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“I PRANZI PER I POVERI”


“I PRANZI PER I POVERI”

Nel giorno di Natale una delle cose che vengono fatte comunemente sono “I pranzi per i poveri”.

Si direbbe una moda.

Si prodigano i Comuni, le Caritas diocesane, le parrocchie, altri Enti, per dare un buon pasto ai “poveri”, il giorno di Natale.

Un giorno all’anno.

Sicuramente è cosa apprezzabile, tuttavia, non c’è solo la festa del Natale. Le persone povere hanno bisogno di qualcosa per loro, quotidianamente e non una volta tanto.

Quel qualcosa lo possiamo riassumere in tre parole indispensabili e complementari: accoglienza, ascolto, accompagnamento.

Sono tre parole che richiedono di essere capaci di stare coi poveri, non tanto per fare loro del bene, ma per camminare insieme a loro.

Se esiste il povero, quel povero in cui ci si imbatte camminando per la strada, vuol dire che c’è qualcosa che non va nel modo in cui sono distribuite le ricchezze sulla terra.

Che merito c’è nel vivere in maniera agiata e che demerito c’è nel vivere miseramente?

E perché c’è qualcuno circondato da tanta gente e c’è tanta gente in assoluta solitudine?

Una solitudine così grande da morire di freddo d’inverno?

L’antidoto alla solitudine è la vicinanza, perché costringe alla relazione, con la vicinanza nessuno è più solo e la vicinanza sconfigge l’indifferenza.

Quando si sceglie di guardare il povero negli occhi, il suo sguardo entra nel cuore e se solo si prova ad accogliere, ascoltare, accompagnare, si sente il suo cuore colmo di tristezza, solitudine, esclusione.

Quando si fa finta di non vederlo, si sceglie di calpestare la sua dignità, di perseguitarlo in nome di una falsa giustizia, di opprimerlo con politiche indegne.

Comunque la mettiamo, non guardiamo più negli occhi nessuno, ma ci arroghiamo il diritto di indicare l’altro come diverso e quindi inferiore e di intimorirlo con la violenza.

Ecco che allora il povero può urlare forte, ma le nostre orecchie e il nostro cuore non lo sentiranno, anzi avvertiranno solo il fastidio di quella presenza indecente, perché il povero è scomodo, sconvolge la nostra vita, le nostre abitudini, le nostre priorità.

Ci piace molto parlare astrattamente di povertà, perché sembra che non abbia corpo, ma ci piace meno parlare di poveri come persone fisiche.

La civiltà moderna, è quella in cui camminiamo a testa in giù, perché ci vergogniamo o stiamo chattando, o a testa in su perché siamo altezzosi o stiamo sognando.

Se agiamo concretamente e con sincerità e professionalità la relazione, scopriamo che quel povero che abbiamo di fronte, ha sentimenti e passioni molto simili alle nostre, ha desideri e speranze come le nostre.

Non ci si aspetti gratitudine, perché la ricompensa è già nel fatto che si ha la possibilità di rendersi utile a qualcuno.

Ecco un poeta che aveva capito:

Er Presepio (Trilussa)

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.

 

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