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IL GAS DELLA RUSSIA

IL GAS DELLA RUSSIA

In Italia, il 42% del gas consumato viene dalla Russia, il 18% viene da Norvegia e Olanda, l’11% dall’Algeria, il 10% dalla Libia e il 7% dal mercato mondiale del GNL.

In questi anni, abbiamo visto più gasdotti tracciati sulla carta e presentati al pubblico che tubi veri depositati sul terreno e collegati fra loro.

Questo perché la realizzazione di una condotta richiede non solo grandi investimenti e grandi capacità tecniche, ma prima di tutto un accordo stabile e di lungo termine fra un fornitore ed un acquirente, la ragionevole certezza che ciascun governo sia solido e che un eventuale cambio al potere non butti all’aria i contratti stipulati per l’intero periodo di validità concordato, misure di sicurezza per proteggere tutto il percorso delle condotte e i necessari accordi internazionali.

Più l’obbligatorio imprimatur della Commissione Europea se una delle firme sull’accordo appartiene ad un Paese membro dell’Unione.

Ecco perché nel mercato del gas diventano critiche le altalene diplomatiche fra la Russia e diversi Stati europei, i problemi interni di ciascuno Stato aggiunti a quelli che possono creare tutti gli altri attraversati dai tubi. Dall’Ucraina, sempre ai ferri corti con la Russia, alla Polonia, terreno di conquista della NATO, alla Turchia, nemica o amica a seconda delle convenienze.

Da parte nostra, oltre a non poter prendere impegni con nessuno sulla stabilità del nostro governo e tantomeno offrire serie garanzie che il prossimo inquilino di Palazzo Chigi non ribalti tutti gli accordi energetici in essere, abbiamo il problema insormontabile di 124 piante di ulivo che sbarrano la strada all’arrivo del gasdotto TAP in Puglia.

A causa della recente esplosione ad un impianto di gas in Austria, lo scontro fra il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, si è ulteriormente aggravato, con naturalmente sullo sfondo non solo l’ILVA ma, questa volta, il Tap.

L’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato che “non c’è allarmismo tra gli operatori” per la sicurezza ma “il gas sta salendo di prezzo” e quanto salirà ancora dipende anche “da quanto durerà il problema”. Non a caso oggi il prezzo all’ingrosso in Italia è quasi raddoppiato dopo il blocco della fornitura. Quanto successo, infatti, si inserisce “in uno scenario che porta ad un aumento generalizzato dei prezzi”, legato alla congiuntura economica che alimenta la ripresa dei consumi, dall’arrivo delle temperature fredde ma anche dalla notevole dipendenza dell’Italia al gas importato.

Una fragilità endemica, che arriva da lontano, e che può essere sconfitta con la diversificazione attraverso Ing e pipeline. Diversificazione in cui rientra appunto il Tap, che dovrebbe sbarcare sulle coste pugliesi fra le rimostranze degli enti locali.

E’ chiaro che, di fronte a tutte queste rogne, la Russia si sia data da fare per aprirsi ad un immenso mercato alternativo come quello rappresentato da un miliardo e mezzo di cinesi e dalla loro industria grazie a Сила Сибири: il Potere della Siberia.

Dopo l’emergenza di oggi, in cui l’interruzione di un solo nodo ha rischiato di mettere in crisi tutta l’infrastruttura , ci si augura che il prossimo governo possa mettere da parte qualche pregiudizio ed affrontare seriamente la questione energia.

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LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

La norma ammazza-italia fu varata l’8 maggio 2012 dall’esecutivo guidato dal super-tecnocrate Mario Monti, per avere effetto a partire dal 2014.  Questa norma arrivò con una lettera firmata Bce (Mario Draghi) all’allora governo Berlusconi,  imponeva brutalmente al governo italiano di introdurre nella Costituzione Italiana una clausola che obbligava perentoriamente il nostro paese a rispettare “Il pareggio di bilancio”.

Un’entità non eletta da nessuno ha ricattato e piegato un governo democraticamente eletto. Nessun rispetto del popolo, nessun rispetto della Costituzione, solo sopraffazione e applicazione della legge del più forte.

La modifica costituzionale passò, quasi sotto il totale silenzio. Si trattava di una grande modifica della nostra Costituzione ed il paese ne fu all’oscuro.

Chi lo sapeva erano i partiti al governo in quel momento e naturalmente chi era all’opposizione. Vale a dire, Monti, Forza Italia ed il Pd di cui Bersani era segretario.

Se esaminiamo il modo con cui fu imposta all’Italia questa modifica Costituzionale, vengono i brividi.

I politici appaiono solo come piccoli burattini senza coraggio, tirati coi fili in mano ad altri.

Il pareggio di bilancio è notoriamente una norma “suicida”, figlia dell’ideologia neoliberista e imposta per amputare, deliberatamente, la capacità di spesa, cioè di investimento.

Tutti gli economisti sanno che “il deficit pubblico” è, al netto, la ricchezza reale dei cittadini, imprese e famiglie. Al contrario, il pareggio di bilancio prefigura un “saldo zero”: lo Stato non spende per i cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino in tasse.

Risultato: la morte clinica dello Stato come motore finanziario dell’economia nazionale.

E’ perfettamente inutile tagliare le tasse se prima non si aumenta la spesa pubblica, senza la quale va in sofferenza il comparto economico e quindi il lavoro.

Tra i silenziosi approvatori della norma-killer, per l’economia italiana, c’è Pierluigi Bersani, allora leader del Pd, che impose al suo gruppo parlamentare di piegare la testa di fronte al ricatto dell’oligarchia eurocratica, pur sapendo che il pareggio di bilancio avrebbe compromesso la Costituzione e mandato all’aria la nostra econnomia.

Eppure, lo scorso 4 dicembre, si alzarono barricate contro la proposta renziana di porre fine al bicameralismo perfetto, sopprimendo il Senato elettivo.  Una vera e propria ipocrisia da parte di chi allora era segretario del Pd. Però, con una bella faccia tosta, Bersani (e soci), oggi si appellano esplicitamente all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, quando hanno votato per lesionarla, quella Carta costituzionale, impedendole di garantire posti di lavoro.

Dopo lo strappo con Renzi, Bersani e Speranza hanno dato vita a Mdp insieme a D’Alema, cioè l’uomo che si vantò, da premier, di aver fatto registrare il record europeo nelle privatizzazioni.

Oggi, di fronte allo sbando generale della politica, nessun vero programma salva-Italia da Pd, Berlusconi e 5 Stelle, nessuno ha il coraggio di denunciare la viltà commessa quando fu accettata, senza discussione e senza informare il popolo italiano, la modifica Costituzionale che ci ha ammazzato in questi anni.

Ha voglia Renzi, di fare leggi per aiutare chi è senza lavoro, di modificare la legge sul lavoro, non ci riuscirà mai, perché quella clausola che lui non avrebbe mai accettato, fu accettata, passandola sotto silenzio, anzi importa ipocritamente dal chi adesso si proclama Mdp.

Non parlo di Forza Italia perché non reagì e non informò nessuno, era il suo metodo, ma Bersani, con “la sua cosiddetta ditta” ha condiviso una modifica costituzionale che in pratica ha paralizzato il paese, con un sangue freddo e una consapevolezza da brividi.

E adesso nessuna parola su questo, nessuno che dice che fu un errore, nessuno che si vergogni, nessuno che confessi pubblicamente la sua ipocrisia.

La fine del lavoro, il prolungarsi di un precariato insostenibile, la dicoccupazione permanente e della speranza in un futuro migliore per il paese furono definitivamente firmati allora.

Eppure in Europa stiamo zitti. Renzi, l’unico che ha cercato veramente di rimediare un po’, è riuscito ad ottenere maggiore flessbilità, ma l’eurocrazia europea sapeva bene che anche questo sarebbe servito a poco e per poco tempo. Adesso siamo tornati indietro, anche a causa delle mancate riforme del 4 dicembre 2016.

Si dice che abbiamo perduto il referendum perché è intervenuto Putin con la sua propaganda occulta. Io dico che l’Italia aveva già perso nel 2012 quando, chi comandava allora, accettò senza fiatare la modifica Costituzionale che imponeva il pareggio di bilancio. Semmai Putin, che è sempre ben informato,  ha temuto che una persona competente, come Renzi, che già in Europa qualcosa aveva ottenuto, prendesse in mano più saldamente le redini dell’Italia, e boicottando il referendum, ha dimostrato di preferire gente incompetente con cui trattare i propri interessi. E’ così che fanno i dittatori.

 

LE BANCHE

LE BANCHE

Facciamo un riepilogo.

Si inizia con l’accusa a Renzi di favorire il mondo finanziario, stigmatizzando la sua amicizia con il finanziere italiano, ma operante in Gran Bretagna, Davide Serra.

L’accusa viene mossa a Renzi dall’interno del PD, a cominciare da Bersani.

Gli attacchi interni smettono quando Renzi dichiara che sarebbe meglio guardare a quello che succede con il Monte dei Paschi di Siena.

La seconda accusa a Renzi ed alla Boschi è su Banca Etruria, quando il governo decide di intervenire commissariando l’istituto, non solo Banca Etruria.

I più sfegatati nell’accusa sono i grillini.

Nessun riferimento al come sia potuto accadere senza un puntuale e preventivo allerta della Banca d’Italia.

Nel frattempo viene accreditato dalle fonti istituzionali di controllo del credito e dalla maggior parte dei mezzi di informazione, che la crisi mondiale finanziaria del 2008, scatenata dalla diffusione sfrenata dei derivati, non incideva sugli istituti di credito italiano in quanto non avevano in portafoglio i derivati divenuti carta straccia.

Il sistema bancario italiano veniva valutato di essere in ottima forma.

Poi, a seguito degli adeguamenti imposti dalla BCE, al fine di evitare eventuali crisi finanziarie, cominciano ad uscire situazioni assai critiche.

Parliamo del Monte dei paschi di Siena a cui si aggiunge una morte sospetta, ma derubricata a suicidio.

Poi esce la criticità di molte banche locali, alcune assai grosse, che mantengono un altissimo livello di opacità non rispondendo ai minimi requisiti di una società SPA.

Per queste banche, potentati locali, si tentò di adeguarle alla riforma dell’ordinamento statuario come SPA dal Presidente Ciampi e dal direttore generale del ministero delle finanze, a quel tempo Draghi.

Il tentativo fallì.

La situazione riesplose con i stress test e le leggi di adeguamento del mondo finanziario a livello di UE.

Il caso Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono gli esempi più eclatanti.

Renzi annuncia, dati i continui attacchi sulla sua persona come responsabile della situazione i cui costi ricadevano sugli Italiani, una commissione di inchiesta parlamentare sulle banche.

Contemporaneamente si scatena il caso Consip.

Renzi è circondato.

Ma il diavolo fa le pentole e si scorda i coperchi.

L’attacco contro Renzi per implicazione del padre si sgonfia, anzi viene in evidenza un disegno di false accuse atte a incriminarlo o, perlomeno, bloccarlo.

Il tentativo è di trasformare in un nulla di fatto l’inchiesta sul mondo bancario e nello stesso tempo far finire il caso Consip in una azione individuale del colonnello Scafarto a fini di riconoscimento carrieristico.

Ma Renzi non si accheta e scompagina nuovamente le carte con i chiari riferimenti al cambio di guardia alla Banca d’Italia.

Si scatena in questi giorni un attacco a tutto campo.

Non difendono tanto Visco, ma si vuole evitare che alla poltrona sieda personaggio fuori dai giochi in grado di alzare il velo sulle tante opacità della gestione Visco.

Renzi ha attaccato i cosiddetti poteri forti e poi vi domandate perché ce l’hanno con lui?

Ora, il debito pubblico scende, mentre continuano le erogazioni clientelari del credito da parte di banchette periferiche sotto la pressione di clientele e mafie locali.

Tutto ciò si trasformerà, gioco forza, in crediti inesigibili, pagati dai clienti ed azionisti della banca. E la festa continua, senza vigilanza, oppure con il tacito assenso della Banca d’Italia?

E Visco che dice: “Ho fatto tutto in condivisione col governo in vigore”. Peggio che mai! Qual é la sua autonomia se ha fatto come hanno voluto i vari governi succedutesi durante la peggiore crisi dal dopoguerra?

 

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE

CGIA MESTREDi Maio dice che Renzi non ha abbassato le tasse , ma, evidentemente la CGIA MESTRE(Associazione Artigiani Piccole e Medie imprese) la pensa diversamente.


Con il Governo Renzi, la tassazione sulle famiglie e sulle imprese è aumentata o diminuita?
Per dare una risposta a questa domanda, l’Ufficio studi della CGIA ha analizzato tutti i provvedimenti normativi che recano interventi di riduzione o di inasprimento delle tasse e dei contributi fiscali approvati da Renzi in questo primo anno e mezzo di governo.
Ebbene, il responso è chiaro: questo esecutivo ha ridotto le tasse sia sulle famiglie, per un importo di 7,1 miliardi, sia sulle imprese, per 8,3 miliardi di euro.
L’Ufficio studi della CGIA è giunto a questi risultati sommando in entrambi i casi (sia per le famiglie sia per le imprese) tutti gli sgravi fiscali concessi, sottraendo, ovviamente, gli incrementi di imposta introdotti sempre dal Premier in questi primi 19 mesi di governo.
· Uno sguardo alle principali misure prese da Renzi:
Una buona parte delle famiglie, ad esempio, ha beneficiato della detrazione degli 80 euro (pari a una spesa complessiva per le casse dello Stato di 9,5 miliardi di euro), della concessione del bonus bebè (1,2 miliardi di euro), delle deduzioni Irpef per la locazione delle nuove abitazioni (39,5 milioni di euro), della riduzione della cedolare secca per le locazioni a canone concordato (33,8 milioni) e delle detrazioni fiscali per gli inquilini degli alloggi sociali (31,8 milioni di euro).
Per contro, invece, è aumentata la tassazione delle rendite finanziarie (2,6 miliardi di euro), l’Imu sui terreni montani (268,7 milioni) il peso del fisco sui fondi pensione (260 milioni di euro), sui capitali percepiti sulle assicurazioni vita (150 milioni), e sul Tfr (140 milioni).
Il saldo finale, comunque, è molto positivo: complessivamente le famiglie possono beneficiare di un taglio delle tasse pari a 7,1 miliardi di euro.
Le imprese, invece, possono contare su un consistente taglio dell’Irap (4,3 miliardi di euro), sugli sgravi contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato previste per quest’anno (3,9 miliardi), sulla riduzione del diritto annuale delle Camere di Commercio (400 milioni), sulla patent box (*) (170 milioni) e sul credito di imposta Irap per le imprese senza dipendenti (163 milioni di euro).
Diversamente, hanno dovuto rinunciare allo sgravio contributivo del 50 per cento per l’assunzione di un disoccupato da oltre 24 mesi (870 milioni di euro), la riduzione delle agevolazioni per le produzioni/cessioni di energia prodotta da fonti rinnovabili agroforestali (45 milioni di euro) e il taglio del 20 per cento delle deduzioni forfetarie in capo agli autotrasportatori (39 milioni di euro).
Nel complesso, anche in questo caso il saldo è positivo: le imprese hanno fruito di una riduzione del carico fiscale di ben 8,3 miliardi di euro.

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

Grullini a testa bassa contro no-vincolo di mandato e Bankitalia. Perché? Sognano uno stato teocratico con perititi informatici al posto dei preti.

di Giuseppe Turani | 23/06/2016

Fra le tante cose un po’ impressionanti dei grullini, due meritano di essere sottolineate. Sembrano due cose molto tecniche e invece sono i fondamenti di un buon sistema democratico. La prima è la famosa multa da 150 mila euro a chi non sta allineato (per ora solo a livello locale, ma in futuro anche in parlamento).

Può sembrare una cretinata (e lo è certamente), ma è anche qualcosa di molto peggio. E’ il tentativo di far saltare per gli eletti la clausola “senza vincolo di mandato”. Grazie a questa norma, oggi in Costituzione, i partiti non sono onnipotenti nei confronti del Parlamento perché i singoli deputati, senza vincolo di mandato appunto, possono decidere in modo autonomo e diverso dal partito di appartenenza.

Il non-vincolo di mandato è alla base di ogni corretto sistema democratico, come si può intuire. Il presidente degli Stati Uniti ha il potere di dichiarare guerra, senza nemmeno sentire il Parlamento. Ma poi è obbligato a andare dai deputati per farsi approvare le spese relative. E lì incontra un parlamento dove ognuno decide con la propria testa, senza vincolo di mandato. Questa è democrazia.

Ai grullini, che hanno già espulso un terzo del loro gruppo  parlamentare per “indisciplina”, questa cosa non è mai andata giù. La sede del potere deve essere una sola: gli uffici della Casaleggio & Associati. I parlamentari devono eseguire alla lettera gli ordini in arrivo dallo staff. Per ora si comincia a livello locale, sindaci e assessori, ma il progetto è di rendere la misura universale.

E’ assolutamente scandaloso che nessun costituzionalista si sia ancora alzato a protestare. Altro che riforma del senato (bella o brutta che sia), qui si vuole far saltare l’impianto democratico come è conosciuto da secoli. Per sostituirlo con la decisioni prese negli uffici di una S.r.l. (nemmeno una S.p.A.).

Il secondo punto sul quale grullini (ma anche Lega e altre tipologie di ignoranti) insistono molto è l’abolizione del divorzio Bankitalia-Tesoro, vera bestia nera ai loro occhi.

E anche qui siamo alla volontaria distruzione dei fondamenti di una buona società e alle soglie del disastro finale.

Mi spiego, fino al 1981 (data del divorzio) Bankitalia era obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato emetteva. Come pagava? Semplice: stampava moneta ex-novo, carta e inchiostro. In questo modo lo Stato (e che stato!) aveva a disposizione una fonte di finanziamento praticamente infinita per le sue scemenze e spese clientelari.

Ma nel 1981 un democristiano “adulto”, Nino  Andretta, ministro del Tesoro, e un laico per bene, Ciampi, alla Banca d’Italia, realizzano il divorzio consensuale: Bankitalia non è più obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato vorrà rifilarle.

Non serve molto ingegno per capire che anche questo è uno dei fondamenti di una buona democrazia: lo Stato non ha più la possibilità di indebitarsi all’infinito. In ogni caso deve andare sui mercati, e lì si vedrà.

Bene, grullini e altri pasticcioni sono da tempo in guerra contro questo divorzio. Per ragioni ovvie: se lo si fa saltare, una volta che arrivassero al governo, potrebbero far fronte a tutte le loro promesse, anche le più dementi. I soldi non mancheranno mai: basterà farli stampare dalla Banca d’Italia (che naturalmente va riportata sotto il comando esclusivo del governo).

Ecco, nessuno Stato moderno è organizzato così (tranne forse qualche repubblica africana).

Persino nella grande America il presidente (quello stesso che può dichiarare guerra in modo del tutto autonomo), non può dare ordini alla Federal Reserve. Può solo chiedere gentilmente, e di solito non lo fa in modo pubblico. Poi a decidere sarà il comitato dei 17 governatori riuniti nel Fomc e guidati dalla signora Yellen, che in questo momento (con Obama scaduto) ha in mano la guida del paese.

Pesi e contrappesi. Le democrazie funzionano così. Qui da noi invece grullini e altri sono in marcia per distruggere tutto ciò e mettere su una sorta di Stato teocratico senza preti, ma di periti informatici.

E nessun costituzionalista che si alzi a dire: “Cazzo”.

SDEGNATI E OFFESI

SDEGNATI E OFFESI

casaLeggo commenti sdegnati e offesi di coloro che amano visceralmente pagare l’IMU prima casa.
Soggetti che paiono non darsi pace per l’abolizione dell’odioso balzello.
Leggo di giornalisti che l’hanno definita “compra voti”, con scarso rispetto per il cervello degli italiani.
La scrivente, essendo monoreddito, è tra coloro poveri idioti che quando le tasse calano gioisce, dovrei vergognarmene?
Forse con un pingue reddito si ci può permettere di essere un poco più schizzinosi.

Se i soggetti in questione anelano tanto a versare tale somma sono liberi di investirla in opere di bene senza tediare i comuni mortali.

(E’ un pensiero che condivido di Marina Rossi, considerando anche il fatto che le case di lusso, i castelli  e le seconde, terze ecc. continueranno a pagare. Dove sta il male?)

IL PETROLIO ITALIANO

IL PETROLIO ITALIANO

Con una lettera dal titolo “Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia” Romano Prodi è chiarissimo: trivellare per uscire dal guado. L’ex premier scrive al Messaggero la sua ricetta per “trovare i soldi”. “Una parte di questi soldi – scrive Prodi – la può trovare scavando – e non scherzo – sotto terra”.

Spiega, l’ex candidato poi “bruciato” nella corsa al Quirinale – che “il nostro Paese è al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord…Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male”.

Nel testo Prodi fornisce poi dei numeri: “Possiamo produrre 22 milioni di tonnellate di idrocarburi entro il 2020”, si attiverebbero “investimenti per 15 miliardi dando lavoro a decine di imprese”. Specifica però che “il principio di precauzione ha la precedenza su tutto” e testimonia che “sicurezza e protezione ambientale hanno la priorità”.

L’ex inquilino di Palazzo Chigi individua nella “Basilicata e terre limitrofe” giacimenti che andrebbero sfruttati. Parla solo di quelli “in mare aperto”, giacimenti che “se non li sfrutta l’Italia verranno presi dalla Croazia”. E ribadisce che “per gli esperti non c’è nessun rischio”. Insomma, chiosa Prodi, cerchiamo di “utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo” (http://www.huffingtonpost.it/2014/05/18/prodi-petrolio-trivellare_n_5346152.html?utm_hp_ref=italy)

HA ESAGERATO? PER NIENTE.  GUARDATE CHI CI TROVIAMO IN ITALIA

LE TRIVELLE IRLANDESI

trivella1Al ministero dello sviluppo economico italiano (Paolo Romani, anno 2010) c’è chi firma permessi o almeno li ha firmati. E così abbiamo le trivelle petrolifere sotto casa.

E’ successo in Sicilia, almeno una concessione ha avuto il via libera e sta scavando con le sue trivelle.

Gli amministratori locali, l’hanno appreso dai giornali!!!

Le richieste pervenute al ministero sarebbero già più di 20. La Sicilia è terra prelibata per le compagnie petrolifere di canadesi, irlandesi, yemeniti, inglesi, texani, nonchè di Eni. Ci si era allarmati per le trivellazioni della BP in Libia, ma ora il rischio è persino peggiore. 

Ignazio Passalacqua è un consigliere provinciale a Trapani.  In una bella domenica di aprile, va a prendere il caffè nel solito bar di Marsala, dove vive ed intanto che aspetta, sfoglia il “Giornale di Sicilia”.

E trova un annuncio piccolo piccolo con la notizia che la ditta San Leon Energy aveva ottenuto, dal governo italiano, i permessi per effettuare ricerche petrolifere e di sostanze gassose, a un chilometro dalla costa trapanese. La provincia di Trapani aveva 60 giorni di tempo, per fare le sue osservazioni.

La provincia lancia l’allarme: comincia una raccolta di firme, si presentano mozioni.

Il ministro Prestigiacomo,  dell’Ambiente, ci mette una pezzuolina che è una miseria, giusto per fare qualcosa, e dice “a 5 miglia dalla costa e a 12 per le zone di riserva naturale”.  Anche Granata, il finiano doc, non la prende bene e dice che quello che la Prestigiacomo propone è proprio poco.  Negli Usa, per esempio, il  limite è ben oltre le 5 miglia.

Ma la cosa si aggrava, perché la questione è come un iceberg, si vede solo la punta. Da Trapani a Capo Passero, tutta la costa sud siciliana, si è scoperto che è tutta assediata dall’interesse di piccole e grandi compagnie petrolifere. Così,  oltre a trovarci le trivellazioni della BP a pochi chilometri da Lampedusa, ci si trova una costa intera assediata.

Per l’esattezza la compagnia San Leon Energy, che vanta un capitale sociale di 20.000 (ventimila) euro,  è una compagnia irlandese che annuncia di essere autorizzata  dal Ministero, con un documento intestato al responsabile affissioni del Comune di Sciacca, cioè all’usciere,  e che presenta uno studio di 36 pagine in cui gli errori (il porto di Ancona sarebbe collocato in Sicilia) hanno i tratti del copia incolla.

Vicenda curiosa, subito denunciata alla Procura del Comune ragusano.

Le società che hanno fatto richiesta per le trivellazioni in Sicilia hanno chiesto di non essere sottoposte a verifiche ambientali (sostanzialmente vogliono fare come pare a loro, non vogliono controlli).

La Regione siciliana, tuttavia, anche se non può fa nulla contro queste istanze, perché sono di competenza del governo nazionale, ha approvato una mozione di vincolo totale, perché molte di queste trivellazioni sono previste a pochissimi chilometri da riserve naturali.

 In ogni modo, anche se impotente, la Regione annuncia battaglia.  Roberto di Mauro assessore al territorio e all’ambiente della regione Sicilia ha riunito i sindaci e ha dato vita a un comitato. Inoltre i soldi delle licenze non andranno a favore della Sicilia, ma a Roma, altro che federalismo! (fonte: l’Unità)

(https://speradisole.wordpress.com/2010/08/15/le-trivelle-irlandesi/)

IL PARERE DEL MINISTRO GUIDI

Romano Prodi, in un editoriale su ‘il Messaggero’ e in un colloquio con l’HuffPost, riprendendo una notizia di qualche settimana fa, ha scritto che l’Italia naviga letteralmente su un mare di petrolio che potrebbe permettere di raddoppiare a 22 milioni di tonnellate la produzione nazionale ma l’immobilismo di Roma sta lasciando alla sola Croazia lo sfruttamento di queste risorse, localizzate soprattutto in Adriatico. Sempre sul quotidiano romano, arriva la risposta del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

“Per l’Adriatico è stato emanato nel 2013 un decreto di rimodulazione delle aree marine aprendo nuovi spazi di ricerca. Abbiamo insomma disciplinato dove è possibile intervenire e dove no – spiega il ministro – tutto questo in attesa del recepimento della direttiva europea del 2013 sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi. Questo perché come Italia dobbiamo pretendere il massimo livello di sicurezza ambientale. Abbiamo industrie italiane che ne sarebbero valorizzate. Non possiamo sottovalutare questo aspetto”.

Ma mentre noi aspettiamo il recepimento della direttiva europea la Croazia va avanti. Entro fine anno le concessioni saranno assegnate e i lavori cominceranno. Ci conviene? “Ovviamente tutto questo non deve essere un alibi per non fare nulla. La moratoria in attesa della direttiva è stata una mediazione passata al vaglio delle commissioni parlamentari. Credo che si possa fare di più e meglio. Nel frattempo credo che insieme al ministro dell’Ambiente possiamo arrivare rapidamente al recepimento per evitare che questa moratoria ci faccia perdere ulteriori opportunità. Dato che tutto il mondo lo fa, non capisco perché dovremmo precluderci la possibilità di utilizzare queste risorse, pur mettendo la tutela dell’ambiente e della salute al primo posto”.

(Tratto da http://www.huffingtonpost.it/2014/05/20/petrolio-adriatico-guidi-estrarremo-ambiente_n_5355746.html?utm_hp_ref=italy)

Io sono del parere che se il petrolio è italiano non venga estratto dai Croati per i loro bisogni.

Quoto il Ministro Guidi.

FIAT/CHRYSLER…BUSINESS

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Avevano detto: «La Fiat è italiana, non si trasferirà mai in America»

E infatti:

dopo aver comprato l’ultimo pezzo di Chrysler,  Sergio Marchionne sposterà gli uffici a  Detroit, quoterà l’azienda a Wall Street e metterà la sede legale in Olanda.

La Fiat è diventata proprietaria al cento per cento della Chrysler, sborsando di tasca propria appena 700 milioni di euro, da pagare in quattro rate. I restanti 3 miliardi e 750 milioni vengono da un ricco dividendo  pagato dalla stessa Chrysler alla Fiat e al venditore, il fondo Veba del sindacato americano Uaw (United Automobile Workers).

La Borsa di Milano ha salutato l’evento con un rialzo del 16,5%. E in effetti l’operazione è storica. Fiat e Chrysler si fonderanno e il nuovo gruppo, settimo al mondo, sfornerà 5 milioni di macchine l’anno, avrà un valore di una trentina di miliardi, cassa per 20 e debiti per 27.

Finanziariamente ancora debole, infatti il debito della casa di Torino è ancora valutato a livello di spazzatura. Ma la fiat/Chrysler, dopo la fusione, si quoterà in Borsa e, cedendo ai piccoli risparmiatori un 40-50% delle azioni, farà cassa.

Piuttosto è lecito dire che, finalmente, un’azienda italiana ha compiuto una grande acquisizione all’estero? No. Ecco, invece, cosa hanno scritto i giornali italiani: http://www.comunicareitalia.it/2014/01/la-chrysler-e-italiana-borsa-premia-la-fiat/

Marchionne sposterà la sede della Fiat/Chrysler a Detroit, quoterà il titolo a Wall Street e sistemerà la sede legale in Olanda, e non solo per ragioni fiscali.

I sindacati italiani fanno la voce grossa e i senatori hanno chiesto da tempo un incontro con Marchionne. Ma Marchionne ha rotto con Confindustria e per fargli ricevere la Fiom è intervenuto il giudice. È evidente che, dal suo punto di vista, l’Italia non è più un Paese per la Fiat.

Tuttavia, al momento della quotazione, dovrà vendere ai nuovi sottoscrittori  soprattutto il rilancio dell’Alfa Romeo e la produzione di questo marchio dovrebbe restare qui. Si tratta di un investimento da 9 miliardi. Non male. Ma viviamolo come se la Toyota e la Wolkswagen aprissero uno stabilimento da noi.

(Notizie tratte da quotidiani e settimanali)

CI AVEVANO DETTO

CI AVEVANO DETTO

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Ormai non crediamo più ad alcuna ripresa. Passiamo direttamente al 2020 e poi si vedrà.

Quella crisi economica che non esisteva, perché tutti i ristoranti erano pieni e i posti in aereo tutti occupati.

Quella crisi economica che era solo psicologica.

Quella crisi economica che “ormai è alle spalle”.

Quella crisi economica che “si vede una luce in fondo al tunnel”

Aveva ragione Romano Prodi. La luce che si vede in fondo al tunnel, sono i fari di un camion tedesco. Fari che, anche loro, cominciano a luccicare un po’ meno.

CIO’ CHE FACEVA PAURA DEL COMUNISMO

CIO’ CHE FACEVA PAURA DEL COMUNISMO

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La storia lo ha dimostrato, soprattutto quando sono venute alla luce le nefandezze perpetrate in campo economico. Abbiamo scoperto che molti aspetti del nostro vivere si fondavano su un’assenza, su un “vuoto”, soprattutto valoriale.  Abbiamo preferito aggrapparci a sentimenti che sapevamo essere vuoti ma che ci davano illusione.

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I 10 miti del capitalismo

“Il capitalismo nella sua versione neoliberale ha sfiancato se stesso. Gli squali della finanza non vogliono perdere i loro profitti, e spostano il peso principale del debito sui pensionati e sui poveri. Un fantasma della “Primavera Europea” sta tormentando il Vecchio Mondo e gli oppositori del capitalismo spiegano alla gente come le loro vite siano state distrutte. Questo è l’argomento dell’articolo di un economista portoghese, Guilherme Alves Coelho.
Esiste una nota espressione, cioè che ogni nazione ha il governo che si merita. Questo non è del tutto vero. Le persone possono essere ingannate da una propaganda aggressiva che influenza attraverso schemi, e sono dunque facilmente manipolate. Menzogne e manipolazioni sono l’arma contemporanea della distruzione di massa e dell’oppressione delle persone. Sono efficaci quanto i tradizionali mezzi di guerra. In molti casi si integrano a vicenda. Entrambi i metodi vengono utilizzati per ottenere la vittoria alle elezioni e distruggere i paesi ribelli.
Ci sono molte modalità per manovrare l’opinione pubblica, nella quale l’ideologia del capitalismo è stata fondata e mitizzata. È una combinazione di false verità che sono state ripetute milioni di volte, nel corso delle generazioni, e quindi diventate indiscutibili per molti. Sono state programmate per rappresentare il capitalismo come credibile e per mobilitare il sostegno e la fiducia delle masse. Questi miti sono distribuiti e promossi mediante strumenti multimediali, istituzioni educative, tradizioni familiari, appartenenze a credi religiosi, ecc. Ecco di seguito i più comuni di questi miti.

Mito 1. Con il capitalismo, chiunque lavori duramente può diventare ricco
Il sistema capitalistico procura ricchezza in maniera automatica agli individui che lavorano duramente. I lavoratori inconsciamente hanno creato una speranza illusoria, ma se non si realizza, potranno biasimare soltanto loro stessi. Infatti, con il capitalismo, la probabilità di successo, indipendentemente da quanto si può aver lavorato, è la stessa in una lotteria. La ricchezza, con rare eccezioni, non si crea con il duro lavoro, ma è il risultato di frode e mancanza di rimorso per coloro i quali hanno maggior influenza e potere. È un mito che il successo sia il risultato di duro lavoro, e combinato con la fortuna e una buona dose di fiducia, dipenda dalle abilità di impegnarsi in attività imprenditoriali e dal livello di competitività. Questo mito crea i seguaci del sistema che lo supportano. Anche la religione, specialmente quella Protestante, lavora a supporto di questo mito.

Mito 2. Il capitalismo genera ricchezza e prosperità per tutti
La ricchezza, accumulata nella mani di una minoranza, prima o poi sarà ridistribuita tra tutti. L’obiettivo è permettere al datore di lavoro di accumulare ricchezza senza fare domande. Allo stesso tempo la speranza è sostenuta dal fatto che prima o poi i lavoratori verranno premiati per il loro lavoro e la loro dedizione. Infatti, anche Marx concluse che lo scopo definitivo del capitalismo non è la redistribuzione della ricchezza ma la sua accumulazione e concentrazione. Il divario crescente tra i ricchi e i poveri nell’ultima decade, specialmente dopo la creazione del sistema del neo-liberalismo, ha provato l’opposto. Il mito è stato uno dei più comuni durante la fase del “social welfare” nel periodo post-bellico, e il suo principale scopo era la distruzione dei paesi socialisti.

Mito 3. Siamo tutti sulla stessa barca
La società capitalista non ha classi, quindi la responsabilità dei fallimenti e delle crisi ricade su tutti e ognuno deve pagare. L’obiettivo è creare un senso di colpa tra i lavoratori, permettendo ai capitalisti di aumentare i ricavi cedendo invece le spese alle persone. Infatti, la responsabilità ricade interamente sulle élite formate da miliardari che supportano il governo e sono a loro volta da esso supportati, e che hanno sempre goduto di grandi privilegi nella tassazione, negli appalti, nelle speculazioni finanziarie, nelle off-shore, nel nepotismo, ecc. Il mito è impiantato dalle élite per eludere la responsabilità per la condizione del popolo, e per obbligare quest’ultimo a pagare gli errori delle élite.

Mito 4. Capitalismo significa libertà
La vera libertà la si può raggiungere soltanto attraverso il capitalismo con l’aiuto del cosiddetto “mercato dell’auto-regolazione”. L’obiettivo è quello di creare qualcosa simile alla religione del capitalismo, dove ogni cosa viene presa com’è, e di negare alla gente il diritto di partecipare nelle decisioni macroeconomiche. Certo, la libertà nel prendere le decisioni è la massima libertà, di cui però gode soltanto una ristretta cerchia di individui potenti, non le persone comuni, e nemmeno le agenzie governative. Nel corso di summit e forum, nei ristretti gruppi, a porte chiuse, i capi di grandi compagnie, banche e corporation multinazionali, prendono le decisioni finanziarie ed economiche più importanti di natura strategica. I mercati, pertanto, non si regolano autonomamente, vengono manipolati. Questo mito è stato utilizzato per giustificare l’interferenza negli affari interni di paesi non-capitalisti, basata sull’assunto che non hanno libertà, ma hanno regole.

Mito 5. Capitalismo significa democrazia
La democrazia può esistere soltanto con il capitalismo. Questo mito, che senza problemi segue il precedente, è stato creato per impedire la discussione su altri modelli di ordine sociale. Si sostiene che siano tutte dittature. Il capitalismo è affiancato da concetti come libertà e democrazia, mentre il loro significato viene distorto. Infatti la società è divisa in classi e i ricchi, che sono l’ultra-minoranza, dominano su tutti gli altri. La “democrazia” capitalista non è nient’altro che una dittatura mascherata, e le “riforme democratiche” sono processi opposti al progresso. Come il mito precedente, anche questo serve come scusa per criticare e attaccare i paesi non-capitalisti.

Mito 6. Elezioni sono sinonimo di democrazia
Elezioni sono sinonimo di democrazia. L’obiettivo è denigrare e demonizzare gli altri sistemi e impedire una discussione sui sistemi politici ed elettorali, nei quali i leader vengono determinati attraverso elezioni non borghesi, per esempio in virtù dell’età, dell’esperienza, o popolarità dei candidati. Infatti è il sistema capitalista che manipola e corrompe, un sistema in cui il voto è un termine condizionale e le elezioni solo un atto formale. Il mero fatto che le elezioni sono sempre vinte da rappresentanti della minoranza borghese li rende non-rappresentativi. Il mito che le elezioni borghesi garantiscano la presenza di democrazia è uno dei più radicati, e anche alcuni partiti e forze di sinistra credono in questo.

Mito 7. Alternando partiti al potere è lo stesso di avere un’alternativa
I partiti borghesi che periodicamente si alternano al potere hanno programmi alternativi. L’obiettivo è perpetuare il sistema capitalista all’interno della classe dominante, alimentando il mito che la democrazia si riduce alle elezioni. Infatti, è ovvio che un sistema parlamentare bi-partitico o multi-partitico è in realtà un sistema mono-partitico. Si tratta di due o più fazioni di un’unica forza politica, che si alternano, imitando il partito con una politica alternativa. Le persone scelgono sempre un agente del sistema, essendo certe che non è ciò che stanno facendo. Il mito che i partiti borghesi abbiano diversi programmi e che siano anche oppositivi, è uno dei più importanti, se ne parla costantemente per far funzionare il sistema capitalista.

Mito 8. Il politico eletto rappresenta il popolo e quindi può decidere per esso
Al politico è stata concessa autorità dal popolo e può governare a suo piacimento. Lo scopo di questo mito è nutrire le persone di promesse vuote e nascondere le reali misure che in pratica saranno implementate. Infatti i leader eletti non adempiono le promesse o, peggio, iniziano ad implementare misure non dichiarate, che spesso contraddicono e talvolta sono addirittura in conflitto con la Costituzione originale. Spesso tali politici, eletti da un’attiva minoranza, a metà mandato raggiungono la soglia minima di popolarità. in questi casi, la perdita di rappresentanza non porta ad un ricambio del politico attraverso mezzi costituzionali, ma al contrario, porta ad una degenerazione della democrazia capitalista in una dittatura reale o dissimulata. La pratica sistemica della falsificazione della democrazia nel regime capitalista è una delle ragioni dell’aumento del numero delle persone che non partecipano alle elezioni.

Mito 9. Non c’è alternativa al capitalismo
Il capitalismo non è perfetto, ma è l’unico sistema politico ed economico possibile, e quindi il più appropriato. L’obiettivo è eliminare lo studio e il sostegno ad altri sistemi ed eliminare la competizione usando tutti i mezzi possibili, anche la forza. In realtà, non ci sono altri sistemi politici ed economici, il più conosciuto è il socialismo scientifico. Anche all’interno della cornice del capitalismo, vi sono altre versioni, come il “socialismo democratico” dell’America Latina o il “capitalismo socialista” dell’Europa. Questo mito intende intimidire le persone, per evitare discussioni sulle alternative al capitalismo e per assicurare l’unanimità.

Mito 10. I risparmi generano ricchezza
La crisi economica è causata da un eccesso di benefici per i lavoratori dipendenti. Se vengono rimossi, il governo risparmierà e il paese diventerà ricco. L’obiettivo è spostare la responsabilità per il pagamento del debito capitalista nel settore pubblico, inclusi i pensionati. Un altro scopo è far sì che le persone accettino la povertà, sostenendo che sia temporanea. Questo mito ha altresì l’intento di facilitare la privatizzazione del settore pubblico. Le persone sono convinte che i risparmi siano la “salvezza”, senza menzionare che ciò si realizza attraverso la privatizzazione dei settori più redditizi i cui futuri guadagni andranno persi. Questa politica porta ad una diminuzione delle entrate dello stato e ad una riduzione dei benefici e delle pensioni”.

(Tratto da:

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10119 )