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FRATI INDIAVOLATI

Frati indiavolati

Avvocati e magistrati girano come corvi intorno ai grillini.

di Giuseppe Turani |

 

Altro che francescani, dove arrivano i 5 stelle ormai si sente un odore di zolfo e di fiamme. Avvocati e grane ovunque. E’ successo a Genova, dove Grillo ha mandato a farsi benedire le primarie e ha scelto lui il candidato sindaco (perdente, naturalmente). E’ successo e sta succedendo a Roma, dove avvocati a magistrati volteggiano sui grillini come corvi in attesa del pasto. Sta accadendo in Sicilia, dove, non contenti dei processi per le firme false, di nuovo sono nelle grane con la giustizia, e quindi altri avvocati, per il solito motivo: lotte intestine.

Infatti quasi tutte queste grane giudiziarie, ignote negli altri partiti, nascono perché i 5 stelle non rispettano il loro stesso regolamento di base, quell’uno vale uno. Nel senso che, alla fine, se le cose non gli piacciono, il frate Grillo fa come gli pare e gli scontenti, ovviamente, lo portano in tribunale.

In ballo non ci sono infatti questioni politiche, ma posti, poltrone, stipendi. E nessuno accetta di essere buttato fuori solo perché sta antipatico a Grillo.

Sono cose, ripetiamo, che accadono solo fra i grillini: ricorrere in tribunale per avere il diritto di concorrere alla conquista di una poltrona. E questi sarebbero quelli dell’onestà, dello stipendio restituito (ci teniamo però 13 mila euro al mese).

Gli altri partiti non sono fatti da santi, ma almeno non si richiamano a San Francesco, ma a personaggi più terreni e più discutibili e discussi.

Questi, invece, vogliono passare per cavalieri senza macchia e senza paura, però girano con la carta bollata in tasca, pronti a denunciare il primo che li ostacola.

Ma non ci si deve meravigliare troppo. I grillini hanno voluto fare un partito che non è un partito, ma un accrocchio indefinibile. Non esistono organi di mediazione politica e così, alla fine, non rimangono che i tribunali.

E’ proprio vero che a volte il diavolo fa le pentole, ma si dimentica i coperchi.

 

P.S.= Siete pregati di ammirare l’immagine francescana di Beppe Grillo, un’esclusiva UB.

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PICCOLI SUPERBI

PICCOLI SUPERBI

copj170.aspPer la folla dei piccoli superbi non ci sono foto che identifichino qualcuno, uno qualunque: è una schiera anonima. Non ci sono grandi individualità. E’ una microfisica del potere, la rete di poteri esercitata nelle scuole, nei tribunali, negli uffici, nelle carceri, negli ospedali.

In una società tendenzialmente egualitaria come quella democratica, questi piccoli superbi, o meglio superbi piccoli, pusillanimi, si accomodano nelle nicchie di potere che si formano al suo interno. Si spegne la fiamma dell’eccezionalità, della superbia magnanima e aristocratica e si fa spazio all’arroganza pusillanime di amministratori, impiegati, poliziotti, funzionari di un ordine, di una sicurezza animati troppo, animati in modo eccessivo, disordinato.

Si parla di dispotismo paternalista dello Stato nello spazio individuale, ma lo Stato, il dispotismo paternalista non sono che fantasmi astratti. Essi si fanno carne ed ossa nei funzionari, negli esecutori, nella moltitudine dei piccoli individui grigi che, incarnando questo nuovo immenso potere tutelare, ne assumono la superbia, l’arroganza, la pervasività inquisitoria.

E’ l’arroganza delle rotelle del meccanismo, degli ingranaggi del dispotismo, ciascuno dotato di un micropotere rispetto al quale è solo funzione, ma che, nel complesso, è immenso e irresistibile e dunque sorregge la singola tracotanza. E controllano e sorvegliano e dispongono risorse e negano e umiliano e vessano.

Nella società democratica e sostanzialmente egualitaria non esiste, nella concretezza delle relazioni, una vera uguaglianza di poteri e di posizioni sociali.

Il potere istituzionale che assume sempre più carattere tecnico amministrativo di fronte al gigantesco compito di realizzare i diritti di tutti e ottenere consenso, si organizza sempre in modo verticale, eccedendo strutturalmente il potere dei singoli. Nonostante la parola “egualitario” si ripristinano i ruoli differenziati e le gerarchie.

Lo Stato sono i suoi funzionali, alcuni dediti al bene comune e al servizio dei cittadini, altri assai meno: e questi usano la piccola ma nevralgica porzione di potere che gli deriva dall’appartenenza alla grande Macchina burocratica, per vessare e umiliare i cittadini.

A tutti noi sarà capitato di dover sbrigare una noiosa pratica in un ufficio (magari grigio e di impronta fascista) con immensi saloni spesso suddiviso malamente in piccole nicchie di policarbonato che sarebbero trasparenti allo sguardo inquisitore del capoufficio se solo fossero un po’ meno polverose. In ciascuna di esse un impiegato o un’impiegata con davanti un computer, aspetta.

Un episodio personale chiarisce meglio ciò che intendo. Poco tempo fa, ho ricevuto la lettera dal Cimitero comunale che mi informava che i termini di sepoltura in un tombino di una mia lontana parente (morta senza figli né eredi) erano scaduti e che la defunta aveva chiesto la cremazione dopo questa scadenza. Tutti i parenti prossimi dovevano dare il loro consenso per la cremazione. Allegato vi erano i documenti da riempire e la richiesta di fotocopie della carta di identità di tutti parenti prossimi. Poiché durante il periodo (25 anni) di sepoltura in un tombino, la luce cimiteriale l’avevo sempre pagata io, perché la persona era molto amica di mia madre e perché sono l’unica (o quasi) che abita in città, la lettera ovviamente è stata indirizzata a me. Sembrava semplice, ma la complicazione intervenne quando si trattò di dover far firmare il consenso ed inviare la fotocopia della carta d’identità di tutti parenti prossimi, perché siamo 16 secondi-cugini viventi. E non tutti vicini di abitazione. Tempo disponibile per acquisire il tutto: una settimana. Mi reco all’ufficio comunale del Cimitero per chiedere se è sufficiente il mio consenso o se davvero debbo acquisire tutti quei documenti, visto la difficoltà di farli pervenire in tempo utile tutti quanti, anche da chi abita a Brescia, e in tanti altri Comuni non vicini. La signora, dapprima gentile, si fa arcigna, mi tratta malissimo, come se fossi stata io la colpevole di avere tanti parenti, sparsi qua e là. Faccio notare la difficoltà di far pervenire il tutto nei termini di una settimana, ma l’arroganza della signora aumenta, e aumenta il suo suono stridulo, mi fa quasi sentire una delinquente, cancella con rabbia, tracciando un segnaccio da cima a fondo, con un pennarello nero, l’unico foglio, che avevo compilato a mio nome e pure la fotocopia della mia carta d’identità.

Non ne ho voluto più sapere. Sono riuscita, tramite l’aiuto di tutti e dei fax, a far pervenire ciò che mi era stato chiesto, ma ho spedito tutto con posta raccomandata. Non volevo più vedere quella faccia arcigna. Veramente quello non era il posto giusto per esercitare una simile arroganza ed una tale superbia. In fondo si trattava anche di un luogo triste.

Ma gli episodi da raccontare sono tanti, non ultimo, in questi giorni natalizi, in cui, un farmacista, davanti alla richiesta di un medicinale prescritto (col nome brevettato) da una dottoressa del pronto soccorso e davanti alla richiesta del medico curante che ha prescritto lo stesso farmaco, ma in forma generica, non ha saputo o voluto scegliere (sono uguali) ed ha preferito mandare a casa il paziente (in questo caso una mia nipote), senza il farmaco. Si trattava di un antibiotico. Al che sono proprio andata fuori dai gangheri.

In questa nostra società, molti di quelli che fanno i giudici, i professori, i professionisti, o anche i ministri, sanno di non possedere la dignità e l’autorevolezza riconosciuta al ruolo che ricoprono, allora compensano la propria indegnità con il tormento che infliggono al più debole. L’abuso di potere è una meschina soperchieria che a stento si può chiamare superbia. La superbia infatti è spesso anche servile e sa di essere pronta anche a prostituirsi.

A questo proposito suggerisco, a chi non l’abbia ancora letto, il libro: Lettera scarlatta (di Nathaniel Hawrthorne). Anche quella è una storia di ordinaria intolleranza in cui un potere religioso, incarnato in una ben modesta persona, distrugge la vita di una donna, parte debole, estromessa dalla comunità.

 

 

“ECCO QUELLO CHE TI PORTA UNA ROSA, SONO IO”

“ECCO QUELLO CHE TI PORTA UNA ROSA, SONO IO”

Prima delle elezioni politiche del 2001 il candidato premier Silvio Berlusconi, inviò per posta a casa di 20 milioni di italiani, il libretto, intitolato “Una storia italiana”, edito da Mondadori e curata da  Sandro Bondi.

Era una specie di rotocalco di 125 pagine, in cui comparivano 514 fotografie di Berlusconi.

Nella pagina di apertura del libretto, Berlusconi compariva fotografato nel giardino di Arcore, chinato in atto di osservare un campo fiorito di crocus.

C’aveva messo la faccia veramente, su tutte quelle fotografie, faccia in versione pre-trapianto capillare

Era descritto l’uomo, l’imprenditore, lo sportivo, il politico.

Il linguaggio usato era biblico.

Nel nome del padre” era il capitolo che spiegava perché lui faceva (ed ancora fa) il tifo per il Milan.

Il periodo in cui era stato all’opposizione l’aveva chiamato “l’attraversata del deserto”.

Mentre gli “esercizi spirituali” erano quelli che lui trascorreva con i suoi amici alle Bermuda.

Le sue non erano proposte ma” missioni“.

Sua madre non era una madre, ma una Madonna. Si legge che quando Berlusconi le regalò una statuetta raffigurante appunto la Madonna, disse a sua madre: questa sei tu e quello che ti porta una rosa sono io, ovvero Gesù Bambino.

Sapeva  cantare le canzoni francesi, era amico di Mike Bongiorno e di Sylvester Stallone.

In ogni cosa in cui si era cimentato aveva sempre vinto, persino con il cancro, l’aveva sconfitto lui.

Non era  un uomo, era  un eroe, un eletto, un predestinato. L’evangelista Sandro Bondi firmava la pubblicazione.

Quando descriveva il racconto della sua vita privata era fantastico, aveva una moglie che si chiamava Carla, ma poi “qualcosa” si era rotto nel rapporto con lei. L’amore si era trasformato in amicizia e Silvio e Carla decisero di comune accordo di separasi e di divorziare. Molte cose continueranno ad unirli, innanzitutto i figli Marina e Dudi.

Poi, una sera, al teatro Manzoni di Milano, vide recitare Veronica Lario e fu subito amore. Non amava la mondanità, la sera la passava in famiglia, amava il giardinaggio. A pag.22 si legge: “Cosa fa Silvio Berlusconi, nel poco, pochissimo tempo libero che gli rimane? … Risponde: “Innanzitutto adora stare in famiglia con Veronica e i suoi figli, a fare il marito ed il papà

Questo era il regalo a tutti gli italiani, e cose simili non si erano mai viste in Europa,  Ma solo nella Cina del Libretto Rosso.

Per questo fascicolo Berlusconi spese circa 3 miliardi delle vecchie lire, ma che gli ritornarono tutti indietro, perché carta e stampa fu pagata da Mondadori, che era sua.

Un cimelio che forse valeva la pena di conservare per confrontarlo 10 anni dopo con la vita, la politica del Berlusconi di oggi.

Sarà difficile che faccia “Una storia italiana 2- Missione compiuta” – dice Deaglio in un suo scritto su Vanity Fair – Ora pensa a difendersi dal bunga bunga, dalla delusione patria, dai magistrati, dai comunisti (gli unici che non ci sono più), da Ruby, dall’accusa di “culo flaccido”, dagli alleati, dalla moglie.

La sua linea di difesa “sempre meglio che essere gay”. Che sia lì il problema?

In questi dieci anni alcuni ci hanno spiegato che Berlusconi era un virus e che ci serviva per fabbricare anticorpi.

Altri ci hanno detto che era il sogno degli italiani o la pancia, o qualcosa che è in noi.

Sbagliavano tutti quella non era una storia italiana, era solo una truffa, in primo luogo  nei confronti del protagonista, perpetrata dallo stesso.

 

IL “VERITATIS VERBUM” DEL FIDO FEDE

IL “VERITATIS VERBUM” DEL FIDO FEDE

Ha detto, ridetto ed insistito, il fedelissimo  Emilio Fede: “La famiglia Tartaglia aderisce al PD, lui nasce in quel mondo, in quelle frange di contestazione”.

Con questo, ha minimizzato i problemi psichiatrici del responsabile dell’aggressione ed allargato il campo dei possibili tiratori di duomi in faccia a Berlusconi, a tutto il PD.  Quando ancora non era neppure chiara la dinamica dell’aggressione, Fede aveva già individuato i colpevoli, coloro che allevano entro le culle del partito, i lanciatori di duomi, in miniatura. Un acume invidiabile!

Proviamo a usare la stessa logica di questo giornalista e di tutti quelli che, con sicurezza, hanno individuato i mandanti morali del gesto di Tartaglia: se, un domani, ammazzano un magistrato, la colpa è forse di Berlusconi, che li criminalizza e li attacca dovunque vada?

L’ERBA CATTIVA DI QUESTO PAESE

 L’ERBA CATTIVA DI QUESTO PAESE

Secondo il pensiero di questa destra di governo, composto dalla Lega Nord e dal Partito del predellino, in questo paese esiste una spirale di violenza.

E’ vero, esiste, ma vediamo quali sono coloro che andrebbero tolti di mezzo, perché lo zar  Berlusconi e la sua corte di affaristi, possano governare in santa pace.

 L’ELENCO DEI REPROBI

Rom, zingari, di casa nostra.

Rumeni di importazione.

Negri, Marocchini, Clandestini, tutti.

Ebrei.

Clochard.

Poveri che elemosinano, disturbano anche i fedeli che vanno a messa, perché chiedono l’elemosina  sulle scale delle chiese.

Quelli che chiedono il carrello al supermercato.

Quelli che lavano i vetri dellE macchinE ai semafori.

Quelli che sono vicini di casa, ma disturbano.

Quelli che non vuoi come locatari.

Quelli che mangiano il kebab.

Quelle che portano il fazzoletto in testa.

Quelli che dormono sulle panchine.

Quelli che non parlano il lumbard.

Quelli che sono terroni del sud.

Quelli che amano Allah ed hanno il Corano sotto al braccio.

Quelli che portano il turbante.

Quelli che per la strada vendono merce contraffatta.

Quelli che, in autobus, puzzano.

Quelli che non abbassano gli occhi, quando li incontri.

Quelli ai quali non devi mai chiedere scusa, anche se calpesti i loro piedi.

Quelli che non ti lasciano passare per primo, perché sei un padano.

Quelli che rubano il posto di lavoro a noi che siamo italiani.

Quelli che usano facebook per insultare il presidente.

Quelli sfaccendati dei centri sociali.

Quelli che si dichiarano gay.

Quelli che non vogliono il crocefisso nelle aule e nei luoghi pubblici.

Quelli che pretendono di essere pagati, anche se sono neri.

Quelli che pretendono di essere in regola con l’INPS e non accettano il lavoro in nero.

Quelli che si drogano per la strada.

Quelli che spacciano ai poveracci, ma non ai ricchi insoddisfatti.

Quelli che sono di sinistra e pretendono di parlare, senza averne il diritto.

Quelli che scioperano perché vengono licenziati.

Quelli che non accettano le leggi di questa maggioranza.

Quelli che frequentano le scuole, ma non accettano la riforma della Gelmini.

Quelli che lavorano nella ricerca e debbono andare all’estero per continuare un lavoro dignitoso.

Quelli che salgono sulle gru per difendere il posto di lavoro.

Quelli che proprio un lavoro non ce l’hanno.

Quelli che pretendono che le leggi siano uguali per tutti.

Quelli che in ufficio fanno i fannulloni.

Quelli che lavorano in polizia e anziché non mangiare, si ingurgitano di cibo grasso e diventano panzoni.

Quelli che  fanno i pendolari e non si accontentano di treni sporchi, lenti e perennemente in ritardo.

Quelli che vogliono la pace nel mondo.

Quelli che vogliono l’aria pulita e non vogliono il nucleare sporco e inquinante.

Quelli che non vogliono le bombe atomiche americane sul suolo italiano.

Quelli che non hanno i soldi indietro per Parmalat e Cirio, perché il governo ha messo lo scudo fiscale.

Quelli che scrivono “menzogne”, contro lo zar con la fissa della “Iolanda”.

Quelli che si ostinano a chiedere che lo zar corruttore venga processato.

Quelli che si ostinano a fare i processi anche senza le penna e la carta su cui scrivere.

Quelli che in televisione parlano male dello zar, fruitore di escort, pieno di legittimi impedimenti, e che si è fatto 20 leggi “ad personam”.

Quelli che non sopportano che il parlamneto di questo paese si blocchi e lavori solo per lo zar.

Questa è la lista, quella lista che continua con tanti eccetera, come dice Umberto Eco. Non è una lista poetica.

 

UN FIOR DI SOMARO

UN FIOR DI SOMARO

Vorrei sapere perché in Italia si parla tanto di personaggi che sono dei veri “fior di somari”, senza offendere i poveri somarelli veri, quelli a quattro zampe.

Mi riferisco a Corona. Chi è? Che cosa ha fatto per meritare tanto spazio in televisione e tante pagine sui giornali?

Leggo che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi di carcere per quattro episodi di foto-ricatti.  Quindi è uno che  faceva, sostanzialmente, il ricattatore. Bel mestiere!

A me, la condanna sembra giusta e sacrosanta, anche perché il mercato delle foto scandalo non è proprio un bel commercio, anche per chi lo esercita. E’ un semina veleno, putridume e sconcezza.

Appena ha sentito che è stato condannato ha detto “ Mi vergogno di essere italiano”. Ed io replico, che sono io, a vergognarmi di avere, per concittadino, un personaggio del genere.

In più ha replicato, in piena sintonia  con il frasario corrente della attuale maggioranza (con la quale forse simpatizza): “Non ho fiducia nella legge, neppure nei magistrati, visto che te le fanno pagare”.

Non so che volesse, questo fior di somaro, una legge “ad personam” anche per lui?.