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NON PERDONO BERLUSCONI

NON PERDONO BERLUSCONI.

No, non lo perdono, e non lo farò mai, per avermi tolto la possibilità di poter gridare “Forza Italia”, quando i nostri campioni, di tutte le discipline sportive, giocano.

Forse non vincono più, almeno i giocatori di calcio della nostra nazionale,  anche per questo, non possiamo incitarli come vorremmo. Non voglio dire che sia colpa sua, ma certamente quella bella frase non la possiamo gridare per non richiamare a gran voce un partito.

Cosa centra un partito con lo sport? Niente, eppure anche questo ci è stato rubato, la voce si spegne in gola e cerchiamo altre parole, più difficili, che non arrivano all’orecchio dei giocatori. Peccato. Anzi una cosa la facciamo bene ed è quella di fischiare l’inno nazionale degli altri, praticamente li insultiamo, come abbiamo imparato a fare in questi anni con gli avversari, considerati più nemici che avversari di gioco.

Berlusconi, un ladro di belle parole. Nessun perdono per questo, anche se camperà centoventi anni come gli fu profetizzato da Don Luigi Verzé (già morto), l’amico fondatore dell’ospedale San Raffaele, finito in bancarotta.

 

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IL PREZZO DELLE PREGHIERE

IL PREZZO DELLE PREGHIERE

“Se c’è una cifra fissa come una compravendita, allora deve essere rilasciato uno scontrino!”. Il tono è indignato. La signora Giovanna, lettrice del Carlino, scrive una lettera con nome e cognome, protestando contro il ‘prezzo’ delle Messe. Un listino chiaro, senza incertezze: 15 euro. Il luogo, la chiesa di San Girolamo della Certosa. (Nell’immagine)

“Il giorno di Ognissanti – scrive – sono andata in Certosa e nell’ufficio della chiesa ho prenotato tre Messe in suffragio dei miei cari defunti. Il sacerdote presente ha scritto un biglietto con le date e me lo ha allungato dicendo: 45 euro”. La sorpresa è grande, non per la cifra, ma per il modo: “Il Papa non aveva puntualizzato che non si devono chiedere soldi per le Messe ma eventualmente accettare offerte? E allora i defunti dei poveri, del disoccupato, delle persone in difficoltà vanno tutti all’inferno?”.

La domanda, ovviamente retorica, tocca un punto dolente: “Questa richiesta di una cifra fissa suona come una compravendita e allora… deve essere rilasciato uno scontrino”. Cifra fissa al punto che, di fronte ai 50 euro esibiti della nostra lettrice, il sacerdote puntualizza di non avere il resto e quindi di “scegliere tra una pubblicazione o un periodico di quelli presenti in chiesa”. Insomma, 15 euro sono: non di più e non di meno.

In effetti, le modalità di un servizio al quale, secondo la Santa Sede, dovrebbe tutt’al più corrispondere un’offerta volontaria, risulta che le cose stanno proprio così. Alla richiesta di informazioni sulle modalità previste per una Messa in suffragio di un congiunto, infatti, nell’ufficio all’interno della chiesa del cimitero monumentale, affidata alla congregazione religiosa dei Padri Passionisti, ci è stato spiegato che “il costo è di 15 euro per Messa, indipendentemente dal numero dei nomi da citare” e che “il primo spazio libero sarà nella mattinata del 30 novembre”.

“Vorrei ricordare – è la conclusione ironica della lettrice del Carlino – che una volta, nei negozi di pasticceria, in mancanza del resto aggiungevano qualche cioccolatino”.

(Il Resto del Carlino – Bologna)

Mi sembra che tutto ciò richiami il “tempo della vendita delle indulgenze”, il tempo che poi portò al protestantesimo con Martin Lutero.

“La Riforma protestante è nata con la questione delle indulgenze. Nel 1517 papa Leone X, volendo ricostruire la basilica di S. Pietro a Roma, e non disponendo dei mezzi necessari, aveva bandìto in tutto il mondo una speciale indulgenza per coloro che avessero fatto un’offerta in denaro. L’indulgenza, già usata nel corso delle crociate, era una sorta di condono delle pene che il credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio, che il papa concedeva a quei fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze (pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie.). Lo “sconto” offerto da questi certificati d’indulgenza era proporzionato all’importo del denaro.

Le indulgenze erano una specie di “decreti di amnistia” scritti dal Papa, sulla base del cosiddetto “tesoro dei meriti” di Cristo e Maria, i quali avrebbero dato agli uomini più di quanto non occorresse per la loro salvezza (ma in questo “tesoro” sono inclusi anche i santi e i fedeli più devoti del paradiso, la cui grandezza superava, secondo la chiesa, le pene che meritavano per i loro peccati).

In virtù di questo “surplus” di meriti, la chiesa si sentiva in diritto di diminuire o addirittura di cancellare la pena del peccatore (in vita o nel Purgatorio). Chi, pagando una certa somma, riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno “sconto” sulla pena (per i vivi anche sulle pene future), a prescindere naturalmente dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto”. (Dal sito http://www.homolaicus.com/storia/moderna/riforma_protestante/indulgenze.htm).

Ricordo che su alcuni “santini” di martiri o santi, sul retro dell’immagine, era riportata una preghiera, e chiunque recitasse quella preghiera, riceveva in cambio l’indulgenza di “trecento giorni”, o assai meno, dipendeva dai santi (anche lì c’era una determinata gerarchia), vale a dire uno sconto per i propri morti, che attendono di entrare in Paradiso, come se, anche nell’aldilà, chiamato Purgatorio, il tempo si contasse come sulla terra. Ho sempre dubitato di questi sconti, ma questa era l’usanza per i credenti fino a pochi anni fa.

Un Esempio:

 

Ora, sembrerebbe tutto cambiato, molto più razionale. Se si vuole andare in Paradiso, coloro che credono nel Dio dei cristiani, le preghere ed il bene si debbono fare in vita. Ma evidentemente non per tutti le parole del Papa hanno un senso.

L’esempio sopra, fa molta tristezza, povera santa Filomena, si vede che non era tanto importante, riusciva a “strappare” recitando la preghiera solo “40” giorni di indulgenza, poco più di un mese.

 

PIZZA A DOMICILIO

PIZZA A DOMICILIO

Meglio riderci sopra, ma un domani chissà…..

– Buonasera! Pizzeria da Ciccio?
– No è Google Pizza.
– Ho sbagliato numero?
– No, Google ci ha comprati.
– OK. Posso ordinare una pizza a domicilio?
– Certo, vuoi il solito?
– Il solito? Come fai a sapere cosa prendevo?
– Dal numero da cui chiami, le ultime 9 volte hai ordinato pizza con salamino piccante e patatine fritte, bella croccante.
– OK! È proprio lei.
– Posso suggerirti stavolta una pizza con la rucola e i pomodorini?
– Che cosa? Odio le verdure!
– Il tuo colesterolo è troppo alto.
– Tu come lo sai?
– Hai richiesto di poter visualizzare i risultati dei tuoi esami del sangue online.
– Non voglio quella pizza. Sto già prendendo le medicine.
– Non le stai prendendo regolarmente, 4 mesi fa hai preso una scatola da 30 pastiglie nella farmacia sotto casa e poi non le hai più comprate.
– Le ho comprate in un’altra farmacia.
– Non risulta dalla tua carta di credito.
– Ho pagato in contanti.
– Non risultano prelievi di contanti dal tuo conto corrente.
– Ho altre fonti di contanti.
– Non risulta dalla tua dichiarazione dei redditi, a meno che non siano in nero.
– Cosa vuoi da me? Basta con tutta questa tecnologia. Vado in un’isola deserta senza internet e senza telefono, così nessuno potrà più spiarmi.
– Capisco. Rinnova il passaporto, ti è scaduto da 5 giorni.

(Dal Web)

Forse è già così, ma ho pensato che non sarebbe successo a me, tanto mica compro con Internet.

Poi ho constatato che così non è, anzi, compro molto, libri, tappeti per la cucina, tegami, giacche, sementi, sacchetti di ricambio per aspirapolvere, prenotazione viaggi, alberghi, lettura esami clinici, cibo ai supermercati, prodotti per il mio gattone rosso, profumi, controllo il conto corrente, faccio bonifici, carte di credito virtuali. Un’ira di dio di robe. Ed è vero, si potrebbero scoprire tante cose su di me. La privacy? Chissà dov’è andata a finire!

QUALI SONO LE MERAVIGLIE DEL MONDO?

QUALI SONO LE MERAVIGLIE DEL MONDO?

Una maestra chiese ad un gruppo di alunni:
scrivete quali sono le 7 meraviglie del mondo di oggi.
La maggior parte degli alunni rispose:

*La Grande muraglia cinese,

*Petra in Giordania.

*Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro (Brasile),

*Le rovine Inca di Machu Picchu,

*La Piramide Maya di Chicen Itza(Messico)

*Il Colosseo di Roma,

*Il Taj Mahal in India

Dopo aver raccolto le risposte, la maestra si accorse che un’alunna non aveva consegnato il suo foglio, e le chiese il motivo.
La bambina rispose che era indecisa, perché ce ne sono tante.
Dinne qualcuna, disse l’insegnante.
La bambina dopo un po’ d’esitazione disse
Per me le 7 meraviglie del mondo sono:

1. Il Tatto

2. Il Gusto

3. L’Udito

4. La Vista

5. Il Sorriso

6. L’Amore

7. I Sentimenti

In classe si fece un gran silenzio.
Tutte queste cose che non notiamo più, perché sono così semplici e ordinarie, sono in realtà delle meraviglie. Ricordati che le cose più belle della vita non si possono comprare.

J.Dauth.

MOLESTIE ACUSTICHE

MOLESTIE ACUSTICHE

Mi piacerebbe molto che le compagnie di telefonia mobile, anziché mettere insieme una varietà particolare di pubblicità, a volte anche incomprensibile e fuori luogo (ricordo foche, orsi e pinguini parlanti), realizzassero campagne pubblicitarie più utili ed educative, con le quali indicare, sempre tramite gag creative, l’uso rispettoso e civile del cellure, quando ci si trova in pubblico (treni, ristoranti, sale d’aspetto, cinema, autobus).

L’uso del cellulare, spesso, è la moderna discriminante fra persone educate e persone maleducate.

In questo modo si farebbe pubblicità progresso (anzi educazione civica) e si attirerebbe l’attenzione degli spettatori che magari darebbero pure più retta alle offerte delle suddette campagne.

Suonerie spacca timpani, vicini di posto in vena di raccontare per ore, attaccati al cellulare, i fatti propri di cui non importa niente a nessuno, stranieri che borbottano in continuazione, nella loro lingua, sicuri si non essere capiti, tutte le loro frustrazioni  o problematiche o chissà che altro. A volte una cacofonia insopportabile.

Un po’ di educazione e di rispetto per gli altri non farebbe male. Ci sono luoghi pubblici in cui si dovrebbe e potrebbe fare a meno di usare il cellulare. Se proprio uno non può farne a meno, potrebbe appartarsi in qualche angolo o magari al gabinetto.

Tuttavia mi ha fatto impressione un’altra cosa.

L’altro giorno, alla fermata di un autobus in centro città, si aspettava sotto i portici, perché (finalmente) pioveva, e c’erano tante persone in attesa. Quasi tutte, almeno le più giovani, stavano appoggiate al muro delle case o alle colonne dei portici, tutti immersi nel loro aggeggio palmare. Silenziosi, disattenti ad altro, concentrati al punto da non vedere l’autobus arrivare, isolati. Ecco un altro aspetto particolare.

E questo mi ha fatto tristezza. C’è tanto da vedere, belle cose, persone, vetrine, monumenti, anche in attesa di un autobus, eppure ci si concentra sul cellulare.

La stessa cosa succede in sala d’attesa. Tutti a testa china a guardarsi le mani, mi piacerebbe tanto, invece, che qualcuno, proprio per far passare il tempo più gradevolmente, leggesse un bel libro. Mi sono augurata che, sotto tutta quella attenzione, nello smartphone, ci fosse un ebook.

Però, c’è anche tanto di positivo. Debbo davvero ringraziare chi ha inventato tutte queste belle cose, perché avere con sé una cabina telefonica, è rassicurante.

CANZONE D’AUTUNNO (Paul Verlaine)

CANZONE D’AUTUNNO (Paul Verlaine)

I singhiozzi lunghi
dei violini d’autunno

mi feriscono il cuore
con languore
monotono.

Ansimante
e smorto, quando

l’ora rintocca,
io mi ricordo

dei giorni antichi
e piango;

e me ne vado
nel vento ostile

che mi trascina
di qua e di là

come la foglia
morta.

(Paul Verlaine)

Questa poesia di Verlaine, fu usata da Radio Londra, durante lo sbarco degli alleati in Normandia, per comunicare ai partigiani del posto, i pochi uomini che non erano al fronte, che cosa dovevano fare per aiutare gli alleati.

Nel film “Il giorno più lungo” questo aspetto è reso molto bene cinematograficamente, perché vengono filmati, in una cantina, alcuni uomini in età, con elmetti di fortuna, che ascoltano Radio Londra di nascosto.

Queste persone sanno che Radio Londra, in qualsiasi momento, potrebbe citare uno dei versi di questa poesia, ed ogni verso è indirizzato a gruppi diversi con incarichi diversi.

Quello che si vede nel film è un gruppo di pochi uomini, al quale viene comunicato il seguente verso “mi feriscono il cuore con monotono languore”. Il compito di questi uomini era quello di tagliare immediatamente le linee del telefono per impedire ai tedeschi di guardia sulla riva francese della Normandia, di comunicare ciò che vedevano, ai loro capi.

Questo gesto semplice che potevano fare anche uomini in età, aiutò moltissimo gli alleati.

Non so se è vero o è una invenzione cinematografica, ma rileggendo le poesie di Verlaine, mi è venuto in mente questo episodio della resistenza francese.

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Il giorno più lungo (The Longest Day) è un film di guerra del 1962 basato sul romanzo storico del 1959 Il giorno più lungo di Cornelius Ryan sul D-Day, gli sbarchi in Normandia del 6 giugno 1944 durante la seconda guerra mondiale. Il film fu prodotto da Darryl F. Zanuck, che pagò all’autore del libro 175,000 $ statunitensi per i diritti cinematografici, e venne diretto da Ken Annakin (esterni inglesi e francesi), Andrew Marton (esterni statunitensi), Bernhard Wicki (le scene dei tedeschi), Gerd Oswald (scene di paracadutismo non accreditato) e dallo stesso Darryl F. Zanuck anche lui non accreditato. La sceneggiatura era di Ryan, con materiale aggiuntivo scritto da Romain Gary, James Jones, David Pursall e Jack Seddon.

Il giorno più lungo, che è stato girato in bianco e nero, è interpretato da un grande cast corale che include John Wayne, Edmond O’Brien, Kenneth More, Richard Todd, Robert Mitchum, Richard Burton, Steve Forrest, Sean Connery, Henry Fonda, Red Buttons, Peter Lawford, Eddie Albert, Jeffrey Hunter, Stuart Whitman, Tom Tryon, Rod Steiger, Leo Genn, Gert Fröbe, Irina Demick, Bourvil, Curd Jürgens, Robert Wagner, Madeleine Renaud, Paul Anka e Arletty. Alcuni di questi attori interpretarono ruoli che virtualmente erano camei: diversi membri del cast, come Fonda, Genn, More, Steiger e Todd, presero infatti parte da militari durante la guerra, e lo stesso Todd fu uno dei primi ufficiali inglesi ad atterrare in Normandia nell’Operazione Overlord e a partecipare all’assalto sul Ponte Pegasus. (Tratto da Wikipedia)

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LA DIPENDENZA AFFETTIVA

LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Se si vive una relazione (di qualunque tipo: amicale, d’amore, parentale, di lavoro) che non procuri piacere, ma sofferenza, malessere apparentemente immotivato eppure inesorabile, insoddisfazione, tristezza, frustrazione e anche rabbia, forse si è dentro a una dipendenza e vittima di una violenza psicologica.

La violenza psicologica è strisciante, subdola, non si manifesta come quella fisica,  logora la mente, non  il corpo.

Il manipolatore ha bisogno di avere una persona totalmente a disposizione, non vuole vivere un rapporto paritario, crea quotidianamente le condizioni affinché l’altra persona dipenda emotivamente da lui.

Non si interessa minimamente dei bisogni dell’altra persona, è concentrato su se stesso, inculca nell’altro la convinzione di essere una persona fragile, di non poter vivere senza quella relazione, di sbagliare sempre, di soffocare il manipolatore con le proprie pretese, di avere problemi di lucidità mentale, di vedere cose che non esistono a causa di paure immotivate e che lui  è fin troppo buono, perché perde un sacco di tempo dietro alle paranoie dell’altro e ha una pazienza infinita.

La vittima del manipolatore finisce col sentirsi sempre meno adeguata e sempre meno in linea con la propria personalità, è insicura, frustrata, prova ansia, rabbia, teme la fine della relazione, mette in dubbio la propria capacità di analisi ed è incapace di portare avanti le proprie idee per paura del conflitto e, contestualmente, dall’altra parte, c’è completo disinteresse, insofferenza, disprezzo, senso di superiorità.

Meccanismi che legano e stritolano carnefice e vittima in un rapporto malato in cui la vittima si annulla nel rapporto e il carnefice si nutre di questa disparità.

Ci si libera da questa gabbia quando si capisce che è una relazione che procura sofferenza e che questa sofferenza è più grande della sofferenza procurata dall’assenza della relazione stessa.

Il manipolatore difficilmente si libererà del bisogno di creare dipendenza emotiva per soddisfare il proprio bisogno di sentirsi amato.

Evidentemente è l’unica forma di amore che conosce.

Oggi si ricorda la violenza sulle donne.

Buona cosa certamente sensibilizzare le persone su questa vera piaga sociale, tuttavia e purtoppo tante donne si trovano o si sono trovare in condizioni, di  sudditanza totale (sia fisica che psicologica), senza poterne uscire, anche volendo, perché attorno a loro non ci sono persone che l’aiutino.

A volte è la famiglia a non capire il disagio e a volte persino le forze dell’ordine alle quali si denunciano le proprie difficoltà e le circostanze di una relazione di sofferenza, che non capiscono, non intervengono, sottovalutano la gravità, e poi arrivano quando è troppo tardi, quando la violenza e la morte hanno avuto il sopravvento.

 

LA STANZA DEGLI SPECCHI

LA STANZA DEGLI SPECCHI

Un uomo pieno di sé fece ricoprire di specchi le pareti e il soffitto della sua stanza più bella.

Spesso vi si rinchiudeva e contemplava la propria immagine: si ammirava minuziosamente, sopra, sotto, davanti e dietro.

Si sentiva tutto ringagliardito, pronto ad affrontare il mondo.

Un mattino, lasciò la stanza senza chiudere la porta.

Vi entrò il suo cane che, vedendo altri cani, li annusò. Dato che essi lo annusavano, ringhiò.  Dato che essi ringhiavano, li minacciò. Dato che minacciavano, abbaiò avventandosi su di essi. Fu una lotta spaventosa: le battaglie contro se stessi sono le più terribili che ci siano!

Il cane morì, sfinito.

Un asceta passava di là mentre il padrone del cane, desolato, faceva murare la porta della stanza degli specchi.

«Questo luogo può insegnarti molto» gli disse, «lascialo aperto».

«Che intendi dire?».

«Il mondo è neutro quanto i tuoi specchi. A seconda che siamo ammirativi o ansiosi, esso ci rimanda ciò che gli diamo. Se sei felice, il mondo lo è. Se sei inquieto, lo è anch’esso. Vi combattiamo incessantemente i nostri riflessi e moriamo nello scontro. Che questi specchi ti aiutino a capire: in ogni essere e in ogni istante, felice, facile o difficile, non vediamo né le persone né il mondo, ma la nostra sola immagine. Se lo capisci, ogni paura, ogni rifiuto, ogni lotta ti abbandoneranno».

(Il racconto mi è piaciuto molto e l’ho tratto interamente da: http://ilinkdiacl.blogspot.it/2015/01/la-stanza-degli-specchi-un-uomo-pieno.html)

SINTESI DEL TEMPO CHE PASSA

SINTESI DEL TEMPO CHE PASSA

La pubblicità che recita “la COOP sei tu” nel mio caso ci azzecca.

Adesso non vorrei che pensaste che le mie esperienze di vita più eccitanti avvengano tra le casse e il reparto surgelati del suddetto supermercato, ma spesso mi trovo a fare alcune delle mie più corpose considerazioni filosofiche proprio lì.

Ieri, come al solito ferma alla cassa, dietro di me una coppia anziana benportante l’anzianità.

Lei si accorge di aver dimenticato il bicarbonato e invita lui, nell’attesa, ad andare a prenderlo.

Lui fa un po’ di storie poi, a malincuore, si allontana dicendo, testuali parole: “Tu stai qua e non ti muovere!”

Tra me e lei intercorre uno sguardo complice colmo di significati, poi lei si fida e mi dice: “Quando ero giovane e potevo andarmene, mica me lo diceva, lo dice adesso che dove vuole che vada?”

Anche a leggere tutti i tomi di filosofia scritti nei secoli, Non si troverebbe una più rapida e definitiva sintesi del tempo che passa crudele, nel rapporto uomo donna.

SIGNORA MIA, SI RICORDA I BEI TEMPI?

SIGNORA MIA, SI RICORDA I BEI TEMPI?

Lo slogan più ripetuto in cento e cento sfumature era “prima gli italiani”. Non mancava mai, ogni giorno di chiudere gli occhi con queste confortanti parole.

Conveniva tantissimo, così pareva.

Com’era bella l’Italia di tanti anni fa, un vero paradiso, quando non c’erano i negri, i barconi, gli immigrati, i clandestini, i musulmani.

Che paradiso quando eravamo solo noi italiani! Mi sbirluccicano gli occhi.

Nessun italiano ammazzava nessuno e se lo faceva aveva comunque cura di farlo sparire sciogliendolo nell’acido o utilizzandolo per l’edilizia.

Nessun italiano stuprava nessuno, e se lo faceva aveva cura di farlo in casa, non come questi porci in mezzo alla spiaggia.

E se una donna veniva stuprata (parola che non esisteva, si diceva: disonorata) aveva comunque la fortuna di essere obbligata a sposare il suo stupratore con il matrimonio riparatore, altrimenti la disonorata doveva vergognarsi, non farsi mai più vedere, perché se noi italiani lo avessimo saputo, la trattavamo come la peggiore delle puttane.

E poi non c’erano tutti questi terroristi. Non c’erano tutte queste bestie.

Sì è vero, gli italiani per molti anni hanno, azzoppato,  fatto saltare per aria centinaia di innocenti, bambini, vecchi, donne, tutti, piazzando bombe nelle piazze, nelle banche, nei treni ad agosto, o magari in autostrada, senza un battito di ciglia e senza curarsi delle conseguenze.

Però adesso, in Italia parliamo da 15 anni di terrorismo islamico anche se non hanno fatto scoppiare nemmeno un petardo, mentre gli italiani hanno fatto saltare in aria centinaia di italiani.

Ma vuoi mettere essere ridotto a brandelli da una bella bomba italiana e non islamica?

Di quelle belle bombe piazzate da italianissimi fascisti, brigatisti e mafiosi e servizi segreti?

E i bei giorni dei sequestri di persona, quando i bambini venivano allegramente sequestrati per anni da italianissima brava gente che poi per non far preoccupare i parenti aveva cura di rispedire a casa il figlio un pezzo la volta, partendo solitamente dall’orecchio?

E il lavoro signora mia, il lavoro!

Nessuno ci rubava il lavoro!

Certo allora c’erano i terroni che rubavano il lavoro, ma mica erano italiani quelli, erano terroni di merda.

Ora sì, sono italiani pure loro, ma sempre un po’ meno di quelli del nord, perché i negri sono più terroni di loro, e loro si comportano con i negri come gli italiani si comportavano con i terroni.È il loro momento di gloria, finalmente anche loro hanno una razza inferiore da poter insultare e cacciare.

Signora mia non vedo l’ora si torni a quei bei tempi.

Prima gli italiani, anzi, stringiamo ancora un po’ il territorio, prima il Nord, perché anche se è passato del tempo, i napoletani puzzano ancora. Era ina voga una canzoncina che diceva: “«Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani. Son colerosi e terremotati. Con il sapone non si sono mai lavati.»

Signora mia, che bei tempi!