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SEMPRE BANALITÀ CONTRO RENZI. MA NON VI SIETE STUFATI?

SEMPRE BANALITÀ CONTRO RENZI. MA NON VI SIETE STUFATI?

Nel “Venerdì di Repubblica” molti lettori scrivono al giornalista Michele Serra.

E Michele Serra, ogni tanto, pubblica alcune lettere dei lettori, ma il tenore delle lettere è preoccupante, lasciano un profondo senso di sconcerto, unito al dubbio che profondi cambiamenti, molto, ma molto in peggio, siano intervenuti anche tra i lettori e al quotidiano Repubblica.

Qualche settimana fa, c’era un florilegio di luoghi comuni contro il Pd e Renzi, assolutamente non supportati da alcuna analisi fattuale politica.

Solo odio puro, tormentoni, come quello che trabocca dai social. Tutte inutili banalità.

La settimana dopo, un altro meraviglioso campionario: il primo lettore sostiene addirittura che “il crollo del ponte Morandi è stato il nostro 11 settembre”: affermazione chiara, di sicuro effetto letterario, ma di nessun significato reale.

Serve solo a buttarla in caciara, come se il crollo fosse un atto premeditato, programmato da una classe politica cattiva, anzi perversa, che si compiace di compiere atti di terrorismo nel proprio Paese e non una disgrazia dovuta all’incuria di chi doveva vigilare di più e meglio, un delicato e molto sfruttato manufatto di 50 anni fa.

Considerazione semplicemente sconfortante!

Un secondo lettore si lamenta della fantasmagorica funivia di Punta Helbronner, ristrutturata perché la vecchia era vecchia davvero (aperta nel 1948) e sostituita da un impianto moderno, che ovviamente tiene conto delle esigenze turistiche del 21° secolo e non di quelle del dopoguerra.

E quindi, che colpa hanno quei fessi che vanno a tremila e passa metri con le scarpine? Meglio una funivia antiquata, inadeguata e forse anche pericolosa? Forse, ma per soli veri montanari, rudi ed arcigni.

Solo che questa meraviglia della tecnica, per il lettore che si lamenta, è comunque un  male, perché è stata inaugurata “in pompa magna” nientemeno che da Matteo Renzi, sicuro sintomo di malaffare e malapolitica.

È noto infatti il perverso interesse del Renzi (e di suo papà, della sua mamma, della Boschi, della zia, della sorella, della sua nonna, del fratello, dei vari cugini e dei bisnonni) e del Pd, nello sfruttamento turistico incontrollato delle cime alpine.

Il fantasioso lettore dovrebbe farsi un giro per le funivie svizzere e tedesche e poi ne riparliamo.

Un terzo lettore, in un crescendo di analisi approfondite sullo stato politico della sinistra, scomoda addirittura i congressi dei Grandi Sakem, certamente qualcuno si ricorderà di Tex Willer, per invocare la necessità di dare spazio ai giovani scalpitanti, sempre pronti a dissotterrare l’ascia di guerra contro i cattivi visi pallidi.

Bene, se la memoria non m’inganna, negli ultimi 4-5 anni abbiamo assistito ad un quasi totale ricambio della classe dirigente del Pd (non della sinistra, dove sono rimasti a Grasso e forse ancora a Bertinotti): una schiera di baldi quarantenni ha vinto ben due congressi a suon di milioni di voti, salvo venire sconfessata, maledetta e debellata subito dopo, come fosse una banda di pericolosi masnadieri.

Non andavano bene perché erano poco giovani o perché troppo diversi?

Meglio il Grande Sakem “smacchia-giaguari, Ber-shan-i” o l’altro Sakem “palle-di-ferro Let-tha”?

Se il campionario di lettere inviate a Michele Serra, è significativo dello stato delle cose, temo che ci terremo Salvini e Di Maio per decenni e decenni.

D’altra parte, per tanti a sinistra è meglio strologare dall’opposizione che tirarsi su le maniche e prendersi responsabilità di governo, facendo riforme necessarie, anche a rischio di tirarsi dietro fischi ed improperi.

È sempre stato così, purtroppo, e la solfa non pare cambiata.

Tuttavia, nonostante tutto, credo che qualche milione di italiani con la testa sulle spalle ci sia ancora.

Sono cittadini smarriti, confusi, assordati dal fracasso dei media nuovi e vecchi, sempre pronti a gettare la croce su chi ci prova seriamente.

Oggi vanno tanto di moda quelli che, con faccia truce e voce tonante o con sorrisi stampati a 32 denti, promettono rodomontate, cambiamenti, scatole di tonno aperte, e poi si acconciano come i vecchi democristiani con fiducie, milleproroghe e spartizioni di poltrone.

Ecco il cambiamento. Tutto come prima.

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È ORA DI DIRE BASTA

È ORA DI DIRE BASTA

Cuperlo, Orlando, Emiliano, e soci muoiono dalla voglia di riunirsi con D’Alema e soci e quando si viene a sapere che alle politiche, gente iscritta al Pd, ha votato 5 stelle per far dispetto a Renzi, si capisce che la divisione è inevitabile.

Se anche Renzi riconquistasse il partito gli farebbero ancora la guerra per i prossimi anni.

Ed allora basta.

Matteo è una splendida persona, sappiamo che non caccerebbe mai nessuno, ha sopportato di tutto, perfino una campagna referendaria contro, all’interno del suo partito (altro che dittatore) ed allora gli chiediamo, per favore, per rispetto di se stesso, di chi  gli vuole bene e di coloro che gli hanno dato il voto, perché credono in lui, di staccarsi da questi tizi che non l’hanno mai voluto.

Basta con questa guerra continua verso di lui, li faccia contenti, lasci loro il partitino e faccia finalmente la sua politica libero da vincoli e compromessi e poi vedremo chi avrà più voti.

Vogliono fare il governo con i grillini, che lo facciano, ma senza di me e senza Matteo Renzi e senza tanti altri.

Credo che siamo in tanti, se camminerà per la sua strada lo seguiremo sempre, perché è l’unico politico del quale ci fidiamo, del quale condividiamo ogni singola idea, e perché è il più competente e capace di tutti e di gran lunga.

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

IL REGGENTE MAURIZIO MARTINA

Innanzitutto occorre una precisione di linguaggio: il Pd attualmente ha un ruolo di minoranza, sarà opposizione a governo fatto.

Maurizio Martina: il prodotto del laboratorio Pci, giovane ma che ha già avuto il tempo di essere gregario di Bersani, Veltroni, persino di Franceschini.

Matteo Renzi aveva ragione quando disse che le sue dimissioni sarebbero state attuate dopo la formazione del governo.

Le sue non erano finte dimissioni, ma intelligenza politica di non lasciare il partito senza guida in un passaggio così importante.

Ma al solito hanno vinto i media, i dittatori del paese. E come conseguenza si è nominato un reggente: Maurizio Martina.

E’ già successo con Epifani reggente, che poi fu allontanato definitivamente, Martina invece si ricandida.

Ho ascoltato le sue dichiarazioni alla sua prima uscita dopo le prime consultazioni al Quirinale.

Martina ha precisato che l’attività parlamentare del Pd “all’opposizione” si baserà su quattro punti: taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione, controllo della finanza pubblica, gestione del fenomeno migratorio e rafforzamento del quadro internazionale.

Gli ultimi tre punti sono “ordinaria amministrazione di un governo”, se non si fanno riforme.

Il primo punto: taglio del costo del lavoro, è possibile solo con due strade, finora già esplorate: pagare meno chi lavora (diminuzione dei salari), oppure diminuire di molto le tasse per chi dà lavoro. Queste sono le due vie che si sono sempre praticate, con poco successo.

Ma occorre trovare una terza via che possa giovare a tutti: la crescita di cui nessuno ha parlato.

La crescita si potrebbe attuare se si riuscisse a costruire un grande progetto in cui i ceti più deboli si uniscono, all’interno di un progetto comune, con ceti più forti e produttivi. Deboli e forti insieme, nel quadro di una netta scelta europeista: solo così si può pensare di vincere la sfida della crescita.

Quindi, lungi dal tornare indietro, ai tempi della classe operaia, si deve invece fare uno sforzo ulteriore nella definizione di una identità politica riformista, più coerente e più consapevole di quanto non sia stata in questi anni.

È un lavoro immane, spaventoso che necessita una grande freschezza di pensiero, di dirigenti in grado di fare, il salto della tigre, un lavoro da costruire adattandosi come una calcomania alla moltitudine di vite individuali che oggi formano il popolo.

L’attuale caminetto reggente del PD non è attrezzato per questo.

È invece un gruppo anonimo, grigio, senza carisma, di gente macerata dai dubbi e che crede che basti recuperare qualcosa dal passato per rigenerarsi. Quando invece dal passato non ci può venire nulla di utile.

Per fare questo ci vogliono persone di carattere, anziché persone che dimostrano di soffrire di colite a stare nel Pd.

Lo avevamo, un leader vero, in grado di guidare le truppe. Invece di sostenerlo è stato demolito e umiliato sia all’interno del Pd che, soprattutto dai media, i quali, ancora una volta hanno vinto.

La leadership di Renzi non ha sbagliato per troppo riformismo, ma piuttosto per non avere sufficientemente pensato e difeso il proprio riformismo, almeno nell’ultima fase. Anzitutto all’interno dello stesso Pd.

Come si può constatare ai media, così efficaci nel demolire un leader come Renzi, perché capace, e bravo tanto da essere pericoloso per il loro equilibrio, non piacciono le riforme, piacciono le cosette fatte giuste giuste poco alla volta, tanto perché il tempo passi senza scossoni, e per lasciare le cose come sono.

 

Il PD È L’UNICO PARTITO CHE RAPPRESENTA UNA SPERANZA IN QUESTO PAESE

Il PD È L’UNICO PARTITO CHE RAPPRESENTA UNA SPERANZA IN QUESTO PAESE

Matteo Renzi lo sappiamo non è il salvatore della Patria, ma è forse l’unico politico che ha avuto il coraggio di provare a cambiare questo paese incancrenito.

Non c’è riuscito, se non in minima parte, perché la resistenza è stata talmente forte, che invece di considerare Matteo Renzi, semplicemente un politico che ha cercato di portare avanti il suo progetto politico, lo hanno attaccato su tutti i fronti sin dal suo insediamento come segretario del PD nel dicembre del 2013.

Diciamo che l’apocalisse è iniziata esattamente nel momento in cui Renzi ha raggiunto il 41% dei voti alle europee.

Ci sono stati è vero uno o due mesi di silenzio, perché in quel momento lo shock è stato veramente forte, ma poi si sono organizzati.

Non hanno lasciato nessun lato scoperto: missili terra-aria, bombe molotov, kalashinkov e lancia granate sino al metal storm che è l’arma più veloce del mondo.

Tutto ha funzionato alla perfezione, indifferenti totalmente a qualsiasi azione positiva del governo, sino ad arrivare alla sconfitta definitiva del referendum, dimissioni immediate dalla presidenza del consiglio e dalla segreteria del PD.

Tutti convinti di aver finalmente sconfitto il nemico del secolo.

Invece niente da fare, noi elettori del PD e sostenitori di Matteo Renzi, come dei folletti siamo andati a riprendercelo a casa sua, e lo abbiamo riportato alla segreteria del partito con il 70% dei voti.

Due milioni di persone hanno partecipato a quelle primarie, mi pare scontato, ma invece è necessario ripeterlo: chiedo rispetto per questa scelta, siamo noi che decidiamo chi è il leader del nostro partito non lo scelgono gli altri, non lo scelgono i giornalisti, non lo scelgono gli avversari, e vorrei ricordare che io, per anni, mi sono sorbita gli insegnamenti di D’Alema e di tutti gli altri che ci invogliavano ad avere rispetto per gli avversari.

Ecco mettetelo in pratica fatevene una ragione, il PD è l’unico partito che rappresenta una speranza per questo paese e Matteo Renzi è il suo leader, non è che devo stare a ripetervelo tutti i giorni.

CARO AMICO TI SCRIVO…

CARO AMICO TI SCRIVO…

Caro amico ti scrivo

Così mi distraggo un po’
E siccome sei molto lontano
Più forte ti scriverò

Da quando sei partito
C’è una grossa novità
L’anno vecchio è finito ormai
Ma qualcosa ancora qui non va…

 

Così cantava il grande Lucio Dalla, e allora scriviamo.

Non conosco Renzi, ma è come se fosse un amico (lontano) perché ha fatto sognare, me e tanti altri, in anni ancora recenti.

1- Ci ha fatto sognare la possibilità di un’Italia diversa, meno bloccata, più dinamica, più desiderosa di correre e di vincere.

2- In pochi mesi ci ha liberati da tutta la retorica e la pratica delle bandiere rosse-avanti popolo. Ha messo fuori gioco gli antichi mandarini di sinistra cresciuti fra la scuola delle Frattocchie e i corsi estivi a Mosca.

3- Ci ha fatto vedere che questo paese poteva disporre, finalmente, di una forza di sinistra, progressista, ma anche liberale. Ci ha fatto intravedere un’Italia che, pur non dimenticando i bisogni, avrebbe saputo apprezzare e premiare il merito.

4- Ci ha fatto capire che quella dei vari populismi non era la strada giusta, ma solo la strada per il caos.

5- Con il progetto di riforma costituzionale ha disegnato un paese moderno, come non avevamo nemmeno immaginato.

 

I debiti di riconoscenza che tutti abbiamo verso l’intemperante, arrogante, a volte antipatico ragazzo di Rignano sono tanti. E’ stato la speranza di un cambiamento quando forse non pensavamo più di poter cambiare.

Per questo è stato molto amato. Quando ha perso il referendum del 4 dicembre, si è comportato come un galantuomo d’altri tempi: si è dimesso da tutto.

Dopo, come ha scritto un nostro amico, “siamo andati a casa sua a riprendercelo, il nostro segretario”.

 

Amico (lontano) Renzi, quasi 14 milioni di italiani, il popolo del sì, ti avevano appoggiato nella gara referendaria. Quasi due milioni ti erano venuti a cercare a casa per rieleggerti segretario e rigettarti nella mischia. Chi altro è stato più amato nella politica italiana?

 

E qui, a un amico (lontano) si può dire, stai forse andando un po’ oltre il segno. Troppe polemiche, troppe risse, troppe battaglie. Nei tuoi millegiorni a palazzo Chigi ci hai riempiti di emozioni e di cose. Hai dato molto, ma hai anche chiesto molto.

Noi, amici tuoi, non siamo dei combattenti professionali e non possiamo stare sempre in trincea.

In più l’orizzonte è solcato da nubi che diventano sempre più scure. Sentiamo intorno a noi desideri di tregua, di riflessione. Desiderio di capire quali sono i nostri possibili percorsi: l’Europa, l’euro, Macron, la Germania. Queste sono le realtà che vogliamo vicino a noi, vicino alle nostre vite.

Ma tu, amico (lontano), sembri volere di più, ancora di più. E incroci il ferro con chiunque ti si pari davanti. E’ un errore. Non hai nessuna battaglia da vincere. Hai già vinto: eri caduto nelle polvere del 4 dicembre, ma il tuo popolo ti ha rimesso al comando. Hai già vinto perché hai dimostrato che questo paese può cambiare. Hai già vinto perché hai scoperto una classe politica nuova, giovane, che impara in fretta e che ha voglia di fare.

Hai già vinto perché in Europa siamo un po’ più rispettati.

Allora, amico (lontano), basta sfide a chi spara per primo. La guerra è finita. Adesso per i capi è arrivata l’ora dei tavoli e delle trattative. C’è stato il tempo degli scontri, ora c’è il tempo delle strette di mano davanti ai trattati.

Un’ultima cosa, amico (lontano). Ti vedo impegnato nella battaglia un po’ bizzarra per fare nuovi debiti, molti nuovi debiti, a fin di bene, naturalmente. Un consiglio: lascia perdere, non è da te. Queste cose, i debiti, sono stati il pane e il vino di tutti i governi degli ultimi quarant’anni. Il tuo destino è altro. E’ farci sognare, è cambiarci davvero. Cerca un’altra musica, una musica che sia più tua. E che il tono sia lieve, se è vero che è il tono che fa la musica.

Caro amico (lontano) sei un concertista di cose nuove, lascia cadere le vecchie minestre,

con affetto.

Giuseppe Turani

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

PRIMARIE 2017 – LA RIVINCITA DI RENZI

Vorrei invitare i simpatizzanti di Matteo Renzi, o comunque del Partito Democratico, a provare l’esperienza, come volontari dei seggi per le primarie.

E’ un bel momento per chi ha voglia di essere presente e utile per il bene del paese. Le primarie di un partito sono sempre una scoperta. L’incontro in quel contesto con le persone che conosci, e con altre di cui non sai nulla, ma che sono lì ad esprimere una scelta, è emozionante.

Ora sento tanto commenti di “sapienti e saputi giornalisti” che, per queste primarie del 2017, criticano la bassa affluenza, la paragonano a quelle del 2013 con un ghigno di soddisfazione, ma non considerano che 2 milioni di persone, di domenica, che si mobilitano per un voto che tutto sommato, incide, ma è una scelta cosi decisiva per la vita, e, che si prestano a dare 2 euro, rinunciando ad un caffè, e che partecipano con la loro presenza alla vita politica, è una cosa straordinaria, se paragonata ad altri partiti e ad altri paesi.

Questi soloni della notizia, propensi solo alla critica, si dimenticano che 2 milioni di persone per una consultazione in cui è stato coinvolto un solo partito, il Pd, mentre nel 2013 la primarie riguardavano tutta la coalizione di centro sinistra e sinistra e quindi molti altri individui, significano molto per il segretario eletto di quel partito. Lo sanno, ma fanno finta di dimenticarsi.

Mi piacerebbe che anche la destra, in coalizione o meno, facesse le primarie. Allora sì che potremmo paragonare le affluenze in modo critico e consapevole. Ma non succede, non le faranno mai, per paura di uno scarso interesse da parte dei propri cittadini per questo tipo di consultazioni. Paura di “copiare”.

Ripeto 2 milioni di scelte vive e presenti, sono tanti, rispetto a poche decine di clik, dati nel silenzio della propria camerina, scelte paragonabili ad un gioco solitario infantile.

Forse è stato davvero un miracolo la netta vittoria di Renzi, considerate le scissioni, le inchieste giudiziarie e il vento che spazza il Paese.

Matteo Renzi ha vinto con percentuali che non ammettono repliche. A valutare il risultato a giochi fatti, si potrebbe cadere nell’errore di considerarlo prevedibile e scontato: invece, la difficilissima fase attraversata da Renzi, dalla perdita del referendum a quella di Palazzo Chigi, passando per i guai dell’inchiesta Consip, e le insidiose candidature di Andrea Orlando e Michele Emiliano, facevano di queste primarie un ostacolo non facile, nemmeno per un leader abituato, come lui, a questo tipo di sfide.

Ma non siamo sprovveduti e sappiamo benissimo che le difficoltà maggiori cominciano proprio ora.

Non ci resta che fargli gli auguri più sentiti possibili e di non fargli mai mancare il nostro appoggio ed il nostro entusiasmo.

 

Finisco con le parole simpatiche e spicce di Toni Jop:

“Poche balle. E’ andata bene, eccome. Poco meno di due milioni di cittadini hanno deciso che era cosa buona farsi una coda e perdere qualche ora della giornata pur di votare un segretario di partito.  Potevano fare quello che volevano: stare a casa, andare al mare, votare questo o quell’altro. Quel che avessero deciso di fare avrebbe comunque modificato radicalmente il flusso delle cose. Hanno avuto il potere tra le mani e lo hanno usato. Nessuno li ha comprati, minacciati. Nessun altra forza politica in Italia ha abbastanza anima per inventarsi una scena come questa. Fa sorridere seguire gli imbarazzi, comunque vestiti, di commentatori e politici che si aspettavano un funerale. Come la pignoleria di chi fa la conta con il metro in mano, senza tener presente che nell’arco di pochi mesi tutto è cambiato. La sinistra era già stata giustiziata, si trattava solo di raccogliere il cadavere e offrirlo a grillo. Il nuovo re, e invece? Cosa ne uscirà, lo vedremo, ma intento mettetevela via.”

“IN CAMMINO”

“IN CAMMINO”

Senza anatemi, insulti e post autoreferenziali, tanto cari all’antipolitica, En Marche, con Emanuel Macron hanno reso vincente la loro rivoluzione dell’ottimismo: per il rinnovamento del proprio Paese e un nuovo modo di stare in Europa.

Anche qui, in Italia, recenti manifestazioni di confusione e litigiosità hanno bloccato riforme e rinnovamento. Prestando il fianco al più bieco populismo che non indugia ad inquinare il tessuto democratico con falsità, ingiurie e palesi dimostrazioni di incapacità amministrativa.

È quindi sempre più importante partecipare alle scelte della politica. Le Primarie del Partito Democratico sono l’occasione più prossima per iscritti ed elettori di scegliere la loro linea politica: unico esempio di democrazia interna in un panorama di movimenti e partiti che operano quali SrL o aziende padronali.

Domenica 30 aprile, sarò “In cammino” in questa consultazione. Esprimerò la mia preferenza alla linea prospettata da Matteo Renzi per stimolare quelle riforme che aiutino la ripresa economica, indispensabile a ridurre lo scarto fra chi ha tanto e chi è ai limiti della povertà. Il tutto in un contesto che opera per un’Europa più omogenea, meno rigida, più vicina alle proprie genti e pronta ad intervenire nelle problematiche del mondo, sempre nello spirito della sua millenaria cultura di pace e democrazia sorta sulle macerie di due terribili conflitti e della follia nazi-fascista.

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

DOCUMENTO CONGRESSUALE DI MATTEO RENZI

https://www.politeca.it/doc/MR.pdf

FIOCCANO I MALUMORI AMICI

renzi-direzione-pd2-535x300FIOCCANO I MALUMORI AMICI

Vedremo come andrà la direzione nazionale del Pd, domani 13 febbraio 2017. Per il momento fioccano i malumori amici nei confronti di Matteo Renzi.

Ma non sarà che ancora una volta avrà ragione ?

Le aperture “proporzionali” sulla legge elettorale e alle sofferte vicende interne, alla fine potrebbero favorire uno scontro tra minoranze.

In una sorta di redde rationem privo di scissioni che porterebbe definitivamente allo scoperto le innegabili ambiguità di alcune anime, con la tendenza ad annullarsi a vicenda. A partire dal gruppone franceschiniano (della “ditta” tutto è noto), che, da anni si pone come ago della bilancia decisivo nei territori, parte integrante di un governo propaggine del precedente.

Nella necessità di trovare un modo digeribile e, Gentiloni permettendo, per finirne prematuramente il mandato verso le elezioni anticipate. Essenziali per riprendere il filo del riformismo e di un’Europa decente anche alla luce dei nuovi USA targati Putin, pesantemente frenato dal referendum del 4 dicembre.

Nel frattempo Orfini ricorda alla fu AreaDem che, con il premio alla coalizione, finirebbe il senso del Partito Democratico.

Verità lampante, se la cosiddetta vocazione maggioritaria ha ancora un valore.

Il rischio più grande, del resto, è quello di smarrire quanti, attraverso il SI’ referendario, hanno manifestato un chiaro gradimento alle riforme “renziane”.

Un elettorato persino nuovo e più maturo, meritevole di un soggetto politico aperto e meno costretto alle rigidità tradizionali, che si fonda sulla chiarezza dei contenuti e degli obiettivi.

Ora, a fronte di quelle che sono solo considerazioni personali magari molto lontane dal vero, evidentemente non sappiamo come andrà a finire. Purtroppo.

 

DAL BLOG DI MATTEO RENZI

La giornata della memoria. Una sfida, non una cerimonia

Quando lo presero a Firenze aveva 19 anni. Non è che lo presero, diciamola tutta. Fu venduto, da un conoscente, da un italiano. Venduto con tutta la sua famiglia per il solo fatto di essere ebreo: mamma, babbo, fratello, cognato, nipotino di 18 mesi. E quando lui riuscì a tornare, salvo per miracolo dopo mesi nei campi di sterminio, era rimasto solo. Gli altri membri della famiglia erano tutti “passati per il camino”, come canta Guccini nella canzone che prende il nome proprio da Auschwitz.

Nedo, questo è il suo nome, oggi vive a Milano. Qualche anno fa – quando ero presidente della provincia – mi contattò perché voleva rivedere la casa dove era cresciuto. Fu un momento di emozione intensa. E io gli chiesi di aiutarmi a tenere viva la memoria per le giovani generazioni. Insieme organizzammo allora dei viaggi con i ragazzi delle superiori per visitare i luoghi della tortura e dell’Olocausto. Ogni passo dentro Birkenau per lui era un’ulteriore sofferenza. Ma continuava a camminare per spiegare ai diciannovenni fiorentini di oltre mezzo secolo dopo che cosa era accaduto a lui: i 1200 cani, gli urli dei kapo, le ceneri buttate nella Vistola come cibo per pesci, la zuppa senza cucchiaio, le bastonate senza motivo, le camminate nella neve senza zoccoli. I bambini che arrivavano dopo sette giorni di viaggio e iniziavano a correre di gioia, scendendo per primi giù dal treno: felici perché ignari della direzione verso la quale stavano saltellando.

Sembrava rivivere l’orrore, quasi sentirne ancora l’odore. Ma lo raccontava perché restasse tatuato nel cuore della nuova generazione il senso di ciò che era accaduto. E perché quei ragazzi tenessero vivo il desiderio di opporsi al male assoluto, continuando a credere, lavorare, lottare per un mondo diverso. Perché nelle parole finali di Nedo non c’era solo l’atrocità. Ma anche e soprattutto la voglia di dare speranza ai più giovani.

“Come fai Nedo a credere ancora negli uomini?”, gli chiedevano i ragazzi, la sera, in albergo prima di ripartire. “Credo in voi” gli rispondeva e “da un grande male può nascere un grande bene”.

Oggi, 27 gennaio, celebriamo la giornata della memoria. Ma non può essere solo una cerimonia. È innanzitutto l’occasione per dire grazie a quelli come Nedo. Alla loro straordinaria capacità di resilienza. Sono stato fortunato a incrociare i miei passi con quelli di persone come Nedo. E penso che la politica sia bella quando ti consente di affrontare incontri di questo genere. E poi c’è il domani. Il 27 gennaio, certo, è il giorno in cui cadono i cancelli dei Auschwitz. Un luogo fisico, non solo un simbolo. Con quella scritta assurda all’ingresso. Il numero di morti che non riesci neanche a tenere in testa. Il bambino impiccato davanti al quale Elie Wiesel si chiede dov’è Dio “è lì, su quella forca”. Gli occhi della mamma di Nedo, prima della selezione. Il padre Massimiliano Kolbe, la cui storia ti hanno insegnato a catechismo. Ma il 27 gennaio è anche e soprattutto un invito a ciascuno di noi. A vivere il tempo che ci è concesso da protagonisti e non da spettatori. A non rassegnarsi alla banalità del male e a gustare in profondità i valori che fanno grande una comunità. E questo vale soprattutto per i più giovani.

Quando avevo 19 anni io il mondo non si è scomposto per i massacri nella regione dei Grandi Laghi, in Africa. O l’anno dopo a Srebrenica. Il dolore nel corso degli anni si è ripetuto e moltiplicato anche se l’Olocausto non ha paragoni possibili. Ma l’odio contro il diverso è sempre in agguato. E allora dobbiamo alzarci in piedi e lottare, anche oggi, come ci hanno chiesto e insegnato i sopravvissuti.

Perché quando finiscono le cerimonie, questo rimane il punto: la politica deve fare di più per coltivare il senso della storia e il valore della memoria. Lo dobbiamo a donne e uomini come Nedo, sicuramente. Ma lo dobbiamo innanzitutto a noi stessi. Per me il 27 gennaio non è una cerimonia, è una sfida: ne saremo all’altezza?

Matteo