LA SAGGIA GALLINA BRUNA

LA SAGGIA GALLINA BRUNA

Quel pomeriggio c’era un caldo da morire e così, dopo aver fatto alcune volte il giro del cortile, la gallina e sua sorella entrarono nel pollaio in cerca di un po’ d’ombra. Fosse stato affollato, probabilmente non si sarebbero detto molto, ma in quel momento non c’era nessuno, e così poterono confidarsi come facevano da piccole. «Non so se sia una cosa normale» disse la sorella. «Ma  certe volte … oh, che rimanga tra noi due, okay?»

La gallina fece di sì con la testa.

«A volte, quando sono con il gallo, mi chiedo come sarebbe se lui, come dire … non fosse un gallo».

«Cioè se fosse un’anatra o un papero, per esempio?»

Era un’idea assurda, e la gallina dovette mordersi l’interno del becco per rimanere seria «O magari un tacchino?». A quel punto. La gallina perse il controllo e si scompisciò fino alle lacrime. «Scusa» disse poi. «Scusa. Continua.».

«Lascia stare» rispose la sorella. «Non era importante.»

«Dai, non fare così» la rimbrottò la gallina. «Su. Non fosse una gallo, ma fosse che cosa?»

La sorella fece un profondo respiro e lasciò uscire lentamente. «Be’, se, per esempio, fosse più … come me?»

«Bruna?» disse la gallina, e nel silenzio che seguì la sua domanda, capì cosa intendeva la sorella. «Non mi starai  …»

«E’ solo un pensiero» disse la sorella.

«Solo un pensiero?»

«Una cosa che mi è passata per la testa un paio di volte».

«Un paio di volte?» La gallina faceva sempre così, quando le davano una notizia scioccante o spiacevole. Se, per esempio, la informavano di un’epidemia di pidocchi, lei guardava il suo interlocutore e diceva: «Un’epidemia di pidocchi?», come se trasformare l’affermazione in una domanda potesse mandare il problema in confusione e costringerlo a rientrare.

«Era meglio se non te lo dicevo» ribatté la sorella.

«Era meglio se non me lo dicevi?»

Mentre parlavano, entrò la moglie del contadino. Era una domma grassa ma agile, e prima che le due galline facessero in tempo a scappare, le afferrò entrambe per le zampe e le sollevò a testa in giù, una per mano. La gallina non aveva mai visto il mondo da quella prospettiva, e non era sicura che le piacesse: una porta aperta a un metro da terra. Alberi assurdamente appesi a un cielo verde brillante. La sua vista cominciò ad appannarsi, e proprio mentre pensava che sarebbe svenuta, la moglie del contadino la lasciò andare, e la gallina cadde di testa sulla paglia. Alla sorella, nel frattempo, con un colpo secco fu tirato il collo.

«Almeno è stato rapido» commentò poi la pollastrella grigia, e la gallina convenne con lei che sarebbe potuta andare peggio.

«Ti è andata bene che la donna ha scelto tua sorella e non te» proseguì la pollastrella. La gallina si disse d’accordo, ma in cuor suo sapeva che la fortuna non c’entrava niente. Sua sorella era stata uccisa perché se lo meritava. Non c’era altra spiegazione. Le creature per bene vivevano fino a quando non giungeva la loro ora, dopodiché venivano accolte in una specie di paradiso dove le ricoprivano di gioielli ed erano servite da camerieri con vassoi carichi di becchime.

Le creature amorali e perverse, invece, morivano di morte prematura e venivano spedite in un paradiso al contrario dov’erano loro a fare da cameriere, e anziché di gioielli venivano ricoperte di carboni ardenti. Ora sua sorella si trovava lì, e tutto perché aveva coltivato pensieri contro natura, che in alcune circostanze era grave tanto quanto il compiere atti contro natura.  «Mi dispiace che sia andata così» disse la gallina alla pollastrella,  «ma quantomeno ho imparato una lezione.»

All’alba del giorno dopo, il gallo cominciò a fare i suoi giri. Era un personaggio sgradevole, uno la cui compagnia veniva sopportata anziché desiderata, ma non accettarlo,  oppure farlo con delle riserve, capiva ora la gallina, equivaleva ad un biglietto di prima classe per l’inferno. Le si avvicinò, e non appena si fu posizionato, la gallina si voltò verso di lui. «Voglio che tu sappia» gli sussurrò «che io ti amo davvero».

«E ‘sti cazzi» rispose lui.

«No» proseguì lei, «dico sul serio. Le altre magari ti  tollerano e basta, ma a me il tempo che passiamo insieme piace davvero, e non ti scambierei con nessun altro»

Lui le spiegò che o diceva porcate, oppure chiudeva il becco, ma lei continuò a parlare, e allora il gallo, con uno scatto in avanti del becco, le cavò l’occhio sinistro.

«E’ stato un incidente» disse la gallina alle altre. «E’ uno che in certe situazioni va su di giri, e … sì, insomma, sono cose che capitano». Dentro, però, era devastata. Se il gallo le avesse scheggiato il becco, allora okay, nessun rancore, ma gli occhi erano il suo punto di forza, e adesso gliene era rimasto soltanto uno. L’altro era ridotto a un forellino umido, con il bordo incrostato di sangue e di muco.

«Polifema» cominciarono a chiamarla le amiche, dicendo cose come: «Ehi, Polifema, quel gallo è meglio se lo tieni d’occhio!». L’unica che non la prendeva in giro era una faraona sottopeso, che la gallina aveva già visto, ma con la quale non aveva mai parlato. «Secondo me non ti sta nemmeno così male» le disse un giorno. «Voglio dire, in fin dei conti è una cosa che ti rende particolare, no?»

La gallina non ci aveva mai pensato in quei termini,  e le sembrò che la faraona non avesse tutti i torti. Non avere un occhio non era certo un motivo di vanto, ma, se per questo, nemmeno qualcosa di cui vergognarsi.

«Tutti quanti abbiamo le nostre particolarità» suggerì la faraona. «Alcune si vedono, altre sono dentro di noi, dove nessuno può vederle. Io, per esempio, sono attentissima agli altri, da sempre, dev’essere una cosa innata. Quando vedo qualcuno che soffre, sto malissimo, chiunque sia. Questo verme, per esempio, che era stato morso da un millepiedi: mi sono fatta mezza notte in bianco per dargli conforto, finché poi non è morto».

«Ma era solo un verme» le disse la gallina. «Perché non te lo sei mangiato?»

«Sono vegetariana» spiego la faraona. «Mi basta e mi avanza il becchime, anche se comunque non ne mangio mai più di qualche chicco al giorno. Con tutti gli uccellini che fanno i salti mortali per dar da mangiare alle loro famiglie, non mi sembrerebbe giusto prendere più del necessario.»

«Ma gli uccellini sono feccia» commentò la gallina. La faraona si mise a ridere, poi disse: «Be’, allora non sarebbe male se nella vita di noi tutti ci fosse un pochino più di feccia.» Si voltò ad ammirare un’allodola che si era posata a cantare su un ramo di un albero e la gallina rimase colpita dalla sua magrezza. Le sembrò che facesse il palo con una sorta di calma interiore. «Ciao, piccola allodola» disse la faraona. «Come va la tua giornata?»

«Chettimporta, chettimporta, chettimporta?» canticchiò l’allodola, e proprio mentre la faraona le rivolgeva il suo dolce, serafico sorriso, un falco si precipitò in picchiata e la ghermì con i suoi artigli. Fu un movimento fluido, non privo di una sua bellezza.  Nessun battito d’ali, soltanto un fluido riscivolare verso il cielo e oltre le cime di alberi lontani.

L’allodola si sganasciò dalle risate, ma la gallina sfruttò l’episodio per riflettere ed imparare qualcosa. Il falco avrebbe potuto tranquillamente prendere lei. Eppure non l’aveva fatto. La domanda era: perché? Una creatura meno spirituale di lei si sarebbe potuta dare una spiegazione pragmatica: la faraona era più piccola e facile da trasportare. Ma la risposta non era quella, e la gallina lo sapeva.  La faraona era stata uccisa perché era troppo comprensiva, e pure un tantino strana. “Tutti quanti siamo diversi” “Anche le allodole sono importanti” . Avrebbe fatto meglio a mangiare di più e blaterare di meno: la morale della favola era quella, e la gallina intendeva seguirla alla lettera.  A partire da quel momento avrebbe consumato due volte tanto, e si sarebbe vergognata il doppio di quell’occhio che le mancava. Non solo avrebbe anche amato il gallo con tutta se stessa, e sparlato a più non posso degli uccellini, che erano soltanto un branco di burini disonesti.

A un mese dalla morte della faraona, la gallina era diventata così grassa che le cosce si sfregavano, le si erano spellate. Le zampe le dolevano in continuazione, e il gallo, stanco di quelle che definiva le sue “vaccate mielose da piccioncina in amore” , le aveva spiumato il collo quasi interamente. Qualcosa le si insediò nella cavità un tempo occupata dall’occhio sinistro, ma lei si rifiutò di badarvi. I pochi pensieri che si permetteva di avere erano tutti riservati alle grandi questioni:  la morte, soprattutto, e ciò che da essa si poteva imparare. Una notte, una volpe si introdusse nel pollaio e si portò via la pollastrella grigia: quest’ultima continuò a strillare che era troppo bella per morire, perfino mentre la volpe le squarciava la gola coi denti.  “Ah, la vanità” pensò la gallina, e giurò a se stessa che avrebbe smesso di farsi bella  e di guardarsi riflessa nei canali. Quando un’oca buona e socievole fu colpita da un fulmine, la gallina smise per sempre di parlare, con grande gioia del gallo.

Gli altri le davano della depressa, e lei trascorreva sempre più tempo per conto suo. Una mattina era da sola nel pollaio quando vide un serpente strisciare  verso un nido e inghiottire un uovo tutto intero. Non era suo, eppure la gallina non poté fare ameno  di domandarsi che cosa avesse fatto quel pulcino mai nato per meritarsi una punizione così atroce. Ancora non aveva cominciato a esistere, per  cui era da escludere  che potesse aver avuto pensieri contro natura, o peccato di vanità. Vivendo da solo dentro il suo guscio, difficilmente lo si sarebbe potuto accusare di essere eccessivamente aperto, o di mangiare meno di quel che gli spettava. La colpa dell’uovo, per quel che le era dato di capire, era di essere bruno e rotondetto. “Proprio come me” pensò la gallina, e in quel preciso istante la moglie del contadino spuntò alle sue spalle e l’acchiappò per il collo.

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