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UCCIDERE PER EMOZIONARSI

UCCIDERE PER EMOZIONARSI

Nel giugno del 2000 tre ragazze di Chiavenna uccisero, con 19 coltellate, una suora Maria Laura Mainetti di 61 anni. C’era Ambra, considerata un po’ la regista dell’operazione, e le sue amiche Veronica e Michela. Tutte e tre minorenni. Delle tre amiche Veronica fu scarcerata nel 2004, dopo aver scontato la metà della pena, poi Milena scarcerata nel 2006 fu accolta nella comunità di Don Mazzi e infine Ambra nel 2008, in semilibertà, la notte doveva rientrare in carcere. Tutte e tre furono ritenute parzialmente incapaci di intendere e di volere.

Ma il motivo? Quando i carabinieri cominciarono ad indagare sull’omicidio della religiosa, si trovarono di fronte a buio pesto. Buio sul movente che pare non ci fosse, non potendosi chiamare “movente” il bisogno delle tre ragazze di emozionarsi, e buio nei loro cuori e nelle loro facce atoniche, se è vero che chi ha assistito al loro interrogatorio è rimasto sconvolto dalla loro totale indifferenza, tranquillità e serenità con cui le ragazze hanno risposto alle domande del procuratore, come se nulla fosse accaduto o nulla per davvero le riguardasse. Forse per divertimento hanno tirato in ballo anche Satana.

Ma chi sono questi ragazzi o queste ragazze che uccidono per gioco, per provare emozione? Com’è fatto il mondo per loro? Non il mondo in genere, ma il mondo di questi adolescenti che pure frequentano la scuola?

Com’è il loro apparato cognitivo?

Alcuni studiosi, tra cui cito Marco Lodoli, insegnante che scrisse un articolo su Repubblica, nel 2002, intitolato “Il silenzio del miei studenti”, hanno cercato di descrivere il loro apparato cognitivo in questi termini.

“A me sembra che sia in corso un genocidio di cui pochi si stanno rendendo conto. A essere massacrate sono le intelligenze degli adolescenti, il bene più prezioso di una società che vuole distendersi verso il futuro. La mia non è una sparata moralistica di chi rimpiange i bei tempi in cui i ragazzi leggevano tanti libri e facevano tanta politica. Sto notando qualcosa di molto più grave e cioè che gli adolescenti non capiscono più niente. I processi intellettivi più semplici, un’elementare operazione matematica, la comprensione di una favoletta, ma anche il resoconto di un pomeriggio passato con gli amici o della trama di un film sono diventati compiti sovrumani, di fronte ai quali gli adolescenti rimangono a bocca aperta, in silenzio”.

È una diagnosi molto severa, resta solo da aggiungere che carenti non sono solo i nessi cognitivi, verbalizzati con un linguaggio che più povero non si può immaginare, ma anche quelli emotivi, per cui viene da chiedersi se questi ragazzi dispongono ancora di una psiche capace di elaborare i conflitti e, grazie a questa elaborazione, in grado di trattenersi da gesto.

Se non si è capaci di elaborare questi conflitti, succedono poi cose brutte e incomprensibili, come le sparatorie negli stadi e l’incapacità di controllare la propria collera, oppure l’odio incontrollato verso un avversario, fino a portare alla violenza. O, come è successo alle tre ragazze di Chiavenna che hanno ucciso per provare un’emozione, così, gioco forza,  sono state dichiarate incapaci di intendere e volere.

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