Archivi tag: intercettazioni

LA CIMICE SULL’ULIVO

LA CIMICE SULL’ULIVO

Questo articolo di Giuseppe Turani, non posso perderlo, è troppo bello. Resterà nel blog a memoria futura.

La cimice sull’ulivo

Le microspie del Noe nel giardino di papà Renzi. L’odio per Matteo da dove nasce.

di Giuseppe Turani | 19/07/2017

Ogni giorno emergono nuovi particolari sull’accanimento con il quale si è cercato in tutti i modi di incastrare Matteo Renzi nell’affare Consip. E si è andati giù pesante, senza paura del ridicolo. L’ultima rivelazione è che a un certo punto i carabinieri del Noe (suppongo su istruzioni del solito Woodcook) decidono di organizzare un’intercettazione ambientale a carico del padre Tiziano Renzi. Probabilmente incontrano qualche difficoltà nell’introdursi in casa, e così decidono di procedere dall’esterno. Piazzano ben tre cimici: una sul muretto di cinta della casa di Tiziano Renzi, una seconda sullo stipite della porta carraia e la terza (e qui siamo davvero alle comiche) su una pianta d’ulivo del giardino.

Era l’inverno 2016-2017, forse c’era maltempo, sta di fatto che è lo stesso capitano Scafarto (quello accusato di aver falsificato altre intercettazioni) a informare, desolato, la propria procura che le intercettazioni “all’aperto” non hanno funzionato, non si capisce niente, solo scariche, forse solo il dolce battere della pioggia sulle foglie dell’ulivo.

Grande scrupolo investigativo o solo uno dei tanti episodi di odio verso Matteo Renzi? A questa domanda risponderanno e indagini in corso.

Per ora, quello che si sa è che l’odio verso il segretario del Pd è molto diffuso, soprattutto a sinistra, e molto forte.

In proposito c’è una tesi dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, amico e ammiratore di Renzi, abbastanza curiosa. L’avversità nascerebbe dalla storia stessa di quella sinistra: il mondo a cui si riferiva è crollato, insieme ai suoi valori, ma i suoi protagonisti non sono mai riusciti (per pigrizia, probabilmente) a elaborare il lutto della sconfitta. Non sono mai riusciti a ammettere il fallimento della loro ideologia e quindi a cercare strade nuove. E’ assai più semplice, e consolante, attribuire la propria cattiva sorte all’ingresso in scena di uno come Matteo Renzi, che non appartiene alla loro stressa storia, un alieno. Da qui l’odio e il tentativo di rimozione per ristabilire il vecchio ordine.

Tesi (che qui ho un po’ semplificato) colta e suggestiva, ma che si sposa benissimo con la versione più prosaica e politica della stessa storia. Renzi è odiato dalla sinistra-sinistra perché ha portato via loro il giocattolo, la ditta”, il Pd, il potere.

Una volta ho fatto un piccolo calcolo, molto a spanne, ma che credo sensato. In Italia ci sono un milione e mezzo di persone che vivono di politica (deputati, presidenti regioni, assessori, sindaci, consiglieri società pubbliche, portaborse, ecc.). Poiché il Pd conta per circa il 30 per cento, si può facilmente stimare che questo “popolo” che ruota intorno alla politica appartenga almeno per un terzo al Pd. Sarebbero cioè 500-600 mila le persone che devono il loro ruolo in politica (e i loro redditi) all’esistenza del Pd. Questa, in parole povere, era la “ditta” di Bersani. Questa la “cosa” che Renzi, conquistando il Pd, ha sottratto alla sinistra-sinistra. Poi ci sarà anche la mancata elaborazione del lutto, ma all’istante c’è una perdita di potere catastrofica: per colpa, appunto, di un alieno, di un Matteo Renzi che non esce dalla loro stessa storia. E che quindi viene visto come un abusivo, un saccheggiatore, un predatore.

Il fatto che poi lo stesso Renzi abbia conquistato il suo potere attraverso congressi e primarie, cioè con metodi assolutamente democratici, è secondario ai loro occhi.

Quello che conta è che lui ha il potere, e loro non più.

Quindi va distrutto, magari anche impiantando una microspia sull’ulivo del giardino di papà, a registrare la pioggia battente.

Annunci

GRAZIE ALLE INTERCETTAZIONI

GRAZIE ALLE INTERCETTAZIONI

Grazie alle intercettazioni vengono a galla dei reati così orribili che al solo pensiero che non vengano divulgati, che vengano tenuti nascosti,  ci si sente male.

Una delle cose più orribili che sono state scoperte in questo paese, grazie alla intercettazioni, è il comportamento  di alcuni medici nelle cliniche private.

Abbiamo saputo, sempre grazie alle intercettazioni, della famosa clinica Santa Rita che sottoponeva ad operazioni inutili povera gente diventata cavia. Un paziente ne ha subite 12 in un anno e mica ad un dito, no ai polmoni. Erano inutili, dolorose per la persona, ma proficue per la clinica. Rendevano, il primario incassava soldi e la clinica aumentava i pazienti e le entrate.

Abbiamo saputo, pochi giorni fa, che la dottoressa  Maria Teresa Latteri, ( medico dirigente di una clinica privata siciliana), sospendeva i farmaci disintossicanti, (TAD) ai malati di tumore sottoposti a chemioterapia. Costava troppo e la Regione rimborsava meno!!!!!!!

Bastano questi due casi per farci venire il sangue amaro. E  sentire proclamare che “non si possono pubblicare le intercettazioni”, prima di chissà quanto tempo, vien voglia di menar le mani.

Non possiamo tacere. Il grido di tutti gli italiani dovrebbe essere così forte da far cadere tutti i palazzi dove si stanno decidendo queste leggi barbariche, contro l’interesse (e anche la salute) dei cittadini.

Le intercettazioni ci hanno rivelato uno spaccato di sanità che è osceno, inquietante e aldilà dell’immaginabile. Da questi brandelli di intercettazioni viene fuori l’orrore puro,  

Dobbiamo sapere se un medico nel compimento della sua attività si comporta da medico, secondo il giuramento di Ippocrate, perché se così non è dobbiamo evitarlo e per evitarlo dobbiamo sapere.

E lo potremo sapere solo grazie alle intercettazioni.

 

NON CI RESTA CHE IL COMMISSARIO REX

RESTA SEMPRE IL COMMISSARIO REX

A quanto pare ai magistrati non è dato utilizzare le intercettazioni telefoniche per indagare su Cosentino, il noto personaggio politico, ex sottosegretario all’Economia, coordinatore del PDL in Campania.

Un capo della camorra, un pentito della camorra,  o comunque uno con le mani in pasta da quelle parti. Adesso può comandare tranquillamente, telefonare e fare tutto quello che vuole, tanto la magistratura non può intercettare, né utilizzare le intercettazioni di cui è gà in possesso.

Questo governo ha praticamente tagliato le mani ai magistrati. Tra camorristi al governo e fuori,  il patto è di sangue. Hanno giurato sul santino.

I  magistrati, non possono far altro che ricorrere al “Commissario Rex” finché il governo non deciderà che anche i cani, in quanto annusatori di droga e di camorristi, non si possono utilizzare.

Siamo agli incubi.

“Vittoria del garantismo”, sentenzia Cicchitto. Naturale, tra mafiosi e piduisti che ci si può aspettare, se non il garantismo a vicenda?

(Si puo leggere qui la nota di agenzia).

IL POPOLO VIOLA

IL POPOLO VIOLA

Quanti siamo? Quanto contiamo? Quanto è in nostro potere cambiare le cose?

Sono tre domande che, spontaneamente, ci si fa quando ci si trova di fronte ad un governo che non ha il minimo rispetto dei cittadini e pensa solo ai propri affari.

Non è neppure fascismo nel senso storico del termine, perché gli affari sporchi che la casta governativa e la cricca degli affaristi,  stanno facendo, non sono proprio affari politici, ma affari di soldi. Di soldi la merce del demonio.

Eletti col consenso dei cittadini, si sentono legittimati a fare dei cittadini persone inconsapevoli, poveri beoti che credono di vivere in libertà e in pace.  

In effetti non abbiamo di fronte un nemico, ma un autoritarismo paterno, padronale, morbido, simile alla società dell’ottocento, dove i poveri facevano i poveri senza tante storie e i ricchi vivevano in santa beatitudine.

Mi viene in mente la società russa prima della rivoluzione, i servi della gleba, la ricchezza dei pochi  e la povertà dei molti. Un mondo in apparente tranquillità. Poi è scoppiato il finimondo.

Quanti siamo?

Non molti, sinceramente, non in numero tale da far paura e comunque sempre minacciati dall’oscuramento possibile. Camilleri sostiene che gli analfabeti in Italia sono 28 milioni, la metà della gente che va a votare, e che non sa usare ovviamente Internet, non sa neppure cosa sia. Molto altri hanno la testa solo nel calcio, altri ancora nelle trasmissioni di intontimento, altri inconsapevolmente seguono la corrente.

Quanto contiamo?

Anche qui non molto. Nonostante le manifestazioni fatte, le prolungate proteste, e nonostante che la maggior parte di noi sia giovane, nessuno ci ascolta. Nessun parlamentare (se si esclude Di Pietro) ha portato in aula la nostra protesta. La maggioranza l’ha paragonata ad una festa folcloristica, e non ha dato minimamente peso alle nostre rimostranze. Un senso di frustrazione non indifferente ci accompagna.

Quanto è in nostro potere cambiare le cose?

Sinceramente, viste le premesse, proprio poco. Alcuni giornali, come il “Fatto Quotidiano” meritoriamente ci informano che possiamo ricorrere alla stampa estera per conoscere come stanno le cose. Ci aiuteranno creando siti appositi, per offrire maggiore informazione, per tentare di togliere il bavaglio. Sono azioni lodevoli, tentativi apprezzabili, ma il risultato ci riporta all’inizio, quante sono le persone che possono accedere a queste informazioni?

Poche persone che conoscono poche informazioni riescono a combinare poco.

E su questo loro, la casta, la cricca, i mafiosi ed i malviventi, ci contano. Sanno di avere il coltello per il manico ed il via libera per il loro carnevale.

Tuttavia, consapevolmente, sappiamo che per cambiare un regime non occorrono armi o insurrezioni e allora cerchiamo di resistere, di continuare la nostra battaglia.

Sappiamo di essere migliori e di molto di questa casta che ci comanda e sappiamo che i cittadini  italiani sono migliori di chi li governa,  in ogni campo, tranne quella parte di popolazione, purtroppo manipolata dalla propaganda.

 

L’ORRIBILE REALTA’ SI DEVE NASCONDERE

L’INCONFESSABILE ED ORRIBILE  MOTIVO DELLA LEGGE BAVAGLIO

STRAGI DEL 92-93

di Viviana Vivarelli

Strage di Capaci (23-5-92) sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi km da Palermo, assassinò il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato e 3 agenti di scorta.

Strage di via d’Amelio (19-7-92), assassinò Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e la scorta di 5 persone.

Strage di via dei Georgofili a Firenze, esplode un’auto imbottita di esplosivo tra gli Uffizi e l’Arno, presso l’Accademia dei Georgofili. Persero la vita 5 persone e 48 rimasero ferite.

Bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano o strage di via Palestro, un’autobomba esplose presso il Padiglione di arte contemporanea a Milano e uccise 5 persone.

2 attentati a Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro)
un’autobomba parcheggiata nei pressi della chiesa, carica di 100 kg di esplosivo abbatté il portico, contemporaneamente vi fu un’altra esplosione a San Giovanni in Laterano. I due attentati provocarono 22 feriti.

Omicidio di Salvo Lima (92)
e di don Pino Puglisi (93).

24 persone assassinate, 70 feriti e danni ingenti a cose o persone. Senza contare la chiusura delle grandi inchieste antimafia, la scomparsa ad opera della polizia di importanti agende dei due magistrati, e l’arrivo sulla scena politica di nuovi personaggi che, o sono mafiosi, o derivano direttamente da patti con la mafia.
Nel 93, come denuncia Ciampi, l’Italia fu a rischio di un golpe militare, ma poi fu deciso di trasformarlo in una presa morbida delle istituzioni usando gli stessi strumenti democratici, modificando il sistema elettorale (riforma Calderoli), svuotando progressivamente le istituzioni, imbavagliando gradatamente i media e indebolendo gli strumenti giudiziari fino alla paralisi processuale e penale
Le stragi servivano a destabilizzare il paese, creare un clima di tensione e preparare la strada all’Unto del Signore o Uomo della provvidenza, che arrivò l’anno dopo, sostenuto dai voti e dai capitali della mafia.
Una lettura delle stragi è che con tali delitti la mafia ricattava le forze di Governo per abolire il carcere duro ai mafiosi, annullare la legge sui pentiti e il congelamento dei patrimoni.
La 2a lettura vede un organismo terzo rispetto ai politici e alla mafia (la P2) che ordina le stragi all’interno di un piano golpista dello Stato e usa B come portavoce ed esecutore, sfruttando le sue abilità ipnotiche e illusioniste e si avvale sia dell’esercito che dei servizi che delle banche
Il piano con le attuali leggi elettorali e bavaglio si sta completando.
Ma qualcosa sembra non funzionare tra i contraenti .
Di qui le rivelazioni attuali di ben 20 pentiti, che svelano il piano tra B e Riina, il papello, e persino il super premiato procuratore Grasso che tira fuori dai cassetti quei documenti scottanti che gli valsero una bella carriera.
Se cercate le prime letture delle stragi, trovate la vendetta dei corleonesi contro lo Stato, ma se seguite i pentiti esce una realtà in cui emergono trattative tra la mafia, B e Dell’Utri, con in mezzo P2 e servizi segreti. Dunque pezzi di Stato (quelli che Ciampi chiama antistato) si avvalgono del braccio armato della mafia per realizzare un piano eversivo contro la democrazia.
Borsellino e Falcone sono stati uccisi perché avevano scoperto questo patto e l’agenda rossa è sparita per questo, sottratta dalla stessa polizia .
E’ chiaro perché B intende oscurare tutto e vietare le intercettazioni. Quello che sta emergendo è che egli fa parte di un colossale disegno contro lo Stato italiano gravido di sangue e morte.
Non dovete vedere in lui l’abile venditore di fumo, l’imprenditore che riesce a creare un impero finanziario, il raccontatore di barzellette stantie o il bordellista di escort o minori, ma chi fa parte di un piano criminale contro lo Stato, che costò la vita a 28 persone e portò la criminalità organizzata direttamente dentro le istituzioni dello Stato, trasformando ogni bene, valore e diritto in merce da depredare.
Malgrado la gravità di quanto emerge, i tg ne parlano in modo confuso, la maggioranza degli italiani non sa niente. Micciché fa l’offeso e sfida Ciampi, solo Repubblica martella sul golpe, il Pd è flebile, Quagliarello butta tutto sul ridicolo ignorando che i riscontri ci sono e gravi.
Ma i sospetti su quanto accaduto investono ormai la persona del Presidente del Consiglio in modo pesantissimo. E in nessun paese del mondo qualcosa di così tanto grave potrebbe essere sostenuto col supporto di nuove leggi bavaglio.

(Tratto da Masadaweb)

QUEI 118 MORTI A LINATE NON AVREBBERO AVUTO GIUSTIZIA

QUEI 118 MORTI A LINATE NON AVREBBERO AVUTO GIUSTIZIA

“La giusta tutela della privacy non c’entra nulla con la volontà di sottrarre ai magistrati uno strumento di indagine, mettendo la sordina su gravi fatti criminali e il bavaglio alla stampa” Anna Finocchiaro PD

Gli ascolti costrinsero i vertici Enav alle dimissioni

L’8 ottobre 2001 un Cessna andò contro un Md in fase di decollo a Linate. 118 morti. Condanne definitive possibili solo grazie alle intercettazioni

Di Claudia Fusani

Intrighi.  Giochi di potere. Sponsorizzazioni politiche di questo o di quel partito. Assunzioni e favori. La torta degli appalti e l’ombra delle tangenti. Parlavano di questo al telefono i vertici dell’Enav, l’ente pubblico che si occupa di sicurezza nei cieli, mentre ancora si piangevano le 118 vittime del disastro aereo di Linate. I morti colpa del degrado e dell’incuria? Del radar disattivato e della segnaletica inadeguata? E chissenegrefa. Il problema “non è quello che è avvenuto a Milano ma dove può arrivare l’inchiesta della magistratura, quello che può scoprire”, dicevano al telefono due dirigenti Enav  il 6 dicembre 2001, due mesi dopo il disastro. L’inchiesta scoprì il marcio e la corruttela che c’era dentro l’Enav e la pubblicazione delle intercettazioni costrinse alle dimissioni i vertici dell’ente nazionale.

La mattina dell’8 ottobre 2001, un mese dopo l’attentato qaedista alle torri gemelle di Manhattan, ci fu una grande esplosione lungo la pista di decollo dell’aeroporto di Linate. Non c’entra il terrorismo. Era accaduto che un Md della Sas si era andato a schiantare contro un piccolo Cessna che aveva sbagliato strada causa nebbia e causa una lunga serie di disservizi. Centodiciotto morti, il più grande disastro dell’aviazione civile  a terra dal dopoguerra in poi.

Le indagini puntarono subito sui vertici Sea, la società che gestisce gli scali milanesi; sull’assenza di radar; sulla mancanza di segnaletica corretta a terra; la torre di controllo, i pompieri in ritardo. Su tutto il campionario ordinario di responsabilità quando ci sono incidenti sulle piste di rullaggio. L’intuizione della procura di Milano, il pm Celestina Gravina, fu di non fermarsi all’errore umano provocato da una seria di concause  ma di puntare più in alto. L’ipotesi fu che le mancanze tecniche nello scalo avessero responsabilità anche politiche, che non fosse colpa solo e soltanto dei soliti pesci piccoli. Così il pm chiese ed ottenne di tenere sotto controllo, per quasi un anno, i telefoni del vertici Enac e Enav.

Oggi, con la nuova legge, non sarebbe possibile. Quella felice intuizione investigativa invece scoprì tutto il marcio dentro gli enti nazionali dell’aviazione civile. Che i disservizi e le mancanze tecniche erano figlie di incapacità,  di nomine sbagliate perché decise sulla base di raccomandazioni e lottizzazioni. Il 20 febbraio 2008 la Corte di Cassazione ha definitivamente condannato per omicidio e disastro colposo plurimo otto persone di cui sette erano ai vertici dell’Enav come l’ex amministratore delegato Sandro Gualano (6 anni e 6 mesi), il direttore generale Fabio Marzocca (4 anni e 4 mesi) e poi Ciarniello, Patrizi, Perrone e Zacchetti. Tre assolti. La maggior parte di loro fu costretta a dimettersi appena i giornali pubblicarono stralci delle intercettazioni. Tremila pagine con nomi di politici eccellenti.

(Fonte l’Unità: Intercettazioni 3° racconto)

Il testo di alcuni stralci delle intercettazioni:

Armando Delicato manager Enav e Franco (6 dicembre 2001) parlano: “Io sono convinto che il “nostro” è preoccupato di Milano non per quello che è avvenuto, ma per dove possono arrivare”.

Gianluca Brancadoro, consigliere in quota An e Giulio Spano, presidente Enav (29 ottobre), dicono: “La situazione è critica perché ai 118 morti si stanno aggiungendo i disservizi, pare che non stia passando l’ipotesi del superispettore perché Lunardi vuole qualcuno che si rapporti con lui, mentre An e Ccd pretenderebbero l’affiancamento di qualcuno vicino a quelle forze politiche

Federico d’Ippolito consigliere Enav, con un collega (21 ottobre) dice. “devi mettere in moto la commissione nostra che abbiamo nominato, e devi pregarli uno per uno di chiudere prima dei trenta giorni. Prima di quella ministeriale noi dobbiamo avere la nostra indagine che ci dà ragione in tutto”.

Senza le intercettazioni prolungate anche per quasi un anno, quei 118 morti innocenti non avrebbero avuto giustizia ed i colpevoli l’avrebbero passata liscia ancora una volta.

Raccolgo con piacere il suggerimento di un’amica del blog per invitare a leggere l’articolo “La libertà è partecipazione informata” che trovate qui

MAFIE E TERRORISMO SARANNO PROTETTI

MAFIE E TERRORISMO SARANNO PROTETTI

“La giusta tutela della privacy non c’entra nulla con la volontà di sottrarre ai magistrati uno strumento di indagine, mettendo la sordina su gravi fatti criminali e il bavaglio alla stampa” Anna Finocchiaro PD

Provenzano, Cuffaro, Lombardo tutte le indagini impossibili

Con le limitazioni agli ascolti, all’uso di cimici e telecamere sarà più difficile intercettare latitanti e gli affari dei clan. Le video camere nascoste tra Corleone e Montagna dei cavalli

Di Claudia Fusani

Una quercia su contrada Montagna dei cavalli. Un campo di grano in contrada Forche. La curva della statale per Agrigento. Pochi sanno che la cattura del numero 1 di Cosa Nostra Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza passa anche da questi luoghi. E dalle cimici e dalle videocamere che i poliziotti della Squadra Mobile di Palermo e dello Sco avevano piazzato in gran segreto tra un cespuglio e un pezzo di corteccia. Tutti luoghi assolutamente anonimi e ben lontani dal “fondato motivo di ritenere che siano teatro di attività criminosa”, come recita la nuova legge sulle intercettazioni. Per questo motivo stratagemmi oggi non più utilizzabili.

Quando si parla della nuova legge in relazione alle indagini di mafia non è tanto il bavaglio alla stampa che preoccupa ma le forti limitazioni allo strumento di indagine.  Lo sa anche il governo di Washington perché le forze di polizia Usa hanno spesso beneficiato di imput investigativi arrivati dall’Italia.

Nelle prime settimane del 2006 la quercia, il campo di grano in contrada Forche e la strada per Agrigento erano sospetti e intuizioni. Non “forti indizi”. In quegli stessi mesi nella zona di contrada Montagna dei cavalli Bernardo  Riina andava a comprare latte e formaggio almeno un paio di volta alla settimana. L’allevatore Giovanni Marino, quello che vendeva il formaggio, era incensurato. Oggi non ci sarebbe alcun motivo per piazzare proprio in un casotto vicino, un po’ più in alto, una potente e microscopica telecamera. La stessa che nei mesi successivi del 2006 registrò il movimento sospetto dei “pacchi”, sacchetto di plastica di un supermercato che il giovane Riina faceva entrare e uscire dalla masseria sempre e ugualmente pieno. La stessa telecamera che all’alba dell’11 aprile guidò passo passo l’irruzione della polizia nel casolare dove Provenzano stava scrivendo pizzini con la macchina da scrivere.

Questa legge, al di là dei proclami della maggioranza, uccide tutte le indagini. Anche quelle di mafia e terrorismo, specie per i tempi (60, max 75 giorni, le procedure (il via libera a una telecamera, una cimice  o un’intercettazione  pretende iter lunghissimi ed ha forti limitazioni) e per i contenuti (ci devono essere fondati indizi di reato). Oggi non sarebbe possibile neppure piazzare cimici e telecamere al cimitero tra le lapidi dei famigliari di un altro fantasma di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro che è sempre latitante ma grazie a quelle cimici sicuramente è più solo.

Oggi non potremmo parlare, meno che mai scrivere, delle indagini sul governatore siciliano Raffaele Lombardo. E Totò vasa-vasa Cuffaro, oggi sarebbe molto probabilmente ancora l’amato presidente dei siciliani anziché un uomo , per quanto senatore, condannato in appello a setta anni per il favoreggiamento a Cosa Nostra nel processo “talpe alla Dda”. Entrambi questa indagini, infatti, hanno il loro punto di forza proprio nelle intercettazioni. Ascolti “a catena”, da un telefono sospetto ascoltando popi se ne attacca un altro e così via, con la nuova legge non più possibili. L’indagine su Lombardo nasce da un’informativa del Ros sul clan Santapaola. E proprio ascoltando le intercettazioni disposte per arrivare alla cattura dei latitanti, è capitato di incrociare anche i dialoghi tra i fratelli Lombardo, Raffaele e Angelo, mentre parlavano con il boss Vincenzo Aiello, il capo della mafia catanese, di appalti per la sanità e i rifiuti.

Anche la storia delle talpe alla Dda nel 2003 nasce da una microspia in casa del boss Guttadauro per catturare i latitanti, prosegue a catena e arriva alla rete messa su da re Mida della sanità privata siciliana – Michele Aiello – per carpire notizie riservate sulle indagini della procura antimafia. Cuffaro parlava, parlava. Garantiva accreditamenti a case di cura e laboratori di analisi privati (più di 17009 e le coperture giudiziarie.

(Fonte: l’Unità.  Intercettazioni: 2° racconto)

Con questa legge sulle intercettazioni, sulla quale sarà posta l’ennesima fiducia, lo Stato italiano si schiera sfacciatamente a favore delle mafie e del terrorismo. Forse è anche per questo che gli USA hanno protestato.

COCCHI DI MAMMA’ E INTERCETTATI

LA BOCCA LARGA DELLA SANTANCHE’

sparacazzate allo specchio

 

Di recente la Santanchè ha ripreso a sputare sentenze che lasciano basiti chi le ascolta:

1)      Non bisogna intercettare i mafiosi quando parlano con la mamma. Poverelli anche loro sono figli di mammà, cocchi di mamma, e bisogna comprenderli e non disturbarli! Forse possono confidare alla mamma, magari che qualcuno è stato sciolto nell’acido per mano loro, o che hanno fatto una montagna di soldi col pizzo, o che hanno costretto industriali e costruttori ad utilizzare solo le loro aziende, o che quel latitante sta da certe parti, o comandano alla mamma di consegnare ordini ad altri, ordini di ammazzare, di rubare. Poverelli di mammà. Si scambiano messaggini, cosucce da niente, baci e abbracci di mammà.

2)      In Italia gli intercettati sono 12 milioni. Beh! Non c’è che dire, davvero un bel po’ di gente. Considerato che al meccanismo intercettatorio si alternano due persone (carabinieri e simili), fanno 24 milioni di persone attaccate all’apparecchio. Se ai 24 milioni di intercettatori si aggiungono i 12 milioni di intercettati, fanno 36 milioni di persone coinvolte. Praticamente tutti, se si escludono i bambini, i malati, i carcerati, le suore e i preti. Perciò se tutti sanno tutto di tutti che cosa serve vietare la pubblicazione delle intercettazioni? (Quest’ultima “battuta” l’ho rubata a Maria Novella Oppo de l’Unità)

3)  Bordelli legalizzati.  I bar ed i ristoranti debbono dotarsi di stanze attrezzate con escort. (questa è di un po’ di tempo fa e dimostra che il vizio di sparare palle,  non è cambiato).  

I PICCOLI FIORI DEI PEDOFILI

I PICCOLI FIORI

“La giusta tutela della privacy non c’entra nulla con la volontà di sottrarre ai magistrati uno strumento di indagine, mettendo la sordina su gravi fatti criminali e il bavaglio alla stampa” Anna Finocchiaro PD

Ecco come ascolti e telecamere inchiodarono ottanta pedofili

di Claudia Fusani

Le intercettazioni telefoniche sono uno strumento fondamentale per le indagini. E conoscerne il contenuto – naturalmente quando le esigenze investigative sono terminate – è indispensabile per un paese che voglia avere un’opinione pubblica informata e capace di formarsi un giudizio. Solo a far memoria si trovano nel passato tanti esempi e tante conferme. L’Unità ha deciso di aiutare la memoria. Cominciamo oggi una breve storia della Seconda Repubblica attraverso le intercettazioni telefoniche e gli scandali che esse hanno svelato e fermato.

Al telefono li chiamavano “piccoli fiori”. Erano disponibili in breve tempo, bastava una telefonata per prendere accordi, luogo, ora, giorno e il servizio era garantito. In cambio di nulla, spesso una «macchinetta piccola», oppure «una scheda telefonica», «scarpe sportive di marca». A volta è bastato un panino. Alla fine quei “piccoli fiori” risultarono essere più di duecento e avevano tutti tra gli 8 e i 14 anni. Un giro «sconvolgente» – ancora oggi è definito così da chi ha seguito quell’indagine – di pedofilia che dopo un anno e mezzo di attività è stato stroncato dalla IV sezione della squadra mobile di Roma con decine di arresti, circa ottanta, tra cui uomini in divisa, un sacerdote, un allenatore di calcio. Una lista di insospettabili tutti poi condannati con pene fino a vent’anni. Era l’aprile 2006. Ma quell’inchiesta ancora oggi viene portata ad esempio dal procuratore aggiunto di Roma Maria Cordova ogni volta che deve difendere le intercettazioni: «Senza questo strumento non avremmo mai raggiunto quei risultati. Furono necessari sei mesi di ascolti, anche ambientali e videoriprese, per far emergere una catena di pedofili».

La nuova legge prevede che gli ascolti possano durare al massimo 75 giorni. Ridicolo. Dania Manti è avvocato penalista ma fino al 2008 è stata dirigente della IV sezione della squadra mobile. «Ricordo ancora tutto di quell’inchiesta, persino le parole delle intercettazioni. Senza sarebbe tutto sicuramente molto più difficile. Gli abusi sessuali appartengono a quella sfera di delitti spesSo impalpabili, non immediatamente così evidenti, e le intercettazioni sono fondamentali per avere il prima possibile prove e riscontri». L’indagine cominciò con la segnalazione dell’assessorato alle Politiche Sociali del comune di Roma. Indicava un via-vai di adulti con alcuni piccoli che vivevano in un accampamento rom della zona di Tor Fiscale, sulla via Appia, e anche in una scuola calcio nel quartiere Eur. Segnalazione inquietante ma, appunto, impalpabile.

Difficile trovare da dove cominciare. «Utilizzammo per la prima volta in un’indagine di pedofilia il metodo mutuato dalle indagini contro il traffico e lo spaccio di stupefacenti. Attaccammo telefoni a campione, sulla base di sospetti, attenti a non violare la privacy. In alcuni posti che dalle telefonate risultarono essere sensibili decidemmo di piazzare le telecamere. I risultati furono sconvolgenti. Lo dico ancora oggi». Sconvolgente ascoltare. Le intercettazioni raccontarono in diretta il rapporto tra un uomo S.G. e due minori dove quello più grande procacciava quello più piccolo di 10 anni. «Con l’intercettazione in mano – spiega l’avvocato Manti – potemmo decidere pedinamenti e appostamenti e per chiedere l’arresto fu sufficiente trovare quell’uomo in macchina con quel ragazzino di 10 anni con i soldi in mano…».

Sconvolgente anche vedere. Cimici furono piazzate nelle auto e nelle case e nell’accampamento rom di Tor Fiscale: solo così è stato possibile incastrare i genitori di un ragazzino rom che si facevano pagare. O il rapporto stabile, «quasi di coppia», con un bambino di 13 anni. L’allenatore della squadra di calcio, 38 anni, aveva messo una telecamera negli spogliatoi per riprendere i ragazzini mentre si spogliavano. Intercettazioni e riprese hanno incastrato per sempre i pedofili. Perchè difficilmente le vittime avrebbero avuto gli argomenti per accusare. «E’ stato difficile spiegare loro – ricorda l’avvocato Manti – perchè dovevano fare a meno della macchinina. O delle scarpe».

(Fonte: l’Unità.  Intercettazioni: 1° racconto)

Senza le intercettazioni tutto questo si sarebbe saputo troppo tardi per rimediare

‘NCULO ALLE ‘NTERCETTAZIONI!

GLI ARTICOLI SATIRICO-VERNACOLARI

di Mario Cardinali

‘Nculo alle ‘ntercettazzioni!
SIRVIO STA DIMORTO BENE!
Mangia, beve, tromba
e va di corpo regolare!
AR TG1 MINZOLINI
FA VEDE’
BERLUSCONI
AR GABINETTO
con un fottìo di
STRONZOLI
PIENI DI SALUTE