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PRIMO MAGGIO – UN RICORDO STORICO


PRIMO MAGGIO – UN RICORDO STORICO

Garofano-rosso

Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma.  Così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assume una connotazione quanto mai “sovversiva”, divenendo occasione per esprimere in forme diverse – dal garofano rosso all’occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria – l’opposizione al regime.

All’indomani della Liberazione, il 1° maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d’Italia in un clima di entusiasmo.

Appena due anni dopo il 1° maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio.

Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.

Anche se modificate rispetto alle forme tradizionali le feste hanno un loro valore

Sta noi, che dell’importanza di questa giornata conserviamo il ricordo, trasmetterla alle nuove generazioni

 

LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE


LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE

ombrelliLa prima cosa che viene da pensare della sinistra durante l’ultimo ventennio è la paura: paura del cambiamento, paura del futuro, paura delle incognite che il futuro può riservare, paura di dire qualcosa di sinistra, cioè di dire qualcosa che possa incidere nel futuro, anche un piccolo pezzo di futuro, immaginato come più equo e migliore. E questa paura è per la sinistra un indugio mortale, pigrizia conservatrice. La paura del futuro, e per dirla come Michele Serra: “la sinistra dà l’impressione di aver trascurato apposta i suoi doveri e i suoi compiti, pur sapendo bene quali fossero, per viltà o per opportunismo. O peggio, la sua funzione storica si è esaurita non per calcolo ma per inettitudine, per totale smarrimento”.

Ogni pigrizia conservatrice, dentro la sinistra e dentro le sue parole, parla prima di tutto di quella paura. Compresa la paura di sbilanciarsi, di dire cose azzardate, di sembrare stravaganti o ingenui o imprecisi. La paura dell’errore intellettuale.

Proprio la modernità, la società dei consumi di massa ha letteralmente spaventato la sinistra, tanto da suscitare al suo interno forti pulsioni conservatrici. Più che l’impulso a progettare “un altro cambiamento”, ha pesato l’impulso a proteggersi da quello in corso. Ne è nata una sinistra-ossimoro, conservatrice e terrorizzata dai mutamenti in atto. Ed è soprattutto per questo, che è così difficile dire “qualcosa di sinistra”: perché la sinistra ha perduto le parole del cambiamento, a partire dalla parola “cambiamento”. E dunque ha perduto le sue parole.

Ecco perché Renzi fa paura alla sinistra, viene tacciato di essere come Berlusconi se non peggio. Ecco perchè i sindacati si affannano, a prescindere, a fare scioperi, a protestare in modo anche molto disorganizzato, perché hanno paura che qualcosa cambi in peggio – dicono –  mentre dovrebbero affrontare il cambiamento con lo spirito di dire “finalmente in questo paese si può fare meglio e di più per chi non ha lavoro”.

Si può fare se esiste la volontà di collaborare, di pensare ad un miglioramento per tutti e non a trincerarsi dietro bandiere conservatrici o a permalosismi incomprensibili.

La partita non si gioca mai in un campo predeterminato. Si gioca su idee e proposte che riflettono i tempi e i problemi e che offrono soluzioni il cui costo deve essere chiaramente esposto. Sono idee e proposte che ridefiniscono continuamente lo stesso campo di gioco e le mentalità dei giocatori. La sinistra è movimento. E’ sapere allargare il campo, a sinistra e al centro.  Convincere per vincere (e governare).

LEMMI


LEMMI

Manca.

  • Manca un piano industriale.
  • Manca una politica industriale.
  • Manca un’industria, una sola, una qualsiasi, una purchessia.
  • Manca un piano energetico.
  • Manca una politica energetica.
  • Manca l’energia, prima o poi, tranne quella che serve a dire che manca.
  • Manca un piano culturale.
  • Manca una politica culturale.
  • Manca la cultura, a furia di dire che la cultura non si mangia, e così adesso, con la crisi che c’è, molti non mangiano, a prescindere dalla cultura.
  • Manca una cultura dell’alimentazione.
  • Manca una cultura della progettazione.
  • Manca una cultura della partecipazione.
  • Manca una cultura della riconversione.
  • Manca una cultura della decifrazione di cosa sono tutte queste culture che mancano.
  • Manca una classe dirigente.
  • Manca una classe politica.
  • Manca una classe imprenditoriale.
  • Manca una classe operaia, nel senso che in Italia si è quasi estinta.

“Manca” è la forma verbale più presente nel discorso politico-mediatico:

  • non manca mai, quando si tratta di additare assenze vere o pretese, carenze dannose o fantasiose, latitanze più o meno effettive;
  • non manca mai, come espediente retorico con cui lasciar intendere che la soluzione al problema ci sarebbe, bell’e pronta, al più conseguibile in un mesetto, purché, appunto, si ovviasse a quella lacuna evidente che, ovviamente, è responsabilità altrui, mai propria, e che è questione semplice, mai complicata.
  • Su come tecnicamente colmare la mancanza in oggetto, invece, quasi sempre la spiegazione manca.

(ENZO COSTA)

In effetti non passa giorno che non ci sia qualcuno con la soluzione in tasca, soprattutto in tema economico. Oggi ho scelto una di questa ricette, molto sbrigativa, tra le tante e l’ho tratta da un quotidiano:

1) diminuzione secca ed immediata delle imposte sul lavoro e sull’Irpef, ma roba tosta: 30-40 miliardi spazzati via in tre giorni.  Naturalmente i mercati festeggerebbero.

2) chiusura immediata, al massimo entro giovedì, di mille aziende locali con licenziamento di 50 mila parassiti. Si lascia per strada un po’ di gente, ma non importa, c’è sempre la cassa integrazione.

3) abolizione immediata, al massimo entro la sera di oggi, dell’articolo 18 e delle norme tremende che l’accompagnano. Non serve a niente ma lancerebbe messaggi precisi: via il corporativismo e apertura a centinaia di imprese straniere che verrebbero a produrre in Italia.

Mah! Allegria!

 

UN INSULTO ALLA DIGNITA’ DELLA PERSONA


UN INSULTO ALLA DIGNITA’ DELLA PERSONA

mauth804I nazisti, nei lager, toglievano la dignità delle persone, spogliandole. Era sufficiente togliere i vestiti, per offendere profondamente la persona, allo scopo di renderla più debole ed indifesa..

Marchionne contro  i 19 operai della Fiat di Pomigliano iscritti alla Fiom,  fa la stessa cosa. Toglie loro la dignità di lavoratori, spogliandoli del lavoro.

La paga rimane uguale, ma manca il vestito che giustifica il salario, manca il lavoro.

La persona nuda nei lager perdeva la dignità di persona, il lavoratore con salario non lavorato, perde la dignità di lavoratore.

Un oltraggio insopportabile. Un insulto che va oltre una diatriba tra datore di lavoro e lavoratore, raggiunge la sfera della dignità personale. I sindacati, tutti, dovrebbero gridare ai quattro venti, questa enorme offesa al lavoratore, all’uomo e alla sua dignità.

Si tratta, evidentemente, non di mancanza di soldi, ma semplicemente di una ripicca personale dell’amministratore delegato. Una situazione inacettabile che va risolta. Non vorrei che questo sistema segnasse l’inizio di qualcosa di nuovo nel mondo del lavoro.

http://www.leggo.it/news/soldi/fiat_operai_fiom_pagati_senza_lavorare_fornero_non_posso_intervenire/notizie/213055.shtml

QUANTO SONO SCOMODI QUESTI SINDACATI!


QUANTO SONO SCOMODI QUESTI SINDACATI!

PhotoHandlerCA3RPXY8Strano (mica tanto), ma c’è un legame che unisce Grillo e Monti. Tutti e due hanno in odio i sindacati. Grillo vuole proprio farli sparire, tanto per lui sono carrozzoni inutili e vanno abbattuti come un animali malati, e Monti li vuole soffocare, o quantomeno zittire.

Si vogliono così ignorare almeno 5 o 6 milioni di persone che in questi sindacati sono iscritti. Grillo salverebbe la Fiom, ma dimentica che quel sindacato dei metalmeccanici si chiama Fiom-Cgil e Landini non ha mancato di mandarglielo a dire. Giustamente.

Ma non si può generalizzare. Anche nei sindacati ci sono persone serie e molti lavoratori con il sindacato hanno ottenuto benefici.

Chissà perché questi politici del “nuovo” (Grillo e Monti), hanno in odio i lavoratori. Se si vogliono abbattere i sindacati che li rappresentano in definitiva si hanno in odio i lavoratori.

C’è poca differenza tra chi vuole togliere la rappresentanza dei lavoratori e chi la vuole far tacere. E’ solo una questione di stile, ma la sostanza è la stessa. Tuttavia una piccola differenza c’è, mentre Grillo li vuole abolire tutti, Monti ne vuole zittire solo uno: la Cgil. Come Marchionne.

IL MITO DELL’ARTICOLO 18


IL MITO DELL’ARTICOLO 18

Il prof. Monti, ha detto esplicitamente che «L’art.18 è un tema centrale della discussione. E’ ora di passare dai miti, dai simboli, alla realtà».

Ma quale mito? In Italia, nonostante l’art. 18 dello statuto, vengono licenziati a centinaia  quarantenni e cinquantenni,  ed al loro posto non si assumono i giovani. Per questo non credo che l’abolizione dell’art. 18, sia la soluzione giusta per incrementare le assunzioni.

Anzi, credo che l’abolizione dell’articolo 18, con il suo carico simbolico,  potrebbe segnare la sconfitta dei lavoratori. E’ come se un esercito perdesse la propria bandiera.

Non è una questione di articoli, ciò che è in gioco è un atto di forza sul mercato del lavoro

Si cerca di frantumare un simbolo di tutela per determinare una svolta pericolosa riguardo al ruolo delle parti sociali.

Del resto pare di capire che lo scopo di questo governo tecnico, svincolato da rappresentanza politica, sia proprio quello di cambiare i rapporti tra interessi particolari (partiti, sindacati, categorie) ed interesse superiore di cui questo governo è portatore.

Credo che questo modo di pensare piaccia molto alla destra, ma danneggi molto la sinistra, in particolare il PD.

Portare il paese su un piano sdrucciolevole che ha come meta il ridimensionamento delle rappresentanza sociali e di quei corpi intermedi che garantiscono il pluralismo sociale, sarebbe la morte, per un partito che ha messo al centro del suo programma il lavoro ed i cittadini, la loro tutela e la loro sicurezza.

Un chiarimento è necessario. Per quale motivo pensare sempre e solo a ridimensionare quelle che sono le tutele sociali dei lavoratori e non anche ad una bella riforma in campo industriale? 

Se la riforma del lavoro si traduce in un ridimensionamento del ruolo delle rappresentanze sociali, non è altro che la continuazione di ciò che  stava facendo Sacconi.

Come dice questo brano tratto dal blog “La Classe Operaia”: «La fine dello art.18 è messa in conto per liquidare una classe lavoratrice qualificata e mettere al suo posto lavoratori usa e getta come si sta facendo dappertutto con la legge Biagi. Monti predica un paese di virtuosi morti di fame che mantengono la grassa e sazia borghesia che lui ed i suoi professori rappresentano nel governo. Venticinque milioni di lavoratori italiani che finanziano il benessere e l’opulenza dei ceti ricchi e benestanti. Magari perché, come sosteneva Reagan, chi è ricco è virtuoso perché Dio lo ha premiato, mentre chi è povero è reprobo e Dio lo ha punito per la sua incapacità».

RESPONSABILITA’


RESPONSABILITA’

Di questi tempi va di moda la parola “responsabilità“. La si applica un po’ a tutto ed è come una panacea che tenta di risolvere i problemi specie quelli politici, sindacali e sociali.

Che vuol dire “responsabilità in politica”? Niente. Nel nostro paese, tutti i politici si sentono “responsabili, fidati paladini di tutte le libertà”.  Impossibile trovare un “irresponsabile” che si dichiari tale, anzi a sentirli sono tutti santi. Irresponsabili sono solo coloro che la pensano diversamente. Di conseguenza la parola responsabilità in politica (almeno nel nostro paese) è del tutto priva di senso.

Che vuol dire responsabilità nel sindacato e nel lavoro?  Sembra che ad essere “responsabili” siano solo quei sindacati che accettano passivamente le imposizioni padronali, a scapito dei diritti dei lavoratori e di un peggioramento delle loro condizioni di lavoro. Un esempio per tutti. La Fiat chiede un atteggiamento di responsabilità alla Fiom. Ciò sta a significare che se non viene accettato il progetto di Marchionne, la Fiom è irresponsabile.  Marchionne dice esplicitamente ai lavoratori che se non scelgono quel che vuole lui,  si chiude la fabbrica. In queste condizioni un lavoratore è sotto ricatto.  La responsabilità che  viene chiesta ai lavoratori è quella di  accettare un ricatto.  E perché la responsabilità viene chiesta ai lavoratori, mentre chi comanda e decide fa come gli pare e pretende che gli altri siano responsabili?

Che vuol dire “responsabilità” oggi nella scuola e nelle Università? La Gelmini impone gelidamente  una riforma dell’Università, che non piace e non è condivisa da tutti coloro che vivono nelle Università, sia come studenti, che come professori e ricercatori, e poi chiede responsabilità a tutti questi. Responsabilità di che? Di condividere la sua riforma! Anche in questo caso si pretende responsabilità solo in chi deve tacitamente accettare e ubbidire. Se non si condivide questa riforma si è tacciati vilmente da “irresponsabili”.

Strano modo di pensare: i capi si credono esenti da responsabilità nell’imporre, i sudditi debbono essere “responsabili” ed accettare. Questo è fascismo sfacciato, ma detto con altre parole, anzi con paroloni che servono solo per confondere.

Conseguenza logica:

* Siamo irresponsabili se non siamo del partito di maggioranza!

* Siamo irresponsabili se non condividiamo le scelte dei sindacati sottomessi alla politica attuale e se non condividiamo le imposizioni di un Marchionne e dei simil marchionni che vorranno seguire le sue tracce!

* Siamo  irresponsabili se non condividiamo la riforma universitaria imposta da questo governo!

* Siamo  irresponsabili se non condividiamo le imposizioni di Sacconi sul lavoro!

* Siamo irresponsabili se ci sentiamo di sinistra!

* Siamo irresponsabili se vogliamo che le condizioni dei lavoratori non peggiorino!

 

 

LA DIGNITA’ DEL LAVORO


LA DIGNITA’ DEL LAVORO

7 ottobre 2010 giornata mondiale per il lavoro dignitoso

“Lavoro dignitoso significa maggiori prospettive per lo sviluppo personale e per l’integrazione sociale, libertà di manifestare le proprie opinioni, di organizzarsi e di partecipare alle decisioni riguardanti la propria vita, dare pari opportunità di trattamento a tutte le donne e agli uomini”.

Così dice l’Organizzazione  internazionale del lavoro nel 1999. E’ convinzione  che solo un lavoro dignitoso possa conferire all’occupazione quei contenuti che fanno di essa  una risorsa per la stabilità individuale, familiare e sociale.

Ma siamo lontani da questo obiettivo:

–         Metà della forza lavoro  mondiale, guadagna meno di 2 dollari al giorno

–         12,3 milioni di uomini e donne lavorano in schiavitù

–         200 milioni di minori di 15 anni lavorano invece di andare a scuola

Le aziende utilizzano la minaccia dell’esternalizzazione per abbassare i salari e ostacolare l’esercizio di diritti come quello alla contrattazione collettiva e il diritto di sciopero.

Al congresso mondiale dei sindacati a Vancouver molti dei delegati hanno sottolineato le difficili condizioni  dei lavoratori nei propri paesi ed hanno portato esperienze che confermano quando l’obiettivo del lavoro dignitoso sia ancora distante.

Coloro che si battono per questo, primi fra tutti gli attivisti sindacali, spesso sono emarginati, minacciati, licenziati e, in alcuni paesi incarcerati o addirittura assassinati.

Questo accade all’inizio del terso millennio! Eppure il lavoro dignitoso è la principale chiave per l’eliminazione della povertà.

Anche in Italia il tema è di stringente attualità, in alcune aree del paese cresce la povertà relativa e aumenta di pari passo col crescere della disoccupazione, la povertà assoluta.

(Fonte CGIL)

 

UNA VOLTA SULLA LAVAGNA


UNA VOLTA SULLA LAVAGNA

Un tempo esistevano nelle classi elementari le lavagne coi gessetti.  Quando la maestra si assentava per un momento, chiamava il “capoclasse” che tracciava una bella riga verticale e divideva la lavagna in due colonne.

In cima alla colonna di sinistra scriveva, bello grande, CATTIVI (forse si chiama sinistra per quello), ed in cima alla colonna di destra scriveva BUONI.

Il papi nazionale si comporta come il capoclasse delle elementari, divide gli italiani e, naturalmente i gruppi politici, in buoni e cattivi.

Fra i finiani, adesso, ci sono i buoni ed i cattivi. Il papi tenta con la scure della colomba della pace di dividerli ancora di più.

Nell’opposizione ci sono i moderati ed i dipietristi, cattivi che, nell’intento di dividere chi sta all’opposizione, viene portato costantemente come esempio di opposizione (ovviamente non moderata).

Nei sindacati ci sono quelli buonissimi, alla buonanni o angeletti per intenderci, e quelli cattivissini, alla Cgil per capirci, coi quali non si parla neppure  e neppure si invitano a trattare. Sono semplicemente “cattivi”.

Ma la politica  è una cosa seria, non è semplificazione e tanto meno divisione della gente tra buoni e cattivi, con chi ci sta o chi non ci sta.

La politica è un’arte, è la capacità di tessere intese, di ricucire ferite, di trovare accordi, di aiutare i più deboli, di trovare un bene comune per fare vivere la propria gente nel miglior modo possibile. Per il bene del paese.

Arte che il papi non possiede, qualunque contorcimento faccia, per darla da bere. E con lui. il suo reggibastone legaiolo che di politico vede solo l’orto dei “lumbard”.

LAVORO SENZA REGOLE


Il sogno di Marchionne e di Sacconi

LAVORO SENZA REGOLE

Il Bangladesh  è il paradiso delle delocalizzazioni del settore tessile.  In quel paese vengono prodotti la gran parte degli abiti “griffati” che si vendono nelle eleganti boutique, come quelli che si trovano nei grandi magazzini di tutto il mondo.

Gli operai sono quasi tutte donne, circa due milioni e mezzo e sono tra i meno pagati del mondo, 34,5 euro al mese, l’equivalente di due ciotole di riso al giorno.

Da giorni, migliaia di lavoratori, tantissime donne, stanno protestando, perché il loro salario è sul filo della sussistenza, e chiedono un aumento delle retribuzioni fino a 60 euro al mese.

Ma la protesta non è solo legata ai salari. Vi sono anche le terribili condizioni di vita in fabbrica, il clima di violenza e di sopraffazione, nonché la sicurezza e la salute negli stabilimenti.

La protesta recente ha un’origine precisa: lo scorso febbraio 21 lavoratori sono morti in un incendio della fabbrica Gabri&Gabri e almeno 50 sono rimasti feriti.  La causa è il mancato funzionamento degli impianti di sicurezza.

Sono trascorsi più di quattro mesi e alle famiglie che hanno perso i loro cari ed anche la loro fonte di sussistenza, non è stato dato niente.

Questo è uno dei tanti incidenti orribili che costellano la storia dell’industria tessile bengalese.

Per chi protesta o cerca di organizzarsi in sindacato, arrivano violenza e licenziamento, com’è successo nel 2006 ai 50 lavoratori della A-One, cacciati per aver partecipato all’elezione nella loro azienda di una rappresentanza sindacale.

Il Bangladesh è l’ultima tessera della filiera produttiva del tessile e deve misurarsi con la competitività internazionale. La strada seguita è quella di comprimere all’inverosimile stipendi, sicurezza e diritti sindacali.

La parola magica è flessibilità senza regole.

Le grandi ditte della moda, comprese quelle italiane,  in caso di problemi alla produzione o possibili variazione dei prezzi fanno presto a spostare altrove le commesse  per le loro produzioni

E’ difficile che il consumatore, soddisfatto per il prezzo contenuto di un capo d’abbigliamento,  si ponga il problema di come sia realizzato e a quel prezzo di schiavitù.

Tra i gruppi italiani che acquistano prodotti realizzati in Bangladesh vi sono marchi famosi come Benetton, Coin-Oviesse e il gruppo Teddy che distribuisce al dettaglio attraverso marchi come Terranova e Calliope (sunto da l’Unità).

 

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