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IL POPOLO DEL SÌ

IL POPOLO DEL SÌ

Questo strano popolo del sì

di Giuseppe Turani | 01/05/2017

Il popolo del sì, battuto, umiliato, deriso il 4 dicembre, è risorto.

Matteo Renzi, l’uomo-cattivo da abbattere con ogni mezzo, ha fatto le primarie, ha stravinto e è stato rieletto segretario del suo partito. I critici, i profeti della fine di “questo” Pd avevano pensato a un po’  meno di un milione di partecipanti. Invece sono stati almeno due milioni, con 80 mila volontari impegnati nell’organizzare 10 mila gazebo e i centri di voto in tutta Italia e anche all’estero: da Montreal a Shangai.

Due milioni di persone che si sono recate ai seggi, spesso con la famiglia, con in mano i due euro per votare e per contribuire alle spese. Molti hanno dato anche di più. Tutti hanno ricevuto la loro brava ricevuta. Ma la cosa impressionante non è nemmeno questa grande mobilitazione (senza uguali nel panorama politico italiano), la cosa che ha colpito è stata l’allegria della giornata: niente musi lunghi, ma solo la voglia di riesserci un’altra volta. Di mandare un segnale di esistenza.

La giornata di ieri ha mostrato chiaramente che questo, ormai, è un paese di democrazia compiuta: in un paese così, di famiglie serene che vanno con i bambini a votare, con il presidente del Consiglio che al seggio prega i giornalisti di ridargli la moglie, bloccata dai fotografi, con dei volontari che hanno allestito un gazebo (a forma di igloo) a tre mila metri di quota per gli sciatori, non potrà mai esistere alcuna deriva di destra.

Ma, adesso, fatta la festa, cominciano i problemi. La scena politica è tutta cambiata. L’uomo che doveva essere liquidato, Matteo Renzi, e contro il quale il 4 dicembre scorso si era formata una sorta di Santa Alleanza che comprendeva tutti, meno lui e i suoi amici, è ancora in campo. Se possibile, dentro il suo stesso partito è più forte di prima: ha stravinto con il 70 per cento dei voti.

Sul piano formale è stato molto educato. Buone parole per tutti. Ma non ha offerto niente a nessuno, nessun posto, nessun incarico. Sulle possibili alleanze ha detto una frase sola: faremo alleanze con la gente e non con partiti e partitini che rappresentano solo se stessi.

E questo apre qualche spiraglio si quella che sarà la sua linea. Ci si può sbagliare, ovviamente, ma penso che non reimbarcherà gli scissionisti che se ne sono andati (da D’Alema in avanti…). Gli altri, forse, non lo hanno ancora capito, ma questo è un Pd diverso. Non è più quello che Bersani aveva lasciato qualche mese fa borbottando di tradimenti di valori e cose così.

Questo, anche se a molti non piace, è il Pd di Renzi, un Pd liberal-democratico, che vuol fare le cose e non stare a discutere sui valori intangibili del secolo scorso.

Tutto quello che si affastella alla sua sinistra, dal campo progressista di Pisapia a articolo 1, è passato direttamente in archivio, non interessa.

E, ancora, è un Pd che punta a vincere le prossine elezioni. E qui molti sorridono: si tratta solo del sogno di un megalomane. Invece, è un disegno lucido, l’unico possibile. Si tratterà di vedere quale legge elettorale alla fine ci sarà e quale parlamento ci darà. Ma già da subito una cosa è chiara: oggi, questo Pd di Renzi, risorto come d’incanto dalle sue ceneri, è l’unica forza politica che si ponga nettamente e senza equivoci contro il dilagante populismo (quello che sceglie i candidati sindaco con 20 clic). L’unico avversario vero di Grillo, insomma. La scelta nelle prossime elezioni sarà questa. Per tutti: ricchi e poveri, operai e borghesi.

Ieri c’è stata la sorpresa dei due milioni di voti, domani potranno esserci altre sorprese.

In realtà, molti commentatori oggi sbagliano e dicono cose vecchie perché non hanno capito che cosa è successo ieri: è nato un nuovo Pd. La sigla è sempre quella, e anche le sedi e le bandiere, ma sotto il cofano il motore è cambiato. Questo nuovo Pd non è più un amalgama mal riuscito fra democristiani e comunisti, ma è qualcosa di nuovo. E’ il Pd del popolo del sì.

En marche.

PREVALE LA CULTURA DEL SOSPETTO

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di Giuseppe Turani | 04/03/2017

Le tangenti Consip non sono state trovate, e probabilmente non ci sono. Gli appalti non sono stati vinti. Il sistema Consip viene descritto come non manipolabile. Eppure buona parte della stampa italiana procede dritta e sicura puntando il dito contro il clan Renzi, descrivendolo come una banda di Chicago, che si è impossessata del potere e che stava per fare chissà che cosa.

Ci sarebbe da chiedersi che cosa stia capitando a tanti illustri commentatori. Tutto è saltato, nessuna prudenza è stata messa in campo: trattasi di delinquenti (la banda di Rignano) e vanno spazzati via, senza se e senza ma.

Nessun rispetto per norme costituzionali e nessun rispetto per il buon senso. Nessuno sa indicare movimenti di soldi o altro. Ma non importa. Potevano delinquere, e questo basta. Le sentenze sono già state emesse. Emesse da condannati (più volte) per diffamazione o per plurimo omicidio colposo. Buone lo stesso. Raffinati intellettuali non disdegnano di mischiarsi con questo demi-monde di rovistatori del fango. Anzi, aggiungono la loro raffinata prosa a quella dozzinale dei rovistatori, felici di essere tornati a avere un ruolo di frontiera.

Ma questa è l’Italia 2017. Inutile lamentarsi: è così, e basta.

Ci si può chiedere, allora, perché tutto questo accanimento. E la storia è abbastanza semplice. Ci sono due o tre motivi.

1- FORSE SBAGLIANDO, MA RENZI AVEVA TENTATO di ridisegnare, con il suo progetto di riforma costituzionale, una “nuova Italia”. Questa nuova Italia aveva un difetto: faceva saltare molte vecchie consorterie, molte posizioni acquisite, metteva in pericolo tranquilli e decennali tran tran. E quindi contro quel progetto si è scatenata una guerra di tutti contro uno: Renzi.

Alla fine hanno vinto. Ma non bastava. Bene o male il 40 per cento dei cittadini votanti si era dichiarato favorevole. Un grave pericolo. Quindi Renzi andava indebolito: a gran voce se ne sono chieste le dimissioni da segretario del partito (quelle da presidente del consiglio le aveva date subito). Accontentati anche in questo. Solo che le  dimissioni del segretario rendono inevitabile il congresso per la nomina di un nuovo segretario. I sondaggi dicono che Renzi vincerà alla grande contro due candidati, di cui uno francamente impresentabile e l’altro esponente della vecchia guardia. Di meglio non si è stati capaci di  mettere in campo.

Pericolo: vuoi vedere che ci ritorna fra i piedi? E allora, visto che i suoi fan sembrano tenere duro, si passa alla liquidazione per via mediatica. Disponibile c’è tutto il know how accumulato con Berlusconi. Basta replicare e insistere. Non è nemmeno un lavoro faticoso, si tratta di copia e incolla. Lo si può fare stando in vacanza, dalla terrazza dell’albergo, via wi-fi.

2- MA C’È UN DISEGNO POLITICO DIETRO questa grandinata di attacchi costruiti sulle chiacchiere? Sì. E anche abbastanza scoperto. Con il nuovo sistema elettorale è quasi certo che bisognerà andare a una coalizione. Poiché i rapporti fra il Pd renziano e tutto ciò che sta alla sua sinistra sono pessimi (politicamente e culturalmente), è assai probabile che questa coalizione si faccia con Berlusconi (o con frammenti di quell’area politica), che quindi tornerebbe in gioco. Vade retro.

Quelli che oggi attaccano Renzi sulla base di foglietti trovati in mezzo alla monnezza hanno un progetto molto diverso: il perno del futuro governo deve essere Grillo, con un appoggio (in posizione subalterna) di un Pd liberato da Renzi e ubbidiente.

Insomma, meglio Di Maio o l’Appendino a palazzo Chigi (magari con un Bersani vice-presidente) invece di Renzi o di un suo amico. Meglio, sembra di capire, un ritorno all’Italia anni ’50 (poche auto in giro, poca energia, cibi vegani coltivati sul balcone) che il tentativo di costruire un paese moderno che guarda lontano, che cerca di riavere un suo ruolo importante in Europa e nel mondo.

Questo può sembrare un disegno miserevole, ma è l’unico che sta sulla piazza. Meglio chiunque altro (anche Grillo e la Taverna) di Renzi.

Si può a questo punto recitare un de profundis per gli esponenti di un’area culturale che per anni sono sembrati impegnati a insegnarci la modernità e che invece si stanno rivelando come fior di reazionari: qualunque cosa purché non cambi nulla, stiamo affondando, ma sarà una cosa lunga e nemmeno noi siamo eterni.

NON SUBITO, MA DOMANI FORSE

pd_spaccatoNON SUBITO MA DOMANI FORSE

L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo.

Sembra che il gran giorno della scissione sia domani. E nemmeno é chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

Insomma, essere il Macron Italiano e avere un futuro, significa avere il coraggio di far fare agli italiani quello che non vorrebbero mai fare: vivere dentro una società competitiva e meritocratica. Basta posticini ottenuti grazie allo zio prete, basta diplomi e lauree a tutti, basta rendite di posizione. Basta infine a un milione e mezzo di persone che vivono di politica, cioè di soldi pubblici. La democrazia non richiede un esercito così vasto di nullafacenti.

Se Renzi ha in testa queste cose, può anche “non vincere” le prossime elezioni. Andranno a cercarlo, tre mesi dopo.

(Giuseppe Turani)

UN LUNEDI’ PIU’ NERO PER TUTTI

Un lunedì più nero per tutti

trump2Già cominciata la guerra all’Europa.

di Giuseppe Turani | 17/01/2017

Trump detesta talmente l’Europa che vuol rendere persino più difficile agli europei visitare la Trump Tower: infatti ha già promesso limitazioni all’entrata per i provenienti dal Vecchio Continente, turisti compresi. Ma, soprattutto, è sceso in guerra contro l’Europa nel suo insieme. Dice che è una costruzione artificiale, morta o moribonda, e che va fatta a pezzi.

Questa durezza è spiegabile con il fatto che il nuovo presidente americano è un uomo d’affari: e negli affari la prima regola consiste appunto nel cercare di sbarazzarsi dei concorrenti. Se l’Europa dovesse davvero affondare, l’America rimarrebbe l’unico grande mercato (e potenza) occidentale: un obiettivo troppo ghiotto per non provarci.

E’ singolare, però, che su 28 stati membri dell’Unione europea solo un premier, la signora Merkel, abbia avuto la forza di protestare. Certo, la Germania è il paese più  forte e di fatto è quello che domina il Vecchio Continente, ma tutti gli altri hanno scelto il silenzio. Prudenti, forse troppo.

Sono gli stessi, poi, che volentieri si lamentano per lo strapotere della Germania in Europa, fenomeno vero e grave. E che non aiuta. Va anche aggiunto subito, però, che la Repubblica Federale, oltre a essere il paese più grande, è l’unico che funzioni correttamente, grazie alle riforme fatte più di dieci anni fa e che, ad esempio, Italia e Francia si sognano.

Ma poiché il 16 gennaio era, per convenzione, il blue day, il giorno più triste dell’anno, non ci siamo fatti mancare niente. Dopo l’attacco di Trump all’Europa, ecco l’attacco dell’Europa all’Italia: i nostri conti non sarebbero a posto e servirebbe una patrimoniale di 4 miliardi. La risposta va data entro 15 giorni. Sarà un caso, ma anche Bruxelles si è risvegliata all’improvviso: colpita  al cuore da Trump, ha deciso di dare a sua volta un calcio e ha scelto l’Italia, naturalmente.

Ma a questo punto Berlino poteva stare solo a osservare? No. E infatti la Germania, con una procedura che non ha precedenti al mondo, ha chiesto a Bruxelles di intimare al governo italiano di far ritirare dalla Fca (ex Fiat) una serie di vetture, giudicate dai tedeschi troppo inquinanti. Proprio loro che hanno appena pagato 4 miliardi di dollari agli americani a causa delle “loro” vetture  inquinanti. Il nostro governo ha definito “irricevibile” la minaccia tedesca. Ma l’aria che si respira è davvero piuttosto pesante.

Infine, il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime della crescita italiana nel 2017 e nel 2018. Davvero, una triste giornata.

(Dal “Quotidiano nazionale” del 17 gennaio 2017)

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

Grullini a testa bassa contro no-vincolo di mandato e Bankitalia. Perché? Sognano uno stato teocratico con perititi informatici al posto dei preti.

di Giuseppe Turani | 23/06/2016

Fra le tante cose un po’ impressionanti dei grullini, due meritano di essere sottolineate. Sembrano due cose molto tecniche e invece sono i fondamenti di un buon sistema democratico. La prima è la famosa multa da 150 mila euro a chi non sta allineato (per ora solo a livello locale, ma in futuro anche in parlamento).

Può sembrare una cretinata (e lo è certamente), ma è anche qualcosa di molto peggio. E’ il tentativo di far saltare per gli eletti la clausola “senza vincolo di mandato”. Grazie a questa norma, oggi in Costituzione, i partiti non sono onnipotenti nei confronti del Parlamento perché i singoli deputati, senza vincolo di mandato appunto, possono decidere in modo autonomo e diverso dal partito di appartenenza.

Il non-vincolo di mandato è alla base di ogni corretto sistema democratico, come si può intuire. Il presidente degli Stati Uniti ha il potere di dichiarare guerra, senza nemmeno sentire il Parlamento. Ma poi è obbligato a andare dai deputati per farsi approvare le spese relative. E lì incontra un parlamento dove ognuno decide con la propria testa, senza vincolo di mandato. Questa è democrazia.

Ai grullini, che hanno già espulso un terzo del loro gruppo  parlamentare per “indisciplina”, questa cosa non è mai andata giù. La sede del potere deve essere una sola: gli uffici della Casaleggio & Associati. I parlamentari devono eseguire alla lettera gli ordini in arrivo dallo staff. Per ora si comincia a livello locale, sindaci e assessori, ma il progetto è di rendere la misura universale.

E’ assolutamente scandaloso che nessun costituzionalista si sia ancora alzato a protestare. Altro che riforma del senato (bella o brutta che sia), qui si vuole far saltare l’impianto democratico come è conosciuto da secoli. Per sostituirlo con la decisioni prese negli uffici di una S.r.l. (nemmeno una S.p.A.).

Il secondo punto sul quale grullini (ma anche Lega e altre tipologie di ignoranti) insistono molto è l’abolizione del divorzio Bankitalia-Tesoro, vera bestia nera ai loro occhi.

E anche qui siamo alla volontaria distruzione dei fondamenti di una buona società e alle soglie del disastro finale.

Mi spiego, fino al 1981 (data del divorzio) Bankitalia era obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato emetteva. Come pagava? Semplice: stampava moneta ex-novo, carta e inchiostro. In questo modo lo Stato (e che stato!) aveva a disposizione una fonte di finanziamento praticamente infinita per le sue scemenze e spese clientelari.

Ma nel 1981 un democristiano “adulto”, Nino  Andretta, ministro del Tesoro, e un laico per bene, Ciampi, alla Banca d’Italia, realizzano il divorzio consensuale: Bankitalia non è più obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato vorrà rifilarle.

Non serve molto ingegno per capire che anche questo è uno dei fondamenti di una buona democrazia: lo Stato non ha più la possibilità di indebitarsi all’infinito. In ogni caso deve andare sui mercati, e lì si vedrà.

Bene, grullini e altri pasticcioni sono da tempo in guerra contro questo divorzio. Per ragioni ovvie: se lo si fa saltare, una volta che arrivassero al governo, potrebbero far fronte a tutte le loro promesse, anche le più dementi. I soldi non mancheranno mai: basterà farli stampare dalla Banca d’Italia (che naturalmente va riportata sotto il comando esclusivo del governo).

Ecco, nessuno Stato moderno è organizzato così (tranne forse qualche repubblica africana).

Persino nella grande America il presidente (quello stesso che può dichiarare guerra in modo del tutto autonomo), non può dare ordini alla Federal Reserve. Può solo chiedere gentilmente, e di solito non lo fa in modo pubblico. Poi a decidere sarà il comitato dei 17 governatori riuniti nel Fomc e guidati dalla signora Yellen, che in questo momento (con Obama scaduto) ha in mano la guida del paese.

Pesi e contrappesi. Le democrazie funzionano così. Qui da noi invece grullini e altri sono in marcia per distruggere tutto ciò e mettere su una sorta di Stato teocratico senza preti, ma di periti informatici.

E nessun costituzionalista che si alzi a dire: “Cazzo”.

E ADESSO I MIRACOLI

E ADESSO I MIRACOLI
Grillo scenda con i piedi per terra.
di Giuseppe Turani | 20/06/2016
“Adesso cambia tutto” è l’entusiastico commento del comico genovese di fronte alla conquista dei due sindaci, Roma e Torino. Naturalmente, non è vero. Doveva anche aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Ma il Parlamento se ne sta lì buono e tranquillo. Doveva abbattere l’Europa delle banche (insieme a quel bel fascistone inglese di Farage), ma non siamo nemmeno all’inizio dei lavori.

E quindi figurarsi che cosa potrà mai fare con due sindaci. Niente. Semmai la vita si complicherà, e molto, per il suo movimento. Nel senso che la stagione delle rodomontate sta finendo. Adesso bisogna fare andare gli autobus, dare la colazione ai bambini delle scuole, tenere insieme i conti (soprattutto a Roma). Di divertente o di esaltante non c’è niente: ci sono due città difficili da mandare avanti, una delle quali (Roma) è un caso disperato.

E quindi o il Movimento riesce a cambiare, a diventare serio, oppure Roma e Torino diventeranno due tombe delle ambizioni grilline. Poiché il personale politico messo in linea dal comico è quello che è (un misto di spavalderia e di incompetenza) già vedo arrivare grandi dichiarazioni roboanti, ma non molto di più.

Il comico e i suoi colonnelli dovrebbero, infine, ricordare una cosa: quelli che li hanno votati sono persone disperate, che non credono più alla politica e che si aspettano da loro qualche miracolo. Ma la Raggi e l’Appendino non sono due versioni moderne della Madonna e i miracoli non li sanno fare. Al momento stanno pedalando in salita. Si vedrà se strada facendo riescono a combinare qualcosa, ma ho fortissimi dubbi.

Più interessanti i ragionamenti intorno a Renzi e al Pd. La sinistra interna, ma non solo quella, cerca di far passare in queste ore una specie di mantra: dove il Pd si è alleato a sinistra ha vinto, dove si è alleato a destra (o al centro) ha perso. Ergo, avevamo ragione noi. Il governatore della Toscana, una sorta di residuato stalinista, ha già dichiarato che è ora di riportare il Pd a sinistra e che lui è pronto (se gli danno il posto di Renzi).

Che senso hanno questi ragionamenti? Nessuno. Sembrano avanzi della terza internazionale, destra, sinistra, centro.

La verità è molto più articolata e complessa. Il Pd vince dove è riuscito a mettere insieme un’offerta politica moderna (vedi Milano) e sganciata dalle vecchie storie politiche. In parole più chiare: a Milano il Pd ha trovato una sua classe dirigente, Sala, che non è cresciuta nelle vecchie sezioni attaccando manifesti, ma che ha fatto delle cose. E questo è piaciuto.

Dove invece il Pd si è presentato con le vecchie facce, e i vecchi programmi (qualche asilo in più, ecc), ha perso, superato dai grillini, certamente più fantasiosi (anche se poi magari saranno inconsistenti).

Allora il problema del Pd è semplice. Non si tratta di perdere tempo a discutere se un po’ più al centro o un po’ più a sinistra. Bisogna rimboccarsi le maniche, finire la rottamazione anche a livello locale e trovare una nuova classe dirigente. Insomma, bisogna far emergere tanti Sala, uno per città.

Il resto è aria fritta, dibattito politico consunto ancora prima di cominciare.

[Nota personale: Siamo passati da uno che aveva problemi di pelata in testa, ad uno che si cotona i capelli. Non ci sono più le mezze misure, stanno scomparendo, come le mezze stagioni. A mio parere i 5 stelle adesso hanno una paura folle, perché sostanzialmente hanno perso, per la semplice ragione che ora, essendo messi alla prova, la loro curva è destinata a cadere. Precipitevolissimevolmente. La Taverna l’aveva detto, esiste un complotto per farci vincere. Dopo la sbornia, viene sempre il mal di testa].

LA PROFEZIA DI GIUSEPPE TURANI

LA PROFEZIA DI GIUSEPPE TURANI

GIUSEPPE TURANI

GIUSEPPE TURANI

Per i Cinque Stelle la lotta per la conquista di Roma si concluderà comunque con un disastro.

E’ vero che in questa società permissiva la tolleranza verso i fuori di testa è elevata. Ma nel caso dei pentagrullini si sta avvicinando la resa dei conti. La dissoluzione dei 5 stelle è infatti ormai questione di pochissimo tempo, per motivi interni e esterni. I fatti degli ultimi giorni hanno messo in luce alcuni elementi interessanti.

1- Il primo riguarda l’effettiva leadership del movimento. Qui si è sempre sostenuto che il comando vero lo aveva lo scomparso Casaleggio. Il comico genovese è sempre stato una sorta di vessillo e un percettore dei redditi derivanti dai tanti clic degli ingenui seguaci. Scomparso Casaleggio padre, il comando è passato a Casaleggio figlio. Se del padre si sapeva che era un po’ uno stramboide, del figlio non si sa proprio nulla, se non che di politica non capisce niente. Basta vedere come ha gestito l’affaire dei due sindaci (Nogarin e Pizzarotti): nessuna abilità tattica, esibizione di prepotenza e niente altro. E sempre con il ricorso alla ridicola dizione “lo staff di Beppe Grillo”. Staff ignoto a tutti.

Come si fa a non capire che un Movimento che vuole avere responsabilità nazionali, non può nascondere le decisioni più importanti dietro una dizione che non significa nulla. In realtà lo staff di Beppe Grillo (uno che al massimo avrà una colf) non esiste. Si tratta di quattro assistenti del Casaleggio giovane, impegnati più che altro a fare post e tweet per i seguaci. Questo staff non è certo un luogo di discussioni o di dibattiti. E dai post che pubblica deve anche essere di un livello intellettuale un po’ da osteria.

Il vertice del Movimento, quindi, altro non è che un luogo in cui si raccolgono confusamente informazioni dalla rete e poi Casaleggio giovane decide. Non si può nemmeno escludere che ci sia un rapporto circolare: ogni tanto, cioè, rimangono vittime delle stesse stupidaggini che mettono in rete e che ritornano sui loro terminali veicolate e amplificate dai fedeli. E’ un caso quasi unico al mondo di auto-inganno, di auto-disinformazione.

Inoltre, è ormai chiaro (lo si è visto nella vicenda di Pizzarotti) che non esiste alcuna gerarchia di comando. Chi decide è il giovane Casaleggio e basta. Un giovanotto che quasi nessuno ha mai visto, che nessuno ha mai eletto o nemmeno votato e che sta lì solo perché prima di lui c’era il padre.

E’ da folli pensare che un accrocco del genere possa essere davvero un protagonista della politica italiana: è qualcosa di più vicino alla mafia o a una setta religiosa che a un movimento politico. E infatti è un soggetto che si è di fatto auto-escluso dalla politica (dice sempre no, non fa accordi, accusa tutti i giorni gli altri di essere immondi). Ricorda un po’ i maoisti di “Servire il popolo”, i quali però avevano talmente perfezionato il concetto di setta politica e di estraneità al resto del mondo che si sposavano solo fra di loro (per la cronaca: il loro fondatore finì poi capogruppo di Forza Italia al comune di Milano).

I cinque stelle non possono andare da nessuna parte perché l’idea di fare politica senza fare politica (ignorando cioè tutti gli altri soggetti) è di una balordaggine totale. Come pretendere di fare una buona carbonara senza la pasta.

E infatti alle prime prove semi-serie (i problemi con i loro sindaci) ci sono state solo decisioni scomposte (da Quarto a Parma), quasi casuali, o di semplice antipatia.

Se i comuni dove ci sono sindaci pentastellati diventassero quaranta, e non meno di venti come oggi, le risposte di Davide Casaleggio, privo di alcuna struttura politica, non porrebbero essere che istintive (con me/contro di me), all’incirca come quelle di un rospo: se si muove e viene verso di me è un pericolo, se sta fermo no. In queste condizioni la catastrofe politica è assicurata.

2- Ma c’è di peggio. A furia di non far politica, di gestire tutto da dentro un ufficio di una S.r.l. di Milano, dopo tanto gridare, tanti insulti, tante querele e tantissimi voti raccolti, il movimento si trova nella circostanza di dover puntare tutte le proprie carte su un solo confronto: il sindaco di Roma. E qui verrebbe quasi da ridere. Se mai c’è stata una trappola perfetta per i cinque stelle, è questa: Roma. Comunque finisca la gara, sarà un disastro definitivo.

Dopo tanto rumore, alla fine ci si mette in corsa per avere il sindaco della città più indebitata (e più incasinata e forse anche corrotta) d’Europa. Per il ruolo di sindaco viene scelta una ragazza -immagine, non esiste uno staff con qualche competenza, non esiste un programma che abbia un senso (ammesso che per Roma se ne possa fare uno). Ci sono tutte le premesse per un disastro che farà storia in tutta Europa, in caso di vittoria e che probabilmente cancellerà il movimento dalla scena politica.

Al punto che se Davide mi invitasse al bar per un caffè, gli direi: inventatevi una balla, fate qualche piccola irregolarità, e toglietevi da questa corsa. Tornate a gestire il vostro sacro blog, mettete da parte due soldi e lasciate perdere Roma.

In ogni caso, anche se non dovessero vincere, la loro sorte è segnata. Dovrebbero infatti concludere che a loro spettano solo ruoli periferici e non decisivi. Certo, si può continuare a tenere in piedi il fantasma del Movimento perché attraverso il sacro blog procura un certo reddito finanziario, ma al di là di questo è prevedibile solo una serie infinita di figure ridicole. E quindi una diminuzione del favore popolare, una lenta estinzione.

Non è difficile immaginare che, giunti a questo punto, i colonnelli del movimento cercheranno di mettersi in salvo (con le loro poltrone) sganciandosi dalla Casaleggio e tentando di essere un vero movimento politico. La classe dirigente di cui dispongono per tentare questa eventuale avventura è però talmente modesta (i Di Maio, i Dibba, Fico, le Taverna, ecc.) che alla fine andranno tre volte in pizzeria, poi litigheranno e infine si scioglieranno. Ognuno per la sua strada. Con la Meloni o con Fassina, a seconda dei casi.

E a quel punto sarà davvero finita. Verso i primi di luglio?

RICORDATE LE QUOTE LATTE? PAGHIAMO NOI I PASTICCI DELLA LEGA

RICORDATE LE QUOTE LATTE? PAGHIAMO NOI I PASTICCI DELLA LEGA

quote-latteUNIONELa situazione è questa: per anni i criminali della Lega Nord hanno spalleggiato, per fini elettorali, la protesta degli allevatori contro le quote latte. (Vedi immagine)

Cosa sono le quote latte? Le quantità massime di latte che ogni paese della UE poteva produrre. Un meccanismo di controllo del mercato a livello europeo, congegnato per evitare che una produzione eccessiva facesse crollare il prezzo del latte, gettando sul lastrico i produttori. Quindi una cosa a discapito, semmai, dei consumatori, che pagavano il latte più del prezzo di mercato. Avrebbero dovuto protestare i consumatori, invece da noi protestavano i produttori.

Spalleggiati dai populisti della lega, che ovviamente li avevano convinti che fosse possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca: godere del prezzo artificiale garantito dal meccanismo delle quote senza però rispettarle. Facciamo rispettare le quote a tedeschi, olandesi e francesi e fottiamocene. La conseguenza è stata che l’Italia,quindi i contribuenti italiani, tutti noi, abbiamo ha dovuto pagare 4,5 miliardi di sanzioni, al posto degli allevatori che oggi suscitano compassione.

Ora lo stato prova, ma dico, prova, a recuperare giammai i 4,5 miliardi ormai prelevati dalle tasche dei cittadini, ma appena meno del 10%,in totale circa 450 milioni. Ma molti allevatori questi soldi non li hanno più, vuoi per l’immancabile giustificazione della crisi, vuoi perché qualcuno aveva loro fatto credere che sarebbe tutto passato in cavalleria.

Oggi, per colmo di beffa, le quote latte non ci sono più, come voleva la Lega, ma gli allevatori protestano perché il prezzo del latte, guarda un po’,  sta crollando e molti stanno fallendo. Così stanno le cose.

Un po’ come certe banche dell’operoso nord-est che voleva fare la secessione contro lo Stato ladrone con le sue efficienti banche che valutavano le azioni a 62 euro perché tanto non c’era la borsa sporca e pericolosa che le valutava al mercato. Così oggi quelle azioni valgono 0,1 euro e tanti risparmiatori hanno visto andare in fumo i loro risparmi.

Però il sagace leader della Lega Nord, Salvini, invece che nascondersi sotto lo sterco di una vacca, è sempre in televisione a pontificare.

Questa è l’Italia.

(Giuseppe Turani)

CONDANNATI I PROTETTI DELLA LEGA

foto-GRUn certo Giovanni Robusti, Cobas del latte, ha tentato la via della politica e dopo sorti più o meno favorevoli, è subentrato, nel 2008, al parlamento europeo al posto di Umberto Bossi, nel frattempo diventato ministro dell’attuale governo Berlusconi ter.

Però è in politica da tempo, anche lui fa parte del ventennio e percepisce stipendi tali da non dover più mungere le vacche e puzzare di bestia.

Anche Antonio di Pietro, nel 2001, in cerca di candidati con un certo corredo di seguaci, lo candidò ma la cosa finì male e Robusti sì è dato definitivamente alla Lega. ( ecco un po’ della sua storia)

Il 1° luglio di quest’anno è uscita la sentenza della Corte d’Appello di Torino che ha condannato per associazione a delinquere i Cobas del latte del Piemonte e l’europarlamentare leghista Giovanni Robusti.

Per non pagare le famose multe dell’Ue sullo sforamento delle quote latte, avevano inventato il sistema di vendere latte finto a cooperative inesistenti.

La vicenda delle quote latte parte da lontano: gli allevatori dichiaravano molto meno di quanto ricavavano, sempre per fregare il fisco.  L’evasione salì oltre i 200 milioni di euro.

Tutte furbate ai danni degli allevatori onesti. Illegalità che la Lega copre e protegge (soprattutto il Trota è molto attivo in questo campo), allo scopo di spillare qualche voto in più.

Da qui parte l’antieuropeismo e l’antistatalismo  e la propaganda antifiscale della Lega, che pare legata a doppio filo con questi allevatori disonesti che, con l’aiuto della Lega, fanno pagare a tutti noi, le loro illegalità.

E Bossi che blatera tanto contro i terroni, dovrebbe tener conto che le condanne per frode dei suoi preziosi allevatori disonesti, sono un brutto affare anche al Nord.

Di queste frodi sulle quote latte si è parlato pochissimo, perché dell’agricoltura non importa niente a nessuno, ma hanno colpito seriamente gli agricoltori ed allevatori onesti, costretti ad accettare prezzi bassissimi dei loro prodotti.

Gli espedienti messi in piedi dai Cobas del latte e dai  furbastri alla Giovanni Robusti, hanno ingiustamente offeso l’onore di tanti allevatori onesti, trascinati tutti nella fanghiglia puzzolente di quei disonesti protetti dalla Lega.

Per sapere qualcosa di più preciso,  leggere qui. 

(https://speradisole.wordpress.com/2011/07/03/condannati-i-protetti-della-lega/)

LA STAGIONE DEI BALORDI

LA STAGIONE DEI BALORDI

 di Giuseppe Turani

Abbiamo avuto la stagione dei balenghi, ma adesso è cominciata quella dei balordi veri. L’elenco è lungo. Potremmo cominciare dalle due candidate a sindaco di Roma, la Raggi e la Meloni. La prima, come si sa, è portata dai pentastellati, la seconda da un po’ di fascisti e da Salvini (più che altro per fare un dispetto all’anziano Berlusconi che aveva scovato Bertolaso).

Per carità, si tratta di due signore (una anche incinta) per cui ci vuole un attimo a essere accusati di maschilismo. Però, si potrebbero evitare le elezioni e scegliere a sorte fra una decina di casalinghe. La Raggi, che almeno è carina, non ha mai amministrato nemmeno se stessa, credo. Stava in un ufficio legale a fare fotocopie e a istruire qualche pratica. E la banda di Beppe il matto la vuole mandare (con una certa probabilità) a governare la città più incasinata d’Italia? Oppure si pensa che la Raggi ci mette la faccia e Casaleggio la testa?

Casaleggio, quello che vuole chiudere tutte le macellerie, si diventa vegani, tutti. Ma si chiudono anche le fabbriche di auto perché si va in bicicletta o a piedi. I corrotti verranno esposti in gabbie sistemate sulle tangenziali, dove peraltro non passerà mai nessuno perché le auto saranno state abolite. In compenso tutti, ma proprio tutti, per vivere in questo paradiso riceveranno dallo Stato circa 700 euro al mese. Non una cifra, ma sono gratis. E poi non ci sarà quasi niente da comprare: qualche carciofo e un po’ di lattuga.

Questo Casaleggio, peraltro, è la stessa persona che sta dietro a Beppe il matto e che quasi certamente gli fa da regista. E’ lui che ormai ha espulso quasi un terzo degli onorevoli eletti nelle liste dei 5 stelle. Erano stati eletti dal popolo? E scelti personalmente da Casaleggio? Sì, ma cosa vuol dire? Lui ha cambiato opinione e loro volano fuori dal movimento come bucce di banana. In avvenire, comunque, visto che la cosa si ripeterà, ai futuri onorevoli sarà chiesto di versare prima 150 mila euro nelle casse del movimento. Così, se uno cambia opinione, ai 5 stelle restano  almeno i soldi. Questa cosa è contro ogni tradizione politica e anche contro la Costituzione. Ma che cosa importa? Tutto il movimento si muove largamente al di fuori dalla legge (mai fatto un congresso, i gruppi dirigenti si sono autonominati, non esiste un bilancio, ecc.).

Questa poltiglia demenziale, comunque, è quello che sta dietro ai bei sorrisi della signora Raggi: un misto fra goliardia anni Cinquanta, new age, decrescita felice e baraccone per il tiro a segno. Si sente anche un certo odore di minestrone.

E l’altra candidata, la combattente Meloni? In questo caso non si può dire niente perché lei è il niente. Ha quattro idee (sbagliate) sul fascismo, non ha mai amministrato niente e nemmeno sa da dove si potrebbe cominciare. Fra i suoi fan i picchiatori di Casa Pound e Matteo Salvini. Un tizio, invece, molto mobile. Eletto nel primo parlamento padano di Bossi in rappresentanza dei “comunisti padani” (cinque in tutto), oggi è famoso per avere le posizioni politiche più demenziali d’Italia insieme a una fabbricazione di felpe infinita. Vuole cacciare via gli  immigrati (forse vuole anche sparargli, ogni tanto, alla domenica ad esempio). Per i rom, lasciassero fare a lui, pur non avendo mai lavorato un solo giorno nella sua vita, salirebbe su una ruspa e farebbe piazza pulita, definitivamente. Sulle questioni più serie, spesso è per uscire dall’euro (quasi sempre), da anni promette che abolirà la legge Fornero, il trattato di Maastricht, l’Europa e forse anche l’Onu. Il suo vero essere, cioè, è quello dell’abolitore. La Meloni, grosso modo, la pensa come lui.

Anche in questo caso, poltiglia insieme a un certo odore di minestrone casalingo, di cose imparate nei social network e ascoltando qualche vecchia zia.

Comunque, queste due signore sono state lanciate alla conquista della città di Roma: la politica italiana è questa cosa qui. E’ persino imbarazzante parlarne.

Lascio perdere quei poveri rancorosi, confusi, incerti persino sulla propria esistenza della minoranza dem. Non ne vale proprio la pena. Sono pezzi di antiquariato rimasti fra di noi, come delle vecchie Lambrette. Chi vuole può  anche farci un giro, ma meglio che si porti in tasca i soldi del taxi, non si sa mai.

Allora, chiudiamo tutto e andiamo a casa, visto che anche il capitalismo è morto?

No. C’è un’Italia che cerca di funzionare, che pronuncia ancora frasi con un soggetto, un verbo e un oggetto. Che difende la nostra scelta europea (i trattati istitutivi furono firmati a Roma, pensate un po’). Che non si rassegna a vedere tutto che va in vacca.

E, in provincia, ci sono anche degli imprenditori che tentano, contro ogni legge fisica, di stare al passo dei tempi, di essere piccoli ma multinazionali. E poi c’è il magico Sergio Marchionne, uno capace di fare tutto. Anche di salvare la Fiat un paio di volte e di farla diventare addirittura più grande.

Insomma, non siamo finiti. Viviamo dentro una specie di film popolato da avanzi, probabilmente, di altri film di altre epoche (fascisti, razzisti, matti accertabili in laboratorio). Ma c’è materia per tornare a essere un buon paese.

Basta ricordare che dietro il sorriso della signora Raggi ci sta la più straordinaria accozzaglia di teste di cazzo mai vista e che dietro la Meloni, o Salvini, ci sta il vuoto perfetto. Zero assoluto.

Tutta gente che non saprebbe amministrare nemmeno un garage di piccole dimensioni. Certo, sono ingombranti e fastidiosi. Basta ignorarli. Svaniranno da soli, e questo tornerà a essere un paese in cui vale la pena di vivere.

[Tentata ancora una volta di tenere nel blog, a futura memoria, questi brani bellissimi scritti da Giuseppe Turani, su ciò che succede di questi tempi, perché si fa presto a dimenticare.]

L’ULTIMA CARICA DI CAVALLERIA

L’ULTIMA CARICA DI CAVALLERIA

di Giuseppe Turani

meb0L’accanimento contro il governo Renzi e il ministro Maria Elena Boschi sta raggiungendo vette forse mai toccate in Italia. E non siamo ancora al massimo. Come mai? Cosa c’è, oltre alla normale e usuale competizione politica?

C’è una faccenda di date e di sopravvivenza. In ottobre è fissato il referendum confermativo (per il quale non occorre il quorum) relativo al progetto Boschi di riforma costituzionale. Renzi ha detto che, se dovesse essere bocciato, chiuderebbe lì sua carriera politica. E gli si può credere.

Ma già a questo punto si possono capire alcune cose. In ottobre ci sarà in gioco non solo la riforma costituzionale, ma l’intera configurazione della politica italiana. Per molti vorrebbe dire ritornare finalmente in pista, rioccupare lo spazio lasciato libero da Renzi.

Da qui l’accanimento. In sostanza, alla “vecchia” classe politica italiana rimangono sei mesi per liberarsi di Renzi, 180 giorni in tutto. Non uno di più.

Infatti, se dovesse vincere, avrà la strada spianata e potrà fare quasi tutto quello che vorrà, fino alle elezioni (2017 o 2018).

Per la vecchia classe politica, la ditta più fascioleghisti di ogni natura e populisti assortiti, questa è l’ultima battaglia, l’ultima carica di cavalleria. Se si perde, si va a casa. Salvini riporta le ruspe in garage, il comico va al mare, la Meloni fa la mamma, e mister B. si godrà finalmente la sua vecchiaia. Fassina e Bersani fondano un circolo culturale, presieduto da D’Alema, ovviamente.

Ma nessuno di questi, ovviamente, vuole darsi per vinto. La strategia di guerra è duplice. La prima, assai poco signorile, comporta un attacco a fondo al ministro Boschi (mamma del progetto di riforma costituzionale). Se si riuscisse a affondare lei, l’intero disegno di riforma riceverebbe un colpo formidabile. E quindi avanti. Si attacca lei, il fratello, il padre, lo zio, forse anche la nonna. Non importa: bisogna darle addosso. Non c’è materia giudiziaria? E’ vero. Ma si può sempre sperare che le saltino i nervi (è una donna, in fondo) e che se ne vada di sua volontà. Basta martellare tutti i giorni, senza tregua.

Nella politica italiana ne abbiamo viste tante, e molte francamente orribili, ma questa guerra senza quartiere a una ragazza di poco più di trent’anni, che si è rivelata brava e competente, e che fa il ministro con grande dignità e grazia, è probabilmente la pagina peggiore. Accecati dall’idea di poter vincere, si accaniscono. Quando tutto sarà finito, e avranno perso, dovranno ammettere di aver giocato una partita molto sporca, fuori da ogni regola di fair play.

Insomma, si attacca lei perché si pensa che sia il lato debole di Renzi. Ma certo non si trascura il presidente del Consiglio. Ormai le mozioni di sfiducia arrivano a giorni alterni. Si va a rovistare nei suoi scontrini di anni fa. Un esagitato che dirige la regione Puglia (del suo stesso partito) è pronto a far ricorso contro di lui all’Unione europea, se dovesse saltare (per assenza di quorum, come sarà) il referendum trivelle. E, discretamente, si invitano magistrati e quant’altri a investigare con cura lui stesso, parenti, amici, nonni, zii e nipoti.

La ragione è sempre la stessa. Con Renzi in campo buona parte del personale politica italiana ha chiuso. Il ragazzo di Firenze corre troppo veloce. Per continuare a esistere la destra dovrà rinnovarsi. Ma, eventualmente, saranno altri. Non certo i Salvini e le Meloni, per non parlare di quell’accozzaglia rimediata da Casaleggio & C.

Ma questi, come è ovvio, si sentono ancora in gioco e voglio rimanerci. E’ la loro ultima carica di cavalleria. Ne vedremo delle belle.