupida non gliene importava nemmeno della sorte di suo figlio, e…
I miei capelli!”.
La vecchia fissò la ragazza, inorridita: adesso si metteva pure a pensare ai suoi capelli?
Posso tagliarmeli!”, esclamò la fanciulla, propositiva. “Posso tagliarmeli, e… buona donna, voi non sareste disposta a filare per me una copertina per il neonato, con i miei capelli? Vi ripagheremo, naturalmente: mio marito cercherà qualche lavoretto, e nell’arco di pochi giorni potremo…”. Ma si interruppe, cogliendo l’espressione sconcertata della vecchia. Deglutì, un po’ intimidita, e si sentì in dovere di giustificarsi: “i capelli tengono caldo, no? Sarà come la lana delle pecore. Se me li taglio, forse voi potreste…?”.
La vecchia sgranò gli occhi: era così incredula che passarono dieci secondi abbondanti, prima che riuscisse a far parola. “Voi vorreste…?”. Esitò. “Sareste disposta a tagliarvi i vostri capelli, per farmi tessere una coperta per il bambino…?”.
La ragazza esitò, un po’ a disagio. “È troppo poco, non basta?”.
Sacrifichereste…?”. La vecchietta era incredula. “Sacrifichereste la vostra chioma, pur di tenere al caldo il bimbo?”.
La vecchia arretrò di un passo e sentì gli occhi che le si riempivano di lacrime, mentre guardava, sotto uno sguardo improvvisamente nuovo, quella ragazzina fragile che sarebbe stata disposta a rinunciare ai suoi capelli (ai suoi capelli!) per il bene del suo bimbo. Mentre fissava la ragazza, la vecchia si trovò a pensare che lei, alla sua età, probabilmente non avrebbe nemmeno concepito un pensiero del genere. E lei era stata così dura; così
“Non dite stupidaggini, per carità”, le sussurrò affettuosamente, con la voce che tremava di commozione. “Datemi solo… mezza giornata: vi preparerò io stessa con le mie mani una copertina morbidissima, fatta apposta per il vostro bimbo…”. E sorrise alla madre, e poi al bimbo piccolino: “e starà benissimo. È bellissimo. Non poteva desiderare una madre migliore: è un bambino fortunato. Lo farete diventare un uomo speciale; ne sono certa”.

È per questa ragione che, in un vero presepio, non dovrebbe mancare mai la statuetta di una filatrice.
E, a quanto pare, è per questa ragione che, in molte culture, era tradizionalmente vietato alle donne lavorare al fuso nella notte di Natale (o addiritturatura, nell’intero periodo di festa dal Natale all’Epifania).

Sarà nato prima il divieto tradizionale, o la leggenda natalizia? Chi può saperlo: è un po’ come la vecchia storia dell’uovo e della gallina.

Ma, in ogni caso, il risultato è stato questo. Le donne si prendevano una vacanza dai lavori casalinghi, e abbandonavano il fuso per tutti i giorni di Natale. Diversamente, sarebbe stato un po’ come accettare l’offerta, scandalosamente generosa, della Mamma del Signore: e accettare dunque di tessere una coperta coi suoi splendidi capelli.
Fino a tal punto può arrivare, se serve, l’amore di una mamma.

[Buon Natale: Un grande abbraccio a tutti voi. Grazie per essere venuti a trovarmi, per la pazienza che avete avuto nel leggere il blog e per la compagnia che mi avete fatto. Grazie].

LE NOSTRE MASCHERE

LE NOSTRE MASCHERE

Spesso fingiamo di essere quello che non siamo.

Tutti indossiamo maschere ogni giorno.

Volendo, ne abbiamo una da esibire in ogni circostanza e per ogni tipo di relazione che instauriamo.

Questo vale anche per gli altri e quindi ci troviamo a fare i conti anche con le loro di maschere.

Insomma: un caos nel quale il “vero io” soffre. 

E … e se per carnevale provassimo a toglierle le maschere?

PASSA TRANQUILLAMENTE TRA IL RUMORE E LA FRETTA E RICORDA QUANTA PACE PUÒ ESSERCI NEL SILENZIO

PASSA TRANQUILLAMENTE TRA IL RUMORE E LA FRETTA E RICORDA QUANTA PACE PUÒ ESSERCI NEL SILENZIO

“Passa tranquillamente tra il rumore e la fretta e ricorda quanta pace può esserci nel silenzio.

Finché è possibile, senza doverti abbassare, sii in buoni rapporti con tutte le persone.

Dì la verità con calma e chiarezza, e ascolta gli altri, anche i noiosi e gli ignoranti; anche loro hanno una storia da raccontare.

Evita le persone volgari e aggressive, esse opprimono lo spirito.

Se ti paragoni agli altri corri il rischio di far crescere in te orgoglio e acredine, perché sempre ci saranno persone più in basso o più in alto di te.

Gioisci dei tuoi risultati così come dei tuoi progetti.

Conserva l’interesse per il tuo lavoro, per quanto umile è ciò che realmente possiedi per cambiare le sorti del tempo.

Sii prudente nei tuoi affari, perché il mondo è pieno di tranelli. Ma ciò non acciechi la tua capacità di distinguere la virtù.

Molte persone lottano per grandi ideali, e dovunque la vita è piena di eroismo.

Sii te stesso! Soprattutto non fingere negli affetti e non essere cinico riguardo all’amore, poiché, a dispetto di tutte le aridità e disillusioni, esso è perenne come l’erba.

Accetta benevolmente gli ammaestramenti che derivano dall’età, lasciando con un sorriso sereno le cose della giovinezza.

Coltiva la forza dello spirito per difenderti contro l’improvvisa sfortuna, ma non tormentarti con l’immaginazione.

Molte paure nascono dalla solitudine e dalla stanchezza.

Al di là di una disciplina morale, sii tranquillo con te stesso.

Tu sei un figlio dell’universo, non meno degli alberi e delle stelle, tu hai il diritto di essere qui.

E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’universo ti stia schiudendo come si dovrebbe.

Perciò, sii in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca e qualunque siano le tue lotte e le tue aspirazioni, conserva la pace con la tua anima pur nella rumorosa confusione della vita.

Con tutti i suoi inganni, i lavori ingrati e i sogni infranti, è ancora un mondo stupendo.

Fai attenzione! Cerca di essere felice”.

(Trovata nell’antica Chiesa di San Paolo, Baltimora, 1692)