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NON MI PIACCIONO I FRANCESI

NON MI PIACCIONO I FRANCESI

(Post per chi ha pazienza)

Non mi piacciono i francesi, almeno i loro capi e ho voglia di parlarne male.

Quando ero piccola girava fra noi ragazzi, una canzoncina sulla nostra Bandiera.

Diceva:

“Bianco, rosso e verde color delle tre merde”, cantavano i francesi.

“Bianco, rosso e blu, le tre merde le mangi tu”, rispondevano gli italiani.

Pare che non ci siamo mai amati molto. Neanche da piccoli.

Il primo dei caporioni che mi viene in mente è il “tristissimo e dannosissimo” Jean-Claude Trichet, nato a Lione il 20 dicembre 1942 è un banchiere ed economista francese che è stato presidente della Banca centrale europea dal 1° novembre 2003 al 16 maggio 2011, quando finalmente è stato eletto Mario Draghi. È stato la rovina dell’Italia, della Grecia e, in parte della Spagna. In bocca aveva solo la parola “austerità”, ma non per la Francia.

Poi De Gaulle che con la sua grandeur, ancora viscerale nei francesi, ha rotto i coglioni per tutto il suo tempo e a tutto il mondo. E quando scorro la storia della seconda guerra mondiale, mi balza agli occhi il fatto che questo generale, è sempre stato molto lontano dai veri campi di battaglia. All’inizio della guerra scappa in Inghilterra, e da lì lancia appelli, via radio, alla resistenza francese, ma sul campo di battaglia si è servito dei poveracci che facevano parte del suo impero coloniale nord africano. Torna a Parigi solo quando dei tedeschi non c’è più nemmeno l’ombra.

E adesso Macron, il miracolato Macron che fa di tutto per escluderci. Ci esclude in Libia, ci esclude dal Fincantieri, in sostanza vuole prendersi le nostre risorse, il petrolio libico e la costruzione di grandi navi, quelle che solo gli italiani sanno fare. E se avete notato, in Europa, non parla mai con noi. Ed è di questi giorni la notizia che Macron con la Merkel hanno appena sottoscritto un patto di collaborazione. E Macron è venuto in Italia per estendere questo accordo a Gentiloni. Sostanzialmente ci servono un piatto già preparato. Un prendere o lasciare, non è così che si collabora. Infatti sentite cos’ha detto: ha detto chiaro e tondo che l’intesa tra Francia e Germania era e resta «strutturale» e che ogni ipotesi alternativa è «semplicemente una perdita di tempo».

Quando un sentimento sta nel nostro corpo non si può dimenticare. Ogni tanto ribolle.

Ma ci corre l’obbligo di passare ad una storia vecchia di 70 anni, che ha portato tante ferite. Si tratta del generale Alphonse Juin francese, che ordinò alle truppe coloniali francesi (Cef), di stuprare le donne italiane, per far pagare loro tutti i tradimenti possibili, ma solo immaginati. Compreso il fatto, forse ma non tanto, che abbiamo avuto il coraggio di cacciare Napoleone.  E’ un articolo della “Stampa” cultura, sulle Marocchinate, scritto il 16 marzo 2017. E’ da leggere, anche se lungo, per capire.

Ed ecco le “Marocchinate”:

 La verità nascosta delle “marocchinate”, saccheggi e stupri delle truppe francesi in mezza Italia.
L’pisodio del remake porno del film di De Sica diventa l’occasione per parlare dopo 70 anni, documenti alla mano, dei diretti responsabili: tra cui lo stesso Charles De Gaulle
 Goumiers marocchini
Pubblicato il 16/03/2017
andrea cionci
 Il fatto che un regista italiano di film porno abbia potuto girare una pellicola hard su una delle pagine più mostruose vissute dalla nostra popolazione civile durante la Seconda guerra mondiale, offre la caratura di quanto questi misfatti siano stati rimossi dalla coscienza morale collettiva. L’episodio del remake porno de La Ciociara di Vittorio De Sica, che ha suscitato un’interrogazione parlamentare e una lettera pubblica al premier Gentiloni, offre piuttosto l’occasione di raccontare, documenti alla mano, tutta la verità relegata per oltre settant’anni nei sotterranei della storia, indicando i numeri reali, i colpevoli e i personaggi di primissimo piano – tra cui lo stesso Charles De Gaulle – che ne furono i diretti responsabili.

Il film “La ciociara”

Marocchinate”: con questo termine si sono tramandati gli stupri di gruppo, le uccisioni, i saccheggi e le violenze di ogni genere perpetrate dalle truppe coloniali francesi (Cef), aggregate agli Alleati, ai danni della popolazione italiana, dei prigionieri di guerra e perfino di alcuni partigiani comunisti. La storiografia tradizionale, le poche volte che ne ha trattato, ha circoscritto questi orrori a qualche centinaio di episodi verificatisi nell’arco di un paio giorni nella zona del frusinate. Le proporzioni, tra numeri e gravità dei fatti, furono di gran lunga superiori. E a breve – lo annunciamo in esclusiva – sarà aperto un procedimento penale internazionale, ai danni della Francia, per iniziativa di un avvocato romano.

 

 Soldati nordafricani del Cef

1 Cos’era il CEF

Nel 1942, gli americani sbarcano ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa, fino ad allora agli ordini della repubblica filonazista di Vichy, si arrendono senza sparare un colpo. Il generale Charles De Gaulle, fuggito dalla Francia occupata dai tedeschi e capo del governo francese in esilio “Francia libera”, allora, attinge a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni. Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di goumiers (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate (mitra Thompson cal. 45 mm e mitragliatrice Browning 12.7 mm) ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin, nato in Algeria che, da collaborazionista dei nazisti, era passato alle dipendenze di De Gaulle.

2 Primi impieghi, prime violenze

Gli stupri delle truppe marocchine cominciano già nel luglio ’43, con lo sbarco alleato in Sicilia. Gli 832 magrebini del 4° tabor aggregato agli americani che sbarcano a Licata, compiono saccheggi e violentano donne e bambini presso il paese di Capizzi, vicino Troina. Come riporta lo storico Michelangelo Ingrassia, i siciliani reagirono uccidendone alcuni con doppiette e forconi.

 Il 16 maggio 1944, a Polleca, De Gaulle, con il generale Juin, quarto da sinistra. In secondo piano, in borghese, il Ministro della Guerra

3 I marocchini aggirano Cassino risalendo i monti

Come noto, gli Alleati, risalendo l’Italia senza troppe difficoltà, si impantanarono a Cassino, sulla Linea Gustav, dove i tedeschi opponevano una tenacissima resistenza. Fu il generale Juin, sin dall’inizio, a proporre ai colleghi statunitensi Clark e Alexander l’aggiramento del caposaldo nemico. Dopo tre battaglie sanguinosissime e prive di risultato gli Alleati avallarono la proposta di Juin il quale aveva scoperto che il monte Petrella, a est di Cassino, era stato lasciato parzialmente sguarnito dai tedeschi. In quelle zone, solo le sue truppe marocchine di montagna avrebbero potuto farcela. Infatti, con l’operazione “Diadem” (l’ultimo assalto collettivo degli Alleati) i goumiers riuscirono a sfondare la Linea Gustav e, attraversando l’altipiano di Polleca, si lanciarono verso Pontecorvo.

Kesselring, comandante tedesco in Italia, per tamponare lo falla, inviò i suoi Panzegrenadieren insieme a reparti italiani della Rsi, (Gnr di Frosinone) i quali, dopo accaniti combattimenti, dovettero soccombere. E’ accertato che gli ultimi soldati tedeschi rimasti a Esperia si suicidarono gettandosi da un burrone per non finire decapitati come altri loro commilitoni catturati. Questo avveniva mentre i marocchini cominciavano a violentare moltitudini di donne, uomini e bambini sull’altopiano di Polleca.

 

 Il generale Alphonse Juin

4 La popolazione non comprende il pericolo

Sebbene siano conosciuti i manifesti della propaganda fascista (alcuni disegnati da Gino Boccasile) che mettevano generalmente in guardia la popolazione dalle truppe di colore alleate, il partigiano e storico ciociaro Bruno D’Epiro racconta che già prima della battaglia di Esperia un ricognitore tedesco aveva lanciato sui monti Aurunci volantini che incitavano la popolazione a fuggire dalle prevedibili violenze delle truppe nordafricane. Molti bambini furono evacuati dalla Guardia Nazionale Repubblicana e inviati nelle colonie di Rimini, ma la maggior parte della popolazione ciociara, stanca della guerra, si limitò ad aspettare, con rassegnato distacco, il passaggio dei liberatori. Scriveva Renzo De Felice che “l’8 settembre aveva fatto perdere agli italiani qualsiasi volontà di partecipare attivamente alle vicende belliche”. Alberto Moravia, all’epoca sfollato nel frusinate, ne “La Ciociara”, descrive bene questo sentimento di rassegnata apatia facendo dire alla protagonista: ”Per noi bisogna che qualcuno vinca sul serio, così la guerra finisce”.

5 Comincia l’inferno

Alla ritirata dei nazifascisti, vari paesi della Ciociaria vennero occupati dai franco-coloniali del Cef. Questo fu l’inizio di un assurdo calvario. Ad Ausonia decine di donne furono violentate e uccise, e lo stesso capitò agli uomini che tentavano di difenderle. Dai verbali dell’Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra risulta che anche “due bambini di sei e nove anni subirono violenza”. A S. Andrea, i marocchini stuprarono 30 donne e due uomini; a Vallemaio due sorelle dovettero soddisfare un plotone di 200 goumiers; 300 di questi invece, abusarono di una sessantenne. A Esperia furono 700 le donne violate su una popolazione di 2.500 abitanti. Anche il parroco, don Alberto Terrilli, nel tentativo di difendere due ragazze, venne legato a un albero e stuprato per una notte intera. Morirà due anni dopo per le lacerazioni interne riportate. A Pico, una ragazza venne crocifissa con la sorella. Dopo la violenza di gruppo, verrà ammazzata. A Polleca si erano rifugiati circa diecimila sfollati, per lo più donne, vecchi e bambini in un campo provvisorio. Qui si toccò l’apice della bestialità. Luciano Garibaldi scrive che dai reparti marocchini del gen. Guillaume furono stuprate bambine e anziane; gli uomini che reagirono furono sodomizzati, uccisi a raffiche di mitra, evirati o impalati vivi. Una testimonianza, da un verbale dell’epoca, descrive la loro modalità tipica: “I soldati marocchini che avevano bussato alla porta e che non venne aperta, abbattuta la porta stessa, colpivano la Rocca con il calcio del moschetto alla testa facendola cadere a terra priva di sensi, quindi veniva trasportata di peso a circa 30 metri dalla casa e violentata mentre il padre, da altri militari, veniva trascinato, malmenato e legato a un albero. Gli astanti terrorizzati non potettero arrecare nessun aiuto alla ragazza e al genitore in quanto un soldato rimase di guardia con il moschetto puntato sugli stessi”. Riportiamo solo alcune di queste atrocità per fornire un’idea di massima.

 Civili in Ciociaria

6 Malattie veneree, orfani e suicidi

I comuni coinvolti nel Lazio furono anche Pontecorvo, Campodimele, S. Oliva, Castro dei Volsci, Frosinone, Grottaferrata, Giuliano di Roma e Sabaudia. Migliaia furono le donne contagiate da sifilide, blenorragia e altre malattie veneree, e spesso contagiarono i loro legittimi mariti. Così come migliaia furono quelle ingravidate: il solo orfanotrofio di Veroli, accoglieva, dopo la guerra, circa 400 bambini nati da quelle unioni forzose. Molte delle donne “marocchinate” furono poi scansate dalla comunità, a causa dei pregiudizi di allora, ripudiate dalle famiglie e, a centinaia, finirono suicide o relegate ai margini della società. Una scia di sofferenze fisiche e psicologiche, quindi, che si trascinò per decenni.

7 Colpevoli anche i soldati francesi bianchi

Non solo truppe di colore. Da documenti dell’Archivio Centrale dello Stato, risulta che anche i francesi bianchi parteciparono alle violenze: a Pico furono, infatti, violentate 51 donne (di cui nove minorenni) da 181 franco-africani e da 45 francesi bianchi. Dato questo episodio e considerando che francesi europei costituivano il 40% di tutto il Cef, risulta limitativo addossare la responsabilità delle violenze ai soli goumiers marocchini. Anche gli americani sapevano di questi fatti: solo in un paio di casi tentarono debolmente di frenare i goumiers. Scrive Eric Morris in “La guerra inutile” che, ancora vicino a Pico, gli uomini di un battaglione del 351° fanteria americana provarono a fermare gli stupri, ma il loro comandante di compagnia intervenne e dichiarò che “erano lì per combattere i tedeschi, non i goumiers”.

8 I comandanti non intervengono, fino in Toscana

Massimo Lucioli, co-autore, insieme a Davide Sabatini, del primo completo studio sulle marocchinate “La ciociara e le altre” (1998), spiega: “Dato il coinvolgimento dei bianchi, non presenti nei reparti goumier, si può affermare che i violentatori si annidavano in tutte e quattro le divisioni del Cef. Forse anche per questo, gli ufficiali francesi non risposero ad alcuna sollecitazione da parte delle vittime e assistettero impassibili all’operato dei loro uomini. Come riportano le testimonianze, quando i civili si presentavano a denunciare le violenze, gli ufficiali si stringevano nelle spalle e li liquidavano con un sorrisetto”. Questo atteggiamento perdurò fino all’arrivo in Toscana del Cef. Qui ricominciarono le violenze a Siena, ad Abbadia S. Salvatore, Radicofani, Murlo, Strove, Poggibonsi, Elsa, S. Quirico d’Orcia, Colle Val d’Elsa. Perfino membri della Resistenza dovettero subire gli abusi. Come testimonia il partigiano rosso Enzo Nizza: ”Ad Abbadia contammo ben sessanta vittime di truci violenze, avvenute sotto gli occhi dei loro familiari. Una delle vittime fu la compagna Lidia, la nostra staffetta. Anche il compagno Paolo, avvicinato con una scusa, fu poi violentato da sette marocchini. I comandi francesi, alle nostre proteste, risposero che era tradizione delle loro truppe coloniali ricevere un simile premio dopo una difficile battaglia”.

9 50 ore? Il proclama di Juin

Infatti, un comunicato attribuito al generale Juin ai suoi uomini, recita: ““Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto è promesso e mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. L’autenticità di questo proclama è stata spesso messa in dubbio, ma Juin, come si legge nei trattati giurisprudenziali dell’epoca, poteva riferirsi legittimamente a una antica norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva il “diritto di preda bellica”, tra cui lo stupro. Tant’è che le vittime furono, in fretta e furia, dopo la guerra, risarcite con minimi compensi economici solo attraverso un procedimento amministrativo, invece che dopo un regolare processo penale. Gli indennizzi furono erogati prima dai francesi e poi dallo Stato italiano. Con ottime probabilità, il proclama di Juin è, quindi, da ritenersi autentico.

Secondo Lucioli, questo discorso fu poi diffuso ad arte per limitare nello spazio-tempo le violenze che, de facto, durarono ben più di 50 ore: dal luglio ’43 all’ottobre ’44 quando i franco-coloniali lasciarono l’Italia e si imbarcarono per la Provenza ancora occupata dai nazisti. Solo nell’imminenza del ritorno in Francia, alcuni dei violentatori furono puniti. Un partigiano della brigata rossa “Spartaco Lavagnini” ricorda: “Sei marocchini vennero fucilati sul posto perché avevano violentato una donna. Il capitano (francese n.d.r.) ebbe a dirmi: “Questa gente sa combattere benissimo, però meno ne riportiamo in Francia, meglio è”. Poco prima che i marocchini toccassero il suolo provenzale, i loro comandanti, quindi, avevano deciso di riportarli severamente all’ordine tanto che non si registrarono mai violenze ai danni di donne francesi. Una volta in Germania meridionale, invece, potranno dare nuovamente sfogo ai loro istinti sulle donne tedesche, come riportano alcuni recenti studi. Segno, quindi, che le efferatezze di queste truppe avrebbero potuto essere certamente controllate e disciplinate.

 Un reparto di Goumiers marocchini

10 Le responsabilità di De Gaulle

Un fenomeno di queste dimensioni che si è protratto per dodici mesi, in mezza Italia, che ha interessato un numero elevatissimo di persone, non poteva essere sottaciuto o nascosto ai comandanti. “E’ evidente – continua Lucioli – che vi sono responsabilità a livello gerarchico-militare e politico mai indagate. Innanzitutto, i generali di divisione del CEF : Guillaume, Savez, de Monsabert, Brosset e Dody i quali, non solo non hanno impedito le violenze, ma le hanno incentivate: prima dell’attacco in Ciociaria, infatti, le truppe coloniali erano state tenute consegnate in recinti di filo spinato, lontano dai loro bordelli, evidentemente, per aumentarne l’aggressività. Ma il principale responsabile della barbarie è da ricercarsi, per un principio di responsabilità gerarchica, nel comandante in capo di Francia libera, Charles De Gaulle, che – è provato – durante il culmine delle violenze, si trovava, insieme al suo Ministro della Guerra André Diethelm, proprio a Polleca presso il casolare del barone Rosselli, eletto a quartier generale avanzato del Cef. Vi sono fotografie inoppugnabili e anche un suo discorso che tenne, in loco, in quei giorni. Le violenze accadevano, quindi, sotto ai suoi occhi”.

Va anche ricordato che, quando alcuni marocchini a Roma violarono due donne e le gettarono poi da un treno in corsa, uccidendole, l’”Osservatore romano” e “Il Popolo” aprirono una accesa polemica, denunciando chiaramente le violenze che si verificavano ovunque i marocchini si fossero accampati. A questi rispose il giornale delle truppe francesi in Italia “La Patrie”, minimizzando l’accaduto. Ancora una volta, quindi, De Gaulle non poteva non sapere. Impossibile pensare, anche, che i comandanti alleati ignorassero quegli eventi.

11 I numeri delle vittime  

Emiliano Ciotti, presidente dell’Associazione Vittime delle Marocchinate, fornisce i numeri di questo massacro: “Nella seduta notturna della Camera del 7 aprile 1952 la deputata del PCI Maria Maddalena Rossi denunció che solo nella provincia di Frosinone vi erano state 60.000 violenze da parte delle truppe del generale Juin. Dalle numerose documentazioni raccolte oggi possiamo affermare che ci furono 20.000 casi accertati di violenze, numero del tutto sottostimato; diversi referti medici dell’epoca riferirono che un terzo delle donne violentate, che si erano fatte medicare, sia per vergogna o per pudore, preferì non denunciare. Facendo una valutazione complessiva delle violenze commesse dal Cef, iniziate in Sicilia e terminate alle porte di Firenze, possiamo quindi affermare con certezza che ci fu un minimo di 60.000 donne stuprate, ognuna, quasi sempre da più uomini. I soldati magrebini, ad esempio, mediamente violentavano in gruppi da due o tre, ma abbiamo raccolto testimonianze di donne violentate anche da 100, 200 e 300 uomini. Oltre alle violenze carnali , vi furono decine di migliaia di richieste per risarcimenti a danni materiali: furti, incendi, saccheggi e distruzioni”.

 Mezzi tedeschi distrutti sulla strada di Esperia

12 La rimozione storica

Nonostante le pubblicazioni del professor Bruno D’Epiro, cittadino di Esperia che fu il primo, a livello locale, a interessarsi in maniera organica a questi misfatti, a parte qualche articolo successivo e qualche raro documentario, la storiografia nazionale ha lasciato pressoché unicamente al film di Vittorio De Sica “La Ciociara”, il difficile ruolo di trasferire al grande pubblico qualcosa sulle marocchinate. Fino agli anni ’90, poi, come scriveva al sindaco di Esperia lo storico belga Pierre Moreau, nulla del genere era mai apparso sulla letteratura storica in lingua inglese, francese e olandese. La memoria di queste aberrazioni è, tuttavia, ancora una ferita aperta nei luoghi che furono colpiti. Nel 1985, a Esperia, fu organizzata una manifestazione di riconciliazione tra tutti i reduci della guerra. Solo i francesi non furono invitati, in quanto espressamente “non graditi”. Il cimitero di guerra di Venafro, che ospita i caduti del Cef, sovente, ancor oggi, vede la propria insegna marmorea imbrattata di vernice da mani ignote.

13 Il prossimo procedimento legale ai danni della Francia

L’avvocato romano Luciano Randazzo, già noto per aver fatto riaprire casi riguardanti le Foibe e l’esecuzione di Mussolini, dichiara: “Anni fa assistetti una povera signora che, durante la guerra, era stata “marocchinata” ed ebbi modo di conoscere da vicino quei drammi: era tutta povera gente. Nel 2003, una tv francese mi intervistò, valutando se si potesse intraprendere un’azione legale verso l’Associazione d’arma dei goumiers “Koumia”. Fino ad oggi, cosa ha fatto lo Stato italiano per chiedere i giusti risarcimenti ai francesi? Nulla. Ecco perché, a breve presenterò un ricorso presso il Tribunale Militare di Roma e presso la Corte internazionale, ai danni della Francia”.

La storia delle marocchinate non è ancora chiusa.

Meno male, dico io, bisogna ricordare queste cose, come si ricordano le leggi razziali, l’olocausto, le foibe, i partigiani, le fosse ardeatine, la strage di Marzabotto e Sant’Anna di Stazzena e tutto il resto. Questa storia non va dimenticata, mai.

 

 

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DUE ANNI FA: RENZI?… FACCIAMOLO FUORI

DUE ANNI FA: RENZI?… FACCIAMOLO FUORI

1797592_557551894353061_1989607330_nLa “Grande Caccia” al premier, l’immagine è di Federico Geremicca che la stampa sulla prima pagina de “La Stampa”. Il giornalista si dice sorpreso non tanto della “caccia” fucile spianato di un partito, il Pd, al suo leader e premier. Questo, rileva Geremicca, è nella tradizione. Prodi, D’Alema, Veltroni, Letta e ora Renzi: tutti fatti fuori e fatti bersaglio dal partito, o  meglio dalla incerta e instabile federazione di “parti”, che si chiama oggi Pd e ieri Ds o Pds o peggio “Unione”.

Geremicca un po’ stupisce della caccia urgente e immediata, insomma al Pd proprio “gli scappava” di sparare, e non a salve, al suo leader e premier. Matteo Renzi è presidente del Consiglio dal 25 febbraio 2014, segretario Pd dal dicembre 2013. Neanche un mese da premier e, come scrive Geremicca, ” rullano i tamburi di guerra, la caccia a Matteo Renzi è ufficialmente aperta, le tribù del Pd si sono armate e messe in marcia”. Il tam-tam delle tribù del Pd dice di villaggio in villaggio: Renzi, facciamolo fuori.

Tante, molte tribù. Quella degli astiosi offesi nell’onore e nell’onere. Pippo Civati e soprattutto Enrico Letta che non si fanno trovare alla Camera a votare la legge elettorale, più che un dissenso politico sulla legge, sono la dichiarazione che la legge è di Renzi. E quindi, siccome è di Renzi, non la votano.

Civati l’alternativo, quello della maggioranza sognata con Sel e un po’ di M5S e Letta il moderato pragmatico, quello del governo con Letta e all’inizio anche con Berlusconi, su un punto si trovano uniti: conta meno che il paese abbia o no una legge elettorale, conta più il non mischiarsi, il non aver nulla a che fare con Renzi. Non proprio statisti, né Civati e si sapeva, né Letta e non era il caso di saperlo. Entrambi però esponenti del vasto partito che avverte e proclama: Renzi re Mida a rovescio della sinistra, dove tocca non solo sbaglia, anzi inquina.

La tribù dei bersaniani, per loro Renzi è solo e soltanto l’usurpatore.

La tribù dei lettiani che produce ultimo fiore quel Marco Meloni cui, non a caso, M5S in aula regala il suo tempo, purché parli contro Renzi e a favore delle preferenze.

Le grandi madri sante Rosy Bindi e Susanna Camusso che Renzi l’hanno mai riconosciuto come prole legittima e su cui hanno scagliato infausta profezia sulla legge elettorale, manifestano uno “schifo” non molto diverso dalla “schifezza” denunciata da M5S.

E intorno alle tribù del Pd, i sinistri-sinistri alla Fassina e Cofferati che hanno un programma economia che è quello di Tsipras, i custodi della “ditta”, gli amanti inconfessabili del proporzionale e anche del Porcellum, gli anti inciucio senza se e senza ma, le donne parlamentari violate nella loro naturale parità di seggio.

Sì, un cerchio intorno al quale c’erano le grandi e nobili e riconosciute tribù della politica italiana.

Peccato.

Peccato per tutti. Matteo Renzi è probabilmente un illuso, di certo un presuntuoso. E forse perfino un incompetente in arte e pratica di governo (l’ha detto niente meno che Lucia Annunziata, notoriamente da tempo sperimentata in ruoli di governo).

Forse Renzi è illusione, aria fritta che presto diventerà aria stantia. Qui ci vorrebbe un bel mae,  invece,  aggiungiamo un e.  E il paese suo e nostro, l’Italia, è un paese probabilmente perso. Perso per ogni ipotesi di governarlo, governarlo è praticare accanimento governativo su un corpo sociale e politico ormai ingovernabile. Quale sarà il nostro futuro economico e sociale lo decideranno cose più grosse e sistemi più governabili di quanto non sia l’Italia e le cose italiane.

Un paese che intristisce, il cui il sindacato della papessa medioevale Camusso incupisce perché forse qualcuno aumenta il salario ai lavoratori dipendenti.

Un paese dove Confindustria e sindacati, Rete Impresa e lavoratori autonomi, rete dei governi locali e senatori tutti fanno opposizione contro tutti.

Un paese il cui ceto politico fa finta di volere una legge elettorale “democratica” e in realtà vuole solo che si voti il meno possibile. Un paese in cui l’alternativa anti sistema se ne lava le mani di ogni possibile cambiamento al sistema.

Un paese così non fa fatica, non sorprende che abbia un partito politico, il maggiore, intento a dare la caccia per farlo fuori al suo leader e premier.

Pierluigi Bersani: “Ho salvato il mio cervello ma non lo do a Renzi”. Ecco, Bersani si sente un eroe di chissà quale resistenza con la minuscola, in realtà è solo un cacciatore, un battitore capo della Grande Caccia.

(Tutto questo accadeva il 03/12/2014. Cos’è cambiato nel sentire comune di questi personaggi? Nulla.)

E adesso che domenica prossima 4/12/2016 si va a votare il referendum senza quorum sulla riforma costituzionale, nata comunque anch’essa dopo milionate di emendamenti ed anni e anni di discussioni e di ping-pong tra Camera e Senato, la destra feroce, casapound, fratelli d’Italia, la lega, il centro destra deluso, quelli del Pd che non hanno un minimo di riconoscenza verso Renzi, ma solo frustrazione, la sinistra rancorosa, invidiosa, superdivisa e vendicatrice, nonché le associazioni sindacali, l’anpi, presidenti di Regione eletti con Renzi e i prolifici bugiardi parolai strafotenti grillini, si uniscono in un unico branco di lupi, contro un uomo solo Renzi, che con una determinazione, coraggio e fermezza che veramente sbalordisce, porta vanti il compito che gli fu affidato dal Presidente della Repubblica, e per il quale prese la fiducia di tutto il parlamento per riformare il paese e renderlo più affidabile, è una roba che succede solo in Italia. Governare questo paese, è veramente praticare un accanimento “terapuetico”.

 

RASSEGNAZIONE

RASSEGNAZIONE

Dice la Stampa Jena di qualche giorno fa:«Domani le regole per le primarie, segue un mese e mezzo di campagna elettorale infuocata, il 25 novembre si sceglie il candidato, seguono quattro mesi di campagna elettorale infuocata, ad aprile le elezioni, vince il centrosinistra e a maggio finalmente giura il governo Monti bis».

Forse questo è il sogno di quel giornale: il governo Monti bis. E forse “La Stampa”, sogna che anche nella destra si facciano campagne elettorali infuocate per le primarie, in  quella destra dove regna il piattume e la paura di disturbare il manovratore unico, il vecchio arcoriano. L’attesa che il vecchio color ocra, caghi la “cosa nuova”, non mette nemmeno un po’ di ansia. Basta una parola per descrivere la situazione: RASSEGNAZIONE.

INVIDIA, ODIO, MENZOGNA, CALUNNIA

INVIDIA, ODIO, MENZOGNA, CALUNNIA.

Il discorso di Berlusconi a Milano, quello cui ha fatto seguito il gesto di un folle, è  stato infarcito, continuamente e ripetuto come un mantra, da queste parole nei confronti dell’opposizione, dei giudici, della magistratura: INVIDIA; ODIO; MENZOGNA; CALUNNIA.

Ha vantato le azioni positive del suo governo: spazzatura di Napoli, Alitalia, L’Aquila, arresti mafia e dopo ogni annuncio di successo, seguiva la sequela di insulti contro tutti.

Ha vantato i successi suoi personali in politica estera, dedicandovi, a suo dire, il 70% del ” lungo” tempo che dedica al governo (Frattini è proprio stato sfrattato). Ha pacificato la Georgia, ha avvicinato gli Usa con la Russia, ha detto all’America che doveva investire 700 miliardi di dollari nelle banche ed infine che ha svolto una diplomazia commerciale tale,  per cui molti sono gli investitori che vengono in Italia. Il riferimento alla sua politica estera, si è  concluso, con le invettive contro l’opposizione, e contro la tv, colpevole di non fare informazione, semmai disinformazione.

Non è stato un discorso di partito, ma un discorso di propaganda pre-elettorale e di calunnie contro l’opposizione.

Tutto questo mi fa pensare e condividere quello che ha detto Rosy Bindi alla Stampa.

Per completezza riporto l’intervista fatta a Rosy Bindi  da Carlo Bertini giornalista de  “La Stampa”

ROSY BINDI: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese»
CARLO BERTINI
ROMA (14 dicembre 2009)
Nel “buen retiro” della sua casa di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale». Ma di fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo paese, alla fine…».

Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier?
«Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese. Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo al voto”».

Il Cavaliere dice di voler continuare a governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita?
«Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi che…”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare nessuno lo può fermare».

Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con Casini e Di Pietro?
«Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo dello Stato».

Quindi è vero, secondo lei, che in cinque minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale.
«No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».

Ma esiste o no qualche controindicazione nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”?
«E’ un primo passo che considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.

Lei dà per scontato che gli elettori di Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per Casini premier?
«Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere bisogna che qualcun altro ci copra al centro».

Ma questa esigenza non si scontra con un’alleanza con l’Udc?
«No, ci alleiamo come partito di centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”. Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto politico».