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UN TEMA OSTICO

UN TEMA OSTICO

ll tema è ostico. Quasi da addetti ai lavori. Eppure, la battaglia sulla cosiddetta autonomia differenziata che si sta consumando in questi giorni ha conseguenze dirette sulle nostre tasche. Il concetto che tre Regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) sono riuscite a far mettere nero su bianco nell’accordo firmato con il premier Conte a Palazzo Chigi prima di Natale, è in realtà semplice. E ricalca un altro principio all’origine della democrazia inglese, della Rivoluzione francese e, perfino dell’indipendenza degli Stati Uniti. No taxation without representation, ovvero, niente tasse se non c’è rappresentanza. I governatori, in sostanza, vorrebbero trattenere buona parte delle imposte che raccolgono nella Regione. Soldi che servirebbero a finanziare (meglio) quello che viene gestito (spesso male) dallo Stato centrale.

Alla base della richiesta c’è un dato: Veneto, Lombardia ed Emilia versano a Roma più di quanto ricevono in termini di servizi e investimenti, il cosiddetto ‘Residuo fiscale’. Con l’autonomia differenziata, le casse di queste tre amministrazioni diventerebbero più ricche. A tutto vantaggio dei cittadini, che usufruirebbero di trasporti pubblici più rapidi, di ospedali più efficienti e di asili distribuiti in ogni angolo del territorio. Per arrivare a questo risultato Veneto e Lombardia hanno promosso un referendum popolare. Tanto che perfino l’ex premier, Paolo Gentiloni, sulla base del risultato elettorale, firmò un primo accordo, mai attuato, che teneva conto di due parametri per la distribuzione delle risorse nazionali: la popolazione residente e il gettito dei tributi maturati nel territorio regionale.

Tutto bene, allora? No, perché bisogna fare i conti con un Paese che ha profonde differenze al suo interno. E dove, in realtà, solo cinque Regioni, comprese le tre che fanno da apripista alla nuova versione del federalismo, presentano un residuo fiscale positivo. Del resto, le entrate fiscali sono più alte nelle aree dove c’è maggiore ricchezza: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna producono il 40% del Pil nazionale. Così, il rischio è che, con l’autonomia differenziata, a perderci potrebbero essere soprattutto i cittadini del Sud, diventati ormai il vero bacino elettorale dei 5 Stelle. Soprattutto perché, prima di poter attuare l’articolo 116 della Costituzione, il governo avrebbe dovuto fissare i fabbisogni e i costi standard per garantire i livelli minimi di assistenza su tutto il territorio nazionale. Una norma prevista da un altro leghista doc, Roberto Calderoli, con l’articolo 42 della legge del 2009 che porta il suo nome. Un provvedimento varato dieci anni fa e anche questo mai attuato.

L’articolo 116 della Costituzione

Alla base della richiesta di maggiore autonomia c’è l’articolo 116 della Costituzione. Il terzo comma dà alle Regioni a statuto ordinario la possibilità di gestire una serie di funzioni altrimenti svolte dallo Stato. L’elenco comprende 20 competenze concorrenti: dalla scuola al commercio con l’estero, dalla tutela della salute all’alimentazione, dalla protezione civile al governo del territorio, dai porti alle grandi reti di trasporto, dalle professioni alla sicurezza sul lavoro. Da aggiungere: la tutela di ambiente, ecosistema e beni culturali, l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione.

Calcolo del residuo fiscale

Il residuo fiscale è la differenza tra le tasse raccolte nelle singole Regioni e versate nelle casse dell’erario e quanto ricevono in termini di servizi e investimenti. Il calcolo è in qualche caso molto difficile. Anche perché è ostico calcolare quanto, effettivamente, lo Stato versa nelle tasche dei singoli cittadini. Se consideriamo i dati Istat e di Bankitalia, le tre Regioni che hanno aperto la strada per l’autonomia differenziata sono, però, fra le poche che hanno un saldo positivo. La Lombardia avrebbe uno squilibrio di 37 miliardi, il Veneto di 12 e l’Emilia Romagna di 13,5.

Fabbisogni e costi, la legge è lettera morta

Il principio, fissato anche nell’articolo 119 della Costituzione, è che tutti i cittadini italiani devono ricevere la stessa qualità dei servizi indipendentemente dalla Regione nella quale sono nati o vivono. Con la legge Calderoli, nel 2009, si cominciò a parlare di fabbisogni e costi standard per assicurare su tutto il territorio un’omogeneità di prestazioni da parte dell’amministrazione pubblica, anche con un fondo di perequazione. Ma la norma, come succede spesso in Italia, è rimasta lettera morta.

Richieste e punti dell’accordo

L’accordo siglato qualche settimana fa a Palazzo Chigi di fatto dà la possibilità a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna di assumere la guida su alcune funzioni che attualmente fanno capo allo Stato Centrale. Per finanziare queste attività, però, le Regioni avrebbero la possibilità di trattenere sul territorio una parte delle tasse che incassano. E buona parte del cosiddetto residuo fiscale. Il Veneto, ad esempio, vorrebbe trattenere circa 6 miliardi di euro. Un po’ meno rispetto ai 6,4 miliardi che andrebbero all’Emilia Romagna applicando lo stesso principio.

(Da quotidiano.net)

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LA MANOVRA DEL “CAMBIAMENTO”: I DUE GALLETTI SON DIVENTATI DUE POLLI

LA MANOVRA DEL “CAMBIAMENTO”: I DUE GALLETTI SON DIVENTATI DUE POLLI

Una figuraccia: tutti e due i galletti ieri erano assenti al Senato, c’è rimasto il Conte da solo a presentare la manovra del cambiamento epocale.

Manovra che è risultata un costosissimo gioco dell’oca con ritorno al punto di partenza, ci ritroviamo una legge di Bilancio con meno investimenti e più tasse.

Doveva essere la “manovra del popolo”, ma, al dunque, sarà proprio il popolo dei consumatori e degli imprenditori a dover mettere mano al portafogli per tirare fuori qualche migliaio di euro in più tra rincari di balzelli, eco-tasse, e sforbiciata a sconti e agevolazioni fiscali.

Doveva essere, dopo anni di austerity e rigore, la manovra della politica economica “espansiva”, tutta rivolta alla crescita. E, invece, dopo la “cura” della Commissione europea, siamo di fronte a un drastico, ma realistico, ridimensionamento delle stime sul Pil per il 2019.

Insomma, siamo partiti da una scommessa azzardata, da una manovra-sfida o manifesto sovranista e anti-Europa e siamo finiti a un pacchetto di interventi di finanza pubblica come avrebbe potuto congegnarlo un ministro del Tesoro della tarda Prima Repubblica.

Detta in berve, è la seguente:

Il famoso reddito di cittadinanza si riduce una mancetta di 60 euro invece di 780 e vale solo per 18 mesi.

La famosa quota 100 dura poco e comunque chiede a chi se ne vuole servire di accettare una pensione più bassa, per tutta la vita, con il divieto di arrotondare con lavoretti saltuari.

Blocco del turn over nel pubblico impiego, se escono 300 impiegati non ne arrivano 900, come dice il Di Maio, non ne arriva nemmeno uno perché c’è il blocco delle assunzioni.

Se si sgarra da conti previsti e concordati, scattano in automatico aumenti dell’Iva fino al 26%. Tutti i cittadini spenderanno di più anche solo per mangiare pane e latte. Roba da togliere il fiato.

Ma c’è il solito Travaglio, che, nel commentarla abbondantemente, usa toni da svolta epocale. Cosa ci veda lo sa solo lui.

I nostri eroi a Bruxelles sono stati bravissimi, hanno perso su tutto il fronte.

QUALUNQUE STUDENTE DI ECONOMIA SPIEGHEREBBE CHE VALE IL CONTRARIO

QUALUNQUE STUDENTE DI ECONOMIA SPIEGHEREBBE CHE VALE IL CONTRARIO

Salvini: ” tagliare le tasse ai ricchi perché spendono di più”.

Fesseria.

Qualunque studente di economia gli spiegherebbe che vale il contrario.

I redditi dei ricchi sono anelastici.

I ricchi accumulano e non spendono.

Spende, invece, chi ha bisogno di farlo.

Vale a dire coloro che hanno i redditi bassi (salari, pensioni) e quelli delle classi medie.

Questi redditi alimentano la domanda e spingono l’economia.

E per questo andrebbero fiscalmente sostenuti.

Per primi.

Con progressività fiscale selettiva. E anche col sostegno al capitale reinvestito.

Questi analfabeti, al contrario, minacciano di ridurre inutilmente le tasse ai ricchi (che non spendono) con la flat tax (che per ora pare accantonata, ma che piacerebbe a quelli del Nord.

E di finanziare le loro due imbecillità economiche (abolizione della Fornero e reddito di cittadinanza), tagliando le pensioni del ceto medio (che alimentano la domanda di beni) e falcidiando il Job Act, cioè gli incentivi per chi investe e crea lavoro.

Quante volte hanno minacciato che bisogna tagliare le pensioni, anche quelle che non sono poi per niente d’oro.

Hanno sparso falsità per mesi, falsità economiche, politiche e personali.

Sono tempi bui per la nostra economia.

E anche per il paese, se non si danno una ridimensionata e se l’Europa non dice davvero.

IL GAS DELLA RUSSIA

IL GAS DELLA RUSSIA

In Italia, il 42% del gas consumato viene dalla Russia, il 18% viene da Norvegia e Olanda, l’11% dall’Algeria, il 10% dalla Libia e il 7% dal mercato mondiale del GNL.

In questi anni, abbiamo visto più gasdotti tracciati sulla carta e presentati al pubblico che tubi veri depositati sul terreno e collegati fra loro.

Questo perché la realizzazione di una condotta richiede non solo grandi investimenti e grandi capacità tecniche, ma prima di tutto un accordo stabile e di lungo termine fra un fornitore ed un acquirente, la ragionevole certezza che ciascun governo sia solido e che un eventuale cambio al potere non butti all’aria i contratti stipulati per l’intero periodo di validità concordato, misure di sicurezza per proteggere tutto il percorso delle condotte e i necessari accordi internazionali.

Più l’obbligatorio imprimatur della Commissione Europea se una delle firme sull’accordo appartiene ad un Paese membro dell’Unione.

Ecco perché nel mercato del gas diventano critiche le altalene diplomatiche fra la Russia e diversi Stati europei, i problemi interni di ciascuno Stato aggiunti a quelli che possono creare tutti gli altri attraversati dai tubi. Dall’Ucraina, sempre ai ferri corti con la Russia, alla Polonia, terreno di conquista della NATO, alla Turchia, nemica o amica a seconda delle convenienze.

Da parte nostra, oltre a non poter prendere impegni con nessuno sulla stabilità del nostro governo e tantomeno offrire serie garanzie che il prossimo inquilino di Palazzo Chigi non ribalti tutti gli accordi energetici in essere, abbiamo il problema insormontabile di 124 piante di ulivo che sbarrano la strada all’arrivo del gasdotto TAP in Puglia.

A causa della recente esplosione ad un impianto di gas in Austria, lo scontro fra il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, si è ulteriormente aggravato, con naturalmente sullo sfondo non solo l’ILVA ma, questa volta, il Tap.

L’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato che “non c’è allarmismo tra gli operatori” per la sicurezza ma “il gas sta salendo di prezzo” e quanto salirà ancora dipende anche “da quanto durerà il problema”. Non a caso oggi il prezzo all’ingrosso in Italia è quasi raddoppiato dopo il blocco della fornitura. Quanto successo, infatti, si inserisce “in uno scenario che porta ad un aumento generalizzato dei prezzi”, legato alla congiuntura economica che alimenta la ripresa dei consumi, dall’arrivo delle temperature fredde ma anche dalla notevole dipendenza dell’Italia al gas importato.

Una fragilità endemica, che arriva da lontano, e che può essere sconfitta con la diversificazione attraverso Ing e pipeline. Diversificazione in cui rientra appunto il Tap, che dovrebbe sbarcare sulle coste pugliesi fra le rimostranze degli enti locali.

E’ chiaro che, di fronte a tutte queste rogne, la Russia si sia data da fare per aprirsi ad un immenso mercato alternativo come quello rappresentato da un miliardo e mezzo di cinesi e dalla loro industria grazie a Сила Сибири: il Potere della Siberia.

Dopo l’emergenza di oggi, in cui l’interruzione di un solo nodo ha rischiato di mettere in crisi tutta l’infrastruttura , ci si augura che il prossimo governo possa mettere da parte qualche pregiudizio ed affrontare seriamente la questione energia.

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

La norma ammazza-italia fu varata l’8 maggio 2012 dall’esecutivo guidato dal super-tecnocrate Mario Monti, per avere effetto a partire dal 2014.  Questa norma arrivò con una lettera firmata Bce (Mario Draghi) all’allora governo Berlusconi,  imponeva brutalmente al governo italiano di introdurre nella Costituzione Italiana una clausola che obbligava perentoriamente il nostro paese a rispettare “Il pareggio di bilancio”.

Un’entità non eletta da nessuno ha ricattato e piegato un governo democraticamente eletto. Nessun rispetto del popolo, nessun rispetto della Costituzione, solo sopraffazione e applicazione della legge del più forte.

La modifica costituzionale passò, quasi sotto il totale silenzio. Si trattava di una grande modifica della nostra Costituzione ed il paese ne fu all’oscuro.

Chi lo sapeva erano i partiti al governo in quel momento e naturalmente chi era all’opposizione. Vale a dire, Monti, Forza Italia ed il Pd di cui Bersani era segretario.

Se esaminiamo il modo con cui fu imposta all’Italia questa modifica Costituzionale, vengono i brividi.

I politici appaiono solo come piccoli burattini senza coraggio, tirati coi fili in mano ad altri.

Il pareggio di bilancio è notoriamente una norma “suicida”, figlia dell’ideologia neoliberista e imposta per amputare, deliberatamente, la capacità di spesa, cioè di investimento.

Tutti gli economisti sanno che “il deficit pubblico” è, al netto, la ricchezza reale dei cittadini, imprese e famiglie. Al contrario, il pareggio di bilancio prefigura un “saldo zero”: lo Stato non spende per i cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino in tasse.

Risultato: la morte clinica dello Stato come motore finanziario dell’economia nazionale.

E’ perfettamente inutile tagliare le tasse se prima non si aumenta la spesa pubblica, senza la quale va in sofferenza il comparto economico e quindi il lavoro.

Tra i silenziosi approvatori della norma-killer, per l’economia italiana, c’è Pierluigi Bersani, allora leader del Pd, che impose al suo gruppo parlamentare di piegare la testa di fronte al ricatto dell’oligarchia eurocratica, pur sapendo che il pareggio di bilancio avrebbe compromesso la Costituzione e mandato all’aria la nostra econnomia.

Eppure, lo scorso 4 dicembre, si alzarono barricate contro la proposta renziana di porre fine al bicameralismo perfetto, sopprimendo il Senato elettivo.  Una vera e propria ipocrisia da parte di chi allora era segretario del Pd. Però, con una bella faccia tosta, Bersani (e soci), oggi si appellano esplicitamente all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, quando hanno votato per lesionarla, quella Carta costituzionale, impedendole di garantire posti di lavoro.

Dopo lo strappo con Renzi, Bersani e Speranza hanno dato vita a Mdp insieme a D’Alema, cioè l’uomo che si vantò, da premier, di aver fatto registrare il record europeo nelle privatizzazioni.

Oggi, di fronte allo sbando generale della politica, nessun vero programma salva-Italia da Pd, Berlusconi e 5 Stelle, nessuno ha il coraggio di denunciare la viltà commessa quando fu accettata, senza discussione e senza informare il popolo italiano, la modifica Costituzionale che ci ha ammazzato in questi anni.

Ha voglia Renzi, di fare leggi per aiutare chi è senza lavoro, di modificare la legge sul lavoro, non ci riuscirà mai, perché quella clausola che lui non avrebbe mai accettato, fu accettata, passandola sotto silenzio, anzi importa ipocritamente dal chi adesso si proclama Mdp.

Non parlo di Forza Italia perché non reagì e non informò nessuno, era il suo metodo, ma Bersani, con “la sua cosiddetta ditta” ha condiviso una modifica costituzionale che in pratica ha paralizzato il paese, con un sangue freddo e una consapevolezza da brividi.

E adesso nessuna parola su questo, nessuno che dice che fu un errore, nessuno che si vergogni, nessuno che confessi pubblicamente la sua ipocrisia.

La fine del lavoro, il prolungarsi di un precariato insostenibile, la dicoccupazione permanente e della speranza in un futuro migliore per il paese furono definitivamente firmati allora.

Eppure in Europa stiamo zitti. Renzi, l’unico che ha cercato veramente di rimediare un po’, è riuscito ad ottenere maggiore flessbilità, ma l’eurocrazia europea sapeva bene che anche questo sarebbe servito a poco e per poco tempo. Adesso siamo tornati indietro, anche a causa delle mancate riforme del 4 dicembre 2016.

Si dice che abbiamo perduto il referendum perché è intervenuto Putin con la sua propaganda occulta. Io dico che l’Italia aveva già perso nel 2012 quando, chi comandava allora, accettò senza fiatare la modifica Costituzionale che imponeva il pareggio di bilancio. Semmai Putin, che è sempre ben informato,  ha temuto che una persona competente, come Renzi, che già in Europa qualcosa aveva ottenuto, prendesse in mano più saldamente le redini dell’Italia, e boicottando il referendum, ha dimostrato di preferire gente incompetente con cui trattare i propri interessi. E’ così che fanno i dittatori.

 

LE BANCHE

LE BANCHE

Facciamo un riepilogo.

Si inizia con l’accusa a Renzi di favorire il mondo finanziario, stigmatizzando la sua amicizia con il finanziere italiano, ma operante in Gran Bretagna, Davide Serra.

L’accusa viene mossa a Renzi dall’interno del PD, a cominciare da Bersani.

Gli attacchi interni smettono quando Renzi dichiara che sarebbe meglio guardare a quello che succede con il Monte dei Paschi di Siena.

La seconda accusa a Renzi ed alla Boschi è su Banca Etruria, quando il governo decide di intervenire commissariando l’istituto, non solo Banca Etruria.

I più sfegatati nell’accusa sono i grillini.

Nessun riferimento al come sia potuto accadere senza un puntuale e preventivo allerta della Banca d’Italia.

Nel frattempo viene accreditato dalle fonti istituzionali di controllo del credito e dalla maggior parte dei mezzi di informazione, che la crisi mondiale finanziaria del 2008, scatenata dalla diffusione sfrenata dei derivati, non incideva sugli istituti di credito italiano in quanto non avevano in portafoglio i derivati divenuti carta straccia.

Il sistema bancario italiano veniva valutato di essere in ottima forma.

Poi, a seguito degli adeguamenti imposti dalla BCE, al fine di evitare eventuali crisi finanziarie, cominciano ad uscire situazioni assai critiche.

Parliamo del Monte dei paschi di Siena a cui si aggiunge una morte sospetta, ma derubricata a suicidio.

Poi esce la criticità di molte banche locali, alcune assai grosse, che mantengono un altissimo livello di opacità non rispondendo ai minimi requisiti di una società SPA.

Per queste banche, potentati locali, si tentò di adeguarle alla riforma dell’ordinamento statuario come SPA dal Presidente Ciampi e dal direttore generale del ministero delle finanze, a quel tempo Draghi.

Il tentativo fallì.

La situazione riesplose con i stress test e le leggi di adeguamento del mondo finanziario a livello di UE.

Il caso Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono gli esempi più eclatanti.

Renzi annuncia, dati i continui attacchi sulla sua persona come responsabile della situazione i cui costi ricadevano sugli Italiani, una commissione di inchiesta parlamentare sulle banche.

Contemporaneamente si scatena il caso Consip.

Renzi è circondato.

Ma il diavolo fa le pentole e si scorda i coperchi.

L’attacco contro Renzi per implicazione del padre si sgonfia, anzi viene in evidenza un disegno di false accuse atte a incriminarlo o, perlomeno, bloccarlo.

Il tentativo è di trasformare in un nulla di fatto l’inchiesta sul mondo bancario e nello stesso tempo far finire il caso Consip in una azione individuale del colonnello Scafarto a fini di riconoscimento carrieristico.

Ma Renzi non si accheta e scompagina nuovamente le carte con i chiari riferimenti al cambio di guardia alla Banca d’Italia.

Si scatena in questi giorni un attacco a tutto campo.

Non difendono tanto Visco, ma si vuole evitare che alla poltrona sieda personaggio fuori dai giochi in grado di alzare il velo sulle tante opacità della gestione Visco.

Renzi ha attaccato i cosiddetti poteri forti e poi vi domandate perché ce l’hanno con lui?

Ora, il debito pubblico scende, mentre continuano le erogazioni clientelari del credito da parte di banchette periferiche sotto la pressione di clientele e mafie locali.

Tutto ciò si trasformerà, gioco forza, in crediti inesigibili, pagati dai clienti ed azionisti della banca. E la festa continua, senza vigilanza, oppure con il tacito assenso della Banca d’Italia?

E Visco che dice: “Ho fatto tutto in condivisione col governo in vigore”. Peggio che mai! Qual é la sua autonomia se ha fatto come hanno voluto i vari governi succedutesi durante la peggiore crisi dal dopoguerra?

 

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE

CGIA MESTREDi Maio dice che Renzi non ha abbassato le tasse , ma, evidentemente la CGIA MESTRE(Associazione Artigiani Piccole e Medie imprese) la pensa diversamente.


Con il Governo Renzi, la tassazione sulle famiglie e sulle imprese è aumentata o diminuita?
Per dare una risposta a questa domanda, l’Ufficio studi della CGIA ha analizzato tutti i provvedimenti normativi che recano interventi di riduzione o di inasprimento delle tasse e dei contributi fiscali approvati da Renzi in questo primo anno e mezzo di governo.
Ebbene, il responso è chiaro: questo esecutivo ha ridotto le tasse sia sulle famiglie, per un importo di 7,1 miliardi, sia sulle imprese, per 8,3 miliardi di euro.
L’Ufficio studi della CGIA è giunto a questi risultati sommando in entrambi i casi (sia per le famiglie sia per le imprese) tutti gli sgravi fiscali concessi, sottraendo, ovviamente, gli incrementi di imposta introdotti sempre dal Premier in questi primi 19 mesi di governo.
· Uno sguardo alle principali misure prese da Renzi:
Una buona parte delle famiglie, ad esempio, ha beneficiato della detrazione degli 80 euro (pari a una spesa complessiva per le casse dello Stato di 9,5 miliardi di euro), della concessione del bonus bebè (1,2 miliardi di euro), delle deduzioni Irpef per la locazione delle nuove abitazioni (39,5 milioni di euro), della riduzione della cedolare secca per le locazioni a canone concordato (33,8 milioni) e delle detrazioni fiscali per gli inquilini degli alloggi sociali (31,8 milioni di euro).
Per contro, invece, è aumentata la tassazione delle rendite finanziarie (2,6 miliardi di euro), l’Imu sui terreni montani (268,7 milioni) il peso del fisco sui fondi pensione (260 milioni di euro), sui capitali percepiti sulle assicurazioni vita (150 milioni), e sul Tfr (140 milioni).
Il saldo finale, comunque, è molto positivo: complessivamente le famiglie possono beneficiare di un taglio delle tasse pari a 7,1 miliardi di euro.
Le imprese, invece, possono contare su un consistente taglio dell’Irap (4,3 miliardi di euro), sugli sgravi contributivi per le nuove assunzioni a tempo indeterminato previste per quest’anno (3,9 miliardi), sulla riduzione del diritto annuale delle Camere di Commercio (400 milioni), sulla patent box (*) (170 milioni) e sul credito di imposta Irap per le imprese senza dipendenti (163 milioni di euro).
Diversamente, hanno dovuto rinunciare allo sgravio contributivo del 50 per cento per l’assunzione di un disoccupato da oltre 24 mesi (870 milioni di euro), la riduzione delle agevolazioni per le produzioni/cessioni di energia prodotta da fonti rinnovabili agroforestali (45 milioni di euro) e il taglio del 20 per cento delle deduzioni forfetarie in capo agli autotrasportatori (39 milioni di euro).
Nel complesso, anche in questo caso il saldo è positivo: le imprese hanno fruito di una riduzione del carico fiscale di ben 8,3 miliardi di euro.

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

Grullini a testa bassa contro no-vincolo di mandato e Bankitalia. Perché? Sognano uno stato teocratico con perititi informatici al posto dei preti.

di Giuseppe Turani | 23/06/2016

Fra le tante cose un po’ impressionanti dei grullini, due meritano di essere sottolineate. Sembrano due cose molto tecniche e invece sono i fondamenti di un buon sistema democratico. La prima è la famosa multa da 150 mila euro a chi non sta allineato (per ora solo a livello locale, ma in futuro anche in parlamento).

Può sembrare una cretinata (e lo è certamente), ma è anche qualcosa di molto peggio. E’ il tentativo di far saltare per gli eletti la clausola “senza vincolo di mandato”. Grazie a questa norma, oggi in Costituzione, i partiti non sono onnipotenti nei confronti del Parlamento perché i singoli deputati, senza vincolo di mandato appunto, possono decidere in modo autonomo e diverso dal partito di appartenenza.

Il non-vincolo di mandato è alla base di ogni corretto sistema democratico, come si può intuire. Il presidente degli Stati Uniti ha il potere di dichiarare guerra, senza nemmeno sentire il Parlamento. Ma poi è obbligato a andare dai deputati per farsi approvare le spese relative. E lì incontra un parlamento dove ognuno decide con la propria testa, senza vincolo di mandato. Questa è democrazia.

Ai grullini, che hanno già espulso un terzo del loro gruppo  parlamentare per “indisciplina”, questa cosa non è mai andata giù. La sede del potere deve essere una sola: gli uffici della Casaleggio & Associati. I parlamentari devono eseguire alla lettera gli ordini in arrivo dallo staff. Per ora si comincia a livello locale, sindaci e assessori, ma il progetto è di rendere la misura universale.

E’ assolutamente scandaloso che nessun costituzionalista si sia ancora alzato a protestare. Altro che riforma del senato (bella o brutta che sia), qui si vuole far saltare l’impianto democratico come è conosciuto da secoli. Per sostituirlo con la decisioni prese negli uffici di una S.r.l. (nemmeno una S.p.A.).

Il secondo punto sul quale grullini (ma anche Lega e altre tipologie di ignoranti) insistono molto è l’abolizione del divorzio Bankitalia-Tesoro, vera bestia nera ai loro occhi.

E anche qui siamo alla volontaria distruzione dei fondamenti di una buona società e alle soglie del disastro finale.

Mi spiego, fino al 1981 (data del divorzio) Bankitalia era obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato emetteva. Come pagava? Semplice: stampava moneta ex-novo, carta e inchiostro. In questo modo lo Stato (e che stato!) aveva a disposizione una fonte di finanziamento praticamente infinita per le sue scemenze e spese clientelari.

Ma nel 1981 un democristiano “adulto”, Nino  Andretta, ministro del Tesoro, e un laico per bene, Ciampi, alla Banca d’Italia, realizzano il divorzio consensuale: Bankitalia non è più obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato vorrà rifilarle.

Non serve molto ingegno per capire che anche questo è uno dei fondamenti di una buona democrazia: lo Stato non ha più la possibilità di indebitarsi all’infinito. In ogni caso deve andare sui mercati, e lì si vedrà.

Bene, grullini e altri pasticcioni sono da tempo in guerra contro questo divorzio. Per ragioni ovvie: se lo si fa saltare, una volta che arrivassero al governo, potrebbero far fronte a tutte le loro promesse, anche le più dementi. I soldi non mancheranno mai: basterà farli stampare dalla Banca d’Italia (che naturalmente va riportata sotto il comando esclusivo del governo).

Ecco, nessuno Stato moderno è organizzato così (tranne forse qualche repubblica africana).

Persino nella grande America il presidente (quello stesso che può dichiarare guerra in modo del tutto autonomo), non può dare ordini alla Federal Reserve. Può solo chiedere gentilmente, e di solito non lo fa in modo pubblico. Poi a decidere sarà il comitato dei 17 governatori riuniti nel Fomc e guidati dalla signora Yellen, che in questo momento (con Obama scaduto) ha in mano la guida del paese.

Pesi e contrappesi. Le democrazie funzionano così. Qui da noi invece grullini e altri sono in marcia per distruggere tutto ciò e mettere su una sorta di Stato teocratico senza preti, ma di periti informatici.

E nessun costituzionalista che si alzi a dire: “Cazzo”.

SDEGNATI E OFFESI

SDEGNATI E OFFESI

casaLeggo commenti sdegnati e offesi di coloro che amano visceralmente pagare l’IMU prima casa.
Soggetti che paiono non darsi pace per l’abolizione dell’odioso balzello.
Leggo di giornalisti che l’hanno definita “compra voti”, con scarso rispetto per il cervello degli italiani.
La scrivente, essendo monoreddito, è tra coloro poveri idioti che quando le tasse calano gioisce, dovrei vergognarmene?
Forse con un pingue reddito si ci può permettere di essere un poco più schizzinosi.

Se i soggetti in questione anelano tanto a versare tale somma sono liberi di investirla in opere di bene senza tediare i comuni mortali.

(E’ un pensiero che condivido di Marina Rossi, considerando anche il fatto che le case di lusso, i castelli  e le seconde, terze ecc. continueranno a pagare. Dove sta il male?)

IL PETROLIO ITALIANO

IL PETROLIO ITALIANO

Con una lettera dal titolo “Quel mare di petrolio che giace sotto l’Italia” Romano Prodi è chiarissimo: trivellare per uscire dal guado. L’ex premier scrive al Messaggero la sua ricetta per “trovare i soldi”. “Una parte di questi soldi – scrive Prodi – la può trovare scavando – e non scherzo – sotto terra”.

Spiega, l’ex candidato poi “bruciato” nella corsa al Quirinale – che “il nostro Paese è al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord…Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle. In poche parole: vogliamo continuare a farci del male”.

Nel testo Prodi fornisce poi dei numeri: “Possiamo produrre 22 milioni di tonnellate di idrocarburi entro il 2020”, si attiverebbero “investimenti per 15 miliardi dando lavoro a decine di imprese”. Specifica però che “il principio di precauzione ha la precedenza su tutto” e testimonia che “sicurezza e protezione ambientale hanno la priorità”.

L’ex inquilino di Palazzo Chigi individua nella “Basilicata e terre limitrofe” giacimenti che andrebbero sfruttati. Parla solo di quelli “in mare aperto”, giacimenti che “se non li sfrutta l’Italia verranno presi dalla Croazia”. E ribadisce che “per gli esperti non c’è nessun rischio”. Insomma, chiosa Prodi, cerchiamo di “utilizzare in fretta gli strumenti che abbiamo” (http://www.huffingtonpost.it/2014/05/18/prodi-petrolio-trivellare_n_5346152.html?utm_hp_ref=italy)

HA ESAGERATO? PER NIENTE.  GUARDATE CHI CI TROVIAMO IN ITALIA

LE TRIVELLE IRLANDESI

trivella1Al ministero dello sviluppo economico italiano (Paolo Romani, anno 2010) c’è chi firma permessi o almeno li ha firmati. E così abbiamo le trivelle petrolifere sotto casa.

E’ successo in Sicilia, almeno una concessione ha avuto il via libera e sta scavando con le sue trivelle.

Gli amministratori locali, l’hanno appreso dai giornali!!!

Le richieste pervenute al ministero sarebbero già più di 20. La Sicilia è terra prelibata per le compagnie petrolifere di canadesi, irlandesi, yemeniti, inglesi, texani, nonchè di Eni. Ci si era allarmati per le trivellazioni della BP in Libia, ma ora il rischio è persino peggiore. 

Ignazio Passalacqua è un consigliere provinciale a Trapani.  In una bella domenica di aprile, va a prendere il caffè nel solito bar di Marsala, dove vive ed intanto che aspetta, sfoglia il “Giornale di Sicilia”.

E trova un annuncio piccolo piccolo con la notizia che la ditta San Leon Energy aveva ottenuto, dal governo italiano, i permessi per effettuare ricerche petrolifere e di sostanze gassose, a un chilometro dalla costa trapanese. La provincia di Trapani aveva 60 giorni di tempo, per fare le sue osservazioni.

La provincia lancia l’allarme: comincia una raccolta di firme, si presentano mozioni.

Il ministro Prestigiacomo,  dell’Ambiente, ci mette una pezzuolina che è una miseria, giusto per fare qualcosa, e dice “a 5 miglia dalla costa e a 12 per le zone di riserva naturale”.  Anche Granata, il finiano doc, non la prende bene e dice che quello che la Prestigiacomo propone è proprio poco.  Negli Usa, per esempio, il  limite è ben oltre le 5 miglia.

Ma la cosa si aggrava, perché la questione è come un iceberg, si vede solo la punta. Da Trapani a Capo Passero, tutta la costa sud siciliana, si è scoperto che è tutta assediata dall’interesse di piccole e grandi compagnie petrolifere. Così,  oltre a trovarci le trivellazioni della BP a pochi chilometri da Lampedusa, ci si trova una costa intera assediata.

Per l’esattezza la compagnia San Leon Energy, che vanta un capitale sociale di 20.000 (ventimila) euro,  è una compagnia irlandese che annuncia di essere autorizzata  dal Ministero, con un documento intestato al responsabile affissioni del Comune di Sciacca, cioè all’usciere,  e che presenta uno studio di 36 pagine in cui gli errori (il porto di Ancona sarebbe collocato in Sicilia) hanno i tratti del copia incolla.

Vicenda curiosa, subito denunciata alla Procura del Comune ragusano.

Le società che hanno fatto richiesta per le trivellazioni in Sicilia hanno chiesto di non essere sottoposte a verifiche ambientali (sostanzialmente vogliono fare come pare a loro, non vogliono controlli).

La Regione siciliana, tuttavia, anche se non può fa nulla contro queste istanze, perché sono di competenza del governo nazionale, ha approvato una mozione di vincolo totale, perché molte di queste trivellazioni sono previste a pochissimi chilometri da riserve naturali.

 In ogni modo, anche se impotente, la Regione annuncia battaglia.  Roberto di Mauro assessore al territorio e all’ambiente della regione Sicilia ha riunito i sindaci e ha dato vita a un comitato. Inoltre i soldi delle licenze non andranno a favore della Sicilia, ma a Roma, altro che federalismo! (fonte: l’Unità)

(https://speradisole.wordpress.com/2010/08/15/le-trivelle-irlandesi/)

IL PARERE DEL MINISTRO GUIDI

Romano Prodi, in un editoriale su ‘il Messaggero’ e in un colloquio con l’HuffPost, riprendendo una notizia di qualche settimana fa, ha scritto che l’Italia naviga letteralmente su un mare di petrolio che potrebbe permettere di raddoppiare a 22 milioni di tonnellate la produzione nazionale ma l’immobilismo di Roma sta lasciando alla sola Croazia lo sfruttamento di queste risorse, localizzate soprattutto in Adriatico. Sempre sul quotidiano romano, arriva la risposta del ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi.

“Per l’Adriatico è stato emanato nel 2013 un decreto di rimodulazione delle aree marine aprendo nuovi spazi di ricerca. Abbiamo insomma disciplinato dove è possibile intervenire e dove no – spiega il ministro – tutto questo in attesa del recepimento della direttiva europea del 2013 sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi. Questo perché come Italia dobbiamo pretendere il massimo livello di sicurezza ambientale. Abbiamo industrie italiane che ne sarebbero valorizzate. Non possiamo sottovalutare questo aspetto”.

Ma mentre noi aspettiamo il recepimento della direttiva europea la Croazia va avanti. Entro fine anno le concessioni saranno assegnate e i lavori cominceranno. Ci conviene? “Ovviamente tutto questo non deve essere un alibi per non fare nulla. La moratoria in attesa della direttiva è stata una mediazione passata al vaglio delle commissioni parlamentari. Credo che si possa fare di più e meglio. Nel frattempo credo che insieme al ministro dell’Ambiente possiamo arrivare rapidamente al recepimento per evitare che questa moratoria ci faccia perdere ulteriori opportunità. Dato che tutto il mondo lo fa, non capisco perché dovremmo precluderci la possibilità di utilizzare queste risorse, pur mettendo la tutela dell’ambiente e della salute al primo posto”.

(Tratto da http://www.huffingtonpost.it/2014/05/20/petrolio-adriatico-guidi-estrarremo-ambiente_n_5355746.html?utm_hp_ref=italy)

Io sono del parere che se il petrolio è italiano non venga estratto dai Croati per i loro bisogni.

Quoto il Ministro Guidi.