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A COMBATTERE IL COLESTROLO CI PENSA L’ONU

A COMBATTERE IL COLESTROLO CI PENSA L’ONU

La geopolitica gastronomica è impazzita.

È notizia di qualche settimana fa, la proroga dell’embargo russo per tutto il 2019 sui prodotti agroalimentari occidentali, a causa delle sanzioni per la vicenda ucraina.

I prodotti europei, Italia in prima fila, sono grandemente penalizzati, proprio mentre Russia e Stati Uniti hanno deciso di fidanzarsi in chiave anti-europea.

Ci si è messo anche l’Onu dove, il 27 settembre, è andato ai voti una proposta che puntava a mettere nuove tasse sui prodotti alimentari contenenti grassi, sale e zuccheri e l’inserimento di avvisi di pericolo sulle confezioni, come sulle sigarette.

Una crociata salutistica in piena regola.

Il tutto mentre i dazi di Trump rappresentano una mina vagante. Si parte da acciaio e alluminio, ma si potrebbe finire colpendo i vini e le altre prelibatezze europee, in particolare quelle italiane.

Sull’anno del cibo italiano nel mondo, il 2018, per chi non lo sapesse, si addensano nuvoloni tempestosi.

Tutto il mondo cerca il food made in Italy, quello vero, ma, se le sanzioni dell’Onu andassero in porto, a essere colpite sarebbero proprio le nostre eccellenze più esportate: il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano, il prosciutto di Parma, ma anche l’olio extravergine di oliva e magari anche l’aceto balsamico.

Il moralismo gastro-alimentare dell’Onu, che dice di preoccuparsi della nostra salute, in mancanza di cose più serie a cui pensare, prefigura una “etichettatura a semaforo”, basata sul mero contenuto in zuccheri o grassi, però dà il via libera alle bevande gassate zero calorie, mentre mette all’indice i capolavori alimentari dell’enogastronomia europea, frutto di secolare tradizione, cultura e storia.

Vietato vietare, verrebbe da dire ai burocrati dell’Onu, cui sfugge il valore della dieta mediterranea, che è buona e che fa bene.

Perché non guardare la lunga vita dei pastori centenari dell’interno della Sardegna, che sono cresciuti a salsiccia e pecorino, senza preoccuparsi di grassi e sale?

I tanti e legittimi dubbi sull’utilità dell’Onu sono confermati da queste ultime stravaganti iniziative.

Se si impegnano, i burocrati dentro al Palazzo di vetro newyorchese, possono essere anche dannosi.

Tuttavia, per quanto abbia cercato, non ho trovato alcun risultato di quella seduta del 27 settembre 2018.

O l’Onu ha rinunciato, oppure il tutto è passato sotto silenzio, con danno a molti prodotti Made in Italy.

 

 

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NON MI PIACCIONO I FRANCESI

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

(Post per chi ha pazienza)

Non mi piacciono i francesi, almeno i loro capi e ho voglia di parlarne male.

Quando ero piccola girava fra noi ragazzi, una canzoncina sulla nostra Bandiera.

Diceva:

“Bianco, rosso e verde color delle tre merde”, cantavano i francesi.

“Bianco, rosso e blu, le tre merde le mangi tu”, rispondevano gli italiani.

Pare che non ci siamo mai amati molto. Neanche da piccoli.

Il primo dei caporioni che mi viene in mente è il “tristissimo e dannosissimo” Jean-Claude Trichet, nato a Lione il 20 dicembre 1942 è un banchiere ed economista francese che è stato presidente della Banca centrale europea dal 1° novembre 2003 al 16 maggio 2011, quando finalmente è stato eletto Mario Draghi. È stato la rovina dell’Italia, della Grecia e, in parte della Spagna. In bocca aveva solo la parola “austerità”, ma non per la Francia.

Poi De Gaulle che con la sua grandeur, ancora viscerale nei francesi, ha rotto i coglioni per tutto il suo tempo e a tutto il mondo. E quando scorro la storia della seconda guerra mondiale, mi balza agli occhi il fatto che questo generale, è sempre stato molto lontano dai veri campi di battaglia. All’inizio della guerra scappa in Inghilterra, e da lì lancia appelli, via radio, alla resistenza francese, ma sul campo di battaglia si è servito dei poveracci che facevano parte del suo impero coloniale nord africano. Torna a Parigi solo quando dei tedeschi non c’è più nemmeno l’ombra.

E adesso Macron, il miracolato Macron che fa di tutto per escluderci. Ci esclude in Libia, ci esclude dal Fincantieri, in sostanza vuole prendersi le nostre risorse, il petrolio libico e la costruzione di grandi navi, quelle che solo gli italiani sanno fare. E se avete notato, in Europa, non parla mai con noi. Ed è di questi giorni la notizia che Macron con la Merkel hanno appena sottoscritto un patto di collaborazione. E Macron è venuto in Italia per estendere questo accordo a Gentiloni. Sostanzialmente ci servono un piatto già preparato. Un prendere o lasciare, non è così che si collabora. Infatti sentite cos’ha detto: ha detto chiaro e tondo che l’intesa tra Francia e Germania era e resta «strutturale» e che ogni ipotesi alternativa è «semplicemente una perdita di tempo».

Quando un sentimento sta nel nostro corpo non si può dimenticare. Ogni tanto ribolle.

Ma ci corre l’obbligo di passare ad una storia vecchia di 70 anni, che ha portato tante ferite. Si tratta del generale Alphonse Juin francese, che ordinò alle truppe coloniali francesi (Cef), di stuprare le donne italiane, per far pagare loro tutti i tradimenti possibili, ma solo immaginati. Compreso il fatto, forse ma non tanto, che abbiamo avuto il coraggio di cacciare Napoleone.  E’ un articolo della “Stampa” cultura, sulle Marocchinate, scritto il 16 marzo 2017. E’ da leggere, anche se lungo, per capire.

Ed ecco le “Marocchinate”:

 La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia.
L’pisodio del remake porno del film di De Sica diventa l’occasione per parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 Goumiers marocchini
Pubblicato il 16/03/2017
andrea cionci
 Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili.

Il film “La ciociara”

Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.

 

 Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF

Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze

Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

 Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti

Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi. In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo.

Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.

 

 Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo

Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno

Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.

 Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi

I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.

7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi

Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana

Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”. Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin

Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.

 Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle

Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli – che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività. Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.

Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime  

Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

 Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica

Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia

L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa.

Meno male, dico io, bisogna ricordare queste cose, come si ricordano le leggi razziali, l’olocausto, le foibe, i partigiani, le fosse ardeatine, la strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzena e tutto il resto. Questa storia non va dimenticata, mai.

 

 

IL PANE E LE ROSE

IL PANE E LE ROSE

«Ciò che la donna che lavora vuole è il diritto di vivere, non semplicemente di esistere – il diritto alla vita così come ce l’ha la donna ricca, al sole e alla musica e all’arte. Voi non avete niente che anche l’operaia più umile non abbia il diritto di avere. L’operaia deve avere il pane, ma deve avere anche le rose. Date una mano anche voi, donne del privilegio, a darle la scheda elettorale con cui combattere»

( Rose Schneiderman, leader femminista e socialista, durante un discorso che rivendicava il diritto di voto femminile di fronte ad una platea di suffragette benestanti a Cleveland)

Pane e rose (bread and roses (in lingua originale) il nome con cui è diventato celebre uno sciopero dei lavoratori dell’industria tessile svoltosi nel 1912 a Lawrence. L’appellativo deriva dallo slogan che fu adottato dagli operai che protestavano.

Una nuova legge del Massachusetts, entrata in vigore il 1º gennaio 1912, ridusse il numero massimo di ore di lavoro a settimana per le donne e i bambini da 56 a 54. L’11 gennaio i lavoratori scoprirono che, assieme alle ore di lavoro, la legge avrebbe ridotto anche la paga settimanale di 6 dollari, che corrispondeva a diverse forme di pane. Questa, per i lavoratori che vivevano sull’orlo della fame e che lavoravano in condizioni di sicurezza e di igiene praticamente inesistenti, fu la goccia che fece traboccare il vaso. A questo punto, i lavoratori, per la maggior parte donne, fermarono i telai e al grido di “Short pay, short pay!” (“Paga ridotta, paga ridotta!”, lamentando di essere sottopagati) si riversarono nelle strade protestando. Il giorno seguente si unirono operai e operaie provenienti da altre fabbriche, e, nel giro di una settimana 25.000 lavoratori erano in sciopero.

Una delle due grandi associazioni sindacali allora attive, l’AFL (American Federation of Labor), si oppose allo sciopero di Lawrence, definendolo anarchico e rivoluzionario. L’altra, l’IWW (Industrial Workers of the World), è un’associazione militante “radicale” del movimento operaio statunitense, al contrario, sostenne la decisione dei lavoratori e due dei suoi maggiori esponenti, Joseph Ettor e Arturo Giovannitti, contribuirono a formare un comitato di sciopero composto da due rappresentanti per ogni gruppo etnico all’interno delle fabbriche. In questo modo, ogni incontro sindacale fu tradotto in 25 lingue differenti, per superare le barriere linguistiche e far sì che tutti gli operai potessero partecipare attivamente alla protesta.

Le richieste dei sindacalisti nei confronti dei datori di lavoro erano quattro:

  • aumento del 15% dei salari
  • 54 ore settimanali di lavoro (anziché 56)
  • doppia retribuzione per gli straordinari
  • riassunzione di tutti gli scioperanti, senza discriminazioni.

I lavoratori e i sindacalisti stessi si rivelarono molto solidali tra loro, e fecero uno sforzo cosciente per unire i lavoratori di tutte le nazionalità: lo sciopero era nato da una diminuzione dei salari, ma si trasformò ben presto in una lotta più ampia, si stava combattendo per ottenere migliori condizioni di vita. Gli scioperanti cantarono, organizzarono spettacoli, balli, dibattiti e sfilate, e proprio durante queste manifestazioni le donne lavoratrici portavano cartelli e urlavano a gran voce “Vogliamo il pane, ma anche le rose”: non rivendicavano solo una paga decente, ma anche la possibilità di godere delle cose buone della vita.

Gli scioperanti di Lawrence inventarono il picchetto in movimento: la polizia aveva intenzione di arrestare alcuni di loro per vagabondaggio, così questi formarono una catena umana in movimento che manifestò per 24 ore su 24, tutti i giorni, intorno alle fabbriche, così che la milizia non riuscisse ad entrarvi. I poliziotti arrestarono le donne, ma queste si rifiutarono di pagare le multe e, non appena rilasciate, tornarono alle linee di picchetto.

Il 29 gennaio, le milizie misero con le spalle al muro un folto gruppo di manifestanti: dopo alcuni spintoni, partì uno sparo e morì Anna Lo Pizzo, una giovane donna di 34 anni. I testimoni sostennero che il proiettile fosse stato sparato dal poliziotto Oscar Benoit, ma quest’ultimo negò. Arturo Giovannitti e Joseph Ettor vengono arrestati con l’accusa di omicidio, nonostante essi non si trovassero a Lawrence quel giorno.

Elizabeth Gurley Flynn, attivista sindacalista dell’IWW, aveva allestito delle mense provvisorie, ma lo sciopero andava avanti da giorni e così furono stipulati degli accordi che prevedevano che molti bambini appartenenti alle famiglie dei lavoratori sarebbero stati mandati da famiglie in altre città che li avrebbero ospitati per tutta la durata della protesta. Questo attirò la pubblicità nazionale e internazionale e iniziarono ad arrivare anche numerose donazioni. I poliziotti risposero attaccando le donne e i loro figli alla stazione ferroviaria, in modo che i bambini non sarebbero potuti partire: li bastonarono e li trascinarono in camion militari.

Nonostante tutto, lo sciopero andò avanti fino al 14 marzo: i lavoratori ottennero un aumento del 25% per i lavoratori meno pagati e del 15% per quelli che erano più retribuiti, l’aumento per le ore di straordinario e la riassunzione degli scioperanti. I protestanti festeggiarono la vittoria cantando “The International”, l’inno socialista.

Ma la lotta non si fermò con la fine dello sciopero: l’IWW mantenne il comitato di sciopero per andare a combattere per la liberazione di Ettor e Giovanitti. Inoltre, nel mese di aprile fu arrestato anche un operaio scioperante, Joseph Caruso. I tre rimasero in carcere senza cauzione e furono processati nel settembre 1912. In tutto il paese si tennero dimostrazioni e riunioni di massa in loro sostegno, fu minacciato lo sciopero generale e l’IWW raccolse 60 mila dollari per la loro difesa. Quando vennero arrestati tutti i membri del Comitato di Difesa Ettor-Giovannitti, quindici mila lavoratori il 30 settembre 1912 a Lawrence scioperarono per il giorno intero, lavoratori svedesi e francesi minacciarono il boicottaggio di prodotti di lana provenienti dagli Stati Uniti e moltissimi sostenitori italiani dei due sindacalisti si radunarono davanti al consolato degli Stati Uniti a Roma. I tre imputati furono assolti il 26 novembre 1912.

Gli scioperanti negli anni seguenti persero molti dei diritti che avevano guadagnato con fatica: l’IWW disprezzava i contratti scritti, ritenendo che tali contratti incoraggiassero i lavoratori ad abbandonare la loro lotta quotidiana, così per i proprietari delle industrie non fu difficile lentamente ridurre gli aumenti che erano stati concessi e le condizioni di lavoro andarono peggiorando. La Chiesa Cattolica si unì ai padroni in una campagna per screditare l’IWW ed i membri del sindacato.

Nell’autunno del 1913, le adesioni all’IWW a Lawrence erano diminuite a sole 700 persone. Una recessione economica nel 1913-1914 portò tagli salariali e disoccupazione ai lavoratori delle fabbriche. Tuttavia, lo sciopero di Lawrence aveva dimostrato che i lavoratori oppressi e di diverse nazionalità potevano unirsi, organizzarsi e condurre una potente lotta per ottenere concessioni da parte dei padroni.

(Fonte: wikipedia)

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Questo dice la storia.

Ma la storia insegna? No, semmai stimola  a non commettere gli stessi errori. La prima cosa che notiamo è che per ottenere miglioramenti nella vita dei lavoratori, ci si riesce solo se ci si unisce, se si condividono gli stessi obiettivi. La seconda è che non bisogna arrendersi davanti alle difficoltà e una terza cosa, importantissima, che i lavoratori, non necessitano di “assistenzialismo” per la loro dignità di lavoratori, ma di regole certe, scritte e osservate.

La IWW che sosteneva i lavoratori in sciopero, li aiutava in ogni modo possibile, usava un metotodo “assistenziale”, ma aveva il difetto di disprezzare i contratti scritti, quelli che avrebbero testimoniato i progressi ottenuti con gli scioperi. Pur sostenendoli caritatevolmente, l’IWW non ne comprese l’importanza di mantenere i diritti acquisiti attraverso contratti ben definiti. In pratica non  ebbero fiducia nei lavoratori, pensando che una volta ottenuti questi diritti come leggi dello Stato, diventassero la scappatoia per abbandonare la lotta, e diventassero tutti degli sfaticati, diremmo seduti sugli allori.

Naturalmente i proprietari ne approfittarono per ripristinare le condizioni  peggiorative dei lavoratori, aiutati, anche dalla Chiesa cattolica e favoriti da una crisi economica.

Oggi succede la stessa cosa, ma in contesti diversi. Si mascherano con la scusa  della crisi economica gli abbassamenti salariali, o i mancati aumenti (che è poi la stessa cosa), oppure ci si nasconde dietro le parole “ce lo chiede l’Europa” (il ritornello di Monti e della Fornero), a dimostrazione che a pagare sono sempre i meno protetti, se male organizzati e mal guidati.

Male organizzati possono essere i sindacati, i partiti politici, le burocrazie soffocanti che schiavizzano i più deboli, i lavoratori, quelli che per vivere hanno bisogno di lavorare, e anche quelli che pur avendo un bel lavoro stabile e tranquillo, sicuro, timbrano l’entrata e poi se ne escono  e vanno a fare i fatti loro. Se succede una cosa del genere significa che il male sta nel profondo dell’organizzazione, in chi ne è responsabile. Particolarmente sgradevoli, perché oltre a rubare lo stipendio, rubano il posto dei lavoratori onesti.

Ma si deve fare attenzione  anche a non confondere le necessità di sostenere i lavoratori, e la loro dignità della persona, con le assistenze caritatevoli. Sarebbe un errore come dimostra questa storia. E sentire parlare di “Reddito di cittadinanza”, fa proprio pensare che, per risolvere problemi lavorativi, si ricorra al sistema assistenziale.

Una storia di 100 e più anni fa, ma che è sempre attuale.

 

 

E COSÌ LA MERKEL HA RIVINTO, MA L’EUROPA?

E COSÌ LA MERKEL HA RIVINTO, MA L’EUROPA?

Tutti i giornali del mondo, adesso più che mai ne esaltano le qualità: la donna più potente del mondo, l’europea indispensabile, l’ultimo difensore dell’Europa, e così via. Non c’è benpensante d’Occidente che non esalti le capacità di leadership della cancelliera tedesca, non c’è salotto alto borghese dove non si tessano le sue lodi.

Ma su questo sarebbe interessante riflettere un po’.

Dove sta la sua grandezza?

Quale impronta la Merkel ha dato alla Europa e al mondo?

Ha sempre pensato solo alla sua Germania. Buon per la Germania, ma ci si ferma lì. Al proprio paese ci teniamo tutti, logico.

Asseconderà le istanze di Macron per un governo economico e finanziario dell’Europa? Difficile.

Accetterà di introdurre gli eurobond? Impossibile.

Il direttore dell’ISPI, Paolo Magri, dice che «l’Europa a guida tedesca alla fine è sempre riuscita a metterci una pezza, ma a costo di una cronicizzazione delle crisi che rischiano continuamente di tornare ad essere acute, perché in fondo mai veramente risolte».

Verissimo per quanto riguarda ciò che è accaduto alla Grecia che, di negoziato in negoziato, si trascina penosamente (per i greci) dal 2010, ma che a causa del veto tedesco alla rinegoziazione del debito pubblico mai si risolverà davvero.

È accaduto con la crisi dei migranti. «Ce la possiamo fare», scandì Angela Merkel nell’agosto 2015 spalancando di conseguenza, e col plauso di una confindustria in cerca di mano d’opera qualificata a basso costo, le porte della Germania a un milione di esuli siriani. Esuli, sia detto per inciso, a causa di una guerra civile figlia della dissennata politica mediorientale di Stati Uniti e Germania. Ma di lì a poche settimane se ne pentì, ripristinò i controlli alle frontiere Schengen e riempì di soldi quel faro della democrazia che è il presidente turco Erdogan, affinché arginasse con ogni mezzo le partenze.

Risolto qualcosa? No. La Merkel non ha mai risolto nulla. Ha solo messo qualche toppa qua e là.

Sulla scena europea e internazionale non ha dimostrato né visione né coraggio. E forse anche per questo si è diffuso moltissimo un senso sgradevole di insofferenza verso l’Europa (a anche verso la Germania). In tutti i paesi, proprio perché, senza coraggio, e per tema di farsi male, anche la Merkel non ha mai risolto alcun problema serio europeo.

Le elezioni di ieri l’hanno portata, per la quarta volta, a capo del governo tedesco, si vedrà poi quale alchemica maggioranza politica riuscirà a fare.

Alla fine avrà governato più a lungo di Hitler e tanto quanto Kohl. Certamente Un record di tenuta, un apice di durata. Tutto qui.

Però è strana, almeno nell’atteggiamento. Ogni volta che parla, per quella parte che ci fanno vedere i vari Tg, sembra riluttante, schiva, quasi come se le toccasse per forza. Come una brava casalinga che si schernisce quando le si fa un complimento per come tiene bene la casa.

Tuttavia, per tornare all’Europa, riteniamo che il nuovo governo tedesco sarà un governo più interessato ai conti dei governi che alla solidarietà e alle aperture verso nuovi orizzonti. Insomma, si farà un clamoroso passo indietro. Non ci sarà più nessuna visita a Ventotene.

AMERICA, AMERICA…

donaldotrumpAMERICA, AMERICA

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato su twitter una catena di distribuzione che si è permessa di ritirare la collezione creata da sua figlia.

Il tenore del tweet farebbe anche sorridere, venendo da uno degli uomini più potenti del mondo («Mia figlia Ivanka ha ricevuto un trattamento così ingiusto…»).

Ma questo è solo l’ultimissimo e forse persino il meno grave episodio di una lunga serie, che ci ricorda quotidianamente il gigantesco conflitto d’interessi di cui il presidente è fiero e indisturbato portatore.

E a me ricorda anche tutti gli intellettuali e giornalisti che per venti anni ci hanno spiegato che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese moderno, che una cosa simile poteva succedere «solo in Italia», che in America non sarebbe stato neanche pensabile e che per sistemare le cose sarebbe bastato copiare le loro rigorosissime norme antitrust.

Dunque, se non lo si faceva in un baleno, era perché la sinistra era venduta e corrotta.

Già, solo che l’Italia ha il primato, l’America è arrivata dopo. Una volta tanto!

PER IL BENE DI TUTTI

PER IL BENE DI TUTTI

Il partito democratico americano ha dato, ieri, una lezione di unità e lungimiranza a tutta la “sinistra” mondiale, compresa quella italiana.

Lo ha fatto attraverso Bernie Sanders, candidato uscito sconfitto dalle primarie democratiche.

Di fronte al pericolo gravissimo, per l’America e non solo, di una vittoria del candidato conservatore Donald Tramp, uomo di destra privo di scrupoli che ama dialogare con il ventre molle del paese, attingendo al peggio della retorica nazional populista, Sander ha risposto con serietà e lealtà, appoggiando la prima donna della storia candidata alla Casa Bianca, la vincitrice dalle primarie, Hillary Clinton.

Non so voi, ma io questa la chiamo assunzione piena di responsabilità, rigore morale, serietà.

Soprattutto quando ciò significa non seguire verso una deriva estrema e conflittuale il proprio elettorato, anche a costo di perdere consenso personale.

Imparino la lezione i nostri “nanetti politici”, i nostri narcisi alla Cuperlo o Bersani, che non sanno perdere le perimarie, ma sono alla continua ricerca di visibilità e gloria, vecchi rancorosi corrosi dalla paura di perdere il posto.

La imparino coloro che, per idiozia e cecità, continuando a dividere la sinistra italiana in mille inutili rivoli, alla Fassina o alla Cofferati, consegneranno questo paese al post fascismo grillino, all’ignoranza volgare della lega, alla destra estrema, capace di cavalcare la paura ed il senso di insicurezza della gente che sta esplodendo in questi giorni drammatici.

Forse a qualche anima bella non ha ben chiaro i rischi che l’Europa sta attraversando, i rigurgiti razzisti, xenofobi, la fascinazione della destra estrema.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo un movimento di sinistra e non, come in realtà è, una forza reazionaria, eversiva e di destra.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo di sinistra, pur di danneggiare il PD e soprattutto Renzi, il loro segretario o ex segretario.

La imparino i teorici del buonismo, per i quali mentre la destra in tutte le sue forme avanza riempendoci di sterco, noi dovremmo “lasciarli lavorare”.

Mentre mentono ed infangano, noi dovremmo offrire loro “l’altra guancia”, lasciandoli indisturbati a distruggere la cosa pubblica locale, magari in attesa di consegnare loro il governo del paese.

Impariamo la lezione di Sanders, e del Partito Democratico americano, il superamento di settarismi, particolarismi, egoismi, l’unico possibile antidoto contro l’avanzare delle destre, l’unità politica.

Imparino, per il bene di tutti.

LA MISERIA SESSUALE NEL MONDO ARABO

LA MISERIA SESSUALE NEL MONDO ARABO

di Kamel Daoud (17/04/2016)

ORANO, Algeria — Dopo Tahrir, Colonia. Dopo la piazza, il sesso. Le rivoluzioni arabe del 2011 avevano entusiasmato le opinioni pubbliche, ma ben presto la passione è caduta. Si è finito per scoprine in questi movimenti delle imperfezioni, delle brutture. Per esempio, avrebbero appena sfiorato le idee, la cultura, la religione e i codici sociali, soprattutto quelli che riguardano il sesso. Rivoluzione non vuol dire modernità.

Gli attacchi contro le donne occidentali da parte di immigrati arabi a Colonia, in Germania, la notte di capodanno, hanno ricordato le molestie che altre donne avevano subito in piazza Tahrir durante i bei giorni della rivoluzione. Un ricordo che ha spinto l’Occidente a comprendere che una delle miserie di una buona parte del mondo detto “arabo”, e del mondo musulmano in generale, è il suo rapporto morboso con la donna. In certi luoghi viene coperta con il velo, lapidata, uccisa; come minimo, le si rimprovera di seminare il disordine nella società ideale. In risposta, alcuni paesi europei sono giunti a produrre delle guide di buona condotta per rifugiati e migranti.

Il sesso è un tabù complesso. In paesi come l’Algeria, la Tunisia, la Siria o lo Yemen, è il prodotto della cultura patriarcale del conservatorismo circostante, dei nuovi codici rigoristi degli islamisti e del puritanesimo sottotraccia dei diversi socialismi della regione. Una buona miscela per bloccare il desiderio, colpevolizzarlo e spingerlo ai margini della clandestinità. Si è molto lontani dalla deliziosa licenza degli scritti dell’età dell’oro musulmano, come “Il giardino profumato” di  Cheikh Nefzaoui, che trattavano senza complessi l’erotismo e il Kamasutra.

Oggi il sesso è un enorme paradosso in numerosi paesi arabi. Si fa finta che non esista, ma condiziona tutto il non detto. Negato, pesa con il suo occultamento. La donna ha un bell’essere velata, essa è al centro di tutti i nostri legami, i nostri scambi, le nostre preoccupazioni.

La donna ritorna nei discorsi quotidiani come posta in gioco della virilità, dell’onore e dei valori familiari. In alcuni paesi essa non ha accesso allo spazio pubblico se non quando abdica al proprio corpo. Toglierle il velo sarà svelare la voglia che l’islamista, il conservatore e il giovane disoccupato sente e vuole negare. Percepita come fonte di squilibrio – gonna corta rischio di scisma – essa non è rispettata se non quando definita in un rapporto di proprietà, come sposa di X o figlia di Y.

Queste contraddizioni creano tensioni insopportabili: il desiderio non ha vie di uscita; la coppia non è più uno spazio di intimità, ma la preoccupazione di un gruppo. Ne viene fuori una miseria sessuale che conduce all’assurdo o all’isterico. Se allorquando si consente di vivere una storia d’amore, nei fatti si impedisce la meccanica dell’incontro, della seduzione, del flirt, sorvegliando le donne, esaltando la questione della loro verginità e assegnando dei poteri alla polizia dei costumi. Si finisce per pagare dei chirurghi per ripristinare gli imeni lacerati.

In alcune terre di Allah, la guerra alla donna e alla coppia prende chine da inquisizione. D’estate, in Algeria, pattuglie di salafiti e di giovinastri di borgate, arruolati grazie ai discorsi di imam radicali e di telepredicatori islamisti, sorvegliano i corpi, soprattutto quelli delle bagnanti in costume. Negli spazi pubblici, la polizia molestia le coppie, anche quelle sposate. I giardini sono proibiti alle passeggiate amorose. Le panchine sono tagliate in due al fine di impedire che ci si possa sedere vicini, fianco a fianco.

Risultato: si fantastica sull’ altrove, sia sull’impudicizia e la lussuria dell’Occidente, sia sui paradisi musulmani con le sue vergini.

Questo sbocco è d’altra parte perfettamente incarnato nell’offerta dei media del mondo musulmano. In televisione, mentre i teologi vi furoreggiano, i cantanti e i ballerini libanesi della “Silicon Valley” racchiudono il sogno di un corpo inaccessibile e di un sesso impossibile. Sul piano dei vestiti, ecco sboccare in altri estremi: da un lato, il burqa, il velo integrale ortodosso; dall’altro il velo moutabaraj (“il velo che svela”), oppure combinare un velo sulla testa con un jeans o un paio di pantaloni aderenti. Sulle spiagge, il burkini s’oppone al bikini.

I sessuologi sono rari in terra musulmana, e i loro consigli poco ascoltati. Stando così le cose, sono gli islamisti che di fatto hanno il monopolio del discorso sul corpo, il sesso e l’amore. Con internet e le “teo-televisioni”, questi gruppi hanno preso forme mostruose – un’aria di porno-islamismo. Alcuni religiosi lanciano delle fatwa (responsi  giudiziari religiosi)  grottesche: è proibito fare all’amore nudi, le donne non hanno il diritto di toccare il membro, un uomo non può restare solo con una collega donna  tranne che sia sua madre adottiva o l’abbia allattato.

Il sesso è dappertutto.

E soprattutto dopo la morte.

L’orgasmo è accettato solo dopo il matrimonio – ma sottomesso a codici religiosi che lo svuotano di desiderio  – o dopo la morte. Il paradiso e le sue vergini è un tema feticcio dei predicatori, che presentano queste delizie d’oltretomba come una ricompensa agli abitanti delle terre della miseria sessuale. Il  kamikaze lo sogna e si sottomette a un ragionamento terribile e surreale: l’orgasmo passa attraverso la morte, non l’amore.

L’Occidente s’è cullato  a lungo  in un esotismo che  giustifica le differenze. L’Orientalismo rende  normali le differenze culturali e ne discolpa  le derive estreme: Sherazade , l’harem e la danza del ventre hanno dispensato alcuni a interrogarsi sul diritto delle donne musulmane. Ma oggi, con gli ultimi flussi di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, il rapporto patologico che alcuni paesi del mondo arabo intrattengono con la donna fa irruzione in Europa.

Ciò che era stato lo spettacolo spaesante di terre lontane prende la configurazione d’un confronto culturale sul suolo stesso dell’Occidente. Una differenza una volta sfocata dalla distanza e un’aria di superiorità è diventata una minaccia immediata. Il grande pubblico in Occidente scopre, tra paura e agitazione, che nel mondo musulmano il sesso è malato e che questa malattia è in procinto di raggiungere le proprie terre.

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Articolo  apparso il 21/2/2016 nell’edizione in francese del “New York Times”. I link nel testo sono nell’originale.   Trad. in italiano di Soukayna El Idoudi, dottoranda tunisina in italianistica- Specialista in tematiche femministe.

RAFFAELLO A MOSCA

RAFFAELLO A MOSCA

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Nelle stanze dell’Ambasciata italiana di Mosca, una stretta di mano tra le Gallerie degli Uffizi e il Museo Puskin,  segna l’inizio di un programma di cooperazione che si tradurrà nella nascita di un gruppo congiunto di lavoro teso a rafforzare la reciproca conoscenza delle due istituzioni e delle culture che esse rappresentano.

L’accordo si inserisce nel quadro delle intense relazioni bilaterali tra i due paesi, maturate anche grazie agli anni incrociati della Cultura e della Lingua e del Turismo e avrà immediato riflesso nell’organizzazione della mostra scientifica  “Raffaello e la poesia del volto” che dal 12 settembre all’11 dicembre 2016 illuminerà il palinsesto del Museo Puskin.

In tale occasione, in un’ideale prosecuzione della serie di esposizioni sui grandi maestri dell’arte italiana che negli ultimi anni hanno portato in Russia Caravaggio, Lorenzo Lotto e Piero della Francesca, Mosca si troverà ad ammirare, per la prima volta, un nucleo di opere dell’artista urbinate, caro ad alcuni dei maggiori esponenti della cultura russa come Puskin, Dostoevskij e Tolstoj. Il percorso raccoglierà esclusivamente pezzi provenienti da collezioni italiane e sarà curato da Marzia Faietti (curatrice del Gabinetto dei Disegni e delle Stampe delle Gallerie degli Uffizi) per la parte italiana, e da Viktoria Markova (curatrice di Pittura italiana al Museo Puskin) per quella russa.

Le Gallerie degli Uffizi faranno la loro parte prestando l’Autoritratto, e dal complesso vasariano e mediceo arriveranno anche il Ritratto di Maddalena Strozzi, il Ritratto di Agnolo Doni e la Madonna del Granduca, custoditi nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, a cui si aggiungerà anche l’Angelo proveniente dalla Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia.

Insieme a Raffaello, il Museo Puskin ospiterà anche una mostra dedicata a Giovanni Piranesi che dal 19 settembre al 13 novembre presenterà oltre 100 opere dell’artista veneto.

PICCOLA SODDISFAZIONE

islanda-2011-114-4PICCOLA SODDISFAZIONE

Quando l’altra sera la piccola e fiera Islanda ha mandato a casa gli inglesi estromettendoli dal campionato europeo, molti, come me, avranno avuto un moto intima soddisfazione.

La metafora dell’essere “diversi”, costi quel che costi, ha avuto il suo epilogo, che da politico-economico è divenuto sportivo.

Le responsabilità, per come si trova adesso l’Europa, sono molto diffuse. E’ una comunità con scarso appeal per i suoi cittadini, troppo legata a calcoli da pallottoliere, finanziari ed economici e poco incline alla solidarietà ed alla cessione di sovranità da parte dei suoi stati membri.

Troppo soggetta agli umori e agli interessi specifici di casa tedesca, troppo rigida ed incapace di progettare il suo futuro, perché troppo floscia nei confronti della Germania.

Un paese, la Gran Bretagna, con una classe politica mediocre che, bluffando al ricatto dentro o fuori la comunità nel tentativo di strappar concessioni non solo per qualche settimana, ma per anni, facendo finta di niente, si è poi scoperta di non essere poi tanto amata dagli altri Stati membri, e incapace di arginare il fuoco pericoloso che chiedeva a gran voce la Brexit.

Imperialista da sempre, questa volta il gioco non ha funzionato. La storia di uno stato, di un’isola da sempre sentitasi diversa, estranea al vecchio continente. E un po’ diversi i britannici lo sono, a comminciare dalla guida a sinistra, sulle strade.

A questo quadro di desolazione si è affiancata l’assenza di solidarietà generazionale, quella che ha portato i vecchi a sposare la causa della Brexit in contrasto con i più giovani che, all’opposto, si sentono figli di questo imperfetto sistema, migliorabile ma non da abbattere.

I giovani si sono dimostrati paradossalmente più lungimiranti dei loro “padri” egoisti.

Ci augurianmo che l’uscita della Gran Bretagna sia quindi rapida e senza tentennamenti, senza mediazioni e terze vie, che renderebbero l’istituzione Europea ancor più fragile.

L’antieuropeismo serpeggia nel continente, un virus subdolo, pericoloso, cavalcato da politicanti miopi e spregiudicati. Questa potrebbe paradossalmente essere una delle ultime occasioni per salvare la comunità, rimettendone in discussione gestione ed obiettivi.

Che il “gioco” europeo sia dunque di squadra: umile, laborioso, senza voglie di protagonismo esasperate, capace di farci sognare, ambizioso. Esattamente come quello della piccola e vincente Islanda.

L’EUROPA A 27 E MEZZO

Bandiera-UEL’EUROPA A 27 E MEZZO

Il fatto Brexit. In Europa c’erano 28 paesi e adesso ce ne sono 27. Per il resto l’Europa c’è ancora e con tutte le sue beghe. E’ uscito un paese che non aveva accettato nemmeno l’euro. Ma è uscito davvero o è tutto uno scherzo?

Pare che il Regno Unito vorrebbe tornare indietro, perché la City per eccellenza, London, quella dei mercati finanziari, con le sue banche, i suoi finanzieri, vorrebbe restare in Europa (ne ha tutti i benefici), così come la Scozia e l’Irlanda, che per l’altra parte del Regno Unito, non hanno mai avuto una grande simpatia, ci si chiede ma allora perché e che fare di questo referendum.

Tornare indietro, ecco quello che i promotori del referendum vorrebbero fare.

Lo stesso Farage che sta smentendo tutte le promesse fatte, Camerum, che ha capito di aver fatto una cavolata tentando col referendum di risolvere i problemi suoi interni.  Per tornate indietro la strada c’è. Il referendum era soltanto consultivo, e deve essere ratificato dal Parlamento inglese, e solo allora potrà essere presentato a Bruxelles. E’ possibile che il Parlamento inglese, di fronte alle proteste e alla possibile disgregazione del paese, potrebbe benissimo fare marcia indietro.

In sostanza, un solo paese ha votato per l’uscita dall’Europa e adesso pare pentito e sta cercando di evitare che accada ciò per cui ha votato.

Intanto cosa farà l’Europa a 27? Credo che stia perdendo la pazienza e alcuni capi di stato, vorrebbero accelerare la partenza, anche qui Merkel permettendo (purtroppo). Comunque ha già cacciato via un commissario europeo e nei prossimi giorni verranno dichiarati decaduti i parlamentari inglesi nel parlamento europeo, fra cui lo stesso Farage, che così resterà senza stipendio europeo. Poi toccherà agli oltre 1500 funzionari inglesi che lavorano nella Ue a Bruxelles.

I nostri grillini, di conseguenza, rimangono orfani. Avevano fatto gruppo con i razzisti di Farage, non hanno più un gruppo al parlamento europeo, e si aggirano fra quelle poltrone come cani sciolti, e quindi del tutto inutili.

Come sempre nel nostro paese, alcuni giornaletti, che fiancheggiano i 5 stelle o la lega, sostengono che in tutta Europa c’e voglia di “uscire”. Cosa cui non pensa neppure più il comico genovese e che il recente voto spagnolo conferma.

Si dirà, comunque l’Europa è un gran caos, ed è sotto lo strapotere della Germania. E’ vero. Nessuno la nega, ma occorre anche sottolineare che chi dice queste cose non è riuscito (o non ha voluto per timore di perdere il favore popolare) di fare le riforme che la Germania ha fatto più di dieci anni fa.

L’Italia ha appena cominciato e va avanti con una enorme fatica, a causa dei continui sussulti di tutte le opposizioni possibili, e la Francia pare stia esplodendo pur di non farle.

Il mio timore comunque è che la Gran Bretagna cerchi di tirare più in lungo possibile questo stato di incertezza. Sta dicendo, infatti, tramite i suoi portavoce, che uscirà dalla UE solo quando sarà pronta. Che significa?  E’ Chiaro. Vorrà contrattare tutte le migliori condizioni, e tutti gli eventuali favori che l’inter-commercio ora offre. Succederà, se glielo lasciano fare, che col protrarsi per mesi se non anni dello stato di incertezza, i finanzieri metteranno in atto speculazioni e scommesse tali che gli spread dei paesi come l’Italia, la Spagna e la Grecia saliranno alle stelle a beneficio tedesco e degli speculatori.

E se sarà così facile e così comodo, oltre che così conveniente uscire dall’Europa, molti paesi in ebollizione dalla Danimarca all’Austria, dall’Olanda al Belgio, vorranno uscire e sarà veramente la fine dell’Ue.

Non invidio il lavoro che dovrà fare Renzi in queste settimane. Dovrà avere l’appoggio di tutto il paese, cosa che invece non c’è. E dovrà combattere contro forze che tirano in senso opposto, che hanno interessi economici in Inghilterra molto più forti dei nostri.

Alle fine ci sarà un’Europa non più a 28 paesi, ma a 27 e mezzo? Chi lo sa è bravo.