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LA SOFFERTA DECISIONE DI GRASSO

LA SOFFERTA DECISIONE DI GRASSO

La sinistra sinistra ha eletto Pietro Grasso suo capo.

Un nome una garanzia, non saprei.

Quello che so è che da Pietro Grasso, Presidente del Senato, seconda carica più importante del Paese, ho sentito solo discorsi molto ovvi, e banali, senza una punta di idee politiche.  Forse per il suo ruolo non poteva sbilanciarsi?

Vedremo se ci riserverà sorprese. Auguriamocelo, perché per ora e fino ad ora è stato l’ovvietà, la banalità e l’indecisione fatta persona.

Molto più probabilmente il gruppetto della sinistra sinistra non sapeva chi scegliere. Ma avrà fatto bene a scegliere semplicemente perché è persona “di prestigio”? Ma cosa potrà raccontare di nuovo e attrattivo ai pensionati, ai giovani disoccupati, ai precari, ai lavoratori, a chi si aspetta grandi cose ed agli intellettuali? Poco o nulla!

Anzi credo sia la persona che, per quella parte di sinistra sinistra, non abbia nulla di nuovo da proporre, se non il solito ritornello sì, quello l’ha imparato bene: tante cose contro Renzi, e tanto rancore e invidia. Incomprensibile, visto la sedia dorata che occupa, senza tanta fatica, anche e soprattutto grazie al Pd.

Dalemiano, e simpaticamente tollerato da magistrati, poteri più o meno occulti cui non farà mai del male, berlusconiani, gattopardeschi, antiriformisti e conservatori, ne saranno contenti.

Ma chissà il potere (per quel che vale essere capo di un partitino) piace, come piace girare a vuoto nelle stanze del potere. Per infinocchiare il Popolo Italiano.

Ma vediamo con chi si troverà a dover collaborare e convivere. La sua indole non avrà problemi, non se li pone.

Avrà Speranza, che a me dà l’impressione che si creda bello, con la barbetta di quattro giorni, e che ripetete continuamente “combatteremo il Pd collegio per collegio”.  Della destra berlusconiana, del populismo grillino, non gliene importa un fico secco.  Sarà facile andare d’accordo con Grasso.

Civati, persona che mi piaceva, ma le sue parole, la sua tristezza infinita, la sua mancanza di vitalità non è trascinante, non convince, e sarà per Grasso uno spasso tenerselo vicino. Entrambi sono mesti e tristi di viso e di espressione. Entrambi vogliono sconfiggere il Pd, ed ecco il forte legame che li unisce.

E poi mi viene in mente Fassina, educato sempre, ma così monocorde che sembra che canti la ninna nanna, addormenta veramente, sarà una buona compagnia per Grasso.

Tuttavia salutiamo con rispetto il nuovo leader di Liberi e Uguali: Pietro Grasso, ma contemporaneamente gli chiediamo gentilmente di dimettersi, ora che ha assunto questo incarico, dalla sedia dorata che sta occupando e di saldare i debiti col Pd.

Non si fonda un movimento per far perdere qualcuno che abbia un nome e cognome. Ma per far vincere le proprie idee. Ammesso che ne abbiano i nuovi Liberi e Uguali. Ed eccole quelle di Grasso, neoleader ufficiale della nuova sinistra sinistra: “Non sarò come Renzi”. La trovate una novità?

Per altro, per arrivare a Renzi ce né di strada da fare, c’è tanta salita davanti. Intendeva forse dire che riforme non ne avrebbe fatte, che il paese sarebbe rimasto com’è, nella tranquillità più assoluta a anche, purtroppo, dico io, nel pantano dell’immobilismo.

Ciò che è apparso più chiaro di tutto e quello che si è capito, loro si definiscono la vera sinistra, ma non mi pare che non siano lì per combattere la destra, la lega, il populismo grillino, no, sono lì, per combattere Renzi.

Vedremo se la loro politica sarà tanto incisiva e forte o se è solo un tanto per esserci e sapere quanti siamo.

Tuttavia mi chiedo, dei giovani belli, forti ne avevano, perché non ne hanno presentato uno di quelli come leader.

Per esempio Fratoianni, è bello, giovane, di parola franca, conosce bene la sinistra sinistra, sa quello che vuole, è un buon politico, sa parlare in pubblico senza addormentare, può anche essere un trascinatore convincente, perché lasciarlo in seconda linea e scegliere un Pietro Grasso?

Io riesco a immaginare benissimo Fratoianni come leader, ma Grasso no, proprio no.

Beh! Se hanno voluto così, vuol dire che pensano di attirare  i cosiddetti moderati, gli sfiduciati, ma soprattutto quelli che sono schifati di Renzi.

Io auguro a Fratoianni di avere, in quella piccola coalizione, tante ma tante preferenze da eclissare il posato Grasso.  Così che il vero capo, che regge il bastone del pastore sia lui.

Mi perdonerete, ma una piccola coda la voglio lasciare.

I discorsi di Grasso rivelano una pochezza culturale e una sciatteria ideologica imbarazzanti. Il soggetto non sa parlare e vederlo sempre leggere su un foglietto, scritto da altri e contenente vecchi slogan, senza neanche il fascino del vintage, fa pena.

Questa scelta è uno dei punti più bassi toccati dalla sinistra Italiana, che ha espresso spesso personaggi pessimi, ma mai così politicamente improvvisati.

 

 

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NON VI COMPRENDIAMO

NON VI COMPRENDIAMO

Pisapia, per qualificarsi meglio e per descrivere ciò che lo distingue dal Pd, ha parlato di un “centrosinistra radicalmente innovativo”, che distinguerebbe lui, Grasso, Speranza e altri, da Renzi e il Pd. Di conseguenza, Renzi e il Pd, secondo loro, vorrebbero un centrosinistra “non radicale” o ” poco innovativo”.

La sinistra italiana ha questo vezzo che la rende antipatica: crede di avere il monopolio del cambiamento.

Ma non perché faccia, effettivamente, innovazioni o riforme. No. Solo perché le aggettiva: forti, radicali, straordinarie ecc.

Poi quali siano queste riforme che propone, quali siano i contenuti, i programmi che avanza, che cosa realmente abbiano di innovativo e in che cosa rappresentino un cambiamento reale, non è dato saperlo. In che cosa i programmi della sinistra radicale, che non ha fatto mai alcuna riforma, siano “radicalmente innovativi” rispetto alle riforme realizzate da Renzi e che hanno portato l’Italia fuori dalla crisi?

Lo sapete voi? Io no.

Pisapia sarà stato un buon sindaco o un moderno avvocato ma deve capire, insieme a tutta la sinistra, una cosa: in Europa e in Italia bisogna smetterla con gli aggettivi per qualificare i propri programmi.

Bisogna smetterla con questo vezzo di sinistra di sostituire, alle proposte concrete, gli aggettivi altisonanti per distinguersi dai riformisti liberali.

E’ pericoloso.

Se ci fermiamo agli aggettivi il populismo, anch’esso radicale a parole, vi strabatte. Per esempio, la pensata dei pentacosi del reddito di cittadinanza, attira molto di più la massa delle persone che pensa di poter incassare qualche soldino, stando seduto al bar, o facendo lavori in nero. Il lavoro non viene neppure più cercato, non serve, è lo stato fa loro la carità. Se poi ci vogliono miliardi per realizzare tutto ciò, nessuno ci pensa e nessuno fa veramente i conti. Nessuno entra nella realtà di questa proposta. Se Pisapia, Bersani e altri pensano di allearsi col m5s, per battere Renzi, hanno pensato a come risolvere questa cosa?

Nella situazione europea di oggi serve il contrario: dimostrare che sono possibili cambiamenti “tranquilli” e che vale molto di più la competenza di governo che il radicalismo a parole.

E’ il populismo il nemico da battere. E il populismo, quanto alla retorica degli aggettivi, batte chiunque.

Ora Pisapia e l’Mdp la smettano con la pretesa di distinguersi con gli aggettivi, astratti e altisonanti. Dicano, finalmente, quali sono concretamente le riforme che farebbero, in che cosa sono più “radicali” di quelle che Renzi ha fatto o propone di fare, e che cosa abbiano di così innovativo.

Io, per ora, ho capito soltanto che gli piacerebbe “ripristinare” l’articolo 18. Non proprio un’innovazione e tanto meno “radicale”.

E’ tempo dei riformisti. E i riformisti sono quelli che le riforme (possibili) le fanno. E non le risolvono in vuoti aggettivi, “radicali” a parole.

Le vere riforme, in questo paese, sono state fatte negli anni 70-80: (Per esempio) Divorzio, Aborto, Scuola, Statuto dei lavoratori. Queste sono riforme e non le ha fatte la sinistra.

Attendiamo da almeno vent’anni, da quando D’Alema ha preso il timone, scalzando Prodi, per esempio, una legge sul fine vita. Se ne discute e poi? Tutto rimane nel cassetto. Sarebbe una legge di civiltà enorme, ma anche la sinistra, quella che si definisce radicale, svicola da questo problema. Peccato, se l’affrontasse, e la appoggiasse convintamente tanto da farla approvare, quasi quasi ci farei un pensierino, quando vado a votare.

Basta qualche proposta concreta, sensata, non limitarsi a distinguersi con gli aggettivi. Parlate con la gente e non confrontatevi solo tra di voi. Non vi comprendiamo.

 

SEMPRE LUI D’ALEMA – L’AMMALATO DI NIKEFOBIA

SEMPRE LUI D’ALEMA – L’AMMALATO DI NIKEFOBIA

Vecchi giochi da vecchia politica

Mdp e D’Alema vogliono spingere Gentiloni fra le braccia di Berlusconi.

L’attacco al governo Gentiloni è partito da dove doveva partire, cioè dagli scissionisti dell’Mdp, cioè da D’Alema. E’ inutile andare a cercare altri responsabili. Sembra incredibile, ma siamo sempre allo stesso punto: l’ex ministro degli esteri non si rassegna per il fatto di non aver avuto da Renzi un incarico internazionale. Prima la scissione, poi il no al referendum che ci ha precipitati in questa Italia pasticciata e adesso l’attacco a Gentiloni. C’è una coerenza. Coerenza malata, ma c’è.

Insieme al vuoto di idee. Quando la delegazione Mdp è stata ricevuta da Gentiloni ha chiesto solo una cosa: più welfare, più stato sociale. Altro non ha detto. Una scelta facile: chi è contro un maggior welfare? Nessuno. Basta avere le risorse, che non si trovano sugli alberi, ma che vanno prodotte con lavoro e un’organizzazione sociale e amministrativa moderna.

Ma questo all’Mdp non interessa o non hanno idee. In realtà, vogliono solo due cose. Liquidare Renzi, facendo prendere al Pd una grandissima batosta elettorale e assicurare a se stessi una dignitosa presenza in parlamento.

Cosa, questa seconda, collegata alla prima, ovviamente, ma non tanto sicura. Se la riforma in discussione della legge elettorale (in parte maggioritaria) dovesse passare, buona parte degli esponenti dell’Mdp (forse tutti) dovrebbe andare a cercarsi un lavoro perché non riuscirebbero mai a vincere in un collegio uninominale.

In più c’è un po’ di astuzia dalemiana vecchia maniera. Se si continua a creare problemi a Gentiloni, va a finire che la legge finanziaria (adesso Def) alla fine passa con qualche aiutino di Berlusconi. E cosa c’è di meglio, per gli scissionisti di Mdp, di una campagna elettorale in cui si possa accusare il Pd di intese con Berlusconi? Vecchio arsenale dalemiano, appunto.

Il paese si trova a attraversare un momento non facile perché ha urgente bisogno di riforme che probabilmente non si potranno fare perché c’è una situazione politica quasi impossibile (nessuno avrà la maggioranza di niente, mai), ma il lucido D’Alema  sta a fare i suoi giochetti di sempre, in bilico fra la vendetta e un impossibile ritorno sulla  scena politica.

Questa è la vecchia sinistra, quella che si sta cercando di superare.

Giuseppe Turani

[Una vera noia, ma qualcosa di nuovo D’Alema riesce a dirla che non sia quella di liquidare Renzi? Adesso se la prende con Gentiloni. Ma cosa abbiamo fatto di male da dover sopportare  un idividuo simile in politica?]

ERBA CON AMBIZIONI DI ALBERO

Erba con ambizioni di albero

Le ambizione di Mdp, alias art. Uno

e, per analogia, delle decine di erbettine sinistre che popolano il tabellone della scheda elettorale

SOSTEGNO DI NECESSITA’

SOSTEGNO DI NECESSITA’

Ora Renzi può ripartire, semplicemente agitando il ricchissimo bouquet di nemici.

Una roba che fa effettivamente impressione, perché mette insieme tutta la storia della sinistra rissosa, perdente, lamentosa e inciuciona degli ultimi 25 anni: Ulivi e Unioni, animatori di interpartitici e caminetti, contatori di tessere e correnti, generali con lo scolapasta in testa, finti buoni e flaccidi imbroglioni.

Tutti cattivi veri, mandarini incartapecoriti che riprendono vita contro il Corpo Estraneo, tornando a lanciarsi tossici segnali di fumo, a ridisegnare trame e sgambetti, a riaffilare le armi per vendicarsi di torti subiti o immaginati qualche decina d’anni fa. Sempre parlando in nome di un popolo che si diverte a percularli gridando unità quando va nelle piazze e fugge inorridito quando deve votarli.

Con questo schieramento di nemici Renzi perderà la possibilità di tornare a Palazzo Chigi? Ma quella era già persa dopo il 4 dicembre e il ritorno della politica al proporzionale, nel quale i vecchi satrapi sguazzano.

Gli toglieranno anche il partito? Questo si vedrà, dipenderà solo dalla voglia che Renzi avrà (oppure no, più probabilmente) di farne uno strumento utile, un esercito funzionante, un laboratorio di classe dirigente.

Nel frattempo, io che  non mi divertivo più a sostenere un Renzi lobotomizzato dal voto del 4 dicembre, incapace di fermarsi a riflettere, ridicolmente ripetitivo a rivendicare le sue benemerenze (ancora ieri è tornato sugli 80 euro… e basta, cambia disco!!), tornerò a sostenerlo più di prima, vista la Grande Coalizione che gli si para contro.

Sostegno di necessità, dato che non c’è di meglio.

Con un pizzico, solo un pizzico di incazzatura: perché lui sa perfettamente che in tanti lo sosteniamo solo perché quegli altri, visti tutti insieme, e pure uno alla volta,  un po’ ci ripugnano. E su questo fa leva, il furbacchione.

(Breve brano tratto da “Buchineri”)

DICIAMOCELO

DICIAMOCELO

Pensare che Pisapia e il Mdp rappresentino oggi il “nuovo” della politica italiana è come credere che il Colosseo sia stato inaugurato la settimana scorsa.

Infatti, i diversi protagonisti che recentemente si sono fatti attorno all’ex Sindaco milanese, soprattutto, per ragioni di mera sopravvivenza esistenziale, sono tutti reduci di precedenti ed annose esperienze politiche oggettivamente non esaltanti. Sono quelli, per intenderci, dei perenni distinguo, delle litigi tanto al chilo e delle vecchie e stantie ricette che non solo non hanno funzionato nel passato, ma male si addicono oggi, sia al nostro tempo che al nostro prossimo futuro.

La verità vera, è che nel panorama politico italiano degli ultimi 40 anni, piaccia o meno ai suoi critici, l’unica reale novità, dopo la ultraventennale e fallimentare esperienza berlusconiana, l’ha rappresentata e la rappresenta Matteo Renzi.

Quel personaggio politico, cioè, che, seppure in condizioni tutt’altro che ottimali, ha avuto l’idea, la tenacia ed il coraggio di far saltare i vecchi e rituali schemi, rinnovare il contorto e criptato linguaggio della politica, defenestrarne le vecchie cariatidi, mettere le mani sulle diverse e complicate cause che hanno ingessato per tre quarti di secolo il nostro Paese e tentato di avviarne il complessivo ammodernamento.

Questo è un dato reale ed è anche conseguenza, del largo ed ostile fronte che gli si frappone.

Tutti sappiamo che i problemi del nostro Paese vengono da lontano. Sono problemi complessi e che taluni sono addirittura figli del nostro stesso modo d’essere e della nostra “cultura”.

Tutti sappiamo, inoltre, che a questi, nel triennio renziano non sempre è stata data la risposta giusta.

E’ indubbio, però, che molto si è fatto e che i risultati, per quanto lentamente, forse troppo lentamente, lo stanno a dimostrare.

Naturalmente, tali risultati li disconosco strumentalmente i suoi avversari interni ed esterni e, spesso, ne colgono il valore a fatica gli stessi beneficiati.

E ciò, sia per la diffusa pochezza culturale, sia perché non sono pochi quelli che pretenderebbero inesistenti capacità taumaturgiche ai processi politici che, invece, come sappiamo,necessitano di tempi lunghi per essere “toccati con mano”.

Non li riconoscono, altresì, anzi li ostacolano, e spesso con mezzi tutt’altro che leciti, anche i rappresentanti di quei poteri che hanno forti interessi a contrastarli.

Ciò nonostante, è il caso di sottolineare che quei risultati sono una realtà e quantunque li si vogliano ignorare, svilire e/o rallentare, difficilmente se ne potrà negare a lungo la concretezza.

Di fronte a questo complesso ed articolato quadro della situazione socio-politica italiana, assistiamo alla lacerazione ed alla ripetuta divisione di quelle stesse forze politiche che dovrebbero sostenere a spada tratta il rinnovamento; al conseguente disorientamento del corpo elettorale e, soprattutto, cosa pericolosissima quest’ultima, alla scelta di una fascia significativa di cittadini di affidarsi alle cure di improvvisati ciarlatani che, quantunque messi alla prova in talune grande realtà cittadine, Roma e Torino ne sono due evidenti e clamorosi esempi, hanno manifestato clamorosamente la loro incapacità ed insufficienza.

Quanto sopra per dire che la svolta per il nostro Paese, non è dietro l’angolo. Occorrerà ancora stringere i denti per realizzarla. Potremmo ritrovarci a fronteggiare nuove emergenze e forse anche delle sorprese negli immediati tempi che verranno e che per questo dovremmo seguire la rotta, senza farci ammaliare da vecchie sirene.

Anche in previsione delle prossime elezioni politiche, la scelta dei nuovi partner del PD, dovrà essere fatta con estrema cura, tenendo conto non solo dei numeri, ma anche della propria vocazione fondatrice, nonché della necessità di accompagnarsi a simili, ma senza immaginare automaticamente ritorni a quel passato di cui buona parte dei ricordi non solo non è piacevole, ma sarebbe assolutamente il caso di dimenticare.

Renzi e la sua squadra, la dirigenza del PD e lo stesso suo ampio elettorato, non hanno affatto bisogno di nuove frizioni interne, di lacerazioni e costanti polemiche, degli stessi scenari ai quali recentemente hanno assistito e, soprattutto, non avrebbero la pazienza di sopportarle ulteriormente.

Buon lavoro.

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

Dalle parole dei principali (si fa per dire, perché lì sembrano tutti principali o padroni), mi pare di aver capito che la campagna elettorale  del neonato Mdp sarà centrata solamente nella insistenza di convincere gli elettori di sinistra a non votare Pd.

Il perchè, secondo loro, è che Renzi, dopo le elezioni farà il governo con Berlusconi, portando quindi il partito a destra, mentre votando per loro (Art 1 Mdp), la sinistra rimarrà identitaria e alternativa.

Alternativa a chi? Al Pd? E che razza di identità sarebbe così frantumata?

Infatti non sembra alternativa a Berlusconi e alle forze di destra, ma solo al Pd.

Perciò omettono sempre di dire che, questo comportamento, in realtà, fa vincere senza ombra di dubbio o la destra berlusconiana o il populismo di grillo.

E’ chiaro che solo votando in massa Pd, possiamo scongiurare un accordo con FI e l’avvento spaventoso di un becero populismo ignorante.

Ma quel Bersani che diceva sempre che Renzi governava con il ” suo” 25%, com’è che ora nei sondaggi non arriva al 3%  (2,7%) e il Pd al 30%, che cosa pensa di valere ora?

Altro fenomeno! D’Alema. Di fronte all’evidenza dei numeri, sia quelli risultati dalle primarie del Pd, sia quelli che vengono attribuiti al nuovo partito che avrebbe dovuto “rifondare il centrosinistra”, D’Alema da una parte descrive il Pd come il Partito comunista nordcoreano, visto che nessuno, secondo lui, si azzarderebbe a dire la verità sul renzismo per non finire vittima di repressioni indicibili, e dall’altra rispolvera un grande classico: Renzi non è altro che Berlusconi, un’altra destra sotto mentite spoglie.

Senti chi parla! Uno che ha fatto qualsiasi cosa per Berlusconi, persino gli ha regalato Mediaset, l’ha fatto vincere, nel 2001, con un margine di voti “bulgaro”, non ha idea di quello che sta dicendo. O è solo invidioso e l’invidia produce il male, lo si legge negli occhi.

Io ho terminato gli anatemi verso questi personaggi.

E sinceramente ne ho abbastanza.

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

LE PROSPETTIVE DI D’ALEMA

Prima di tutto D’Alema vuole una legge elettorale proporzionale. L’unico motivo: contare qualcosa.

Il Pd punta alla soglia del 40% alla Camera per avere i numeri per governare da solo, e comunque si propone di essere la prima forza politica del paese e di esprimere la guida del governo. E, come sappiamo, aspira ad una legge elettorale maggioritaria, che garantisca una governabilità stabile.

La proposta di Mdp, invece, per quel che si comprende dal ragionamento di Massimo D’Alema, che comunque è di gran lunga il migliore di quella compagnia e quindi destinato a influenzarne la linea politica anche senza ruoli formali, consiste nel presentarsi all’appuntamento elettorale come forza di condizionamento del Partito democratico dopo le elezioni

In sostanza, D’Alema ci dice che, dopo le elezioni, il Pd dovrà scegliere se allearsi con il centro moderato o con loro. Ci spiega che il Pd,  se non raggiunge il 40 per cento per governare da solo, dovrà scegliere: se si allea alla propria destra, e allora per Mdp si apre una prateria di possibilità di rendere ingovernabile il paese o comunque di farlo traballare ad ogni momento, in modo da renderlo inconcludente, inefficiente, con grosso danno a tutto il paese. E lo farebbe sicuramente, considerato i personaggi.

Se si allea propria sinistra, Mdp dispone di una competenza di governo ben diverso dai vari Bertinotti, Turigliatto e Vendola, che consentirà a un nuovo centro-sinistra di non frantumarsi come in passato per gli ideologismi e i velleitarismi della sinistra radicale. Il ragionamento, va detto, ha un suo fondamento, e anche un suo fascino, che spiega perché parecchi quadri politici di tradizione Ds si stiano orientando in quella direzione.

Tutto questo però è un paradosso. La prospettiva di una alleanza post-elettorale con il Pd che sia maggioranza in Parlamento esiste solo a condizione che alle elezioni il Pd risulti ampiamente il primo partito.

Ma Partito democratico potrà essere il primo partito, sopra i cinquestelle, solo se la rinnovata leadership di Renzi sarà in grado di mobilitare un campo ampio di forze sociali e politiche di centrosinistra, sollecitando un voto utile per governare l’Italia, per sconfiggere destre e populismi.

E chi pensa che in questo concreto scenario, dopo le elezioni, sia preferibile un’alleanza del Pd con le forze alla sua sinistra, oggi deve stare ben attento a non scavare solchi non recuperabili, a cominciare dal giudizio sul congresso del Partito democratico e sul gruppo dirigente che ne scaturirà.

Tuttavia se c’è una sola possibilità che la sinistra italiana vada al governo del paese nella prossima legislatura,  questa possibilità passa solo attraverso il successo del Partito democratico.