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LA SOLITUDINE DI BONACCINI


LA SOLITUDINE DI BONACCINI

Bonaccini, con la sfida elettorale del 26 giugno, si è caricato sulle spalle, in base all’esito delle urne, problemi da risolvere non suoi.

Il presidente dell’Emilia Romagna, la mia amata Regione, ha capito, fin dall’inizio, che la sua regione non è Corbyn, e nemmeno sardina on air.

E infatti ha teso smarcarsi sia dai partiti che lo sostengono, sia dalle Sardine, salvo qualche abbraccio benaugurante che non si nega a nessuno, soprattutto in prossimità di un voto.

Bonaccini è il presidente di regione che suo malgrado si è trovato nell’enclave più problematica che un ricandidato vorrebbe mai incontrare sul percorso.

Bonaccini ha la stoffa di un leader, forte, audace. Ha impresso, attraverso le scelte, un cambio anche culturale della Regione, che non è Bologna, ma gli sterminati comuni balneari, quelli della costa e della collina, della montagna.

A livello nazionale, invece, c’è un Pd, una sinistra nazionale, una leadership dileguata nell’imprevisto impegno di governo, tra abbracci scivolosi ai grillini e al premier Conte, ormai tenuto stretto come futuro candidato di una coalizione di centrosinistra, ben visto anche dalle sardine.

C’è quindi una distonia profonda tra la leadership di Bonaccini e la leadership del Pd e della sinistra nazionale.

La solitudine di Bonaccini nasce da qui.

Manca la trazione, che ha ben capito il governatore, non essere le sardine, perché incerto è il loro cammino e i loro propositi, troppo lasciati all’antisalvinismo e sulla piazza del primo contatto.

Se la vittoria di domenica prossima sarà di Bonaccini, sarà solo sua.

 

 

 

SULLE SARDINE


SULLE SARDINE.

Ho sentito dire da molti “cosiddetti pensatori, comunicatori, interpreti dell’attualità”, che tutti quelli che, in queste ore, stanno scendendo in piazza contro Salvini, siano dei convinti sostenitori del Partito Democratico, con dietro Prodi, come se il Pd fosse in grado, oggi come oggi, di mobilitare tutta quella gente, più di quanta non ne smuova Salvini.

Non è così.

Le sardine sono “solo” un movimento di protesta contro i nuovi fascismi e populismi.

Non propongono contenuti specifici e non hanno, di base, una sola fede politica.

Probabilmente molti di loro, saranno elettori del Pd, ovviamente, visto che, numericamente parlando, si tratta del secondo partito italiano.

Ma lì dentro, c’è molto altro.

Questa cosa, però, dà molto fastidio a Salvini e ai suoi sostenitori, tanto che i suoi sostenitori si sono prodigati ad oscurarle, con migliaia di segnalazioni fascio-leghiste.

Ma la cosa sta dando molto fastidio alla Lega e alla destra tutta.

E lo si vede anche dalla ricerca spasmodica dei vari media di riferimento (Il Giornale, Libero e tutta una serie di siti bufalari) di ogni ipotetica frase violenta o inappropriata (a parer loro) che gli organizzatori delle varie manifestazioni possono aver detto o scritto in passato.

C’è tutta una ridicola task force di poveri cristi stipendiati da Sallusti, Feltri, Morisi e Belpietro che sta cercando su Facebook, Twitter e Instagram tracce di “violenza” nei profili social di chiunque abbia a che fare con le sardine.

Salvini e soci sono molto più infastiditi da un movimento non violento, che non sventola bandiere di partito, che da tutta l’opposizione messa insieme.

E ha senso perché le sardine stanno smontando pezzo per pezzo la retorica leghista per cui “tutto il popolo è con lui”. Sessanta milioni di italiani “sono con me” diceva Salvini ai tempi delle felpe.

Ma è successo che il popolo non è tutto con lui: la maggior parte del popolo, numeri alla mano, non lo vuole vedere neanche col binocolo.

E le sardine lo stanno mostrando, contandosi.

Non può dire, in campagna elettorale perenne, “questa città è con me” in piazza, se, a pochi chilometri di distanza, c’è un’altra piazza gremita dieci volte più della sua.

E soprattutto non può accusare di qualcosa quello che non è un movimento politico, ma solo un assembramento di cittadini.

È una cosa che lo sta innervosendo parecchio.

Tuttavia, per la sinistra, è sbagliato cercare proposte in quelle piazze.

Le proposte le deve elaborare la politica partendo da quelle persone.

Come è sbagliato dire: “sono semplicemente una manifestazione del Pd”.

È quello che piacerebbe a Salvini, ma non è così.

Ed è sbagliato porsi, a priori, al di fuori delle loro piazze.

La sinistra deve dialogare con quella gente, se vuole riuscire ad emergere dall’irrilevanza nella quale attualmente è confinata.

Ed è sicuramente più facile e proficuo dialogare con loro che all’interno dei raduni leghisti o neofascisti.

La politica deve assolutamente tornare ad ascoltare le persone, anche e soprattutto a sinistra, per poi trovare una sintesi.

Quelle piazze sono un’occasione.

Si può scegliere di ignorarle bollandole come inconcludenti o ingenue, e trincerarsi nell’alta e consapevole irrilevanza, oppure si può cercare di interpretarle, comprenderle, indirizzarle.

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