Archivi della categoria: cronaca

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

(Post per chi ha pazienza)

Non mi piacciono i francesi, almeno i loro capi e ho voglia di parlarne male.

Quando ero piccola girava fra noi ragazzi, una canzoncina sulla nostra Bandiera.

Diceva:

“Bianco, rosso e verde color delle tre merde”, cantavano i francesi.

“Bianco, rosso e blu, le tre merde le mangi tu”, rispondevano gli italiani.

Pare che non ci siamo mai amati molto. Neanche da piccoli.

Il primo dei caporioni che mi viene in mente è il “tristissimo e dannosissimo” Jean-Claude Trichet, nato a Lione il 20 dicembre 1942 è un banchiere ed economista francese che è stato presidente della Banca centrale europea dal 1° novembre 2003 al 16 maggio 2011, quando finalmente è stato eletto Mario Draghi. È stato la rovina dell’Italia, della Grecia e, in parte della Spagna. In bocca aveva solo la parola “austerità”, ma non per la Francia.

Poi De Gaulle che con la sua grandeur, ancora viscerale nei francesi, ha rotto i coglioni per tutto il suo tempo e a tutto il mondo. E quando scorro la storia della seconda guerra mondiale, mi balza agli occhi il fatto che questo generale, è sempre stato molto lontano dai veri campi di battaglia. All’inizio della guerra scappa in Inghilterra, e da lì lancia appelli, via radio, alla resistenza francese, ma sul campo di battaglia si è servito dei poveracci che facevano parte del suo impero coloniale nord africano. Torna a Parigi solo quando dei tedeschi non c’è più nemmeno l’ombra.

E adesso Macron, il miracolato Macron che fa di tutto per escluderci. Ci esclude in Libia, ci esclude dal Fincantieri, in sostanza vuole prendersi le nostre risorse, il petrolio libico e la costruzione di grandi navi, quelle che solo gli italiani sanno fare. E se avete notato, in Europa, non parla mai con noi. Ed è di questi giorni la notizia che Macron con la Merkel hanno appena sottoscritto un patto di collaborazione. E Macron è venuto in Italia per estendere questo accordo a Gentiloni. Sostanzialmente ci servono un piatto già preparato. Un prendere o lasciare, non è così che si collabora. Infatti sentite cos’ha detto: ha detto chiaro e tondo che l’intesa tra Francia e Germania era e resta «strutturale» e che ogni ipotesi alternativa è «semplicemente una perdita di tempo».

Quando un sentimento sta nel nostro corpo non si può dimenticare. Ogni tanto ribolle.

Ma ci corre l’obbligo di passare ad una storia vecchia di 70 anni, che ha portato tante ferite. Si tratta del generale Alphonse Juin francese, che ordinò alle truppe coloniali francesi (Cef), di stuprare le donne italiane, per far pagare loro tutti i tradimenti possibili, ma solo immaginati. Compreso il fatto, forse ma non tanto, che abbiamo avuto il coraggio di cacciare Napoleone.  E’ un articolo della “Stampa” cultura, sulle Marocchinate, scritto il 16 marzo 2017. E’ da leggere, anche se lungo, per capire.

Ed ecco le “Marocchinate”:

 La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia.
L’pisodio del remake porno del film di De Sica diventa l’occasione per parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 Goumiers marocchini
Pubblicato il 16/03/2017
andrea cionci
 Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili.

Il film “La ciociara”

Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.

 

 Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF

Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze

Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

 Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti

Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi. In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo.

Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.

 

 Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo

Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno

Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.

 Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi

I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.

7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi

Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana

Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”. Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin

Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.

 Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle

Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli – che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività. Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.

Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime  

Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

 Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica

Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia

L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa.

Meno male, dico io, bisogna ricordare queste cose, come si ricordano le leggi razziali, l’olocausto, le foibe, i partigiani, le fosse ardeatine, la strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzena e tutto il resto. Questa storia non va dimenticata, mai.

 

 

Annunci

UCCIDERE PER EMOZIONARSI

UCCIDERE PER EMOZIONARSI

Nel giugno del 2000 tre ragazze di Chiavenna uccisero, con 19 coltellate, una suora Maria Laura Mainetti di 61 anni. C’era Ambra, considerata un po’ la regista dell’operazione, e le sue amiche Veronica e Michela. Tutte e tre minorenni. Delle tre amiche Veronica fu scarcerata nel 2004, dopo aver scontato la metà della pena, poi Milena scarcerata nel 2006 fu accolta nella comunità di Don Mazzi e infine Ambra nel 2008, in semilibertà, la notte doveva rientrare in carcere. Tutte e tre furono ritenute parzialmente incapaci di intendere e di volere.

Ma il motivo? Quando i carabinieri cominciarono ad indagare sull’omicidio della religiosa, si trovarono di fronte a buio pesto. Buio sul movente che pare non ci fosse, non potendosi chiamare “movente” il bisogno delle tre ragazze di emozionarsi, e buio nei loro cuori e nelle loro facce atoniche, se è vero che chi ha assistito al loro interrogatorio è rimasto sconvolto dalla loro totale indifferenza, tranquillità e serenità con cui le ragazze hanno risposto alle domande del procuratore, come se nulla fosse accaduto o nulla per davvero le riguardasse. Forse per divertimento hanno tirato in ballo anche Satana.

Ma chi sono questi ragazzi o queste ragazze che uccidono per gioco, per provare emozione? Com’è fatto il mondo per loro? Non il mondo in genere, ma il mondo di questi adolescenti che pure frequentano la scuola?

Com’è il loro apparato cognitivo?

Alcuni studiosi, tra cui cito Marco Lodoli, insegnante che scrisse un articolo su Repubblica, nel 2002, intitolato “Il silenzio del miei studenti”, hanno cercato di descrivere il loro apparato cognitivo in questi termini.

“A me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di una società che vuole distendersi verso il futuro. La mia non è una sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Sto notando qualcosa di molto più grave e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente. I processi intellettivi più semplici, un’elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film sono diventati compiti sovrumani, di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio”.

È una diagnosi molto severa, resta solo da aggiungere che carenti non sono solo i nessi cognitivi, verbalizzati con un linguaggio che più povero non si può immaginare, ma anche quelli emotivi, per cui viene da chiedersi se questi ragazzi dispongono ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenersi da gesto.

Se non si è capaci di elaborare questi conflitti, succedono poi cose brutte e incomprensibili, come le sparatorie negli stadi e l’incapacità di controllare la propria collera, oppure l’odio incontrollato verso un avversario, fino a portare alla violenza. O, come è successo alle tre ragazze di Chiavenna che hanno ucciso per provare un’emozione, così, gioco forza,  sono state dichiarate incapaci di intendere e volere.

IGOR IL RUSSO

IGOR IL RUSSO

Non piace alla Russia, che l’assassino latitante catturato in Spagna, venga chiamato “Igor il russo”,  dai nostri quotidiani e per questo definiscono la nostra stampa:”la stampa igienica italiana”. E questo non piace a me.

Che non sia russo lo sappiamo, che non sia un ex militare dell’Esercito di Putin, interessa relativamente, è un soprannome, come spesso siamo avvezzi a fare, soprattutto nella stampa, ma che sia un assassino, è chiarissimo.

“Norbert Feher, che alla stampa igienica nazionale piace tanto chiamare “Igor il russo”, è stato finalmente catturato dalla polizia spagnola dopo un conflitto a fuoco a Saragozza in cui ha ucciso altre 3 persone”, ribadisce la stampa russa.

L’Italia ha chiesto l’estradizione, perché vuole che questo assassino, sia giudicato anche da un tribunale italiano, com’è giusto che sia, considerato che nel ferrarese e bolognese, ha commesso delitti efferati.

E Igor il russo, serbo, avrebbe chiesto di ritornare in Italia per usufruire di un regime carcerario più morbido, con la prospettiva (non tanto teorica) di beneficiare di sconti di pena o di qualche svista di un giudice distratto che eventualmente dimentichi di depositare i motivi del rinvio a giudizio e lo faccia scarcerare per decorrenza dei termini.

Io lascerei volentieri nelle mani spagnole, Igor il russo, come abbiamo lasciato in Gran Bretagna, il famoso Restivo, l’assassino di Erica Claps di Potenza. Processiamolo pure ma lasciamolo dov’è adesso. E’ più sicuro per tutti.

Non vorrei che accadesse ancora che, assassini, scarcerati, perché in carcere hanno avuto “una buona condotta, “sono stati tanto bravi”, “si sono ravveduti e pentiti”, e di conseguenza scarcerati con condoni sostanziosi di pena, una volta usciti, continuassero ad uccidere com’è accaduto per esempio ad uno dei troioni del Parioli, quel tale Izzo, che poi uccise altre persone.

Non è successo, per fortuna, ma mettiamo il caso che, nella zona di Ferrara, si fosse trovato un agricoltore o un commerciante che avesse sparato al serbo preventivamente per difendersi. Come si sarebbe comportata la giustizia italiana? Temo che sarebbe stato incriminato l’agricoltore per “eccesso di legittima difesa”. Il solito vecchio incancrenito problema della giustizia italiana.

IL GAS DELLA RUSSIA

IL GAS DELLA RUSSIA

In Italia, il 42% del gas consumato viene dalla Russia, il 18% viene da Norvegia e Olanda, l’11% dall’Algeria, il 10% dalla Libia e il 7% dal mercato mondiale del GNL.

In questi anni, abbiamo visto più gasdotti tracciati sulla carta e presentati al pubblico che tubi veri depositati sul terreno e collegati fra loro.

Questo perché la realizzazione di una condotta richiede non solo grandi investimenti e grandi capacità tecniche, ma prima di tutto un accordo stabile e di lungo termine fra un fornitore ed un acquirente, la ragionevole certezza che ciascun governo sia solido e che un eventuale cambio al potere non butti all’aria i contratti stipulati per l’intero periodo di validità concordato, misure di sicurezza per proteggere tutto il percorso delle condotte e i necessari accordi internazionali.

Più l’obbligatorio imprimatur della Commissione Europea se una delle firme sull’accordo appartiene ad un Paese membro dell’Unione.

Ecco perché nel mercato del gas diventano critiche le altalene diplomatiche fra la Russia e diversi Stati europei, i problemi interni di ciascuno Stato aggiunti a quelli che possono creare tutti gli altri attraversati dai tubi. Dall’Ucraina, sempre ai ferri corti con la Russia, alla Polonia, terreno di conquista della NATO, alla Turchia, nemica o amica a seconda delle convenienze.

Da parte nostra, oltre a non poter prendere impegni con nessuno sulla stabilità del nostro governo e tantomeno offrire serie garanzie che il prossimo inquilino di Palazzo Chigi non ribalti tutti gli accordi energetici in essere, abbiamo il problema insormontabile di 124 piante di ulivo che sbarrano la strada all’arrivo del gasdotto TAP in Puglia.

A causa della recente esplosione ad un impianto di gas in Austria, lo scontro fra il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, si è ulteriormente aggravato, con naturalmente sullo sfondo non solo l’ILVA ma, questa volta, il Tap.

L’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato che “non c’è allarmismo tra gli operatori” per la sicurezza ma “il gas sta salendo di prezzo” e quanto salirà ancora dipende anche “da quanto durerà il problema”. Non a caso oggi il prezzo all’ingrosso in Italia è quasi raddoppiato dopo il blocco della fornitura. Quanto successo, infatti, si inserisce “in uno scenario che porta ad un aumento generalizzato dei prezzi”, legato alla congiuntura economica che alimenta la ripresa dei consumi, dall’arrivo delle temperature fredde ma anche dalla notevole dipendenza dell’Italia al gas importato.

Una fragilità endemica, che arriva da lontano, e che può essere sconfitta con la diversificazione attraverso Ing e pipeline. Diversificazione in cui rientra appunto il Tap, che dovrebbe sbarcare sulle coste pugliesi fra le rimostranze degli enti locali.

E’ chiaro che, di fronte a tutte queste rogne, la Russia si sia data da fare per aprirsi ad un immenso mercato alternativo come quello rappresentato da un miliardo e mezzo di cinesi e dalla loro industria grazie a Сила Сибири: il Potere della Siberia.

Dopo l’emergenza di oggi, in cui l’interruzione di un solo nodo ha rischiato di mettere in crisi tutta l’infrastruttura , ci si augura che il prossimo governo possa mettere da parte qualche pregiudizio ed affrontare seriamente la questione energia.

FEDERICO CARTA (ricercatore) SCRIVE…

FEDERICO CARTA (ricercatore) SCRIVE…

IL NO ALL’ESPERIMENTO DEL GRAN SASSO DECLINO IRREVERSIBILE DELL’ITALIA (RESTERANNO SOLO I FUORI CORSO)

Una storia triste in 15 punti.
Cerco di essere schematico, perché vorrei essere capito da tutti, nonostante metà dei miei connazionali siano analfabeti funzionali.
1) Nel Bel Paese esiste una montagna, chiamata Gran Sasso.
2) Sotto la montagna esiste una grande caverna, costruita dall’uomo.
3) Dentro la caverna esistono dei laboratori di ricerca di prestigio internazionale, in fisica delle particelle.
4) In primavera si farà un nuovo esperimento, chiamato SOX. Non sto a spiegare a cosa serva, tanto non vi importa nulla comunque. E’ un esperimento unico al mondo, e la cosa figa è che “ce lo invidiano tutti”, perché non lo fanno mica i giapponesi, i russi o gli americani. Lo facciamo noi.
5) L’esperimento SOX, per funzionare, usa 40 grammi di una sostanza radioattiva, chiamata Cerio-144.
6) Anche un sasso emette radiazioni. Anche vostra nonna lo faceva, e per un bel po’ ha continuato anche dopo morta. Anche la cacca del cane. Non è che se una cosa emette radiazioni allora è cattiva per forza: io a mia nonna le voglio bene! Altro esempio, sorgenti radioattive sigillate, proprio come quella di SOX, vengono usate oggigiorno in vari ospedali per eseguire diagnosi o terapie varie.
7) Nel caso di SOX, la sostanza se ne sta li ferma ed emette radiazioni. Questo è ESTREMAMENTE DIVERSO rispetto a quello che si fa in una centrale nucleare, dove invece una sostanza radioattiva viene bombardata con particelle più piccole, e “si spezza”.
8) Accostare il nome SOX al nome Fukushima è un errore grossolano. SOX non può “esplodere”, nemmeno volendo deliberatamente ed impegnandosi sul serio affinché succeda.
8bis) La sostanza radioattiva sta chiusa dentro due contenitori concentrici di acciaio, con pareti di 20cm, in grado di resistere temperature di 1700 gradi, a prova di terremoto, a prova di inondazione, a prova di frana, a prova di vulcano, costruite appositamente per SOX soddisfacendo i massimi standard di sicurezza internazionali.
9) Nadia Toffa un giorno si sveglia, e decide che tutto questo è scandaloso. Fa una puntata di del suo programma Le Iene, in cui spiega perché secondo lei l’esperimento SOX è pericoloso.
10) Le Iene non è un programma di informazione, ma semplicemente un programma di intrattenimento. Tipo il Wrestling, ma un po’ più finto.
In molti, però, non se ne rendono conto.
11) Decine e decine di fisici, teorici e sperimentali dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare si esprimono pubblicamente, argomentando come mai l’esperimento è assolutamente sicuro. Gente che ha studiato insomma.
11bis) Decine e decine di fisici, teorici e sperimentali, non sono poi esseri umani coglioni, e cercano anche loro di sopravvivere: non andrebbero a lavorare ogni giorno in un posto che reputano pericoloso.
12) Il servizio di Nadia Toffa fa scandalo. La gggggggente impazza, e scende in piazza. Il cugino di mio cugino mi ha detto che se il cerio va nell’acqua divento analfabeta funzionale anche io. Oddio, non voglio!
13) Il movimento 5 stelle Abruzzo vota all’unanimità che l’esperimento debba essere fermato. E a meno di colpi di scena e clamorose marce indietro, così sarà.
14) Io vengo preso per il culo da amareggiati colleghi di tutto il mondo, per la stupidità dei miei compaesani.
15) Ora chiedetevi di nuovo come funzioni la fuga dei cervelli.
E soprattutto perché.

Peace.
Federico Carta

(A me tutto questo dispiace, si perde sempre più prestigio, e va a finire che nessuno ci prenderà neppure in considerazione anche se abbiamo i più bravi ricercatori scientifici del mondo. Ma il movimento dell’albergo di lusso, dice sempre no. Ha paura di tutto, figuriamoci del Cerio-144, che, credo nessuno di loro sappia bene cosa sia).

I LADRI DI TICKET SANITARI

I LADRI DI TICKET SANITARI

La madre di tutte le ingiustizie.

Un imprenditore fiorentino omette di pagare al fisco oltre 7 milioni di euro e dichiara solo 2800 euro all’anno.

Con questo reddito non avrebbe pagato neppure i ticket sanitari. Ora gli hanno sequestrato due ville. È troppo chiedere la galera per i grandi evasori?

Capisco che non si può fare di tutta l’erba un fascio, e che non tutti gli imprenditori si comportano come questo di Firenze, ma un minimo di onestà non c’è in queste persone.

Gli evasori sono doppiamente ladri e assassini della società. 

Sì, ma uno dice, ma intanto questo imprenditore faceva lavorare delle persone.

Già le faceva lavorare, ma contemporaneamente le derubava di quei servizi che le stesse persone pagano con i propri contributi e con la loro fatica.

NON PERDONO BERLUSCONI

NON PERDONO BERLUSCONI.

No, non lo perdono, e non lo farò mai, per avermi tolto la possibilità di poter gridare “Forza Italia”, quando i nostri campioni, di tutte le discipline sportive, giocano.

Forse non vincono più, almeno i giocatori di calcio della nostra nazionale,  anche per questo, non possiamo incitarli come vorremmo. Non voglio dire che sia colpa sua, ma certamente quella bella frase non la possiamo gridare per non richiamare a gran voce un partito.

Cosa centra un partito con lo sport? Niente, eppure anche questo ci è stato rubato, la voce si spegne in gola e cerchiamo altre parole, più difficili, che non arrivano all’orecchio dei giocatori. Peccato. Anzi una cosa la facciamo bene ed è quella di fischiare l’inno nazionale degli altri, praticamente li insultiamo, come abbiamo imparato a fare in questi anni con gli avversari, considerati più nemici che avversari di gioco.

Berlusconi, un ladro di belle parole. Nessun perdono per questo, anche se camperà centoventi anni come gli fu profetizzato da Don Luigi Verzé (già morto), l’amico fondatore dell’ospedale San Raffaele, finito in bancarotta.

 

IL PREZZO DELLE PREGHIERE

IL PREZZO DELLE PREGHIERE

“Se c’è una cifra fissa come una compravendita, allora deve essere rilasciato uno scontrino!”. Il tono è indignato. La signora Giovanna, lettrice del Carlino, scrive una lettera con nome e cognome, protestando contro il ‘prezzo’ delle Messe. Un listino chiaro, senza incertezze: 15 euro. Il luogo, la chiesa di San Girolamo della Certosa. (Nell’immagine)

“Il giorno di Ognissanti – scrive – sono andata in Certosa e nell’ufficio della chiesa ho prenotato tre Messe in suffragio dei miei cari defunti. Il sacerdote presente ha scritto un biglietto con le date e me lo ha allungato dicendo: 45 euro”. La sorpresa è grande, non per la cifra, ma per il modo: “Il Papa non aveva puntualizzato che non si devono chiedere soldi per le Messe ma eventualmente accettare offerte? E allora i defunti dei poveri, del disoccupato, delle persone in difficoltà vanno tutti all’inferno?”.

La domanda, ovviamente retorica, tocca un punto dolente: “Questa richiesta di una cifra fissa suona come una compravendita e allora… deve essere rilasciato uno scontrino”. Cifra fissa al punto che, di fronte ai 50 euro esibiti della nostra lettrice, il sacerdote puntualizza di non avere il resto e quindi di “scegliere tra una pubblicazione o un periodico di quelli presenti in chiesa”. Insomma, 15 euro sono: non di più e non di meno.

In effetti, le modalità di un servizio al quale, secondo la Santa Sede, dovrebbe tutt’al più corrispondere un’offerta volontaria, risulta che le cose stanno proprio così. Alla richiesta di informazioni sulle modalità previste per una Messa in suffragio di un congiunto, infatti, nell’ufficio all’interno della chiesa del cimitero monumentale, affidata alla congregazione religiosa dei Padri Passionisti, ci è stato spiegato che “il costo è di 15 euro per Messa, indipendentemente dal numero dei nomi da citare” e che “il primo spazio libero sarà nella mattinata del 30 novembre”.

“Vorrei ricordare – è la conclusione ironica della lettrice del Carlino – che una volta, nei negozi di pasticceria, in mancanza del resto aggiungevano qualche cioccolatino”.

(Il Resto del Carlino – Bologna)

Mi sembra che tutto ciò richiami il “tempo della vendita delle indulgenze”, il tempo che poi portò al protestantesimo con Martin Lutero.

“La Riforma protestante è nata con la questione delle indulgenze. Nel 1517 papa Leone X, volendo ricostruire la basilica di S. Pietro a Roma, e non disponendo dei mezzi necessari, aveva bandìto in tutto il mondo una speciale indulgenza per coloro che avessero fatto un’offerta in denaro. L’indulgenza, già usata nel corso delle crociate, era una sorta di condono delle pene che il credente avrebbe dovuto scontare nel Purgatorio, che il papa concedeva a quei fedeli, sinceramente pentiti, disposti a compiere particolari penitenze (pellegrinaggi, elemosine, opere meritorie.). Lo “sconto” offerto da questi certificati d’indulgenza era proporzionato all’importo del denaro.

Le indulgenze erano una specie di “decreti di amnistia” scritti dal Papa, sulla base del cosiddetto “tesoro dei meriti” di Cristo e Maria, i quali avrebbero dato agli uomini più di quanto non occorresse per la loro salvezza (ma in questo “tesoro” sono inclusi anche i santi e i fedeli più devoti del paradiso, la cui grandezza superava, secondo la chiesa, le pene che meritavano per i loro peccati).

In virtù di questo “surplus” di meriti, la chiesa si sentiva in diritto di diminuire o addirittura di cancellare la pena del peccatore (in vita o nel Purgatorio). Chi, pagando una certa somma, riusciva ad entrare in possesso del documento scritto (i vivi direttamente, i morti tramite i parenti ancora in vita), poteva ottenere uno “sconto” sulla pena (per i vivi anche sulle pene future), a prescindere naturalmente dalla fede personale di chi lo acquistava o di chi ne beneficiava. In tal modo i benestanti potevano facilmente mettersi la coscienza a posto”. (Dal sito http://www.homolaicus.com/storia/moderna/riforma_protestante/indulgenze.htm).

Ricordo che su alcuni “santini” di martiri o santi, sul retro dell’immagine, era riportata una preghiera, e chiunque recitasse quella preghiera, riceveva in cambio l’indulgenza di “trecento giorni”, o assai meno, dipendeva dai santi (anche lì c’era una determinata gerarchia), vale a dire uno sconto per i propri morti, che attendono di entrare in Paradiso, come se, anche nell’aldilà, chiamato Purgatorio, il tempo si contasse come sulla terra. Ho sempre dubitato di questi sconti, ma questa era l’usanza per i credenti fino a pochi anni fa.

Un Esempio:

 

Ora, sembrerebbe tutto cambiato, molto più razionale. Se si vuole andare in Paradiso, coloro che credono nel Dio dei cristiani, le preghere ed il bene si debbono fare in vita. Ma evidentemente non per tutti le parole del Papa hanno un senso.

L’esempio sopra, fa molta tristezza, povera santa Filomena, si vede che non era tanto importante, riusciva a “strappare” recitando la preghiera solo “40” giorni di indulgenza, poco più di un mese.

(Avete notato, alla Santa, le si deve dare del “voi”, incredibile)

 

VIOLENZA SULLE DONNE

Violenza sulle donne, una su tre: «I medici non ci danno ascolto»

Il presidente dell’Istat Giorgio Alleva alla commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio ha presentato i dati sul fenomeno ed è venuto fuori che al pronto soccorso i sanitari ignorano le denunce delle vittime

E’ il marito, l’ex-fidanzato, lo zio, il compagno della mamma. Sono loro i mostri , ormai lo sappiamo. Su 149 omicidi di donne che ci sono stati nel 2016, quasi 3 su 4 sono stati quelli che vengono chiamato femminicidi. La giustizia ancora non li condanna come reato a parte, ma oramai da tempo anche l’Istat se ne è fatto carico e mercoledì pomeriggio è stato Giorgio Alleva, presidente del nostro Istituto di statistica, che in un’audizione alla commissione parlamentare ha sviscerato il fenomeno, con dati inquietanti. Uno per tutti: «Una donna italiana su tre, vittima di violenza da parte del partner, ha dichiarato che quando si è rivolta al pronto soccorso per aver aiuto ha dichiarato che il personale sanitario ha minimizzato quando addirittura non ha raccolto la testimonianza».

Gli stupri italiani

E’ un piccolo dossier quello che il presidente Alleva ha presentato alla commissione di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di ogni genere. Sono vent’anni che l’Istat indaga questo fenomeno e non si limita ad assemblare numeri, ma li legge anche i controluce. Con i numeri di ieri si è sfatato un luogo comune becero. «L’autore delle violenze è prevalentemente italiano», ha detto Giorgio Alleva. E ha spiegato: «In particolare gli stupri subiti dalle donne italiane sono stati commessi da italiani per oltre l’80% dei casi (81,6%) e nel 15,9 erano stranieri (gli altri non sono stati individuati).

Una donna su cinque ricoverata

Sono piuttosto inquietanti i dati dell’Istat forniti ieri all’audizione della commissione parlamentare. Gravi le conseguenze riportate nelle violenze. Ha detto ancora il presidente Alleva «Più di una donna su tre vittima della violenza del partner ha riportato ferite, lividi, confusioni o altre lesioni (37,6%). Circa il 20% è stata ricoverata in ospedale in seguito alle ferite riportate e più di un quinto delle persone che sono state ricoverate ha avuto danni permanenti». .

27 settembre 2017

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_settembre_27/violenza-donne-vittima-tre-medici-non-ci-danno-ascolto-446af70c-a398-11e7-a066-220c02125bda.shtml#

LORO NEANCHE SANNO CHE ESISTI…SALVINI

LAMPEDUSA E SALVINI

Pomeriggio impegnativo per i “richiedenti asilo” ospiti a Lampedusa…. scrive Salvini.

La risposta di Emiliano Rubbi:

Vedi, Matthew, il punto è questo: quei ragazzi stanno giocando a pallone.Ed è una cosa bellissima che, dopo aver rischiato la vita ed essere sopravvissuti ad un viaggio che tu neanche immagini possano arrivare in Italia e distrarsi, non pensarci, essere felici per qualche minuto tirando due calci a un pallone, come un normale ragazzo della loro età.

Ma li avresti potuti fotografare anche mentre non fanno nulla, perché per i primi tre mesi in cui arrivano qui non possono lavorare, e allora avresti scritto che “vengono qui a bighellonare”, a “ciondolare in giro”.

Oppure li avresti potuti fotografare quando si danno da fare e cercano di trovarsi un lavoretto, e allora avresti scritto che “ci rubano il lavoro”, “#PRIMAGLIITALIANI”.

Li avresti potuti fotografare a letto, quando dormono, e avresti scritto che “non vogliono fare nulla”, “vengono qui a dormire”, “#RUSPA”.

Li avresti potuti fotografare col telefono in mano, mentre cercano di contattare i parenti per dirgli che stanno bene, e avresti parlato di “falsi profughi con l’iPhone”.

La verità è che a te e alle scimmie urlatrici che commentano i tuoi post dà fastidio che esistano, che siano vivi.
Non importa se giocano a pallone, studiano o lavorano, a te interessa usare le loro facce, il colore della loro pelle, le loro vite, per ottenere voti.

Ma vuoi sapere qual è la cosa più triste, Matte’?
Che loro neanche sanno che esisti.
Non sanno che tu e lo stuolo di ritardati che ti vota in questo momento li state odiando perché tirano due calci a una palla.
Non lo capirebbero.
E basterebbe questo a farti capire quanto siano migliori di te.