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PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

Sarà un caso ma, dopo le elezioni francesi, sembra essersi velocizzato il processo di una creazione di una legge elettorale.

Sembra che ci sia voglia di accordo tra le due maggiori forze politiche in grado di contendersi il governo del paese, cioè PD e M5s.

PD stai attento a trattare con il M5S, dato che ha dimostrato di essere un Movimento inaffidabile, sempre, in ogni situazione. Il suo nemico sei sempre tu, Pd! Quello che sta dicendo il m5s sulla legge elettorale, potrebbe nascondere una grossa fregatura.

Sembra,  si ha l’impressione, si suppone che ci sia consonanza tra i due partiti per dare il premio alla lista, proprio come dice il Legalicum, la legge elettorale Italicum modificata dalla Corte Costituzionale.

Forse è proprio quella la direzione da prendere. Certo, Berlusconi preferisce il premio alla coalizione, data la sua capacità mitica di mettere d’accordo forze politiche molto diverse tra loro.

Anche se ora la vittoria di Macron sembra aver mandato un po’ in crisi il centrodestra, lo stesso Berlusconi ha salutato la vittoria dell’europeista Macron, mentre Salvini, potenziale e probabile alleato di Berlusconi, non ha ovviamente ben visto questi ammiccamenti di Berlusconi a Macron. Ma probabilmente è solo una commedia.

La situazione politica si fa ingarbugliata ed interessante.

ORLANDO O EMILIANO?

ORLANDO O EMILIANO?

Ho ascoltato con attenzione, gli interventi di Renzi, Orlando ed Emiliano, ieri alla direzione nazionale del Pd.

Renzi mi è piaciuto, ma questo lo davo per scontato. Diciamo che sono  renziana, e sì, e vorrei che fosse una “cosa” politica contagiosa.

Tuttavia tra il discorso di Orlando e quello di Emiliano, ho apprezzato di più quello di Emiliano.

La sua focosità, il suo convincimento e la sua forza mi sono sembrate più sincere e forse potranno essere anche più utili al partito democratico, rispetto al discorso, troppo scontato di Orlando.

Più Europa, dice Orlando, ma non credo proprio che Renzi sia antieuropeista, tutt’altro. Inoltre dice Orlando, che Renzi pretende che chi ci ha mandato nella palude, siano gli stessi che ora dovrebbero salvarci.

Non ho capito cosa intendesse.

Quelli che ci hanno mandati nel fango sono i vari Civati, Fassina, Cofferati, D’Alema, Bersani e soci, e non mi pare proprio che Renzi li ami particolarmente da pregarli che ci diano una mano. Anzi.

Questo, semmai, è il desiderio di Orlando, ripescare i fuoriusciti. In Orlando ho rivisto il Civati della precedente consultazione. Stessa  flemma, stesso rancore sottocenere, stessa faccia impassibile, priva di vivacità.

Ha ripetuto la frase più infelice che potesse dire, e che ha ripetuto a mo’ di litania, nella campagna per le primarie: “Tra Berlusconi e Bersani preferisco Bersani”.

Questi non sono discorsi da leader, sono le piccinerie di chi vede un partito addomesticato, vecchio, non proiettato verso il futuro, con idee che superino tutti gli schieramenti possibili, ma sono le idee di chi vuole imbarcare tutte le passività che ci hanno portato alla sconfitta. Appesantendo di nuovo il partito che con fatica tenta di scrollarsi di dosso tutte le passività ereditate. Orlando non ha ancora capito che il Pd è un partito nuovo, e come tale deve essere senza le scorie del passato. Con le glorie del passato, ma senza il peso del rancore.

Per la verità avrebbe dovuto dire che, con una buona legge elettorale, il Pd dovrebbe essere messo nelle condizioni di non scegliere nessuno, ma di affrontare anche da solo le prossime avventure politiche.

Nel modo con cui si è espresso Orlando, significa essere senza speranza e stare a paciugare volentieri nel fango, dove nessuno si distingue, nessuno ha un comando, ma si dirige un partito come seduti ad un bar.

Emiliano invece, con la sua foga, ha protetto il “suo sud”, ha sostenuto le sue ragioni, ha invitato a ragionare e a decidere anche dopo il confronto difficile con gli altri. Insomma mi è piaciuto di più.

IL POPOLO DEL SÌ

IL POPOLO DEL SÌ

Questo strano popolo del sì

di Giuseppe Turani | 01/05/2017

Il popolo del sì, battuto, umiliato, deriso il 4 dicembre, è risorto.

Matteo Renzi, l’uomo-cattivo da abbattere con ogni mezzo, ha fatto le primarie, ha stravinto e è stato rieletto segretario del suo partito. I critici, i profeti della fine di “questo” Pd avevano pensato a un po’  meno di un milione di partecipanti. Invece sono stati almeno due milioni, con 80 mila volontari impegnati nell’organizzare 10 mila gazebo e i centri di voto in tutta Italia e anche all’estero: da Montreal a Shangai.

Due milioni di persone che si sono recate ai seggi, spesso con la famiglia, con in mano i due euro per votare e per contribuire alle spese. Molti hanno dato anche di più. Tutti hanno ricevuto la loro brava ricevuta. Ma la cosa impressionante non è nemmeno questa grande mobilitazione (senza uguali nel panorama politico italiano), la cosa che ha colpito è stata l’allegria della giornata: niente musi lunghi, ma solo la voglia di riesserci un’altra volta. Di mandare un segnale di esistenza.

La giornata di ieri ha mostrato chiaramente che questo, ormai, è un paese di democrazia compiuta: in un paese così, di famiglie serene che vanno con i bambini a votare, con il presidente del Consiglio che al seggio prega i giornalisti di ridargli la moglie, bloccata dai fotografi, con dei volontari che hanno allestito un gazebo (a forma di igloo) a tre mila metri di quota per gli sciatori, non potrà mai esistere alcuna deriva di destra.

Ma, adesso, fatta la festa, cominciano i problemi. La scena politica è tutta cambiata. L’uomo che doveva essere liquidato, Matteo Renzi, e contro il quale il 4 dicembre scorso si era formata una sorta di Santa Alleanza che comprendeva tutti, meno lui e i suoi amici, è ancora in campo. Se possibile, dentro il suo stesso partito è più forte di prima: ha stravinto con il 70 per cento dei voti.

Sul piano formale è stato molto educato. Buone parole per tutti. Ma non ha offerto niente a nessuno, nessun posto, nessun incarico. Sulle possibili alleanze ha detto una frase sola: faremo alleanze con la gente e non con partiti e partitini che rappresentano solo se stessi.

E questo apre qualche spiraglio si quella che sarà la sua linea. Ci si può sbagliare, ovviamente, ma penso che non reimbarcherà gli scissionisti che se ne sono andati (da D’Alema in avanti…). Gli altri, forse, non lo hanno ancora capito, ma questo è un Pd diverso. Non è più quello che Bersani aveva lasciato qualche mese fa borbottando di tradimenti di valori e cose così.

Questo, anche se a molti non piace, è il Pd di Renzi, un Pd liberal-democratico, che vuol fare le cose e non stare a discutere sui valori intangibili del secolo scorso.

Tutto quello che si affastella alla sua sinistra, dal campo progressista di Pisapia a articolo 1, è passato direttamente in archivio, non interessa.

E, ancora, è un Pd che punta a vincere le prossine elezioni. E qui molti sorridono: si tratta solo del sogno di un megalomane. Invece, è un disegno lucido, l’unico possibile. Si tratterà di vedere quale legge elettorale alla fine ci sarà e quale parlamento ci darà. Ma già da subito una cosa è chiara: oggi, questo Pd di Renzi, risorto come d’incanto dalle sue ceneri, è l’unica forza politica che si ponga nettamente e senza equivoci contro il dilagante populismo (quello che sceglie i candidati sindaco con 20 clic). L’unico avversario vero di Grillo, insomma. La scelta nelle prossime elezioni sarà questa. Per tutti: ricchi e poveri, operai e borghesi.

Ieri c’è stata la sorpresa dei due milioni di voti, domani potranno esserci altre sorprese.

In realtà, molti commentatori oggi sbagliano e dicono cose vecchie perché non hanno capito che cosa è successo ieri: è nato un nuovo Pd. La sigla è sempre quella, e anche le sedi e le bandiere, ma sotto il cofano il motore è cambiato. Questo nuovo Pd non è più un amalgama mal riuscito fra democristiani e comunisti, ma è qualcosa di nuovo. E’ il Pd del popolo del sì.

En marche.

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

Vorrei invitare i simpatizzanti di Matteo Renzi, o comunque del Partito Democratico, a provare l’esperienza, come volontari dei seggi per le primarie.

E’ un bel momento per chi ha voglia di essere presente e utile per il bene del paese. Le primarie di un partito sono sempre una scoperta. L’incontro in quel contesto con le persone che conosci, e con altre di cui non sai nulla, ma che sono lì ad esprimere una scelta, è emozionante.

Ora sento tanto commenti di “sapienti e saputi giornalisti” che, per queste primarie del 2017, criticano la bassa affluenza, la paragonano a quelle del 2013 con un ghigno di soddisfazione, ma non considerano che 2 milioni di persone, di domenica, che si mobilitano per un voto che tutto sommato, incide, ma è una scelta cosi decisiva per la vita, e, che si prestano a dare 2 euro, rinunciando ad un caffè, e che partecipano con la loro presenza alla vita politica, è una cosa straordinaria, se paragonata ad altri partiti e ad altri paesi.

Questi soloni della notizia, propensi solo alla critica, si dimenticano che 2 milioni di persone per una consultazione in cui è stato coinvolto un solo partito, il Pd, mentre nel 2013 la primarie riguardavano tutta la coalizione di centro sinistra e sinistra e quindi molti altri individui, significano molto per il segretario eletto di quel partito. Lo sanno, ma fanno finta di dimenticarsi.

Mi piacerebbe che anche la destra, in coalizione o meno, facesse le primarie. Allora sì che potremmo paragonare le affluenze in modo critico e consapevole. Ma non succede, non le faranno mai, per paura di uno scarso interesse da parte dei propri cittadini per questo tipo di consultazioni. Paura di “copiare”.

Ripeto 2 milioni di scelte vive e presenti, sono tanti, rispetto a poche decine di clik, dati nel silenzio della propria camerina, scelte paragonabili ad un gioco solitario infantile.

Forse è stato davvero un miracolo la netta vittoria di Renzi, considerate le scissioni, le inchieste giudiziarie e il vento che spazza il Paese.

Matteo Renzi ha vinto con percentuali che non ammettono repliche. A valutare il risultato a giochi fatti, si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo prevedibile e scontato: invece, la difficilissima fase attraversata da Renzi, dalla perdita del referendum a quella di Palazzo Chigi, passando per i guai dell’inchiesta Consip, e le insidiose candidature di Andrea Orlando e Michele Emiliano, facevano di queste primarie un ostacolo non facile, nemmeno per un leader abituato, come lui, a questo tipo di sfide.

Ma non siamo sprovveduti e sappiamo benissimo che le difficoltà maggiori cominciano proprio ora.

Non ci resta che fargli gli auguri più sentiti possibili e di non fargli mai mancare il nostro appoggio ed il nostro entusiasmo.

 

Finisco con le parole simpatiche e spicce di Toni Jop:

“Poche balle. E’ andata bene, eccome. Poco meno di due milioni di cittadini hanno deciso che era cosa buona farsi una coda e perdere qualche ora della giornata pur di votare un segretario di partito.  Potevano fare quello che volevano: stare a casa, andare al mare, votare questo o quell’altro. Quel che avessero deciso di fare avrebbe comunque modificato radicalmente il flusso delle cose. Hanno avuto il potere tra le mani e lo hanno usato. Nessuno li ha comprati, minacciati. Nessun altra forza politica in Italia ha abbastanza anima per inventarsi una scena come questa. Fa sorridere seguire gli imbarazzi, comunque vestiti, di commentatori e politici che si aspettavano un funerale. Come la pignoleria di chi fa la conta con il metro in mano, senza tener presente che nell’arco di pochi mesi tutto è cambiato. La sinistra era già stata giustiziata, si trattava solo di raccogliere il cadavere e offrirlo a grillo. Il nuovo re, e invece? Cosa ne uscirà, lo vedremo, ma intento mettetevela via.”

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

Prima di tutto D’Alema vuole una legge elettorale proporzionale. L’unico motivo: contare qualcosa.

Il Pd punta alla soglia del 40% alla Camera per avere i numeri per governare da solo, e comunque si propone di essere la prima forza politica del paese e di esprimere la guida del governo. E, come sappiamo, aspira ad una legge elettorale maggioritaria, che garantisca una governabilità stabile.

La proposta di Mdp, invece, per quel che si comprende dal ragionamento di Massimo D’Alema, che comunque è di gran lunga il migliore di quella compagnia e quindi destinato a influenzarne la linea politica anche senza ruoli formali, consiste nel presentarsi all’appuntamento elettorale come forza di condizionamento del Partito democratico dopo le elezioni

In sostanza, D’Alema ci dice che, dopo le elezioni, il Pd dovrà scegliere se allearsi con il centro moderato o con loro. Ci spiega che il Pd,  se non raggiunge il 40 per cento per governare da solo, dovrà scegliere: se si allea alla propria destra, e allora per Mdp si apre una prateria di possibilità di rendere ingovernabile il paese o comunque di farlo traballare ad ogni momento, in modo da renderlo inconcludente, inefficiente, con grosso danno a tutto il paese. E lo farebbe sicuramente, considerato i personaggi.

Se si allea propria sinistra, Mdp dispone di una competenza di governo ben diverso dai vari Bertinotti, Turigliatto e Vendola, che consentirà a un nuovo centro-sinistra di non frantumarsi come in passato per gli ideologismi e i velleitarismi della sinistra radicale. Il ragionamento, va detto, ha un suo fondamento, e anche un suo fascino, che spiega perché parecchi quadri politici di tradizione Ds si stiano orientando in quella direzione.

Tutto questo però è un paradosso. La prospettiva di una alleanza post-elettorale con il Pd che sia maggioranza in Parlamento esiste solo a condizione che alle elezioni il Pd risulti ampiamente il primo partito.

Ma Partito democratico potrà essere il primo partito, sopra i cinquestelle, solo se la rinnovata leadership di Renzi sarà in grado di mobilitare un campo ampio di forze sociali e politiche di centrosinistra, sollecitando un voto utile per governare l’Italia, per sconfiggere destre e populismi.

E chi pensa che in questo concreto scenario, dopo le elezioni, sia preferibile un’alleanza del Pd con le forze alla sua sinistra, oggi deve stare ben attento a non scavare solchi non recuperabili, a cominciare dal giudizio sul congresso del Partito democratico e sul gruppo dirigente che ne scaturirà.

Tuttavia se c’è una sola possibilità che la sinistra italiana vada al governo del paese nella prossima legislatura,  questa possibilità passa solo attraverso il successo del Partito democratico.

IO AMO CHI RISCHIA

IO AMO CHI RISCHIA

Ho ripreso la tessera del Partito Pd, nonostante le delusioni patite in questi ultimi tempi. Nonostante la protervia di alcuni personaggi che non amano il paese, ma guardano solo al loro ombelico, tengono alla loro visibilità e che se ne sono andati, ovviamente portandosi dietro alcune persone. Forse poche, ma un piccola percentuale, che consentirà loro, con una legge elettorale proporzionale, di ottenere la poltroncina.

Questi personaggi dalla idea fissa, insieme  al  loro esternare nei talk, ci danno lezioni di politica, e i vari giornalisti o pseudo tali, che li invitano, accettano e tacitamente ne condividono l’agire.

Sentir parlare di democrazia da chi, quando era nel Partito in minoranza pretendeva di imporre la sua linea politica appare assai risibile. Mi è difficile trovare anche cosa vi sia di progressista in chi il 4 dicembre ha deciso di riconsegnare il paese alla sua preistoria. Politicamente questa comune di trombati non esprime uno straccio di programma.

Proprio per questi comportamenti che non ho capito e che mi hanno fortemente deluso, ho deciso di sostenere il progetto politico di Matteo Renzi e la sua candidatura alla segreteria del PD. Non sosterrò Orlando, perché mi sembra assai simile a coloro che se ne sono andati. Stessa flemma.

Il progetto di Renzi lo trovo più adeguato ai tempi e alla cultura di questo paese.

L’unico che può salvare questo paese e l’Europa dalla deriva xenofoba e razzista delle destre estreme.

Io amo chi rischia, chi dà soluzioni, elencarle solamente non serve.

Amo chi fa, non chi teorizza, e chi, facendo, talvolta può sbagliare. Chi sa perdere e sa chiedere scusa, ma anche chi è sufficientemente sfrontato Gli sfrontati mi appassionano, perché sanno trascinare col loro sorriso e perché hanno il coraggio di agire.

Amo l’imperfezione, il carattere, anche le debolezze di chi osa.

Lo dichiaro apertamente perché detesto ambiguità ed equidistanze che nella mia pratica politica non sono mai esiste.

Ho fatto la tessera per me, pensando al futuro dei nostri giovani, e ricordando con immenso affetto mio padre, ai valori che mi ha insegnato e sempre praticato.

La dedico a lui al suo impegno, alla sua fatica e alla sua onestà, a mia madre, alla nostra storia familiare, alla loro e alla mia passione politica.

Alla voglia di esserci per contare e decidere del nostro futuro.

IL DENTE BERSANI

L’UMILIANTE FINE DI BERSANI

Dice il proverbio: “La lingua batte dove il dente duole”. Ed è veramente così. A me duole molto il dente “Bersani”, per il dispiacere di vederlo finito, e in quel modo. Quel mio bravissimo ex presidente della regione, che non riesco più a riconoscere.  Capisco che il Pd a guida Renzi abbia fatto errori, tuttavia Bersani è uno che sa fare politica sul serio, non ha fatto altro nella vita e sa anche che si possono fare errori. Ma, per le decisioni che sta prendendo, non lo seguirò più. Troppa la delusione, troppo grande il dispiacere.

I motivi ci sono.

Quando ha capito che la sua battaglia dentro il Pd sarebbe stata perdente, perché il consenso di Renzi era troppo forte, ha scelto di uscire, bollando lo stesso Renzi con il marchio di infame.

Con la sua uscita si è bruciato tutti i ponti alle spalle. Se, per caso, decidesse di rientrare nel Pd, i suoi ex compagni non ucciderebbero il vitello grasso, come il ritorno del fratello maggiore, ma lo ricaccerebbero, tanto li ha offesi e vituperati.

E così, per sua scelta che non ho capito, è diventato un uomo che, con una storia di sinistra, amici di sinistra, non può più tornare a sinistra, nel Pd e non può nemmeno pensare di farci, un domani, alleanze.

A questo punto, può solo andare verso quella sinistra che ci troviamo oggi, che è una foresta frammentata di piccole formazioni, molto colorite, ma del tutto inconsistenti sul piano politico. Tutto materiale fragile, piuttosto rissoso, insofferente verso qualsiasi leadership, il meno adatto per fare politica sul serio, e con un consenso, per ora, sotto la linea del 10 per cento, sommandoli tutti.

Ed ha avuto una illuminazione. La possibilità di una rivincita rincorrendo il Movimento 5 stelle, perché, secondo Bersani, dopo le elezioni avranno una consistenza tale da consentire di fare un governo insieme, e quindi di fare politica. Di fare quella cosa che sa fare e aspira a continuare a fare.

E non ci pensa due volte. Per prima cosa cerca di legittimare i 5 stelle, dimenticando tutto. Dimenticando che Grillo è una S.r.l, dimenticando la Casaleggio associati, dimenticando che razza di democrazia diretta viene esercitata, dimenticando gli assalti in parlamento, dimenticando le scie chimiche, i vaccini, le sirene, i chip sotto pelle e tante altre insulsaggini pericolose.

Si convince che, certo, saranno quello che saranno, ma sono l’unico argine contro una possibile destra eversiva e violenta (così ha detto di recente).

A questo punto cerco di capire quale sia, in Italia, questa destra eversiva e violenta, escludendo la compagine di Grillo perché ritenuta affidabile e con cui ci si può alleare per governare.

C’è Casa Pound, è vero. Ma quanti sono? Non ne ho la più pallida idea. Certamente non un esercito da far paura.

C’è la neomamma Meloni, con i suoi fratelli. Anche lì si possono contare facilmente. Basta una calcolatrice a mano. Anche se ci aggiungiamo Alemanno, Storace e pochi altri, non è che si formi una folla.

C’è Salvini, più forte, col suo esercito che non si raduna più così volentieri a Pontida e non indossa più l’elmo dei vichinghi, uno strano esercito che si allena volentieri al bar davanti ad una birra e sogna la sua Europa, pensa con nostalgia alla lira, e ancor di più alla sua terra del Nord ed ha l’ossessione del “diverso”, qualunque diverso: gay, nero, bianco del sud, musulmano, africano comunque, ecc.. In ogni modo  Salvini è quel che è, però ci mette la faccia ed è il capo della lega reale e non un capo travestito da garante. Paradossalmente è più democratico di Grillo. Tutto questo anche a dispetto di Bersani.

È questa sarebbe la destra eversiva e violenta che vede Bersani? Non credo, sarebbe ridicolo. E allora che cosa rimane? Forza Italia? Ma Bersani sa che forza ha questa Forza Italia di oggi, sa quanto è cambiata e sa quanto si è indebolita. Gli fa paura lo stesso?

Però, a pensarci bene, una vera destra c’è. Ed è quella che Bersani indica come argine: i 5 stelle.

Non perché siano pronti a menare le mani o a fare chissà che, ma perché sono fascisti. Perché non hanno alcun rispetto delle norme costituzionali, non hanno democrazia interna e soprattutto sono convinti che l’Italia del futuro debba essere una società pastorale, povera, collocabile, in una decrescita felice, negli anni del primo novecento, quando si lavorava la terra in dolce felicità, si moriva di difterite e morbillo, o di polmonite e tbc, come al tempo del fascismo.

E il benessere, semmai se ne sentisse il bisogno per il popolo felice nella povertà ritrovata, verrà dalle stampanti di denaro, la bellissima lira, grande come un foglio di quaderno. Il tutto sotto la dittatura di un comico cui piacciono solo i suoi, che sceglie le persone a cazzo di cane e di una S.r.l. che cerca di far quadrare i propri bilanci.

Ma il povero Bersani è fuori strada, ancora una volta.

I 5 stelle lo hanno già mandato a quel paese una volta. Non hanno voluto fare accordi con lui nel 2013, quando contava parecchio, e non lo vogliono oggi, quando non conta più nulla. Quando è un specie di esule in patria, un caso umano prima che politico.

Le sorprese non mancano mai, e forse, nel caso di un governo a 5 stelle, potrebbero anche imbarcarlo, ma giusto come alibi, per coprirsi un pochino a sinistra.

È questa la possibile fine di Bersani, di un uomo che stava per diventare presidente del Consiglio?

Mi rifiuto di crederlo.

Da ultimo vorrei ricordare a Bersani che sia l’Appendino a Torino, che la Raggi a Roma, non hanno presenziato alla commemorazione dei morti a causa del fascismo. Vorrei chiedergli se si sente a proprio agio vicino a queste persone. E se tutta la sua vita di antifascista e comunista, può essere rinnegasta così, in un lampo, per un rancore incomprensibile e per l’odio verso il proprio segretario di partito, segretario scelto da una percentuale altissima di votanti.

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

https://www.politeca.it/doc/MR.pdf

RIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

pianta-semeRIDARE UN SENSO ALLA SINISTRA

Il dibattito sul ridare un senso alla sinistra ha radici lontane.

Le possiamo rintracciare in un saggio di Michele Salvati del 1995, dove si criticavano le vecchie formule della sinistra che deve rielaborarsi, misurarsi con l’Italia odierna ma senza perdere la propria passionalità.

A distanza di 22 anni il dibattito è stato via via sempre annunciato ma mai fatto partire, Renzi oggi ha la responsabilità di dargli finalmente corpo e vita. Del resto lui stesso, nel 2012, si propose come la persona che voleva ribaltare le vecchie liturgie di partito, che voleva spalancare il partito per farvi entrare aria nuova.

Per farlo avrebbe però dovuto elaborare una propria ideologia e non lasciare che tutti interpretassero il renzismo come una piratesca conquista del potere. Forse risiede qui l’errore originario che ha poi letteralmente fatto esplodere il sogno di una generazione nuova al potere, quella che doveva portare la rivoluzione e il vento della novità ma che invece è finita per ricalcare, più o meno, tutti gli schemi nonché gli errori e le storture e i vizi, della vecchia politica.

La differenza fra allora e oggi la si nota da un dettaglio: nella sconfitta del 2012 Renzi si assunse totalmente ogni responsabilità, oggi fa quasi lo stesso, ma ricordando anche come sia stato ostacolato, come un pochino di colpa la abbiano anche gli altri. Esattamente quello che fanno tutti i politici: abbiamo sbagliato, ma in fondo lo abbiamo fatto per colpa degli altri.

Il risultato è stato che il ribelle Renzi si è travestito da conformista.

Serve che il Partito Democratico torni a lanciare una sfida di alto livello al sistema dominante.

Viviamo un periodo storico molto particolare, in cui le ideologie del passato risultano sempre più fragili e dove il sistema attuale si sta via via sgretolando.

Serve tornare a essere ambiziosi, non verso il potere, ma verso l’elaborazione di una visione che getti le basi per il futuro dei prossimi decenni.

Servono contribuiti intellettuali per dimostrare che possono esistere delle alternative al sistema vigente, per l’elaborazione di alternative ideologiche, culturali e sociali.

In un’epoca di post-qualsiasi-cosa (post-democrazia, post-verità), forse sarebbe ora di parlare del nostro sistema e introdurre l’argomento del post-capitalismo, ma non con l’obiettivo di abbattere il capitalismo in sé, ma con quello di ripensarlo, rivoluzionarlo, supportarlo nel suo aggiornamento.

Tutti però devono essere coinvolti in questa rinnovata necessità di cambiare le cose, e tutti devono iniziare a farlo, partendo dal proprio metro quadrato di spazio.

Abbiamo visto al lingotto 17 un Renzi pieno di buoni propositi. Questa volta cerchiamo di portarli fino in fondo. Cerchiamo di non farci trovare ancora impreparati alle sfide sociali e politiche che abbiamo davanti.

Senza Renzi in questo paese, al momento, la sinistra non c’è.

Il movimento che si sta formando attorno a Pisapia, per ora è un insieme di personalità talmente differenti le une dalle altre che lasciano dei dubbi, uno fra i tanti è vedere avanzare sul palco Bersani e Speranza con il pugno chiuso alzato. Solo che il pugno è sbagliato è quello destro anziché il sinistro. Segno che, in effetti, sono dei reduci e non degli eredi, destinati alla rinnovamento.

Ma una frase di Pisapia mi ha colpito: ”Chi sta con Marchionne ma non con Landini, non è di sinistra”. Vorrei sapere se Landini è in grado di creare lavoro. Giustamente lo difende, ma per difendere una cosa, quindi anche il lavoro, bisogna che il lavoro ci sia e, di conseguenza, ci deve essere chi il lavoro è capace di crearlo e quindi anche un Marchionne.

Anche queste parole sono solo slogan, nulla che si avvicini a quella realtà di cui abbiamo un bisogno estremo: lavoro. Per questo è utile, necessario per la sopravvivenza del lavoratore stare anche con chi il  lavoro può darcelo e nel contempo difendere il lavoratore dagli abusi. E nella grande riunione di Pisapia, questa sfumatura non l’ho colta.

 

 

FINALMENTE LINGOTTO ’17

FINALMENTE LINGOTTO ’17

Renzi al Lingotto: “Non c’è parola più bella di comunità. Mettiamoci al lavoro, insieme”

Former Italian Prime Minister Matteo Renzi (L), Italian Premier Paolo Gentiloni (C) and Italian Agriculture Minister Maurizio Martina (R) at the Democratic party (Partito Democratico, PD) leadership campaign event at ex-Fiat Lingotto conference centre in Turin, Italy, 12 March 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Ancora tanta politica nella terza e ultima giornata della convention renziana per il congresso. Ecco cosa è accaduto

Former Italian Prime Minister Matteo Renzi (3-L), Italian Premier Paolo Gentiloni (4-L) and Italian Agriculture Minister Maurizio Martina (L) at the Democratic party (Partito Democratico, PD) leadership campaign event at ex-Fiat Lingotto conference centre in Turin, Italy, 12 March 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCOIl “noi” al posto dell’Io, trait d’union dell’edizione 2017 del Lingotto, si materializza sul palco al termine di una tre giorni che ha visto tanta politica e moltissima partecipazione. Matteo Renzi conclude evocando il valore del collettivo, nella parte finale del discorso, ritmato dalle parole chiave “noi che”. “Curiosi e tenaci – dice Renzi – dobbiamo riscoprire il ‘noi’, noi che siamo un popolo e non un ammasso di persone. Non c’è parola più bella di comunità. Mettiamoci al lavoro, insieme”, conclude chiamando sul palco tra gli altri Paolo Gentiloni, Maurizio Martina, Tommaso Nannicini, Teresa Bellanova, Graziano Delrio insieme a tanti militanti e volontari della kermesse.

Una panoramica della platea durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOAveva iniziato il suo discorso conclusivo sottolineando la grandissima partecipazione che c’è stata al Lingotto: “Tecnicamente parlando questa tre giorni ha visto la partecipazione di un botto di gente, dopo le polemiche”. “Nelle scorse settimane oggettivamente qualcuno ha cercato di distruggere il Pd perché c’è stato un momento di debolezza innanzitutto mia. Ma non si sono accorti che c’è una solidità e una forza che esprime la comunità del Pd, indipendentemente dalla leadership: si mettano il cuore in pace, il Pd c’era prima e ci sarà dopo di noi e ora cammina con noi“. “L’elemento chiave che forse non siamo stati bravi a raccontare è che qui c’è un popolo non un insieme di dirigenti che cercano di cambiare l’Italia ma un popolo che ci crede, che si è mischiato, che ha dei valori, che non si fa distruggere da niente e nessuno, è il popolo del Pd”.

Quanto alla mozione congressuale spiega: “Entro la settimana la completeremo. C’è da scrivere, non solo una mozione, ma un progetto per il paese”. E agli altri due candidati al Congresso dice: “Auguri di buon lavoro a Orlando e Emiliano perché non facciamo polemiche con nessuno e in particolare con i nostri compagni di squadra”.

Poi un passaggio sull’Europa. “Dire che il prossimo presidente del consiglio europeo sia scelto dalle elezioni è un fatto rivoluzionario. Dico che questa battaglia la vinceremo e dal primo maggio andremo a chiedere questo ai nostri compagni di viaggio del Partito Socialista Europeo”. E ancora:  “L’Ue deve avere un sistema fiscale unico, perché altrimenti c’è la concorrenza scorretta. Se ci sono le stesse regole sul deficit, devono esserci le stesse regole sul fisco”.

Sferra poi un attacco agli scissionisti: “Essere di sinistra non è rincorrere totem del passato. Lo diciamo a chi immagina che essere di sinistra e salire su un palco alza il pugno chiuso e canta bandiera rossa. Sono esponenti di una cosa che non c’è più a difendere i deboli. E’ un’immagine da macchietta non di politica”. E sulle alleanze dice: “La prima alleanza da fare è con i milioni di cittadini che credono in noi. Non si possono replicare modelli del passato se non si ha chiaro cosa vogliamo fare”. “Sento parlare dell’Ulivo da persone che quell’Ulivo lo hanno segato dall’interno, da chi ha contribuito a chiudere anticipatamente il governo Prodi e se Prodi fosse stato segretario del partito non sarebbe accaduto. Sono più esperti di xylella che di Ulivo”. E ancora: “Quando abbiamo perso noi siamo rimasti, senza scappare, senza scinderci, perché si può perdere ma non perdersi”.

Cita poi il caso Napoli: “Ci sono argomenti su cui non possiamo girarci introno: no alle alleanze con chi non accetta il principio di legalità che non è un valore di parte ma di tutti. Quando un Sindaco si schiera con chi sfascia la città per non far parlare qualcuno quella non è una cosa da Pd. E quanto un parlamentare chiede di parlare lo deve fare, noi siamo dalla parte di quel parlamentare anche se si chiama Salvini, Proprio perché si chiama così, lo vogliamo sconfiggere alle elezioni ma deve poter parlare come devono parlare tutti”.

Giustizia non è giustizialismo. “Un cittadino è innocente fino a condanna non perché ha ricevuto un avviso di garanzia – ribadisce – I processi li fanno i tribunali, non i commentatori dei giornali”. E alludendo al caso Consip, al M5S dice: “In questi giorni e settimane sono state dette parole infami contro di noi. Cari Di Maio e Di Battista, rinunciare alle prerogative dei parlamentari, venite in tribunale e vediamo chi ha ragione o torto, vi aspettiamo con affetto”.

Rivendica anche i risultati del suo governo:  “Noi abbiamo aumentato i risultati della lotta all’evasione. Noi non siamo rassegnati a tornare indietro. Il giorno dopo il referendum si sembrava tornati alle teche Rai: non ci rassegniamo a tornare indietro nella storia, perché rivendichiamo il futuro. Lo spazio del cambiamento è qui e adesso, anche mettendosi in discussione su sicurezza e cultura”.

In un altro passaggio torna invece a parlare del Partito democratico e di quale aspetto dovrà assumere: “Se qualcuno vuole iscriversi a qualche corrente può fare tranquillamente a meno di noi, perché non vogliamo un partito di correnti, gabinetti, spifferi. Noi vogliamo la comunità”.  “Il Pd ha bisogno di più leader, non di meno leader. Un partito privo di leadership è un modello culturale sbagliato. Al gruppo dei 40enni che con me ha fatto questa avventura dico ‘mettevi in campo di più e meglio’. La scelta di Maurizio non è coreografica, ma una scelta di impegno vero alla collegialità”.

In conclusione cita una canzone di Brunori Sas: “Non sarò mai abbastanza cinico da smettere di credere che il mondo non sarà mai migliore di com’è, ma non sarò mai tanto stupido da credere che il mondo possa crescere se non parte da li’”.

Alla fine del suo intervento salgono i volontari della tre giorni. Poi arrivano sul palco anche Maurizio Martina, Paolo Gentiloni, Teresa Bellanova, Claudio De Vincenti, e altri ministri e dirigenti Dem. Matteo Renzi chiude con questa immagine di collegialità la kermesse del Lingotto per lanciare la sua candidatura a segretario Pd.

 

La cronaca della mattinata

Ancora tanta politica nella terza e ultima giornata della convention renziana per il congresso. Tutto esaurito in platea. Dal palco del Padiglione 1 dell’ex stabilimento Fiat, dopo la messa in onda di un video-messaggio di Ivan Scalfarotto, i lavori sono iniziati con l’intervento di Gianni Pittella (VIDEO). “Sostengo Matteo Renzi perchè sono di sinistra, e perché mai come in questo momento c’è bisogno di sinistra, una sinistra non nostalgica”, ha detto il capogruppo del Pse ricordando come l’adesione al gruppo dei Socialisti sia arrivata proprio con la segreteria Renzi. E ha aggiunto: “Voglio ancora più sinistra nel Pd”. Dunque “bene il ticket con Martina: si profila un partito plurale, con una gestione collegiale”. Guardando all’esterno del Pd, Pittella registra “una felice sintonia tra quello che stiamo dicendo noi qui a Torino e quello che ha detto ieri Giuliano Pisapia ieri a Roma”

Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione, durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOPoi è la volta del ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli (VIDEO) che chiede di “raddoppiare nei prossimi cinque anni i fondi per scuola università e ricerca”. E di aprire “un fronte di discussione con l’Europa per tenere queste risorse fuori da ogni vincolo”.

Nel suo intervento, Cecile Kyenge sferra invece un attacco a Salvini: “Ha il sacrosanto diritto di parlare, ma noi abbiamo il sacrosanto diritto di chiamare le sue parole per quello che sono: istigazione all’odio. Salvini ha incitato alla pulizia di massa. Sono parole che hanno un preciso significato nella storia italiana e europea”

A scaldare maggiormente la platea sono le parole del presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini: “Cosa deve ancora succedere perché nel centrosinistra la si smetta di dividersi quando gli avversari dovrebbero chiamarsi Salvini e Grillo? Il Pd deve essere il perno di un grande campo che a partire dalle prossime amministrative non si isoli, ma lanci una grande sfida per il governo del territorio”.

In un altro passaggio del suo intervento Bonaccini ha ricordato “le tante cose buone che il governo ha fatto”: “ci sono state riforme utili e norme necessarie”, ma ora il processo “va completato”. Per questo motivo, ha aggiunto, “serve un grande Pd”. “Ritengo sia stato giusto venire qui al Lingotto per rilanciare l’idea di una grande forza riformista, progressista, democratica”, che “non pensi ai nostri problemi, ma ai problemi degli italiani”.

Luigi Berlinguer durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOL’intervento di Luigi Berlinguer ha letteralmente infiammato la platea quando ha parlato degli scissionisti: “Non dobbiamo nasconderci che i due tronconi che hanno dato vita alla fusione a freddo si sentono ancora, dobbiamo lavorare perché i nostri figli non si sentano ‘ex’. Io non mi sento ex, sono nel Pd. Mi sento futuro, voglio vivere nel futuro”.  “Devo confessare che – è qui che sono partiti lunghi applausi – il Comunismo lo sento dentro, non quello che è fragorosamente caduto, ma quell’ideale”.  “Oggi il must del Pd deve essere quello di costruire un vero partito democratico che vive e opera in una direzione, che si riunisca, discuta e poi decida”.

Matteo Richetti, deputato del Partito democratico, durante la terza ed ultima giornata di lavori della kermesse di Matteo Renzi per la sua candidatura alla segreteria del Pd, al Lingotto di Torino, 12 marzo 2017. ANSA/ ALESSANDRO DI MARCOAnche Matteo Richetti (VIDEO) sferra un attacco ai fuoriusciti dal Pd: “Quella dei bersaniani è stata una scelta legittima. Ma non la chiamerei scissione. Una scissione implica che ci sia una decisione sulla base di una mozione politica, mentre qui si è deciso di andare via per altre ragioni”. “Avremo fatto qualche errore, ma non accettiamo di stare fermi a guardare. Per la prima volta, i padri, per non lasciare i figli dilapidare il patrimonio, abbandonano i figli, lasciando il centrosinistra italiano”.

 

Matteo Orfini durante la seconda giornata di lavori della kermesse organizzata da Matteo Renzi al Lingotto, Torino, 11 marzo 2017. ANSA/ALESSANDRO DI MARCOArriva poi il turno del presidente dem Matteo Orfini (VIDEO) che parla di sinistra: “È una parola bellissima che si porta dietro una storia di lotte operaie e antifascismo, persone che costruirono la democrazia di questo Paese. Una parola che ha senso se è cambiamento. Dobbiamo stare attenti a chiudere la parola sinistra in uno spazio angusto come un partito, una mozione congressuale, la sinistra siamo noi”. Quanto poi alle future alleanze elettorale dice: “Noi guardiamo con interesse quello che sta facendo Pisapia, con lui abbiamo governato a Milano e siamo ovviamente interessati a tutto quello che si muove intorno a noi”. E parlando della collocazione geografica del partito ha aggiunto come l’intesa con Ncd “non possa diventare un progetto politico”. E qui si rivolge a Dario Franceschini che ieri aveva fatto una apertura al Nuovo centrodestra. Il rapporto con Ncd, aggiunge, è nato perché “c’era un frangente”, la necessità di costituire larghe intese per sostenere il governo, ma “è un frangente da superare. La collocazione naturale del Pd – sottolinea – è al centro del centrosinistra”.

L’intervento di Debora Serracchiani parte invece con una citazione di D’Alema: “Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo”, diceva l’ex presidente del Consiglio nel 1995. E aggiunge: “Non accettiamo nessuna lezione da chi prima ha ucciso Ulivo e adesso sta cercando di uccidere il Partito democratico”. E agli scissionisti dice: “Pisapia è la sinistra a cui guardare, ma chi è uscito dal Pd non pensi di rientrare con quel listone. La soluzione non è girare le spalle, andarsene vigliaccamente e poi condizionare il partito da cui si è usciti, non ci faremo condizionare”.

L’intervento di Piero Fassino (VIDEO) viene accolto da un lungo applauso, tanto da far dire all’ex segretario dei ds: “Non fatemi commuovere all’inizio del discorso…”. Poi, sull’idea di Pd dice: “Siamo qui con la consapevolezza che il lancio del progetto del Pd è oggi l’unica speranza che possiamo offrire per combattere l’insicurezza generata dalla crisi”. E poi sulle alleanze afferma: “Pisapia dice che il campo progressista non si esaurisce con il Pd ma senza il Pd quel campo non diventa maggioranza nel Paese”. “Oggi ancora di più – aggiunge – abbiamo bisogno di un grande partito, dopo il referendum c’è un rigurgito di frammentazione gli eco della scissione, chi ci propone di tornare alle antiche case, quindi ancora di più c’è l’esigenza di scommettere sul Pd. L’obiettivo resta la vocazione maggioritaria, che non è autosufficienza, ma una forza aggregante per costruire un campo più largo”.

In platea arriva anche il premier Paolo Gentiloni, che è stato accolto da un lungo applauso e si è seduto in prima fila. In sala è presente anche Luca Lotti, lontano da Torino nei primi due giorni per ragioni familiari, ma soprattutto ci sarà il premier Gentiloni. Le conclusioni politiche di Renzi arriveranno attorno alle 12,30.

Sale poi sul palco il ministro dell’Interno Marco Minniti (VIDEO) che nel suo appassionato intervento chiede in sostanza di non lasciare i temi della sicurezza alla destra: “È un bene comune troppo importante per lasciarla agli altri, troppo importante per lasciarla alla destra che non la sa utilizzare. Stiamo vivendo una delle fasi più complicate della storia d’Europa” e proprio la sinistra può “costruire un futuro libero dalle ossessioni”. E sulla sua idea di Pd sottolinea come un partito moderno abbia bisogno di una “leadership giovane e forte”. E agli scissionisti dice: “Dobbiamo liberarci dalla sindrome della sinistra che ammazza i suoi figli. Per troppo tempo la sinistra ha ucciso i suoi figli”.

Nel frattempo il padiglione in cui si sta svolgendo l’iniziativa, ci dicono gli organizzatori, ha raggiunto la capienza massima di 5 mila persone.

Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia rivendica invece la sua riforma che “non è stata bocciata dalla Corte costituzionale”. “Tutti i decreti legislativi sono efficaci e in vigore – dice dal palco – La riforma è viva e lotta insieme a noi. La riforma cerca di fare un passo avanti al nostro Paese”.

Anche il ministro Delrio (VIDEO) parla della collocazione geografica del Pd: “Salutiamo con piacere il tentativo di Giuliano di allargare il campo del centrosinistra. Dobbiamo ragionare non di formule e astrazioni, ma di cosa dobbiamo fare, di programmi. E allora non possono esserci preclusioni, dobbiamo includere tutti quelli che vogliono aderire al progetto di un centrosinistra allargato. Un centrosinistra, però, con un’identità precisa”.

A raccontare cosa sarà il nuovo Pd ci pensa l’organizzatore politico del Lingotto, Tommaso Nannicini (VIDEO): “Il marchio di fabbrica del nuovo corso di Pd di Matteo Renzi – dice – è quello di aver messo al centro il ritorno della politica, della politica che ci mette la faccia e non si rassegna alle decisioni prese altrove e che si sforza di riformare il Paese. Perché i veri riformisti cercano la soluzione ai problemi”.

L’idea del nuovo Pd che da maggio potrebbe nascere con la vittoria del ticket Renzi-Martina sta dunque prendendo forma. Dalla tanta politica delle tre giornate di lavoro si è ormai capito che da oggi in casa dem si parlerà un linguaggio maggiormente di sinistra e che le tante idee, con le quali si cercherà di continuare a riformare il Paese, si baseranno molto di più sul gioco di squadra. Si metterà così in pratica quel mutamento strutturale (dal “io” al “noi”), ormai palese a tutti.

L’altra novità politica del nuovo “Renzi” è che le idee saranno pescate molto di più dalla base. D’altra parte, il senso della tre giorni torinese – con i dodici tavoli tematici che hanno coinvolto le migliaia di militanti nelle prime due giornate – è anche questo: costruire dal basso la mozione congressuale. Lo ha spiegato bene nel suo intervento Tommaso Nannicini, organizzatore politico del Lingotto, che prima delle conclusioni di Renzi ha tirato le fila dei workshop tematici. Ha parlato del documento originato dai tanti interventi dei partecipanti ai gruppi tematici, un dossier che verrà poi consegnato a Renzi per la stesura definitiva del programma congressuale.

(Tratto da l’Unità)

Personalmente condivido alla lettera le parole di Debora Serracchiani:

“Non accettiamo nessuna lezione da chi prima ha ucciso Ulivo e adesso sta cercando di uccidere il Partito democratico”. E agli scissionisti dice: “Pisapia è la sinistra a cui guardare, ma chi è uscito dal Pd non pensi di rientrare con quel listone. La soluzione non è girare le spalle, andarsene vigliaccamente e poi condizionare il partito da cui si è usciti, non ci faremo condizionare”.