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LA NOSTALGIA NON È POLITICA

LA NOSTALGIA NON È POLITICA

Che ci sia un assedio contro Matteo Renzi, lo abbiamo capito anche noi elettori e ne siamo consapevoli. Un assedio forte, violento, coordinato che punta a ridimensionare, se non ad eliminare del tutto,  il segretario del PD.

Il sistema usato è un furbata studiata a tavolino perché utilizza parole chiave che da tempo sentiamo dire: “ci vuole unità” o  “un centrosinistra unito” o, ancora  “coalizione”.

Tutto questo lo abbiamo capito anche noi elettori, e non è che ci volesse molto intuito, è un progetto a cui nelle ultime ore si sono aggiunti gli insospettabili Franceschini, Prodi e Veltroni.

Ma il punto è, come vogliono arrivare alla realizzazione del progetto e quali sono le motivazioni?

Le motivazioni diciamolo subito sono delle cazzate straordinarie. Parlano di unità, di centrosinistra unito, a poche ore dai risultati elettorali per delle amministrative, in cui Renzi si è alleato con chiunque avesse scritto da qualche parte la parola sinistra, anche se la parola serviva a dare un indicazione di luogo. Anche un operaio del comune che doveva sistemare un cartello stradale che indicava la sinistra come via da seguire, è stato inserito nella coalizione pure lui.

Però il centrosinistra ha perso in alcune città importanti, come Genova dove il candidato sindaco non era certo un renziano, ma un candidato voluto da una coalizione ampia appunto di “centrosinistra”. La coalizione, così ricercata, ha perso.

Vorrei che fosse chiaro e che qualcuno se lo ficcasse bene in testa che se di coalizione si tratta, si perde e si vince tutti insieme.

Invece i nostri Machiavelli, sono partiti in quarta contro Renzi come se fosse l’unico candidato che si è presentato in centinaia di comuni italiani, spariti i partiti, spariti gli alleati, ci vogliono convincere che tutta l’Italia era piena di manifesti elettorali, con la faccia di Renzi, unico candidato.

Insomma appare ovvio anche ai più cretini che questa dell’unità a sinistra dopo il risultato elettorale è solo una scusa, come tutte le precedenti. Come D’Alema e Bersani che volevano si cambiasse la legge elettorale per poter votare sì al referendum, Renzi gliel’ha cambiata e loro hanno votato no e sono usciti dal partito.

I livello intellettuale è questo, si chiama ricatto infinito, semplicemente perché la risposta che gli possa dare soddisfazione non esiste, la posta in gioco per loro è l’esistenza stessa in vita di Renzi.

Quindi come pensano di concludere, se Renzi come appare evidente non si dimetterà mai dalla segreteria appena conquistata con voto plebiscitario?

Cercheranno i voti nell’assemblea nazionale?

L’assemblea nazionale appena uscita dal congresso conquistato con il 70% dei voti, è una montagna insormontabile…quindi?

Ecco la grande idea geniale di Prodi, lasciamo Renzi alla segreteria, da lì è difficilissimo se non impossibile smuoverlo, ma candidiamo Enrico Letta come Presidente del consiglio.

Se la situazione non fosse tragica, ci sarebbe da scrivere una commedia. E neppure sforzandomi per giorni sarei arrivata a trovare una trama più comica di questa.

Ma fortunatamente Renzi tIra avanti per la sua strada e noi siamo con lui.

A Milano non ha parlato di coalizioni e neppure di legge elettorale.

La cifra politica di Renzi è il futuro.

Nel suo discorso non c’era spazio per coalizioni o legge elettorale.tuttavia, pur proteso sul domani e sul da farsi, Renzi, non ha evitato di rispondere a molte obiezioni sollevate all’interno del suo partito e nella sua orbita dopo il risultato delle ultime amministrative.

Senza nominarli, Renzi risponde a Prodi sulla faticosa cucitura del centrosinistra, a Franceschini che chiede una discussione interna dopo un voto che testimonierebbe come qualcosa si sia rotto nel rapporto tra il Pd renziano e il Paese.

L’unico a cui Matteo dedica una citazione è Walter Veltroni, ma solo per ricordare la primigenia intuizione di una forza politica che trovi la ragion d’essere dello stare insieme per qualcosa, non contro qualcuno.

L’analisi di un voto delle amministrative, per Renzi, è solo il pretesto per mettere in discussione la sua leadership nel partito o per dare fiato al “nemico vicino” che parla di veti, quando è evidente che, per le sue dinamiche, da quel voto locale non può derivare una lettura nazionale.

Conta invece il voto delle gente che alle primarie ha scelto lui, Matteo, per guidare il partito, e l’Italia, verso il futuro. E a chi, dalle sinistre ai movimenti, ragiona su un centrosinistra senza il Pd, Matteo Renzi, il segretario del Pd, parla molto chiaramente: “Chi immagina un centrosinistra senza il Pd vince Nobel della fantasia”.

Un discorso, quello del segretario, pieno di “noi”, come a sottolineare che l’avvertimento di Don Ciotti, poco prima, dallo stesso palco, contro gli “abusivi e incantatori” della politica, che dicono “noi” ma continuano a pensare “io”, non lo riguardi.

“Noi – ha detto Renzi, al Teatro Ciak di Milano – invece siamo qui a parlare di tutt’altro. Perché pensiamo che la politica sia una cosa seria. Vorrei proporvi un percorso che superi la nostalgia. Nostalgia, viene dal greco, che fa riferimento al tornare e al dolore. C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato, invece dobbiamo scrivere il futuro. La nostalgia non può essere il paradigma della politica e la politica non può essere guidata dalla nostalgia“.

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11 GIUGNO 1984 MUORE BERLINGUER

11 GIUGNO 1984 MUORE BERLINGUER

Pochi hanno ricordato l’anniversario  della morte di Enrico Berlinguer.

Morì a Padova l’11 giugno 1984, 26 anni fa.

Che sta succedendo, il bavaglio comincia a colpire?

O assistiamo all’eclissi delle notizie perché sono cominciati i campionati del mondo di calcio?

Quello che è certo è che dopo di lui nella sinistra si è formato un vuoto enorme.

La sinistra, da quando ha cominciato a rincorrere le illusioni del potere, dei soldi, degli affari,  ha perso il senso di essere sinistra.

Nel suo ultimo comizio a Padova, Berlinguer aveva invitato gli italiani che volevano costruire una società più giusta ad andare strada per strada, casa per casa, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle università. Ma il suo invito è rimasto inascoltato.

Voglio ricordarlo con le parole di Paolo Volponi:

 “E’ caduto sul lavoro come un muratoretto meridionale cade dall’impalcatura. Sì, caduto sul lavoro mentre cercava di costruire e consegnarci un’Italia migliore”. 

Voglio ricordarlo con le parole di Roberto Benigni:

“Caro Enrico troppo presto morire a sessantadue anni, è come nascere a ventiquattro mesi, uno non ci crede”.

Voglio ricordarlo con le sue stesse parole:

“Sono convinto che il mondo, anche questo terribile ed intricato mondo di oggi, può essere trasformato e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo può riempire degnamente  una vita”.

Ciao Enrico, un abbraccio.

GOOD BYE LENIN

GOOD BYE LENIN

Nel film “Good bye Lenin” del 2003, si racconta la storia di una veterocomunista dell’est di Berlino, caduta in coma, tre settimane prima del crollo del muro e risvegliatasi alcuni mesi dopo. Per evitarle un nuovo attacco di cuore, il figlio decide di non rivelarle l’avvenuta riunificazione della Germania, ma quando lei, dal letto, gli chiede di procurargli un barattolo di cetrioli della Spreewald, trovare supermercati che ancora li vendono diventa un’impresa impossibile. La globalizzazione dopo pochi giorni aveva già invaso gli scaffali e gli unici cetrioli che si trovavano erano olandesi.

La nostalgia dell’Est ( “Ostalgie”), sta colpendo un numero crescente di tedeschi dell’Est, nostalgici dell’ex Ddr. Già negli anni ’90, appena dopo la caduta del muro, molti tedeschi dell’Est non hanno visto la riunione come un’opportunità di una nuova vita, ma la fine di un’epoca, che dal punto di vista di questi nostalgici era, tutto sommato, migliore.  Uno slogan di quegli anni diceva “Da Honecker truffati, da Kohl ingannati”. La disoccupazione, lo spaesamento dovuto all’abbandono di uno Stato che in un certo qual modo si “prendeva cura” dei suoi cittadini e coltivava una ideologia (l’utopia) che li faceva sentire intellettualmente superiori ai più ricchi dell’Ovest, hanno creato non poche difficoltà di “integrazione” con l’Ovest.

Per ovviare a questo sentimento nostalgico alcune industrie stanno tentando di riprodurre alcuni marchi ed alcuni prodotti, con i nomi e le qualità della ex Ddr. Per esempio l’automobile Trabant.  Non quella di trent’anni fa, troppo inquinante, ma una nuova versione, mostrata lo scorso settembre, al Salone dell’auto di Francoforte.

Sul sentimento di nostalgia, pesa senza dubbio anche l’accoglienza che, a Ovest, in molti, riservarono ai cittadini dell’Est, capro espiatorio di ogni male successivo alla riunificazione. “Non fare scoprire alla clientela che sei dell’Est” era una delle raccomandazioni, date ai commessi assunti nei negozi dell’Ovest.

Se la nostalgia ha un luogo di nascita, quello è Berlino. Qui il confronto tra i due modelli di vita è stato immediato, fin da quella notte del 9 novembre 1989.

C’è il rischio, però, che la sincera nostalgia, forse ingenua,  ma basata sui passati di persone  che, per quarant’anni, hanno avuto solo un modello da seguire, diventi sempre più un motivo folcloristico  a uso e consumo  di ironie e speculazioni varie.

Dall’ostello che regala “notti  da Ddr”, grazie al suo arredamento  in pieno stile dell’epoca, ai tour cittadini offerti a bordo di una Trabant,  fino ai cartoni animati su Sandmannchen (il Topolino socialista), tanti simboli d’epoca rischiano di diventare semplice materiale con cui invogliare i turisti  e nuove generazioni, a scherzare sulle povertà e le “stranezze”, patite da quasi due milioni  di tedeschi dell’Est.