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I FILOSOFI DI MODA


I FILOSOFI DI MODA

Il filosofo Diego Fusaro (tanto di moda in questo momento, per la destra) sostiene che dietro le sardine ci sia “il vuoto assoluto e che le loro battaglie prive di sostanza, rappresentino la contestazione ideale che piace al potere e che ad esso giovi. Ecco perché il Pd, partito filobancario, le celebra”.

Un altro filosofo, un po’ più in età, Massimo Cacciari sostiene il contrario e propone addirittura a Zingaretti di aprire un congresso con le sardine.

Io, che filosofa non sono, ma che mi attengo a quello che vedo dico, sostengo e ribatto che: “opporsi al salvinismo è già un programma politico, il più forte, il più educativo. Non comprenderne la portata è il segno di quanto si sia abbassata l’intelligenza complessiva e di quanto sia inutile la polemica filosofica su queste sardine, improvvisamente, apparse in tutte le piazze.”

Mi meraviglio, o forse no, del filosofo giovane, che con i suoi ragionamenti sembra vivere al di fuori della realtà.

Ecco che cosa non vogliono le sardine: i bagliori di una guerra che Salvini ha voluto e ottenuto. In accordo con la nuova normativa fissata dal leader leghista, la questura di prato ha multato 21 cittadini accusati di aver causato un blocco stradale durante la manifestazione dei lavoratori di un piccola azienda che protestavano contro il lavoro nero e turni sterminati. Multe da mille a quattromila euro ciascuna. colpiti anche lavoratori di altre aziende scesi in piazza per solidarietà e un paio di studentesse accorse per lo stesso motivo. Si può continuare a rimproverare le sardine di non avere un programma politicamente fondato, ma è un gioco al massacro, fasullo come fake smentito dalla sua stessa premessa, perché, come è stato detto, opporsi al salvinismo è già un programma politico.

Lo voglia o no, signor Fusaro, le sardine esistono e gridano forte, anzi fortissimno, contro l’odio, il il razzismo, il fascismo e l’imbecillità di chi chiede i pieni poteri per governare e di chi fa multare lavoratori che scioperano per i loro diritti.

Si rassegni Fusaro, le sardine non hanno il vuoto dietro, non avranno mai un partito, ma hanno un’idea di società e di umanità che come filosofo di destra lei non comprenderà mai.

E hanno ragione da vendere.

 

LA LEZIONE DI MACHIAVELLI: «Repubblica inetta, nazione corrotta»


LA LEZIONE DI MACHIAVELLI: «Repubblica inetta, nazione corrotta»

images(Massimo Cacciari)

Nonostante gli angeli vendicatori di Tangentopoli la corruzione dilaga ancora in Italia. E la spiegazione si trova in Machiavelli: è l’incapacità di governare a produrre malaffare e conflitti d’interessi.

Corruzione, corrotti, corruttori. Non si parla d’altro. Ma come? Non avevamo stretto un patto col destino dopo Tangentopoli? Che mai più saremmo incorsi in simili peccati? Non erano discesi dal Sinai eserciti di Di Pietro, con il loro seguito di angeli vendicatori? E ancora non vi è chi tema le loro pene? Neppure i nipotini di Berlinguer e i giovani scout? Nulla dunque può spezzare l’aurea catena che dalle origini della patria va ai Mastellas e da lì ai Boccias, e abbraccia in sé destri e sinistri, senes, viri et iuvenes?

Ah, se invece di moraleggiare pedantemente, leggessimo i padri! «Uno tristo cittadino non può male operare in una repubblica che non sia corrotta» (Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro III, cap.8). Niccolò vedeva dall’Albergaccio meglio che noi ora da Montecitorio. Tristi cittadini sempre ci saranno. Ma in una repubblica che non sia, essa, corrotta, poco potranno nuocere e facilmente essere “esiliati”. Gli “ordini” contano, le leggi, che non sono fatte dai giudici. Le leggi non cambiano la natura umana, ma la possono governare. È la repubblica corrotta che continuamente produce i corrotti.

E quando la repubblica è corrotta? Quando è inetta. Quando risulta impotente a dare un ordine alla molteplicità di interessi che la compongono, quando non sa governare i conflitti, che sono la ragione della sua stessa vita, ma li patisce e li insegue. Se è inetta a mutare in relazione all’”occasione”, se è inetta a comprendere quali dei suoi ordini siano da superare e quali nuovi da introdurre, allora è corrotta, cioè si corrompe e alla fine si dissolverà. Corruzione è anzitutto impotenza. E impotenza è incapacità di “deliberare”.

Una repubblica strutturata in modo tale da rendere impervio il processo delle decisioni, da rendere impossibile comprendere con esattezza le responsabilità dei suoi diversi organi, una repubblica dove si è costretti ogni volta alla “dannosissima via di mezzo” (sempre Niccolò docet), alla continua “mescolanza” di ordini antichi e nuovi, per sopravvivere – è una repubblica corrotta e cioè inetta, inetta e cioè corrotta.

Ma questa infelice repubblica darà il peggio di sé? Con megagalattiche ruberie da Tangentopoli? Purtroppo no. Piuttosto (“banale” è il male), allorchè diviene quasi naturale confondere il privato col pubblico, concepire il proprio ruolo pubblico anche in funzione del proprio interesse privato. Magari senza violare norma alcuna – appunto perché una repubblica corrotta in questo massimamente si manifesta: nel non disporre di norme efficaci contro i “conflitti di interesse”, di qualsiasi tipo essi siano.

Una repubblica è corrotta quando chi la governa può credere gli sia lecito perseguire impunemente il «bene particulare» nello svolgimento del proprio ufficio. Che questo “bene” significhi mazzette, o essere “umani” con amici e clienti, “essere regalati” di qualche appartamento, manipolare posti nelle Asl o farsi le vacanze coi soldi del finanziamento pubblico ai partiti, cambia dal punto di vista penale, ma nulla nella sostanza: tutte prove della corruzione della repubblica.

Poiché soltanto “il bene comune è quello che fa grandi le città” (Discorsi, Libro II, cap.2). Il politico di vocazione può riuscire nel difficile compito di tenerlo distinto sempre dal suo privato. Il politico di mestiere, mai. Quello che si è messo alla prova nei conflitti della repubblica senza corrompersi, può farcela. Il nominato, il cooptato, che abbia cento anni o venti, mai.

Ma abbiamo forse toccato il fondo. E questo deve darci speranza. Per vedere tutta la virtù di Mosè, diceva Niccolò, era necessaria tutta la miseria di Israele.

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