Archivi della categoria: varie ed eventuali

SAPER AMARE

SAPER AMARE

Un giovane discepolo andò dal saggio e gli disse: «Come si fa ad imparare ad amare?».

«Beh», rispose il saggio, «potresti iniziare a mettere in pratica queste regole:

1) Non dare mai un’immagine falsa di se stessi.

2) Dire sempre di sì, quando è sì, e no, quando è no.

3) Mantenere la parola data, anche e soprattutto se costa.

4) Guardare gli altri ad occhi aperti, cercando di conoscere i pregi e i difetti.

5) Accogliere degli altri non solo i pregi ma anche i difetti e viceversa.

6) Esercitarsi a perdonare.

7) Dare agli altri il meglio di se stessi, senza nascondere loro i propri difetti.

8 ) Riprendere il rapporto con gli altri anche dopo delusioni e tradimenti.

9) Imparare a chiedere scusa, quando ci si accorge di aver sbagliato.

10) Condividere gli amici, vincendo la gelosia.

11) Evitare amicizie chiuse e possessive.

12) Dare agli altri anche quando gli altri non possono darci niente».

Il discepolo con uno sguardo perplesso disse: «Sono regole belle ma difficili da vivere!».

«Perché, chi ti ha detto che amare è facile?», rispose il saggio. «Non esiste l’amore facile, non esiste l’amore a buon mercato. Tutti cercano l’amore ma pochi sono disposti a pagarne il prezzo: il sacrificio!»

«Quando potrò dire a me stesso di aver imparato ad amare?» disse il discepolo.

«Mai. Perché la misura dell’amore è amare senza misura». Rispose il saggio.

(Saggezza indiana. Namastè)

 

 

Annunci

BUONA PASQUA….all’antica

BUONA PASQUA…..all’antica.

 

E Buona Primavera.

 

 

 

 

 

Aggiungo il suono delle campane che sentirò la domenica di Pasqua. Nel mio paese.

Recupero festa di S. Biagio, sabato 17/02/2018. (La festa non c’è stata sabato 3/02/2018 a causa maltempo e Neve, quindi è stata rinviata di 15 giorni). In questo campanile sono presenti 4 ottime campane della fonderia Giuseppe Brighenti fuse nel 1898 montate alla bolognese e completamente manuali. Nel video vedrete e ascolterete i campanari suonare il doppio 24 di S. Bartolomeo in scala, con buttata iniziale, scappata, calata e buttata finale in quarto. Spero che il video sia di vostro gradimento e Buona Visione!

***

Per curiosità. Si nota come la notevole differenza di peso delle campane, queste sotto sono quelle di Zola Predosa (BO), cambiano molto il tono, rendendolo profondo. Questo è un suono che si “sente anche da lontano”. I campanari sono sempre abili e agili, soprattutto hanno la forza di muovere campane di 9 quintali. Sono in grado di mantenerle in equilibrio, all’insù, durante la “scappata”.

Zola Predosa (BO) – Chiesa Parrocchiale e Abbaziale dei Ss. Nicolò e Agata – concerto di 4 ottime campane in Mi3 completamente manuali, fra le migliori della Diocesi di Bologna.

Campana Grossa Nota: Mi3: diametro: 113,6 cm; fonditore: Clemente Brighenti, anno: 1863, peso: circa q.li 9.

Campana Mezzana Nota: Fa#3; diametro: 100,6 cm; fonditore: Clemente Brighenti; anno: 1863,peso: circa q.li 6

Campana Mezzanella Nota: Sol#3; diametro: 90,3 cm; fonditore: Clemente Brighenti; anno: 1863, peso: circa q.li 4,5

Campana Piccola Nota: Si3; diametro: 76,5 cm; fonditore: Clemente Brighenti; anno: 1863: peso: circa q.li 3

Doppio (scappata in quarto, 24 di S.Bartolomeo in Scala, calata in quarto) eseguito la mattina della festa di S.Nicolò compatrono di Zola Predosa.

In quarto significa: Din, Dan, Den Don. (Piccola, Mezzana, Mezzanella, Grossa).

LA MACCHINA DEL CAPO….

LA MACCHINA DEL CAPO….

Ieri ho bucato, anzi stracciato una gomma dell’auto sul rialzo spigoloso e tagliente di un marciapiede (altezza bordo marciapiede 20 cm circa).
Frega niente a nessuno, ma non importa, ve lo racconto lo stesso.
Intanto che aspettavo il “pronto soccorso stradale” (che, per inciso, è stato più puntuale di quanto supponessi guardando sconsolata la gomma a terra), mi è venuta in mente una canzoncina che si cantava da piccoli:
“La macchina del capo,
ha un buco in una gomma,
ripariamola, col chewingum”.
Il bello è che mi sono sorpresa a cantarla. Che segno è?

UN BEL DÌ VEDREMO LEVARSI UN FIL DI FUMO

UN BEL DÌ VEDREMO LEVARSI UN FIL DI FUMO

“Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani”.

Sicuramente il Marchese Massimo D’Azeglio, uno dei politici piemontesi protagonista del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la celeberrima frase con cui commentava la nascita del Regno d’Italia proclamata nel 1861, sarebbe diventata proverbiale.

Cerchiamo di rettificare il senso del motto.

Nella prefazione del suo postumo “I miei ricordi” (1867), scrive: “Il primo bisogno d’Italia è che si formino italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo si è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani”.

Dunque il nostro marchese non si riferiva all’unità degli italiani dal punto di vista politico, ma alla loro maturità culturale, civile e morale.

Ce ne dà conferma Ferdinando Martini che ne “L’illustrazione italiana” del 16 febbraio 1896 racconta che, in una conversazione in pubblico a Montecatini, D’Azeglio avrebbe affermato: “Se vogliamo fare l’Italia, bisognerà che pensino prima a fare un po’ meno ignoranti gli italiani”.

E qui viene ancora in mente l’altro motto di Alfonse de Lamartine: “L’Italia è una terra di morti”, ribadito nell’apostrofe antitaliana: “Io cerco (in Italia) uomini e non polvere umana”, che faceva eco allo storico tedesco B. Giorgio Niebühr, diplomatico a Roma dal 1816 al 1823, il quale ebbe a scrivere: “L’Italia è una terra di morti che camminano”.

Siamo ancora qui, nel 2018 nel vedere un’Italia spezzata, con più ignoranti di allora.

E politici morti politicamene che vogliono governare.

“Un bel dì vedremo levarsi un fil di fumo” cantava con la speranza nel cuore la dolcissima Butterfly, ma adesso non credo proprio che neanche un fil di fumo noi vedremo, ma solo una triste realtà e il timore di non uscire mai da questo fango, o, se per caso succedesse, ne usciremmo con tutte le ossa rotte, e senza sorriso in bocca.

 

FACITE AMMUINA

FACITE AMMUINA

Regno delle Due Sicilie 20 settembre 1841 – Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina.

All’ordine facite ammuina, chilli che stanno a poppa vann’a prora e chilli che stanno a prora vann’a poppa; chilli che stanno abbascio vanno ’ncoppa, e chilli che stanno ’ncoppa vanno abbascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à.

Ecco come siamo ridotti… Penso che non serva traduzione, l’ho capita io che sono emiliana.

E’ quello che vorrebbe fare il m5s di giggetto col Pd. In sostanza si pretende che il Pd si rompa le ossa definitivamente perché giggetto possa governare.

Beh! Questo al giorno d’oggi, si chiama stupro politico: chilli che stanno abbascio vanno ’ncoppa.

Nota a lato:

Smentiamo la stampa che da ore e ore discute di questa idea folle di un Pd che dovrebbe appoggiare un governo 5 Stelle.

Lunedì 12 prima della Direzione Nazionale, facciamoci trovare al Nazareno, in tanti, tantissimi per confortare i delegati della Direzione Nazionale.

La base non ha dubbi, noi siamo sul campo, noi raccogliamo da anni quotidianamente i peggiori insulti, da ladri a camorristi a sanguinari. Noi discutiamo con questa gente di scie chimiche, di vaccini, di sirene, noi sappiamo meglio di quelli che vaneggiano in televisione, con chi abbiamo a che fare.

E sappiamo che se una parte di Italiani ha scelto di farli governare, non lo faranno con il nostro aiuto. Mai.

A Lunedì, vi aspettiamo numerosi!

 

IL MODO DI ESSERE LEADER

IL MODO DI ESSERE LEADER

Una delle cause della decadenza di una classe politica, una delle cause del suo lento scivolare verso la corruzione, è dovuta al modo in cui i suoi leader reclutano i loro collaboratori e al rapporto che stabiliscono con loro.

Quando un partito è agli inizi, cioè quando è ancora un movimento, la partecipazione emerge spontaneamente dal basso.

Accorrono da ogni parte attivisti entusiasti, che si riuniscono, che discutono, che si prodigano in modo generoso. Fra loro emergono nuovi leader spontanei che costituiscono il gruppo dirigente che circonda il capo.

In questa fase storica il capo governa col consenso. Sta in mezzo ai suoi, li ascolta, discute con loro, spiega e rispiega pazientemente qual è la meta e fa in modo che la decisione emerga collettivamente e sia condivisa sinceramente da tutti.

Ma, col passare del tempo, l’organizzazione cresce di dimensione, la spinta ideale si affievolisce, si cercano posizioni di potere e di interesse.

A questo punto appare chiara la differenza tra i grandi leader democratici e quelli autoritari.

Una distinzione che vale non solo nella politica, ma in tutte le organizzazioni, pubbliche e private, nelle associazioni e nelle imprese.

Il leader democratico, anche dopo aver acquisito il potere, si sforza di governare con il consenso. Fa riunioni in cui tutti riescono ad esprimersi e dove imparano a collaborare. Lascia emergere i dissensi e poi li attenua, li compone. Conosce personalmente tutti, tiene rapporti personali con tutti. Si appoggia ai più disinteressati per controllare quelli più avidi. A poco a poco seleziona i più capaci.

I leader autoritari, invece, appena possono, non riuniscono più gli organi collegiali. Non perdono più tempo a convincere e a spiegare. Accentrano nelle proprie mani tutte le decisioni. Si circondano di persone che ubbidiscono prontamente. Interrompono i rapporti con i loro compagni di un tempo, soprattutto con quelli dotati di una grande indipendenza di giudizio.

A questo punto incominciano i problemi, perché eliminata ogni critica, si convincono di essere sempre nel giusto. Si allenta così il loro senso morale e finiscono per compiere delle azioni scorrette con l’aiuto di persone che poi acquistano potere di ricatto su di loro perché ne conoscono i segreti. Per tenerli buoni sono costretti a lasciarli fare e questi diffondono la corruzione ovunque.

È impressionante vedere come anche le persone più intelligenti, più capaci, quando raggiungono una posizione di potere indiscusso, tendono a dimenticare il metodo del consenso e propendono per quello autoritario.

Perché prendere le decisioni da soli è più semplice, rapido, meno faticoso. Considerando tutti gli altri come dei mezzi, il despota si convince, inoltre, che tutto il merito sia suo e si sente più grande, più in alto, un essere superiore.

In realtà ogni grande impresa è sempre un’opera collettiva che riesce tanto meglio quanto più numerose sono le intelligenze che collaborano, gli occhi che vigilano, le informazioni che circolano, quanto più forte è la motivazione di tutti verso la meta.

Il leader indirizza, guida, stimola questo processo, ma ne è lui stesso parte, espressione.

Se si dimentica di essere una componente, di svolgere una funzione, per quanto elevata, perde il contatto con la realtà e quindi la ragione.

Ma chiediamoci quale leader di quelli in campo oggi, sarà colui che guiderà il governo del nostro paese?

Forse chi promette a gogò sapendo che non riesce a mantenere niente? Probabile, siamo dei creduloni, questo è assodato

O chi giura sul Vangelo senza averne letto neppure una riga, altrimenti saprebbe cosa significa”giurare” per un cristiano vero.

O un personaggio ambiguo, che non conosce neppure la nostra lingua? Non conosce niente di niente, ma pretende di fare il Presidente del Consiglio? Sarebbe il colmo della nostra incosciena affidare noi stessi e il futuro dei nostri figli in mani simili.

Abbiamo bisogno di stabilità per camminare avanti senza tentennamenti. Abbiamo bisogno di competenza e di serietà di comportamento. Di integrità morale e di coraggio.

Spero sia una persona equilibrata. Ce ne sono in giro, basta saper scegliere bene.

Il mio augurio è che davanti a quella scheda, prima di mettere una croce su un simbolo, ci si pensi bene.

 

QUELLI CHE MAI E POI MAI SI SAREBBERO POSIZIONATI A SINISTRA DI QUALCOSA

QUELLI CHE MAI E POI MAI SI SAREBBERO POSIZIONATI A SINISTRA DI QUALCOSA

Macerata – Sembrava una passeggiata per dei giovani gagliardi quali sono gli iscritti alla sezione di Forza Pound ‘Paolo Di Canio‘ di Macerata, gemellata con Predappio, ma allo stesso tempo si prospettava come un’impresa che li avrebbe consegnati alle immortali pagine della Storia, con la S maiuscola come Stop Invasione. Purtroppo un eccesso di zelo, un’esagerata dose di amore, divampata in quei cuori troppo generosi ha vanificato tanto spavaldo sudore e maschio impegno.

Era cominciato tutto ad agosto, quando un aitante manipolo di simpatizzanti del Ku Klux Klan locale aveva cercato di dare fuoco a un pastore sardo, scambiandolo per un proditorio profugo siriano, mentre questi era minacciosamente impegnato ad accudire il proprio gregge su un versante del monte Fiano, ma le fiamme, a causa del vento sono rapidamente sfuggite al controllo dei solerti incappucciati e hanno raggiunto la pineta che formava la storica scritta DVX, dedicata a Benito Mussolini nel 1939 e formata da ben 20.000 alberi (uno per ogni soldato che tre anni dopo avrebbe perso la vita nella battaglia di Arbuzovka sul fronte del Don). La verdeggiante iscrizione è così andata tragicamente distrutta, lasciando l’Italia priva di una gemma inestimabile dal punto di vista culturale, storico ma soprattutto dei cinghiali che vi si celavano per riprodursi.

I giovani virgulti del fascismo italico non si sono però persi d’animo e hanno organizzato una volitiva carovana di soccorso immediato, presentandosi ciascuno con un albero da piantare sulla schiena per ridare vita alla scritta perduta. Peccato che volessero tutti contribuire a comporre la lettera “D“, ritenuta la più virile delle tre, per cui è stato necessario effettuare delle selezioni mediante quiz sulla storia del Fascismo e dei suoi trionfi (hanno vinto quelli che hanno attribuito a Mussolini l’invenzione della ruota, l’introduzione dell’ossigeno nell’aria e l’eliminazione dei ciuffetti sopra le orecchie) e con delle prove di coraggio e ardimento, tipo leggere un libro per bambini di 6 anni per più di 30 secondi senza abbioccarsi. In seguito, però, i valorosi vincitori di dette ardue ordalie, i selezionatissimi audaci destinati a realizzare tale lettera fossero anche quelli che mai e poi mai si sarebbero posizionati a sinistra di qualcosa, a prescindere da cosa fosse, per cui questi indomiti camerati, hanno piantato i loro alberi non all’inizio della scritta ma alla fine, cioè all’estrema destra.

Solo una volta scesi tutti e 20.000 dalle pendici del monte Fiano, per ammirare una simile opera di titanica fascistica baldanza, davanti a loro si è presentato il tragico misfatto. Dopo avere letto e riletto la parete del monte per circa 20 minuti, si sono finalmente accorti che, al mondo e alla Storia, non era stata consegnata la gloriosa scritta DVX, ma una criptica XVD. I più ingegnosi hanno subito estratto degli specchietti dalla loro pochette di ghisa, pensando così di riuscire a leggere la scritta nel verso giusto, ma sono rimasti inevitabilmente delusi, altri si chiedevano se qualcuno avrebbe notato la misteriosa sparizione di 20.000 alberi dai giardinetti pubblici di mezza Italia, la maggior parte di loro, invece, ha prontamente italianizzato ciò che stava leggendo e, levato il braccio destro verso il cielo sfoderando, con orgoglio, un perfetto saluto fascista romano, ha inneggiato a Mussolini, al pugnace grido di “VIVA IL CUDE”.

Augusto Rasori

 

WANDA PÓLTAWSKA

WANDA PÓLTAWSKA

L’8 maggio 1945 i nazisti abbandonarono il campo di concentramento femminile di Ravensbrück e con l’Armata rossa arrivò la libertà. In quel campo, assieme ad altre migliaia di donne, era racchiusa Wanda Póltawska. La donna che, per tanti anni, è stata  amica del papa polacco Karol Wojtyla.

Arrivata innumerevoli volte a un soffio dalla morte e sottoposta con le altre amiche polacche a crudelissimi esperimenti medici, Wanda aveva maturato la vocazione di diventare medico proprio nel famigerato campo di Ravensbrück. Il campo era il più grande campo di concentramento femminile della Germania nazista, situato nella provincia del Brandeburgo a 90 chilometri a nord di Berlino.

Era un giorno di maggio del 1945 quando i soldati russi entrati nell’infermeria del campo la scambiarono per un cadavere.

Ma a salvare Wanda Póltawska dalla morte per stenti non furono i soldati russi, né quelli americani, ma la fiducia nel suo (pensiero) inconscio e il coraggio di ascoltarlo: “sonnecchiando nell’attesa dell’inevitabile avevo fatto un sogno ridicolo: sognavo latte e semolino, un piatto pieno, che io non potevo mangiare perché era al di là di un vetro”.

Nei locali abbandonati “cercavo il semolino senza neanche guardare i barattoli di carne e di conserve”. “Volevo soltanto il semolino, con un’ostinazione fanatica allora incomprensibile. Oggi credo di sapere con certezza che fu proprio quel sogno a salvarci la vita”.

Molte compagne morino di indigestione per aver abusato del cibo a lungo agognato.

Per mangiare un piatto di semolino Wanda Póltawska impiegò una sera e tutto il giorno seguente. Per mangiare il secondo piatto fu necessario ancora un giorno intero, ma al terzo giorno “dopo il terzo piatto di semolino, ci tornò la voglia di vivere”.

Il suo libro “E ho paura dei miei sogni” è un libro vitale che sorprende per l’ironia, la grazia e il distacco artistico con cui l’autrice racconta anche le situazioni più cruente e disumane. Un lavoro che unisce l’inestimabile valore della testimonianza storica con la pregevolezza di un’opera letteraria. Un libro che certo non sfigura a fianco di capolavori come Se questo è un uomo di Primo Levi.

L’INSISTENZA

L’INSISTENZA

Mi ritengo una persona abbastanza accogliente e che cerca di interessarsi al prossimo e ai vari modi d’essere, accettando i più svariati lati caratteriali.

C’è una cosa però che faccio molta fatica a tollerare in alcune persone, ovvero l’insistenza.

So bene che in certe occasioni questo atteggiamento vuol essere positivo, come chi vuole farti assaggiare forzatamente una pietanza o offrirti a tutti i costi un bis, ma in altri contesti questo atteggiamento è assai difficoltoso da gestire serenamente per me.

Ho imparato da tempo a dire di no, cortesemente ma fermamente, eppure con alcune persone diventa una vera e propria battaglia.

E poco conta l’assertività in questi casi anzi, si rischia di dare risposte maleducate. Ma l’insistenza è di per sé maleducazione, mancanza di rispetto.

Mi sa che con il passar del tempo divento sempre meno accondiscendente.

Confido tuttavia nel mio carattere abbastanza pacato, per non ingaggiare veri e propri combattimenti verbali.

Ci sono atteggiamenti o le modalità che infastidiscono molto, come nel caso della insistenza.

Comincio a trovare truculenti e stupide le insistenze su un fatto politico, quando ormai è stato detto tutto e di più, e si è inventato anche l’impossibile, serve solo a fare tirature più numerose ai giornali o a renderci più incapaci di un giudizio sereno..

Non riesco a tollerare l’insistenza con cui un intervistatore caccia il microfono sotto il naso di una persona che ha appena perso una persona cara tragicamente. ” Come si sente adesso?”, “Cosa prova?”. L’intelligenza e il rispetto, in questi casi, sono doti rare. Questo è un modo di insistere che non solo non riesco a tollerare, ma proprio mi fa incazzare.

MURO LUCANO

MURO LUCANO

Spesso mi diverto a scoprire da quali paesi arrivano gli ingressi al blog. Anche un solo ingresso mi incuriosisce. Le bellezze che scopro sono infinite e davvero sorprendenti. La storia, la posizione geografica, la tradizione. Ecco per esempio: Muro Lucano in Basilicata. Splendido e nello stesso tempo incredibile. Si distende a gradinata su uno scosceso pendio affacciato su una gola. Bellissimo. Ringrazio moltissimo quel lettore che mi ha fatto scoprire le bellezze del suo paese. Grazie.

http://www.legiuggiole.com/il-territorio/muro-lucano/