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L’IMPORTANZA DEL VOTO

L’IMPORTANZA DEL VOTO

L’astensionismo è il più grande alleato del populismo e quindi dei grillini. ma anche dei mafiosi e dei corrotti.
Facciamo in modo che non si istituiscano mai (non più) tribunali del popolo contro politici e giornalisti.

 UN PARERE DI MICHELE SERRA

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IL DIO DEI MAFIOSI

IL DIO DEI MAFIOSI

vito-rizzuto-294799Non capita di rado di vedere seduti fianco a fianco, nella stessa chiesa, boss della mafia e familiari di morti ammazzati dalla criminalità organizzata. Ma com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio? Può il Dio di Riina e Provenzano, ma anche di Pinochet e Videla, essere lo stesso Dio di Don Puglisi e di Don Diana?

A queste domande risponde Roberto Scarpinato, in una interessante intervista proposta da Micromega. Qui ne riporto il sunto, perché l’intervista è davvero molto lunga, ma è molto interessante e ricca di esempi che possono far comprendere questo strano connubio che c’è fra Dio e mafia.

Il dr. Roberto Scarpinato (*) ha cominciato a riflettere su questo tema dopo che, per motivi professionali, è stato costretto ad una lunga frequentazione degli assassini. Il primo approccio  con il mondo della criminalità organizzata è stato con i mafiosi dell’area militare, i killer,  gli esecutori materiali, persone per lo più di estrazione popolare, cattolici devoti e praticanti. Dopo ogni omicidio si recavano in chiesa per pregare. Alcuni si sono fatti costruire delle cappelle votive nei loro rifugi da Nitto Santapaola a Pietro Aglieri. Altri come Michele Greco e Bernardo Provenzano erano assidui lettori della Bibbia. Per questo si è reso conto che non si trattava di una simulazione, ma che questi mafiosi avevano un reale rapporto con il cattolicesimo che andava capito.

Col passare degli anni ha cominciato a conoscere i collaboratori di giustizia  e i mafiosi di estrazione borghese,  e quindi medici, architetti, avvocati, imprenditori, commercialisti persone di elevata scolarizzazione e poi ancora i politici, anche a livello nazionale, che ogni mattina andavano a messa e poi partecipavano ai summit mafiosi.

Il fenomeno quindi non si limitava alla componente mafiosa popolare che poteva dare un’interpretazione neo-paganeggiante del cattolicesimo, ma attraversava tutti gli strati sociali.

Da qui la domanda: com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio?

La risposta che il Dr. Scarpinato si è dato, dopo tanti colloqui  avuti coi mafiosi, è che in realtà i mafiosi pregano un Dio diverso, perché traggono dalla religione cattolica quello che conviene loro e si costruiscono un Dio «adeguato alle loro esigenze» operazione questa che è replicata anche da cattolici non mafiosi.

Ma cos’è che determina la non contraddizione tra la cultura mafiosa e quella cattolica? Si è chiesto il dr. Scarpinato. Innanzitutto il mafioso assume come principio fondante del proprio comportamento non l’etica della responsabilità, ma l’etica dell’intenzione, secondo la quale ciò che conta è il pentimento interiore dinnanzi a Dio e non il pentimento davanti agli uomini.

Nell’intercettare le conversazioni tra i carcerati ed i loro famigliari, emergevano considerazioni di questo tipo, “se proprio una persona voleva pentirsi, doveva farlo solo dinnanzi a Dio e non dinnanzi agli uomini, perché in questo modo avrebbe rovinato tanti poveri cristiani”.

Il Dr. Guttadauro, un medico capomafia, raccomandava ad un altro mafioso che gli aveva confessato di essere in crisi e di avere bisogno di un  prete, di trovarsi un prete «intelligente», non come era capitato a lui, che aveva avuto a che fare con un prete che gli aveva fatto notare una serie di contraddizioni nel proprio comportamento.

Anche Pietro Aglieri, capo di uno dei più importanti mandamenti mafiosi, (una volta catturato ha studiato teologia), ha sempre sostenuto che secondo l’etica cattolica non è importante pentirsi davanti agli uomini, ma solo davanti a Dio e per questo motivo non ha mai voluto collaborare con la giustizia. Sul letto di morte di molti mafiosi, che spaventati dal passaggio dalla vita alla morte, invocano un prete, spesso il prete che i familiari fanno venire al capezzale è un prete che “rassicura” il moribondo, perché quello che conta è il perdono di Dio e non quello degli uomini.

Questa etica dell’intenzione, che caratterizza molto mafiosi cattolici consente di «aggiustarsi» la coscienza, consente una riconciliazione con se stessi che non passa attraverso il prossimo.

Un altro elemento che consente una piena conciliazione tra la cultura mafiosa e quella cattolica è la centralità che, nella predicazione cattolica, hanno l’etica familiare e la morale sessuale.

Quando nel 2006 fu arrestato Salvatore Lo Piccolo, fu trovato nel suo decalogo che il precetto più importante era quello di non desiderare la donna d’altri e di rispettare la propria moglie. I mafiosi doc sono dei campioni di etica familiare. Durante il maxiprocesso, Riina accusò Buscetta di essere un immorale perché andava con molte donne, mentre lui era sempre rimasto fedele alla moglie.  Lo stesso Buscetta confessò al dr. Scarpinato di aver declinato l’offerta di entrare a far parte della Commissione, l’organo vertice della mafia, perché era consapevole che non sarebbe stata  consentita e perdonata la sua condotta licenziosa in questo campo.

Ma i mafiosi non si sentono in contraddizione neppure sull’omicidio. Uno dei più famosi medici di Palermo, mafioso e persona di grande cultura a proposito dell’omicidio, disse a Scarpinato: «Dottore, ma anche il diritto canonico prevedeva la pena di morte e non fu forse il papa a condannare al rogo Giordano Bruno per eresia? Lei e i suoi colleghi vorreste forse processare anche il papa? Quindi anche la somministrazione della morte, quando è giustificata da esigenze superiori, quindi come extrema ratio, non provoca nessuna contraddizione con il comandamento «Non uccidere». Lo zio di questo medico, famoso capomafia anche lui, si recava a pregare sulle tombe di coloro che era stato costretto ad «abbattere». Dio sapeva che erano stati loro stessi a volere la propria morte in quanto si erano rifiutati fino all’ultimo di seguire i buoni consigli degli «amici».

In realtà il problema travalica il mondo mafioso e pone interrogativi di ordine generale sul modo in cui viene vissuto il cattolicesimo. Il mondo infatti è pieno di assassini ben più pericolosi di un  Riina o di un Provenzano, assassini che sono cattolici ferventi e praticanti e tanti di essi muoiono nel proprio letto senza sensi di colpa, in pace con se stessi. Per esempio i dittatori latinoamericani, come Augusto Pinochet o come il generale Videla, che si sono resi responsabili del genocidio di migliaia di persone. Pinochet si è sempre professato un fervente cattolico confermato in questa sua convinzione da vescovi che frequentavano la sua mensa, ne condividevano le idee e che sul letto di  morte l’hanno benedetto come salvatore della patria.

Il generale Videla e i suoi colonnelli, quando sono stati processati in Argentina, hanno professato il loro essere buoni cattolici. Alcuni di essi hanno raccontato che alcuni preti cattolici avevano sostenuto che era anticristiano uccidere i dissidenti politici mettendoli su un aereo e poi buttarli nell’oceano in pieno stato di coscienza. Per questo motivo, proprio seguendo il consiglio di questi preti, essi avevano cominciato a narcotizzare le vittime prima di scaraventarle nell’oceano dall’aereo, convinti di aver ottenuto la patente di buona cattolicità.

L’Italia è stata per secoli la culla del cattolicesimo e la patria della Chiesa che per secoli è stata la più importante agenzia di informazione culturale del paese, eppure è il paese delle mafie, è anche il paese dove la corruzione è la più alta d’Europa, è il paese dove lo stragismo ha segnato la storia  nazionale e mafiosi e corrotti e stragisti sono spesso cattolici praticanti.

Tutto ciò segna i contorni di un fallimento pedagogico del cattolicesimo che ha prodotto e continua a produrre  falsa coscienza e ateismo pratico in masse cattoliche.

La causa, secondo il dr. Scarpinato, sta nel fatto che nella religione cattolica il rapporto con Dio è gestito da un «mediatore culturale» che è un sacerdote, ogni segmento sociale esprime al proprio interno  un mediatore culturale che consente di avere un rapporto non problematico con Dio, per cui i dittatori latinoamericani avevano un rapporto con Dio mediato da vescovi che condividevano la loro visione della vita e del mondo, così come durante il fascismo e il franchismo, vi erano dei vescovi  che condividevano le idee di Mussolini e di Franco, mentre dall’altra parte vi erano vescovi e prelati che condividevano le idee dei perseguitati.

Questo pluralismo della mediazione culturale determina anche  un sorta di politeismo, nel senso che ognuno ha la possibilità di costruirsi un Dio a immagine della propria  visione della vita.

Lo stesso si può dire della mafia, dove esistono una pluralità di Chiese che convivono tra di loro.

C’è la Chiesa dei mafiosi che è fatta di ecclesiastici che non sono mafiosi ma che sono imbevuti  di una cultura paramafiosa  perché magari vengono dallo stesso habitat culturale, dallo stesso segmento sociale. Sono numerosi i mafiosi che hanno cugini, parenti, zii vescovi e preti.

C’è la Chiesa dell’antimafia che esprime un padre Puglisi, un don Fasullo, Don Cosimo Scordato e pochi altri. Poi c’è la Chiesa di quelli che padre Ernesto Balducci chiamava «i burocrati di Dio» cioè quelli che non stanno né con la mafia, né con l’antimafia, né con lo Stato né con l’antistato, né con la destra né con la sinistra, né con il centro, stanno esclusivamente dalla propria parte e per i quali va bene una predicazione evangelica di taglio generalista che è appunto quella improntata sulla morale sessuale, sulla famiglia, sul generico amore per il prossimo e sulla carità ridotta a cultura dell’elemosina, che non  crea alcun problema e che non costa nulla.

Non costa nulla specie se l’elemosina viene fatta con le briciole dei soldi pubblici rubati, o col denaro accumulato con l’evasione fiscale  o con lo sfruttamento degli altri. La cultura dell’elemosina lascia le cose come stanno e si traduce in un’acquiescenza all’esistente.

L’esatto contrario della cultura dei diritti che costituisce la declinazione di una carità attiva e che è invece una cultura problematica e scomoda perché costringe a prendere posizione nei confronti dei potenti che sono responsabili dell’ingiustizia sociale  e della sofferenza dei nostri confratelli.  E qui si pone un problema di responsabilità dei vertici istituzionali della Chiesa.

Questa coesistenza di più Chiese dà vita a più Dei, perché Dio a volte parla per bocca di un prete che ha cultura paramafiosa, a volte per quella di un prete che ha cultura antimafiosa. Il rapporto con Dio, mediato culturalmente, da luogo non solo ad un politeismo occulto, ma ad un vero e proprio relativismo etico della cultura cattolica.

Il relativismo etico, nella cultura laica, invece, ha un valore democratico, perché la democrazia si basa sulla libertà di coscienza e quindi sul pluralismo dei valori e delle culture.  Il relativismo etico laico non significa nichilismo, ma rispetto dei valori degli altri che si confrontano poi nel libero gioco democratico. Il relativismo etico laico viene costantemente avversato dai vertici ecclesiastici che rivendicano di essere depositari di una sola verità assoluta senza se e senza ma, e per questo motivo pretendono di condizionare anche la legislazione statale.

Da questo punto di vista la storia dei vescovi di Palermo è emblematica dell’esistenza all’interno della stessa Chiesa di una pluralità di mediazioni e approcci culturali alla realtà della mafia.

La prima lunga fase è quella del Cardinal Ruffini il quale definì la strage di Portella della Ginestra come una reazione all’estremismo di sinistra e si rifiutò di prendere posizione netta contro la mafia persino dopo la strage di Ciaculli del 1963 (http://www.vittimemafia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=421:30-giugno-1963-palermo-strage-di-ciaculli-restarono-dilaniati-da-unauto-bomba-i-carabinieri-mario-malausa-silvio-corrao-calogero-vaccaro-eugenio-altomare-e-marino-fardelli-il-maresciallo-dellesercito-pasquale-nuccio-e-il-soldato-giorgio-ciacci&catid=35:scheda&Itemid=67), nonostante la sollecitazione del segretario di stato vaticano preoccupato dal fatto che invece la Chiesa valdese locale aveva tappezzato la città di manifesti di ripulsa contro quell’eccidio.

Poi c’è stata la fase del cardinal Pappalardo, figlio di un carabiniere, il quale ha iniziato ad introdurre nelle sue omelie prese di posizione chiare contro la mafia, soprattutto dopo l’eccidio del giudice Terranova e del commissario Boris Giuliano.  È passata alla storia la sua omelia al funerale del generale Dalla Chiesa durante la quale pronunciò quella famosa citazione di Tito Livio: «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici. E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo».

Quando poco tempo dopo il cardinale Pappalardo si recò al carcere dell’Ucciardone per officiare la messa, non solo non si presentarono i mafiosi, ma non si presentarono neppure i detenuti comuni. Quel che è più grave e meno noto è che il cardinale Pappalardo non dovette  subire solo l’ostracismo palese  e scontato della mafia popolare, che tuttavia continuava ad affollare le parrocchie dove officiavano sacerdoti di suo gradimento, ma subì anche il dissenso della potente borghesia mafiosa di cui facevano parte tanti potenti del tempo e fu molto criticato anche all’interno dell’ambiente ecclesiastico. Gli si disse che doveva parlare solo di misericordia e di pietà. La pressione delle istituzioni vaticane sul cardinale fu fortissima tanto che, in una conferenza stampa dopo il maxiprocesso, Pappalardo dichiarò di non voler passare per un vescovo antimafia, perché il problema mafia occupava solo il 2% della sua attività pastorale.

Poi c’è la terza fase quella del cardinale De Giorgi, che pure in occasione della festa di Santa Rosalia nel 1997, ha detto che la mafia è incompatibile col Vangelo e che il pentimento non può essere solo un fatto interiore, ma quando dopo il caso Frittitta,  ( http://www.antimafiaduemila.com/200805064772/articoli-arretrati/padre-mario-frittitta-pastore-esemplare-o-amico-dei-mafiosi.html), si è rifiutato di prendere netta posizione a favore di quest’ultimo, ha subìto anche lui vivaci critiche dall’interno del mondo curiale ecclesiastico.

Per arrivare ai tempi di oggi, in Sicilia, da una parte c’è il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi che rifiuta i funerali pubblici al boss mafioso Emanuello, dall’altra un altro prelato, l’arcivescovo di Palermo Salvatore Di Cristina, che, in occasione della commemorazione di Placito Rizzotto è stato capace di non pronunciare la parola mafia per tutta l’omelia, per due volte ha pure storpiato il nome di Placido Rizzotto e non ha consentito a Don Ciotti di prendere la parola.

L’esistenza di più Chiese è un problema reale che chiama in causa non i soli singoli prelati, ma direttamente il vertice vaticano, che è responsabile della formazione culturale dei mediatori tra Dio e gli uomini. Questo occulto politeismo, questo relativismo di fatto si trasforma in un pericolo di scristianizzazione strisciante. Se ciascuno può scegliersi il Dio che più gli conviene e nella stessa Chiesa si trova la vittima della mafia  e il mandante dell’omicidio e ciascuno dei due si sente  in pace con se stesso perché ciascuno dei due ha un mediatore culturale che gli consente di avere un rapporto non problematico con Dio, allora esiste  un problema gravissimo che chiama in causa la responsabilità della Chiesa come istituzione.

Quello che si dice dei mafiosi, vale anche per i corrotti. La corruzione è un gravissimo peccato contro la solidarietà sociale, che sta distruggendo la possibilità di riscatto di questo paese e c’è una massa di politici corrotti che non si sentono assolutamente in colpa e anzi sono additati come buoni cattolici e buoni cristiani perché elargiscono alla chiesa le briciole dei soldi che hanno rubato.

(L’intervista è molto lunga (e consiglio di leggerla perché ne vale la pena) e si sposta su la “teologia della liberazione” del cardinal Oscar Romero, ucciso ai piedi dell’altare mentre stava celebrando la messa. Argomento che è di grande interesse, ma che si allontana un attimo dal discorso mafia e Dio del mafiosi)

(Da Micromega n.7 La chiesa gerarchica e la chiesa di Dio)

( *) Il dr. Scarpinato è un magistrato italiano, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta.

L’ ASTENSIONE SICULA

L’ ASTENSIONE SICULA

Dice la “Stampa jena”: «Resta da capire perché stavolta la mafia si è astenuta»

Secondo me, non si è astenuta, ha votato il M5S per quello che ha detto il leader del movimento:« La mafia non è niente, al massimo chiede il pizzo del 10%, non ha mai ucciso nessuno»  L’onorata società sta cambiando i punti di riferimento. Vedremo se la ciuseria, alias schizzinoggeria zitellesca del M5S, avrà la propensione a bocciare qualsiasi proposta messa in campo dal presidente antimafia Crocetta, che direttamente o indiretamente possa danneggiare quella onorata “società”.

PEPPINO IMPASTATO STA SULLE PALLE AI LEGAIOLI

PEPPINO IMPASTATO STA SULLE PALLE AI LEGAIOLI

Salamandra salamandra_Andreas MeyerSi dice che le salamandre non muoiano anche se si buttano nel fuoco. Non so se è vero e non ci voglio neppure provare. Ma c’è chi è peggio delle salamandre e sono i legaioli di Ponteranica. Non desistono.

In quel paese, vicino a Bergamo, il 3 giugno 2008, era stato piantato un albero, un ulivo per la precisione, ed era stata messa una targa nella sala della biblioteca comunale, per ricordare Peppino Impastato, vittima simbolo della mafia.

Alla fine di settembre dello stesso anno l’ulivo è stato sradicato, e chi ha compiuto il gesto ha lasciato un biglietto, in dialetto, con su scritto “qui ci voglio un pino”, e il sindaco legaiolo, Cristiano Aldegani, tolse dalla sala della biblioteca, la targa della intitolazione a Peppino Impastato, messa lo stesso giorno 3 giugno 2008 dell’albero piantato.

La popolazione  inscenò una manifestazione di protesta, per chiedere all’amministrazione comunale di lasciare la targa al suo posto e fino adesso pare abbia resistito.

Ma ci riprovano. Lo zoccolo duro dei legaioli del posto non sopporta la targa con su scritto il nome di un ragazzo che è stato ucciso perché voleva il suo spazio di libertà di parola e perché denunciava, con la sua radio, la malefatte della mafia.

Risulta sospetto che accada, di nuovo, adesso, quando si sa benissimo che la mafia si è sparsa per tutto il Nord. Quel  tanto decantato  Nord così pulito, onesto, rispettoso della legalità, secondo la visione distorta dello spompato Maroni. Sappiamo anche che con Belisito e vari personaggi la Lega ha fatto affari molto proficui anche con la mafia e che il Nord non è tutto così pulito come hanno sempre voluto farci intendere.

Ogni episodio fa mucchio e dà da pensare. Forse la scarsa visibilità di questi tempi gioca dei brutti scherzi ai legaioli di quel paese, e forse chi vuole togliere la targa dalla sala della biblioteca, non va neppure a leggere in quella biblioteca.

«Ora l’amministrazione comunale ci riprova, utilizzando addirittura una cerimonia pubblica. Cerimonia prevista per martedì 5 giugno, che era stata organizzata per l’intitolazione del passaggio pedonale di via Unione a “Percorso Unità d’Italia” ma che ha visto all’ultimo momento anche l’aggiunta dell’intitolazione della biblioteca a “Padre Giancarlo Baggi”. L’iniziativa viene vista dalle minoranze della lista civica “Per Ponteranica Orizzonti Nuovi”, come “un gesto di sfida e prevaricazione. Unire le due diverse e distanti intitolazioni è il tentativo, maldestro, di coinvolgere con un raggiro l’intero Consiglio Comunale e la scuola, a cui è stata data un’informativa ambigua e poco precisa“. L’opposizione ha chiesto il ritiro della decisione». (da Repubblica.it)

Il salamandrismo legaiolo fa proseliti. Non molto tempo fa a Cassino è stato rubato “L’Albero della legalità“, una giovane pianta messa a dimora in occasione dell’intitolazione dei giardini del tribunale alla memoria di Peppino Impastato.

A Cassino  è nato il progetto ‘Io non ho Paura’ che si pone l’obiettivo di sensibilizzare le persone verso il tema della legalità. Questo progetto probabilmente dà fastidio a qualcuno, particolarmente allergico alla legalità. L’imitazione delle bravate leghiste del Nord dilaga anche altrove e si  trasmette a macchia d’olio. Difficile credere che sia solo una mascalzonata di pochi facinorosi.

COME POLLI ALLEVATI IN BATTERIA

COME POLLI ALLEVATI IN BATTERIA

L’ennesima esternazione populista del comico genovese che urla da tutte le 101 piazze dove  si voterà, non stupisce. C’era da aspettarsela. Semplicemente rivela tutta l’ambiguità di fondo di una persona che nel dispregio di chi ha perso la vita a causa della mafia, pur di afferrare voti, ripete la parole mafiose di Vito Ciancimino e Tano Badalamenti. Parole insensate che non hanno nulla di comico, ma tanto di tragico. Come il Berluska del 1994, con lo stalliere in casa e come il Bossi di Roma ladrona.

«La mafia non strangola i cittadini, è buona chiede loro solo il pizzo, un misero 10% – dice Grillo»”. E’ vero, Grillo ha ragione, i mafiosi non uccidono i “clienti”, semplicemente li allevano come tanti polli in batteria, in attesa che caghino le uova del loro profitto, che accumulano senza lavorare, sfruttando il lavoro degli altri e tenendoli continuamente sotto minaccia.  La mafia ha applaudito, voterà e farà votare in massa il M5S. Lo vedremo alle prossime elezioni amministrative nella disastrata città di Palermo.

«Quei poveretti dei barman che si vedono costretti a fare lo scontrino fiscale per un caffè, sono vittime dei controlli della finanza», più o meno queste sono le parole di Grillo nei confronti degli evasori dello scontrino. Ha ragione ovviamente quando dice che bisogna andare a cercare dove sono e chi sono i veri evasori, quelli grossi, ma anche chi evade poco, e quel poco si somma a tante persone, si fanno miliardi di evasione.

Bastano queste due affermazioni per cancellare le cose condivisibili dette dal comico, e toglierli quella sicurezza che potrebbe infondere a chi lo voterebbe, perché in questo modo non fa altro che fare il verso dei due populisti e demagoghi che per 20 anni hanno occupato le sedie del potere e ci hanno portato a questo disastro.

[NOTA a parte: Il sovraffollamento di polli in batteria,  produce un aumento di aggressività in qualunque specie. L’amputazione del becco dei polli e dei tacchini è un intervento praticato senza anestesia: il becco dell’animale viene infilato in un macchinario simile ad una piccola ghigliottina e che procede a mozzare la parte. La procedura è così dolorosa che alcuni polli smettono di mangiare e muoiono di fame.

Non si uccidono i polli, ma si fanno soffrire, così fa la mafia ai suoi clienti, non li uccide, ma taglia loro la lingua perché non protestino].

C’ERA UN VOLTA IL BOSS

C’ERA UNA VOLTA IL BOSS

C’era un volta il boss mafioso che costruiva i rapporti con gli esponenti della politica. Andava a palazzo a trattare, o ai ristoranti a mangiare insieme ai politici e contrattava, o magari li invitava sugli yacht a pescare e concludeva affari, a base di mazzette o altro.

Poi è arrivato Berlusconi, le cose sono cambiate e la trattativa ha perso ogni interesse. E’ accaduto negli anni di Forza Italia e Partito delle libertà.

Con Berlusconi siamo entrati in un tempo in cui le persone che sono organicamente collegate alla mafia, vedi Cosentino, Papa, Dell’Utri e vari soci, hanno preso un posto nelle istituzioni.

Fanno parte di partiti compatti e siedono in Parlamento. Attraverso i giornali “amici” si ricostruiscono un’immagine e difendono la loro intoccabilità.

A pochi saranno sfuggiti i baci e gli abbracci a Cosentino quando la Camera ha votato contro il suo arresto e a tutti è stato chiaro il fatto che la mafia era parte attiva del Governo e del Parlamento, quando Berlusconi e Dell’Utri, insieme, proclamarono eroe Mangano.

La mafia da almeno 15 anni è organica al Parlamento ed alle istituzioni, non ha più bisogno del boss che vada a Palazzo a trattare, a Palazzo ci sta seduta.

La vicinanza con le organizzazioni mafiose perciò non è più un problema, ma è diventato un punto di forza, per quel partito politico che li assorbe. La mafia porta pacchetti di voti e fa vincere le elezioni.

Quello che si è compiuto negli anni berlusconiani è stato un cambiamento decisivo nei rapporti tra Stato e mafia. Ma nulla viene fatto senza uno scopo. Si portano via i nostri soldi. La mafia fa affari “puliti”, alla luce del sole. E il paese resta muto, inerte, di fronte a questo immane pericolo.

L’abolizione del reato di concorso in associazione mafiosa è un logico passaggio verso questo cambiamento. Altrimenti mezzo parlamento dovrebbe essere in carcere ammanettato.

Non se ne parla abbastanza. Non si comprende la violenza che lo Stato sta subendo da parte della mafia e non si valutano fino in fondo le conseguenze.

Entrando nelle istituzioni la mafia si è impadronita del paese, fa affari e non paga, reclama soldi. Fa parte degli evasori, di quelli che rubano a chi onestamente paga le tasse, compie concorrenze sleali facendo fallire gli imprenditori onesti, sta diventando una forza incredibile sostenuta anche da certa stampa che ne ripulisce l’immagine.

Anche da parte di questo Governo si ha troppa paura di irritare Berlusconi ed i suoi e troppa sicurezza si ha, dall’altra parte, di poter contare sul senso di responsabilità di Napolitano e Bersani.

Scrive Santo della Volpe. «Intanto il mondo degli affari si scopre sempre più invaso dalle mafie e dalla criminalità mettendo a serio rischio l’economia legale; mentre, contraddittoriamente, con la sentenza della Cassazione su Dell’Utri, si prende a picconate proprio quel reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” voluto da Falcone e Borsellino per contrastare i legami tra mafia e politica, tra cosa nostra ed il mondo dell’economia». E’ un dato di fatto.

A Genova si svolge la XVII giornata della memoria delle vittime della mafia. Ora le vittime siamo tutti noi, che abbiamo consentito che un Governo per 15 anni si adoperasse perché la mafia diventasse parte delle istituzioni. Sì, le vittime siamo tutti noi ai quali la mafia sta togliendo la vita.

NEI BUNKER DEI BOSS

NEI BUNKER DEI BOSS

Roberto Saviano

«Quando ci si nasconde in questo modo si è disposti, pur di mantenere il proprio potere a rinunciare alla propria esistenza, alla propria anima. Alla luce. Ci sono stati boss che stavano perdendo gli occhi per vivere lì sotto, boss che fatturano milioni di euro al giorno e vivevano lì. Non pensate che questa siano storie lontane, quasi medioevali, storie di “terroni”. In questi bunker si decide il destino dell’Italia» (Roberto Saviano . Vieni via con me)

Alcuni tra i più famosi:

Totò Riina, preso il 15 gennaio 1993 dopo 24 anni di latitanza, nella sua villa in centro a Palermo, circondata da palme e pini, con una dependance e una piccola piscina. All’interno è stato ritrovato solo un quaderno di scuola (forse della figlia Lucia, allora tredicenne). La perquisizione del covo, tuttavia, è avvenuta dopo 18 giorni dall’arresto del padrino. I suoi uomini, nel frattempo, l’avevano ripulito e per cancellare ogni traccia avevano imbiancato alcuni muri. Nello studio la cassaforte è stata ritrovata  vuota. In cucina c’erano delle bottiglie d’acqua di plastica.
 Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile 2006 dopo 43 anni di latitanza, in un casolare, con ovile, a 2 chilometri da Corleone (Palermo). Nel rifugio c’erano un rosario, medicine e il cibo leggero che, per problemi di salute, il padrino doveva mangiare: minestra di cicoria e ricotta. Proprio grazie alla ricotta che ogni giorno gli veniva consegnata fresca, è stato stanato. In un pannolone (per l’incontinenza) sono stato scoperti 1.000 euro. Oltre a cinque bibbie, da cui traeva l’ispirazione per i pizzini, ritrovati due macchine per scrivere, pacchi di carta e oltre 200 fogli scritti.
Francesco Schiavone, scovato l’11 luglio 1998, dopo 5 anni di latitanza nella sua villetta a Casal di Principe (Caserta), dotata di bunker sotterraneo. All’interno, due frigoriferi pieni di cibo, centinaia di libri e videocassette, tra cui un corso di pittura (perché nel bunker dipingeva). La vera ossessione era Napoleone: rinvenuti decine di volumi sul condottiero francese e un suo autoritratto in posa napoleonica. Assieme ad armi e munizioni scoperte due tende da campeggio. Sempre a Casal di Principe suo fratello si era fatto costruire una villa identica a quella di Scarface (Al Capone).
Antonio Iovine, preso il 17 novembre 2010, dopo 14 anni di latitanza, in un villino di via Cavour a Casal di Principe, a meno di un chilometro da quello di Francesco Schiavone. Presenti pochi oggetti personali: il boss  cambiava di frequente covo. In una delle camere da letto è stato trovato un borsone di marca. Nell’ingresso c’era una piccola scrivania in legno, con accanto un mobile dove sono stati ritrovati alcuni libri, tra cui un dizionario di francese. Accanto alla Tv nel salotto c’era un secondo schermo più piccolo che trasmetteva quanto filmavano le telecamere di sicurezza.
Michele Zagaria, il re del Casalesi, arrestato il 7 dicembre 2011, dopo 16 anni di latitanza. In un bunker supertecnologico a Sasapesenna (Caserta), sotterraneo, separato con cinque metri di cemento armato dal pavimento dell’abitazione. Un vero e proprio appartamento dotato di tutti i confort, con telecamere a circuito chiuso, televisori al plasma, molto high-tech. Zagaria ha 53 anni, ed era considerato “il re del cemento”, a causa del gran numero di aziende edilizie che fanno riferimento a lui e che sono state titolari di appalti pubblici in molte regioni d’Italia, dalla Campania al Lazio, all’Emilia Romagna.

Roberto Saviano lo descrive così « E ora è Zagaria, il numero uno. È Michele Zagaria, dopo l’arresto di Bernardo Provenzano, ad essere stato posto in testa ai latitanti più pericolosi d’Italia. Michele Zagaria, dai molteplici contronomi: Michele di Casapesenna, Capastorta, Manera, è lui il capo operativo del cartello dei «casalesi». È lui che apparentemente con responsabilità fiduciaria ricevuta da Sandokan e Bidognetti, opera come vertice del cartello criminale del cemento. Michele Zagaria è stato capace di pretendere che la «sua» Casapesenna divenisse un luogo capace di articolare tranquillità per la sua latitanza e un’incubatrice attenta e efficiente per le sue aziende. Imprese vincenti in ogni parte d’Italia. Dalla Toscana all’Emilia, da Sassuolo a Cracovia, le imprese del cartello dei casalesi seguendo la scia del cemento arrivano ovunque»

Manca ancora Matteo Messina Denaro, ma sembra che i “Cacciatori” ci stiano girando attorno molto da vicino. Anche lui cadrà.

I "Cacciatori" di Calabria

Per la cattura dei boss, è stato istituito un reparto speciale dei carabinieri i  “Cacciatori di Calabria” appunto.  Nato il primo luglio del 1991 per salvare i sequestrati tenuti prigionieri in Aspromonte e finito ormai il fenomeno dei sequestri, si sono specializzati nella caccia ai boss.

Molti di loro arrivano dai fronti di guerra: Kosovo, Libano, Afghanistan. Tutti hanno superato una selezione difficilissima. Solo il 40% supera i test  fisici e psico-attitudinali. Resistono 72 ore senza dormire, sotto il sole e nella neve,

I Cacciatori sono circa un centinaio, tra di loro si chiamano “falchi” e lavorano in squadre di sei persone, ognuna formata da un comandante, un vice e quattro operatori, fra cui un pattugliatore, un tiratore scelto e un addetto al primo soccorso.

La cosa più difficile è trovare i bunker, costruiti nei luoghi più impensati: sotto il lavandino del bagno, dietro un mobile ad angolo, dentro forni a legna, nelle stalle sotto le mangiatoie, altri in pieno centro dei paesi, per cui occorre che sappiano intervenire in aree urbane, anche calandosi dai tetti con le corde.

Statua Madonna di Polsi

Quello che non manca mai nel bunker sono le statue della Madonna di Polsi, cara alla ‘ndrangheta, e di Padre Pio, oltre ai santini che vengono bruciati durante le affiliazioni. http://www.locride.altervista.org/polsi.htm

I MURI CHE PARLANO

I MURI CHE PARLANO

LE PANTEGANE LEGAIOLE HANNO PERSO IL DITO MEDIO

LE PANTEGANE LEGAIOLE HANNO PERSO IL DITO MEDIO

I legaioli si ritirano zitti zitti, quatti quatti nella loro tana. Dopo 10 anni di governo e di responsabilità verso gli italiani, i legaioli non portano a casa niente.

La loro gente non sta meglio, le tante piccole imprese che tempestavano il ricco nord-est si sono chiuse, rimangono macerie, desolazione, stupore e tristezza. Il grande popolo dell’Iva,  che aveva votato e fatto votare Lega, rimane con le pive nel sacco.

Chissà se fanno un esame di coscienza e si chiedono sinceramente quali sono stati i contributi positivi o i miglioramenti  che hanno apportato al paese.

Vengono in mente le ronde. Nate e morte subito. Le impronte ai bimbi rom, finite chissà dove.

Le cattive e brutali campagne elettorali contro i clandestini stupratori delle nostre donne, studiate apposta per incutere nella gente la paura del “diverso” e coltivare l’istintiva diffidenza verso chi ci assomiglia poco e che, secondo l legaioli, ci viene a rubare il lavoro.

I mesi di  inerzia nei confronti dei migranti sull’isola di Lampedusa, per creare disagi nella povera gente e far vedere al mondo che eravamo “invasi” da clandestini.

Le buffonate dei ministeri a Monza. di cui rimane solo la targa. Non risulta neppure che abbiano provveduto a fare i WC mancanti.

Un federalismo abbozzato, poi annegato nelle acque del PO. Un federalismo che senza i decreti attuativi non serve a niente e non sarebbe servito a niente comunque, visto che hanno condiviso i tagli lineari ai comuni, perpetrati  del loro ministro preferito: Tremonti.

Le leggi bruciate da Calderoli, che nella foga del falò, ha bruciato anche leggi importanti, come quella che, se incenerita, avrebbe tolto  a Venezia il possesso del Canal Grande.

I loro raduni sul pratone di Pontida ed il battesimo o la benedizione (di che?) con l’acqua del PO. I caschi celtici, folcloristici e carnevaleschi.

Il disegno del sole della Alpi nelle scuole e sui ponti padani. Le battaglie per il crocefisso sui muri, fatta a suon di manganellate col crocefisso ed accompagnamento di bestemmie.

I rutti nelle Chiese, nei bar, davanti a fiaschi di vino ed i vari diti medi a mo’ di sfottimento di tutti noi.

I dieci anni di servizio al miliardario .

I ministri che dicono di aver arrestato più mafiosi di tutti i governi, hanno votato, disinvoltamente, contro l’arresto dei vari mafiosi che siedono in parlamento ed hanno persino consentito che una persona, sospettata pesantemente di essere mafioso, diventasse ministro (dell’Agricoltura per la precisione).

Però hanno rimpinguato le loro tasche, vissuto i privilegi di Roma ladrona, sistemato le mogli, i figli, nipoti, le amiche e gli amici.

Ma non possono ritirarsi così, bellamente, facendo finta di niente,  perché  condividono col miliardario  la responsabilità di come mai siamo arrivati a questo punto, quando la crisi era ben evidente fin dal 2009.

La paura di perdere quei pochi “fedeli” rimasti, quelli che cantano i cori sul prato di Pontida,  serpeggia nelle viscere di questi capi legaioli, che mostrano i muscoli solo con i deboli.

Sono arroganti ed inaffidabili. Buttano la bandiera italiana nel cesso e  credono alla nipote di Mubarak.

Ritirarsi nelle tane del Nord, per non dover affrontare, a viso aperto, i grossi problemi economici ed i sacrifici che dovremo sopportare, è la tattica vigliacca delle persone opportuniste che non si vogliono assumere responsabilità, ma conservare i privilegi.

E’ molto comodo, ma anche molto vile, fare politica seduti al bar del paese,  prendere i soldi da Roma ladrona, starsene nell’ombra, potestare senza prendersi responsabilità e lasciare che siano gli altri a bruciarsi le mani.

E oggi, 14 novembre 2011, le pantegane legaiole impaurite, quelle che hanno mostrato il dito medio anche nei confronti del Prof. Mario  Monti, (è successo qualche giorno fa, quando il  Prof. Monti veniva indicato come probabile prossimo premier), hanno avuto paura del professore stesso. Non  si sono presentate alle audizioni di rito, ma hanno convocato il “parlamento padano”. Nelle loro tane, naturalmente.

SECESSIONE, UNA GRAN CAGATA

SECESSIONE, UNA GRAN CAGATA

Al raduno di Pontida, la Lega presentò tutta una serie di richieste per il governo, richieste che se non fossero state esaudite nei tempi e nei modi previsti, si sarebbe messo in crisi il governo stesso. Così parve di capire.

**Il taglio dei costi della politica entro 30 giorni. Una vera balla, i costi della politica non sono diminuiti semmai aumentati.

**La riforma costituzionale per il dimezzamento del numero dei parlamentari e per il senato federale da approvare entro 15 mesi Figurarsi se una riforma costituzionale la si fa in 15 mesi, e parlare inoltre di senato federale, che non esiste è proprio la più grande cazzata che i capi legaioli hanno buttato sul pratone di Pontida, per i creduloni  del pratone.

**Il finanziamento del trasporto pubblico locale entro 30 giorni. Non solo non c’è stato alcun finanziamento, ma la manovra economica, ha depauperato ancora di più le risorse locali, così che i Comuni saranno costretti a tagliare il trasporto pubblico altro che finanziamento! Si vede che Bossi in sede di discussione di detta manovra si è dimenticato delle promesse di Pontida.

**Le prime norme per l’abolizione della “ganasce fiscali” e delle misure “vessatorie” di Equitalia, da fare entro i primi 30 giorni. Di questo nessuno ha sentito più parlare. Forse Tremonti ha dato lo stop e nessuno della Lega gli ha ricordato che era una promessa al popolo legaiolo del pratone.

**Approvazione delle misure per la riduzione delle bollette energetiche da fare entro 30 giorni. Le bollette, con l’aumento dell’IVA al 21% subiranno un aumento consistente, altro che riduzione. Nessuno in corso della discussione della manovra ne ha parlato, tanto meno quelli della Lega.

**L’attivazione delle procedure per l’attribuzione di ulteriori forme di autonomia alle regioni che le abbiano richieste da fare entro 30 giorni. Non risulta che qualche regione abbia chiesto ed ottenuto maggiore autonomia. Anzi semmai è peggiorata la situazione,  perché hanno tolto agli enti locali le risorse anche per attuare le autonomie.

E Bossi, oggi, ha parlato Venezia.

Ci si aspettava che dicesse che tutte le cose richieste a Pontida si sono realizzate pienamente, visto che il governo non è caduto, ma no, ha detto, che in Italia non c’è democrazia, e che ai “padani” sta a cuore  solo la democrazia.

Si è dimenticato  che lui sta al governo da oltre 10 anni, ed è lì per difenderla, questa democrazia.

 Si è dimenticato  della democrazia, quando ha minacciato di buttare fuori dalla Lega tutti quelli che non la pensano come lui, tra cui il Sindaco di Verona, Tosi, che ha avuto l’ardire di dichiarare pubblicamente “chi ha di più, paghi di più”.

Ed ha concluso con il solito fumo negli occhi ai legaioli, questa volta con la parola d’ordine: SECESSIONE. Una gran cagata.