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GLI ETERNI SIGNORI CHE SOFFIANO SULLA PAURA CREANO QUESTE SITUAZIONI


GLI ETERNI SIGNORI CHE SOFFIANO SULLA PAURA CREANO QUESTE SITUAZIONI

In un paese civile seminare panico, diffondere notizie false e tendenziose, generare panico, sarebbe considerato reato e come tale verrebbe sanzionato.

In Italia, invece, è consentito al capo dell’opposizione di addossare, senza alcuna prova o evidenza scientifica, ai suoi avversari la responsabilità dell’arrivo in Italia del coronavirus.

In Italia è consentito a un quotidiano, tal Libero, di titolare, impunemente, in prima pagina ” Prove tecniche di strage ” nel raccontare e sminuire le misure adottate dal governo per contenere la diffusione del virus.

In Italia è consentito a sedicenti giornalisti, senza alcuna competenza sanitaria, di ergersi a virologi e pontificare su quanto sta accadendo mettendo in crisi ogni credibilità delle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali.

C’è chi vuole il panico. C’è chi usa persino una emergenza planetaria pur di raggranellare consenso e demonizzare i propri avversari.

Medici e infermieri che sono in prima linea in questa complicata battaglia, forze dell’ordine, noi tutti, impegnati in questa difficile prova della Storia, meritiamo almeno un po’ di civiltà.

Possiamo sconfiggere l’epidemia. Possiamo farcela, però, solo se non si scatena il panico, che metterebbe in crisi totale tutte le misure di contenimento e il futuro del nostro paese. Abbiamo il diritto e il dovere di impedirlo, di dare una risposta coerente e unitaria a questa crisi.

Per farlo abbiamo bisogno che le istituzioni si facciano rispettare. Che ci difendano. Che i nuovi untori, quelli della paura, vengano immediatamente fermati e puniti.

(Silvestro Montanaro)

***

MA C’È CHI CAVALCA LA PAURA E RUBA

La paura del virus cinese apre nuovi spiragli anche ai truffatori senza cuore che, come sempre, prendono di mira gli anziani. E’ accaduto anche in via Rimesse dove una donna, sedicente “funzionaria pubblica”, ha citofonato a una anziana di 81 anni.

La donna ha raccontato alla padrona di casa di di essere incaricata di fare disinfezioni per evitare il coronavirus. L’anziana ha incautamente aperto la porta di casa e fatto entrare la donna che ha chiesto di vedere tutti i contanti custoditi in casa per – ha detto – “disinfettarli”.

Ancora una volta l’ottantenne ha acconsentito alle richieste della donna che è fuggita dopo essere riuscita ad arraffare 500 euro. All’anziana non è rimasto che chiamare i parenti e presentare denuncia alla polizia.

(Quotidiano.net-Bologna)

COL CUORE COPERTO DI NEVE di Silvestro Montanaro


COL CUORE COPERTO DI NEVE di Silvestro Montanaro

<< Laura aveva gli occhi azzurri come il cielo a primavera, occhi capaci di ridere e scaldare come raggi di sole in una giornata d’agosto. E andava pazza, come me, per i cornetti con la nutella.

A casa, il boss ci dava poco da mangiare. Diceva che dovevamo essere in forma, che i clienti quelle grasse non le vogliono.

<< Lo faccio per voi, bellezze…>>.

Diceva questa stronzata ridendo. Una risata dura, cattiva, che ci metteva il gelo addosso. Sapevamo tutte che non c’era niente di peggio che non piacere ai clienti.

E così Laura ogni volta che un cliente si “innamorava” di lei, e capitava spesso, si faceva portare due cornetti stracolmi di cioccolata. Uno per lei, uno per me.

Li mangiavamo ridendo come matte di nascosto, quando nessuno poteva vederci.

Lei aveva quindici anni ed io quattordici.

Laura diceva che ero la sua sorella più piccola.

Di sorelle vere ne aveva una a Bacau, su in Romania. E le voleva pure un gran bene. Ma da più di un anno, da quando si era ritrovata su di un marciapiede italiano, non ne aveva più notizie. Era proibito a tutte noi telefonare.

E così da otto mesi, da quando ero arrivata anche io in quella brutta casa alla periferia di Roma, attirata come lei dalla promessa di un lavoro ben pagato come cameriera in un ristorante, ero divenuta io sua sorella.

Raccoglieva le mie lacrime. Veniva a dormire accanto a me la notte quando gli incubi mi mangiavano l’anima. Era l’unica a parlarmi pur sapendo di rischiare un sacco di botte perché era proibito anche parlare troppo tra noi. E a decidere quando e quanto fosse troppo era il boss ed i suoi malumori.

Laura diceva sempre che se un giorno ce l’avessimo fatta a sopravvivere e a venir fuori da quello schifo di vita io sarei rimasta per sempre la sua sorellina, che quel dolore che faceva da cielo livido alle nostre esistenze ci aveva unite per l’eternità.

E sognavamo insieme un futuro di cose belle e semplici. Passeggiate, giochi da fare, il mareche non avevamo mai visto… e ridevamo stringendoci forte le mani.

Ridevamo, sognavamo, per non morire dentro, per essere almeno per pochi secondi due ragazzine.

Era bella Laura. Aveva i capelli biondi e lunghi, il viso affilato e dolce e forme già da donna a differenza di me che mi ostinavo a restare ossuta peggio di un maschiaccio. Ed era la più coraggiosa di noi, di tutte le prigioniere della casa.

Non abbassava mai lo sguardo, neanche quando il boss ed i suoi uomini la picchiavano, neanche quando per umiliarla la prendevano davanti a noi tutte…

Il capo la odiava per questo. Le aveva provate tutte per stroncare la sua resistenza. Una volta l’aveva obbligata a ripulire il bagno che lui ed i suoi amici avevano insudiciato più del solito.

Doveva farlo con la lingua.

Lei aveva obbedito ed era tornata indietro sempre con la testa alta.

Poi, quando tutti dormivano, aveva vomitato più volte, piangendo di rabbia.

Il giorno dopo, però, il cielo limpido e immenso dei suoi occhi era lì come sempre, più forte di ogni offesa, persino della morte, a sfidare le iene che ci tenevano prigioniere.

“Prima o poi ti ammazzo, stronza…” le diceva spesso quell’infame, ma evitava di guardarla negli occhi.

Parlava sul serio. Sapevamo benissimo che era capace di farlo e che se fino ad allora non era successo era solo perché Laura era la migliore della squadra.

Di noi sette era quella che i clienti preferivano e così la notte, ogni notte, quando si tornava nella nostra prigione, era Laura a consegnare più soldi.

Fissava il capo con disprezzo, quasi gli buttava i soldi addosso e poi girava i tacchi e se ne andava a dormire incurante delle bestemmie e degli insulti di quell’animale.

Quella sera vedemmo avvicinarsi una macchina scura. Dentro erano in due. Pensammo che fossero dei clienti. Uno scese e vedemmo che era rumeno come noi. Ci guardammo, mentre quello si avvicinava, come a chiederci cosa stesse accadendo. Quello arrivò a meno di un metro da noi. Fissò me, poi Laura. E scelse. Fu un attimo, solo un piccolissimo attimo.

Sentii un botto terribile. Ricordo un lampo di fuoco. Poi Laura a terra con il volto sfigurato e ricoperto di sangue e carne bruciata. Il suo corpo tremò di dolore qualche secondo, i suoi occhi mi cercarono e poi restarono immobili fissi su di me come in una disperata preghiera mentre una voce sibilava feroce nel mio orecchio.

” Di al tuo boss che se domani non ricevo i miei soldi, vi ammazzo tutte!” >>.

Alessandra sta tremando, si torce le mani. Una bimbetta di qualche anno le si aggrappa ai jeans e le mormora qualcosa di dolce. É una delle tante “sorelline” di cui ha deciso di occuparsi da quando sei mesi fa, dopo aver denunciato alla polizia i suoi aguzzini, è tornata nel suo paese ospite di una struttura protetta che raccoglie un centinaio tra ragazzine come lei e piccoli orfanelli. Ed allora lei le carezza la testolina, le sorride e promette che presto tornerà a giocare con lei.

Alessandra, il “maschiaccio” come si racconta lei, ora di anni ne ha sedici e sembra un fiore in boccio nonostante faccia tutto per nasconderlo.

Le psicologhe del centro mi hanno raccontato che questa ragazzina, sempre taciturna se non quando è in compagnia delle più piccoline che la adorano, porterà per sempre i segni profondi dell’orrore che ha vissuto.

Soffre di disturbi del sonno, di claustrofobia estrema, ha una totale mancanza di fiducia nel mondo, soprattutto nei confronti degli uomini. E odia il suo corpo, il suo essere donna. Quasi fosse una colpa, la causa di tutto ciò che ha dovuto vivere e sopportare.

Stanno lavorando, e grazie a Dio con qualche successo, sulla sua autostima.

<< Sentii il suo calore, il calore di Laura che tante volte mi aveva rassicurata, un’ultima volta. Era sulle mie mani, sul mio corpo. Vischioso, liquido. Il suo sangue. Ricordo solo che ebbi la forza di chiuderle gli occhi. Più che per pietà, lo feci perché non sopportavo quella disperazione nell’unico cielo limpido che avessi visto da tanto tempo. Mi sentii urlare e poi tanto buio, solo buio.

Mi risvegliai a casa strattonata dal boss. Ero smarrita, provavo un dolore lancinante, facevo fatica a connettere, ma lui voleva sapere. Mi schiaffeggiò.

“Parla, stupida cagna! Chi è stato?”.

Con un filo di voce ricordai, innanzitutto a me stessa, quello che era successo. Dalla sua bocca uscì un diluvio di bestemmie. Mi spintonò via e raggiunse i suoi uomini. Una delle ragazze origliò i loro discorsi.

Ad assassinare Laura era stato il Lupo. Il nostro capo non gli aveva voluto pagare la tassa che pretendeva per aver occupato il tratto di strada dove battevamo. Sperava di poter trattare sul prezzo, ma aveva fatto male i suoi calcoli.

Il Lupo non faceva sconti e contro il Lupo c’era poco da fare. Era il più forte, il più organizzato e la sua parola era legge. Era arrivato in Italia prima di tutti gli altri magnaccia e godeva della protezione delle organizzazioni criminali del vostro paese. Aveva a busta paga alcuni poliziotti, uno stuolo di avvocati e le regole le faceva lui, soltanto lui.

Il corpo di Laura fu fatto sparire ed il giorno dopo il Lupo ricevette i suoi soldi fino all’ultimo centesimo. E per noi cominciò l’inferno.

La crudeltà e le pretese del capo e dei suoi uomini aumentarono fino all’impossibile. Le ore di lavoro si moltiplicarono, il cibo e il vestiario diminuirono.

“A che vi servono vestiti nuovi? Quello che i clienti vogliono, dovete mostrarlo, non coprirlo!”, comandava quell’uomo di giorno in giorno sempre più insoddisfatto.

Laura rendeva benissimo e la sua perdita era un colpo secco alle finanze della banda. Andavamo sulla strada praticamente nude pur di attirare i clienti. Ma la concorrenza era tanta e gli incassi, nonostante ci rompessimo le ossa al gelo e sotto la pioggia di quell’inverno freddissimo, restavano al di sotto delle aspettative.

Ed allora giù botte ed insulti. Eravamo delle incapaci, non valevamo niente. Fu così che decise una nuova “strategia di mercato”. Ai clienti non dovevamo rifiutare niente. Dovevamo dar tutto. Se prima il messaggio ai finestrini delle auto che si abbassavano era “bocca e figa, 50 euro…”, ora dovevamo aggiungere anche culo e bocca e senza condom.

Ricordo che quando ci diede l’ordine, ci guardammo tutte smarrite, già sfinite.

Allo schifo si aggiungeva altro schifo. Al dolore, all’umiliazione, alla paura, al timore di malattie si aggiungevano altro dolore, umiliazione, paura, certezza di prendersi qualche brutta malattia.

Veronica disse che quello era troppo, che lei non lo avrebbe mai fatto. Un secondo dopo, davanti a noi tutte, sperimentò sul suo corpo e sulla sua anima tutte le novità.

Prima il capo, poi gli altri, tutti gli altri…davanti a tutte noi, in un silenzio rotto solo dal suo pianto, dalle sue urla di dolore, dalle sue implorazioni e dalle loro risate sguaiate. Poi fummo accompagnate sulla strada.

Due giorni dopo Veronica sparì. Tutte noi capimmo immediatamente che era fuggita.

L’avevamo vista salire sull’auto di uno che veniva spesso e cercava sempre e solo lei. E tutte noi realizzammo immediatamente che sarebbe successo qualcosa di terribile. Il boss lo aveva detto più volte.

”Non provate a scappare. Non provate neanche a pensare di scappare. Da qui si va via solo e quando lo decido io. Altrimenti…desidererete la morte”, aveva giurato.

A casa successe di tutto. Fummo interrogate e picchiate. La ragazza che faceva coppia sulla strada con Veronica fu torturata. Le spensero le sigarette addosso, le infilarono un sacchetto di plastica sulla testa fino a farla quasi soffocare.

Quando finalmente capirono che quella poveretta non ne sapeva nulla, il boss la lasciò tornare in camera con noi. Poi, fissandoci tutte con quei suoi occhi crudeli giurò che ce l’avrebbe fatta pagare.

Della fuga di Veronica furono informate tutte le bande. Seppur in concorrenza l’una con l’altra, c’erano dei patti silenziosi che tutte rispettavano. Ed uno di questi era lavorare insieme a ritrovare le fuggitive. Erano una minaccia, un cattivo esempio da stroncar subito e di comune accordo.

Per una settimana intera subimmo ogni tipo di angheria. Poi, una sera, proprio quando cominciavamo a pensare, e a sperare, che Veronica avesse fatto la cosa giusta, quasi ad invidiarla, quando tornammo a casa il boss ci accolse stranamente sorridente e soddisfatto.

In un angolo, legata ad un mobile con una catena che all’altro estremo le feriva il collo, c’era Veronica. Piena di lividi, gonfia di botte.

L’avevano ritrovata quelli del Lupo e l’avevano riportata, dopo averne abusato una notte intera, al nostro capo.

“Domani sera si fa festa per il ritorno di Veronica”, disse lui e tra noi soffiò forte il vento gelido della paura.

La sera dopo nevicava. Non come dalle nostre parti in Romania, ma a terra si era formato uno strato di qualche centimetro e le macchine ci sbandavano paurosamente sopra. Ci furono pochi clienti e già immaginavamo cosa ci avrebbe fatto subire il boss al ritorno a casa.

Quel pomeriggio vedendoci uscire non aveva proferito neanche una parola. Bastava la sua faccia sempre più buia e feroce a farci temere il peggio. E il peggio arrivò ed era oltre ogni immaginazione.

Veronica rimase a casa, sempre lì, incatenata. Aveva dormito per terra, ma poi per tutta la mattinata nessuno le aveva torto un capello.

Verso mezzanotte arrivò il pulmino a riprenderci. Ma invece di portarci verso casa, fummo condotte in un posto fuori città. Arrivammo nei pressi di un grande edificio abbandonato, forse una fabbrica in disuso.

Ad attenderci c’erano il capo ed i suoi uomini, il Lupo con alcuni dei suoi, tante altre ragazze con i loro papponi.

Al centro dell’edificio qualcuno aveva costruito una specie di gabbia con del filo spinato.

Veronica era lì dentro, nuda, coperta solo del suo sangue. Piangeva disperata. Ed il Lupo parlò.

“Questa puttana ha tentato di scappare e per chi scappa, per ognuna di voi che ci provasse, c’è solo una pena. La morte. Anzi, pregare di morire presto…”.

Ad un suo cenno un uomo aprì il portellone di un furgoncino e sentimmo un rumore feroce, diabolico. Tre sagome nere legate ai guinzagli provarono ad avventarsi contro chiunque fosse loro a tiro. Tre enormi doberman, tenuti a solo acqua per una settimana, pazzi di rabbia e fame.

Urlammo spaventate immaginando cosa stava per accadere. Anche io urlai. Ma ancora non credevo che l’avrebbero fatto. L’uomo si avvicinò alla gabbia, tolse loro le museruole e li fece entrare.

Veronica urlò con quanto fiato aveva in gola mentre quelle bestie l’assalivano e cominciavano, latrando di gioia, a dilaniarla.

Nel capannone sembrò trasferirsi l’inferno. Noi urlavamo, alcune si coprivano gli occhi, una ragazza svenne. Poi un’esplosione.

” State zitte cagne e guardate. La prima che urla ancora o prova a coprirsi gli occhi, la uccido”, ululò il lupo brandendo il suo revolver.

Bastarono pochi secondi a spegnere la voce di Veronica. Ora era solo un rantolo, un soffio disperato. Ed allora il nostro boss chiese al Lupo la sua arma e si avvicinò alla gabbia. Puntò la pistola verso la testa di Veronica e fece fuoco facendogliela esplodere.

” Non l’ho fatto per lei, ma per queste povere bestie. Hanno diritto a mangiare in pace questa merda. Perché voi siete solo merda, ricordatevelo tutte!” >>.

Mi accorgo di star stringendo le mani di Alessandra che mi ha raccontato tutto come fissando nel vuoto, come persa in un incubo ad occhi aperti. Ha le mani ghiacciate, come morte.

Capisco che gliele sto tenendo tra le mie un po’ per pena e tanto per aggrapparmi a qualcosa. Ho voglia di vomitare.

Restiamo in silenzio per più minuti.

<< Non ci volevo più stare lì, per me la morte era divenuta quasi una speranza. Pochi giorni dopo, mentre ero per strada, vedemmo arrivare due macchine della polizia.

In questi casi, gli ordini erano chiarissimi. Bisognava scappar via immediatamente. Se poi qualcuna veniva presa, doveva mentire sulla propria età e giurare che faceva quella merda di lavoro volontariamente. Poi ci avrebbero pensato gli avvocati dell’organizzazione a tirarci fuori.

Quella sera tutte scapparono via, io invece rimasi lì e quando in commissariato mi chiesero cosa ci facessi per strada, raccontai tutto.

Il mio boss è stato arrestato e con lui altri uomini della banda. Il Lupo, invece, è riuscito a scappare avvisato, forse, da una soffiata di qualche poliziotto che aveva a busta paga.

Ora devo star nascosta perché sono una morta che cammina. Le organizzazioni non perdonano chi fugge e fa la spia. Insomma, la mia vita è ancora una prigione. Ma almeno qui mi sento al sicuro, mi trattano bene. E posso far qualcosa di utile, aver cura di queste bambine, fare in modo che possano essere un po’ felici. Sì, che possano essere bambine, che possano ridere e giocare. Io bambina lo sono stata per così poco tempo…>>.

Mentre Alessandra sta per allontanarsi e raggiungere le sue piccole protette, le faccio un’ultima domanda.

<< Ma i clienti…non vedevano che tu eri solo una ragazzina?>>.

Alessandra si ferma e stringe i pugni. Poi senza neanche voltarsi quasi bestemmia tanto è dura la sua voce.

<< Gli uomini sono iene. Gli piace far del male, approfittarsi di chi è più debole di loro>>.

Quasi a volersi scusare, si gira per un attimo verso di me.<< Non tutti, non tutti…>>.

Ma non mi sento salvo.

da “Col cuore coperto di neve” di Silvestro Montanaro

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