DA UN MESE STIAMO PARLANDO SEMPRE DELLA STESSA COSA

DA UN MESE STIAMO PARLANDO SEMPRE DELLA STESSA COSA

Lo sappiamo, stiamo parlando della stessa cosa da un mese, ovvero della chiusura, ovvia, del Pd al m5s. Non solo per gli insulti, ma anche e soprattutto per diversità programmatiche.

La cosa sta diventando noiosa per tutti. Può darsi che anche in passato sia stato anche peggio, ma stavolta, più che mai, non vediamo l’ora che chi ha vinto, si metta d’accordo, faccia un governo e governi.

Gli elettori hanno scelto e non ci sono dubbi su chi debba governare. Non è forse il cambiamento tanto auspicato?

La manfrina che i due vincitori stanno facendo, è insopportabile. Ma non c’è dubbio che siano già d’accordo, altrimenti non avrebbero occupato tutti i posti importanti disponibili nella varie commissioni, presidenze, o posti di prestigio necessari per la vita politica.

Le richieste poi di Di Maio verso il Pd, come dire, prima vi abbiamo insultato ma stavamo scherzando, sono ancora più offensive.

Pur di governare vanno bene tutti, Pd o Lega. Non importa che i programmi siano diametralmente opposti, quello che conta, da quanto viene proclamato, è che l’auto-eletto presidente del consiglio Di Maio occupi palazzo Chigi.

Una vera buffonata politica.

Se i programmi non contano allora che vale governare? Con che idee si intende portare avanti un paese? Con qualsiasi partito purché sia disposto ad appoggiare un movimento populista?

Cantava il Rigoletto:

“Questa o quella per me pari sono
a quant’altre d’intorno mi vedo;
del mio core l’impero non cedo
meglio ad una che ad altra beltà”.

Ecco l’auto-eletto del movimento 5s, dice la stessa cosa. “Vanno bene tutti, purché io possa diventare Presidente del Consiglio”. Facile no?

La posizione del Pd è chiara. È il partito di minoranza e quando ci sarà un governo, ha deciso di stare all’opposizione.

Il 12 Marzo c’è stata la Direzione Pd che ha deciso la linea. Solo 7 persone, facenti riferimento a Michele Emiliano, si sono astenute.

Orlando, l’altro giorno, ha parlato della necessità di parlare con tutti. Il suo ragionamento sembra un’apertura al m5s.

Noi gli rispondiamo che se vuole palare con il m5s è libero di farlo ma noi, militanti Pd, non ci riconosciamo in questa strategia.


 

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LE SCELTE ENTUSIASTE DEGLI ELETTORI

LE SCELTE ENTUSIASTE DEGLI ELETTORI

L’argomento forte di tutti quelli che pressano il Pd a vario titolo, perché faccia “qualcosa”, è che si debba impedire la deriva fasciosovranista di destra e quella fasciopopulista dei Cinquestelle.

Paroloni.

Ora, se gli elettori avessero voluto impedire la deriva fasciosovranista, avrebbero votato Pd e non la Lega. Chiaro?

Se gli elettori avessero voluto impedire la deriva fasciopopulista, avrebbero votato Pd e non i Cinquestelle. Chiaro?

Invece, gli elettori hanno scelto entusiasti le derive. Punto.

E quelli che oggi vorrebbero correggere forzosamente il loro “errore” sono gli stessi che, fino a ieri, ci hanno sfiancato di pipponi su stampa e tv spiegandoci autorevolmente che Di Maio e Salvini erano i più autentici interpreti del sentimento popolare, mentre il Pd non rappresentava più nessuno.

Considerato che le scelte entusiate degli elettori sono stare chiarissime, per quanto riguarda il Pd, messo da parte sonoramente, è bene che il governo sia fatto dalle derive fasciosovraniste e fasciopopuliste che sono state scelte, proprio perché autentici interpreti del sentimento popolare.

Tutto chiaro, sì?!

Se sì, la stampa e le tv, sono pregate di non rifilarci più altri pipponi, in senso opposto. Basta prendere in giro gli elettori.

(Da una email di un’amica)

 

SAPER AMARE

SAPER AMARE

Un giovane discepolo andò dal saggio e gli disse: «Come si fa ad imparare ad amare?».

«Beh», rispose il saggio, «potresti iniziare a mettere in pratica queste regole:

1) Non dare mai un’immagine falsa di se stessi.

2) Dire sempre di sì, quando è sì, e no, quando è no.

3) Mantenere la parola data, anche e soprattutto se costa.

4) Guardare gli altri ad occhi aperti, cercando di conoscere i pregi e i difetti.

5) Accogliere degli altri non solo i pregi ma anche i difetti e viceversa.

6) Esercitarsi a perdonare.

7) Dare agli altri il meglio di se stessi, senza nascondere loro i propri difetti.

8 ) Riprendere il rapporto con gli altri anche dopo delusioni e tradimenti.

9) Imparare a chiedere scusa, quando ci si accorge di aver sbagliato.

10) Condividere gli amici, vincendo la gelosia.

11) Evitare amicizie chiuse e possessive.

12) Dare agli altri anche quando gli altri non possono darci niente».

Il discepolo con uno sguardo perplesso disse: «Sono regole belle ma difficili da vivere!».

«Perché, chi ti ha detto che amare è facile?», rispose il saggio. «Non esiste l’amore facile, non esiste l’amore a buon mercato. Tutti cercano l’amore ma pochi sono disposti a pagarne il prezzo: il sacrificio!»

«Quando potrò dire a me stesso di aver imparato ad amare?» disse il discepolo.

«Mai. Perché la misura dell’amore è amare senza misura». Rispose il saggio.

(Saggezza indiana. Namastè)

 

 

IL SILENZIO DI MATTEO RENZI

IL SILENZIO DI MATTEO RENZI

I nodi stanno venendo al pettine.

Per Di Maio e per chi nel Pd aveva già idea di passare il Rubicone, fare un accordicchio e governare insieme al m5s, si sta mettendo maluccio.

Di Maio non è un leader, è un personaggio evanescente e debole che si lascia mettere all’angolo.

Renzi, col suo silenzio, col suo “no” fermo a qualsiasi accordo o contratto con m5s, ha portato il leader evanescente pentastellato a rinnegare gli ultimi cinque anni della sua storia,  fino a sconfessare se stesso e il suo movimento.

Questa è la politica. Può piacere o no, ma è l’arte della politica e di chi la sa fare.

E nel Pd, dobbiamo constatare ancora una volta che l’unico che sappia fare politica è Renzi.

Solo così possiamo spiegarci tutte le sperticate e arrampicate di Travaglio e le critiche mosse da tanti commentatori al Pd, contro il tacere di Renzi, avevano capito, che la debolezza di un Di Maio avrebbe finito col cedere, col dire cose che non avrebbe mai detto, come “sotterriamo l’ascia di guerra” “Renzi l’abbiamo sempre stimato” o giù di lì. E che alla fine avrebbe fatto una figuraccia.

Parlare con la Lega o con il Pd, per eventuali alleanze non è la stessa cosa.

Una banderuola che si muove a seconda del vento che tira o che i media soffiano.

Va bene Salvini, e va bene pure l’odioso Renzi, pur di fare il Presidente del Consiglio, ma sarebbe un capo del governo quantomeno discutibile, se diposto a rimangiarsi tutto quello che in campagna elettorale ha detto. Non so se i suoi fidatissimi seguaci sarebbbero d’accordo.

Per fare un governo servirà tempo. E politica.

 

 

UNA TAVERNA AL SENATO

UNA TAVERNA AL SENATO

Taverna Paola attuale vicePresidente del Senato. Da borgatara a contessa.

Crediamo sia totalmente irrispettoso verso il paese, il fatto che una persona di tale bassezza morale ed ignoranza possa ricoprire una carica così importante. Proprio al Senato, dove la signora assai presto metterà in opera la sua spiccata personalità, come si è già visto in precedenza,  capiremo se gli stessi calorosi epiteti  contro gli avversari, così volgari da accapponare la pelle, continueranno.

Una natura non si cambia solo sedendo su una sedia diversa.

È, probabilmente, il simbolo più evidente della decadenza di questo paese.

Non è come la famosa “Onorevole Angelina” interpretata magistralmente da Anna Magnani, che difendeva veramente le povere donne come lei, ma questa signora non solo non è povera (nel senso che è ricca già in funzione che ha ricevuto un sacco di soldi nella precedente legislatura), ma non ha neppure un’idea chiara di che cosa fare.

Finora abbiano sentito solo insulti verso gli avversari e politica zero.

Il video, che state per vedere, potrebbe anche far ridere ma, sinceramente, ci mette solo tanta tristezza.

E tutto questo non è facile dimenticarlo, dopo averlo sopportato per anni.

Noi ce lo ricordiamo.

Avevano detto che, dopo una loro vittoria tutti sarebbebro andati da loro a chiedere qualcosa. Finora non abbiamo visto nessuno, ma sono loro che vengono da noi.

Adesso non solo dicono che dobbiano “scurdace ‘o passato” e che non hanno mai voluto insultare il Pd, e neppure Renzi (figuriamoci), ma che hanno bisogno di noi. Abbiamo bravi MInistri, da Minniti a Gentiloni, da Delrio a Padoan.

Ma che cambiamento! Sono loro che vanno a chiedere l’elemosina.

Non so se restermo all’opposizione, ma sta di fatto che adesso siamo minoranza , che abbiamo subito una sconfitta, e che gli elettori hanno scelto loro.

Non abbiamo nulla da dare, abbiamo già dato, e non è stato gradito. Adesso no. Basta. E, per favore, smettete di chiedere altrimenti diventate più patetici, di quanto già non lo siete.

(Una taverna al Senato: Non è colpa sua se la Signora Paola si chiama Taverna, ma insomma  il gioco di parole ci sta tutto).

 

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

Innanzitutto occorre una precisione di linguaggio: il Pd attualmente ha un ruolo di minoranza, sarà opposizione a governo fatto.

Maurizio Martina: il prodotto del laboratorio Pci, giovane ma che ha già avuto il tempo di essere gregario di Bersani, Veltroni, persino di Franceschini.

Matteo Renzi aveva ragione quando disse che le sue dimissioni sarebbero state attuate dopo la formazione del governo.

Le sue non erano finte dimissioni, ma intelligenza politica di non lasciare il partito senza guida in un passaggio così importante.

Ma al solito hanno vinto i media, i dittatori del paese. E come conseguenza si è nominato un reggente: Maurizio Martina.

E’ già successo con Epifani reggente, che poi fu allontanato definitivamente, Martina invece si ricandida.

Ho ascoltato le sue dichiarazioni alla sua prima uscita dopo le prime consultazioni al Quirinale.

Martina ha precisato che l’attività parlamentare del Pd “all’opposizione” si baserà su quattro punti: taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione, controllo della finanza pubblica, gestione del fenomeno migratorio e rafforzamento del quadro internazionale.

Gli ultimi tre punti sono “ordinaria amministrazione di un governo”, se non si fanno riforme.

Il primo punto: taglio del costo del lavoro, è possibile solo con due strade, finora già esplorate: pagare meno chi lavora (diminuzione dei salari), oppure diminuire di molto le tasse per chi dà lavoro. Queste sono le due vie che si sono sempre praticate, con poco successo.

Ma occorre trovare una terza via che possa giovare a tutti: la crescita di cui nessuno ha parlato.

La crescita si potrebbe attuare se si riuscisse a costruire un grande progetto in cui i ceti più deboli si uniscono, all’interno di un progetto comune, con ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida della crescita.

Quindi, lungi dal tornare indietro, ai tempi della classe operaia, si deve invece fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni.

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo.

È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire nulla di utile.

Per fare questo ci vogliono persone di carattere, anziché persone che dimostrano di soffrire di colite a stare nel Pd.

Lo avevamo, un leader vero, in grado di guidare le truppe. Invece di sostenerlo è stato demolito e umiliato sia all’interno del Pd che, soprattutto dai media, i quali, ancora una volta hanno vinto.

La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd.

Come si può constatare ai media, così efficaci nel demolire un leader come Renzi, perché capace, e bravo tanto da essere pericoloso per il loro equilibrio, non piacciono le riforme, piacciono le cosette fatte giuste giuste poco alla volta, tanto perché il tempo passi senza scossoni, e per lasciare le cose come sono.

 

LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

Nel Pd c’è qualcuno che vuole uno strapuntino.

Lo diciamo alla Fantozzi o alla Di Maio: faccino, faccino pure, ma senza di noi.

La situazione del Pd è chiara, siamo una minoranza, anzi l’unica minoranza, non possiamo fare i salti della tigre, tuttavia ci sono delle lamentele da parte di alcuni ministri e altri papaveri dirigenti del partito democratico, che si stanno comportando come bambini dell’asilo.

Parliamo di Dario Franceschini (Ministro dei Beni Culturali) e Andrea Orlando (Ministro della Giustizia) e di Emiliano, di Boccia, eccetera.

Per loro un dialogo con il M5S è doveroso.  Non sappiamo in che senso “doveroso”. Per responsabilità?  Siamo un po’ stanchi di sentire che dobbiamo sempre sacrificarci, passare sopra a tutte le ingiurie, le offese personali e tutto il fango che in anni ci è stato buttato addosso.

Non abbiamo nessuna ascia da dissotterrare perché non abbiamo mai usato un’ascia, per parlare con i nostri avversari, ma abbiamo sempre cercato rispetto e dato rispetto.

Secondo noi ad esser doverosa sembra essere solamente la loro voglia di una poltrona. E’ ancora più doveroso, invece, è rispettare la volontà degli elettori. Prendiamone atto con sincerità e senza rancore, abbiamo perso, così è stato decretato e ci dobbiamo comportare di conseguenza.

Senza dimenticare che alcuni giornali come “Il Fatto Quotidiano” e Travaglio, con le loro dichiarazioni, stanno dando la colpa al Pd del motivo del fatto che la legislatura non sta partendo.

  • Se i signori Franceschini e Orlando e non so chi altri, vogliono un accordo con il M5S, dimenticandosi delle differenze programmatiche e degli insulti pentastellati nei confronti del Pd, e di tutti noi, per uno strapuntino, lo dicessero e buon viaggio.
  • Se costoro vogliono diventare la ruota di scorta o il salvavita di un governo M5S lo facessero.
  • Se vogliono stare con chi vuole buttare all’aria quanto fatto in questi anni, che lo facessero.
  • Se proprio gli fa schifo non contare nulla, in questa legislatura, possono uscire dal Pd, (oppure usciamo noi, non c’è problema), e fare un altro gruppo.
  • Se costoro si stanno, tatticamente, rincoglionendo non possono certo pretendere che gli altri condividano i lor convincimenti.
  • Se qualcuno di loro riesce a passare sopra agli insulti, pur di prendere una poltrona agissero di conseguenza, ma solo a nome loro. Noi, non ci stiamo.
  • Se qualcuno prende per “parole serie” le buffonate di Di Maio del tipo: “Credo che ora il senso di responsabilità nei confronti del Paese ci obblighi tutti, nessuno escluso, a sotterrare l’ascia di guerra”, è liberissimo di farlo.
  • Se qualcuno crede che un comico, un affarista e una persona di scarsa cultura possano decidere i destini del paese, si chiedano sinceramente con chi avranno a che fare.

Pensiamo fermamente che la nostra dignità valga più di qualsiasi poltrona.

 

 

ALLA FINE DELLA FIERA SI SCOPRE CHE È SOLO UNA QUESTIONE DI POLTRONE

ALLA FINE DELLA FIERA SI SCOPRE CHE È SOLO UNA QUESTIONE DI POLTRONE

I Cinque Stelle, fin dall’indomani delle elezioni, dicono che non guardano alle poltrone, ma ai programmi.

Giusto.

Il paradosso è che sui programmi Di Maio e il centrodestra sono sorprendentemente vicini.

Se Danilo Toninelli, braccio destro di Di Maio al Senato, dice di accettare la flat tax purché sia costituzionale (cioè progressiva, praticamente com’è attualmente) e non lasci per strada i poveri e se Salvini accetta il reddito di cittadinanza, purché non sia una rendita a vuoto, ma serva a far tornare al lavoro i disoccupati (com’è adesso il reddito di inclusione), l’accordo di governo è bell’e fatto.

Dunque, è questione di poltrone e di invitati alla festa. E possono viaggiare comodi, comodi su un treno di lusso.

L’ESERCITO DI QUELLI PRONTI A CHIEDERE “IL SACRIFICIO PER LA PATRIA” AL PD È GIÀ IN MARCIA

L’ESERCITO DI QUELLI PRONTI A CHIEDERE “IL SACRIFICIO PER LA PATRIA” AL PD È GIÀ IN MARCIA

L’esercito di quelli pronti a chiedere “responsabilità” al Pd è già in marcia.

Napolitano ha già sparato le prime cannonate sul Pd, Mattarella, con più garbo, muoverà i suoi referenti dentro il Pd, poi la stampa tutta, le Tv, i talk show, alzeranno ancora di più il tiro.

Nel Pd i fratelli di Scilipoti sono già in agitazione.

Del resto il “sacrificio per la Patria” è nei geni costitutivi del Pd.

Fu così per il Pci, che più di tutti offrì propri caduti nella resistenza per liberare l’Italia, e fu messo all’opposizione per 50 anni.

Fu così per il Pci e Aldo Moro negli anni del terrorismo.

Ancora cosi per i DS e i popolari che, dopo il disastro economico e politico del 1992, si fecero carico della drammatica crisi di allora, e furono mandati all’opposizione dalla destra di Berlusconi, alleato con Lega e Movimento Sociale.

E’ stato così in questi anni per il Pd, che ha portato l’Italia fuori dalla crisi in condizioni difficilissime ed è stato punito.

Questo è un paese che prega per avere il sacrificio dei “responsabili” e poi li umilia.

E stavolta non sarebbe neanche per la Patria, ma per consegnarsi prigionieri di razzisti e populisti.

Dubito che il Pd riuscirebbe a resistere alle pressioni che lo vogliono in ginocchio. Proprio in ragione dell’animo sacrificale che ha sempre avuto.

Solo una “rivolta” degli elettori e degli iscritti potrebbe salvarlo.

Ci sarà? Temo di no.

Spero solo che un governo Lega-Berlusconi-Meloni e 5s, (anche se si tratta del governo delle quattro destre), si faccia, e si finisca al più presto questa pantomima da palcoscenico. E perchè è così che hanno scelto gli elettori.

Ricordate come fu trattato il Pd dai grillini nel 2013? Perché adesso il Pd dovrebbe fare diversamente? La responsabilità è uguale per tutti, mi risulta. Soprattutto per chi ha vinto.

 

COME CONDANNARSI AL CONFINO DA SOLI

COME CONDANNARSI AL CONFINO DA SOLI

Liberi e Uguali, che ha superato di poco la soglia alle elezioni, non può per ora costituire dei gruppi autonomi, visto che ha 14 deputati e 4 senatori, e il minimo è rispettivamente 20 e 10.

Ha detto però che chiederà una deroga, concessa in passato anche a partiti con meno rappresentanti.

Per ora i suoi parlamentari sono iscritti al Gruppo misto, insieme a quelli di Noi con l’Italia, ai fuoriusciti del M5S, alle minoranze linguistiche, a +Europa e a Civica popolare. Chissà se andranno da Mattarella tutti insieme.

Una fine che non avevano certo immaginato. Il tentativo balordo era solo quello di far fuori Renzi. Ci sono riusciti altri, adesso anche liberi e uguali si metteranno il cuore in pace.

Amen.