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DICIAMOCELO

DICIAMOCELO

Pensare che Pisapia e il Mdp rappresentino oggi il “nuovo” della politica italiana è come credere che il Colosseo sia stato inaugurato la settimana scorsa.

Infatti, i diversi protagonisti che recentemente si sono fatti attorno all’ex Sindaco milanese, soprattutto, per ragioni di mera sopravvivenza esistenziale, sono tutti reduci di precedenti ed annose esperienze politiche oggettivamente non esaltanti. Sono quelli, per intenderci, dei perenni distinguo, delle litigi tanto al chilo e delle vecchie e stantie ricette che non solo non hanno funzionato nel passato, ma male si addicono oggi, sia al nostro tempo che al nostro prossimo futuro.

La verità vera, è che nel panorama politico italiano degli ultimi 40 anni, piaccia o meno ai suoi critici, l’unica reale novità, dopo la ultraventennale e fallimentare esperienza berlusconiana, l’ha rappresentata e la rappresenta Matteo Renzi.

Quel personaggio politico, cioè, che, seppure in condizioni tutt’altro che ottimali, ha avuto l’idea, la tenacia ed il coraggio di far saltare i vecchi e rituali schemi, rinnovare il contorto e criptato linguaggio della politica, defenestrarne le vecchie cariatidi, mettere le mani sulle diverse e complicate cause che hanno ingessato per tre quarti di secolo il nostro Paese e tentato di avviarne il complessivo ammodernamento.

Questo è un dato reale ed è anche conseguenza, del largo ed ostile fronte che gli si frappone.

Tutti sappiamo che i problemi del nostro Paese vengono da lontano. Sono problemi complessi e che taluni sono addirittura figli del nostro stesso modo d’essere e della nostra “cultura”.

Tutti sappiamo, inoltre, che a questi, nel triennio renziano non sempre è stata data la risposta giusta.

E’ indubbio, però, che molto si è fatto e che i risultati, per quanto lentamente, forse troppo lentamente, lo stanno a dimostrare.

Naturalmente, tali risultati li disconosco strumentalmente i suoi avversari interni ed esterni e, spesso, ne colgono il valore a fatica gli stessi beneficiati.

E ciò, sia per la diffusa pochezza culturale, sia perché non sono pochi quelli che pretenderebbero inesistenti capacità taumaturgiche ai processi politici che, invece, come sappiamo,necessitano di tempi lunghi per essere “toccati con mano”.

Non li riconoscono, altresì, anzi li ostacolano, e spesso con mezzi tutt’altro che leciti, anche i rappresentanti di quei poteri che hanno forti interessi a contrastarli.

Ciò nonostante, è il caso di sottolineare che quei risultati sono una realtà e quantunque li si vogliano ignorare, svilire e/o rallentare, difficilmente se ne potrà negare a lungo la concretezza.

Di fronte a questo complesso ed articolato quadro della situazione socio-politica italiana, assistiamo alla lacerazione ed alla ripetuta divisione di quelle stesse forze politiche che dovrebbero sostenere a spada tratta il rinnovamento; al conseguente disorientamento del corpo elettorale e, soprattutto, cosa pericolosissima quest’ultima, alla scelta di una fascia significativa di cittadini di affidarsi alle cure di improvvisati ciarlatani che, quantunque messi alla prova in talune grande realtà cittadine, Roma e Torino ne sono due evidenti e clamorosi esempi, hanno manifestato clamorosamente la loro incapacità ed insufficienza.

Quanto sopra per dire che la svolta per il nostro Paese, non è dietro l’angolo. Occorrerà ancora stringere i denti per realizzarla. Potremmo ritrovarci a fronteggiare nuove emergenze e forse anche delle sorprese negli immediati tempi che verranno e che per questo dovremmo seguire la rotta, senza farci ammaliare da vecchie sirene.

Anche in previsione delle prossime elezioni politiche, la scelta dei nuovi partner del PD, dovrà essere fatta con estrema cura, tenendo conto non solo dei numeri, ma anche della propria vocazione fondatrice, nonché della necessità di accompagnarsi a simili, ma senza immaginare automaticamente ritorni a quel passato di cui buona parte dei ricordi non solo non è piacevole, ma sarebbe assolutamente il caso di dimenticare.

Renzi e la sua squadra, la dirigenza del PD e lo stesso suo ampio elettorato, non hanno affatto bisogno di nuove frizioni interne, di lacerazioni e costanti polemiche, degli stessi scenari ai quali recentemente hanno assistito e, soprattutto, non avrebbero la pazienza di sopportarle ulteriormente.

Buon lavoro.

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

Prima di tutto D’Alema vuole una legge elettorale proporzionale. L’unico motivo: contare qualcosa.

Il Pd punta alla soglia del 40% alla Camera per avere i numeri per governare da solo, e comunque si propone di essere la prima forza politica del paese e di esprimere la guida del governo. E, come sappiamo, aspira ad una legge elettorale maggioritaria, che garantisca una governabilità stabile.

La proposta di Mdp, invece, per quel che si comprende dal ragionamento di Massimo D’Alema, che comunque è di gran lunga il migliore di quella compagnia e quindi destinato a influenzarne la linea politica anche senza ruoli formali, consiste nel presentarsi all’appuntamento elettorale come forza di condizionamento del Partito democratico dopo le elezioni

In sostanza, D’Alema ci dice che, dopo le elezioni, il Pd dovrà scegliere se allearsi con il centro moderato o con loro. Ci spiega che il Pd,  se non raggiunge il 40 per cento per governare da solo, dovrà scegliere: se si allea alla propria destra, e allora per Mdp si apre una prateria di possibilità di rendere ingovernabile il paese o comunque di farlo traballare ad ogni momento, in modo da renderlo inconcludente, inefficiente, con grosso danno a tutto il paese. E lo farebbe sicuramente, considerato i personaggi.

Se si allea propria sinistra, Mdp dispone di una competenza di governo ben diverso dai vari Bertinotti, Turigliatto e Vendola, che consentirà a un nuovo centro-sinistra di non frantumarsi come in passato per gli ideologismi e i velleitarismi della sinistra radicale. Il ragionamento, va detto, ha un suo fondamento, e anche un suo fascino, che spiega perché parecchi quadri politici di tradizione Ds si stiano orientando in quella direzione.

Tutto questo però è un paradosso. La prospettiva di una alleanza post-elettorale con il Pd che sia maggioranza in Parlamento esiste solo a condizione che alle elezioni il Pd risulti ampiamente il primo partito.

Ma Partito democratico potrà essere il primo partito, sopra i cinquestelle, solo se la rinnovata leadership di Renzi sarà in grado di mobilitare un campo ampio di forze sociali e politiche di centrosinistra, sollecitando un voto utile per governare l’Italia, per sconfiggere destre e populismi.

E chi pensa che in questo concreto scenario, dopo le elezioni, sia preferibile un’alleanza del Pd con le forze alla sua sinistra, oggi deve stare ben attento a non scavare solchi non recuperabili, a cominciare dal giudizio sul congresso del Partito democratico e sul gruppo dirigente che ne scaturirà.

Tuttavia se c’è una sola possibilità che la sinistra italiana vada al governo del paese nella prossima legislatura,  questa possibilità passa solo attraverso il successo del Partito democratico.

ALGUNAS FAVAS

fave-sbucciateALGUNAS FAVAS

Ma precisamente cosa intendono, oggi, nel 2017, quelli che dicono “il nostro popolo”? Il nostro popolo non capirebbe, stiamo perdendo il consenso del nostro popolo, il nostro popolo ci sta lasciando, il nostro popolo sta andando con Pippo o Pluto, eccetera eccetera?

Lo chiedo senza alcuna intenzione polemica, sia chiaro, ma da semplice cittadina che non è antropologa.

A quali “popoli” fanno riferimento?

Ai popoli novecenteschi?

Gli operai della Magneti Marelli, gli arrostitori di salsiccia alle Feste de l’Unità, il popolo proletario, il popolo della classe operaia?

Così, per capire.

Quei popoli lì non ci sono più.

Fine trasmissione.

Tuttavia, ammesso che ce ne fosse qualche rimasuglio, alla lunga sarebbe sempre più minoritario.

Quindi, se si hanno tra i 40 e i 50 anni e dei figli piccoli a cui dover rendere conto, non si può pensare a “quel” popolo.

A meno che la sinistra non voglia vincere algunas favas, come canterebbero gli Inti Illimani.

PER IL BENE DI TUTTI

PER IL BENE DI TUTTI

bernie-sanders-hillary-clinton-755295Il partito democratico americano ha dato, ieri, una lezione di unità e lungimiranza a tutta la “sinistra” mondiale, compresa quella italiana.

Lo ha fatto attraverso Bernie Sanders, candidato uscito sconfitto dalle primarie democratiche.

Di fronte al pericolo gravissimo, per l’America e non solo, di una vittoria del candidato conservatore Donald Tramp, uomo di destra privo di scrupoli che ama dialogare con il ventre molle del paese, attingendo al peggio della retorica nazional populista, Sander ha risposto con serietà e lealtà, appoggiando la prima donna della storia candidata alla Casa Bianca, la vincitrice dalle primarie, Hillary Clinton.

Non so voi, ma io questa la chiamo assunzione piena di responsabilità, rigore morale, serietà.

Soprattutto quando ciò significa non seguire verso una deriva estrema e conflittuale il proprio elettorato, anche a costo di perdere consenso personale.

Imparino la lezione i nostri “nanetti politici”, i nostri narcisi alla Cuperlo o Bersani, che non sanno perdere le perimarie, ma sono alla continua ricerca di visibilità e gloria, vecchi rancorosi corrosi dalla paura di perdere il posto.

La imparino coloro che, per idiozia e cecità, continuando a dividere la sinistra italiana in mille inutili rivoli, alla Fassina o alla Cofferati, consegneranno questo paese al post fascismo grillino, all’ignoranza volgare della lega, alla destra estrema, capace di cavalcare la paura ed il senso di insicurezza della gente che sta esplodendo in questi giorni drammatici.

Forse a qualche anima bella non ha ben chiaro i rischi che l’Europa sta attraversando, i rigurgiti razzisti, xenofobi, la fascinazione della destra estrema.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo un movimento di sinistra e non, come in realtà è, una forza reazionaria, eversiva e di destra.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo di sinistra, pur di danneggiare il PD e soprattutto Renzi, il loro segretario o ex segretario.

La imparino i teorici del buonismo, per i quali mentre la destra in tutte le sue forme avanza riempendoci di sterco, noi dovremmo “lasciarli lavorare”.

Mentre mentono ed infangano, noi dovremmo offrire loro “l’altra guancia”, lasciandoli indisturbati a distruggere la cosa pubblica locale, magari in attesa di consegnare loro il governo del paese.

Impariamo la lezione di Sanders, e del Partito Democratico americano, il superamento di settarismi, particolarismi, egoismi, l’unico possibile antidoto contro l’avanzare delle destre, l’unità politica.

Imparino, per il bene di tutti.

LA SINISTRA ITALIANA

LA SINISTRA ITALIANA

Non èstefano-fassina-giavazzi-alesina solo Renzi il problema della sinistra italiana.

Leggiamo, per esempio, “La Repubblica”, all’indomani del voto amministrativo. Ezio Mauro tira la giacca a Renzi affinché prenda in considerazione il passato della sinistra e non rappresenti soltanto metà partito.
I grillini sparano a zero su Renzi, ma non chiederanno le dimissioni del governo. (Chissà perché?)
Bersani, (gestore del PD nelle sezioni di partito), chiede a Renzi di cambiare tutto e mettersi da parte.
Verdini e Ala vogliono apparentarsi in un abbraccio mortale con Renzi.
Scalfari pretende che Renzi faccia la voce grossa con la Merkel per un’Europa simil – Draghi.
Salvini non chiede niente, lo vuole solo “morto”. 

Tutto vero! Analisi precisa, ma manca un dettaglio. Ma Ezio Mauro e il suo giornale che ruolo hanno in questa situazione? Hanno solo informato o hanno sottolineato, ampliato, ribadito e sostenuto le voci che da 2 anni e mezzo si oppongono, con qualsiasi pretesto, all’opera di “cambiare un Paese bloccato da cautele democristiane per troppi anni, e ancor più irrigidito dalla ruggine di una crisi economico-finanziaria senza fine”?

imagesSi leggano i commenti sotto gli articoli, vi si trova solo l’odio profondo verso Renzi. Si guardino le puntate di Ballarò e si scorra l’elenco infinito dei cori e delle litanie del “blocco”, ci si rende conto della mancanza assoluta di concretezza, ci si crogiola nella critica, nel rancore e tutto finisce lì.

Dove sono le politiche alternative reali che si possono sostituire a quelle del governo del PD di Renzi? Esistono veramente riforme strutturali che non scontentano nessuno che fanno tutti felici?

Se il ceto intellettuale della “sinistra storica” italiana pensa che il problema sia essere stata “fregato” da un quarantenne pop, credo sia messa proprio male.

Federico-MartelloniAnalizzando i dati dei risultati delle elezioni amministrative delle principali città italiane si vede come l’area a sinistra del Pd rischi l’irrilevanza. A Roma Stefano Fassina si è fermato al 4,47%, una percentuale al di sotto delle aspettative della vigilia. A Torino Giorgio Airaudo, che puntava ad una percentuale a due cifre, ha fatto anche peggio fermandosi al 3,7%. Un po’ meglio è andata a Bologna con Federico Martelloni, che nonostante l’endorsement del leader di Podemos Pablo Iglesias, ha chiuso al quinto posto raccogliendo il 7% dei voti. Potremmo fare altri esempi, ma questi 3 bastano per dimostrare l’inesistenza di uno spazio autonomo a sinistra del Pd.

Cofferati-2-1024x1024Ora Sinistra italiana, e quella ancora più a sinistra, dovrebbe riflettere e resettare la tattica impostata. Le percentuali dimostrano che l’operazione sta fallendo, anche quella non detta: fare più danni possibili a Renzi, al suo partito, al suo governo.

Al di là dei numeri, la sensazione è che manchi un vero e proprio progetto politico, che vada oltre l’avversione al presidente del Consiglio.

La posizione assunta è inspiegabile anche per i loro elettori di riferimento. Come si fa a governare insieme nelle regioni Lazio, Piemonte ed Emilia Romagna e non allearsi nei capoluoghi di regione? Come si fa a spiegare, in special modo a Torino e Bologna, che l’amministrazione precedente è stata un disastro, quando si è amministrato insieme per anni? I cittadini hanno capito che questa scissione non era legata a motivi programmatici e al bene delle città, ma a pura ripicca politica.

Il tempo per resettare c’è, ma è anche agli sgoccioli. Sinistra italiana ora deve decidere cosa farà da grande e deve farlo in fretta.

[Citazione: “Segavano i rami sui quali erano seduti e si scambiavano a gran voce la loro esperienza di come segare più in fretta, e precipitarono con uno schianto, e quelli che li videro scossero la testa segando e continuarono a segare.” B.Brecht]

STORIA SEMISERIA DI CHI NON CI HA FATTO SOGNARE

STORIA SEMISERIA DI CHI NON CI HA FATTO SOGNARE

Una squadra di potenziali leader. L’uscita dal gruppo Pd di Civati fa pensare a tutti quei politici, ora marginali e impotenti, di fronte a chi li ha sconfitti, ma che hanno avuto un momento di gloria in cui sembravano “l’alternativa”. Quasi sempre sono rimasti vittime di se stessi. Da Civati al maestro Fausto Bertinotti, storia semiseria del velleitarismo della sinistra più chic che radical.

Pippo Civati esce dal gruppo parlamentare del Pd. Lo sappiamo, il tipo è impulsivo: solo per questo passo ci ha messo due anni. Belloccio, brillante, pieno di buone intenzioni e anche con un certo rigore. Sembrava lui il fenomeno quando alla prima Leopolda, affiancava Renzi. Un talento, uno su cui puntare. Destinato a un’aristocratica irrilevanza per un cumulo di decisioni sbagliate, di piccole grandi paure, di sopravvalutazione mediatica e politica del suo peso. Da parte di tutti.

Vedendo Civati, vengono in mente i tanti leader minimi della sinistra italiana che hanno fatto sognare il popolo progressista. Per quei quindici minuti che hanno permesso a qualcuno di votarli, di esaltarsi in una manifestazione organizzata, di volantinare per le consultazioni politiche che li avrebbero incoronati, per mordersi poi il fegato quando sono stati fregati dai babbioni della vecchia politica. Una squadra di calcio del “vorrei ma non posso” o “potrei ma non voglio”. Vittime soprattutto di se stessi, ma anche di chi non ha esitato a passeggiare sulle loro ambizioni.

Fabrizio_Barca_21. Fabrizio Barca. Uno di quegli abbagli che solo la sinistra borghese, quella che lo è mentre sfrutta i propri operai peggio di un Ceo delle corporation americane, sa prendere. Privo di un vero carisma, con lo sguardo sempre perso verso un orizzonte in cui finisce la prosa del suoi programmi-rivoluzioni di carta, più simile alle interviste impossibili del “Mai dire gol” di un tempo che ai comizi dei leader veri. Lo hanno spedito a monitorare i circoli di un Pd devastato dalla morte della politica e da Mafia Capitale. Elegantemente velleitario, è crollato prima di diventare una speranza.

3965news2. Nichi Vendola. Gabriele Oriali ha vissuto una  vita da mediano. Nichi da mediatico: sempre in sella, sempre da perdente di successo. Solo in Italia uno che inanella sconfitte persino in casa  – nella Rifondazione Comunista che affondava pensarono bene di allearsi le minoranze più disparate per preferirgli Paolo Ferrero – riuscendo solo a sconfiggere, nella sua Regione, uno più perdente di lui, Fitto che temeva Divella e Boccia, può mantenere una fama come la sua. La cosa  migliore che ha fatto per l’Italia è stata la politica culturale pugliese e l’essere stato imitato da Checco Zalone. La peggiore quella di aver ucciso la sinistra, riassumendo in sé sogni di riscossa che non era pronto a cavalcare. Poeta, anche lui con una prosa che va ben oltre quella zeppola che ormai amiamo, molto empatico. Ma straordinariamente evanescente. Impossibile non amarlo, suicida votarlo per anni. Mister tre per cento è il maestro della sintesi politica estrema, opposta alla sua prolissità verbale: a ogni elezione si diluisce e annette qualcos’altro. Arcobaleno, Tsipras, il Pd. Però poi magari rinnega Gennaro Migliore che affronta con realismo e coerenza questo viaggio, senza credere ancora in una sinistra che prende più voti nei quartieri ricchi che nelle periferie. Un giovane vecchio mai maturato. Un Peter Pan brizzolato e in guerra con le esse e le zeta. Da sempre schiavo della narrazione.

4538397764_daede906b83. Marco Furfaro. Ecco, lui di rimpianti non può averne tanti. Se non quello di essersene stato buono mentre gli camminavano sopra con gli scarponi da montagna. Under 35 che da anni fa politica con passione e vivacità, capace di prendersi una bella e qualificata vagonata di voti alle ultime Europee, dopo tanto tempo passato a far legna, si è visto sopravanzare da Barbara Spinelli. Figlia di Altiero, giornalista che nobilmente disse “mi candido con Sel, ma non andrò a Strasburgo”. Da figlia di cotanto padre, allora mancò di rispetto all’istituzione che il genitore contribuì a far nascere. Da eletta, pensò bene di operare un ridicolo voltafaccia con cui, alla fine, al Parlamento Europeo, andò. Fregando proprio il buon Furfaro, tra i pochi candidati spinti da un certo entusiasmo popolare. La lista Tsipras (Sel e soci) seppellì, con il suo siluramento, le sue residue velleità di rappresentare una minoranza davvero radicale. Dimostrandosi solo inquilina delle terrazze chic, di quelle che ha saputo raccontare Ettore Scola. Furfaro, non reagendo con rabbia e decisione, sotterrò la possibilità di crescere e sfruttare la disavventura a suo favore.

image4. Pippo Civati. Morettiano (nel senso di Nando non di Alessandra), nel suo “mi si nota di più se non vengo, o se vengo e rimango in disparte?”, è capace di stordirti con un post sul suo blog e di disperdere un patrimonio di consensi trovato tra congresso e primarie, in un abbandono, un tira e molla che neanche Booke e Ridge in Beatiful. Per spiegarti che è uscito dal gruppo, sente il bisogno di tirare in ballo la teoria delle stringhe e dei mondi paralleli, così da giustificare le sue acrobazie impercettibili.  Il tutto con la necessità di interpretazioni autentiche di filologi particolarmente preparati. Il ragazzo si impegna, è bravo, ma essere stato superato e doppiato da Renzi lo ha distrutto.

cofferati_05. Sergio Cofferati. Lui è un genio vero. Autolesionista con brio. Capace di diventare un simbolo della lotta all’art.18 dopo essere stato in un’estate degli inizi degli anni ’90 uno dei controfirmatari di tutti quei contratti atipici che hanno reso precarie almeno due generazioni. Dopo quel 23 marzo 2002, tutto sembrava possibile per l’eroico cronometrista della Pirelli, il paese è ai suoi piedi. Le donne progressiste lo trovano persino sexy. Lui, come molti prima e dopo di lui, si fa fregare da D’Alema e soci, facendosi spedire a Bologna a fare il sindaco. Diventerà una sorta di sceriffo e finirà, quest’anno, per perdere le primarie in Liguria e a protestare, gridando ai brogli, per poi uscire dal Pd.

Maurizio_Landini_16. Maurizio Landini. Sindacalista anche lui, abbastanza moderno da uscire dall’ossessione per i contratti a tempo indeterminato e i diritti acquisiti che hanno tutti i suoi colleghi. Uno che il precariato l’ha per lo meno studiato  e capito. Unico vero avversario di Renzi, capace di parlare in tv, con un’oratoria e una capacità di rivolgersi a pancia e cervello della gente, niente male. Il problema è che è convinto che la sua efficacia in talk televisivi logori, possa essere tradotta  in consenso elettorale. Pensa a “Coalizione sociale”. Un nome così brutto è destinato al fallimento, ce lo racconta già il crollo di Ingroia, che si intuì fin dal momento in cui si inventò “Rivoluzione Civile” . Già, perché i leader minimi – Landini è stato battezzato con un misero 2% saggiando nei sondaggi di fronte alla sola eventualità di una discesa in politica – hanno un grande talento: scegliere i nomi, ai loro movimenti, di rara bruttezza. Il suo momento più alto? Le felpe con su scritto FIOM: idea rubata a Lapo e contesa da Salvini. Tanta roba.

antonio_ingroia7. Antonio Ingroia. Magistrato. Politico. Esule in Centro America. No, scherziamo, ci si è mandato da solo a quel paese, in Guatemala, per poi non andarci dopo averci spiegato perché doveva andarci assolutamente. Sì, un po’ come la storia di Walter Veltroni in Africa. Ha ripiegato su Aosta e, dopo la decadenza, su Trapani, come commissario della Provincia su incarico di Crocetta. Allora, ricapitoliamo: ha combattuto la mafia. Fino a processi così temerari, come quello sulla Trattativa Stato-Mafia, da consigliarli un “buen retiro” in politica, dove Fatto Quotidiano e giustizialisti vip, lo aspettavano a braccia aperte. Ha combattuto per un’Italia migliore. Per qualche mese, fino a elezioni disastrose. Poi è diventato avvocato delle vittime della strage di Via dei Georgofili, parte civile in un processo in cui era già stato coinvolto come magistrato. Incarico per cui ha subito una revoca. Praticamente un Superman con la kryptonite sempre in tasca. Capace di sbagliare tutto senza neanche accorgersene.

Bertinotti8. Fausto Bertinotti. Forse il padre, se non il nonno, di tutti questi campioni. Di sicuro il capitano, il punto di riferimento, colui che ha saputo inventare la tipologia del “leader minimo”. Salottiero e raffinato, con il difetto di pronuncia necessario  e una tendenza alla supercazzola di classe, soprattutto in tv. Ha ucciso la sinistra, il centrosinistra, i postcomunisti, i no global e anche due, tre premier, se non statisti, troppo ottimisti sulla sua tenuta al governo. Un situazionista, un  artista, uno che è entrato nella Storia riuscendo a fare persino il presidernte della Camera dei Deputati. Sognava il comunismo, la rivoluzione delle masse, ma l’unico che ha giovato del sole dell’avvenire, è lui stesso. Ma almeno lui un bel po’ di voti, li ha presi. Lui leader vero non è mai diventato per scelta: capiva che era più divertente il ruolo del sabotatore brillante.

uid_143f874ac68.640.09. Renato Soru. Uno tsunami. E non perché sia travolgente, piuttosto per le sue capacità distruttive. Lo si è accolto come un Ross Perot italiano, come un Bloomberg progressista. Imprenditore di successo nell’economia 2.0, è riuscito a diventare un  Re Mida al contrario. In  Sardegna ricordano l’era del suo “regno” con terrore, una sua sconfitta ha privato il centrosinistra del capo migliore avuto negli ultimi anni: Walter Veltroni, che rassegnò le dimissioni proprio per la disfatta sarda, il cui progetto poi è stato percorso, a modo suo, da Matteo Renzi. Non contento, dopo aver dato un colpo mortale alla sinistra, si è preso uno dei suoi simboli, l’Unità. Un disastro anche lì. Alla fine, ha chiuso. E la sua Nie, fallendo,  neanche ha difeso i giornalisti che ora si ritrovano le case pignorate per le querele in cui nessuno veniva pagato per andare a difendere gli imputati. Soru fa sembrare Bersani un  uomo fortunato e di successo.

Luigi-de-Magistris10. Luigi De Magistris. Magistrato. Eccone un altro. Poi politico e sindaco decaduto e poi tornato in sella, è uno di quelli che ama il ruolo di caudillo, tutto oratoria verace e nemici veri e immaginari. Adora i proclami e dipingersi come accerchiato, è stato uno degli eroi della rivoluzione arancione. Sì, quello splendido movimento che avete capito cosa fosse quando già i sindaci che avevano conquistato le grandi città, vi annoiavano a morte. Proprio quella. Ma dare in Italia un colore a un movimento, è il primo sintomo dell’irrilevanza: dal popolo viola agli arancioni, è difficile trovare qualcosa di abbinabile, si sa, alle tonalità della politica italiana che incontra la società civile, per cannibalizzarla. A Napoli ha provato anche a migliorare le cose, ma con una città in default era difficile. Ora prova a rimodernare il San Paolo con De Laurentiis. Le sue speranze di rielezione sono affidate a questo. E all’Europa League. Nel capoluogo campano, ormai, lo amano quanto il portiere Rafael Cabral. Ma lui ci spera comunque.

pardi-300x20011. Pancho Pardi. Chi? Eh, lo sappiamo, anche noi abbiamo faticato a ricordare. Dietro Nanni Moretti a San Giovanni, quando un milione e rotti si erano visti per il Girotondo, un altro di quei movimenti che hanno illuso la sinistra, in questo caso era la volta del vento rivoluzionario della società civile: un’entità che in Italia, di solito, va tradotta in demagogia mascherata, non essendoci né società né civiltà, c’era lui. Uno che è la fotografia del velleitarismo dei leader minimi: movimento studentesco del 1968, fino al ’72 in Potere Operaio, poi una pausa politica  e tanta università fino ai Girotondi, Palavobis e Italia dei Valori. L’unica cosa davvero rivbelle, in lui, è la capigliatuira. Struggente nel suo antiberlusconismo.

(Liberamente tratto da un articolo di Boris Sollazzo del 6 maggio 2015 su Giornalettismo.com)

LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE

LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE

imagesLa prima cosa che viene da pensare della sinistra durante l’ultimo ventennio è la paura: paura del cambiamento, paura del futuro, paura delle incognite che il futuro può riservare, paura di dire qualcosa di sinistra, cioè di dire qualcosa che possa incidere nel futuro, anche un piccolo pezzo di futuro, immaginato come più equo e migliore. E questa paura è per la sinistra un indugio mortale, pigrizia conservatrice. La paura del futuro, e per dirla come Michele Serra: “la sinistra dà l’impressione di aver trascurato apposta i suoi doveri e i suoi compiti, pur sapendo bene quali fossero, per viltà o per opportunismo. O peggio, la sua funzione storica si è esaurita non per calcolo ma per inettitudine, per totale smarrimento”.

Ogni pigrizia conservatrice, dentro la sinistra e dentro le sue parole, parla prima di tutto di quella paura. Compresa la paura di sbilanciarsi, di dire cose azzardate, di sembrare stravaganti o ingenui o imprecisi. La paura dell’errore intellettuale.

Proprio la modernità, la società dei consumi di massa ha letteralmente spaventato la sinistra, tanto da suscitare al suo interno forti pulsioni conservatrici. Più che l’impulso a progettare “un altro cambiamento”, ha pesato l’impulso a proteggersi da quello in corso. Ne è nata una sinistra-ossimoro, conservatrice e terrorizzata dai mutamenti in atto. Ed è soprattutto per questo, che è così difficile dire “qualcosa di sinistra”: perché la sinistra ha perduto le parole del cambiamento, a partire dalla parola “cambiamento”. E dunque ha perduto le sue parole.

Ecco perché Renzi fa paura alla sinistra, viene tacciato di essere come Berlusconi se non peggio. Ecco perchè i sindacati si affannano, a prescindere, a fare scioperi, a protestare in modo anche molto disorganizzato, perché hanno paura che qualcosa cambi in peggio – dicono –  mentre dovrebbero affrontare il cambiamento con lo spirito di dire “finalmente in questo paese si può fare meglio e di più per chi non ha lavoro”.

Si può fare se esiste la volontà di collaborare, di pensare ad un miglioramento per tutti e non a trincerarsi dietro bandiere conservatrici o a permalosismi incomprensibili.

La partita non si gioca mai in un campo predeterminato. Si gioca su idee e proposte che riflettono i tempi e i problemi e che offrono soluzioni il cui costo deve essere chiaramente esposto. Sono idee e proposte che ridefiniscono continuamente lo stesso campo di gioco e le mentalità dei giocatori. La sinistra è movimento. E’ sapere allargare il campo, a sinistra e al centro.  Convincere per vincere (e governare).