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IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

Sembra che l’ex sindaco di Milano, Pisapia, ex Sel, voglia ritirare fuori dal cilindro del vecchio Ulivo, il Prodi dei miracoli, quello che ha sconfitto due volte Berlusconi e che, a sua volta, è stato sconfitto per due volte.

Ma non mi pare una mossa elegante e non so cosa ne pensi Prodi.

Pisapia, il cui peso nella politica italiana è pari a quello di un uccellino, lo vorrebbe come capo di un nuovo centro-sinistra largo, originale, diverso.

Non so che cosa deciderà Prodi.

E’ vero che Prodi sconfisse due volte Berlusconi, la seconda volta proprio di misura, ma vinse. E’ altrettanto vero, per quanto incredibile, ma di consuetudine in questa sinistra, che, in entrambe le occasioni, è stato liquidato dai suoi stessi compagni di avventura. Senza un minimo di riconoscenza.

Più tardi, l’hanno fatto rientrare apposta e di corsa dall’Africa, dove era in missione per conto dell’Onu perché sembrava dovessero farlo presidente della Repubblica. Altra presa in giro: sabotato e gettato via, senza nemmeno dirgli grazie.

Adesso, lo vanno a ritirare fuori.

Incredibile, povera, e senza idee è questa politica di sinistra di oggi. Una vera delusione per me.

DICIAMOCELO

DICIAMOCELO

Pensare che Pisapia e il Mdp rappresentino oggi il “nuovo” della politica italiana è come credere che il Colosseo sia stato inaugurato la settimana scorsa.

Infatti, i diversi protagonisti che recentemente si sono fatti attorno all’ex Sindaco milanese, soprattutto, per ragioni di mera sopravvivenza esistenziale, sono tutti reduci di precedenti ed annose esperienze politiche oggettivamente non esaltanti. Sono quelli, per intenderci, dei perenni distinguo, delle litigi tanto al chilo e delle vecchie e stantie ricette che non solo non hanno funzionato nel passato, ma male si addicono oggi, sia al nostro tempo che al nostro prossimo futuro.

La verità vera, è che nel panorama politico italiano degli ultimi 40 anni, piaccia o meno ai suoi critici, l’unica reale novità, dopo la ultraventennale e fallimentare esperienza berlusconiana, l’ha rappresentata e la rappresenta Matteo Renzi.

Quel personaggio politico, cioè, che, seppure in condizioni tutt’altro che ottimali, ha avuto l’idea, la tenacia ed il coraggio di far saltare i vecchi e rituali schemi, rinnovare il contorto e criptato linguaggio della politica, defenestrarne le vecchie cariatidi, mettere le mani sulle diverse e complicate cause che hanno ingessato per tre quarti di secolo il nostro Paese e tentato di avviarne il complessivo ammodernamento.

Questo è un dato reale ed è anche conseguenza, del largo ed ostile fronte che gli si frappone.

Tutti sappiamo che i problemi del nostro Paese vengono da lontano. Sono problemi complessi e che taluni sono addirittura figli del nostro stesso modo d’essere e della nostra “cultura”.

Tutti sappiamo, inoltre, che a questi, nel triennio renziano non sempre è stata data la risposta giusta.

E’ indubbio, però, che molto si è fatto e che i risultati, per quanto lentamente, forse troppo lentamente, lo stanno a dimostrare.

Naturalmente, tali risultati li disconosco strumentalmente i suoi avversari interni ed esterni e, spesso, ne colgono il valore a fatica gli stessi beneficiati.

E ciò, sia per la diffusa pochezza culturale, sia perché non sono pochi quelli che pretenderebbero inesistenti capacità taumaturgiche ai processi politici che, invece, come sappiamo,necessitano di tempi lunghi per essere “toccati con mano”.

Non li riconoscono, altresì, anzi li ostacolano, e spesso con mezzi tutt’altro che leciti, anche i rappresentanti di quei poteri che hanno forti interessi a contrastarli.

Ciò nonostante, è il caso di sottolineare che quei risultati sono una realtà e quantunque li si vogliano ignorare, svilire e/o rallentare, difficilmente se ne potrà negare a lungo la concretezza.

Di fronte a questo complesso ed articolato quadro della situazione socio-politica italiana, assistiamo alla lacerazione ed alla ripetuta divisione di quelle stesse forze politiche che dovrebbero sostenere a spada tratta il rinnovamento; al conseguente disorientamento del corpo elettorale e, soprattutto, cosa pericolosissima quest’ultima, alla scelta di una fascia significativa di cittadini di affidarsi alle cure di improvvisati ciarlatani che, quantunque messi alla prova in talune grande realtà cittadine, Roma e Torino ne sono due evidenti e clamorosi esempi, hanno manifestato clamorosamente la loro incapacità ed insufficienza.

Quanto sopra per dire che la svolta per il nostro Paese, non è dietro l’angolo. Occorrerà ancora stringere i denti per realizzarla. Potremmo ritrovarci a fronteggiare nuove emergenze e forse anche delle sorprese negli immediati tempi che verranno e che per questo dovremmo seguire la rotta, senza farci ammaliare da vecchie sirene.

Anche in previsione delle prossime elezioni politiche, la scelta dei nuovi partner del PD, dovrà essere fatta con estrema cura, tenendo conto non solo dei numeri, ma anche della propria vocazione fondatrice, nonché della necessità di accompagnarsi a simili, ma senza immaginare automaticamente ritorni a quel passato di cui buona parte dei ricordi non solo non è piacevole, ma sarebbe assolutamente il caso di dimenticare.

Renzi e la sua squadra, la dirigenza del PD e lo stesso suo ampio elettorato, non hanno affatto bisogno di nuove frizioni interne, di lacerazioni e costanti polemiche, degli stessi scenari ai quali recentemente hanno assistito e, soprattutto, non avrebbero la pazienza di sopportarle ulteriormente.

Buon lavoro.

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

RIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

pianta-semeRIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

Il dibattito sul ridare un senso alla sinistra ha radici lontane.

Le possiamo rintracciare in un saggio di Michele Salvati del 1995, dove si criticavano le vecchie formule della sinistra che deve rielaborarsi, misurarsi con l’Italia odierna ma senza perdere la propria passionalità.

A distanza di 22 anni il dibattito è stato via via sempre annunciato ma mai fatto partire, Renzi oggi ha la responsabilità di dargli finalmente corpo e vita. Del resto lui stesso, nel 2012, si propose come la persona che voleva ribaltare le vecchie liturgie di partito, che voleva spalancare il partito per farvi entrare aria nuova.

Per farlo avrebbe però dovuto elaborare una propria ideologia e non lasciare che tutti interpretassero il renzismo come una piratesca conquista del potere. Forse risiede qui l’errore originario che ha poi letteralmente fatto esplodere il sogno di una generazione nuova al potere, quella che doveva portare la rivoluzione e il vento della novità ma che invece è finita per ricalcare, più o meno, tutti gli schemi nonché gli errori e le storture e i vizi, della vecchia politica.

La differenza fra allora e oggi la si nota da un dettaglio: nella sconfitta del 2012 Renzi si assunse totalmente ogni responsabilità, oggi fa quasi lo stesso, ma ricordando anche come sia stato ostacolato, come un pochino di colpa la abbiano anche gli altri. Esattamente quello che fanno tutti i politici: abbiamo sbagliato, ma in fondo lo abbiamo fatto per colpa degli altri.

Il risultato è stato che il ribelle Renzi si è travestito da conformista.

Serve che il Partito Democratico torni a lanciare una sfida di alto livello al sistema dominante.

Viviamo un periodo storico molto particolare, in cui le ideologie del passato risultano sempre più fragili e dove il sistema attuale si sta via via sgretolando.

Serve tornare a essere ambiziosi, non verso il potere, ma verso l’elaborazione di una visione che getti le basi per il futuro dei prossimi decenni.

Servono contribuiti intellettuali per dimostrare che possono esistere delle alternative al sistema vigente, per l’elaborazione di alternative ideologiche, culturali e sociali.

In un’epoca di post-qualsiasi-cosa (post-democrazia, post-verità), forse sarebbe ora di parlare del nostro sistema e introdurre l’argomento del post-capitalismo, ma non con l’obiettivo di abbattere il capitalismo in sé, ma con quello di ripensarlo, rivoluzionarlo, supportarlo nel suo aggiornamento.

Tutti però devono essere coinvolti in questa rinnovata necessità di cambiare le cose, e tutti devono iniziare a farlo, partendo dal proprio metro quadrato di spazio.

Abbiamo visto al lingotto 17 un Renzi pieno di buoni propositi. Questa volta cerchiamo di portarli fino in fondo. Cerchiamo di non farci trovare ancora impreparati alle sfide sociali e politiche che abbiamo davanti.

Senza Renzi in questo paese, al momento, la sinistra non c’è.

Il movimento che si sta formando attorno a Pisapia, per ora è un insieme di personalità talmente differenti le une dalle altre che lasciano dei dubbi, uno fra i tanti è vedere avanzare sul palco Bersani e Speranza con il pugno chiuso alzato. Solo che il pugno è sbagliato è quello destro anziché il sinistro. Segno che, in effetti, sono dei reduci e non degli eredi, destinati alla rinnovamento.

Ma una frase di Pisapia mi ha colpito: ”Chi sta con Marchionne ma non con Landini, non è di sinistra”. Vorrei sapere se Landini è in grado di creare lavoro. Giustamente lo difende, ma per difendere una cosa, quindi anche il lavoro, bisogna che il lavoro ci sia e, di conseguenza, ci deve essere chi il lavoro è capace di crearlo e quindi anche un Marchionne.

Anche queste parole sono solo slogan, nulla che si avvicini a quella realtà di cui abbiamo un bisogno estremo: lavoro. Per questo è utile, necessario per la sopravvivenza del lavoratore stare anche con chi il  lavoro può darcelo e nel contempo difendere il lavoratore dagli abusi. E nella grande riunione di Pisapia, questa sfumatura non l’ho colta.

 

 

MILANO – ROMA

MILANO – ROMA

autostrada2Pochi anni fa, nelle elezioni amministrative comunali,  l’elettorato ha impresso a Milano una forte spinta a sinistra, ha vinto il sindaco Pisapia. A Roma a vincere è stata la destra, con Alemanno.  Adesso che siamo di nuovo in campagna elettorale dobbiamo ricordarcene.  Ci sono argomenti come la laicità e i diritti umani che diventano oggetto di discussione e di iniziativa politica solo nelle fasi e nei luoghi in cui a governare o comunque ad avere voce in capitolo c’è il centrosinistra, parlo di unioni civili, di testamento biologico, di cittadinanza ai figli di immigrati. Cose di un’Europa moderna. Vediamo quindi che Milano comincia a muoversi, mentre Roma resta ferma.

Laicità e diritti umani sono assai difficili da difendere se le scelte politiche spingono, com’è accaduto in questi anni di berlusconismo, verso la creazione di sacche di privilegio incompatibili con la democrazia reale. C’è tanto da discutere su questi argomenti, partendo anche dagli orrori delle carceri e degli ospedale psichiatrici giudiziari. Se quella che si aprirà sarà una fase in cui a guidare il Paese saranno i progressisti del centrosinistra, questi non potranno ignorare i principi umanitari e i diritti civili che contribuiscono a  togliere il paese da una sorta di pantano medioevale, in cui da anni è immerso.

VA DI MODA LA LISTA CIVICA

VA DI MODA LA LISTA CIVICA

Si sta formando a “sinistra-sinistra” una grande alleanza, una “lista civica nazionale”, un listone,  che comprenderebbe, Di Pietro, il sindaco di Bari Emiliano, Ferrero, De Magistris, Pisapia, Zedda, ma forse anche  Montezemolo, l’imprenditore palermitano Zamparini, persino Tremonti (che ora fa il socialista) ed altri in cerca di notorietà. Una grande alleanza, dunque,  da contrapporre alle forze che ora sostengono il governo Monti.

Un bel listone civico con dentro tutte le facce dei partecipanti stampate su un bel bollino, e naturalmente con su scritto il proprio nome. A caccia, come ai bei tempi berlusconiani, della visibilità. Programmi, per ora, zero.  Come faranno poi a stare insieme, sarà tutto da vedere.

Ma Vendola alla proposta di Di Pietro di farne parte,  ha detto: no, grazie (per ora). Sa bene, Vendola, che rompere col Pd,  significherebbe rinunciare alla possibilità di conquistare il governo del Paese, anche se  l’eventuale listone,  si mormora, arriverebbe al 20% dei consensi.

Anzi al giornalista de Il Fatto che lo stuzzicava ha risposto: «Io penso che una lista civica debba necessariamente avere un rapporto col Pd, che è tradizionalmente il più forte nel popolo di centrosinistra. Non rinuncio all’idea di avere dalla nostra parte quella forza». «Il Pd guarda talvolta con occhio critico ai provvedimenti del governo Monti», ha aggiunto il leader di Sel. «Però li vota», ha replicato la giornalista del Fatto che lo intervistava, ricevendo questa controreplica: «Noi non dobbiamo rinunciare a lottare per cambiare i rapporti di forza. Il Pd ha un popolo di elettori, iscritti e simpatizzanti che io non mollo a nessuno. Voglio vincere questa partita: il nostro Paese ha pagato un prezzo fin troppo alto al liberismo».

Mi sento di condividere in pieno le parole di Vendola.

E’ un politico vero, uno che sa leggere i tempi, che ha il senso della realtà del Paese e che cerca non tanto la sua visibilità personale, con tanto di bollino,  ma il bene comune. OK Vendola!!!

LA PESTE A MILANO

LA PESTE A MILANO

Pochi giorni fa Pisapia, intervenendo alla presentazione del libro “Senza padrini” di Filippo Astone,  ha affermato che a Milano “un negoziante su cinque subisce il pizzo”.

Ed ha parlato chiaro contro coloro che in passato hanno sempre negato che a Milano e nell’Hinterland ci fosse la mafia.

Com’è ovvio le parole del sindaco hanno scatenato le reazioni del centrodestra; lo hanno accusato di dipingere una città dove impera il pizzo mafioso. La destra ripete il mantra degli arresti eccellenti messi a punto da questo governo  a cominciare dal boss Ugo Martello.

Ma  se andiamo un po’ a vedere cosa succede in quella città, dobbiamo dar ragione anche a Saviano oltre che a Pisapia.

VIA BASTIANO PORRONE: la discoteca “La  Banque”, dove nel 2006 Letizia Moratti festeggia la fine della campagna elettorale. Nel  locale si segnala la presenza di un imprenditore vicino alla famiglia dei Condello.

VIA MONTENAPOLEONE: nel quadrilatero della moda c’è la sede della “Kreiamo”: i proprietari sono in affari con i boss.

LARGO RICHINI: lo studio dell’avvocato Giuseppe Melzi, l’insospettabile riciclatore.

BAR EBONY: vicino a piazzale Loreto, dove si incontrano i “bravi ragazzi” della ’ndrangheta.

PIAZZA DIAZ: a due passi dal Duomo, il boss Giovanni Morabito è titolare del bar ristorante “Samarani”.

FOR A KING: il nightclub della  ‘ndrangheta.

BAR MAGENTA: l’assessore Giovanni Terzi partecipa ad un aperitivo elettorale a cui sono presenti anche uomini della cosca Flachi.

VIA MOZART: in una delle più eleganti di Milano ha sede la “Las Vegas Srl”, che ricicla 5 milioni di euro in poco più di un anno.

VIA MANZONI: al “Grand Hotel et de Milan” l’emissario dei boss incontra un ufficiale del servizi segreti libici.

VIA VALTELLINA: alla pizzeria “Bio Solaire” si vedono i boss.

VIALE CERTOSA: al “Madison” si combinano affari importanti.

DE ANGELI: alla fermata della Metropolitana c’è il bar Metro: al bancone serve Bruno Talia, cognato di Giuseppe Morabito, detto  ‘u Tiradrittu.

Questi sono i locali e gli esercizi commerciali milanesi che sono stati coinvolti nelle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta e i suoi rapporti con la politica, riportati nel libro di Gianni Barbacetto e e Davide Milosa (Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano – Chiarelettere) (qui).

Si stima che a Milano l’organizzazione calabrese abbia oltre 500 affiliati.

Un breve passaggio tratto dal libro di Barbacetto e Milosa.

“A Milano ci sono tutti i livelli di infiltrazione mafiosa. Ci sono quartieri, come Quarto Oggiano o le case rosse di viale Sarca, dove le cosche regalano il motorino ai ragazzini e li pagano 100 euro al giorno per controllare il territorio. Come a Scampia c’è chi spara, chi spaccia e chi lancia bombe incendiarie contro i negozi di chi non paga il pizzo. Poi c’è la ‘ndrangheta imprenditoriale, che in via Montenapoleone  apre agenzie immobiliari come la Kreimano di Alfredo Iorio, grazie alle quali tesse  contatti con amministratori e assessori per avere appalti in cambio di voti. Ai livelli più alti c’è chi ricicla i soldi sporchi. Come l’avvocato Giuseppe Melzi, famoso per aver difeso, negli anni ’70, i risparmiatori coinvolti nel crac della Banca privata di Michele Sindona. Nel febbraio 2008 è stato arrestato per riciclaggio”.

IL PD E L’ASTUZIA DELLA RAGIONE

IL PD E L’ASTUZIA DELLA RAGIONE

Proviamo a fare una breve riflessione su quanto è accaduto nel nostro Paese nelle due ultime tornate elettorali – quella amministrativa e i referendum -, concentrandoci sui dati obiettivamente più importanti.

Nel primo caso hanno vinto Pisapia a Milano, Zedda a Cagliari, De Magistris a Napoli: un importante avvocato, un giovane professionista, un magistrato; in altre parole tre personalità che non appartengono alla “classe politica” tradizionale (Pisapia è stato parlamentare, ma non è con questa cifra che è stato percepito dall’elettorato milanese).

In breve, tutti e tre – pur venendo da esperienze personali e professionali assai differenti – sono stati votati perché si sono presentati come portatori di novità rispetto alla configurazione politica esistente; come homines novi.

E presentandosi in questo modo sono riusciti a smuovere anche quella gente di sinistra, o di centrosinistra, che si era chiusa nell’astensione o in un vero e proprio distacco dalla politica.

È, precisamente, quello che a Milano, a Napoli o a Cagliari non ha saputo fare il centrodestra, che ha riproposto – come se nulla fosse cambiato – personalità della tradizionale nomenclatura, travolte da un’ondata di distacco, di astensione, di protesta, di perdita di voti, di cui non aveva saputo prevedere né la presenza né la consistenza, sia per insipienza che per mancanza di antenne.

Senza contatto con la realtà il centrodestra ha continuato a parlare un vecchio linguaggio, a dire parole vuote, puri gusci senza suono: i Rom, la moschea, lo “straniero”…

A differenza del centrosinistra, che però si è potuto giovare di quello strumento ambiguo che sono le primarie, le quali in questo caso hanno svolto una duplice funzione positiva: hanno generato un profondo mutamento di leadership rispetto agli assetti previsti, mettendo lo schieramento riformatore in grado di cogliere le trasformazioni in atto nelle varie realtà locali.

In questa situazione, il Pd di Bersani – segretario per fortuna senza carisma – ha potuto svolgere un compito tanto paradossale quanto importante: consegnando, attraverso le primarie, la guida dello schieramento a uomini provenienti da altri partiti ha dato un contributo essenziale al cambio, stabilizzando anche il quadro politico.

C’è stata una sorta di astuzia della ragione in questo processo: il Partito democratico, rinunciando alla propria leadership, ha consentito allo schieramento di centrosinistra di vincere.

È difficile dire cosa sarebbe accaduto se il Pd non avesse, con intelligenza, accettato questa strategia e si fosse raccolto solo intorno alle proprie bandiere; probabilmente a Milano il risultato sarebbe stato, almeno in parte, diverso. Così come, forse, sarebbe stato diverso il risultato del centrodestra se avesse potuto mettere in pista homines novi, senza ricorrere a personaggi ormai logori come Letizia Moratti o espressione del peggior ceto politico quali Gianni Lettieri.

In tutto questo, certo, ha pesato l’assenza di  una alternativa reale nella destra, resa plasticamente evidente, da un lato, dalla crisi di Fini; dall’altro dalla impossibilità, in questo momento, per Tremonti di presentarsi come leader nazionale.

Anche a Napoli le primarie hanno dato un contributo essenziale al cambio, togliendo di mezzo quelli che erano comunque percepiti quali esponenti di una vecchia nomenclatura.

Da questo punto di vista non ci sono state differenze sostanziali tra Milano e Napoli.   

In tutti e due i casi è esploso ed ha vinto il bisogno di una nuova politica, di un cambio – un bisogno che riguardava, con evidenza, tutte le forze politiche, anche quelle del centrosinistra. Con una differenza: a Milano le primarie hanno svolto questa funzione ex positivo, a Napoli ex negativo; ma il risultato è stato il medesimo.

Proviamo ora a guardare il risultato dei referendum.

È stata forte, impetuosa la partecipazione del “popolo” del centrosinistra. Ma fra i dati disponibili, quelli che colpiscono di più sono due: la partecipazione al voto di una parte del Pdl – nonostante il divieto di Berlusconi – e di una consistente parte di quello che viene definito il “non voto”, arrivato ormai a circa il trenta per cento dell’elettorato italiano.

Se questo è accaduto, significa che il bisogno di un cambio comincia a essere avvertito anche a destra e che anche quella parte degli italiani – di destra o di sinistra – che per disgusto o insoddisfazione si era ritirata sotto la tenda di Achille ha deciso di riprendere la parola e di far sentire la sua voce.

Naturalmente, nel generare questo risultato ha giocato virtuosamente la dinamica propria dei referendum: in questione erano infatti valori che si potrebbero definire pre-politici, pre-partitici, valori generali: l’acqua, l’energia, l’eguaglianza di fronte alla legge… Ma proprio questo indica quello che con questo voto ha chiesto la maggioranza degli italiani: individuare quei valori, e quei legami, che sono il prius del comune vivere civile; situarli in primo piano; sottolinearne la generalità e la centralità, pur muovendo da posizioni politiche diverse e, perfino, contrapposte.

E questo, a sua volta, significa che l’Italia comincia a essere stanca delle risse, degli scontri fra partiti, caste, camarille; vuole trovare un nuovo “punto dell’unione”.

Anche nel portare alla luce questo bisogno il Pd ha svolto una funzione preziosa: inizialmente distante dai referendum ha fatto poi confluire tutte le sue forze sul Sì, consentendo di battere il richiamo della foresta e contribuendo, al tempo stesso, a stabilizzare – come nelle amministrative – in forme più avanzate il quadro politico nazionale.

Ma se questa analisi ha un fondamento, oggi sono enormi le responsabilità delle forze interessate al cambio. L’Italia forse comincia ad uscire, faticosamente, da una lunga fase di quietismo, di indifferenza, di staticità, dal tempo della “democrazia dispotica”; comincia a cercare i modi e gli strumenti per aprire una stagione nuova.

Ma chiede, alla politica – e questo è il punto essenziale – una svolta profonda; chiede uomini nuovi, in grado di rappresentare e di dare esito politico a questo bisogno (e qui non è questione di generazione); chiede comportamenti nuovi; nuove forme di rapporto fra “governanti” e “governati”.

È una responsabilità che riguarda, in primo luogo, tutto il centrosinistra, se vuole candidarsi alla guida del Paese; e in modo speciale il Pd: rinunciando a dinamiche di ceto, è questo partito che deve essere, con generosità e lungimiranza, il motore del cambio.

Ma è una responsabilità che oggi riguarda anche le forze più aperte della destra, quelle che hanno a cuore il destino del Paese. La campana del referendum suona anche per loro.

Tante volte, con molta retorica, si è parlato in questi anni di fine della politica. Ma quella che è finita non è la politica; anzi: ciò che forse sta cominciando a venire nuovamente alla luce – lo dico senza enfasi – è proprio l’esigenza della politica, di una politica democratica.

Forse si sono cominciate a incrinare le “ferree catene” della democrazia dispotica, nascoste da “ghirlande di fiori” (direbbe Rousseau); ma per ricostruire l’Italia, dopo venti anni di berlusconismo, è necessario imparare la lezione delle amministrative promuovendo uomini nuovi e accogliere il messaggio del referendum valorizzando nuovi rapporti tra “governanti” e “governati” e nuovi “legami” sociali, politici e anche culturali, a cominciare dal “legame” fondamentale del lavoro.

È da qui che bisogna partire; non sarà né breve, né facile, né indolore.

(Michele Ciliberto – Ordinario di Filosofia – Scuola Normale di Pisa)

VINCERE NELLA TANA DEL LUPO

VINCERE NELLA TANA DEL LUPO

Dopo il vento delle novità che ha scompigliato le urne di maggio, i sindaci neoeletti hanno deciso di nominare le giunte nel segno della parità: metà uomini e metà donne.

Ha cominciato Virginio Merola, eletto a Bologna, che ha scelto come sua vice con delega al Bilancio, l’economista Silvia Giannini, docente universitaria di Scienza delle finanze.

Poi Piero Fassino, eletto a Torino, ha nominato cinque assessori su undici. Anche Massimo Zedda, eletto a Cagliari, sta mettendo a punto la sua giunta metà e metà.

Anche il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, ed il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, sono tutti e due orientati verso una formazione alla pari.

Dunque non erano solo promesse elettorali, o abili strategie per conquistare il voto femminile.

I candidati alle elezioni amministrative avevano capito che le donne italiane si stanno guadagnando un ruolo sempre più apprezzato.

E’ anche probabile che fosse il vivo ricordo di quel 13 febbraio scorso, quando un milione di cittadine riempirono le piazze con lo slogan “Se non ora, quando?”.

E’ vero anche che in Italia i Comuni con un sindaco donna sono soltanto sette. Ma il risultato più clamoroso è l’elezione di Rosalba Colombo. 53 anni, ad Arcore dove sorge la Villa San Martino, la celebre e chiacchierata residenza di Silvio Berlusconi.  La lista civica di Arcore era composta da 13 donne su 16 a dimostrazione che ad  Arcore le donne sanno fare davvero politica. La signora Colombo ha vinto nella “tana del lupo”.

Si capisce che non basta appartenere ad un sesso invece che ad un altro per meritarsi un posto, più che una parità numerica ottenuta per legge (le quote rosa), valgono finalmente il merito, l’onestà e la competenza politica.

La parità forzata, di facciata, imposta con provvedimenti studiati per contrastare gli squilibri, può salvare le apparenze, ma non serve per scoprire talenti e competenze che potranno rivelarsi sul campo, quando le giunte formate ed arricchite da nomi femminili, saranno messe alla prova.

(Nella foto: Silvia Giannini)

NON STRAFARE GRILLO!

NON STRAFARE GRILLO!

Del risultato di queste elezioni, c’è anche qualcun altro che non è contento e non ride, ma ha un forte  bruciore nelle parti basse. E’ proprio Grillo.

Quel Grillo che avrebbe avuto tanto piacere che a Milano vincesse la Moratti, per poter dire che la sinistra è come la destra.

Ma non è così.

La sinistra è capace di esprimere dei vecchi di 60 anni che sanno incontrare i giovani, come ha fatto Pisapia a Milano.

E’ del tutto inutile e fuori luogo che si ostini a disprezzare questo sessantenne, rispettoso e gentile,  chiamandolo “pisapippa”.  Pisapia ha stravinto nonostante le sue urla contro.

Se ne faccia una ragione anche Grillo e non denigri le personalità piene di dignità come Pisapia, e non litighi, come ha fatto con De Magistris. Sono personaggi che hanno tanta  forza e tanta personalità da sommergere anche un grillo qualsiasi.

Da che parte stava si era capito, qui a Bologna, quando davanti a tante persone venute per ascoltarlo ha chiamato Vendola: “busone”. Beh”, a queste condizioni, è proprio una delusione. 

Si può scherzare, ma dallo scherzo si capisce la scelta di campo e lo si capisce anche dalle parole che ha pronunciato: “E poi io Vendola lo demolisco con i fatti, con la politica, non con gli insulti. Tutta la sinistra la demolisco così” (qui).

Ce l’ha col PD  che lui chiama con disprezzo pdmenoelle, (e con la sinistra in genere), da quando non gli è stato consentito di partecipare alle primarie. 

In questi giorni, si vocifera che anche il PDL dovrebbe fare le primarie ed esprimere il segretario di partito, perchè la nomina diretta di Alfano, da parte di Berlusconi,  ha fatto venire alcuni mal di pancia in quel partito.

Nel caso, impossibile visto la mentalità del kapo Berlusconi, facessero le primarie anche nel PDL, Grillo dovrebbe pretendere, come ha fatto col PD, di essere messo alla consultazione popolare delle primarie, per fare il segretario del PDL. dato che sostiene sempre che destra e sinistra sono uguali, La coerenza lo  esige.

Per un breve divertimento vi rimando ad un simpatico sito amico del blog.