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LA LIBERTÀ

LA LIBERTÀ

Il litigio in casa. Lei, gelida: «Sei libero di andartene, quella è la porta».

Per strada: «Lì c’è un posto libero, puoi parcheggiare».

Confidenziale: «Sei libera questa sera? Usciamo?».

Nel sondaggio: «Come trascorre, Signore, il suo tempo libero?»

«La libertà di stampa, non è un diritto assoluto» tuona un tale, infastidito dal fatto che la gente possa essere informata di cose che – suo avviso – non sono come sembrano.

In televisione: «Il mio decreto libererà finalmente le imprese  dai lacci e laccioli della burocrazia», afferma severo e accigliato il ministro, con piglio di innovatore, dimenticando di essere, da molto tempo, parte decisiva di quella burocrazia.

E poi: sei libero di dire quello che vuoi, sei  libero, liberissimo di mentire. Sei libero di votare i partiti e le liste che hanno approntato;  sei libero (abbastanza) di sceglierti uno o più partner sessuali purché adulti;  sei libero ci comprare e vendere; sei libero di mangiare e bere quando e cosa vuoi; sei libero di vestirti come ti pare; sei libero di indignarti perché non ti fanno sapere le cose, e perché i programmi televisivi sono troppo cretini e omologati: ma comunque sei libero di cambiare canale, spegnere la tv, oppure cercare (ancora e abbastanza) quello che vuoi sapere su internet. Sei libero di lasciarti andare, ma anche di curarti fino all’ossessione. Sei libero di andare al mare due settimane, o in montagna, oppure di rimanere in città.

Appartieni infatti a quella parte del mondo, l’Occidente, dove c’è libertà. Non ci sono chiari e visibili ostacoli all’esercizio della libertà: non c’è un evidente e predominante organizzazioni di prigioni, soprusi, violenze, educazione coattiva, oppressione religiosa e/o ideologica inflitta attraverso confessionali o cellule di partito.

Questo elenco di libertà (al plurale) – che potrebbe essere assai più lungo e più serio o serioso comprendendo le libertà (o sarebbe meglio chiamarle diritti o poteri/possibilità?) garantite dalla Costituzione – non ci dà la sensazione di essere liberi, piuttosto ci sembra si riferisca ai preliminari, alle condizioni minime per vivere la libertà.

Ovviamente la parola la usiamo  di continuo: poche parole sono più banalizzate di questa. Ma se riflettiamo, cioè ci chiniamo a guardare ciò che stiamo dicendo e facendo, non percepiamo di essere liberi. Si usa dire, piuttosto sommariamente, che la libertà è cieca su se stessa. Finché c’è, è banale e sfuggente, come la luce o l’aria, non ci si fa caso. Solo la stretta soffocante del suo opposto, la necessità, la fa balenare su uno sfondo oscuro. Non percepiamo infatti di essere liberi dal bisogno  (e questa è una cosa seria!) finché possiamo mangiare, dormire, leggere e ascoltare musica: appena questa possibilità (ma chiamiamola per il nostro mondo diritto o potere) viene messa in dubbio o viene minacciata, iniziano a percepire di respirare meno bene, di vedere male.

Ma il nostro grande eppur piccolo universo non ci viene rappresentato come dominato dal bisogno e dalla necessità, né –  o almeno non visibilmente – da alternative drammatiche tra oppressione e libertà, altri, di altre parti del mondo, forse, effettivamente si vede che sono costretti, che hanno vite che non possono scegliere, costretti ad emigrare, costretti ad accettare qualunque lavoro, costretti in campi di prima (?) accoglienza, costretti a rischiare la vita in un gommone nel canale di Sicilia.Per loro, certo, la libertà assume i contorni del sogno, della terra promessa, la dimensione eroica del resistere all’oppressione, alla morsa della necessità.

E noi? Possiamo scegliere tra modelli di vita che sembrano diversi, tra stili di governo che sembrano diversi e che possiamo comprare o non  comprare, tra giornali e canali televisivi che sembrano diversi. Siamo liberi, persone libere e popoli liberi, ma non sappiamo affatto cosa sia libertà e – volendo usare una parola un po’ strana  che allude a piaceri, passioni, emozioni che vengono saturate in un grosso supermercato – non ce la godiamo la libertà. Possediamo cosse che sembrano essere affini ma…

C’è una distanza profonda tra le libertà – quella relativamente precisa collezione di diritti e di disponibilità la cui soppressione avvertiremmo come intollerabile, che consideriamo indiscussa, inalienabile ed acquisita: libertà civili, economiche, politiche, sociali, culturali, libertà libertine e libertarie, libertà di movimento, libertà di spirito, tutte cose importanti, che sarebbe folle sottovalutare, soglia minima che delimita lo spazio vuoto per l’esercizio della libertà; ma anche libertà banalizzate, travolta da un’inflazione di parole che ne rendono inafferrabile il significato – e l’idea di libertà.  Più se ne parla, più si rivendica, più l’idea di libertà – che la nostra cultura ci impegna a dimostrare presente, a rappresentare come una cosa che c’è: una qualità, un bene,  che come tutti i beni ha un valore, e dunque l’Umanità tutta e ciascuno la devono possedere in  quantità  maggiore possibile . più quest’idea sfugge all’abbraccio come un fantasma e sfuma in eventi del passato, quando fu conquistata,  eventi ricordati con venerazione sì (la rivoluzione francese, quella americana, la resistenza, per qualcuno il sessantotto), ma anche tenuti a prudente distanza, pericolosi come sono, illuminati da lampi di terrore e di anarchia. Meglio pensare che la libertà noi occidentali ce l’abbiamo già, che è già realizzata, che ce ne siamo appropriati per sempre (siamo o non siamo nel regime perfetto e non ulteriormente perfettibile della democrazia liberale?).

Ce l’abbiamo dunque: e cosa sarebbe la libertà, nel nostro caso? Sembrerebbe una sorta di potere/potenza che ogni soggetto individuale o collettivo possiede per natura o per destino storico e che mette al servizio della sua volontà (sovrana, autonoma) per tradurla in atto. Un nodo di individualismo, soggettività, volontà e sovranità che si contrappone a qualsiasi forza possa condizionarla o diminuirla dall’esterno. Essere liberi, per la nostra cultura, è essere sovrani, essere “auto-nomi” (dare legge a se stessi), poter fare e dire senza ostacolo che non sia patteggiato e contrattato con noi stessi e con quello che si usa chiamare il nostro “libero arbitrio”, autodeterminazione, “libertà da” e “libertà di” iscritte entrambe nel codice dell’avere: noialtri abbiamo diritti e libertà, cioè abbiamo a disposizione qualcosa e di conseguenza questo qualcosa deve essere reso disponibile perche noi (che siamo liberi) ne approfittiamo.

Se sono libero di curarmi la sanità deve essere messa da disposizione di questa mia volontà. Ma questo implica regole,  condizioni necessità, doveri,  perché quelle libertà non siano, come diceva il vecchio Marx, solo “formali”, cioè pure enunciazioni verbali. Perché le libertà non possono rimanere in potenza, cioè impotenti, ma richiedono che quella potenza sia attuata.  E dunque si affollano regole, condizioni, doveri,  uno strano rovesciamento della libertà nel suo opposto. Eppure la parola libertà ha un’etimologia  sorprendentemente diversa da questo coacervo di individualismo, sovranità,  autonomia, viene dall’indoeuropeo “leudbo” che ha tra i suoi significati quello di “popolo, gente”. L’inglese free, “libero”, ha poi la stessa radice dell’indoeuropeo “pryios”. “amato, caro, familiare”: qualcosa di ben diverso dalla piega individualistica, difensiva, , dallo slegame, dall’esenzione, dall’esonero che sembrano per noi inevitabilmente connessi all’idea di libertà.

E se non fosse in’idea? Se non appartenesse al regime dell’avere ma a quello dell’essere? Se si è liberi, piuttosto che avere libertà più o meno ampie? Se invece che un’idea la libertà fosse un’esperienza, un’azione viva che solo un vivente può vivere e testimoniare? Allora la tradizionale  riflessione concettuale sulla categoria, sull’idea di libertà, le moltissime definizioni teoriche che ne sono state date andrebbero affiancate da un evento o un atto vivente di libertà.  E poiché l’atto, l’esperienza,  deve pur essere comunicata, le mostre teorie andrebbero affiancate da un racconto, da un dramma, da una scena rappresentata e raccontata, in cui siamo chiamati, come spettatori appassionatamente coinvolti, a guardare qualcuno, l’Eroe: qualcuno che con il suo gesto, con la sua scelta di vita,  testimonia di “essere libero”. Nel raccontare di lui ne facciamo un eroe.

(Tratto e riassunto da “Eroi della liberta” di Laura Bazzicalupo)

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IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

IL GUSTO PROIBITO DELLO ZENZERO

Sua madre fissò il soffitto, fece un sospiro pesante.

Il genere di sospiro che facciamo quando accettiamo qualcosa di brutto che ci è accaduto.

Come quando muore un parente e diciamo: “Almeno ha vissuto a lungo”.

O come quando la nostra casa viene distrutta da un incendio, e pensiamo: “Almeno siamo ancora vivi”.

Un sospiro di rassegnato disappunto.

Un premio di consolazione, perché siamo arrivati secondi, ma non abbiamo niente in mano per dimostrarlo.

Ci sentiamo vuoti, abbiamo solo perso tempo, perché alla fin fine, quello che facciamo, quello che siamo, non conta.

Niente conta davvero.

Jamie Ford “Il gusto proibito dello zenzero”

(Un libro da leggere)

DARKLAND – Il male cerca l’oscurità e odia la luce

DARKLAND – Il male cerca l’oscurità e odia la luce

Il nazismo è stata la più grande forma di sottomissione sessuale di massa organizzata nei minimi dettagli, ideologici e coreografici.

La svastica, i lunghi cappotti neri di pelle e gli stivali lucidi di cuoio, le divise come travestimento, le fruste, sono oggetti leggibili come feticci che rappresentano il rapporto di dipendenza tra padrone e schiavo. Ma, come ci insegna Nietzsche, questa relazione è accettata volontariamente dallo schiavo, in questo caso il popolo tedesco.

Dobbiamo sapere che tra dittatore e sudditi intercorre una incessante pulsione erotica, da leggersi per gli uomini anche in chiave omosessuale.

L’ammirazione per l’uomo forte è tutt’altro che una questione solo femminile. Nel maschio, l’ammirazione si trasforma in imitazione ed esaltazione dell’uomo virile, in masochismo, in una dichiarazione omoerotica.

La sottomissione sessuale fu due tipi. Quella partecipata del popolo tedesco, quella forzata del popolo ebraico.

Nei confronti degli ebrei, il nazismo può essere considerato un gigantesco stupro di massa. La vittima di uno stupro rimane sempre inerme ed è per questo che gli ebrei si lasciano condurre all’Olocausto.

A partire dalla “Notte del cristalli” la pubblica umiliazione degli ebrei fu un divertimento popolare, uno spettacolo eccitante.

Basta pensare a quello che succedeva nei campi di concentramento.

La nudità per privare di ogni dignità, per trasformare i prigionieri in oggetti di sfogo di istinti sessualmente perversi.

Le SS e i Kapò, tiranni per intercessione, oltre a godere di favori sessuali da parte dei prigionieri, traevano immenso piacere nel bastonare e nel prendere a calci.

Le donne venivano stuprate, sverginate con le mani, rasate nelle parti intime, fatte ballare nude sui tavoli, esaminate nude alle selezioni, sempre nude erano costrette a passare tra due ali di soldati che le frustavano.

Nelle latrine all’aperto erano costrette a esibirsi sotto lo sguardo delle guardie, ad altre veniva infilata la mano nella vagina mentre andavano nella camere a gas, altre ancora venivano uccise con un colpo di pistola tra le gambe. Alcuni uomini sono stati appesi col pene a un gancio.

Il sistema concentrazionario ha fatto cadere la maschera della rispettabilità tanto predicata dal nazionalismo e ha permesso ai padroni di dare libero sfogo ai propri istinti sessuali nei confronti degli schiavi.

E’ questo l’odio per gli infermi. Al tempo stesso la compassione e la pietà sarebbero state lette come segno di debolezza.

E’ stato affermato che il terrificante livello di sadismo delle SS e Kapò era incomprensibile, quando invece era la massima espressione del loro piacere sessuale.

Insieme a quelle sessuali, le implicazioni religiose hanno svolto un ruolo fondamentale. Hitler è visto come il Messia che salverà il popolo tedesco dalla catastrofe politica ed economica post Weimar.

Basti ricordare i richiami alla trinità cattolica quando alle adunanze gridavano “Ein Volk, ein Reich, ein Führer”.

Il Volk, in questa visione, è il popolo nella sua essenza razziale e culturale più pura, legato indissolubilmente al passato mitologico dei popoli ario-germanici.

Se poi ci si aggiunge che la figura di Hitler era oggetto di culto e che il termine Reich non vuol dire solo impero, ma anche regno, il quadro è completo.

Hitler era il dio-re dei germani a capo di un Reich millenario, che non va inteso nella durata di mille anni, ma che sarebbe durato millenni, per cui eterno, immortale.

Al tempo stesso, Himmler era assunto al ruolo di figlio di dio e così veniva visto anche dai suoi uomini.

Uomini che giuravano fedeltà a Hitler, non alla Germania.

E poiché sulla cintura avevano scritto “Got mit uns” (Dio è con noi), per loro Dio era il Führer.

In molti si sono chiesti come fu possibile che un uomo come Hitler, insieme a quattro perdigiorno, sia riuscito a conquistare il potere. E dire che si vantavano di essere un popolo di poeti e pensatori.

La culla del nazismo fu l’Alta Baviera. Un concentrato di indolenza, gretto provincialismo e xenofobia. Il terreno più adatto per far prosperare idee retrive.

In ogni caso, milioni di persone anelavano a un futuro migliore e nessuno come Hitler sapeva prometterglielo.

Il potere monarchico-conservatore si illuse di sfruttarlo. Ma fondamentalmente è che Hitler, con un’abile opera di mistificazione culturale e una liturgia fatta di politica ed estetica, movimenti di massa, cerimonie, reliquie e simboli, spettacoli, fece arrivare alla gente il messaggio che il nazionalsocialismo era una religione e lui una divinità.

I nazisti fecero collocare degli altari nelle fabbriche in stanze simili a cappelle. Ma sugli altari stavano i simboli del partito.

Le fede religiosa prevede dei dogmi che non possono essere discussi.

Ecco perché gli ufficiali delle SS nascosero le loro colpe dietro la formula “gli ordini sono ordini”. Per loro quegli ordini erano sacri, indiscutibili. Se le parole di Hitler erano vangelo, gli ordini erano un comandamento.

Eischmann disse che non avrebbe esitato a mandare suo padre nella camera a gas.

A chi dubitava, veniva rammentato che erano ordini della loro guida suprema, cosa da cui dovevano trarre conforto.

Nelle scuole delle SS si esaltavano i giapponesi che vedevano nell’Imperatore un dio.

I tedeschi, come negli antichi culti pagani, praticavano sacrifici umani all’altare del nazismo. Solo di ebrei ne furono sacrificati sei milioni.

(Dal libro di Paolo Grugni – Darkland)

UN LIBRO MOLTO, MOLTO GRADEVOLE COME UNA BIBITA FRESCA D’ESTATE

UN LIBRO MOLTO, MOLTO GRADEVOLE COME UNA BIBITA FRESCA D’ESTATE

Ho comprato un libro.

Per la verità ne acquisto molti, perché amo tantissimo leggere. Ma è cosa normale nella mia vita.

Questa volta mi è capitato di comprare e leggere un libro di un autore italiano dal nome quasi impossibile: Francesco Muzzopappa.

Molti già lo conosceranno, ma per me è la prima volta che ho acquistato libri di questo autore.

Sono rimasta sorpresa per la freschezza di come è scritto.

Si legge in un pomeriggio, è vero, ma non si staccano gli occhi dal testo. Si simpatizza tanto col protagonista dal volerne quasi prendere il posto.

Il libro è “Dente per dente”. L’Editore è Meraviglie (Fazi editore).

Una breve idea del contenuto:

Roma ha la GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna), Bologna il MAMBO (Museo d’Arte Moderna BOlogna) e a Napoli c’è il MADRE (Museo d’Arte contemporanea DonnaREgina), a Varese hanno pensato bene di inaugurare il MU.CO (Museo d’arte COntemporanea).

Alla disperazione più nera,  segue la vendetta. Leonardo decide di rifarsi sul tradimento della sua innamorata. E lo fa con un’ironia corrosiva e una storia scandita da scene esilaranti.  Si tratta di un’inusuale commedia nera, con protagonista un tenero quanto agguerrito ragazzo innamorato.

 

ANCHE SE LA FINESTRA…… (Alda Merini)

“Anche se la finestra è la stessa,

non tutti quelli che vi si affacciano

vedono le stesse cose:

la veduta dipende dallo sguardo”

A.Merini

SCELTE

Nuova auroraSCELTE

Scelgo di vivere per scelta, e non per caso.
Scelgo di fare dei cambiamenti, anziché avere delle scuse.
Scelgo di essere motivato, non manipolato.
Scelgo di essere utile, non usato.
Scelgo l’autostima, non l’autocommiserazione.
Scelgo di eccellere, non di competere.
Scelgo di ascoltare la voce interiore, e non l’opinione casuale della gente.

(Eileen Caddy, dal libro: Dieci passi per aprirsi all’amore).

OTEL BRUNI

OTEL BRUNI

Cito una frase per riproporre la grandezza di uno dei personaggi che maggiormente prende: “Certo che ti conosco, sei uno che si guadagna da vivere lavorando, sei stato perseguitato perché ti sei comportato da uomo libero, sei stato ferito in una guerra che non hai voluto ma che hai combattuto da uomo, con coraggio, e ti chiami Raffaele. Non mi serve sapere altro di te.” Poche e chiare parole per presentare le credenziali essenziali con cui giudicare un uomo.

Questo libro che lo scrittore modenese Valerio Massimo Manfredi, ha pubblicato nel 2011, è diverso dai tanti che ha scritto, molti dei quali imperniati sulla storia romana, su quella greca e sulle civiltà scomparse.

È una narrazione, quella raccontata nel libro “Otel Bruni”, che l’autore colloca nel tempo tra le due guerre mondiali (1914 e 1945), e nello spazio nelle campagne emiliane, nei pressi di Modena, tra Modena e Bologna. I paesi sono chiamati col loro nome per cui il lettore che abita o ha abitato da quelle parti, o molto vicino, come me, conosce bene quella terra, quelle campagne e quei fondi lavorati a mezzadria.

Bello, bello ed emozionante. 35 anni di storia italiana del ‘900 dalla prima alla seconda guerra mondiale, visti attraverso gli occhi di una famiglia che conosce gli orrori e la miseria delle due guerre, l’odio fratricida della guerra civile.

I protagonisti sono i componenti della famiglia Bruni, una famiglia numerosa di contadini, che con fatica lavora i campi perché diano i loro frutti per il notaio bolognese che ne è il proprietario.

Come quasi tutte le case coloniche della zona, sono composte da una casa abitativa, una cascina ed una stalla. La stalla dei Bruni, è piuttosto grande (dieci paia di buoi e un toro) che funziona anche  da albergo per i pellegrini,  ed è un posto caldo dove trascorrere le lunghe veglie invernali e ascoltare meravigliose storie.

Sorprendente e bellissimo è stato trovare alcune espressioni popolari, che anche a me sono molto famigliari e che richiamano una vita semplice e modesta di un tempo.

Espressioni che mi hanno commosso, perché derivanti dal modo di parlare di quei posti e che ancora si possono sentire pronunciare dalle persone più anziane. Ecco alcuni esempi tra i tanti:

“Tener da conto”, quando ci si tiene ad una cosa cara, fosse pure un calessino.

“Mettere a letto il prete con la suora” per scaldare le lenzuola d’inverno.

“Vivere in capo ad un mese”, quando qualcuno non aveva una grande aspettativa di vita.

“Tirar di lungo” quando non ci si fermava davanti ad una casa, o a un’osteria, o a una chiesa, ecc.

“Dormire sul paglione”, un materasso fatto con la paglia o le foglie di granoturco.

“Dovete stare a sapere”, quando si comincia una storia.

Quanto il fidanzato si presentava ai genitori della ragazza: “Entrava in casa”.

“Fare gabanella”, il riposo pomeridiano estivo.

“Il Landini da cinquanta cavalli”, il primo mitico trattore che finalmente veniva comprato per sostituire i buoi nei lavori dei campi.

Ma lo scrittore, nel suo racconto, mette in evidenza anche un dato importante: la mancanza di cultura che non porta mai al progresso e al miglioramento delle condizioni di vita e al riscatto dalla sudditanza padronale.

In due casi la famiglia Bruni poteva riscattarsi e cambiare vita.

Una prima vola, quando “la Clerice”, reggitrice della casa e madre di tanti figli, riceve una lettera da un notaio di Genova in cui si legge che “aveva ereditato”, ma non si specifica cosa abbia ereditato. La famiglia riunita per l’occasione, rifiuta, non vuole che la mamma vada a Genova, perché comporterebbe spese, imprevisti, difficoltà di viaggio, come prendere il treno. L’unico che vorrebbe invece che si ereditasse è il figlio Raffaele, detto “Floti”, ma è in minoranza ed è anche l’unico che sappia leggere correttamente. Occasione persa, perché dopo un anno si viene a sapere che il tutto era stato incamerato dall’Erario.

Una seconda occasione di riscatto si presenta alla famiglia Bruni, con la morte del vecchio notaio. I figli non vogliono saperne di coltivare terre e sono disposti a vendere ai Bruni il loro fondo, ad un prezzo favorevole. Comunque i soldi chiesti sono sempre molti, e i figli preferiscono rimanere come sono, piuttosto che fare debiti. Prevale anche questa volta la paura dell’ignoto e non tengono conto che, mentre portavano al vecchio notaio 20 carri carichi di sacchi di grano, questi venti carri avrebbero potuto essere tutti per loro e sarebbero stati sufficienti a pagare il debito, anno dopo anno.

Un ministro di un tempo, non troppo lontano, aveva detto che “con la cultura non si mangia”, ebbene, è proprio tutto il contrario. È la mancanza di cultura a consentire che la vita delle persone, continui ad essere grama, difficile e non possa migliorare per riscattarsi da una umiliante sudditanza.

FIORITA DI MARZO (Alda Merini)

FIORITA DI MARZO

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.

   Troppo rapido il passo con cui tocchi
il suolo, e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.
Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,
essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;
e se ne va così la tua bellezza,
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza…

(Alda Merini)

IL CASO ILDEGARDA

ildegardaIL CASO ILDEGARDA

Un buon libro. Una storia. Un giallo. Un affresco medioevale. Un’atmosfera misteriosa. Un monastero del 1100. Una badessa dalle molte capacità. Niente bigottismi, ma una grande sapienza narrativa. La figura di una donna forte e libera. Emozioni e fragilità. Lotta coi papi del tempo e avidi abati.

Tutto questo è il libro scritto da Edgar Noske “Il caso Ildegarda” (Ed: emons). Distribuito in Italia dal 2016.

La curiosità mi ha spinta ad acquistare questo libro, dopo aver ascoltato Michela Murgia, farne, in Tv, il commento.

E non sono rimasta delusa. Anzi.

Giugno 1177, il monaco Wibert von Gembloux, giovane e appassionato teologo, riesce finalmente a raggiungere il monastero di Rupertsberg, nei pressi del Reno. Il suo più grande desiderio è servire la badessa Ildegarda come segretario e poter così tramandare ai posteri le sue visioni mistiche e i segreti delle sue molte arti. Quando però una forte pioggia dissotterra uno scheletro nei pressi dell’abbazia, la ricerca della verità farà emergere torbidi intrighi del passato, rievocando la dura battaglia di una donna fuori da ogni schema contro l’invidia degli uomini del suo tempo.

Buona lettura.

I TRE ANELLI

cera-una-voltaI TRE ANELLI

C’era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell’altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po’ difficile a trovarsi.

Un giorno questo povero padre pensò d’andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:

– Sorte, o Sorte!

Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:

– Perché mi hai tu chiamata?
– Ti ho chiamata per le mie figliuole.
– Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani.

Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:

– La vostra fortuna è trovata!

E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:

– La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!

Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:

– Sorte, o Sorte!

Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:

– Perché m’hai tu chiamata?
– Ecco la mia figliuola maggiore.

La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d’oro, uno d’argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:

– Scegli, e Dio t’aiuti!
– Questo qui.

Naturalmente prese l’anello d’oro.

– Maestà, vi saluto!

La vecchia le fece un inchino e sparì.

Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due:

– Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!

Il giorno dopo andò col padre l’altra figlia.

Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d’argento ed uno di ferro:

– Scegli, e Dio t’aiuti!
– Questo qui.

E, s’intende, prese quello d’argento.

– Principessa vi saluto!

La vecchia le fece un inchino e sparì.

Tornata a casa, quella disse alla maggiore:

– Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!

E tutt’e due si diedero a canzonare la sorella minore:

– Che volete? Chi tardi arriva male alloggia. Dovea venire al mondo prima.

Lei zitta.

Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore.

Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d’oro, uno d’argento e uno di ferro:

– Scegli, e Dio t’aiuti!
– Questo qui.

Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.

La vecchia non le disse nulla, e sparì.

Per la strada il sarto continuò a brontolare:

– Perché non quello d’oro?
– Il Signore m’ispirò così.

Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.

– Facci vedere! Facci vedere!

Come videro l’anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d’oro e uno d’argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono.

E lei, zitta.

Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle. Rimase ammaliato dalla maggiore:

– Siate Regina del Portogallo!

La sposò con grandi feste e la menò via.

Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.

– Siate Principessa!

La sposò con grandi feste e la menò via.

Restava l’ultima. Non la chiedeva nessuno.

Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:

– Volete darmi questa figliuola?

Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:

– Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l’abbiamo.

Stava per passare un altr’anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte:

– Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.

E all’anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:

– Volete darmi quella figliuola?
– Prendila – rispose il sarto. – Non si merita altro!

Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via.

Allora il sarto disse:

– Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina.

La trovò che piangeva.

– Che cos’hai, figliuola mia?
– Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio.
– Ma l’anello della buona fortuna non giova a nulla?
– Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: “Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te!”. Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa.

Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.

– Che cos’hai, figliuola mia?
– Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni.
– E l’anello della buona fortuna non giova a nulla?
– Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: “Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te!”. Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!

Quel povero padre che potea farci? E partì.

Per via gli nacque il pensiero d’andar a vedere l’altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane.

Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse.

– È il palazzo del re Sole.

Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:

– Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare.

Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.

– Vi sentite male, poverino? – gli disse la Regina.
– Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!

Lei, che l’aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:

– Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito.

Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:

– Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l’altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l’acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!

Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d’invidia e di dispetto:

– Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell’acqua!

La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C’era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa!

Il Re, visto quell’atto di superbia e il bambino schiacciato:

– Olà! – gridò – levatemela d’innanzi; mozzatele il capo!

E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.

L’altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n’avea versata tutta l’acqua.

Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L’acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.

– Ah, scellerata! – urlò il Principe. – Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!

E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.

Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie.

– Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare.

La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:

– Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?
– Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano.
– Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!
– Vedremo! – rispose re Sole.

Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov’era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:

– Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se dal buio volessi uscire,
Del mal fatto ti déi pentire.

– Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Dio gli dia male e malanno!
Vo’ la nuova avanti l’anno!
– Resta lì, donnaccia infame!

E il re Sole continuò il suo viaggio. Arrivato dov’era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:

– Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita,
Del mal fatto sii pentita!

– Rispondo a mia sorella:
Sto bene sotto terra.
Male occulto o mal palese,
Vo’ la nuova avanti un mese!
Resta lì, donnaccia infame!

Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.

Stretta è la foglia, larga è la via.
Dite la vostra, ché ho detto la mia.

(Luigi Capuana)