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CERCHIAMO DI DISCUTERE LE IDEE, QUANDO CI SONO


CERCHIAMO DI DISCUTERE LE IDEE, QUANDO CI SONO

Ormai siamo abituati: quando parla Matteo Renzi non si ascolta o si legge interamente il contenuto delle proposte e delle idee politiche, ma si critica a prescindere.

Come una sorta di capro espiatorio perenne, ogni cosa che riguarda Renzi viene utilizzata per criticare, tanto quello è il modo di affrontare un problema.

Invece, come spesso accade, dopo qualche giorno, le stesse cose dette da Renzi, vengono rilanciate da altri ed allora, magicamente, tali proposte vengono viste di buon occhio.

Qualche giorno, fa Renzi ha consigliato di iniziare a ipotizzare l’apertura graduale delle aziende e delle attività.

Il tutto su una semplice oggettiva e vera considerazione: con il coronavirus bisogna conviverci fino al vaccino.

Non si può rimanere in quarantena all’infinito e l’Italia non può fermarsi per lungo tempo ancora.

Sarebbe una crisi economica che ci porterebbe al declino senza via d’uscita.

Ecco che allora è giusto studiare strategie di uscita dalla chiusura e dalla paralisi del sistema Italia.

E solo per aver detto lo stesso, Renzi è stato come al solito criticato e deriso. Insomma la solita solfa, l’ha detto Renzi e quindi non va bene, è tutto da scartare.

Se ci fosse un pochino di onestà intellettuale e meno rancore personale o antipatia verso il leader di Italia Viva, certe discriminazioni non ci sarebbero e certi argomenti potrebbero essere sviluppati con maggiore serietà e concretezza.

Cerchiamo per una volta di accogliere consigli ed idee per il loro reale contenuto, senza usare Renzi come capro espiatorio di tutti i mali.

Renzi vi sta antipatico? Bene, ma se dice cose utili al Paese non devono essere ascoltate?

La scienza non vi piace? Ma se vi salva la vita non dobbiamo ascoltarla?

La competenza è antipatica? Volete farvi insegnare da maestri laureati su Facebook?

Abbiamo permesso per lungo tempo che l’ignoranza fosse sdoganata grazie ai social e alla superficialità.

Questa emergenza ci ha riportato con brutalità alla realtà. Senza scienza e competenza non si va da nessuna parte.

Bisogna riprendere in mano i fili del vero sistema culturale italiano. Abbiamo tante fantastiche persone ed energie che possono riportarci sulla corretta via. Dobbiamo investire su tutto ciò che siamo, ma che abbiamo trascurato e dimenticato per colpa del populismo.

L’Italia è una grandissima nazione: abbiamo davanti a noi l’occasione per resettare tutto il sistema che non ha funzionato. Dobbiamo avere però il coraggio di andare oltre e iniziare un nuovo cammino.

Ascoltiamo ed impariamo da chi conosce e sa, basta preconcetti e ipocrisie.

Le idee ci sono, lasciamole circolare e usiamole per il nostro bene, non solo di alcuni, ma per l’interesse di tutti.

IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA….AL DI FUORI C’È IL BUIO


IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA…AL DI FUORI C’È IL BUIO

Il Pd di oggi non mi piace, ma al di fuori di esso c’è il buio.

C’è l’angosciante ascesa di un sovranismo ignorante e cattivo, la cui strada è stata aperta e lastricata da un movimento populista cialtrone e bugiardo.

C’è la necessità, che ogni volta tocca rimotivare a sé stessi, di andarci a letto, con quel populismo, pur di salvare ciò che non si è neppure certi meriti di essere salvato.

C’è l’apparente estinzione della saggezza popolare, sovrascritta dal pregiudizio cieco e dalla sequela fanatica di questo o quel leader carismatico.

C’è la soggezione della politica a una magistratura ormai pervasiva e incapace di autogoverno.

C’è un’informazione che ha perso il senso della notizia e sparge sensazioni, illazioni, opinioni, giudizi con il solo risultato di esasperare e centrifugare l’opinione pubblica.

Ci sono parti sociali silenti, pavide, rinunciatarie perché prive di una reale delega da parte delle loro basi.

Ciò il risultato più doloroso, almeno per me, che è l’esplosione in negativo del mio partito, quel Pd nei cui ideali fondativi, ho sinceramente creduto.

Il fallimento di un progetto che tanto popolo aveva entusiasticamente sposato, ma che una classe dirigente piccina e sciagurata è riuscita a boicottare, per miserabili gelosie di clan travestite da principi non negoziabili.

Non perdonerò mai chi si è dato tanto da fare per innescare quell’esplosione.

In particolare chi, per primo, ha tradito il voto delle primarie rifiutandosi di accettarne il verdetto e dando così impulso alla spirale di sfiducia che ha bruciato un leader dopo l’altro, precludendo al partito qualsiasi prospettiva maggioritaria.

Soprattutto non perdonerò mai chi adesso mi costringe a una penosa scelta tra le ispirazioni social-democratiche e liberal-democratiche, quando io non chiedevo altro che abbracciarle entrambe e prendere il meglio da ciascuna.

Come peraltro mi era stato solennemente promesso.

Da sempre, ma in particolare negli ultimi tre anni, ho osservato il mio partito con l’attenzione e l’affetto che si deve a una famiglia.

Una famiglia lacerata, divisa, in guerra.

Ho assistito ai feroci addii di leader come Bersani, D’Alema, Renzi, Calenda e tanti altri, depositari di capitali di stime e considerazione pazzeschi, eppure disposti a farne un falò, pur di correr dietro a un disegno “puro”, qualsiasi cosa ciò significhi.

A tutti costoro è sfuggito un punto fondamentale: la vera forza di una comunità, di un collettivo, di una famiglia, di un’associazione, di un partito sta nella sua capacità di accogliere le diversità e farle convivere in nome di un obiettivo superiore.

Finché a sinistra non si impara questa lezione, che ci viene, peraltro, impartita quotidianamente dai nostri avversari, non ci sarà salvezza, successo elettorale, proposta politica credibile per l’Italia.

Per questa ragione il dovermi per forza “schierare” alla fiera della divisione, mi risulta innaturale e privo di senso.

Ma ormai non posso farne a meno, perché lo specchio dell’unità è definitivamente rotto, nessuna immagine vi si riflette più, ed è impossibile rimetterne insieme i pezzi.

Inseguire una leadership “forte” è pericoloso e, benché potenzialmente remunerativo dal punto di vista elettorale, incompatibile con il codice genetico della sinistra.

Abbiamo vinto solo con Prodi, andiamoci tutti a rivedere come ha caratterizzato la sua leadership.

Con Renzi ho sognato: era il tipo di leader che mi sembrava adatto a portarci fuori dal novecento.

Lo stimo ancora molto e sono certa che potrà dare tanto alla politica italiana, ma, oggettivamente, ha fallito la sfida dell’unità.

Non mi interessa qui attribuire le responsabilità del fallimento, che certamente non sono solo sue.

Lo stesso vale per Calenda.

Non mi fido più di chi ha bisogno di un “suo” partito per realizzare obiettivi apparentemente generali.

Il Pd è ancora un partito, un luogo dove le idee si elaborano a prescindere dalle leadership, che accetta diversità e conflitti.

Che sopravvive a sé stesso.

Ha un nome bellissimo e romantico, per me ancora pregno di significati.

Nel suo logo porta, invisibile forse a tanti ma non a me, il ramoscello dell’ulivo, segno delle sue radici e del bisogno sempre attuale di ricordare che siamo stati capaci di coesistere e collaborare anche tra forze di ispirazione diversa.

Esprime i migliori politici e amministratori italiani, sia locali sia nazionali. Gli unici che siano riconosciuti al di fuori dei nostri confini.

I Bonaccini e i Sala magari un po’ se ne vergognano, ma non esisterebbero senza di esso.

Accanto a loro c’è ancora molta classe dirigente inadeguata, ottusa e stantia, soprattutto in certi territori critici e al Nazareno, certamente.

Su questo bisogna lavorare duramente.

Il Pd è tuttora vittima di uno spietato processo denigratorio, che da dieci anni viene perpetrato con scientifica manipolazione di fatti e coscienze, soprattutto attraverso il web.

Molto del suo percepito, anche in chi lo sostiene, è inconsapevolmente filtrato da quella denigrazione, che ancora oggi si nutre di fango come nel caso di Bibbiano.

Un anno di catastrofico governo gialloverde, dovrebbe aver insegnato, innanzitutto, a noi a scrollarci di dosso un complesso di colpa ed inferiorità inoculato dall’avversario e quindi pernicioso.

Il Pd di oggi non mi piace, però non mi piace il buio che c’è fuori dal Pd.

Non mi piace la malintesa idea di sinistra che trascura le dinamiche di generazione della ricchezza, non mi piace l’indulgenza verso il grillismo, non condivido l’idea che a sinistra ci sia chissà quale spazio elettorale non occupato, non riconosco a Zingaretti doti di leader, vedo una timidezza davvero eccessiva nella definizione della linea politica e nella prassi amministrativa.

Ma è nel Pd, con tutti i suoi difetti, che è ancorata la sinistra democratica italiana ed è da lì che potrà essere ricostruita una vera alternativa alla minaccia sovranista.

Zingaretti proverà a fare un partito nuovo, addirittura a cambiare nome al Pd, ma, nel caso voglia disegnare un’altra bandiera, non dimentichi di mettere quel ramo di ulivo, che dimostra l’unità di un tempo e le nostre origini.

In bocca al lupo, con ciò che avverrà, ma non perdiamoci di vista.

C’È SEMPRE UN PRIMA E UN DOPO DA RIMPIANGERE O DA GIOIRE


C’È SEMPRE UN PRIMA E UN DOPO DA RIMPIANGERE O DA GIOIRE

Renzi è Renzi, non lo si cambia, né lui si lascia cambiare.

La sua scissione dal Pd, paragonata alle altre, è particolare, diversa, originale, perché le altre scissioni, anche le ultime, da Bersani a D’Alema, ma pure di Alfano in altri partiti, erano di soggetti e idee non in movimento. Statiche con lo sguardo rivolto al “tengo famiglia”. Ai rancori irrisolti. Con Renzi ci si trova su un altro piano.

Renzi è un leader forte, che rischia, rischia molto e questo fa la differenza, forse l’unica percepibile, dalle precedenti scissioni, per motivazioni e storia.

Se restava nel Pd, ormai non c’entrava nulla col partito e, considerato il suo personaggio, se n’è pure andato senza avvertite nessuno.

Scissione fredda è stata chiamata. Si è mosso di tattica, certo, l’ha fatto in modo spregiudicato, l’ha ammesso riferendosi alla mossa di palazzo, ha convalidato e certificato, abbattendo mistificati tabù, cioè il cambio radicale d’opinione.

Ora il Pd può anche crescere, con Il ritorno della Bindi, per esempio, o l’ingresso della Lorenzin e della Boldrini, in prima fila nel Pd ed è la rappresentazione plastica del “tutti” dentro in uno stesso partito. Chissà forse ci possono anche stare.

Tuttavia quella parte dei cosiddetti “renziani” rimasti nel Pd, staranno lì con un marchio sulla fronte e il loro marchio è in pratica, una inutile è noiosa parodia. Che se ne vadano o restino nel Pd non cambia nulla, né per Renzi, né per Zingaretti.

Zingaretti proverà a governare, riuscirà a rendere l’idea del nuovo partito, con o senza il m5s? Per ora è percepito come un ritorno al passato. I sondaggi sono fermi ad un 19-20%, segnano il passo.

Inoltre, la figura del premier Conte sta diventando ingombrante, si è scoperto di sinistra, sindacalista, quasi comunista. Sta facendo ombra a Zingaretti, sembra toglierli la leadership. in questo momento. Tolto Renzi adesso c’è Conte a fargli concorrenza in quel che resta del centrosinistra.

La sfida di Zingaretti, pertanto, è multipla. C’è Renzi, c’è Conte e c’è il grosso problema di dare una pennellata di grande novità al Pd e, di certo, con la sua tecnica delle correnti tutti dentro, avrà grosse difficoltà.

 

 

 

RENZI E L’INGEGNERE


RENZI E L’INGEGNERE

“Salvini era accaldato, troppi mojitos”. “Ha confuso il Viminale con il Quirinale”. “Non si possono fare errori così marchiani”. “Fortunatamente non è andata come voleva lui”.

E subito dopo: “Io ero per le elezioni, senza dubbio”. Cioè esattamente quello che chiedeva il Salvini con i troppi mojitos.

“Ci sono state pressioni di ogni genere da parte dell’Europa, del Vaticano, per la formazione di una maggioranza che non ci isolasse in Europa”.

Subito prima: “Io non voterei la fiducia a questo Governo”.

Queste folgoranti e lineari affermazioni (ed altre perle su cui sorvoliamo) sono stata prodotte giorni fa dal preclaro ing. Carlo De Benedetti, guru dell’informazione italiana “indipendente” e denotano la lucidità e la chiarezza di idee del nostro establishment informativo. Prepariamoci dunque a mesi di continuo logoramento da parte sia dell’ingegnere che di Urbano Cairo, con tutti i loro media.

Non c’è pace tra gli ulivi …!

Questo Governo, malauguratamente segnato dallo stigma di Matteo Renzi fin dal suo concepimento, non potrà contare sulla benevolenza dei media; sarà braccato e marcato stretto con critiche e rimbrotti di ogni genere, dal fondamentale vestito di Teresa Bellanova, una dei maggiori esperti di lavoro agricolo, alla dubbia e precaria professionalità di Luigi Di Maio, improbabile capo della diplomazia.

Tutto insieme, senza distinzioni, tanto tutto fa brodo.

È la triste sorte del riformismo italiano, condannato a svilupparsi solo attraverso percorsi contorti e mai lineari.

Prima Alfano e Verdini, poi Di Maio e Bonafede, domani chissà.

Ciononostante, avanti si va. A strattoni, a spintoni, incespicando, tra ruzzoloni e rincorse, “scarpe rotte e pur bisogna andar”.

Abbiamo alternative? Le elezioni sono davvero un’alternativa? Per carità, in democrazia si vota, è il popolo che decide, ma in questo frangente, in questa confusa temperie storica, con tutti i sistemi democratici occidentali sotto attacco da parte del sovranismo (nazionalismo), ha senso chiedere il parere agli elettori ogni volta che qualcuno inceppa il sistema? Siamo o no una democrazia rappresentativa? Esiste o no la delega agli eletti? Oppure li teniamo in così poca considerazione da cacciarli via non appena sospettiamo che gli umori possano essere cambiati? E a cosa serve un Presidente della Repubblica, con le sue prerogative, se deve pedissequamente eseguire gli ordini di un Salvini qualsiasi, che vuole incassare il momentaneo dividendo elettorale?

Tante domande, mi rendo conto, tanti dubbi, ma non abbiamo il dovere di difendere le ultime democrazie di stampo liberale rimaste sulla faccia della terra? L’Europa occidentale, nemmeno tutta intera, ha il dovere di resistere nella difesa di un sistema istituzionale che sta subendo colpi mortali in America, in Brasile, in Oriente, in Turchia, in Europa orientale ed anche nel Regno Unito. È un dovere al quale non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Quindi, gambe in spalla e via andare.

Ancora una volta dovremo subire frizzi e lazzi degli spiritosoni di turno e moniti e ramanzine da parte degli immancabili ed infallibili soloni.

Non bisogna perdere la rotta: non sarà facile, avremo contro sia il vento che un incessante fuoco di artiglieria.

L’importante sarebbe non avere anche a bordo qualcuno che sabota il sartiame e confonde le scotte.

Su questo, viste le esperienze pregresse, non metterei la mano sul fuoco, neanche quello di un cerino.

Però, malgrado tutto, buon vento a tutto l’equipaggio!

(Ernesto Trotta)

NON SI INFIERISCE SUI VINTI


NON SI INFIERISCE SUI VINTI

Non si infierisce sui vinti anche perché i vinti di ieri possono tornare, domani, vincitori.

Anche Matteo Renzi, nel suo intervento, ha esibito ben altra stoffa.

Fu dato per morto, e ora sarà forse centrale nella nascita di un nuovo esecutivo.

Delle sue parole, ce ne sono alcune che speriamo vengano trattenute.

Sono quelle rivolte ai Cinque Stelle.

Furono loro a volere a palazzo Chigi l’avvocato del popolo che ieri ha parlato contro il suo ministro dell’Interno, con cui i 5 stelle hanno condiviso tutto..

Ma furono loro anche a prosperare per mezzo di piazze arrabbiate, di vaffa, di campagne di odio e pure di disprezzo per il Parlamento.

Non se lo dimentichino se, come pare, resteranno al governo.

Comunque è chiaro, se si va alle elezioni subito, in autunno, due cose sono sicure.

La prima: la Lega vincerà alla grande e Salvini sarà il prossimo presidente del Consiglio e ce lo terremo per cinque anni.

La seconda: per tutto il tempo che non c’è un nuovo governo, l’attuale governo, resterà per gestire gli affari correnti e Salvini resterà al Viminale, da dove potrà dirigere tutta la sua personale campagna elettorale, con l’aiuto di tutto l’apparato enorme del ministero che ha a disposizione come ministro. Inoltre resterà nel posto che dovrà gestire i dati delle elezioni politiche autunnali, se, appunto, come probabile, si svolgeranno.

Sarà la fine del paese, come lo conosciamo. Ci troveremo lo spettro dell’uscita dall’Europa e dall’euro, con il potente Putin che ci detterà che cosa fare.

 

PERCHÉ NON SI È FATTO ALLORA QUEL CHE È POSSIBILE FARE ORA?


PERCHÉ NON SI È FATTO ALLORA QUEL CHE È POSSIBILE FARE ORA?

Perché non si è fatto allora quel che è possibile fare ora?

Renzi l’ha detto in modo chiaro.

Ci si scontrava con un Di Maio potente del voto ottenuto e delle promesse che sarebbe stato impossibile mantere.

Infatti non sono state mantenute.

Il Pd sarebbe stato l’ancella del potere e schiava dei ricatti.

Ora, se Di Maio vuole salvare il m5s, deve scendere a più miti consigli, altrimenti il movimento rischia il botto definitivo.

Renzi, capolavoro di strategia.

I giornalai chiaramente non lo dicono, ma la realtà è più importante delle chiacchiere da bar dello sport, dove chi vince per loro e per Boccia, sono i perdenti.

COM’È VISTA L’ITALIA?


COM’È VISTA L’ITALIA?

«Non è vista.
Moavero Milanesi è un ministro imbarazzante: ha più cognomi che idee.
Non sappiamo la nostra posizione sul Venezuela, sulla Libia, sul futuro dell’Europa, sui rapporti Cina-Usa, sulla Brexit.
Il premier scrive lettere ai giornali per ricordare a se stesso di essere il premier.
Lo dice sempre, sono il presidente del Consiglio: quasi non ci crede neanche lui.
E Salvini è isolato a livello internazionale.
Quanto agli investitori: non credono al governo, purtroppo.
Del resto come fai a credere a Di Maio che quindici giorni fa attacca i Benetton dicendo che il loro ingresso in Alitalia farebbe precipitare gli aerei e oggi plaude agli stessi Benetton?
Il video delle frasi di Di Maio è diventato virale in Rete.
Ma purtroppo lo vedono anche all’estero. E dicono: non ci fidiamo di voi.
Un peccato, perché l’Italia ha tutto per essere protagonista.
Abbiamo una bellissima macchina ma il pilota non sa guidare.
E così sfumano tante occasioni per le nostre imprese e per il nostro Pil».
(Matteo Renzi)

 

IL PARTITO CHE NON C’È, MA È COME SE CI FOSSE


IL PARTITO CHE NON C’È, MA È COME SE CI FOSSE

Domenica sera, ci sarà, nelle solite redazioni, nei soliti talk show, negli entourages di Di Maio, di Salvini e di D’Alema, tra avversari di destra e “amici” di sinistra, chi conterà i voti di alcuni candidati del Pd, per decidere quanto conta il “partito di Renzi”.

Partito che non c’è, ma è, come se ci fosse. La vera ossessione, il refrain, il turbamento permanente.

Renzi fa campagna elettorale “pancia a terra” per il Pd, ma i commenti sono altri e i più opposti: ” ha deciso, fa un partito”; “ha deciso, si riprende il Pd”.

Come dire? Non ci azzecchiamo, ma è sufficiente parlare.

Eppure, in un paese sereno e non intossicato, sarebbe interessante occuparsi di cosa, invece, effettivamente dice Renzi nei comizi, sull’Europa, i pericoli che corre, le alleanze da fare, il ruolo dell’Italia, quello di Macron, il tracollo internazionale dei populisti al governo, il futuro del centrosinistra che deve guardare al centro ecc.

Ma no. Di Renzi ci si occupa tanto, ma solo per darci il toto-scommesse su “che ha deciso di fare”.

Immaginare di contare Renzi nelle urne, guardando agli eletti del Pd e ai voti del Pd. Se il Pd, che da tre anni è senza Renzi, non cresce o cresce poco, si dirà, è colpa di Renzi che ancora pesa.

E i voti dei suoi “amici”, in realtà ottimi candidati di cui andrebbe giudicato il valore, verranno attentamente pesati.

Repubblica e Il Fatto hanno i titoli già pronti per lunedì.

Per questo i riformisti, in queste elezioni, dovrebbero stare bene attenti al proprio voto.

Il vecchio fronte del No e i due organi capofila dell’antirenzismo esamineranno il Pd per dire, sostanzialmente e come sempre, se Renzi ha vinto o ha perso.

Come se fosse candidato o guidasse ancora il Pd.

È ovvio che i “voti di Renzi” verranno pesati, dai suoi eterni avversari” per indirizzare il Pd sul tema aperto del dopoelezioni: si deve pensare, in termini nuovi e creativi, oltre il vecchio centrosinistra, ad un’alternativa ai due populismi oppure decidersi, come propongono gli ex del Pd, ad aprire il tavolo con i 5 Stelle?

Se Renzi potranno giudicarlo sconfitto nel voto, la seconda strada è spianata.

Qualcuno, tra i riformisti, sogna il tanto peggio e un Pd consegnato, definitivamente, al populismo di sinistra.

Così si fa il “partito di Renzi”.

Idiozia.

È il vecchio refrain estremista della sinistra, il suo vizio scissionista eterno, che ha sempre portato male.

Il tanto peggio non ha mai portato al meglio. Ma solo e sempre al peggio. Chi domenica conterà i voti di Renzi e gli eletti di Renzi nelle urne, è meglio che li trovi. E tanti.

Il bello è che i riformisti candidati nel Pd possono pure farcela, sono una pattuglia sicura, competente e affidabile. Utile in Europa. Enrico Morando, Irene Tinaglia, Simona Bonafe’, Nicola Danti, Pina Picierno, Giosi Ferrandino. E pure Calenda, ovviamente.

FINALMENTE QUALCUNO PARLA DI EUROPA E LO FA RENZI


FINALMENTE QUALCUNO PARLA DI EUROPA E LO FA RENZI

A Roma un Renzi combattivo e convincente ha ricordato la posta in gioco del voto di domenica.

Che non è la conta tra i due partiti di governo per poi continuare, come contano di fare, a stare insieme.

Il problema, dice Renzi, è che l’Europa sta correndo un pericolo mortale.

La retorica e la miopia dei politici europei non ci fa vedere la realtà.

Si litiga, ci si divide e si allarma la gente su un falso motivo, i migranti, che non è il vero pericolo immediato che corriamo.

I pericoli veri sono altri: la crescita che arranca, la sfida della competitività nella corsa tecnologica globale che stiamo perdendo, nel ruolo dell’Euro come moneta mondiale.

Il vero pericolo europeo è quello di essere smembrati da Russia e Cina, di rincorrere, divisi, Putin e i cinesi, di restare impotenti nella guerra commerciale, di non reagire all’alleato Usa che ci vuole deboli, divisi, subalterni, senza politica estera e della difesa propri.

Se questo è il pericolo, l’Europa si salva, se ragiona come potenza.

Avrebbe bisogno di leadership europeiste.

Ma la Merkel è in declino e va verso il ritiro.

I sovranisti sono pedine delle grandi potenze concorrenti.

Oggettivamente abbiamo solo una certezza e una speranza: che il giovane e deciso europeista Macron sia il king Maker (ha detto Renzi) della nuova Europa.

Ma l’Italia?

Con i due populisti oggi è fuori da tutto. E conta zero.

Per questo è necessario che un nucleo di europeisti e riformisti arrivi a Strasburgo dall’Italia, affinché raccolga la bandiera della funzione dell’Italia che oggi non ha né ruolo né funzione all’altezza della sua storia.

Le biografie dei candidati riformisti del Pd, da Calenda a Morando, da Bonafè a Dante, rassicurano abbastanza ed è indispensabile averli nella rappresentanza del nostro paese.

UN NEMICO CHIAMATO RENZI (di Giuseppe Turani)


Un nemico chiamato Renzi

Si è messo fuori dai giochi, ma dà più fastidio di prima.

di Giuseppe Turani |

I più teneri lo descrivono come una sorta di Buffalo Bill a fine carriera, che si riduce a sparare ai birilli nei circhi equestri. Eppure, il fuoco incrociato contro Matteo Renzi non finisce. Anzi. Non si è messo in gara per il congresso, non ha sponsorizzato alcun contendente. Va in giro a presentare il suo libro, ma dà un fastidio del diavolo. Il perché è presto detto: gli altri (anche se uno di loro vincerà il congresso, inevitabilmente) sono leader freddi. Lui invece è caldo, è rock, si sarebbe detto una volta. E l’aria intorno a lui dice che, se volesse, si riprenderebbe il partito domani mattina. Ma non farà.

Probabilmente si starà interrogando se ne varrebbe comunque la pena. Lo ha già conquistato due volte, ma la battaglia interna contro di lui è stata tale da mandare in frantumi i suoi sogni.

Irrita, allora, che tanto lui quanto Maria Elena Boschi non abbiano ancora lasciato ufficialmente la politica: li abbiamo distrutti, che cosa vogliono ancora?

In più, c’è un dettaglio non irrilevante. Per una buona parte del gruppo dirigente del Pd il futuro prossimo si chiama 5 stelle: spaccare l’attuale maggioranza e inserirsi nel gioco. Il famoso governo grillini-Pd.

Ma con Renzi in giro questo gioco appare impossibile. Giustamente il ragazzo di Rignano considera di allievi di Grillo una banda pericolosa e del tutto inattendibile. Non sono, insomma, la Dc di Aldo Moro, ma un’accozzaglia di bugiardi e ignoranti. Gente, per usare una vecchia espressione, capaci di nulla ma pronti a tutto.

Allora Renzi va distrutto perché la politica torni a essere quella di una volta, con Di Maio e qualcuno del Pd che fanno accordi in transatlantico: un ministero dell’Agricoltura a te, un sottosegretario agli interni a me.

La decrescita infelice della politica.

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