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CI FACCIAMO DUE SPAGHETTI?

CI FACCIAMO DUE SPAGHETTI?

Aglio, olio e peroncino? Buoni.

E’ un post un po’ così così, ma è una cosa che mi è capitata e mi ha dato un po’ infastidito.

Se vi va potete seguirmi, o anche no. A volte uno non ha proprio voglia di leggere qualcosa di “stupidello”. Ma la “tenutaria” del blog oggi non ha voglia di parlare di cose serie.

Sono andata al ristorante, ogni tanto capita, cosa normalissima e sappiamo che per un comportamento mediamente civile a tavola, sono stati inventati tre simpatici utensili denominati: forchetta, coltello e cucchiaio.

La forchetta ha la forma di un piccolo forcone e forse proprio da esso deriva il suo bislacco nome e serve per mangiare la pasta.

Il cucchiaio invece, ha quella forma, molto consona a mangiare pietanze prevalentemente in brodo quali i tortellini, minestre e minestroni, che sono delle minestre generalmente brodose. Altrimenti non si spiega il perchè del nome.

Il coltello, infine, ha forma quasi rettangolare e reca una parte tagliente, spesso seghettata, con la quale ci puoi tagliare la carne, aiutato dalla forchetta, che come si può notare, oltre che per mangiare la pasta, per esempio tagliare una bella porzione di lasagne, può servire anche per altri scopi.

Questo in linea di massima. Ci siamo? Ok

Poi però, nonostante l’uso dei sopracitati utensili sia quello precedentemente descritto, c’è chi si prende delle libertà che non gli competono.

Ad esempio, c’è chi usa il coltello a mò di stuzzicadenti, ficcandosi la punta fra incisivo e canino, rovistando a dovere in cerca di residui di cibo. Cosa decisamente rivoltante, soprattutto se il residuo di cibo viene individuato e infilzato.  L’ho visto nel tavolo vicino al mio, proprio di fronte.

Ma non è tutto. C’è anche un’altra cosa che ha preso piede ormai da molti anni e verso la quale andrebbe adottata una campagna di sensibilizzazione a partire dalle scuole materne.

Si tratta dell’infingarda abitudine di usare il cucchiaio insieme alla forchetta, per arrotolare gli spaghetti.Ho visto anche questo e più di una volta!

Questa pratica, assolutamente da evitare perché fa il paio con l’abominevole modo di mangiare gli spaghetti dei tedeschi, che, dopo averli tagliati con forchetta e coltello, li mangiano col cucchiaio come fosse riso.

Personalmente, fossi il Ministro dell’Interno e vedessi mangiare gli spaghetti così, scatterebbe immediatamente il foglio di via obbligatorio, e veto assoluto di rimettere piede sull’italico suolo.

Chiaramente per un italiano che arrotola gli spaghetti col cucchiaio, questo non potrebbe essere fatto, in quanto un italiano non lo puoi buttare fuori dal suo paese, anche perchè se fosse possibile, io una mezza idea ce l’avrei con chi cominciare, ma lasciamo perdere, che presto si voterà e non vorrei influenzare milioni e milioni (e milioni) di elettori.

Comunque proporrei a chi arrotola gli spaghetti col cucchiaio, di togliere immediatamente il piatto di spaghetti e portargli una minestrina.

Almeno il cucchiaio verrà usato con cognizione.

Ho finito.

Chi ha detto: “meno male?”

Lo capisco!

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TEMA N. 1

 TEMA N.1

Mi piace molto sbirciare nei quaderni dei miei ragazzi che frequentano le scuole. Sono buoni ragazzi, e me lo lasciano fare, anche perché non sollevo mai critiche, non mi piace, e non pretendo di fare io l’insegnate, e poi perché mi vogliono un bene profondo.

Il libro dei “temi” o di “Italiano” come si dice, di una mia nipote che frequenta la terza superiore, mi è piaciuto moltissimo. Vi ho trovato  alcuni Temi dettati dal suo insegnante, molto, ma molto interessanti e belli. Ho copiato pochi titoli (e solo i titoli) che, uno alla volta vorrei scrivere nel blog e provare a svolgerli io. Non so se sono capace e se nello svolgimento prenderei la sufficienza. E’ troppo grande la distanza che mi separa dalla scuola ora, che non so giudicare, ma gli argomenti proposti da questo professore mi sono parsi veramente attuali.

Tema n. 1

NELLA SOCIETA’ MODERNA, C’E’ ANCORA SPAZIO PER IL RISPETTO DEGLI ALTRI? VALUTA LA QUESTIONE IN SENSO GENERALE E ILLUSTRA, COMMENTA, RELATIVAMENTE AL TUO MONDO E ALLA TUA ESPERIENZA

C’ho provato, ma non è semplice. Mi son sentita un po’ impacciata, preferisco scrivere a ruota libera, come mi viene spontaneo e non svolgere un tema preciso. Comunque ho tentato e, per cortesia, non datemi il voto, non voglio rischiare l’insufficienza.

Il rispetto verso le altre persone è fondamentale per una convivenza civile, così come il rispetto delle leggi.

Spesso, forse troppo, non gli si dà la giusta importanza. Soprattutto nel mondo giovanile, dove ci si sente più spavaldi probabilmente diminuisce sempre di più il rispetto verso gl’altri e tutto ciò che li riguarda.

Per fortuna i comportamenti un po’ irrispettosi dei giovani si imitano soltanto a prese in giro a cui, forse, non bisognerebbe dare troppo peso, ma che possono suonare come un campanello d’allarme, per un loro comportamento futuro.

Per fortuna non vanno oltre questo, poiché è presente anche una sana paura nelle conseguenze di eventuali azioni più gravi.

Questi comportamenti si manifestano emulando, magari, le gesta dei genitori, irrispettosi loro e perciò incapaci di educare nel modo corretto i figli.

Questi atteggiamenti sono presenti, in modo più frequente, nelle persone di ceto che ha una scarsa cultura personale.

Tuttavia sono persone che ritengono di dover ricevere rispetto, ma non sono disposte a darlo e si scontrano spesso fra loro.

Votano persone secondo i loro standard autorevoli, ma che in realtà si comportano come loro.

Senza un esempio da seguire, il paese va sempre più verso l’imbarbarimento.

Personalmente ho conosciuto persone secondo cui il rispetto è solo un optional. Queste persone, anche non più giovani, soprattutto nei paesini dove ho abitato, si divertivano a prendere in giro la gente, o i vicini, magari mimandone i difetti, o nel caso di malattie come la “zoppia” mimandone il modo di camminare. Facevano ridere, ma era una grande mancanza di rispetto verso chi stava peggio.

Alcuni assumevano comportamenti violenti e maneschi, non avevano alcun rispetto per le cose altrui.

Si prendevano continuamenti gioco delle persone con più potere di loro facendo poi i santi davanti alle stesse persone.

Secondo me questo è un chiaro segnale che nella nostra società contemporanea il rispetto verso gli altri sta scomparendo a vantaggio dall’arroganza e della furbizia”

Fine.

 

ZELINDA RESCA

ZELINDA RESCA

Zelinda Resca faceva la giornalaia a Corticella (Bologna).

Era nata nel 24  a Castello d’Argile (Bologna) e militava nella brigata partigiani Venturoli, con il nome di Lulù.

Utilizzava la sua edicola come centro di smistamento documenti, era il suo modo di partecipare alla lotta di liberazione.

Un cliente capì e tradì Lulù.

” Verso sera mi portarono davanti alla stalla, mi fecero salire su uno sgabello di quelli che mungono le [mucche], mi misero lì, poi mi misero il [cappio] al collo.
È stato forse l’unico momento che mi è sembrato di morire. È stato proprio un momento che ho detto: “Adesso vorrei proprio che tirassero la corda”. Perché immaginavo che le cose sarebbero andate male, perché arrivati a quel punto lì ti torturano, poi t’ammazzano lo stesso, tanto vale che t’ammazzano subito ”

Zelinda Resca fu rinchiusa a San Giovanni in Monte, carcere nazista Bolognese e luogo di tortura dei fascisti e successivamente trasferita in altro carcere dove rimase 3 anni.

È morta a Bologna nel 1999.

La città di Bologna le ha dedicato un Giardino, in via Gustavo Modena 1, zona San Donato.

IL POTERE DELLE PAROLE

IL POTERE DELLE PAROLE

Un guru, una volta, stava tentando di spiegare ad una folla il modo in cui gli esseri umani reagiscono alle parole, si nutrono di parole piuttosto che di realtà.

Uno degli uomini si alzò e protestò dicendo: «Non sono d’accordo sul fatto che le parole abbiano un effetto di questa portata su di noi!»

Il guru rispose: «Siediti figlio di puttana».

L’uomo divenne livido di rabbia e disse: «Tu ti definisci una persona illuminata, un guru, un maestro, ma dovresti vergognarti di te stesso».

Il guru allora rispose: «Perdonami, mi sono lasciato trasportare. Non volevo. Chiedo scusa».

L’uomo si calmò.

Allora il guru disse: «Sono bastate poche parole per scatenare una tempesta dentro di te; e ne sono bastate poche altre per farti calmare nuovamente, non è vero?»

Parole, parole, parole, parole, quanto possono imprigionarci se non sono usate correttamente!

(A.DeMello)

IL FANTASMA DI CATERINA SFORZA NELLA ROCCA DI DOZZA IMOLESE

IL FANTASMA DI CATERINA SFORZA NELLA ROCCA DI DOZZA IMOLESE

Volevo vedere i muri dipinti di Dozza e la sua Rocca, ma alla fine mi sono innamorata della storia di una donna Caterina Sforza che lì vi ha abitato e la cui vita non è stata semplice.

Nel 1488, morì assassinato il signore feudale Girolamo Riario, lasciando vedova sua moglie, Caterina Sforza, che divenne una delle donne più influenti del Rinascimento.

Nel 1494 la nobildonna fece restaurare la fortezza dall’ingegnere militare Giorgio Marchesi, grazie al quale divenne ancora più sicura: per esempio i muri furono portati allo straordinario spessore di circa una decina di metri e fu costruito un torrione al lato dell’entrata che venne chiamato “Torresino”. Tuttavia il castello, nonostante la strenua difesa opposta da Caterina, non poté resistere, nel 1499, all’assedio delle truppe papali di Cesare Borgia – figlio di Alessandro VI –, detto il Valentino: dette truppe conquistarono sia Dozza che la vicina Imola. Nel 1504 Papa Clemente VII diede a quest’ultima la giurisdizione sulla rocca, poi la cedette nel 1529 alla nobile famiglia Malvezzi di Castel Guelfo e solo due anni dopo al cardinale Lorenzo Campeggi per 4000 scudi d’oro.

Il nome “Sforza” non può che essere legato ai celeberrimi Duchi di Milano. Forse fu proprio lì che, nel 1462/1463, nacque Caterina, figlia illegittima di Galeazzo Maria Sforza e di Lucrezia Landriani, moglie di Gian Pietro Mandriani, siniscalco di corte. Quando Galeazzo sposò Bona di Savoia, cognata del Re di Francia, Caterina fu affidata alle sue cure e considerata sua figlia a tutti gli effetti.

Dopo la strenua quanto inutile difesa della Rocca di Dozza dall’invasione da parte di Cesare Borgia, il 12 gennaio del 1500 Caterina divenne sua prigioniera, subendo numerose umiliazioni, finchè la Francia non ottenne la sua liberazione. Si spense il 28 maggio 1509 a Firenze, dove si era trasferita. A lei, conosciuta come donna dal carattere forte e vendicativo, erano attribuite conoscenze farmaceutiche – trasmesse dallo speziale ed arcidiacono della Cattedrale di Forlì -, alchemiche e magiche.

Tutti questi fattori contribuirono a fare entrare Caterina Sforza nella leggenda, insieme al suo presunto fantasma che sarebbe stato visto da appassionati del paranormale e da sensitivi, aggirarsi ancora nel castello che aveva cercato di difendere con così tanto coraggio – e così pure nella Rocca di Imola.

(Le note storiche sono state prese dal sito: http://www.notizie.it/fantasma-caterina-sforza-nella-rocca-dozza/).

A parte la storia di una bella donna del Rinascimento, Caterina Sforza, Dozza è famosa per i suoi murales. I muri dipinti che adornano il paesino piccolo in verità, rimasto nella sua struttura medioevale.

L’espansione del territorio è avvenuto più a valle, così che il paese è rimasto rinascimentale. Bello e caratteristico.

Contemporaneamente era stata allestita una festa paesana particolare: “La festa delle “azdore”, che in dialetto significa la Festa delle “reggitrici della casa”. Le specialità buonissime era quelle emiliano-romagnole, con abbondanza di piatti, allegria, e tanta gente.

Per chi è stato a queste feste è facile immaginare.

Mi è piacito in particolare il muro dipinto della Caserma dei Carabinieri: La nostra Bandiera mirabilmente dipinta dagli studenti, tra le rovine del dopoguerra.

 

 

INSEGNERAI A VOLARE …. (Madre Teresa di Calcutta)

INSEGNERAI A VOLARE …. (Madre Teresa di Calcutta)

Insegnerai a Volare, ma non voleranno il Tuo Volo.

Insegnerai a Sognare, ma non sogneranno il Tuo Sogno.

Insegnerai a Vivere, ma non vivranno la Tua Vita.

Ma in ogni Volo, in ogni Sogno e in ogni Vita,

rimarrà per sempre l’impronta dell’ insegnamento ricevuto.

(Madre Teresa di Calcutta)

CIP, CIP, CIP

CIP, CIP, CIP

Ogni tanto bisogna fare un po’ d’ordine, altrimenti non è cosa bella avere tanto disordine in giro. Disordine sì, io ce l’ho nella libreria, ho tanti libri, ma sono messi così, senza un criterio logico tipo per autore, per argomento, o altro, sono messi un po’ alla rinfusa.

Il bello (o il brutto) è che mi ricordo bene solo dove li ho messi la prima volta, poi se, per caso li sposto, non li trovo più, e se me li ritrovo in mano è come scoprirli di nuovo. E’ una bella sensazione comunque.

In vena di sistemare qualcosa, anche perché ho bisogno di posto, ho cominciato a riordinare un po’ cominciando dall’alto. Sapevo di aver conservato le lettere d’amore del mio grande amore della vita, ma trovarle, diligentemente in ordine di data, e così numerose, ma ben “nascoste” in un certo qual modo, dietro una caterva di libri “impegnativi”, insomma quelle robe scolastiche, che nessuno si sognerebbe mai di spostare, mi ha un po’ commosso. A suo tempo ero più brava e meno disordinata.

Queste lettere comunque mi hanno fatto riflettere, e mi sono chiesta: chi di voi ricorda quei fogli di gioia (o di tristezza) che avevano percorso lo stesso lungo cammino che ci separava dal mittente?

La si aspettava con ansia e impazienza. A volte ci piombava addosso di sorpresa. “Scendo a vedere se c’è posta” era la frase di rito e poi si tornava in casa con la lettera in mano, l’occhio vispo e il cuore in tumulto, fissandola, girandola e rigirandola. Come se quei semplici movimenti avessero il dono di regalarci un’anticipazione del prezioso contenuto.

Alla gioia di riceverla, si aggiungeva quella della lettura. Durante la prima lettura si scivolava sulle righe, alla ricerca di ciò che volevamo leggere o sentirci dire. Soprattutto le meravigliose parole che pronunciano gli innamorati in tutte le latitudini. Inoltre, il piacere della lettera non si esauriva alla prima lettura. Si ripiegava con cura quel foglio di carta e lo riponeva in un luogo sicuro. E quando la solitudine o la nostalgia diventavano insopportabili, si rileggevano.

Ora non scriviamo più, cinguettiamo. Lo vedo e lo seguo nel modo di scrivere dei miei nipoti. Cinguettano.

Cinguettare a perdifiato: questo è Twitter. Veloce, simpatico, leggero, moderno. Ma non mancano i difetti. Se cinguetti a perdifiato rischi di non poter fare nient’altro. Ci sono alternative altrettanto veloci e immediate, rassicuranti, whatsapp messenger,  o altro. Tuttavia questo continuo “mordi e fuggi” ha poco del romantico e alla fine si resta con la fame.

Eppure, per eliminare la malinconia che, a volte, vedo velare il viso di questi giovani, a me carissimi, sono io la prima a dire: dai, twitta che ti passa. Cip, Cip, Cip!

CATATONIA

CATATONIA

Ascoltare un telegiornale partendo dal presupposto che mi stiano raccontando un sacco di balle e leggere i giornali con la stessa fastidiosa sensazione, mi sta portando ad una specie di fatalistica ignavia nella quale cerco di riconoscere l’ombra degli incazzamenti passati e non li trovo.

Mi pare perfino di aver assunto ormai quell’espressione catatonica che mi assicurerebbe forse una partecipazione all'”Isola dei famosi”.

Mi dolgo per il paese, mi dolgo per il nostro futuro, mi dolgo per la RAI, l’IMU, il PD, Mdp la sinistra, la destra e via dicendo.

Mi preoccupano i valori del colesterolo, i pidocchi delle rose, la taglia che fluttua verso l’alto.

E mi pare di avere sempre la stessa espressione attonita di chi non capisce una mazza di quello che succede.

Non riesco a categorizzare, sarà grave?

Anzi, lo so che è grave.

LA PREZIOSA STELLA CHE CRESCE TRA LE ROCCE

LA PREZIOSA STELLA CHE CRESCE TRA LE ROCCE

La stella alpina è il fiore che simboleggia la vita come si svolge sulle montagne.

Una rappresentazione di costanza, tenacia, frugalità.

Senza affatto diminuire la bellezza, prospera, diventando ancora più bella, proprio in tutti i terreni poveri, ai margini di rupi scoscese e di instabili rocce in pieno sole.

Rara, collocata spesso in posizioni difficili da raggiungere la stella alpina o edelweiss (Leontopodium alpinum) è stata, nonostante ciò, a lungo preda inerme di un turismo poco rispettoso.

Stava addirittura scomparendo finché non è stata dichiarata specie protetta, ma soprattutto il pericolo è diminuito quando è diventata disponibile in seme o in piantina, nei migliori centri di giardinaggio.

La possibilità di poterla seminare e coltivare, ha, infatti, ridotto l’appetito predatorio di tanti, concedendole, per ora, scampo all’estinzione.

Non si considera spesso che le piante di origine alpina, abituate a crescere in minuscole tasche tra le rocce, sono perfettamente adattabili a piccoli vasi disponibili su un davanzale o un balcone. In questi vasi la terra di coltivo è obbligatoriamente scarsa e i muri e i vetri delle finestre riflettono al massimo il calore del sole, proprio come le rocce in montagna.

Anche le radici sopportano l’estremo calore estivo e il freddo pungente invernale, purché il terreno sia drenato e sciolto.

Per questo motivo i balconi e i terrazzi in piena estate potrebbero ospitare le tradizionali piante mediterranee, come il profumato basilico, fianco a fianco a vasi di stelle alpine, in una sorta di riassunto del variegato paesaggio italiano.

Mentre il basilico in pieno sole concentra profumi e aromi, la stella alpina aumenta il suo caratteristico biancore dove le notti sono più fresche.

Fusti, foglie, brattee capolini florali, più il sole è intenso, più si ricoprono della fitta inconfondibile lanugine bianco-argento che rende questo fiore così amabile, tenero e morbido all’aspetto.

Una volta che un vasetto ha ben attecchito, in giugno, luglio o in agosto si possono cogliere molti fiori per belle piccole composizioni fresche o secche, che durano tantissimo, senza saccheggiare piante spontanee.

La coltivazione, anche partendo dal seme, non presenta difficoltà.

Importante, sia partendo dal seme sia dalla piantina, è scegliere un vasetto non grande, disponendo sul fondo un alto strato di drenaggio (piccoli sassi o cocci di terracotta), il terriccio con cui riempire il vasetto deve essere leggero e calcareo, povero di sostanza organica.

In terreno troppo ricco, paradossalmente, la stella alpina perde tutta la sua bellezza, diventando irriconoscibile: alta, filata, verde pallido e non l’argentea, setosa, luminosa, morbida delizia che tutti amano.

(Le immagini sono prese dal web)

PROFEZIA DEGLI INDIANI CREE

PROFEZIA DEGLI INDIANI CREE

Solo dopo che l’ultimo albero sarà stato abbattuto,
solo dopo che l’ultimo fiume sarà stato avvelenato,
solo dopo che l’ultimo pesce sarà stato catturato.
Soltanto allora scoprirai che il denaro non si mangia.

INDIANI CREE – CANADA

Il gruppo appartiene all’antica tribù degli indiani Cree, nativi dell’America settentrionale, che tenacemente conserva le tradizioni e faticosamente le tramanda ai suoi giovani, spesso tentati dallo stile di vita consumistico e seduttivo dell’ambiente che li circonda.
Il gruppo Cree si presenta al pubblico nei suoi coloratissimi costumi tribali e propone le danze rituali che da centinaia di anni animano i famosissimi pow-how, i raduni di tutte le etnie pellerossa, che possono durare giorni e giorni.
Concentrato di spiritualità e forza, le danze Cree sono ritmate dal tamburo che rappresenta il battito del cuore della madre terra che rimane, per questo antico popolo, riferimento fondamentale di vita presente e futura. Questo straordinario gruppo svolge un lavoro importantissimo nelle carceri minorili del Canada, dove l’80% dei detenuti è costituito da giovani pellerossa, insegnando ai ragazzi le gloriose tradizioni del loro popolo e aiutandoli a reinserirsi nella loro comunità, consapevoli e fieri delle loro origini.