Archivi tag: racconto

LA PROSSIMA VOLTA

LA PROSSIMA VOLTA

La prossima volta che incontrate qualcuno che irritato o furioso o magari arrogante, ironico, che trova da ridire su tutto, o che comunque ha perso la calma, allora cercate di ricordare che: una persona che si sente bene non ha mai alcun bisogno di attaccare o di mettere in ridicolo nessun altro. Non ditelo all’altra persona tenetevelo per voi e incomincerete a vedere costui o costei in una nuova luce.

Kay Pollak, dal libro Nessun incontro è un caso

Annunci

LE DONNE FORTI

annaLE DONNE FORTI

Le donne forti le riconosci, non passano inosservate.
Quando camminano senti la loro presenza, quando arrivano senti che qualcosa cambia.
Non sono donne facili, perché non si accontentano, perché vogliono e cercano qualcosa di più.

Non hanno paura delle sfide per trovare ciò che hanno nel cuore, non hanno paura nemmeno di soffrire per inseguire i loro ideali.

Non vogliono piacere a tutti le donne forti, vogliono piacere soprattutto a se stesse.

Quando le donne forti ti guardano non vedi solo i loro occhi. C’è qualcosa di più. È la loro anima che scorgi, ha il colore del sole e la luce della luna.

Quando le donne forti si muovono non c’è solo il loro corpo ma ci sono anche i loro sogni, le loro speranze, la fiducia che hanno in se stesse e negli altri.

Le donne forti non sono come tutti gli altri, ascoltano anche il loro lato più istintivo, ridono e piangono senza vergognarsi e se ne hanno voglia si siedono per terra o camminano scalze come se fosse la cosa più normale del mondo.

Le donne forti non sono donne che non sbagliano mai ma sono donne che affrontano i loro sbagli con la forza dell’anima. I fallimenti e le sconfitte diventano terreno fertile per imparare, per migliorare. Diventano il luogo dove l’anima trova gli spazi per crescere.

Le donne forti sono in grado di vestirsi di niente ma di sembrare tutto. È la loro anima che le veste, è la forza di se stesse che le circonda. Ed è proprio questa loro presenza, a volte difficile, che merita di averle conosciute.

Simona Oberhammer

DARE IL GIUSTO PESO ALLE COSE

mani_xxDARE IL GIUSTO PESO ALLE COSE

Mentre mia moglie mi serviva la cena, mi feci coraggio e le dissi: «voglio il divorzio».
Vidi il dolore nei suoi occhi, ma chiese dolcemente: «perché?».
Non risposi e lei pianse tutta la notte.

Mi sentivo in colpa, per cui sottoscrissi nell’atto di separazione che a lei restassero la casa, l’auto e il trenta per cento del nostro negozio. Lei quando vide l’atto lo strappò in mille pezzi e mi presentò le condizioni per accettare.
Voleva soltanto un mese di preavviso, quel mese che stava per cominciare l’indomani: «devi ricordarti del giorno in cui ci sposammo, quando mi prendesti in braccio e mi portasti nella nostra camera da letto per la prima volta. In questo mese ogni mattina devi prendermi in braccio e devi lasciarmi fuori dalla porta di casa».

Pensai che avesse perso il cervello, ma acconsentii.
Quando la presi in braccio il primo giorno eravamo ambedue imbarazzati, nostro figlio invece camminava dietro di noi applaudendo e dicendo: «grande papà, ha preso la mamma in braccio!»

Il secondo giorno eravamo tutti e due più rilassati. Lei si appoggiò al mio petto e sentii il suo profumo sul mio maglione.
Mi resi conto che era da tanto tempo che non la guardavo. Mi resi conto che non era più così giovane, qualche ruga, qualche capello bianco.

Il quarto giorno, prendendola in braccio come ogni mattina, avvertii che l’intimità stava ritornando tra noi: questa era la donna che mi aveva donato dieci anni della sua vita, la sua giovinezza, un figlio. Nei giorni a seguire ci avvicinammo sempre più.

Ogni giorno era più facile prenderla in braccio e il mese passava velocemente.
Pensai che mi stavo abituando ad alzarla, e per questo, ogni giorno che passava la sentivo più leggera. Mi resi conto che era dimagrita tanto.

L’ultimo giorno, nostro figlio entrò all’improvviso nella nostra stanza e disse: «papà, è arrivato il momento di portare la mamma in braccio».
Per lui era diventato un momento basilare della sua vita.

Mia moglie lo abbracciò forte ed io girai la testa, ma dentro sentivo un brivido che cambiò il mio modo di vedere il divorzio. Ormai prenderla in braccio e portarla fuori cominciava ad essere per me come la prima volta che la portai in casa quando ci sposammo. La abbracciai senza muovermi e sentii quanto era leggera e delicata, mi venne da piangere!
Mi fermai in un negozio di fiori. Comprai un mazzo di rose e la ragazza del negozio mi disse: «che cosa scriviamo sul biglietto?».
Le dissi: «ti prenderò in braccio ogni giorno della mia vita finché morte non ci separi».

Arrivai di corsa a casa e con il sorriso sulla bocca, ma mi dissero che mia moglie era all’ospedale in coma. Stava lottando contro il cancro ed io non me n’ero accorto.
Sapeva che stava per morire e per questo mi aveva chiesto un mese di tempo, un mese perché a nostro figlio rimanesse impresso il ricordo di un padre meraviglioso e innamorato della madre.

Lei aveva chiaro quali fossero i dettagli, i semplici dettagli, che contano in una relazione. Non sono la casa, la macchina, i soldi, queste sono cose effimere che sembrano saldare un’unione e invece possono dividerla.
A volte non diamo il giusto valore a ciò che abbiamo fino a quando non lo perdiamo!

Fonte qui 

IL PUNTO NERO

IL PUNTO NERO

Un giorno un insegnante arrivò in classe e disse agli studenti di prepararsi per un quiz a sorpresa.

Tutti erano nervosi, spaventati dalla prova imminente. Mentre l’insegnante stava distribuendo un foglio chiese di non guardare il foglio, fino a quando lui non avesse dato il via alla prova. Una volta che tutti i fogli furono distribuiti diede l’autorizzazione a voltare il foglio e vedere il contenuto.

Con grande sorpresa di tutti si trattava di un foglio bianco con in mezzo un punto nero.

Vedendo il volto sorpreso di tutti i suoi studenti, il professore disse: “Ora scrivete una riflessione su ciò che state vedendo”.

Tutti i giovani, confusi, cominciarono a pensare e scrivere su ciò che vedevano.

Trascorso il tempo, l’insegnante raccolse i fogli, li pose sulla scrivania e cominciò a leggere ad alta voce quanto gli studenti avevano scritto.

Tutti, senza eccezione avevano fatto una relazione sul punto nero, con le più diverse considerazioni.

Dopo la lettura, disse:

“Questo test non servirà per il voto, ma come lezione di vita. Nessuno ha parlato della pagina bianca, avete dedicato tutta la vostra attenzione al punto nero. E’ ciò che accade nella nostra vita. La vita è un foglio interamente bianco da vedere e godere, ma ci concentriamo sui punti neri.

La vita è un dono della natura, ci è data con affetto e amore, abbiamo tante ragioni per far festa per gli amici che ci sostengono, il lavoro che ci sostiene, i miracoli che accadono ogni giorno, eppure insistiamo a guardare il punto di nero, i problemi di salute, la mancanza di soldi, il difficile rapporto con i familiari, una delusione con il partner, con un amico  e così via.

I punti neri sono minimi rispetto a quello che ci viene donato ogni giorno, eppure occupano la nostra mente in ogni momento. Cercate di prestare attenzione a tutta la pagina bianca e non solo ai punti neri. Cogliete ogni benedizione, ogni momento che la vita ci sta offrendo, state tranquilli, abbiate fiducia, datevi da fare, «esistete», vivete felici”.

IL QUADERNETTO

IL QUADERNETTO

Un turista si fermò, per caso, nei pressi di un grazioso villaggio immerso nella campagna. La sua attenzione fu attirata dal piccolo cimitero. Era circondato da un recinto di legno lucido e c’erano tanti alberi, uccelli e fiori incantevoli.

Il turista s’incamminò lentamente in mezzo alle lapidi bianche distribuite a casaccio in mezzo agli alberi.

Cominciò a leggere le iscrizioni.

La prima: Giovanni Tareg, visse 8 anni, 6 mesi, 2 settimane e 3 giorni. Un bambino piccolo seppellito in quel luogo.

Incuriosito, l’uomo lesse l’iscrizione sulla pietra di fianco, diceva: Denis Kalib, visse 5 anni, 6 mesi e 3 settimane. Un altro bambino.

Una per una, prese a leggere le lapidi. Recavano tutte iscrizioni simili: un nome e il tempo di vita esatto del defunto, ma la persona che aveva vissuto più a lungo aveva superato a malapena gli undici anni.

Si sentì prendere da un grande dolore, se sedette e scoppiò in lacrime.

Una persona anziana che stava passando rimase a guardarlo piangere in silenzio e poi gli chiese se stesse piangendo per qualche familiare.

«No, no, nessun familiare» disse il turista «ma che cosa succede in questo paese? Che cosa c’è di così terribile da queste parti? Quale maledizione grava su questa gente, per cui tutti muoiono bambini?»

L’anziano sorrise e disse: «Stia tranquillo. Non esiste nessuna maledizione. Semplicemente qui seguiamo un’antica usanza. Quando un giovane compie quindi anni, i suoi genitori gli regalano un quadernetto, come questo qui che tengo appeso al collo. Ed è tradizione che a partire da quel momento, ogni volta che uno di noi vive intensamente qualcosa, apre il quadernetto e annota quanto tempo è durato il momento di intensa e profonda felicità. Si è innamorato? Per quanto tempo è durata la grande passione? Una settimana? E la gravidanza o la nascita del primo figlio? E il matrimonio degli amici? E il viaggio più desiderato? E l’incontro con il fratello che ritorna da un paese lontano? Per quanto tempo è durato il piacere di quelle situazioni? Ore? Giorni? E così continuiamo ad annotare sul quadernetto ciascun momento in cui assaporiamo il piacere…ciascun momento.

Quando qualcuno muore, è nostra abitudine aprire il quadernetto e sommare il tempo in cui ha assaporato una soddisfazione piena e perfetta per scriverlo sulla tomba, perché, secondo noi, quello è l’unico, vero tempo vissuto».

Tu, quanti anni hai?

* Non limitarti ad esistere…vivi!

* Non limitarti a toccare…senti!

* Non limitarti a guardare…vedi!

* Non limitarti a udire…ascolta!

* Non limitarti a parlare…dì qualcosa!

 

LA MUFFOLA ROSSA

guanto-muffola-a-tenuta-termica-mm-600LA MUFFOLA ROSSA

Il giorno più freddo di quell’inverno, un uomo frettoloso perse la muffola destra. Un topolino scorse la muffola e s’infilò dentro. Si rannicchiò e, tutto appallottolato, si addormentò.

Poco dopo, saltando a grandi balzi per vincere il freddo, arrivò una ranocchia. Cacciò la testa nella muffola e domandò: «C’è ancora un posticino libero?» Il topolino si svegliò e brontolò: «Se mi faccio piccolo piccolo, forse sì!».

Stavano bene al caldo nella muffola rossa tutti e due, il topolino e la ranocchia. Improvvisamente, una civetta piombò giù da un albero con un gran sbattere d’ali. Né il topolino né la ranocchia possono sopportare le civette, ma la civetta si mise a frignare: «Le mie piume sono gelate, vi prego, lasciatemi entrare». Si strinsero un po’e, con un colpetto di qua e uno di là, il grosso uccello si sistemò.

Ora erano in tre nel tepore della muffola rossa: il topolino, la ranocchia e la civetta. Si erano appena assopiti che passò una lepre e balbettò: «Oh! Deve fare un bel calduccio lì dentro, no? Fate largo che arrivo!» e si installò comodamente in mezzo.

Erano in quattro, stretti stretti: il topolino, la ranocchia, la civetta e la lepre. E arrivò una volpe, che senza dire né «a» né «be», si cacciò dentro alla muffola gridando: «Pista!» era una volpe molto prepotente. Ahimè, una cucitura cedette e dalla fessura entrò una lama di aria gelida. Ma che farci? Stavano ben stretti gli uni agli altri, tutti e cinque nella muffola rossa: il topolino, la ranocchia, la civetta, la lepre e la volpe.

Grufolando e imprecando arrivò un cinghiale infreddolito, tutto coperto di neve. «Stattene fuori! Soffochiamo già per conto nostro…» squittì il topolino. «E perché devo restare fuori proprio io?» grugnì il cinghiale. «Se c’è posto per voi, c’è posto anche per me!»  E, un colpetto di qua e uno di là, il cinghiale si sistemò in mezzo agli altri.

Purtroppo saltò un’altra cucitura e il vento filtrò anche dall’altra parte. Ma gli animali nella muffola non se ne accorsero, tanto erano stretti gli uni agli altri. Tutti e sei nella muffola. Potevano a mala pena respirare: il topolino, la ranocchia, la civetta, la lepre, la volpe e il cinghiale.

Un orso arrivò trotterellando. Questa volta strillarono tutti spaventati: «No! No! Tu no». Il povero orso si sedette nella neve davanti alla muffola e scoppiò in un pianto dirotto. «Voi ve ne state lì dentro al calduccio – singhiozzava – mentre io sono qui fuori al freddo e al gelo. Mi si è gelata anche la coda». «Va bene – si impietosirono gli altri – vieni dentro anche tu».

E si strinsero fino a soffocare. L’orso si fece piccolo piccolo, quasi tutte le cuciture crepitarono pietosamente, ma anche l’orso riuscì quantomeno a sistemarsi. Questa volta non c’era più il minimo spazio nella muffola rossa, dove si erano appallottolati tutti e sette: il topolino, la ranocchia, la civetta, la lepre, la volpe, il cinghiale e l’orso.

Ma nessuno notò una formichina minuscola che si infilò ancora, piano piano, in mezzo a loro. E questo fu troppo! Buuuum! La muffola scoppiò in tanti pezzetti. Tutti gli animali rotolarono nella neve ghiacciata, frustati dal vento gelido. E tutti ebbero di nuovo un freddo terribile.

 

[I rapporti fra le persone hanno un equilibrio delicatissimo. Basta un nonnulla per rovinare tutto]

 

UNA INNOCUA GENTILEZZA

UNA INNOCUA GENTILEZZA

rose_rosse_stelo_lungoEra la serata più bella della sua cazzuta vita. Rincasando comprò pasticcini, caviale e una bottiglia del prosecco più costoso. E rose rosse per sua moglie dal filippino al semaforo. E lui era uno che quelli ai semafori, di solito, li insultava. Solo il giorno prima, col finestrino della sua arrogante Audi semiabbassato, aveva sibilato a una zingarella: «Ma perché invece di cagare il cazzo non lo succhi? Non sarebbe più onesto

«Amore, finalmente ce l’ho fatta!» annunciò. Grondava trionfo, e stritolò in un impeto abbracciante la delicata coniuge extra small, sbaciucchiandole con moderata bausciosa lascivia il lobo sinistro, vicino all’oro dell’orecchino d’oro. «Il posto di vicedirettore è mio!» sibilò.

«Oh, tesoro, sono fiera di te!» cinguettò lei guardandolo negli occhi, e imitando, senza consapevolezza, le imbecillesse dei film americani. (Le imbecillesse dei film americani si dicono sempre “fiere” di qualcuno, almeno quattro volte al giorno: del marito, del figlio, del chihuahua… «Come sono fiera, di te!»)

«Cristo, cinque anni ho dovuto stargli dietro, a quel dannato barbagianni».

«Non insultarlo, caro: se alla fine ti ha scelto, è evidente che il Direttore ti stima».

«Non è proprio così: non gli sono mai piaciuto, a quello là, come lui non è mai piaciuto a me. Ma alla fine ha dovuto prendere atto, seppure controvoglia, del mio talento per gli intrallazzi e le porcate. E questa è la serata più bella della mia vita. Quel posto era diventato lo scopo unico della mia esistenza, lo sai».

«Come sono felice, per te, e per noi due. E guarda, un po’ sono anche orgogliosa di aver contribuito, proprio un minuto fa, a rafforzare il gioco di squadra!» gli rivelò spalancando quel suo sorriso di alta odontoiatria Carta Platinum (quasi a zero, la card, in attesa di venire rivitalizzata dal nuovo stipendio).

«Che stai dicendo, cara?» Non era ancora rabbuiato, ma corrugato sì.

«È arrivata una mail del Direttore. Era indirizzata a te, ma io stavo navigando, sai, su quei siti di shopping di lusso, e l’ho vista al volo, e, trattandosi di una gentilezza che non mi costava niente, ho risposto subito».

«Cara, apprezzo le tue buone intenzioni, ma lo sai che non mi piace per niente questo modo di fare. La mia corrispondenza preferisco sbrigarla io. Devo rimettere la password? Così poi ricominciamo con le gelosie e le amanti immaginarie?»

«Oh, ma è stata solo una formalità, e rispondendo subito l’avrò fatto contento. Tranquillo, amore».

«Mmm… Ma che voleva?»

«Chiedeva se per caso avevi delle buone foto sue da usare per la presentazione coi giapponesi, perché lui aveva cancellato per sbaglio dei file e non riusciva più a trovarle nei dischi di backup. Così ho visto che ce n’erano un paio in memoria, nel tuo schedario, e gliele ho mandate».

«Gliele hai… occristo…»

«Ma che succede, tesoro? Che ti prende? Non ti ho mai visto tremare così, e diventare così pallido. Io… Le ho guardate bene, le foto, erano belle, non ci avevi mica fatto nessuno dei tuoi scherzetti porno con photoshop!»

«Le avrai almeno rinominate

«Rinomi… ma cos’è adesso ‘sta menata? Di nuovo con queste tue manie da impeccabile perfettino elettronico?» pigolò lei. «Le foto si riconoscono dalla faccia, mica dal numero che gli dai. C’erano quelle due foto bellissime, in cui era venuto così bene, così sorridente, e allora io… è stata solo una gentil…»

«Dovrei ammazzarti, dannazione!» disse lui scuotendola come si scuote un piccolo albero di melo, per far cadere le mele mature, ma così intensamente che sarebbero cadute anche quelle acerbe, e le tettine finte. «Era la più bella serata della mia vita!» La sua voce era, adesso, un composto misto e molto instabile di urlo, gemito e piagnisteo.

«Ma si può sapere che avrei fatto di male?»

«Cos’hai fatto di male? Nascere, tanto per dirne una! Sei una stramaledetta gallina! Mi hai rovinato, mi hai fottuto la carriera!»

«Ma caro…»

«Caro un cazzo! Care sono le pellicce di leopardo! Chi le paga adesso? Devo mandarti a battere ai semafori? Devo andarci io?»

«Perché mi tratti così? Perché diventi così orribile? Ero così fiera di t…»

Scaraventata che ebbe la bottiglia di prosecco contro il muro (così prestigiosa e robusta che invece di infrangersi e sputacchiare spuma aprì una breccia nel cartongesso da mutuo milionario, traendone a livello sonoro un inaspettato “grund-stlokk”, prima di atterrare sulla moquette e rotolare verso la porta d’ingresso, come avesse subodorato che da lì era più conveniente uscire), lui si precipitò nello studio. Frignando, grugnendo e bestemmiando, chiuse la porta a chiave. Il pc era già acceso, e bastò assestare un nervoso scossone al mouse per far riapparire il desktop che il dispositivo salvaschermo aveva oscurato.

C’erano due ultime, debolissime speranze. La prima era trovare nella posta in arrivo una di quelle mail con oggetto “Delivery System ecc” che annunciava il fallimento dell’invio (una delle cose che più lo facevano incazzare, e che invece, quella sera, gli avrebbe evitato il fallimento suo, e l’obbligo del suicidio mediante rivoltellata alla tempia).

Nulla, naturalmente.

La seconda era che, nella memoria dell’archivio fotografico, esistessero altre foto del Direttore di cui s’era dimenticato, e che la moglie avesse allegato un paio di quelle, e non le due che temeva lui.

No, dannazione. C’erano soltanto quelle due. E quelle due erano state inviate.

Quella che lui aveva rinominato testadicazzofiglioditroia.jpg. E quella che, sempre lui, aveva rinominato crepamerda.jpg.

Immaginò il Direttore che le riceveva, prima sbigottito, poi furibondo, poi quasi contento – no, molto contento – di avere un pretesto per riconsiderare la decisione sul nuovo vice. Per poi levargli anche le mansioni che aveva, e sbatterlo in mezzo alla strada, con una vigorosa pedata nel culo. Già: in mezzo alla strada. Perché l’influenza del Direttore, uomo potente e vendicativo se ce n’era uno, di sicuro gli avrebbe precluso qualunque approdo di ripiego lavorativo. Lui sì che stava per essere rinominato: da vicedirettore a vicefilippino al semaforo.

Non rimaneva altro da fare che spararsi.

(Scritto da Zio Scriba)

LA FAVOLA DELLA QUERCIA E DEL DIAVOLO

LA FAVOLA DELLA QUERCIA E DEL DIAVOLO

quercia-di-nottoria-norcia-01Una leggenda sarda testimonia come il simbolo “paterno” e protettivo della quercia, sia radicato nell’immaginario collettivo.

Un giorno il diavolo si recò dal Signore dicendogli: «Tu sei il signore e padrone di tutto il creato, mentre io, misero, non possiedo nulla. Concedimi una signoria, pur minima, su una parte della creazione: mi accontento di poco».

«Che cosa vorresti avere?» chiese Domineddio.

«Dammi, per esempio, il potere su tutto il bosco» propose il diavolo.

«E sia» decretò il Signore «ma soltanto quando i boschi saranno completamente senza fogliame, ovvero durante l’inverno: in primavera il potere tornerà a me».

Quando gli alberi e le foglie decidue dei boschi seppero del patto, cominciarono a preoccuparsi, e con il passare del tempo la preoccupazione si mutò in agitazione. «Che cosa possiamo fare?» si domandavano disperati. «A noi le foglie cadono in autunno».

Il problema pareva insolubile quando al faggio venne un’idea: «Andiamo a consultare la quercia, più robusta e saggia e di noi tutti la più anziana. Forse lei troverà un espediente per salvarci».

La quercia, dopo aver riflettuto gravemente, rispose: «Tenterò di mantenere le mie foglie secche sui rami finché sui vostri non spunteranno la foglioline nuove. Così il bosco non sarà mai completamente spoglio e il demonio non potrà avere alcun dominio su di noi».

Da allora le foglie secche della quercia, coriacee e seghettate, rimangono sui rami per cadere completamente soltanto quando almeno un cespuglio si è rivestito di foglie nuove.

 

UN BICCHIERE DI LATTE

Dr_KellyUN BICCHIERE DI LATTE

Un giorno, un povero ragazzo che cercava di pagarsi gli studi vendendo fazzolettini e altri oggettini di poco valore ai passanti o bussando di porta in porta, si accorse di avere in tasca solo pochi centesimi e di essere terribilmente affamato.

Decise che avrebbe chiesto qualcosa da mangiare alla prossima casa.

Tuttavia si sentì mancare il coraggio quando ad aprire la porta venne una graziosa bambina dai grandi occhi verdi.

Così, invece di cibo, chiese un bicchiere d’acqua.

La bambina si accorse della sua fame e gli portò un grosso bicchiere di latte.

Il ragazzo la ringraziò calorosamente e poi chiese:

«Quanto devo?»

«Non mi devi niente» rispose la bambina, «la mamma dice che non si deve niente per la gentilezza».

Lui replicò: «Allora grazie, grazie con tutto il cuore».

Appena Howard Kelly lasciò quella casa, non si sentiva meglio solo fisicamente, ma la sua fede nell’umanità era cresciuta molto.

Era sul punto di rinunciare e rassegnarsi a studiare, ma quel piccolo gesto gli aveva ridato la forza e la volontà di continuare a lottare.

Molti anni dopo, quella stessa bambina, ormai adulta, si ammalò gravemente. I dottori locali non sapevano più cosa fare. Alla fine la mandarono in una grande città dove c’erano degli specialisti in grado di curare quella malattia così rara.

Il dottor Howard Kelly, una vera celebrità in campo, fu uno degli invitati al consulto.

Quando il professore udì il nome della cittadina da cui proveniva la donna, una strana luce gli brillò negli occhi. Accorse immediatamente nell’ospedale e si fece indicare la camera dell’ammalata.

La riconobbe immediatamente, e non solo per gli occhi verdi. Subito si avviò verso la stanza dove si teneva il consulto, deciso a fare di tutto per salvare la vita della donna.

Da quel momento dedicò tutto il tempo possibile a quel caso. Dopo una lunga e strenua lotta, la battaglia fu vinta.

Il professor Kelly chiese all’ufficio amministrativo dell’ospedale di passare a lui il conto finale della spesa. Lo esaminò e poi scrisse alcune parole in un angolo del foglio.

Il conto fu portato alla paziente.

La donna esitò ad aprirlo, era sicura che avrebbe dovuto impiegare tutto il resto della sua vita per pagare, quel conto certo salatissimo.

Alla fine, con cautela, lo sbirciò, ma la sua attenzione fu subito attratta dalle parole scritte a mano su un lato del conto.

Lesse queste parole:

«Pagato totalmente con un bicchiere di latte».

Ed era firmato: dottor Howard Kelly.

IL TASSISTA

IL TASSISTA

13161-taxiFaccio il tassista. I passeggeri salgono, si siedono vicino a me in un totale anonimato, e mi parlano della loro vita.

Ho incontrato persone la cui vita mi stupiva, mi rendeva migliore, mi faceva sorridere o mi deprimeva. Nessuna però mi commosse tanto quanto la donna che salì una notte di agosto.

Avevo risposto ad una chiamata presso alcune villette tranquille. Credevo che avrei raccolto qualcuno che usciva da una festa, o qualcuna che aveva avuto una discussione con il fidanzato o un lavoratore che avrebbe dovuto recarsi presto al lavoro presso una zona industriale della città.

Quando giunsi verso le 2.30 a.m., la casa era buia tolta una luce dalla finestra del primo piano. In queste circostanze molti tassisti fanno suonare una o due volte il clacson, attendono un munito, e poi se ne vanno.

Io però conosco alcune persone povere che dipendono dal taxi come unico mezzo di trasporto in certi casi.

La situazione mi appariva incerta, ed io andai fino alla porta e bussai.

«Un minuto» mi rispose una voce fragile. Sentivo qualcosa che veniva trascinato sul pavimento e dopo una lunga pausa, la porta si aprì.

Una piccola donna di circa ottant’anni comparve davanti ame. In mano una piccola valigia di nylon. Nell’appartamento tutti i mobili erano coperti con fodere, non c’erano orologi alle pareti, nessun soprammobile o utensile. In un angolo c’era una scatola di cartone piena di fotografie e una vetrinetta.

Continuava a ringraziarmi per la mia gentilezza.

«Non è niente, le dissi. Io voglio trattare i miei passeggeri come vorrei che fosse trattata mia madre».

«Oh, sono sicura che lei è un buon figliolo».

Quando giungemmo al taxi mi diede un indirizzo, poi chiese:

«Potrebbe passare dal centro?»

«Non è la via più breve» le risposi rapidamente.

«Oh, non importa» disse lei. «Non ho fretta, vado alla casa di riposo».

La guardai nello specchio retrovisore, i suoi occhi lacrimavano.

«Non ho famiglia» continuò «il dottore dice che non mi rimane molto tempo».

Tranquillamente allungai la mano e spensi il tassametro. Per due ore guidai in giro per la città. Ella mi indicò lo stabilimento in cui aveva lavorato come operatrice di ascensori. Poi dove lei e suo marito erano vissuti quando erano sposati da poco. Mi chiese di passare davanti a un negozio di mobili dove una volta c’era una sala da ballo, e lei andava a ballare da ragazza. A volte mi diceva di passare lentamente davanti ad un edificio particolare o ad angolo buio e non diceva niente.

Appena appariva all’orizzonte il primo raggio di sole, ella disse subito: «Sono stanca, andiamo adesso».

Rimase in silenzio fino al luogo che mi aveva indicato.

Due infermieri vennero verso il taxi il più velocemente possibile. Erano molto gentili, e vigilavano ogni sua mossa. Probabilmente la stavano attendendo. Ho aperto il bagagliaio ed ho portato la valigetta fino alla porta. La donna stava seduta su una sedia a rotelle.

«Quanto le devo?» chiese, frugando nella sua borsa.

«Niente» le dissi.

«Dovete vivere di qualcosa» rispose.

«Avrò altri clienti» affermai.

Così, senza pensarci, mi chinai e l’abbracciai.

Ella mi corrispose con forza e disse: «Avevo proprio bisogno di un abbraccio!».

Mi strinse la mano, poi si avviò verso la luce mattutina. Dietro a me una porta si chiuse. Era il suono di una vita conclusa. Non accettai altri clienti in quel turno, e guidai senza meta per il resto del giorno.

Ad uno sguardo veloce, credo di non aver fatto niente di più importante nella mia vita.