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QUESTO FU L’ULIVO: ESPERIMENTO FALLITO

QUESTO FU L’ULIVO: ESPERIMENTO FALLITO

Guardare in faccia alla realtà di oggi, e di ieri, cercare di comprenderla, potrebbe essere utile.

Da vent’anni si è radicata nella sinistra e anche nel centro-sinistra un mito vincente che, col tempo, si è sfocato in un sogno nostalgico che non ha niente a che vedere con la realtà, né quella attuale né quella di quando quel mito cominciò a formarsi: l’Ulivo.

Un meccanismo di annebbiamento simile a quello di quando-c’era-lui-i treni-arrivavano-puntuali, ha confuso la memoria e la capacità di analisi di quelli che c’erano e ingannato le ingenuità e speranze di quelli che non c’erano, tramandando l’idea di un precedente in cui il centrosinistra fu felicemente unito e concorde e vincente. E che quindi quel precedente sia replicabile, e che anzi quella sia la strada verso un avvenire prospero e radioso.

Solo che quel precedente dice in realtà la cosa opposta: racconta cioè il risultato negativo inevitabile di un progetto interessante come tutti gli esperimenti, e che però appartiene alla categoria degli esperimenti falliti, che sono apprezzabili e proficui proprio perché ci dicono che quella cosa lì non funziona.

Si ricorderà che la coalizione ulivista non ottenne una maggioranza, ma la costruì, di 7 seggi alla Camera, grazie all’appoggio esterno di Rifondazione: pur avendo ottenuto meno voti di quelli che avevano preso sommati il partito di Berlusconi e la Lega Nord, che, insieme, superarono il 50% dei voti, ma per quella volta si erano presentati sventatamente divisi, per via della componente maggioritaria della legge elettorale del tempo, la “legge Mattarella”.

Tre cose si ottennero con quella coalizione: La prima: una inclinazione molto più di centro che di sinistra della coalizione. La seconda: una sua grande varietà, con circa una dozzina di partiti e partitini autonomi. La terza: una maggioranza insufficiente.

L’Ulivo non avrebbe potuto generare un governo senza l’appoggio esterno di Rifondazione: appoggio esterno che arrivò a durare appena due anni, e il governo Prodi, oggi oggetto del mito, cadde. L’Ulivo vinse, ma al momento di governare pagò il modo in cui aveva ottenuto la vittoria.

l’Ulivo ci riprova, nel 2001, stavolta con dentro l’Udeur di Mastella e fuori ancora Rifondazione, e perde. Vince Berlusconi.

Nel 2006, terzo esperimento: una estesissima coalizione, che si è chiamata stavolta “l’Unione”, che sostiene Romano Prodi, ottiene pochissimi voti in più alla Camera e un po’ di voti in meno al Senato, e grazie alla nuova legge elettorale, il porcellum, prende una maggioranza cospicua di seggi alla Camera e una maggioranza di solo un seggio al Senato.

Il nuovo governo Prodi, sostenuto di nuovo da una decina di gruppi parlamentari diversi, che generano 103 nomine di governo, stavolta non dura neanche due anni. Mastella a un certo punto se ne va facendo i suoi calcoli e la vittoriosa coalizione non può farne a meno. Fine ingloriosa della storia dell’Ulivo. Berlusconi stravince.

Forse l’Ulivo è stato un esperimento  saggio, benintenzionato, e che andava fatto. E che ha generato quattro anni di governo, su 12, sicuramente migliori dell’alternativa berlusconiana, però il risultato che ne è seguito a questo esperimento ha portato alla stragrande vittoria di Berlusconi, nonostante la nascita del Pd con Veltroni che, comunque, prese, nel 2008, più voti dell’Ulivo di Prodi nel 2006.

Ma l’analisi dei fatti e dei risultati dice chiaramente due cose.

L’anomalia eccezionale fu la costruzione della coalizione, non la sua prevedibile caduta. Ovvero che la coalizione fu “vincente” solo forzando molto i giudizi  E con l’appoggio esterno di Rifondazione e giudicando sulla base di leggi elettorali favorevoli. Altrimenti fu perdente.

I sognanti e nostalgici dell’Ulivo di oggi dovrebbero tener conto della attuale fase di massima litigiosità delle componenti che vorrebbero coalizzarsi, ma che sfocerebbe in un’altra fragile e instabile coalizione, e della plausibile prospettiva che ci aspetti una legge elettorale sostanzialmente proporzionale.

E, alla fine, con chi ci si dovrebbe coalizzare?

Con tutti questi fatti con lo stampino?

Disuniti comunque perché si odiano, non si riconoscono, non si stimano, fanno distingui, ma sono per l’Unità.

E il tessitore chi dovrebbe essere?

 

 

 

 

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LA GRANDE ILLUSIONE

LA GRANDE ILLUSIONE

Si prospetta la triste fine di Pisapia?

Quando timidamente la proposta di Giuliano Pisapia apparve, nel rissoso panorama della sinistra a sinistra del Partito Democratico, con il chiodo fisso di questa parte politica, di “ricostruire” il centrosinistra, si capiva già che era destinata a fallire.

Il problema erano gli obiettivi opposti, che come i poli della calamita di attraggono o si respingono, a seconda di come li confronti.

L’idea del ex-sindaco era chiara e nobile: rifacciamo il centrosinistra perché serve al Paese.

Da allora lo abbiamo visto impegnato, senza risparmiare energie, nella vana ricerca di un risultato impossibile.

Pisapia si comporta tuttora, come nel lontano 1937 il grande regista Jean Renoir, si agitò per tre anni alla ricerca di finanziatori del suo grande capolavoro: quel film “La Grande Illusione”, che, una volta “girato”, concorse all’Oscar e lasciò una segno di grande arte nella storia del cinema.

Il regista fu più fortunato del politico Pisapia, perché non aveva contro quei quattro diseredati ai quali poco importa rifare il film del centrosinistra.

Essi hanno ben altro obiettivo, che perseguono con tenacia: contrastare Matteo Renzi.

Che poi, in fin dei conti, non è un terrificante nazista degli anni trenta, ma un giovane leader politico, ricco di idee e di energie, che ha già dimostrato con i numeri di poter giovare al Paese molto più di quei tre gatti rognosi che si affannano a combatterlo.

E solo per queste ragioni essi, su quell’altare, sacrificheranno anche Pisapia. Infatti, seppure giungessero a un iniziale accordo, l’ex-sindaco non resisterebbe per molto, di fronte alle iniziative dei “fuoriusciti”, dettate solo dal rancore.

Perché tanto odio solo contro Renzi, dei rappresentanti di questa sinistra miseramente minoritaria?

Non certo per un antagonismo su ideali e su programmi politici, ma per l’impossibilità di recuperare per costoro la certezza di una mezza dozzina di poltrone nel prossimo Parlamento. La paura è tanta. L’allontanamento della poltrona, fa superare qualsiasi certezza acquisita. Tuttavia D’Alema, Bersani e il garzone Speranza non rischiano la fame. Sono superprotetti dai meccanismi che deputati e senatori hanno costruito nei decenni, garantendosi stipendi e pensioni da favola, anche dopo aver lasciato le poltrone..

La componente che porterà il tentativo di Pisapia al fallimento è contenuta anzitutto in quella carica di “odio” personale, che non gli permetterà di portare a casa un risultato positivo. E il frutto di quell’odio rischia di offrire prima ai siciliani e poi a tutti gli italiani una probabile nefasta vittoria di Berlusconi, o addirittura di elevare sugli altari gli apprendisti stregoni di Grillo.

Purtroppo il progetto di Giuliano Pisapia è destinato a restare “Una Grande Illusione”. E non vincerà l’Oscar della sana politica.

Per colpa di tre gatti rognosi.

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

Le cose non vanno bene! E’ giusto esserne consapevoli! Molta parte dell’opinione pubblica è fortemente critica verso le riforme, verso il progresso e cede ai piagnistei disperati che vanno a parare in un pessimismo inerte e inutile.

La sconfitta del 4 dicembre non è ancora assorbita e ne pagheremo a lungo le conseguenze. La responsabilità delle forze politiche che hanno strumentalizzato l’antirenzismo per offendere il paese è gravissima. La sconfitta del 4 dicembre è un lutto nazionale!

Oggi come oggi si renderebbero necessarie alcune scelte fondamentali

Una legge elettorale eminentemente maggioritaria con sbarramento al 5% alle liste alla Camera e al Senato e un premio al 35%. La rappresentanza non vale nulla se non c’è chi governa!

Una qualunque coalizione sarebbe un disastro. Pisapia è inevitabilmente attratto dalla veterosinistra e non concepisce palinsesti liberali. Impossibile allearsi con tutta la Sinistra a sinistra del Pd. Impossibile allearsi con i traditori di Articolo Uno, impossibile allearsi con la Destra da Berlusconi a scendere.

Il nuovo non è Renzi e neppure il M5s. A prescindere. Più Grillo furoreggia e sbanda, più la Raggi distrugge Roma incolpando gli altri, più la colpa è sempre e solo soltanto di Renzi.

L’economia riprende soltanto con una ferma e risoluta stabilità politica. Lavorando bene in Europa, in Italia e gestendo al meglio i due fenomeni che terrorizzano la gente: l’immigrazione e il lavoro.

Perfino i miei amici dicono che del governo Renzi non rimane nulla. Non sono d’accordo. Le sole Unioni Civili, per tacere del resto, passeranno alla storia.

Gente come Fratoianni, Articolo 1 e Berlusconi sono inutili e costituiscono un inconcludente inciampo politico. Meglio avversari chiari e netti come Salvini e il M5S, con i quali marcare le differenze e combattere a viso aperto è possibile.

Giornalisti come Travaglio, giornali come l’Espresso e addirittura il Corriere, preferiscono la guerra civile al buon governo. Riescono a spostare il sentire comune più dei politici. Sono parte consistente dei veri poteri forti: corrompono, mentono, rimestano nella pentola delle streghe!

Le Riforme vanno fatte. Meglio, ma di più e più radicali! Altrimenti, addio Italia. Continuando a sguazzare felici in una tiepida fanghiglia. Né bollente, né gelata. Semplicemente schifosa!

Il governo Gentiloni deve finire la legislatura. Renzi non deve lasciarsi tentare dall’avventurismo in cui vogliono attirarlo Berlusconi e i Pentastellati e neppure la sinistra attuale in qualunque forma si presenti.

Quindi, niente avventure, niente incursioni a sinistra, e niente destra.

Renzi aveva fatto sognare non una riedizione dell’Ulivo, ma un’Italia diversa, liberal-democratica. Forse è ora di tornare a parlare di questo.

Questo è il Pd. Un centro sinistra socialdemocratico, o liberal-democratico finalmente svincolato dalle catene delle vecchie ideologie. E forse solo così potrebbe vincere bene.

Ora come ora, tanto per continuare a perdere, continuo a sentir parlare di coalizioni, a sinistra, tutto per perdere definitivamente anche quel po’ di buono che c’è ancora nel Pd.

Una coalizione non otterrà mai il mio voto.  Due esperienze (Ulivo e Unione) due sonore sconfitte, due umiliazioni subite a causa di traditori interni, mi sono bastate. Non ne voglio una terza.

Buon lavoro Prodi. Buon lavoro Franceschini. Buon lavoro Pisapia. Buon lavoro a tutti questi volonterosi…….. che straparlano. Pensate al paese, una buona volta e non sempre ai partiti.

Si può fare da soli.

IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

IL PESO DI UN UCCELLINO: PISAPIA

Sembra che l’ex sindaco di Milano, Pisapia, ex Sel, voglia ritirare fuori dal cilindro del vecchio Ulivo, il Prodi dei miracoli, quello che ha sconfitto due volte Berlusconi e che, a sua volta, è stato sconfitto per due volte.

Ma non mi pare una mossa elegante e non so cosa ne pensi Prodi.

Pisapia, il cui peso nella politica italiana è pari a quello di un uccellino, lo vorrebbe come capo di un nuovo centro-sinistra largo, originale, diverso.

Non so che cosa deciderà Prodi.

E’ vero che Prodi sconfisse due volte Berlusconi, la seconda volta proprio di misura, ma vinse. E’ altrettanto vero, per quanto incredibile, ma di consuetudine in questa sinistra, che, in entrambe le occasioni, è stato liquidato dai suoi stessi compagni di avventura. Senza un minimo di riconoscenza.

Più tardi, l’hanno fatto rientrare apposta e di corsa dall’Africa, dove era in missione per conto dell’Onu perché sembrava dovessero farlo presidente della Repubblica. Altra presa in giro: sabotato e gettato via, senza nemmeno dirgli grazie.

Adesso, lo vanno a ritirare fuori.

Incredibile, povera, e senza idee è questa politica di sinistra di oggi. Una vera delusione per me.

DICIAMOCELO

DICIAMOCELO

Pensare che Pisapia e il Mdp rappresentino oggi il “nuovo” della politica italiana è come credere che il Colosseo sia stato inaugurato la settimana scorsa.

Infatti, i diversi protagonisti che recentemente si sono fatti attorno all’ex Sindaco milanese, soprattutto, per ragioni di mera sopravvivenza esistenziale, sono tutti reduci di precedenti ed annose esperienze politiche oggettivamente non esaltanti. Sono quelli, per intenderci, dei perenni distinguo, delle litigi tanto al chilo e delle vecchie e stantie ricette che non solo non hanno funzionato nel passato, ma male si addicono oggi, sia al nostro tempo che al nostro prossimo futuro.

La verità vera, è che nel panorama politico italiano degli ultimi 40 anni, piaccia o meno ai suoi critici, l’unica reale novità, dopo la ultraventennale e fallimentare esperienza berlusconiana, l’ha rappresentata e la rappresenta Matteo Renzi.

Quel personaggio politico, cioè, che, seppure in condizioni tutt’altro che ottimali, ha avuto l’idea, la tenacia ed il coraggio di far saltare i vecchi e rituali schemi, rinnovare il contorto e criptato linguaggio della politica, defenestrarne le vecchie cariatidi, mettere le mani sulle diverse e complicate cause che hanno ingessato per tre quarti di secolo il nostro Paese e tentato di avviarne il complessivo ammodernamento.

Questo è un dato reale ed è anche conseguenza, del largo ed ostile fronte che gli si frappone.

Tutti sappiamo che i problemi del nostro Paese vengono da lontano. Sono problemi complessi e che taluni sono addirittura figli del nostro stesso modo d’essere e della nostra “cultura”.

Tutti sappiamo, inoltre, che a questi, nel triennio renziano non sempre è stata data la risposta giusta.

E’ indubbio, però, che molto si è fatto e che i risultati, per quanto lentamente, forse troppo lentamente, lo stanno a dimostrare.

Naturalmente, tali risultati li disconosco strumentalmente i suoi avversari interni ed esterni e, spesso, ne colgono il valore a fatica gli stessi beneficiati.

E ciò, sia per la diffusa pochezza culturale, sia perché non sono pochi quelli che pretenderebbero inesistenti capacità taumaturgiche ai processi politici che, invece, come sappiamo,necessitano di tempi lunghi per essere “toccati con mano”.

Non li riconoscono, altresì, anzi li ostacolano, e spesso con mezzi tutt’altro che leciti, anche i rappresentanti di quei poteri che hanno forti interessi a contrastarli.

Ciò nonostante, è il caso di sottolineare che quei risultati sono una realtà e quantunque li si vogliano ignorare, svilire e/o rallentare, difficilmente se ne potrà negare a lungo la concretezza.

Di fronte a questo complesso ed articolato quadro della situazione socio-politica italiana, assistiamo alla lacerazione ed alla ripetuta divisione di quelle stesse forze politiche che dovrebbero sostenere a spada tratta il rinnovamento; al conseguente disorientamento del corpo elettorale e, soprattutto, cosa pericolosissima quest’ultima, alla scelta di una fascia significativa di cittadini di affidarsi alle cure di improvvisati ciarlatani che, quantunque messi alla prova in talune grande realtà cittadine, Roma e Torino ne sono due evidenti e clamorosi esempi, hanno manifestato clamorosamente la loro incapacità ed insufficienza.

Quanto sopra per dire che la svolta per il nostro Paese, non è dietro l’angolo. Occorrerà ancora stringere i denti per realizzarla. Potremmo ritrovarci a fronteggiare nuove emergenze e forse anche delle sorprese negli immediati tempi che verranno e che per questo dovremmo seguire la rotta, senza farci ammaliare da vecchie sirene.

Anche in previsione delle prossime elezioni politiche, la scelta dei nuovi partner del PD, dovrà essere fatta con estrema cura, tenendo conto non solo dei numeri, ma anche della propria vocazione fondatrice, nonché della necessità di accompagnarsi a simili, ma senza immaginare automaticamente ritorni a quel passato di cui buona parte dei ricordi non solo non è piacevole, ma sarebbe assolutamente il caso di dimenticare.

Renzi e la sua squadra, la dirigenza del PD e lo stesso suo ampio elettorato, non hanno affatto bisogno di nuove frizioni interne, di lacerazioni e costanti polemiche, degli stessi scenari ai quali recentemente hanno assistito e, soprattutto, non avrebbero la pazienza di sopportarle ulteriormente.

Buon lavoro.

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

RIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

pianta-semeRIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

Il dibattito sul ridare un senso alla sinistra ha radici lontane.

Le possiamo rintracciare in un saggio di Michele Salvati del 1995, dove si criticavano le vecchie formule della sinistra che deve rielaborarsi, misurarsi con l’Italia odierna ma senza perdere la propria passionalità.

A distanza di 22 anni il dibattito è stato via via sempre annunciato ma mai fatto partire, Renzi oggi ha la responsabilità di dargli finalmente corpo e vita. Del resto lui stesso, nel 2012, si propose come la persona che voleva ribaltare le vecchie liturgie di partito, che voleva spalancare il partito per farvi entrare aria nuova.

Per farlo avrebbe però dovuto elaborare una propria ideologia e non lasciare che tutti interpretassero il renzismo come una piratesca conquista del potere. Forse risiede qui l’errore originario che ha poi letteralmente fatto esplodere il sogno di una generazione nuova al potere, quella che doveva portare la rivoluzione e il vento della novità ma che invece è finita per ricalcare, più o meno, tutti gli schemi nonché gli errori e le storture e i vizi, della vecchia politica.

La differenza fra allora e oggi la si nota da un dettaglio: nella sconfitta del 2012 Renzi si assunse totalmente ogni responsabilità, oggi fa quasi lo stesso, ma ricordando anche come sia stato ostacolato, come un pochino di colpa la abbiano anche gli altri. Esattamente quello che fanno tutti i politici: abbiamo sbagliato, ma in fondo lo abbiamo fatto per colpa degli altri.

Il risultato è stato che il ribelle Renzi si è travestito da conformista.

Serve che il Partito Democratico torni a lanciare una sfida di alto livello al sistema dominante.

Viviamo un periodo storico molto particolare, in cui le ideologie del passato risultano sempre più fragili e dove il sistema attuale si sta via via sgretolando.

Serve tornare a essere ambiziosi, non verso il potere, ma verso l’elaborazione di una visione che getti le basi per il futuro dei prossimi decenni.

Servono contribuiti intellettuali per dimostrare che possono esistere delle alternative al sistema vigente, per l’elaborazione di alternative ideologiche, culturali e sociali.

In un’epoca di post-qualsiasi-cosa (post-democrazia, post-verità), forse sarebbe ora di parlare del nostro sistema e introdurre l’argomento del post-capitalismo, ma non con l’obiettivo di abbattere il capitalismo in sé, ma con quello di ripensarlo, rivoluzionarlo, supportarlo nel suo aggiornamento.

Tutti però devono essere coinvolti in questa rinnovata necessità di cambiare le cose, e tutti devono iniziare a farlo, partendo dal proprio metro quadrato di spazio.

Abbiamo visto al lingotto 17 un Renzi pieno di buoni propositi. Questa volta cerchiamo di portarli fino in fondo. Cerchiamo di non farci trovare ancora impreparati alle sfide sociali e politiche che abbiamo davanti.

Senza Renzi in questo paese, al momento, la sinistra non c’è.

Il movimento che si sta formando attorno a Pisapia, per ora è un insieme di personalità talmente differenti le une dalle altre che lasciano dei dubbi, uno fra i tanti è vedere avanzare sul palco Bersani e Speranza con il pugno chiuso alzato. Solo che il pugno è sbagliato è quello destro anziché il sinistro. Segno che, in effetti, sono dei reduci e non degli eredi, destinati alla rinnovamento.

Ma una frase di Pisapia mi ha colpito: ”Chi sta con Marchionne ma non con Landini, non è di sinistra”. Vorrei sapere se Landini è in grado di creare lavoro. Giustamente lo difende, ma per difendere una cosa, quindi anche il lavoro, bisogna che il lavoro ci sia e, di conseguenza, ci deve essere chi il lavoro è capace di crearlo e quindi anche un Marchionne.

Anche queste parole sono solo slogan, nulla che si avvicini a quella realtà di cui abbiamo un bisogno estremo: lavoro. Per questo è utile, necessario per la sopravvivenza del lavoratore stare anche con chi il  lavoro può darcelo e nel contempo difendere il lavoratore dagli abusi. E nella grande riunione di Pisapia, questa sfumatura non l’ho colta.

 

 

MILANO – ROMA

MILANO – ROMA

autostrada2Pochi anni fa, nelle elezioni amministrative comunali,  l’elettorato ha impresso a Milano una forte spinta a sinistra, ha vinto il sindaco Pisapia. A Roma a vincere è stata la destra, con Alemanno.  Adesso che siamo di nuovo in campagna elettorale dobbiamo ricordarcene.  Ci sono argomenti come la laicità e i diritti umani che diventano oggetto di discussione e di iniziativa politica solo nelle fasi e nei luoghi in cui a governare o comunque ad avere voce in capitolo c’è il centrosinistra, parlo di unioni civili, di testamento biologico, di cittadinanza ai figli di immigrati. Cose di un’Europa moderna. Vediamo quindi che Milano comincia a muoversi, mentre Roma resta ferma.

Laicità e diritti umani sono assai difficili da difendere se le scelte politiche spingono, com’è accaduto in questi anni di berlusconismo, verso la creazione di sacche di privilegio incompatibili con la democrazia reale. C’è tanto da discutere su questi argomenti, partendo anche dagli orrori delle carceri e degli ospedale psichiatrici giudiziari. Se quella che si aprirà sarà una fase in cui a guidare il Paese saranno i progressisti del centrosinistra, questi non potranno ignorare i principi umanitari e i diritti civili che contribuiscono a  togliere il paese da una sorta di pantano medioevale, in cui da anni è immerso.

VA DI MODA LA LISTA CIVICA

VA DI MODA LA LISTA CIVICA

Si sta formando a “sinistra-sinistra” una grande alleanza, una “lista civica nazionale”, un listone,  che comprenderebbe, Di Pietro, il sindaco di Bari Emiliano, Ferrero, De Magistris, Pisapia, Zedda, ma forse anche  Montezemolo, l’imprenditore palermitano Zamparini, persino Tremonti (che ora fa il socialista) ed altri in cerca di notorietà. Una grande alleanza, dunque,  da contrapporre alle forze che ora sostengono il governo Monti.

Un bel listone civico con dentro tutte le facce dei partecipanti stampate su un bel bollino, e naturalmente con su scritto il proprio nome. A caccia, come ai bei tempi berlusconiani, della visibilità. Programmi, per ora, zero.  Come faranno poi a stare insieme, sarà tutto da vedere.

Ma Vendola alla proposta di Di Pietro di farne parte,  ha detto: no, grazie (per ora). Sa bene, Vendola, che rompere col Pd,  significherebbe rinunciare alla possibilità di conquistare il governo del Paese, anche se  l’eventuale listone,  si mormora, arriverebbe al 20% dei consensi.

Anzi al giornalista de Il Fatto che lo stuzzicava ha risposto: «Io penso che una lista civica debba necessariamente avere un rapporto col Pd, che è tradizionalmente il più forte nel popolo di centrosinistra. Non rinuncio all’idea di avere dalla nostra parte quella forza». «Il Pd guarda talvolta con occhio critico ai provvedimenti del governo Monti», ha aggiunto il leader di Sel. «Però li vota», ha replicato la giornalista del Fatto che lo intervistava, ricevendo questa controreplica: «Noi non dobbiamo rinunciare a lottare per cambiare i rapporti di forza. Il Pd ha un popolo di elettori, iscritti e simpatizzanti che io non mollo a nessuno. Voglio vincere questa partita: il nostro Paese ha pagato un prezzo fin troppo alto al liberismo».

Mi sento di condividere in pieno le parole di Vendola.

E’ un politico vero, uno che sa leggere i tempi, che ha il senso della realtà del Paese e che cerca non tanto la sua visibilità personale, con tanto di bollino,  ma il bene comune. OK Vendola!!!

LA PESTE A MILANO

LA PESTE A MILANO

Pochi giorni fa Pisapia, intervenendo alla presentazione del libro “Senza padrini” di Filippo Astone,  ha affermato che a Milano “un negoziante su cinque subisce il pizzo”.

Ed ha parlato chiaro contro coloro che in passato hanno sempre negato che a Milano e nell’Hinterland ci fosse la mafia.

Com’è ovvio le parole del sindaco hanno scatenato le reazioni del centrodestra; lo hanno accusato di dipingere una città dove impera il pizzo mafioso. La destra ripete il mantra degli arresti eccellenti messi a punto da questo governo  a cominciare dal boss Ugo Martello.

Ma  se andiamo un po’ a vedere cosa succede in quella città, dobbiamo dar ragione anche a Saviano oltre che a Pisapia.

VIA BASTIANO PORRONE: la discoteca “La  Banque”, dove nel 2006 Letizia Moratti festeggia la fine della campagna elettorale. Nel  locale si segnala la presenza di un imprenditore vicino alla famiglia dei Condello.

VIA MONTENAPOLEONE: nel quadrilatero della moda c’è la sede della “Kreiamo”: i proprietari sono in affari con i boss.

LARGO RICHINI: lo studio dell’avvocato Giuseppe Melzi, l’insospettabile riciclatore.

BAR EBONY: vicino a piazzale Loreto, dove si incontrano i “bravi ragazzi” della ’ndrangheta.

PIAZZA DIAZ: a due passi dal Duomo, il boss Giovanni Morabito è titolare del bar ristorante “Samarani”.

FOR A KING: il nightclub della  ‘ndrangheta.

BAR MAGENTA: l’assessore Giovanni Terzi partecipa ad un aperitivo elettorale a cui sono presenti anche uomini della cosca Flachi.

VIA MOZART: in una delle più eleganti di Milano ha sede la “Las Vegas Srl”, che ricicla 5 milioni di euro in poco più di un anno.

VIA MANZONI: al “Grand Hotel et de Milan” l’emissario dei boss incontra un ufficiale del servizi segreti libici.

VIA VALTELLINA: alla pizzeria “Bio Solaire” si vedono i boss.

VIALE CERTOSA: al “Madison” si combinano affari importanti.

DE ANGELI: alla fermata della Metropolitana c’è il bar Metro: al bancone serve Bruno Talia, cognato di Giuseppe Morabito, detto  ‘u Tiradrittu.

Questi sono i locali e gli esercizi commerciali milanesi che sono stati coinvolti nelle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta e i suoi rapporti con la politica, riportati nel libro di Gianni Barbacetto e e Davide Milosa (Le mani sulla città. I boss della ‘ndrangheta vivono tra noi e controllano Milano – Chiarelettere) (qui).

Si stima che a Milano l’organizzazione calabrese abbia oltre 500 affiliati.

Un breve passaggio tratto dal libro di Barbacetto e Milosa.

“A Milano ci sono tutti i livelli di infiltrazione mafiosa. Ci sono quartieri, come Quarto Oggiano o le case rosse di viale Sarca, dove le cosche regalano il motorino ai ragazzini e li pagano 100 euro al giorno per controllare il territorio. Come a Scampia c’è chi spara, chi spaccia e chi lancia bombe incendiarie contro i negozi di chi non paga il pizzo. Poi c’è la ‘ndrangheta imprenditoriale, che in via Montenapoleone  apre agenzie immobiliari come la Kreimano di Alfredo Iorio, grazie alle quali tesse  contatti con amministratori e assessori per avere appalti in cambio di voti. Ai livelli più alti c’è chi ricicla i soldi sporchi. Come l’avvocato Giuseppe Melzi, famoso per aver difeso, negli anni ’70, i risparmiatori coinvolti nel crac della Banca privata di Michele Sindona. Nel febbraio 2008 è stato arrestato per riciclaggio”.