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TAXI

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Il PD non è un taxi sul quale salire o scendere secondo convenienza, vale per tutti, attempati politici di professione e giovani promesse o presunte tali.

E’ appartenenza, orgoglio, identità, credibilità di tanti uomini e donne, diversi, unici.

Chi si sente a disagio, chi è in crisi esitenziale, chi ha visto le proprie aspettative frustrate, chi non si è sentito appagato, chi non ha trovato quello che cercava, chi si sente male, chi non ha visto le proprie aspirazioni ripiene del miele che si aspettava, o altro, può andarsene.

Perchè questo partito ha bisogno di coraggiosi, non di vili e nemmeno di profittatori.

Ha bisogno di abnegazione, passione, idee.

Salire sul carro del vincitore è esercizio facile, restarci quando all’orizzonte appaiono difficoltà ed ostacoli è molto più difficile. Si rischia di perdere la sedia.

Evitate annunci roboanti, nessuno vi trattiene e nessuno sentirà la vostra mancanza.

Il Pd, sia pure nella sua assoluta imperfezione, nei suoi errori, è altra cosa davvero.

QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

Le cose non vanno bene! E’ giusto esserne consapevoli! Molta parte dell’opinione pubblica è fortemente critica verso le riforme, verso il progresso e cede ai piagnistei disperati che vanno a parare in un pessimismo inerte e inutile.

La sconfitta del 4 dicembre non è ancora assorbita e ne pagheremo a lungo le conseguenze. La responsabilità delle forze politiche che hanno strumentalizzato l’antirenzismo per offendere il paese è gravissima. La sconfitta del 4 dicembre è un lutto nazionale!

Oggi come oggi si renderebbero necessarie alcune scelte fondamentali

Una legge elettorale eminentemente maggioritaria con sbarramento al 5% alle liste alla Camera e al Senato e un premio al 35%. La rappresentanza non vale nulla se non c’è chi governa!

Una qualunque coalizione sarebbe un disastro. Pisapia è inevitabilmente attratto dalla veterosinistra e non concepisce palinsesti liberali. Impossibile allearsi con tutta la Sinistra a sinistra del Pd. Impossibile allearsi con i traditori di Articolo Uno, impossibile allearsi con la Destra da Berlusconi a scendere.

Il nuovo non è Renzi e neppure il M5s. A prescindere. Più Grillo furoreggia e sbanda, più la Raggi distrugge Roma incolpando gli altri, più la colpa è sempre e solo soltanto di Renzi.

L’economia riprende soltanto con una ferma e risoluta stabilità politica. Lavorando bene in Europa, in Italia e gestendo al meglio i due fenomeni che terrorizzano la gente: l’immigrazione e il lavoro.

Perfino i miei amici dicono che del governo Renzi non rimane nulla. Non sono d’accordo. Le sole Unioni Civili, per tacere del resto, passeranno alla storia.

Gente come Fratoianni, Articolo 1 e Berlusconi sono inutili e costituiscono un inconcludente inciampo politico. Meglio avversari chiari e netti come Salvini e il M5S, con i quali marcare le differenze e combattere a viso aperto è possibile.

Giornalisti come Travaglio, giornali come l’Espresso e addirittura il Corriere, preferiscono la guerra civile al buon governo. Riescono a spostare il sentire comune più dei politici. Sono parte consistente dei veri poteri forti: corrompono, mentono, rimestano nella pentola delle streghe!

Le Riforme vanno fatte. Meglio, ma di più e più radicali! Altrimenti, addio Italia. Continuando a sguazzare felici in una tiepida fanghiglia. Né bollente, né gelata. Semplicemente schifosa!

Il governo Gentiloni deve finire la legislatura. Renzi non deve lasciarsi tentare dall’avventurismo in cui vogliono attirarlo Berlusconi e i Pentastellati e neppure la sinistra attuale in qualunque forma si presenti.

Quindi, niente avventure, niente incursioni a sinistra, e niente destra.

Renzi aveva fatto sognare non una riedizione dell’Ulivo, ma un’Italia diversa, liberal-democratica. Forse è ora di tornare a parlare di questo.

Questo è il Pd. Un centro sinistra socialdemocratico, o liberal-democratico finalmente svincolato dalle catene delle vecchie ideologie. E forse solo così potrebbe vincere bene.

Ora come ora, tanto per continuare a perdere, continuo a sentir parlare di coalizioni, a sinistra, tutto per perdere definitivamente anche quel po’ di buono che c’è ancora nel Pd.

Una coalizione non otterrà mai il mio voto.  Due esperienze (Ulivo e Unione) due sonore sconfitte, due umiliazioni subite a causa di traditori interni, mi sono bastate. Non ne voglio una terza.

Buon lavoro Prodi. Buon lavoro Franceschini. Buon lavoro Pisapia. Buon lavoro a tutti questi volonterosi…….. che straparlano. Pensate al paese, una buona volta e non sempre ai partiti.

Si può fare da soli.

UNA LEZIONE ESEMPLARE

UNA LEZIONE ESEMPLARE

Non è la solita storia “tutti contro il Pd” o tutti contro Renzi. Sono convinta che un elettore di sinistra, si stia trovando in una grande situazione di imbarazzo in questo momento.

La causa è evidente.

Non serve alcuna coalizione, perchè in queste elezioni amministrative ci si è presentati in coalizione con tutta la banda della sinistra, della sinistra estrema e abbiamo perso, sonoramente perso.

Questi sono gli effetti tangibili delle continue pagliacciate di alcuni personaggi della sinistra del Pd, quei personaggi che non hanno mai saputo o capito che il Pd era un’altra cosa, rispetto al vecchio Pci, con tutto il rispetto per il vecchio Pci.

Si può cominciare da quando un gruppetto di personaggi mal assortiti si sono recati in Grecia a sostenere Tsipras.

Poi il Civati, che se ne va e copia il podemos degli spagnoli, senza un vero perché. O forse perché non era arrivato primo alle primarie, ma “solo” secondo.

Poi Cofferati scocciato, che voleva diventare presidente della regione Liguria, ma non è stato scelto alle “sue” primarie e se l’è legata al dito quella pseudosconfitta.

Poi Fassina impresentabile, non ho mai capito cosa volesse veramente.

Poi Rossi, toscano incredibilmente fuori dai toni, forse perché da toscano odia Renzi più di tutti.

Poi la sconfitta del 4 dicembre, capitanata dai personaggi più incredibili della sinistra, persino dal povero Rodotà, pace all’anima sua, tuti insieme appassionatamente con la destra e con la parte fascista della destra.

Poi il congresso che ha consentito il distacco degli inferociti contro Renzi, pieni di rancore per aver perso, anni prima elezioni politiche già vinte, per non aver saputo eleggere un presidente della Repubblica, per l’umiliazione di dover inchinarsi di nuovo a Napolitano, per aver fatto una figuraccia meschina nel rincorrere grillo e nel farsi insultare, (e ancora ci provano, non sono bastati i calci in faccia di allora).

Un pasticcio enorme che consentirà a D’Alema di fare il capo della minuscola formazione, piena di metafore, di Bersani e compagnia. Pure D’alema è pieno di odio, contro tutti, fuorché contro la destra. Odio cresciuto enormemente da quando non è stato eletto in Europa ministro degli esteri. La verità vera è che proprio l’Europa non l’ha voluto. Oppure forse perché non ama nessuno se non se stesso, per cui chiunque sia che abbia un qualche incarico, a sinistra, da Prodi a Veltroni, li caccia via tutti. Figuriamoci Renzi!

Poi ancora le graffiate continue di Orlando, Emiliano, Cuperlo. Insopportabili lamentele, lagne, offese, punzecchiature, noiosissimi personaggi.

Quante ferite abbiamo subito, chi è ancora disposto a lasciarsi colpire da continue frecciate? Ogni volta si perde sangue vero politicamente parlando.

Le ferite sono profonde nell’elettore del Pd, in particolare quello affezionato da sempre.

Il tutto fa perdere stima, fiducia e ovviamente fa vincere la destra.

E’ un’ottima lezione, preludio di quello che ci aspetta nelle prossime elezioni politiche.

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

Sarà un caso ma, dopo le elezioni francesi, sembra essersi velocizzato il processo di una creazione di una legge elettorale.

Sembra che ci sia voglia di accordo tra le due maggiori forze politiche in grado di contendersi il governo del paese, cioè PD e M5s.

PD stai attento a trattare con il M5S, dato che ha dimostrato di essere un Movimento inaffidabile, sempre, in ogni situazione. Il suo nemico sei sempre tu, Pd! Quello che sta dicendo il m5s sulla legge elettorale, potrebbe nascondere una grossa fregatura.

Sembra,  si ha l’impressione, si suppone che ci sia consonanza tra i due partiti per dare il premio alla lista, proprio come dice il Legalicum, la legge elettorale Italicum modificata dalla Corte Costituzionale.

Forse è proprio quella la direzione da prendere. Certo, Berlusconi preferisce il premio alla coalizione, data la sua capacità mitica di mettere d’accordo forze politiche molto diverse tra loro.

Anche se ora la vittoria di Macron sembra aver mandato un po’ in crisi il centrodestra, lo stesso Berlusconi ha salutato la vittoria dell’europeista Macron, mentre Salvini, potenziale e probabile alleato di Berlusconi, non ha ovviamente ben visto questi ammiccamenti di Berlusconi a Macron. Ma probabilmente è solo una commedia.

La situazione politica si fa ingarbugliata ed interessante.

ORLANDO O EMILIANO?

ORLANDO O EMILIANO?

Ho ascoltato con attenzione, gli interventi di Renzi, Orlando ed Emiliano, ieri alla direzione nazionale del Pd.

Renzi mi è piaciuto, ma questo lo davo per scontato. Diciamo che sono  renziana, e sì, e vorrei che fosse una “cosa” politica contagiosa.

Tuttavia tra il discorso di Orlando e quello di Emiliano, ho apprezzato di più quello di Emiliano.

La sua focosità, il suo convincimento e la sua forza mi sono sembrate più sincere e forse potranno essere anche più utili al partito democratico, rispetto al discorso, troppo scontato di Orlando.

Più Europa, dice Orlando, ma non credo proprio che Renzi sia antieuropeista, tutt’altro. Inoltre dice Orlando, che Renzi pretende che chi ci ha mandato nella palude, siano gli stessi che ora dovrebbero salvarci.

Non ho capito cosa intendesse.

Quelli che ci hanno mandati nel fango sono i vari Civati, Fassina, Cofferati, D’Alema, Bersani e soci, e non mi pare proprio che Renzi li ami particolarmente da pregarli che ci diano una mano. Anzi.

Questo, semmai, è il desiderio di Orlando, ripescare i fuoriusciti. In Orlando ho rivisto il Civati della precedente consultazione. Stessa  flemma, stesso rancore sottocenere, stessa faccia impassibile, priva di vivacità.

Ha ripetuto la frase più infelice che potesse dire, e che ha ripetuto a mo’ di litania, nella campagna per le primarie: “Tra Berlusconi e Bersani preferisco Bersani”.

Questi non sono discorsi da leader, sono le piccinerie di chi vede un partito addomesticato, vecchio, non proiettato verso il futuro, con idee che superino tutti gli schieramenti possibili, ma sono le idee di chi vuole imbarcare tutte le passività che ci hanno portato alla sconfitta. Appesantendo di nuovo il partito che con fatica tenta di scrollarsi di dosso tutte le passività ereditate. Orlando non ha ancora capito che il Pd è un partito nuovo, e come tale deve essere senza le scorie del passato. Con le glorie del passato, ma senza il peso del rancore.

Per la verità avrebbe dovuto dire che, con una buona legge elettorale, il Pd dovrebbe essere messo nelle condizioni di non scegliere nessuno, ma di affrontare anche da solo le prossime avventure politiche.

Nel modo con cui si è espresso Orlando, significa essere senza speranza e stare a paciugare volentieri nel fango, dove nessuno si distingue, nessuno ha un comando, ma si dirige un partito come seduti ad un bar.

Emiliano invece, con la sua foga, ha protetto il “suo sud”, ha sostenuto le sue ragioni, ha invitato a ragionare e a decidere anche dopo il confronto difficile con gli altri. Insomma mi è piaciuto di più.

IL POPOLO DEL SÌ

IL POPOLO DEL SÌ

Questo strano popolo del sì

di Giuseppe Turani | 01/05/2017

Il popolo del sì, battuto, umiliato, deriso il 4 dicembre, è risorto.

Matteo Renzi, l’uomo-cattivo da abbattere con ogni mezzo, ha fatto le primarie, ha stravinto e è stato rieletto segretario del suo partito. I critici, i profeti della fine di “questo” Pd avevano pensato a un po’  meno di un milione di partecipanti. Invece sono stati almeno due milioni, con 80 mila volontari impegnati nell’organizzare 10 mila gazebo e i centri di voto in tutta Italia e anche all’estero: da Montreal a Shangai.

Due milioni di persone che si sono recate ai seggi, spesso con la famiglia, con in mano i due euro per votare e per contribuire alle spese. Molti hanno dato anche di più. Tutti hanno ricevuto la loro brava ricevuta. Ma la cosa impressionante non è nemmeno questa grande mobilitazione (senza uguali nel panorama politico italiano), la cosa che ha colpito è stata l’allegria della giornata: niente musi lunghi, ma solo la voglia di riesserci un’altra volta. Di mandare un segnale di esistenza.

La giornata di ieri ha mostrato chiaramente che questo, ormai, è un paese di democrazia compiuta: in un paese così, di famiglie serene che vanno con i bambini a votare, con il presidente del Consiglio che al seggio prega i giornalisti di ridargli la moglie, bloccata dai fotografi, con dei volontari che hanno allestito un gazebo (a forma di igloo) a tre mila metri di quota per gli sciatori, non potrà mai esistere alcuna deriva di destra.

Ma, adesso, fatta la festa, cominciano i problemi. La scena politica è tutta cambiata. L’uomo che doveva essere liquidato, Matteo Renzi, e contro il quale il 4 dicembre scorso si era formata una sorta di Santa Alleanza che comprendeva tutti, meno lui e i suoi amici, è ancora in campo. Se possibile, dentro il suo stesso partito è più forte di prima: ha stravinto con il 70 per cento dei voti.

Sul piano formale è stato molto educato. Buone parole per tutti. Ma non ha offerto niente a nessuno, nessun posto, nessun incarico. Sulle possibili alleanze ha detto una frase sola: faremo alleanze con la gente e non con partiti e partitini che rappresentano solo se stessi.

E questo apre qualche spiraglio si quella che sarà la sua linea. Ci si può sbagliare, ovviamente, ma penso che non reimbarcherà gli scissionisti che se ne sono andati (da D’Alema in avanti…). Gli altri, forse, non lo hanno ancora capito, ma questo è un Pd diverso. Non è più quello che Bersani aveva lasciato qualche mese fa borbottando di tradimenti di valori e cose così.

Questo, anche se a molti non piace, è il Pd di Renzi, un Pd liberal-democratico, che vuol fare le cose e non stare a discutere sui valori intangibili del secolo scorso.

Tutto quello che si affastella alla sua sinistra, dal campo progressista di Pisapia a articolo 1, è passato direttamente in archivio, non interessa.

E, ancora, è un Pd che punta a vincere le prossine elezioni. E qui molti sorridono: si tratta solo del sogno di un megalomane. Invece, è un disegno lucido, l’unico possibile. Si tratterà di vedere quale legge elettorale alla fine ci sarà e quale parlamento ci darà. Ma già da subito una cosa è chiara: oggi, questo Pd di Renzi, risorto come d’incanto dalle sue ceneri, è l’unica forza politica che si ponga nettamente e senza equivoci contro il dilagante populismo (quello che sceglie i candidati sindaco con 20 clic). L’unico avversario vero di Grillo, insomma. La scelta nelle prossime elezioni sarà questa. Per tutti: ricchi e poveri, operai e borghesi.

Ieri c’è stata la sorpresa dei due milioni di voti, domani potranno esserci altre sorprese.

In realtà, molti commentatori oggi sbagliano e dicono cose vecchie perché non hanno capito che cosa è successo ieri: è nato un nuovo Pd. La sigla è sempre quella, e anche le sedi e le bandiere, ma sotto il cofano il motore è cambiato. Questo nuovo Pd non è più un amalgama mal riuscito fra democristiani e comunisti, ma è qualcosa di nuovo. E’ il Pd del popolo del sì.

En marche.

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

Vorrei invitare i simpatizzanti di Matteo Renzi, o comunque del Partito Democratico, a provare l’esperienza, come volontari dei seggi per le primarie.

E’ un bel momento per chi ha voglia di essere presente e utile per il bene del paese. Le primarie di un partito sono sempre una scoperta. L’incontro in quel contesto con le persone che conosci, e con altre di cui non sai nulla, ma che sono lì ad esprimere una scelta, è emozionante.

Ora sento tanto commenti di “sapienti e saputi giornalisti” che, per queste primarie del 2017, criticano la bassa affluenza, la paragonano a quelle del 2013 con un ghigno di soddisfazione, ma non considerano che 2 milioni di persone, di domenica, che si mobilitano per un voto che tutto sommato, incide, ma è una scelta cosi decisiva per la vita, e, che si prestano a dare 2 euro, rinunciando ad un caffè, e che partecipano con la loro presenza alla vita politica, è una cosa straordinaria, se paragonata ad altri partiti e ad altri paesi.

Questi soloni della notizia, propensi solo alla critica, si dimenticano che 2 milioni di persone per una consultazione in cui è stato coinvolto un solo partito, il Pd, mentre nel 2013 la primarie riguardavano tutta la coalizione di centro sinistra e sinistra e quindi molti altri individui, significano molto per il segretario eletto di quel partito. Lo sanno, ma fanno finta di dimenticarsi.

Mi piacerebbe che anche la destra, in coalizione o meno, facesse le primarie. Allora sì che potremmo paragonare le affluenze in modo critico e consapevole. Ma non succede, non le faranno mai, per paura di uno scarso interesse da parte dei propri cittadini per questo tipo di consultazioni. Paura di “copiare”.

Ripeto 2 milioni di scelte vive e presenti, sono tanti, rispetto a poche decine di clik, dati nel silenzio della propria camerina, scelte paragonabili ad un gioco solitario infantile.

Forse è stato davvero un miracolo la netta vittoria di Renzi, considerate le scissioni, le inchieste giudiziarie e il vento che spazza il Paese.

Matteo Renzi ha vinto con percentuali che non ammettono repliche. A valutare il risultato a giochi fatti, si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo prevedibile e scontato: invece, la difficilissima fase attraversata da Renzi, dalla perdita del referendum a quella di Palazzo Chigi, passando per i guai dell’inchiesta Consip, e le insidiose candidature di Andrea Orlando e Michele Emiliano, facevano di queste primarie un ostacolo non facile, nemmeno per un leader abituato, come lui, a questo tipo di sfide.

Ma non siamo sprovveduti e sappiamo benissimo che le difficoltà maggiori cominciano proprio ora.

Non ci resta che fargli gli auguri più sentiti possibili e di non fargli mai mancare il nostro appoggio ed il nostro entusiasmo.

 

Finisco con le parole simpatiche e spicce di Toni Jop:

“Poche balle. E’ andata bene, eccome. Poco meno di due milioni di cittadini hanno deciso che era cosa buona farsi una coda e perdere qualche ora della giornata pur di votare un segretario di partito.  Potevano fare quello che volevano: stare a casa, andare al mare, votare questo o quell’altro. Quel che avessero deciso di fare avrebbe comunque modificato radicalmente il flusso delle cose. Hanno avuto il potere tra le mani e lo hanno usato. Nessuno li ha comprati, minacciati. Nessun altra forza politica in Italia ha abbastanza anima per inventarsi una scena come questa. Fa sorridere seguire gli imbarazzi, comunque vestiti, di commentatori e politici che si aspettavano un funerale. Come la pignoleria di chi fa la conta con il metro in mano, senza tener presente che nell’arco di pochi mesi tutto è cambiato. La sinistra era già stata giustiziata, si trattava solo di raccogliere il cadavere e offrirlo a grillo. Il nuovo re, e invece? Cosa ne uscirà, lo vedremo, ma intento mettetevela via.”

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

Prima di tutto D’Alema vuole una legge elettorale proporzionale. L’unico motivo: contare qualcosa.

Il Pd punta alla soglia del 40% alla Camera per avere i numeri per governare da solo, e comunque si propone di essere la prima forza politica del paese e di esprimere la guida del governo. E, come sappiamo, aspira ad una legge elettorale maggioritaria, che garantisca una governabilità stabile.

La proposta di Mdp, invece, per quel che si comprende dal ragionamento di Massimo D’Alema, che comunque è di gran lunga il migliore di quella compagnia e quindi destinato a influenzarne la linea politica anche senza ruoli formali, consiste nel presentarsi all’appuntamento elettorale come forza di condizionamento del Partito democratico dopo le elezioni

In sostanza, D’Alema ci dice che, dopo le elezioni, il Pd dovrà scegliere se allearsi con il centro moderato o con loro. Ci spiega che il Pd,  se non raggiunge il 40 per cento per governare da solo, dovrà scegliere: se si allea alla propria destra, e allora per Mdp si apre una prateria di possibilità di rendere ingovernabile il paese o comunque di farlo traballare ad ogni momento, in modo da renderlo inconcludente, inefficiente, con grosso danno a tutto il paese. E lo farebbe sicuramente, considerato i personaggi.

Se si allea propria sinistra, Mdp dispone di una competenza di governo ben diverso dai vari Bertinotti, Turigliatto e Vendola, che consentirà a un nuovo centro-sinistra di non frantumarsi come in passato per gli ideologismi e i velleitarismi della sinistra radicale. Il ragionamento, va detto, ha un suo fondamento, e anche un suo fascino, che spiega perché parecchi quadri politici di tradizione Ds si stiano orientando in quella direzione.

Tutto questo però è un paradosso. La prospettiva di una alleanza post-elettorale con il Pd che sia maggioranza in Parlamento esiste solo a condizione che alle elezioni il Pd risulti ampiamente il primo partito.

Ma Partito democratico potrà essere il primo partito, sopra i cinquestelle, solo se la rinnovata leadership di Renzi sarà in grado di mobilitare un campo ampio di forze sociali e politiche di centrosinistra, sollecitando un voto utile per governare l’Italia, per sconfiggere destre e populismi.

E chi pensa che in questo concreto scenario, dopo le elezioni, sia preferibile un’alleanza del Pd con le forze alla sua sinistra, oggi deve stare ben attento a non scavare solchi non recuperabili, a cominciare dal giudizio sul congresso del Partito democratico e sul gruppo dirigente che ne scaturirà.

Tuttavia se c’è una sola possibilità che la sinistra italiana vada al governo del paese nella prossima legislatura,  questa possibilità passa solo attraverso il successo del Partito democratico.

IO AMO CHI RISCHIA

IO AMO CHI RISCHIA

Ho ripreso la tessera del Partito Pd, nonostante le delusioni patite in questi ultimi tempi. Nonostante la protervia di alcuni personaggi che non amano il paese, ma guardano solo al loro ombelico, tengono alla loro visibilità e che se ne sono andati, ovviamente portandosi dietro alcune persone. Forse poche, ma un piccola percentuale, che consentirà loro, con una legge elettorale proporzionale, di ottenere la poltroncina.

Questi personaggi dalla idea fissa, insieme  al  loro esternare nei talk, ci danno lezioni di politica, e i vari giornalisti o pseudo tali, che li invitano, accettano e tacitamente ne condividono l’agire.

Sentir parlare di democrazia da chi, quando era nel Partito in minoranza pretendeva di imporre la sua linea politica appare assai risibile. Mi è difficile trovare anche cosa vi sia di progressista in chi il 4 dicembre ha deciso di riconsegnare il paese alla sua preistoria. Politicamente questa comune di trombati non esprime uno straccio di programma.

Proprio per questi comportamenti che non ho capito e che mi hanno fortemente deluso, ho deciso di sostenere il progetto politico di Matteo Renzi e la sua candidatura alla segreteria del PD. Non sosterrò Orlando, perché mi sembra assai simile a coloro che se ne sono andati. Stessa flemma.

Il progetto di Renzi lo trovo più adeguato ai tempi e alla cultura di questo paese.

L’unico che può salvare questo paese e l’Europa dalla deriva xenofoba e razzista delle destre estreme.

Io amo chi rischia, chi dà soluzioni, elencarle solamente non serve.

Amo chi fa, non chi teorizza, e chi, facendo, talvolta può sbagliare. Chi sa perdere e sa chiedere scusa, ma anche chi è sufficientemente sfrontato Gli sfrontati mi appassionano, perché sanno trascinare col loro sorriso e perché hanno il coraggio di agire.

Amo l’imperfezione, il carattere, anche le debolezze di chi osa.

Lo dichiaro apertamente perché detesto ambiguità ed equidistanze che nella mia pratica politica non sono mai esiste.

Ho fatto la tessera per me, pensando al futuro dei nostri giovani, e ricordando con immenso affetto mio padre, ai valori che mi ha insegnato e sempre praticato.

La dedico a lui al suo impegno, alla sua fatica e alla sua onestà, a mia madre, alla nostra storia familiare, alla loro e alla mia passione politica.

Alla voglia di esserci per contare e decidere del nostro futuro.