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BIGIARE IL PARLAMENTO

BIGIARE IL PARLAMENTO

Come quando si andava a scuola, se si sapeva che quel compito in classe non si riusciva a fare, o se l’interrogazione era per quel giorno, restava il bigiamento. Ci si chiudeva al Cinema, si guardava un film con l’animo pesante, ma, in modo stupido e cretino e a nostro danno, avevamo scampato “il pericolo”.

L’ho fatto anch’io, come no, ho visto film, in un cinema aperto anche al mattino. Non tante volte però sì, ho bigiato la scuola. Non ho mai scordato quei film, i giorni e le sonore sgridate dei miei genitori, per non aver confidato loro il problema scolastico che avevo. Erano davvero altri tempi.

E adesso sto constatando che personaggi politici, pagati da tutti noi, straordinariamente irresponsabili, bigiano il Parlamento, quando qualcosa che è in votazione, non è di loro gradimento, o meglio, non sanno come comportarsi. Hanno paura di fare vedere in che cosa credono o non credono o, forse la verità è un’altra, hanno paura che votare in un certo modo tolga a loro consensi e voti per le prossime elezioni.  Insomma lavorano con scaltrezza e badano al loro interesse, fregandosene altamente di cosa si sta facendo in quel parlamento per il quale dovrebbero lavorare con coscienza. Sono stati eletti apposta.

Ebbene, è cosa nota, si trattava di votare in Senato (che è ancora lì purtroppo) la legge detta “Ius soli” (stavolta è latino e lo sopporto).

Innanzitutto dal Presidente del Senato, questa legge è stata messa in calendario tardissimo, peccato, ha dormito sopra anche lui per parecchio tempo, e poi perché è uscita dalla Commissione apposita, dopo milioni di emendamenti posti dall’inventore delle porcate un tal Calderoli, che da decenni siede in quelle costose sedie.

Risultato la legge non è passata.

Un vero peccato, perché viene a mancare una buona legge che consente di essere all’altezza del pensare umano, quando questo si comporta con dignità.

Questo no allo Ius soli ha marcato nuovi orizzonti politici della nostra storia, ha illuminato le nuove postazioni, ha mostrato il muro che separa due culture. La prima issata in nome dell’Umanità, la seconda invece su un suicida e stupido egoismo. Lo ius soli ha organizzato gli schieramenti così come li ritroveremo nei prossimi anni. Separati da una linea muraria che è sempre la stessa: da un parte la destra, dall’altra la sinistra. Chi ha votato no è di destra, sta a destra, vive a destra.

Anche gli assentati hanno pronunciato un no bello forte, con la malizia di chi pensa di metterlo a bottega. Oggi se vuoi vincere alle prossime elezioni devi dire no allo ius soli ed è quello che hanno fatto quei lacchè dei 5 stelle, assieme ai loro amici di destra, tutti compresi quelli nascosti nelle file del Pd e siccome l’Europa è stata madrina di civiltà, accogliente, includente, sarà il secondo loro obiettivo, il no allo Ius Soli europeo.

Hanno votato contro allo Ius Soli nostrano, tutti i cattolici alla Giovanardi, tutta la destra xenofoba di Salvini tutti i quagliarielli di Berlusconi e gli altri destrorsi, con la parola patria in bocca, ma che non sanno che cosa sia, se non un confine surreale di territorio.

Ora non c’è più tempo. E’ stato deciso che si voterà il 4 marzo 2018, e quindi le Camere sono già sciolte e non si fa più niente (o quasi), se non l’ordinaria amministrazione.

Mi vengono da dire le parolacce di un personaggio a me carissimo “Coliandro”, quelle che ripete ogni volta che la sua bella macchina rossa viene distrutta: “ma porca vacca di una vacca troia”.

Questo è il Senato che c’è ancora per nostra sfortuna e che ci sarà anche in futuro.

Il disastro del 4 dicembre 2016 si protrarrà ancora per decenni, un vero peccato per i giovani e per il futuro del nostro paese.

Il 4 non porta fortuna e vorrei sapere perché e chi ha deciso che si voterà il 4.

 

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MA IN POLITICA SERVE PIETRO GRASSO?

MA IN POLITICA SERVE PIETRO GRASSO?

Non conosco Pietro Grasso.

Però, Pietro Grasso, ex magistrato, ed ex Capo della Direzione nazionale Antimafia, attuale Presidente del Senato, mi inquieta.

Non mi importa tanto quello che farà, o con chi starà, ma come personaggio pubblico e detentore della più importante carica della nostra Repubblica, dopo quella del Presidente Mattarella, non riesco ad inquadrarlo bene. Non mi permetto di giudicarlo, non ne sono all’altezza, però qualcosa mi vien da dire sul suo comportamento.

All’indomani della approvazione delle nuova legge elettorale, improvvisamente diventa un protagonista da prima pagina.

Quando lo sento parlare cerco di capire cosa vuole dire, ma trovo sempre discorsi così generici, basati solo su concetti base, quasi banali, e mi chiedo se ha delle vere idee sulla politica e in particolare quella della estrema sinistra alla quale, sembra si sia consegnato.

Come mai questo gesto? Per me improvviso.

Perché? Cosa gli ha fatto il Pd oltre a metterlo su una bellissima sedia a Capo del Senato?

È successo che il Governo ha messo la fiducia  sulla legge elettorale!

La fiducia è un mezzo per poter approvare una legge in tempi ragionevoli, ma no, per Pietro Grasso è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Orrore!

E lui come capo del Senato, è stato costretto a subire questa violenza, non potendo, per dovere istituzionale, esprimere tutta la sua riprovazione contro l’arroganza del Governo, che ha imposto la fiducia, sulla legge elettorale, ovviamente su mandato del Pd.

Se non gli piaceva perché non ne ha fatto parola prima? Perché non si è dimesso? Poteva essere un gesto comprensibile e anche di onore personale se “questa fiducia” non gli garbava proprio. Ma non ha proferito parola, salvo far sapere subito e solo dopo, di essere fortemente contrariato dalla violenza perpetrata dal Governo che ha posto in votazione al Senato una legge, già approvata dalla Camera e alla quale non si è potuta fare alcuna variazione che nobilitasse il ruolo del consesso senatoriale e del suo Presidente.

Dalle parole forti che ha detto dopo l’approvazione della legge lettorale “rosatellum” si deduce che avrebbe voluto dimettersi, in sostanza, tanto grave è stato l’affronto subito, ma il senso di responsabilità glielo ha impedito.

Insomma, avrebbe voluto, ma non ha potuto, avrebbe lottato, ma gli è stato impedito, non ha votato contro, ma è rimasto contrariato.

In questo modo, il Presidente del Senato rischia di non contribuire a nulla, ma di volere apparire capace di tutto. Un eroe in poltrona, immobile, politicamente imbelle, fermo però nel proposito di far sapere che rimane un eroico difensore delle istituzioni.

È siciliano, peccato che non abbia dato una mano e una speranza a quei cinque milioni di siciliani proponendo loro un’idea di sviluppo economico, di rinascita civile, di buona amministrazione, d’efficienza burocratica, ammesso che queste idee si possiedano davvero.

Si manterrà così anche in politica? Si nasconderà dietro alla imposibilità di far valere qualche sua idea, considerato che ha scelto una parte della sinistra che potrà assicurargli una poltrona da senatore (o deputato), ma non so poi quanto possa influire, sulla politica di un futuro governo?

Pare tuttavia che sarà il leader (finalmente ne hanno trovato uno) di Mdp-Si-Possibile e altri micropartiti dei 29 che stanno a sinistra del Pd. Sempre che riescano ad unirsi o, meglio, a coalizzarsi.

Ma un leader alquanto indeciso. Mantiene riserve, per ora, e il non decidere sembra che sia la sua qualità migliore.

BERLUSCONI PUÒ TORNARE?

BERLUSCONI PUÒ TORNARE?

Come punta o come allenatore, come dice lui?

Eh sì. La possibilità c’è.

E il suo maggior veicolo di promozione, come sempre in questi 30 anni, non sono i suoi alleati, ma gli avversari. Il centrosinistra, in particolare.

È necessario che la sinistra e gli avversari politici di quella parte, corrano ai ripari. E che si eviti, per carità, ora che sono in trattativa tra loro e col buon Fassino, di ripetere gli errori di 30 anni. Errori che hanno reso Berlusconi un totem inossidabile e vincente.

Abbandoniamo il comodo argomento, ripetuto come una nenia stancante, secondo cui “abbiamo la destra peggiore d’Europa”. Non è vero. C’è una destra pericolosa e sfascista, xenofoba, antieuropea, sovranista, estremista. Ma c’è un centrodestra elettoralmente forte e politicamente uguale alla maggioranza elettorale, moderata, centrista, di classe media che in Europa fa vincere Merkel, Rajoy , Macron e che teme l’estremismo populista di destra e di sinistra.

Questi elettori antipopulisti andrebbero sottratti a Berlusconi. Con un’offerta politica, di centrosinistra, antipopulista, antiestremista e analoga a quella che, in tutti i paesi d’Europa, ha battuto i populisti di destra e di sinistra.

Con gli argomenti della competenza di governo, della crescita e della stabilità politica.

Quella che si chiama una “forza tranquilla”, moderata e rassicurante.

È questo elettorato, potenzialmente decisivo e maggioritario, che la sinistra ideologica e radicale ha sempre regalato a Berlusconi.

La sinistra avrebbe dovuto battere Berlusconi per via politica ed elettorale, e non giudiziaria. Conquistando i suoi elettori con l’offerta politica e non con l’accanimento di processi-spettacolo che, alla lunga, hanno persino giovato a Berlusconi.

Di questo dobbiamo ringraziare una magistratura militante.

Ora che riscopriamo che Berlusconi può vincere, ancora una volta, dovremmo cambiare registro.

Il Pd di Renzi, il renzismo, dopo 20 anni di antiberlusconismo di sinistra fallito, era ed è l’esempio del cambiamento utile: un centrosinistra competitivo al centro e tra i moderati.

Fassino, nelle trattative con i “generali senza esercito” non dimentichi questo elettorato moderato.

Attenti a non respingerlo cedendo troppi agli argomenti scostanti, attempati, ideologici della sinistra sinistra.

Attenti a non dimenticare la piattaforma che avrebbe parlato e conquistato gli elettori moderati e che pure ebbe, il 4 dicembre, il 40%. In quel Si c’era la proposta di una democrazia forte, di governabilità e stabilità, di leadership autorevoli e competenti. E un orientamento a obiettivi sensibili per i moderati: contro la esosità fiscale, per la crescita economica e contro le paralisi del burocratismo antidecisionista italiano.

Ora che Berlusconi torna ad affacciarsi, alla sua età, alla possibile vittoria fate uno sforzo per contrastarlo.

Con la politica e non con gli anatemi.

Anzitutto rimettendo in campo gli argomenti del centrosinistra che parla ai moderati, alla parte decisiva degli elettori dispersa tra Berlusconi e l’astensionismo. Quella che in Europa fa vincere il centro contro i populisti. E che in Italia era rappresentata dal 40% del sì.

Se si riuscisse  in questa possibile ripresa dei voti dei più moderati di centro, anche in Europa saremmo più credibili e tante importanti istituzioni che ora vengono collocate in altri paesi della UE in seguito alla Brexit, potrebbero venire in Italia.

Ma non vorrei fosse troppo tardi, come sempre. La cattiva propaganda antieuropeista e antieuro della parte di una brutta e aggressiva destra (Lega e M5s), probabilmente ha già fortemente minato l’esile credibilità che avevamo riacquistato in Europa, quando si prospettarono le grandi riforme costituzionali ed amministrative del Pd. Ma tutto questo fu respinto il 4 dicembre scorso, dalla destra e sinistra tutti uniti contro Renzi. E non solo l’Europa ci sfuggì, ma la possibilità di rinnovare e sburocratizzare un paese inchiodato e fermo da decenni.

Un disastro annunciato mille e mille volte e che si sta dimostrando anche in queste ore.

NON VI COMPRENDIAMO

NON VI COMPRENDIAMO

Pisapia, per qualificarsi meglio e per descrivere ciò che lo distingue dal Pd, ha parlato di un “centrosinistra radicalmente innovativo”, che distinguerebbe lui, Grasso, Speranza e altri, da Renzi e il Pd. Di conseguenza, Renzi e il Pd, secondo loro, vorrebbero un centrosinistra “non radicale” o ” poco innovativo”.

La sinistra italiana ha questo vezzo che la rende antipatica: crede di avere il monopolio del cambiamento.

Ma non perché faccia, effettivamente, innovazioni o riforme. No. Solo perché le aggettiva: forti, radicali, straordinarie ecc.

Poi quali siano queste riforme che propone, quali siano i contenuti, i programmi che avanza, che cosa realmente abbiano di innovativo e in che cosa rappresentino un cambiamento reale, non è dato saperlo. In che cosa i programmi della sinistra radicale, che non ha fatto mai alcuna riforma, siano “radicalmente innovativi” rispetto alle riforme realizzate da Renzi e che hanno portato l’Italia fuori dalla crisi?

Lo sapete voi? Io no.

Pisapia sarà stato un buon sindaco o un moderno avvocato ma deve capire, insieme a tutta la sinistra, una cosa: in Europa e in Italia bisogna smetterla con gli aggettivi per qualificare i propri programmi.

Bisogna smetterla con questo vezzo di sinistra di sostituire, alle proposte concrete, gli aggettivi altisonanti per distinguersi dai riformisti liberali.

E’ pericoloso.

Se ci fermiamo agli aggettivi il populismo, anch’esso radicale a parole, vi strabatte. Per esempio, la pensata dei pentacosi del reddito di cittadinanza, attira molto di più la massa delle persone che pensa di poter incassare qualche soldino, stando seduto al bar, o facendo lavori in nero. Il lavoro non viene neppure più cercato, non serve, è lo stato fa loro la carità. Se poi ci vogliono miliardi per realizzare tutto ciò, nessuno ci pensa e nessuno fa veramente i conti. Nessuno entra nella realtà di questa proposta. Se Pisapia, Bersani e altri pensano di allearsi col m5s, per battere Renzi, hanno pensato a come risolvere questa cosa?

Nella situazione europea di oggi serve il contrario: dimostrare che sono possibili cambiamenti “tranquilli” e che vale molto di più la competenza di governo che il radicalismo a parole.

E’ il populismo il nemico da battere. E il populismo, quanto alla retorica degli aggettivi, batte chiunque.

Ora Pisapia e l’Mdp la smettano con la pretesa di distinguersi con gli aggettivi, astratti e altisonanti. Dicano, finalmente, quali sono concretamente le riforme che farebbero, in che cosa sono più “radicali” di quelle che Renzi ha fatto o propone di fare, e che cosa abbiano di così innovativo.

Io, per ora, ho capito soltanto che gli piacerebbe “ripristinare” l’articolo 18. Non proprio un’innovazione e tanto meno “radicale”.

E’ tempo dei riformisti. E i riformisti sono quelli che le riforme (possibili) le fanno. E non le risolvono in vuoti aggettivi, “radicali” a parole.

Le vere riforme, in questo paese, sono state fatte negli anni 70-80: (Per esempio) Divorzio, Aborto, Scuola, Statuto dei lavoratori. Queste sono riforme e non le ha fatte la sinistra.

Attendiamo da almeno vent’anni, da quando D’Alema ha preso il timone, scalzando Prodi, per esempio, una legge sul fine vita. Se ne discute e poi? Tutto rimane nel cassetto. Sarebbe una legge di civiltà enorme, ma anche la sinistra, quella che si definisce radicale, svicola da questo problema. Peccato, se l’affrontasse, e la appoggiasse convintamente tanto da farla approvare, quasi quasi ci farei un pensierino, quando vado a votare.

Basta qualche proposta concreta, sensata, non limitarsi a distinguersi con gli aggettivi. Parlate con la gente e non confrontatevi solo tra di voi. Non vi comprendiamo.

 

TAXI

TAXI

Il PD non è un taxi sul quale salire o scendere secondo convenienza, vale per tutti, attempati politici di professione e giovani promesse o presunte tali.

E’ appartenenza, orgoglio, identità, credibilità di tanti uomini e donne, diversi, unici.

Chi si sente a disagio, chi è in crisi esitenziale, chi ha visto le proprie aspettative frustrate, chi non si è sentito appagato, chi non ha trovato quello che cercava, chi si sente male, chi non ha visto le proprie aspirazioni ripiene del miele che si aspettava, o altro, può andarsene.

Perchè questo partito ha bisogno di coraggiosi, non di vili e nemmeno di profittatori.

Ha bisogno di abnegazione, passione, idee.

Salire sul carro del vincitore è esercizio facile, restarci quando all’orizzonte appaiono difficoltà ed ostacoli è molto più difficile. Si rischia di perdere la sedia.

Evitate annunci roboanti, nessuno vi trattiene e nessuno sentirà la vostra mancanza.

Il Pd, sia pure nella sua assoluta imperfezione, nei suoi errori, è altra cosa davvero.

QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

NIENTE AVVENTURISMO, NESSUNA COALIZIONE

Le cose non vanno bene! E’ giusto esserne consapevoli! Molta parte dell’opinione pubblica è fortemente critica verso le riforme, verso il progresso e cede ai piagnistei disperati che vanno a parare in un pessimismo inerte e inutile.

La sconfitta del 4 dicembre non è ancora assorbita e ne pagheremo a lungo le conseguenze. La responsabilità delle forze politiche che hanno strumentalizzato l’antirenzismo per offendere il paese è gravissima. La sconfitta del 4 dicembre è un lutto nazionale!

Oggi come oggi si renderebbero necessarie alcune scelte fondamentali

Una legge elettorale eminentemente maggioritaria con sbarramento al 5% alle liste alla Camera e al Senato e un premio al 35%. La rappresentanza non vale nulla se non c’è chi governa!

Una qualunque coalizione sarebbe un disastro. Pisapia è inevitabilmente attratto dalla veterosinistra e non concepisce palinsesti liberali. Impossibile allearsi con tutta la Sinistra a sinistra del Pd. Impossibile allearsi con i traditori di Articolo Uno, impossibile allearsi con la Destra da Berlusconi a scendere.

Il nuovo non è Renzi e neppure il M5s. A prescindere. Più Grillo furoreggia e sbanda, più la Raggi distrugge Roma incolpando gli altri, più la colpa è sempre e solo soltanto di Renzi.

L’economia riprende soltanto con una ferma e risoluta stabilità politica. Lavorando bene in Europa, in Italia e gestendo al meglio i due fenomeni che terrorizzano la gente: l’immigrazione e il lavoro.

Perfino i miei amici dicono che del governo Renzi non rimane nulla. Non sono d’accordo. Le sole Unioni Civili, per tacere del resto, passeranno alla storia.

Gente come Fratoianni, Articolo 1 e Berlusconi sono inutili e costituiscono un inconcludente inciampo politico. Meglio avversari chiari e netti come Salvini e il M5S, con i quali marcare le differenze e combattere a viso aperto è possibile.

Giornalisti come Travaglio, giornali come l’Espresso e addirittura il Corriere, preferiscono la guerra civile al buon governo. Riescono a spostare il sentire comune più dei politici. Sono parte consistente dei veri poteri forti: corrompono, mentono, rimestano nella pentola delle streghe!

Le Riforme vanno fatte. Meglio, ma di più e più radicali! Altrimenti, addio Italia. Continuando a sguazzare felici in una tiepida fanghiglia. Né bollente, né gelata. Semplicemente schifosa!

Il governo Gentiloni deve finire la legislatura. Renzi non deve lasciarsi tentare dall’avventurismo in cui vogliono attirarlo Berlusconi e i Pentastellati e neppure la sinistra attuale in qualunque forma si presenti.

Quindi, niente avventure, niente incursioni a sinistra, e niente destra.

Renzi aveva fatto sognare non una riedizione dell’Ulivo, ma un’Italia diversa, liberal-democratica. Forse è ora di tornare a parlare di questo.

Questo è il Pd. Un centro sinistra socialdemocratico, o liberal-democratico finalmente svincolato dalle catene delle vecchie ideologie. E forse solo così potrebbe vincere bene.

Ora come ora, tanto per continuare a perdere, continuo a sentir parlare di coalizioni, a sinistra, tutto per perdere definitivamente anche quel po’ di buono che c’è ancora nel Pd.

Una coalizione non otterrà mai il mio voto.  Due esperienze (Ulivo e Unione) due sonore sconfitte, due umiliazioni subite a causa di traditori interni, mi sono bastate. Non ne voglio una terza.

Buon lavoro Prodi. Buon lavoro Franceschini. Buon lavoro Pisapia. Buon lavoro a tutti questi volonterosi…….. che straparlano. Pensate al paese, una buona volta e non sempre ai partiti.

Si può fare da soli.

UNA LEZIONE ESEMPLARE

UNA LEZIONE ESEMPLARE

Non è la solita storia “tutti contro il Pd” o tutti contro Renzi. Sono convinta che un elettore di sinistra, si stia trovando in una grande situazione di imbarazzo in questo momento.

La causa è evidente.

Non serve alcuna coalizione, perchè in queste elezioni amministrative ci si è presentati in coalizione con tutta la banda della sinistra, della sinistra estrema e abbiamo perso, sonoramente perso.

Questi sono gli effetti tangibili delle continue pagliacciate di alcuni personaggi della sinistra del Pd, quei personaggi che non hanno mai saputo o capito che il Pd era un’altra cosa, rispetto al vecchio Pci, con tutto il rispetto per il vecchio Pci.

Si può cominciare da quando un gruppetto di personaggi mal assortiti si sono recati in Grecia a sostenere Tsipras.

Poi il Civati, che se ne va e copia il podemos degli spagnoli, senza un vero perché. O forse perché non era arrivato primo alle primarie, ma “solo” secondo.

Poi Cofferati scocciato, che voleva diventare presidente della regione Liguria, ma non è stato scelto alle “sue” primarie e se l’è legata al dito quella pseudosconfitta.

Poi Fassina impresentabile, non ho mai capito cosa volesse veramente.

Poi Rossi, toscano incredibilmente fuori dai toni, forse perché da toscano odia Renzi più di tutti.

Poi la sconfitta del 4 dicembre, capitanata dai personaggi più incredibili della sinistra, persino dal povero Rodotà, pace all’anima sua, tuti insieme appassionatamente con la destra e con la parte fascista della destra.

Poi il congresso che ha consentito il distacco degli inferociti contro Renzi, pieni di rancore per aver perso, anni prima elezioni politiche già vinte, per non aver saputo eleggere un presidente della Repubblica, per l’umiliazione di dover inchinarsi di nuovo a Napolitano, per aver fatto una figuraccia meschina nel rincorrere grillo e nel farsi insultare, (e ancora ci provano, non sono bastati i calci in faccia di allora).

Un pasticcio enorme che consentirà a D’Alema di fare il capo della minuscola formazione, piena di metafore, di Bersani e compagnia. Pure D’alema è pieno di odio, contro tutti, fuorché contro la destra. Odio cresciuto enormemente da quando non è stato eletto in Europa ministro degli esteri. La verità vera è che proprio l’Europa non l’ha voluto. Oppure forse perché non ama nessuno se non se stesso, per cui chiunque sia che abbia un qualche incarico, a sinistra, da Prodi a Veltroni, li caccia via tutti. Figuriamoci Renzi!

Poi ancora le graffiate continue di Orlando, Emiliano, Cuperlo. Insopportabili lamentele, lagne, offese, punzecchiature, noiosissimi personaggi.

Quante ferite abbiamo subito, chi è ancora disposto a lasciarsi colpire da continue frecciate? Ogni volta si perde sangue vero politicamente parlando.

Le ferite sono profonde nell’elettore del Pd, in particolare quello affezionato da sempre.

Il tutto fa perdere stima, fiducia e ovviamente fa vincere la destra.

E’ un’ottima lezione, preludio di quello che ci aspetta nelle prossime elezioni politiche.

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

Sarà un caso ma, dopo le elezioni francesi, sembra essersi velocizzato il processo di una creazione di una legge elettorale.

Sembra che ci sia voglia di accordo tra le due maggiori forze politiche in grado di contendersi il governo del paese, cioè PD e M5s.

PD stai attento a trattare con il M5S, dato che ha dimostrato di essere un Movimento inaffidabile, sempre, in ogni situazione. Il suo nemico sei sempre tu, Pd! Quello che sta dicendo il m5s sulla legge elettorale, potrebbe nascondere una grossa fregatura.

Sembra,  si ha l’impressione, si suppone che ci sia consonanza tra i due partiti per dare il premio alla lista, proprio come dice il Legalicum, la legge elettorale Italicum modificata dalla Corte Costituzionale.

Forse è proprio quella la direzione da prendere. Certo, Berlusconi preferisce il premio alla coalizione, data la sua capacità mitica di mettere d’accordo forze politiche molto diverse tra loro.

Anche se ora la vittoria di Macron sembra aver mandato un po’ in crisi il centrodestra, lo stesso Berlusconi ha salutato la vittoria dell’europeista Macron, mentre Salvini, potenziale e probabile alleato di Berlusconi, non ha ovviamente ben visto questi ammiccamenti di Berlusconi a Macron. Ma probabilmente è solo una commedia.

La situazione politica si fa ingarbugliata ed interessante.

ORLANDO O EMILIANO?

ORLANDO O EMILIANO?

Ho ascoltato con attenzione, gli interventi di Renzi, Orlando ed Emiliano, ieri alla direzione nazionale del Pd.

Renzi mi è piaciuto, ma questo lo davo per scontato. Diciamo che sono  renziana, e sì, e vorrei che fosse una “cosa” politica contagiosa.

Tuttavia tra il discorso di Orlando e quello di Emiliano, ho apprezzato di più quello di Emiliano.

La sua focosità, il suo convincimento e la sua forza mi sono sembrate più sincere e forse potranno essere anche più utili al partito democratico, rispetto al discorso, troppo scontato di Orlando.

Più Europa, dice Orlando, ma non credo proprio che Renzi sia antieuropeista, tutt’altro. Inoltre dice Orlando, che Renzi pretende che chi ci ha mandato nella palude, siano gli stessi che ora dovrebbero salvarci.

Non ho capito cosa intendesse.

Quelli che ci hanno mandati nel fango sono i vari Civati, Fassina, Cofferati, D’Alema, Bersani e soci, e non mi pare proprio che Renzi li ami particolarmente da pregarli che ci diano una mano. Anzi.

Questo, semmai, è il desiderio di Orlando, ripescare i fuoriusciti. In Orlando ho rivisto il Civati della precedente consultazione. Stessa  flemma, stesso rancore sottocenere, stessa faccia impassibile, priva di vivacità.

Ha ripetuto la frase più infelice che potesse dire, e che ha ripetuto a mo’ di litania, nella campagna per le primarie: “Tra Berlusconi e Bersani preferisco Bersani”.

Questi non sono discorsi da leader, sono le piccinerie di chi vede un partito addomesticato, vecchio, non proiettato verso il futuro, con idee che superino tutti gli schieramenti possibili, ma sono le idee di chi vuole imbarcare tutte le passività che ci hanno portato alla sconfitta. Appesantendo di nuovo il partito che con fatica tenta di scrollarsi di dosso tutte le passività ereditate. Orlando non ha ancora capito che il Pd è un partito nuovo, e come tale deve essere senza le scorie del passato. Con le glorie del passato, ma senza il peso del rancore.

Per la verità avrebbe dovuto dire che, con una buona legge elettorale, il Pd dovrebbe essere messo nelle condizioni di non scegliere nessuno, ma di affrontare anche da solo le prossime avventure politiche.

Nel modo con cui si è espresso Orlando, significa essere senza speranza e stare a paciugare volentieri nel fango, dove nessuno si distingue, nessuno ha un comando, ma si dirige un partito come seduti ad un bar.

Emiliano invece, con la sua foga, ha protetto il “suo sud”, ha sostenuto le sue ragioni, ha invitato a ragionare e a decidere anche dopo il confronto difficile con gli altri. Insomma mi è piaciuto di più.