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OH! L’AMORE CHE FA FARE!

OH! L’AMORE CHE FA FARE

Pensavamo che solamente il M5S fosse formato da ragazzi meravigliosi invece no, la storia ci ha smentito.

E’ chiaro che a loro, quelli dell’articolo uno, manca da morire Matteo Renzi.

No, non ci si meraviglia. Questa è proprio un’ideona. Di quelle.

Magari è un’idea geniale che potrà creare nuovi posti di lavoro.

Cari MDP, quanto vi manca Matteo Renzi, così tanto da aver bisogno di parlare di lui, sempre di lui, anche dire peste e corna, ma sempre parlare di Matteo Renzi.

Oh! Ragazzi, voglio ben dire! Queste non sono mica bambole da pettinare, sono ideone!

 

 

IL MAGGIOCIONDOLO

IL MAGGIOCIONDOLO

Sbocciano a maggio i grappoli gialli del Maggiociondolo. Simile al glicine, ma dalle corolle di un tenero colore solare, questa pianta si può coltivare anche in giardino o in un grande terrazzo. Raggiunge anche i sette metri di altezza.

Il Maggiociondolo fiorisce a maggio. È proverbiale: per l’intero mese questo albero si copre di fiori che ricadono in grappoli abbondanti e folti, simili a quelli del glicine. Il loro colore però, è un luminoso giallo primula, che si accompagna anche a una leggera fragranza.

Le dimensioni finali del maggiociondolo ne suggeriscono la coltivazione in giardino.

Crescono abbastanza velocemente. Il fusto si ramifica in un numero ridotto di rami piuttosto flessibili, questa particolare caratteristica può essere sfruttata da attenti giardinieri per coltivarlo come se fosse un vero e proprio rampicante. È infatti sufficiente, via via che crescono, legare i rami plastici a pergole, archi o tralicci, in modo che i fiori dorati, ricadendo, formino liberamente interi soffitti, archi, spalliere luminose.

Dall’incrocio tra due specie di Maggiociondolo che crescono spontanee anche in Italia, Laburnum alpinum e Laburnum anagyroides, è stata selezionata un’interessante nuova cultivar chiamata Laburnum x watereri “Vossii” particolarmente ornamentale.

La fioritura è davvero spettacolare, perché i grappoli sono lunghi 60 centimetri, seguito da un numero ridotto di frutti.

Le foglie sono formate da tre foglioline dalla consistenza morbida e dal colore verde chiaro, mentre il frutto è un baccello simile al fagiolo che va subito eliminato se ci sono dei bambini. È infatti importante sapere che tutte le parti di questa pianta, in Italia presente sia nei giardini che selvatica, sono velenose.

Un altro modo per valorizzare il Maggiociondolo in giardino è lasciarlo crescere liberamente, come un alberello isolato, con il tempo assumerà una bella forma dalla chioma tondeggiante, senza mai bisogno di potature.

Si può coltivare anche in un grande terrazzo, purché sia in pieno sole ed abbia un terreno ben drenato. L’esposizione a mezz’ombra è invece richiesta nelle zone con estati mediterranee molto calde e asciutte.

Se coltivato in vaso, questo deve essere almeno di 60-70 centimetri di diametro, per evitare frequenti tagli delle radici necessari per mantenere una zolla ridotta.

Al momento della messa a dimora è opportuno posizionare accanto al tronco un robusto tutore cui legare saldamente la pianta, finché non abbia ben attecchito radicando in profondità.

La resistenza al freddo è molto buona. La temperatura invernale può scendere anche oltre i 10 gradi sotto zero. Un prolungato periodo di completo riposo invernale favorisce la formazione delle gemme che fioriranno la primavera seguente.

VUOI LA PACE? RINUNCIA A QUALCOSA

VUOI LA PACE? RINUNCIA A QUALCOSA

Una volta un corvo volò in cielo con un buon pezzo di carne nel becco.

Venti corvi si misero ad inseguirlo e ad attaccarlo rabbiosamente.

Alla fine il corvo lasciò cadere il pezzo di carne che teneva nel becco.

I suoi inseguitori si precipitarono strillando sulla carne.

Allora il corvo esclamò: «Che pace adesso! Il cielo è tutto mio!»

MAGGIO IL MESE DELLE ROSE

MAGGIO IL MESE DELLE ROSE

LA PROSSIMA VOLTA

LA PROSSIMA VOLTA

La prossima volta che incontrate qualcuno che irritato o furioso o magari arrogante, ironico, che trova da ridire su tutto, o che comunque ha perso la calma, allora cercate di ricordare che: una persona che si sente bene non ha mai alcun bisogno di attaccare o di mettere in ridicolo nessun altro. Non ditelo all’altra persona tenetevelo per voi e incomincerete a vedere costui o costei in una nuova luce.

Kay Pollak, dal libro Nessun incontro è un caso

FESTA DELLA LIBERAZIONE – 25 APRILE – BRIGATA BOLERO

FESTA DELLA LIBERAZIONE – 25 APRILE – BRIGATA BOLERO

Bolero Garibaldi.

 Dal Panaro al Reno, dal Samoggia, al Lavino e lungo la via dei “Castelli” comprendente in tutto o in parte i comuni di Bazzano, Casalecchio di Reno, Castello di Serravalle, Crespellano, Monte San Pietro, Monteveglio, Sasso Marconi, Savigno e Zola Predosa.

L’attività e l’azione della 63a “Bolero” presenta caratteri particolari, anche per i collegamenti operativi con la vicina area collinare del modenese e con i comuni della pianura Anzola dell’Emilia, Calderara di Reno, Sala Bolognese, San Giovanni in Persiceto, Sant’Agata Bolognese e Crevalcore.

In questa ampia fascia pedemontana e pianeggiante l’attività fu particolarmente intensa, specie se si considerano le modalità e le tecniche della guerriglia. Determinati furono anche i collegamenti con vaste categorie sociali.

L’attività operativa, al pari della sua espansione politica è certamente dovuta in gran parte alle presenza di una delle formazioni più combattive, disciplinate e meglio dirette, la 63a, alla creazione della quale ebbe parte importante BrunoTosarelli, guidata, in tempi e settori diversi, da uomini dotati di capacità militari e politiche come Amleto Grazia “Marino”, Monaldo Calari “Enrico”, Ildebrando Brighetti “Brando”, Corrado Masetti “Bolero”, Renato Cappelli “Leo“, Antonio Marzocchi “Toni”, Beltrando Pancaldi “Ran” e altri che poterono disporre fin dall’inizio, dell’adesione e della partecipazione attiva di notevole parte della popolazione locale e dei contadini in particolare, i quali assicurarono nelle loro case, in parte trasformate in “basi” specie nella zona collinare, la necessaria protezione ed assistenza alle formazioni mobili operanti nel vasto territorio.

La 63a, fra le formazioni del bolognese, è quella che, pur estendendo più di ogni altra il terreno operativo, seppe conservare un’unità di indirizzo, assumendo un assetto organizzativo articolato e duttile per adattarsi a condizioni ambientali, e anche politico-sociali, assai diverse.

Dalla fascia pedemontana alla zona Appenninica la Brigata potè disporre di zone di protezione naturale, assumendo talora, come nel caso della zona collinare (Bazzanese e Valle Samoggia) il carattere di una formazione di montagna, idonea cioè a sostenere scontri frontali in campo aperto, come quello di Rasiglio dell’8 ottobre 1944.

Nella zona Valle Samoggia e Bazzanese furono attivi con continuità tre Battaglioni (“Zini”, “Monaldo”, “Sozzi”, già “Artioli”) coordinati dal Comando di Brigata, affidato nell’ordine, a Amleto Grazia “Marino” (caduto a Monte San Pietro il 9 aprile 1945), Corrado Masetti “Bolero” (caduto a Casteldebole il 30 ottobre 1944 insieme al commissario di Brigata, Monaldo Calari), Renato Cappelli “Leo” e nella fase pre-insurrezionale da Beltrando Pancaldi “Ran”.

La strategia adottata dalla 63a Brigata “Bolero” era quella di dislocare gli uomini in numerose basi costituite solitamente da case coloniche in cui stazionavano piccoli gruppi di partigiani.

Di qui venivano poi portati degli attacchi a sorpresa i cui bersagli erano spesso rappresentati da presidi tedeschi o fascisti in cui potersi rifornire di armi e munizioni, sempre carenti in Brigata.

In pianura le SAP compivano sabotaggi, cercavano di recuperare il bestiame razziato dai tedeschi, appoggiavano e difendevano le manifestazioni di protesta delle donne e della popolazione.

In contatto con i partigiani della “Bolero” erano anche molti operai della Ducati di Bazzano e Crespellano e della SAMP di Zola Predosa, che organizzavano gli scioperi, l’ azione politica ed il sabotaggio.

Nel luglio 1944 la formazione era divisa in tre Battaglioni e ad essa vennero aggregati gruppi SAP dei comuni di Casalecchio di Reno, Zola Predosa, Crespellano e Bazzano. Venne creato in quel momento anche un gruppo GAP.

Il 30 luglio la Brigata venne ufficialmente riconosciuta dal CUMER. In agosto Monaldo Calari riprese il suo posto dopo essere stato liberato dal carcere bolognese grazie all’azione compiuta il 9 dalla 7a GAP.

Nell’autunno del 1944, non essendovi grandi movimenti sul fronte, l’esercito tedesco concentrò la sua attività in azioni di rastrellamento contro le formazioni partigiane; questa serie di deportazioni, razzie e distruzione delle case, culminò nel rastrellamento di Monte San Pietro compiuto dai nazisti l’8 ottobre in cui vennero fatti prigionieri 150 uomini fra partigiani e civili e vennero bruciate 30 case.

Il 9 ottobre i tedeschi raggiunsero Rasiglio, ingaggiarono una battaglia con i partigiani e riuscirono a fare 13 prigionieri che vennero poi impiccati il giorno dopo a Casalecchio di Reno. Fra questi vi erano 6 russi che si erano uniti alla Brigata provenienti dalla “Stella Rossa” ed uno studente della Costa Rica. della “Bolero” si misero in marcia verso Bologna, su ordine del CUMER, ma un gruppo fu bloccato dal fiume Reno in piena a Casteldebole e venne sorpreso, grazie ad una segnalazione, da un battaglione tedesco. Alla fine si contarono 20 partigiani uccisi 15 civili assassinati per rappresaglia dai nazisti. Dopo questi avvenimenti il comando delia 63a Brigata Garibaldi rimase praticamente isolato e la direzione dei quattro Battaglioni fu affidata a Renato Cappelli.

Mentre durante i mesi di ottobre e novembre i partigiani delle formazioni di montagna erano costantemente sottoposti ad attacchi, le formazioni di pianura colpivano distaccamenti tedeschi, colonne di rifornimenti e proteggevano le manifestazioni della popolazione che chiedeva pane, viveri e pace o che assaltava gli ammassi del grano.

Nel febbraio 1945 ripresero, dopo la lunga pausa invernale, le operazioni degli Alleati. Vennero intensificati i bombardamenti sia aerei che terrestri e le formazioni partigiane proseguirono con le azioni sabotaggio, in particolare alle linee telefoniche tedesche.

Nel marzo 1945 si intensificò l’attività partigiana e la popolazione sempre più mostrava insofferenza per la guerra, ad esempio il 1° 320 partigiani armati protessero una manifestazione a Bazzano in cui la popolazione protestò contro l’occupazione tedesca e la mancanza di generi alimentari.

Ai primi d’aprile arrivarono al comando della “Bolero” le direttive per l’imminente battaglia decisiva. Tutti i fronti di guerra erano ormai in movimento, i partigiani si dovevano spostare al più presto in città per l’insurrezione armata. Cominciò quindi il lavoro di preparazione ed a metà aprile la 63a “Bolero” aveva già i suoi Battaglioni ed il comando in stato d’allerta e si cercò di predisporre in città le basi dove accogliere la Brigata. Tutti i Battaglioni entrarono in azione e le pattuglie uscirono anche di giorno per sorvegliare i movimenti dei nazisti e dei fascisti.

Il 14 aprile iniziò l’avanzata della 5aArmata americana.

Le forze della 63a Brigata “Bolero” si erano schierate per contribuire alla liberazione delle zone in cui operavano. Il Battaglione “Monaldo” era schierato sulle colline di Monte San Pietro. Il Battaglione “Zini” su quelle di Zola Predosa e nella zona di Crespellano. Il “Sozzi” nella zona di Bazzano, Oliveta e Monteveglio. L”‘Armaroli” a Calderara e il “Marzocchi” a San Giovanni in Persiceto ed Anzola. Il loro compito era quello di attaccare i tedeschi in fuga cercando al tempo stesso di impedire, come indicato nelle direttive del CUMER, la distruzione degli impianti pubblici, dei ponti, delle fabbriche.

La marcia di avvicinamento a Bologna iniziò il 18 aprile e i partigiani si muovevano su strade e campagne occupate dai tedeschi. A Gessi la Compagnia che faceva capo alla base ubicata nella casa colonica degli Zini fece prigioniero un intero comando tedesco.

Fra il 19 e il 21 aprile 1945, dopo giorni di scontri con le truppe tedesche, il Battaglione “Monaldo” prese contatto con i primi soldati della 5a Armata e venne liberato Monte San Pietro poi il Battaglione continuò l’avanzata a fianco degli Alleati.

Il Battaglione “Zini” dopo aver liberato Gessi e Gesso si unì a Lavino con le pattuglie Alleate. In seguito venne attaccato il Comando di una Compagnia tedesca su Monte Capra. Nell’avanzata verso Zola Predosa e Crespellano proseguono gli scontri e lo “Zini” consegnò agli Alleati numerosi prigionieri. Le perdite tra le file partigiane furono di 5 morti e 22 feriti.

Il Battaglione “Sozzi” dopo duri scontri a Stiore e Monte Budello riuscì a liberare Monteveglio e Bazzano. Durante l’avanzata nella zona furono catturati prigionieri e armi. Le perdite tra le file partigiane furono di 2 caduti e 5 feriti.

Il 20 aprile 1945 le forze Alleate, dopo aver liberato Zola, si diressero guidate da partigiani dello “Zini” verso la via Emilia per raggiungere Anzola dove nel tardo pomeriggio arrivarono alcuni carri armati preceduti dai partigiani. In località Palazzo dell’Opera si erano asserragliati molti soldati tedeschi che tentarono di opporre resistenza, tanto da provocare la ritirata dei carri armati, mentre i partigiani proseguirono l’azione. Nella serata, gli uomini di Anzola, assieme alle forze Alleate iniziarono il rastrellamento di tutta la zona, durante il quale furono catturati circa 300 prigionieri. Alcuni Sappisti riuscirono poi ad impedire che il ponte sul Ghironda fosse fatto saltare.

Sempre alla sera del 20, le forze naziste e fasciste uscirono da Bologna: una parte tentò di passare sulla Persicetana, altri andarono verso nord passando da Calderara. Un drappello di militi della Brigata nera venne fermato sulla via Emilia ad Anzola dagli uomini della Compagnia “Mazzoni”. Una parte dei militi fascisti tentò di resistere e venne ingaggiato un combattimento durante il quale morirono 3 partigiani ed alcuni fascisti. Gli altri componenti della squadra in ritirata vennero poi consegnati agli Alleati.

I Battaglioni “Armaroli” e “Marzocchi”, nella notte tra il 20 ed il 21 entrano in azione e liberano le zone di pianura comprendenti Anzola, Calderara, Sala Bolognese e Persiceto II giorno 21, mentre le truppe Alleate entravano a Bologna, a San Giovanni in Persiceto i partigiani impedirono la distruzione di un magazzino di riso in località la Barchessa. Uomini della 1a  e della 2a  Compagnia si opposero alla distruzione del Mulino Tamburi.

Un’altra squadra della 1a Compagnia attaccò i tedeschi alivoli e in quella azione un partigiano rimane gravemente ferito. Durante le giornate della liberazione 6 partigiani del Battaglione “Marzocchi” vennero uccisi e 8 feriti.

Gli uomini di Calderara di Reno riuscirono ad isolare i presidi di retroguardia. Nella zona di San Vitale di Reno, in località Crocetta, la 3a Compagnia attaccò un presidio tedesco sul fiume. A Bonconvento, un altro presidio di 3 carri armati si arrese ai partigiani senza combattere. Partigiani della 1a e della 3a Compagnia sostennero uno scontro e catturarono una pattuglia tedesca. Lungo la ferrovia vi era una postazione tedesca che, aprendo il fuoco, uccise un partigiano.

Altri 5 furono i partigiani che vennero uccisi durante la liberazione e 10 i feriti.

La squadra di Sala Bolognese, durante il giorno della Liberazione riuscì a catturare numerosi prigionieri.

(Fonte A.N.P.I. Bazzano)

(Un ricordo doveroso, in nome di quello spirito comune che dovrebbe albergare in ognuno di noi, nella festa del 25 aprile.)

L’IGNORANZA È LA PIÙ FORTE ALLEATA DI OGNI MALE

L’IGNORANZA È LA PIÙ FORTE ALLEATA DI OGNI MALE

L’ignoranza è la più forte alleata di ogni male. Se riguarda la natura, da cui dipendiamo tutti in ogni momento e se riguarda la vita interiore dell’essere umano, che governa ogni pensiero e azione, l’ignoranza è certamente fra le prime cause di sofferenza e distruzione, di mancanza di rispetto per se stessi e per gli altri. Eppure proprio questi due argomenti sono in gran parte esclusi dalla nostra istruzione ed educazione. Allora domina l’istinto, anche se si è convinti di usare la ragione.

L’istinto è un ottimo sostegno alla vita, dalla più semplice alla più complessa, e si è formato nel corso di milioni di anni. E’ immediato e non richiede riflessione prima di agire. E’ dunque utilissimo anzitutto nelle emergenze, ma anche in molti casi in cui è necessario semplicemente lasciarsi andare. E’ però anche ciò che spinge alla sopraffazione e alla violenza attive e passive. Tende a dominare quanto a lasciarsi dominare, a seconda del carattere e di ciò che si è vissuto. Presiede alla paura, utile per evitare i pericoli, ma trascina anche alla viltà delle azioni più meschine. Accende l’amore ma tormenta con la gelosia, suscita l’ammirazione ma avvelena con l’invidia. Rimugina ma non ragiona e come via d’uscita trova la prevaricazione.

L’essere umano, però, si è evoluto e ha creato cose meravigliose andando oltre l’istinto, imparando cose nuove, spesso in contraddizione con la spinta più primitiva. Le ha chiamate cultura e educazione. Grazie a loro è diventato possibile costituire una società dove le sfumature del pensiero e del comportamento hanno mitigato le tinte estreme e contrapposte, incompatibili con le qualità più elevate, degne della parola “umanità”. Il pensiero che ha dato origine alla scienza, alle arti e all’incivilimento, deriva dal combinarsi di istinto ed educazione. Lo svantaggio di questa conquista è la lentezza e la fatica con cui si acquisisce, soprattutto se mancano buoni insegnanti e buoni libri. Una volta trovati, però, vale la pena di fare uno sforzo, perché è largamente ripagato.

 

NEL GIORNO DEDICATO ALLA TERRA

NEL GIORNO DEDICATO ALLA TERRA

Tutti possiamo migliorare il mondo, purché conosciamo i suoi aspetti più importanti:

  • la natura, da cui veniamo tutti e da cui tutti dipendiamo, anche se viviamo in un condominio senza neppure un balcone fiorito.
  • noi stessi, per sapere quello che davvero vogliamo e per avere il coraggio di realizzarlo.

Allora possiamo accorgerci che ciascuno è importante e ci prendiamo la responsabilità di agire nel modo più rispettoso possibile anche a favore degli altri, che siano persone, animali, piante o qualsiasi altro aspetto della natura.

21 APRILE 1945 – LIBERAZIONE DI BOLOGNA

21 APRILE 1945 – LIBERAZIONE DI BOLOGNA

 

BOLOGNA, 21 Aprile (1945) “All’ippodromo ci sono le corse domani”: con questo segnale il 21 aprile 1945 la BBC diede inizio all’attacco congiunto di truppe alleate e dell’azione partigiana. Quel sabato, fu un’alba molto lunga per Bologna, che vide entrare nelle sue mura il 2° Corpo Polacco dell’8° Armata Britannica, il 91° e il 34° reparto avanzato USA, le avanguardie combattenti di Legnano, Folgore e Friuli e buona parte della brigata partigiana di Maiella. I partigiani occuparono i punti nevralgici della città, tra cui la Questura, il carcere, la Prefettura, il Comune e le caserme. “I nazifascisti sono stati cacciati e non ritorneranno mai più” dichiarò Onorato Malaguti – che diverrà il primo segretario generale della Camera del Lavoro – alle truppe amiche, ben consapevole che ancora l’Italia intera era assoggettata al giogo tedesco. Dopo l’espugnazione di Bologna, i nazisti e le loro truppe scapparono verso il nord in una disperata fuga.

Quel 21 aprile, la vista dalla torre degli Asinelli è esaltante. Finalmente liberi, i bolognesi escono in strada per festeggiare i loro eroi. I bersaglieri sfilano in via Rizzoli in mezzo alla folla esultante. Dal balcone di Palazzo d’Accursio si affaccia il nuovo sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza (primo sindaco del dopoguerra) che riceve le consegne dall’ex podestà fascista.

Bologna è la prima città del Nord Italia a respirare nuovamente la libertà dalla dittatura nazifascista. A tutti i valorosi combattenti caduti per liberare la popolazione, viene dedicata una lapide in Piazza del Nettuno, sulla facciata del Palazzo Re Enzo, con la partecipazione anche di una delegazione polacca.

Questo breve articolo è dedicato alla memoria di chi ha vissuto quei tragici giorni, a chi ne ha visto la fine e a chi non ce l’ha fatta. A chi col proprio sangue ha scritto un nuovo capitolo della vita bolognese, italiana. A quanti di noi tendono a dimenticarsi quanto sia preziosa la nostra terra, la nostra identità di popolo così forte e tenace, e quanto sia costata la nostra libertà, quella libertà che continua a permetterci il confronto, anche se a volte politicamente tumultuoso, come in questi giorni.

Dedicato a chi ama questo Paese e questa città così Dotta, Rossa e Grassa. “Viva Bologna!”

(Giulia Lazzarini – Associazione culturale “Succede solo a Bologna”)

UN LADRO, UN ARTISTA, UN AVARO E UN SAGGIO

UN LADRO, UN ARTISTA, UN AVARO E UN SAGGIO

Una volta un ladro, un artista, un avaro e un saggio che viaggiavano insieme, scoprirono una grotta tra le rocce.

Il ladro disse: «Che splendido nascondiglio!»

L’artista: «Che posto splendido per dipingere murali!»

L’avaro: «Che splendido forziere per un tesoro!»

L’uomo saggio disse semplicemente: «Che bella grotta!»

 

Queste poche parole le ho trovate in un vecchio libro di lettura scolastico, per ragazzi. C’è una morale, evidentemente: ognuno di noi esprime ciò che è in realtà.

Al giorno d’oggi, mi sono chiesta, cosa direbbe

  • Un politico?
  • Un grillino (visto che non si considerano politici?)
  • Un evasore o un furbetto?
  • Un emigrante?
  • Un povero che chiede l’elemosina?
  • Un terrorista?

 

Non so, ognuno vedrebbe ciò che sente nel cuore e ciò che è. Ma mi piacerebbe conoscere delle risposte.

La grotta della Sibilla nelle Marche