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UNA VITA FA

UNA VITA FA

In sede di direzione nazionale Pd, Renzi ha fatto una proposta sensata, cercando anche di convincere chi, ora pur stando nel Pd, è un po’ restio al segretario.

Ma nonostante tutto, nonostante la possibilità di rivedere anche il job acts e altre riforme non perfette, con l’intento di migliorare ancora e comunque con l’intenzione di portare avanti il cambiamento che serve al paese, tutto ciò non è sufficiente.

Per qualcuno Renzi non dovrebbe proprio essere lì, anche se due milioni di persone, esprimendo il loro gradimento, l’hanno scelto.

Bersani, interrogato immediatamente dopo il discorso di Renzi e benché molti scettici tipo Emiliano, Franceschini, Orlando, abbiano apprezzato molto il progetto di Renzi, ha risposto come commento tipo “Con le chiacchiere siamo a zero”.

Espressione che gli è abituale, ma che dimostra come lui e forse anche chi gli sta vicino, appartenga ad una vita fa.

Mi chiedo come ho fatto ad apprezzare questa persona. Non so spiegarlo se non che l’ho conosciuto quando è stato presidente della mia Regione. A detta di tanti, più esperti di me, ha lavorato bene. È stato un buon presidente e forse, aggiungo io, anche un buon ministro ai tempi di Prodi, ma tutto questo una vita fa.

Adesso le cose sono cambiate, è cambiato il mondo, l’Europa va a destra, l’America verso l’egoismo più irrazionale, la sinistra sta scompartendo anche in paesi come la Francia, e Bersani dice che stiamo a zero con le chiacchiere. Era bello per lui e per tanti, anche per me, cantare “Bandiera rossa” ma serve ancora?

Non credo, serviva una vita fa. Forse.

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SENZA WC

SENZA WC

Non ci sono i gabinetti, mancano i WC, nella Villa Reale di Monza, dove sono state applicate le quattro targhe, benedette a Pontida con l’acqua sacra del dio Po, dei ministeri al Nord: economia, turismo, semplificazione e riforme.

Tre uffici di 150 metri quadri dovranno essere condivisi da Bossi, Calderoli, Tremonti e Brambilla.  In queste condizioni sarà una gara dura, soprattutto per chi soffre di prostata.

Nonostante le critiche, pare che l’operazione proceda speditamente. Sono già stati varati i tre decreti per la semplificazione, il turismo e le riforme, mentre per quello dell’economia, essendo un dicastero vero con tanto di “portafoglio”, si deve procedere con regole diverse.

Il tutto senza passare per il Consiglio dei ministri e tanto meno per il Parlamento.

Due firmette e via, tutto fatto.

Ma è d’obbligo domandarsi quanto costa tutta questa operazione e chi paga per questa moltiplicazione di sedie dorate.

I testi dei decreti spiegano che  questi uffici  sono «rappresentanze operative e con funzioni di sportello per i cittadini». Operazione dalla quale, è scritto, «non devono derivare maggiori oneri a carico dello Stato».

Impossibile!!!!

La “Villa” scelta ha bisogno di manutenzione, di tutte le attrezzature, di arredi, di impiegati per far funzionare qualsiasi ufficio. Ed ha bisogno anche di gabinetti veri, i WC,  perché non ci sono.

I costi necessari per tutti questi doppioni, non solo delle targhe fatte vedere a Pontida, saranno a carico della Lega, oppure pagheremo sempre noi?

E’ evidente che se si fanno tutti questi doppioni di ministeri,  si raddoppiano le sedie:  i direttori, i responsabili di settore, gli impiegati, le segretarie, le macchine blu, gli autisti, i portaborse, gli uscieri, persino i giardinieri, con la creazione di un’ampia possibilità di impiego per tutti i parenti e per tutti gli amici e conoscenti a latere.

E’ altrettanto evidente che queste ampie possibilità di impieghi statali non saranno messe a concorso, ma saranno assegnate su basi clientelari ed ovviamente non saranno assegnate ai terroni del Sud, a meno che il terrone medesimo non sia marito o moglie di un legaiolo che conta. 

Mica possono assegnare le sedie a quei fannulloni di Roma che già non lavorano. Se facessero così dovrebbero pure pagare loro la trasferta, e se i romani non accettassero il decentramento, verrebbero licenziati? Non credo, ecco allora  che gli aumenti delle spese saranno a nostro carico, e non saranno spese  di  poco conto.

Tutto questo ambaradan per accontentare quattro prepotenti legaioli che vogliono i ministeri sottocasa, come se fossero le botteghe dei fruttivendoli o i bar del paese.

E Brunetta, quello che lavora tanto nella Pubblica Amministrazione che dirà? Niente, tanto non conta niente. L’unica cosa che gli viene bene è offendere la gente.

Sembra che il Ministro dei Beni culturali non sia d’accordo sull’utilizzo della “Villa Reale” di Monza, ma credo che alla Lega non interessi molto il parere del Ministro Galan, interessa solo imbambolare la propria gente e far vedere che combinano qualcosa per il Nord, anche se si tratta di una presa in giro.  (il parere di Galan)

ORA SONO DI MODA LE “GRI”

FEDERALISMO FISCALE CHE SIA LA VOLTA BUONA?

Bossi, a forza di aspettare, ha fatto i capelli bianchi, ma ne valeva la pena!

Alla fine degli anni ’80 la Lega si presentò sulla scena politica come movimento “etnonazionalista” con lo scopo di staccarsi dal centralismo  romano. Il suo grido fondante fu “Stato federale e federalismo fiscale”.  Con successivi sforamenti verso un secessionismo vero e proprio, ma solo sognato o gridato nelle sezioni di partito.

Sostanzialmente, sono più di trent’anni che la menano con questo federalismo fiscale, ma non arriva mai.

La Lega  si è prostituita ai più grandi compromessi, ha stretto un patto di ferro con il papi, gli ha concesso tutte le riforme possibili, ha sottoscritto le leggi ad personam, ha inventato la legge elettorale porcata, ma, legislatura dopo legislatura, l’unica cosa che vorrebbe  ottenere, la riforma federale non arriva mai. Manca sempre un ultimo passo. Sono sempre lì lì per godere, ma non godono mai! Che iella!

Anche adesso Berlusconi ha in mente altre cose da fare e del federalismo fiscale non gliene frega niente.

C’è il presidenzialismo all’americana, il semipresidenzialismo a turno secco alla francesce in salsa italiana, il cancellierato alla tedesca.  E la riforma della giustizia (già mezza fatta). I Pubblici Ministeri ed i giudici riceveranno una bella “sistemata”, così le toghe rosse abbasseranno finalmente la cresta. Intanto tolgono di mezzo le imbarazzanti intercettazioni.

Di federalismo fiscale, ne parla solo Bossi.

Il papi c’ha le GRI per la testa, le Grandi Riforme Istituzionali, che comprendono solo “cose da fare subito”, per la sua augusta persona: 1°  la distruzione del sistema giudiziario, per rifarsi una verginità, 2° la salita al colle, come capo dello Stato. Tombola!

La Lega accumula consensi, conquista regioni,  si fa arrogante,  ma dai colleghi di governo e dal suo suo capo, riceve solo una risposta quotidiana: ne parleremo domani.  Sempre domani e così continuano a menar il can per l’aia . Del resto dove andrebbe da sola?  Sono trentanni che grida, urla, strepida  a vuoto, di federalismo. Chissà se deve aspettare altri trent’anni.

Comunque federalismo sì, federalismo no, federalismo forse, il Bossi si è fatto una bella carriera politica, ha messo insieme un sacco di soldi, ha sistemato i figli, i nipoti, i parenti e gli amici, e adesso vuole fare l’assalto alle Banche del nord.  “E’ roba nostra”, dice Bossi. Da “cosa nostra” a “roba nostra”, cambia poco.  E’ una espressione quanto mai infelice che richiama la mafia.

A proposito di banche, l’esperienza padana legaiola in questo campo è stata disastrosa. La Credieuronord era in uno stato comatoso, quando l’allora direttore della Banca D’Italia Fazio, mandò gli ispettori. Fu salvata dalla Popolare di Lodi di Fiorani,  il furbetto del quartierino che si vantava della protezione di Fazio. Avranno imparato la lezione. Si sarannno fatti furbi e non pirla come a quei tempi. 

E a proposito di federalismo, dato che si moltiplicheranno i centri decisionali e i centri di spesa, gli incarichi, le consulenze e via dicendo (ognuno c’avrà le sue),  sarà una riforma che costerà moltissimo a tutti noi. Nessuno ci sa dire quanto.  

Questo federalismo,  mi ricorda l’istituzione delle Unità Sanitarie Locali, in applicazione della Legge  della riforma sanitaria. Ci fu una moltiplicazione di enti spaventosa, c’era tanta gente da collocare in posti che contavano. Per esempio,  in Emilia Romagna ne istituirono 41.

Ognuno aveva un Presidente, un direttore sanitario, un direttore amministrativo, un comitato di gestione, con al seguito tutta una serie di incarichi e sottoincarichi lunghissima: dal capo del personale all’economo, dal direttore dell’ospedale al responsabile delle case protette, dal provveditore al resposabile delle sezioni,  tutta una serie di incarichi e sottoincarichi, affidati a personale affidabile dal punto di vista di tessera di partito. 

Tutti facevano le stesse cose. Avevano moltiplicato i centri di spesa. Poi hanno deciso di ridimensionare drasticamente il tutto, sostituendo le USL, con le ASL e cancellandone moltissime fino a ridurle circa una per provincia.

Per questo, almeno inizialmente, la spesa sanitaria salì alle stelle e forse non si è mai ripresa veramente. Addirittura alcune Unità Sanitarie Locali, per darsi lustro, avavano sponsorizzato squadre di calcio! Se si ripete una roba simile, stiamo freschi.

L’INCUBO CHE AVANZA

L’INCUBO CHE AVANZA

L’IPOCRISIA IMPERANTE

  • Non esiste che a  Berluska  importi  qualcosa delle riforme condivise.
  • Non esiste che, al di cui sopra, importi qualcosa di oltre la metà degli italiani che non lo ha votato.
  • Non esiste questo paese senza di lui.
  • Non esiste la Costituzione italiana
  • Non esiste la riforma federale che sta tanto a cuore alla Lega.
  • Non esiste che gli stia a cuore un sistema politico e democratico.

Quello che esiste è:

1)       Scardinare il sistema giudiziario.

2)       Mettersi al riparo dalle conseguenze dei processi a suo carico.

3)       Mettere al riparo gli amici, e gli amici degli amici anche se collusi con la mafia

4)       Creare un sistema di vera e propria onnipotenza per sé stesso.

5)        Obiettivo finale: il Quirinale, per acclamazione popolare. Superpresidente all’italiana.

6)     Arcore diventa la capitale d’Italia.

Le carte ormai sono scoperte, lo scontro con Napolitano è arrivato ad un livello di tensione tale che immaginare di passare tre anni a questa intensità, uno dei due crepa prima.  E’ un vero e proprio scontro geriatrico.

In qualunque paese normale, democratico, un uomo politico indagato in una ventina di procedimenti per un ventaglio di reati che coprono quasi per intero il codice penale, si sarebbe già dimesso, non penserebbe neppure di essere eletto Capo dello Stato.

Ma Berlusconi, no!

Per arrivare al suo trionfo finale, Berlusconi si trova davanti la Costituzione, l’art.138.  Se la maggioranza parlamentare non è di  2/3, si va al referendum confermativo, ma, se si possiedono le tv e la maggior parte dei giornali, si può vincere anche quello. A questo punto l’incubo si realizzerebbe in pieno.

 

L’ITALIA E’ STATO UN PAESE DI SINISTRA? BALLE

L’ITALIA E’ STATO UN PAESE DI SINISTRA? BALLE

Cina_ItaliaSin dal dopoguerra, la scomunica vaticana del comunismo e la politica destrorsa hanno vinto e governato questo paese. Dopo questa scomunica chiunque è stato al governo ne ha conservato la paura: la paura dell’inferno.

Non si contano i tentativi di golpe da destra, sin da quando era Presidente della Repubblica Segni.

Non si contano i continui depistaggi dei servizi segreti, notoriamente di destra, sulle stragi, con la conseguenza che a tutt’oggi a oltre 40 anni da stragi, non sappiamo chi sono i mandanti delle stragi fasciste e se lo sappiamo, questi vivono bellamente liberi o all’estero. e sopratturtto non si contano (o si contano purtroppo) la stragi perpetrate nel tentativo di portare al governo l’Uomo Forte, naturalmente di destra.

E Gladio di Cossiga, era di sinistra? Semplicemente ridicolo metter su un sistema del genere per combattere , in Italia, un comunismo che non c’era. Non si conoscono neppure i costi di tali operazioni semi-militari. Tutto è ancora segretato.

La P2 di Licio Gelli, che oggi ha preso il potere, tramite il suo burattino, è stata la fautrice dell’attuale politica di destra. Praticamente ha vinto. Il lavorio di questa setta massonica, nascosto, operato all’insaputa dei cittadini e costoso, ha portato al risultato miserevole che stiamo vivendo.

Le decine di governi Andreotti, assolto dall’accusa per associazione mafiosa, per prescrizione del reato, ma dichiarato colpevole, erano di sinistra? La  politica di stampo Andreotti & C era succube del vaticano, o no?

La politica di Craxi, che attaccava continuamente i comunisti, con polemiche di lana caprina, non era di sinistra.  Ha dato inizio alla attuale era berlusconiana, anzi, direi che  è stato il Mentore di Berlusconi. Ha coltivato le amicizie con il potere economico privatistico, cercando di trarne il maggior beneficio personale possibile, ha aperto la strada alle clientele dei partiti, ha favorito gli amici alla berlusconiana con concessioni inaudite. Fu con lui che cominciò anche la politizzazione della sanità. Quando si istituirono le allora Unità Sanitarie Nazionali (U.S.L.), il paese fu diviso e spezzattato in centinaia di coriandoli e si dette potere locale a chi aveva una tessera politica: un po’ a me, un po’ a lui, un po’ a quest’altro.  Sistema che entrò in RAI e che vige tuttora. Insomma clientelismo allo stato puro.

 Iniziò sfacciatamente la politica delle proprie tasche, quella dell’aumento scandaloso del debito pubblico, quella che si identifica con la destra. Mentre il paese andava a farsi benedire.

Sono trascorsi oltre 70 anni dalla fine della guerra, ma la destra ha sempre avuto il timone politico di questo paese, nelle mani. Economicamente ed apparentemente sembrava che si stesse meglio, qualcuno fece i soldi, anche di rango inferiore, si comprò la casa, il lavoro andava meglio, perchè cresceva il debito pubblico, ma l’idea della politica, quella che era nella testa di chi governava, era di destra,

Non so di che blatera Berlusconi, quando accusa i governi di sinistra. La sinistra dove? Se guardasse, con attenzione,  nelle proprie tasche, ci troverebbe tanti soldini fatti proprio con i governi che lui chiama di sinistra.

In sostanza la paura ha sempre tenuto sotto scacco le persone, la paura del livellamento comunista, delle riforme sociali veramente efficaci e la paura dell’inferno. E adesso la paura dei negri, dei clandestini, dei mussulmani, artatamente insufflata nella gente, da una Lega che si definisce bianca e cristiana, ne ha modificato persino l’umanità, facendola cadere nel baratro del razzismo e della xenofobia.

Con questo soffio freddo, perverso e vampiresco della paura, si sono sconvolti anche alcune basilari convinzioni: i poveri, che a detta dei ricchi erano invidiosi delle loro ricchezza, ora sono diventati amici dei ricchi e gli operai, quegli operai che venivano definiti “proletariato”, la cui unica ricchezza erano  davvero  solo i figli, ora  votano a destra.

Ognuno per conto suo, egoismo a tutta spanna, i poveri devono restare poveri, i ricchi diventare più ricchi. Questi sono i risultati della politica di destra di sempre.

Un Presidente del Consiglio che non conosce la Costituzione, che ne fa della carta straccia, che crede di essere intoccabile, che si fa leggi per sé (per ora sono 20), che blatera di una sinistra che non c’è, ora, e che non c’è mai stata, sono il desolante risultato del sangue sparso dei nostri martiri, che durante la guerra hanno cercato di spegnere l’odio fascista e tentato di costruire un paese nuovo.

UNA TASSA SUL PRIVILEGIO

UNA TASSA SUL PRIVILEGIO

di TITO BOERI

Proviamo a crederci: il 2010 sarà “l’anno delle riforme”, come annunciato solennemente dal nostro Presidente del Consiglio. Ma quali? Uscendo dalla crisi più dura del Dopoguerra non si può che pensare prioritariamente all’economia.

Sin qui le uniche misure economiche calendarizzate dall’esecutivo sono quelle rimaste fuori dalla Finanziaria, gli incentivi per i consumi e i bonus per la rottamazione di automobili, elettrodomestici e cucine. Per chiamarle riforme ci vuole, Ninetta mia, tanto, troppo coraggio. Prima della pausa natalizia, il ministro Tremonti ha tuttavia annunciato che “è arrivato il tempo di pensare alla riforma fiscale”. Evviva. Vuol dire che non è più tempo di interventi estemporanei e fra di loro contraddittori sul nostro sistema tributario, è finita l’era in cui si cambiano solo i nomi delle imposte (dall’Irpef all’Ire, dall’Irpeg all’Ires) e in cui le tasse si moltiplicano, di legislatura in legislatura.

Nell’attesa di conoscere il progetto del Ministro, vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. È un principio, quello della progressività del sistema fiscale, scolpito nella nostra Costituzione, ma sin qui largamente inapplicato. Non è gradito al Ministro (che nel Libro Bianco del 1994 sosteneva che “la progressività ha effetti negativi sull’offerta di lavoro e causa la propensione ad evadere”). Quindi bene spendere due parole sul perché è giusto farlo e poi interrogarsi sul come farlo.

Negli ultimi trent’anni le disuguaglianze dei redditi in Italia sono aumentate soprattutto ai piani più alti. Si è parlato spesso (sovente a sproposito) di impoverimento, ma il fatto di gran lunga più marcato e rilevante accaduto alla distribuzione dei redditi in Italia è l’esplosione delle disuguaglianze fra la parte più ricca della popolazione. La quota di reddito detenuta dallo 0,1 per cento di persone più ricche è quasi raddoppiata dagli inizi degli anni ’80 al 2004, l’ultimo anno per cui si hanno informazioni, grazie al paziente lavoro di ricostruzione di fonti sui redditi più elevati svolto da Elena Pisano, che ha appena conseguito un dottorato alla Sapienza.

Soprattutto nel nuovo Millennio la bassa crescita del Paese è stata appannaggio quasi esclusivo dei piani alti della distribuzione: nel 2004 il millesimo di popolazione più ricco, si tratta di circa 4500 persone, guadagnava in media il 20 per cento in più di solo 4 anni prima, circa il tre per cento del reddito nazionale, mentre il resto degli italiani era al palo. Questa crescente concentrazione delle risorse è andata di pari passo a una riduzione delle tasse per i più ricchi: l’aliquota più alta dell’Irpef è scesa dal 72 al 45 per cento negli ultimi trent’anni, il cuneo fiscale complessivo più elevato (tasse più contributi sociali a carico del lavoratore) è diminuito anch’esso di un terzo, dal 91 al 63 per cento, proprio mentre saliva quello dei salari più bassi.

La riduzione delle imposte sui più ricchi non è un fenomeno solo italiano. Al contrario, è comune a tutta l’Europa continentale. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito è addirittura iniziata prima, nella seconda metà degli anni ’70, sotto Ronald Reagan e Margareth Thatcher. Come si spiega questo fenomeno generalizzato? Non solo con il crescente potere politico di questa fascia di popolazione. Il fatto è che si temeva, non sempre a torto, che tasse alte per queste fasce di popolazione avrebbero finito per ridurre il gettito fiscale. Per due motivi: primo, queste persone possono trasferirsi altrove; secondo, quando non possono trasferirsi altrove, possono comunque spostare altrove i propri capitali in modo più o meno legale. Un esempio fra tutti. Tra i plurimiliardiari ci sono molti calciatori ed è stato documentato come il regime fiscale di vantaggio istituito in Spagna per attrarre campioni stranieri (la famosa legge Beckham) abbia in effetti indotto una consistente migrazione di star calcistiche verso la penisola iberica. A parte la delusione dei tifosi, questa migrazione ha portato con sé decine (se non centinaia) di milioni di tasse da lì in poi pagate altrove. Ma oggi la Spagna, il cui disavanzo fiscale è esploso durante la recessione, è stata costretta ad abolire la legge Beckham. E il Regno Unito porterà nel 2010 l’aliquota più alta sui redditi dal 40 al 50 per cento mentre gli Stati Uniti, su cui grava anche il debito futuro, legato alla riforma sanitaria di Obama, non potranno che seguire a ruota passando dal 35 al 50 per cento nel giro di pochi anni.

Il clima è cambiato anche per quanto riguarda i paradisi fiscali. La lotta contro di loro è stata un diversivo di governi incapaci di affrontare alla radice i problemi da cui è scaturita la crisi. Ma servirà ora a rendere efficaci tasse più alte per i più ricchi, volte a ridurre l’enorme debito pubblico accumulato nella recessione. Quindi oggi, a differenza anche di soli due anni fa, è possibile tassare di più i più ricchi aumentando il gettito.

Posto che sia giusto, nel senso di equo, tassare di più i più ricchi, come farlo? Al Ministro non piace la progressività delle tasse perché ritiene che riduca l’offerta di lavoro. Si sbaglia perché in un paese come il nostro, dove molti non lavorano, tasse più basse per i poveri e tasse più alte per i ricchi aumentano la quantità di persone che lavorano. Le tasse più alte sui redditi da lavoro dei ricchi possono, tuttavia, ridurre la quantità di ore lavorate da ciascuno di loro. Ma non c’è nessun bisogno di tassare di più il lavoro dei ricchi per tassarli di più. Teniamo pure le aliquote Irpef al 45 per cento, ma aumentiamo la tassazione dei redditi non da lavoro, portandola almeno al livello dell’aliquota Irpef più bassa, vale a dire al 23 per cento. Quanto raccoglieremmo in questo modo? Purtroppo è impossibile stabilirlo con precisione perché gli unici dati disponibili sui redditi dell’un per cento più ricco della popolazione sono di proprietà esclusiva del Ministro dell’Economia che farebbe molto bene, nell’avviare il confronto, a renderli pubblici.

Ma una cosa è certa sin d’ora: l’innalzamento della tassazione delle rendite finanziarie renderebbe il sistema più progressivo perché tasserebbe soprattutto i più ricchi: almeno un terzo dei redditi dichiarati dallo 0,01 per cento più ricco proviene da redditi da capitale (la quota è molto più alta, dato che è possibile solo risalire a quelli dichiarati con l’Irpef nel 2004 che includevano al massimo il 40 per cento dei dividendi).

Sappiamo anche che il 90 per cento delle azioni è detenuto in Italia dal 7 per cento più ricco, nelle cui mani si trova quasi un terzo del reddito nazionale. Quindi aumentando anche solo del 5 per cento il prelievo su questa fascia di popolazione, si farebbe affluire all’erario circa 25 miliardi. Che potrebbero essere utilizzati per aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente o fiscalizzare i contributi sociali a carico di chi guadagna appena al di sopra del salario minimo.

Una ragione in più per istituire anche da noi una paga oraria al di sotto della quale non si può andare. È un principio quello di tassare di più i più ricchi che dovrebbe prevalere anche nel disegnare il fisco federale, ripristinando l’imposta sulla prima casa, almeno al di sopra di un certo livello di patrimonio, ricordandosi che la distribuzione delle case di proprietà è ancora più diseguale di quella dei redditi. Insomma, ci sono molti dettagli da discutere. Ma prima bisogna accordarsi sui principi. Cosa ne pensa il Ministro dell’Economia? E cosa ne pensa l’opposizione?

(Tratto da La Repubblica, gennaio 2010)

GLI ODIOSI PASSI INDIETRO DI QUESTO GOVERNO

GLI ODIOSI PASSI INDIETRO DI QUESTO GOVERNO

 Si parla di riforme, ma c’è chi le vuole uccidere.

A quanto pare le riforme vere a questo governo non interessano proprio. Quello che interessa è: risolvere i problemi del premier e quindi dare una bastonata definitiva alla magistratura e cacciare i clandestini, brutti, negri, sporchi e maleodoranti,che fanno paura.

Le riforme che davvero interessano i cittadini, quelle che fanno risparmiare i consumatori, invece, bisogna ucciderle.

Sono rimasti in pochi a parlare di liberalizzazioni. Eppure le “lenzuolate” di Bersani hanno fatto risparmiare fior di miliardi ai consumatori. Basta pensare all’abolizione della odiosa (e costosa) gabella del costo fisso sulle ricariche telefoniche che fruttava ai gestori quasi due miliardi di euro l’anno.

Le liberalizzazioni si dimenticano e si dimenticano i risultati ottenuti, eppure hanno dimostrato che un cambiamento è possibile, si finisce col far prevalere il luogo comune secondo il quale nulla può cambiare perché alla fine vincono sempre i poteri forti e le corporazioni.

Nel 2008 ben 480.000 famiglie hanno risparmiato 100 miliardi di euro grazie alla cancellazione dell’ipoteca sulla casa dopo l’estinzione del mutuo. Più di 2 milioni di clienti hanno cambiato banca senza pagare le spese di chiusura del conto. Oltre 3.000 parafarmacie aperte, che hanno dato lavoro a più di cinquemila giovani laureati. Due miliardi di euro l’anno risparmiati grazie alla eliminazione della ricarica delle schede prepagate dei cellulari.

 Ma sulle liberalizzazioni incombono gravi rischi.

 ASSICURAZIONI. Gli effetti del meccanismo dell’indennizzo diretto non hanno ancora determinato la diminuzione delle tariffe. Le compagnie hanno cercato di boicottare la portabilità della classe di merito e negli ultimi mesi alcuni parlamentari del PDL hanno tentato di reintrodurre il divieto per gli agenti di vendere polizze di più compagnie. Infine è stata approvata una disposizione di legge che porta da uno a cinque anni la possibilità di recedere dai contratti per le polizze vita.

BANCHE. Le banche hanno provato a vanificare o rallentare l’applicazione dell’eliminazione delle penali in caso di estinzione anticipata dei mutui casa e la possibilità di trasferire un mutuo ad un’altra banca senza costi aggiuntivi e senza la perdita dei benefici fiscali. Sono stati necessari interventi legislativi e istruttorie dell’Antitrust per costringere le banche  a rispettare la legge.

 FARMACI DA BANCO. Due disegni di legge prevedono la riduzione del numero dei farmaci da banco vendibili nelle parafarmacie (la mannaia del solito Gasparri) e l’eliminazione dell’obbligo della presenza del farmacista e la chiusura entro dieci anni delle parafarmacie (il solito Gasparri) nonché l’eliminazione delle insegne con la croce verde.

 TRASPORTO AEREO. Dopo l’introduzione dell’obbligo per le compagnie aeree di indicare il prezzo effettivo di volo, permane scarsa trasparenza su onerosi costi aggiuntivi (bagagli, carta di credito, ecc.) che vengono richiesti in modo non chiaro.

 ALTRE PROFESSIONI. La liberalizzazione delle autoscuole non è mai entrata in vigore per la mancata emanazione da parte del governo attuale di un decreto attuativo che di fatto ha bloccato tutti gli esami per nuovi istruttori.

 CLASS ACTION. L’accettazione della causa dipenderà dalla sua costosa pubblicazione, tolta la retroattività, introdotto il danno punitivo al contrario (se una causa viene dichiarata non ammissibile, chi l’ha proposta deve pagare), L’entrata in vigore è stata rimandata tre volte. Al momento fino al 1° gennaio 2010.

(La “class action” significa Azione Collettiva e fa sì che un solo giudice con un solo processo possa condannare un’impresa a risarcire tutti coloro ai quali ha provocato un danno. In Italia invece ogni singolo danneggiato deve fare la sua causa sfidando  i grandi studi legali delle grandi aziende. Tra i primi atti del governo Berlusconi c’è stato quello di posticiparne l’entrata in vigore, di proroga in proroga si è arrivati, per ora, al 1° gennaio 2010. Tuttavia sono state introdotte modifiche peggiorative, per esempio è stata tolta la retroattività, così i danneggiati del crak Parmalat e Cirio rimangono tagliati fuori, anzi hanno introdotta la punitività al contrario, è il denunciante che deve pagare, qualora la causa non sia ammissibile. E’ Ovvio che il povero consumatore prima di fare causa alla potente multinazionale ci pensa due volte. Da un emendamento all’altro questo governo ha svuotato di fatto una buona legge ed è intuibile che le società delle telecomunicazioni, dei trasporti e la Confindustria hanno spinto per peggiorarne e ritardarne l’entrata in vigore). 

(Fonti: “L’Assedio” di E. Cinotti e A. Lirosi Ed. Aliberti 2009)

E’ L’IMMIGRAZIONE, BELLEZZA

Tratto da “La voce” art. di Tito Boeri

immigratiÈ L’IMMIGRAZIONE, BELLEZZA
di Tito Boeri 09.06.2009

Perché i partiti socialdemocratici crollano in tutta Europa proprio in un periodo di recessione? La risposta è nei 26 milioni di immigrati nell’Unione Europea negli ultimi anni. I cittadini sono preoccupati per la sostenibilità del welfare state europeo. E se la soluzione sembra essere in più rigide politiche sull’immigrazione e nelle limitazioni all’accesso allo stato sociale, le coalizioni di destra sono decisamente più credibili. Ma sono politiche inattuabili nel lungo periodo. Esistono alternative ben più efficaci. Senza rinunciare alla redistribuzione.

Le recessioni di norma favoriscono i partiti di sinistra. Il loro appoggio a politiche redistributive è percepito dagli elettori come una forma di assicurazione: durante la crisi si perde il lavoro o si diventa più poveri, ci sarà qualcuno “lassù, al governo” che si preoccuperà di garantire una forma di aiuto di carattere sociale. “Nessuno sarà lasciato indietro” è il motto dei socialdemocratici e il contenuto dell’universalismo nelle prestazioni sociali da loro sostenute. L’età dell’oro dei socialdemocratici nel Parlamento europeo è stata a metà anni Novanta, quando l’Unione Europea aveva tassi di disoccupazione a due cifre  e usciva da una pesante recessione. La supremazia del gruppo socialista a Strasburgo è finita quando la disoccupazione ha iniziato a convergere verso i livelli degli Stati Uniti e il tasso di occupazione ad avvicinarsi agli obiettivi di Lisbona. E invece, questa recessione, la più grave del Dopoguerra, è andata di pari passo con l’affermazione elettorale di movimenti di destra e xenofobi in tutto il Vecchio Continente e con la disfatta proprio di quei partiti che storicamente hanno contribuito di più alla costruzione del welfare state europeo.

UN’ARMA DI ESCLUSIONE SOCIALE DI MASSA

Com’è potuto accadere? La risposta è l’immigrazione. Negli ultimi venti anni più di 26 milioni di persone sono arrivate nell’Unione Europea a 15 contro i poco più di 20 milioni di emigrati negli Stati Uniti, di 1,6 milioni in Australia e meno di un milione in Giappone. Dal 2000, paesi come l’Irlanda e la Spagna, ora particolarmente colpiti dalla crisi, hanno visto raddoppiare il rapporto tra popolazione straniera e indigena. Certo questi flussi sono precedenti alla recessione e, anzi, durante la crisi l’immigrazione tende a diminuire: approssimativamente del 2 per cento per ogni punto percentuale di caduta del prodotto nel paese di destinazione. Ma a preoccupare gli europei è la combinazione di una forte e recente immigrazione, della recessione e del welfare state. I dati dell’European Social Survey rivelano un marcato deterioramento della percezione dei migranti da parte degli europei a partire dal 2002. Questo deterioramento è dovuto alla preoccupazione che gli immigrati siano un peso fiscale in quanto beneficiari dei generosi trasferimenti di carattere sociale garantiti dall’Europa, “la terra della redistribuzione”. Paradossalmente, le politiche redistributive introdotte con l’obiettivo di favorire l’inclusione sociale sono diventate un’arma di esclusione sociale di massa. Ora che i deficit pubblici salgono alle stelle e la disoccupazione torna su livelli a due cifre, gli autoctoni hanno la legittima preoccupazione che anche i più strenui difensori delle politiche redistributive saranno costretti a tagliare le prestazioni sociali, a meno che non riescano a limitare l’immigrazione o almeno l’accesso degli immigrati al welfare. Ma per motivi ideologici, i partiti di sinistra non possono perseguire politiche che introducono barriere o un accesso asimmetrico al welfare per gli immigrati. Le coalizioni di destra e i movimenti xenofobi sono più credibili dei socialdemocratici nel perseguire politiche di questo tipo. L’Italia di destra e la Spagna di sinistra ne sono un buon esempio. In Italia, dai trasferimenti sociali ai poveri sono esclusi a priori coloro che non hanno un passaporto italiano, indipendentemente dal fatto che siano immigrati legali o clandestini e che abbiano pagato le tasse. Intanto, le barche dei disperati vengono respinte verso la Libia e nessuno sa dove saranno portate queste persone. In Spagna i trasferimenti sociali sono estesi ai cittadini stranieri e di recente il governo ha pubblicato un rapporto che documenta il contributo decisivo dato dall’immigrazione nel boom economico degli ultimi dieci anni. Il Ministero del Lavoro è stato ribattezzato Ministero del Lavoro e dell’Immigrazione.  Non è il Ministero degli Interni, come da noi, ad avere la titolarità di queste politiche.

LE ALTERNATIVE POSSIBILI

La faccia rassicurante dei socialdemocratici si sta trasformando in un incubo proprio per quei cittadini europei che rappresentano il loro elettorato tradizionale: operai, persone con reddito basso o che vanno avanti grazie ai sussidi del welfare. Devono quindi i socialdemocratici rinunciare ai loro ideali oppure rassegnarsi a scomparire? Non necessariamente. In primo luogo, non è affatto detto che le misure volte a rendere più rigide le politiche sull’immigrazione e a limitare l’accesso al welfare per gli immigrati rappresentino la risposta migliore alle preoccupazioni dell’opinione pubblica al di là del brevissimo periodo. La recessione è destinata a durare a lungo, e non è semplice mettere in pratica le restrizioni all’immigrazione, come dimostra l’alto numero di immigrati illegali che vivono nell’Unione Europea. E’ difficile anche limitare l’accesso al welfare da parte degli immigrati: l’esperienza degli Stati Uniti ci dice che queste restrizioni possono essere ribaltate dai pronunciamenti dei tribunali, in particolare in quei paesi dove l’immigrazione è già forte e consolidata.
Così anche le politiche oggi premiate dagli elettori possono non dare quei risultati rassicuranti che promettono. Invece di imitare i loro avversari, i socialdemocratici dovrebbero cercare di riformare i loro programmi di welfare rendendoli maggiormente proattivi e rafforzandone le basi assicurative. Questo significa che la possibilità di ricevere i sussidi deve essere subordinata al pagamento dei contributi (gli immigrati sono ovunque contribuenti netti) e che gli abusi debbono essere sanzionati sia sotto il profilo sociale che amministrativo. La Danimarca e la Svezia sono i paesi che hanno fatto i passi più importanti nella riforma delle politiche sociali in questa direzione: è solo un caso che i partiti di centrosinistra di questi due paesi siano le uniche formazioni politiche pro-welfare a non essere state sconfitte in queste elezioni europee?