Archivi tag: giuseppe turani

SEMPRE LUI D’ALEMA – L’AMMALATO DI NIKEFOBIA

SEMPRE LUI D’ALEMA – L’AMMALATO DI NIKEFOBIA

Vecchi giochi da vecchia politica

Mdp e D’Alema vogliono spingere Gentiloni fra le braccia di Berlusconi.

L’attacco al governo Gentiloni è partito da dove doveva partire, cioè dagli scissionisti dell’Mdp, cioè da D’Alema. E’ inutile andare a cercare altri responsabili. Sembra incredibile, ma siamo sempre allo stesso punto: l’ex ministro degli esteri non si rassegna per il fatto di non aver avuto da Renzi un incarico internazionale. Prima la scissione, poi il no al referendum che ci ha precipitati in questa Italia pasticciata e adesso l’attacco a Gentiloni. C’è una coerenza. Coerenza malata, ma c’è.

Insieme al vuoto di idee. Quando la delegazione Mdp è stata ricevuta da Gentiloni ha chiesto solo una cosa: più welfare, più stato sociale. Altro non ha detto. Una scelta facile: chi è contro un maggior welfare? Nessuno. Basta avere le risorse, che non si trovano sugli alberi, ma che vanno prodotte con lavoro e un’organizzazione sociale e amministrativa moderna.

Ma questo all’Mdp non interessa o non hanno idee. In realtà, vogliono solo due cose. Liquidare Renzi, facendo prendere al Pd una grandissima batosta elettorale e assicurare a se stessi una dignitosa presenza in parlamento.

Cosa, questa seconda, collegata alla prima, ovviamente, ma non tanto sicura. Se la riforma in discussione della legge elettorale (in parte maggioritaria) dovesse passare, buona parte degli esponenti dell’Mdp (forse tutti) dovrebbe andare a cercarsi un lavoro perché non riuscirebbero mai a vincere in un collegio uninominale.

In più c’è un po’ di astuzia dalemiana vecchia maniera. Se si continua a creare problemi a Gentiloni, va a finire che la legge finanziaria (adesso Def) alla fine passa con qualche aiutino di Berlusconi. E cosa c’è di meglio, per gli scissionisti di Mdp, di una campagna elettorale in cui si possa accusare il Pd di intese con Berlusconi? Vecchio arsenale dalemiano, appunto.

Il paese si trova a attraversare un momento non facile perché ha urgente bisogno di riforme che probabilmente non si potranno fare perché c’è una situazione politica quasi impossibile (nessuno avrà la maggioranza di niente, mai), ma il lucido D’Alema  sta a fare i suoi giochetti di sempre, in bilico fra la vendetta e un impossibile ritorno sulla  scena politica.

Questa è la vecchia sinistra, quella che si sta cercando di superare.

Giuseppe Turani

[Una vera noia, ma qualcosa di nuovo D’Alema riesce a dirla che non sia quella di liquidare Renzi? Adesso se la prende con Gentiloni. Ma cosa abbiamo fatto di male da dover sopportare  un idividuo simile in politica?]

Annunci

FRATI INDIAVOLATI

Frati indiavolati

Avvocati e magistrati girano come corvi intorno ai grillini.

di Giuseppe Turani |

 

Altro che francescani, dove arrivano i 5 stelle ormai si sente un odore di zolfo e di fiamme. Avvocati e grane ovunque. E’ successo a Genova, dove Grillo ha mandato a farsi benedire le primarie e ha scelto lui il candidato sindaco (perdente, naturalmente). E’ successo e sta succedendo a Roma, dove avvocati a magistrati volteggiano sui grillini come corvi in attesa del pasto. Sta accadendo in Sicilia, dove, non contenti dei processi per le firme false, di nuovo sono nelle grane con la giustizia, e quindi altri avvocati, per il solito motivo: lotte intestine.

Infatti quasi tutte queste grane giudiziarie, ignote negli altri partiti, nascono perché i 5 stelle non rispettano il loro stesso regolamento di base, quell’uno vale uno. Nel senso che, alla fine, se le cose non gli piacciono, il frate Grillo fa come gli pare e gli scontenti, ovviamente, lo portano in tribunale.

In ballo non ci sono infatti questioni politiche, ma posti, poltrone, stipendi. E nessuno accetta di essere buttato fuori solo perché sta antipatico a Grillo.

Sono cose, ripetiamo, che accadono solo fra i grillini: ricorrere in tribunale per avere il diritto di concorrere alla conquista di una poltrona. E questi sarebbero quelli dell’onestà, dello stipendio restituito (ci teniamo però 13 mila euro al mese).

Gli altri partiti non sono fatti da santi, ma almeno non si richiamano a San Francesco, ma a personaggi più terreni e più discutibili e discussi.

Questi, invece, vogliono passare per cavalieri senza macchia e senza paura, però girano con la carta bollata in tasca, pronti a denunciare il primo che li ostacola.

Ma non ci si deve meravigliare troppo. I grillini hanno voluto fare un partito che non è un partito, ma un accrocchio indefinibile. Non esistono organi di mediazione politica e così, alla fine, non rimangono che i tribunali.

E’ proprio vero che a volte il diavolo fa le pentole, ma si dimentica i coperchi.

 

P.S.= Siete pregati di ammirare l’immagine francescana di Beppe Grillo, un’esclusiva UB.

LA CIMICE SULL’ULIVO

LA CIMICE SULL’ULIVO

Questo articolo di Giuseppe Turani, non posso perderlo, è troppo bello. Resterà nel blog a memoria futura.

La cimice sull’ulivo

Le microspie del Noe nel giardino di papà Renzi. L’odio per Matteo da dove nasce.

di Giuseppe Turani | 19/07/2017

Ogni giorno emergono nuovi particolari sull’accanimento con il quale si è cercato in tutti i modi di incastrare Matteo Renzi nell’affare Consip. E si è andati giù pesante, senza paura del ridicolo. L’ultima rivelazione è che a un certo punto i carabinieri del Noe (suppongo su istruzioni del solito Woodcook) decidono di organizzare un’intercettazione ambientale a carico del padre Tiziano Renzi. Probabilmente incontrano qualche difficoltà nell’introdursi in casa, e così decidono di procedere dall’esterno. Piazzano ben tre cimici: una sul muretto di cinta della casa di Tiziano Renzi, una seconda sullo stipite della porta carraia e la terza (e qui siamo davvero alle comiche) su una pianta d’ulivo del giardino.

Era l’inverno 2016-2017, forse c’era maltempo, sta di fatto che è lo stesso capitano Scafarto (quello accusato di aver falsificato altre intercettazioni) a informare, desolato, la propria procura che le intercettazioni “all’aperto” non hanno funzionato, non si capisce niente, solo scariche, forse solo il dolce battere della pioggia sulle foglie dell’ulivo.

Grande scrupolo investigativo o solo uno dei tanti episodi di odio verso Matteo Renzi? A questa domanda risponderanno e indagini in corso.

Per ora, quello che si sa è che l’odio verso il segretario del Pd è molto diffuso, soprattutto a sinistra, e molto forte.

In proposito c’è una tesi dello psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, amico e ammiratore di Renzi, abbastanza curiosa. L’avversità nascerebbe dalla storia stessa di quella sinistra: il mondo a cui si riferiva è crollato, insieme ai suoi valori, ma i suoi protagonisti non sono mai riusciti (per pigrizia, probabilmente) a elaborare il lutto della sconfitta. Non sono mai riusciti a ammettere il fallimento della loro ideologia e quindi a cercare strade nuove. E’ assai più semplice, e consolante, attribuire la propria cattiva sorte all’ingresso in scena di uno come Matteo Renzi, che non appartiene alla loro stressa storia, un alieno. Da qui l’odio e il tentativo di rimozione per ristabilire il vecchio ordine.

Tesi (che qui ho un po’ semplificato) colta e suggestiva, ma che si sposa benissimo con la versione più prosaica e politica della stessa storia. Renzi è odiato dalla sinistra-sinistra perché ha portato via loro il giocattolo, la ditta”, il Pd, il potere.

Una volta ho fatto un piccolo calcolo, molto a spanne, ma che credo sensato. In Italia ci sono un milione e mezzo di persone che vivono di politica (deputati, presidenti regioni, assessori, sindaci, consiglieri società pubbliche, portaborse, ecc.). Poiché il Pd conta per circa il 30 per cento, si può facilmente stimare che questo “popolo” che ruota intorno alla politica appartenga almeno per un terzo al Pd. Sarebbero cioè 500-600 mila le persone che devono il loro ruolo in politica (e i loro redditi) all’esistenza del Pd. Questa, in parole povere, era la “ditta” di Bersani. Questa la “cosa” che Renzi, conquistando il Pd, ha sottratto alla sinistra-sinistra. Poi ci sarà anche la mancata elaborazione del lutto, ma all’istante c’è una perdita di potere catastrofica: per colpa, appunto, di un alieno, di un Matteo Renzi che non esce dalla loro stessa storia. E che quindi viene visto come un abusivo, un saccheggiatore, un predatore.

Il fatto che poi lo stesso Renzi abbia conquistato il suo potere attraverso congressi e primarie, cioè con metodi assolutamente democratici, è secondario ai loro occhi.

Quello che conta è che lui ha il potere, e loro non più.

Quindi va distrutto, magari anche impiantando una microspia sull’ulivo del giardino di papà, a registrare la pioggia battente.

CARO AMICO TI SCRIVO…

CARO AMICO TI SCRIVO…

Caro amico ti scrivo

Così mi distraggo un po’
E siccome sei molto lontano
Più forte ti scriverò

Da quando sei partito
C’è una grossa novità
L’anno vecchio è finito ormai
Ma qualcosa ancora qui non va…

 

Così cantava il grande Lucio Dalla, e allora scriviamo.

Non conosco Renzi, ma è come se fosse un amico (lontano) perché ha fatto sognare, me e tanti altri, in anni ancora recenti.

1- Ci ha fatto sognare la possibilità di un’Italia diversa, meno bloccata, più dinamica, più desiderosa di correre e di vincere.

2- In pochi mesi ci ha liberati da tutta la retorica e la pratica delle bandiere rosse-avanti popolo. Ha messo fuori gioco gli antichi mandarini di sinistra cresciuti fra la scuola delle Frattocchie e i corsi estivi a Mosca.

3- Ci ha fatto vedere che questo paese poteva disporre, finalmente, di una forza di sinistra, progressista, ma anche liberale. Ci ha fatto intravedere un’Italia che, pur non dimenticando i bisogni, avrebbe saputo apprezzare e premiare il merito.

4- Ci ha fatto capire che quella dei vari populismi non era la strada giusta, ma solo la strada per il caos.

5- Con il progetto di riforma costituzionale ha disegnato un paese moderno, come non avevamo nemmeno immaginato.

 

I debiti di riconoscenza che tutti abbiamo verso l’intemperante, arrogante, a volte antipatico ragazzo di Rignano sono tanti. E’ stato la speranza di un cambiamento quando forse non pensavamo più di poter cambiare.

Per questo è stato molto amato. Quando ha perso il referendum del 4 dicembre, si è comportato come un galantuomo d’altri tempi: si è dimesso da tutto.

Dopo, come ha scritto un nostro amico, “siamo andati a casa sua a riprendercelo, il nostro segretario”.

 

Amico (lontano) Renzi, quasi 14 milioni di italiani, il popolo del sì, ti avevano appoggiato nella gara referendaria. Quasi due milioni ti erano venuti a cercare a casa per rieleggerti segretario e rigettarti nella mischia. Chi altro è stato più amato nella politica italiana?

 

E qui, a un amico (lontano) si può dire, stai forse andando un po’ oltre il segno. Troppe polemiche, troppe risse, troppe battaglie. Nei tuoi millegiorni a palazzo Chigi ci hai riempiti di emozioni e di cose. Hai dato molto, ma hai anche chiesto molto.

Noi, amici tuoi, non siamo dei combattenti professionali e non possiamo stare sempre in trincea.

In più l’orizzonte è solcato da nubi che diventano sempre più scure. Sentiamo intorno a noi desideri di tregua, di riflessione. Desiderio di capire quali sono i nostri possibili percorsi: l’Europa, l’euro, Macron, la Germania. Queste sono le realtà che vogliamo vicino a noi, vicino alle nostre vite.

Ma tu, amico (lontano), sembri volere di più, ancora di più. E incroci il ferro con chiunque ti si pari davanti. E’ un errore. Non hai nessuna battaglia da vincere. Hai già vinto: eri caduto nelle polvere del 4 dicembre, ma il tuo popolo ti ha rimesso al comando. Hai già vinto perché hai dimostrato che questo paese può cambiare. Hai già vinto perché hai scoperto una classe politica nuova, giovane, che impara in fretta e che ha voglia di fare.

Hai già vinto perché in Europa siamo un po’ più rispettati.

Allora, amico (lontano), basta sfide a chi spara per primo. La guerra è finita. Adesso per i capi è arrivata l’ora dei tavoli e delle trattative. C’è stato il tempo degli scontri, ora c’è il tempo delle strette di mano davanti ai trattati.

Un’ultima cosa, amico (lontano). Ti vedo impegnato nella battaglia un po’ bizzarra per fare nuovi debiti, molti nuovi debiti, a fin di bene, naturalmente. Un consiglio: lascia perdere, non è da te. Queste cose, i debiti, sono stati il pane e il vino di tutti i governi degli ultimi quarant’anni. Il tuo destino è altro. E’ farci sognare, è cambiarci davvero. Cerca un’altra musica, una musica che sia più tua. E che il tono sia lieve, se è vero che è il tono che fa la musica.

Caro amico (lontano) sei un concertista di cose nuove, lascia cadere le vecchie minestre,

con affetto.

Giuseppe Turani

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

IL POPOLO DEL SÌ

IL POPOLO DEL SÌ

Questo strano popolo del sì

di Giuseppe Turani | 01/05/2017

Il popolo del sì, battuto, umiliato, deriso il 4 dicembre, è risorto.

Matteo Renzi, l’uomo-cattivo da abbattere con ogni mezzo, ha fatto le primarie, ha stravinto e è stato rieletto segretario del suo partito. I critici, i profeti della fine di “questo” Pd avevano pensato a un po’  meno di un milione di partecipanti. Invece sono stati almeno due milioni, con 80 mila volontari impegnati nell’organizzare 10 mila gazebo e i centri di voto in tutta Italia e anche all’estero: da Montreal a Shangai.

Due milioni di persone che si sono recate ai seggi, spesso con la famiglia, con in mano i due euro per votare e per contribuire alle spese. Molti hanno dato anche di più. Tutti hanno ricevuto la loro brava ricevuta. Ma la cosa impressionante non è nemmeno questa grande mobilitazione (senza uguali nel panorama politico italiano), la cosa che ha colpito è stata l’allegria della giornata: niente musi lunghi, ma solo la voglia di riesserci un’altra volta. Di mandare un segnale di esistenza.

La giornata di ieri ha mostrato chiaramente che questo, ormai, è un paese di democrazia compiuta: in un paese così, di famiglie serene che vanno con i bambini a votare, con il presidente del Consiglio che al seggio prega i giornalisti di ridargli la moglie, bloccata dai fotografi, con dei volontari che hanno allestito un gazebo (a forma di igloo) a tre mila metri di quota per gli sciatori, non potrà mai esistere alcuna deriva di destra.

Ma, adesso, fatta la festa, cominciano i problemi. La scena politica è tutta cambiata. L’uomo che doveva essere liquidato, Matteo Renzi, e contro il quale il 4 dicembre scorso si era formata una sorta di Santa Alleanza che comprendeva tutti, meno lui e i suoi amici, è ancora in campo. Se possibile, dentro il suo stesso partito è più forte di prima: ha stravinto con il 70 per cento dei voti.

Sul piano formale è stato molto educato. Buone parole per tutti. Ma non ha offerto niente a nessuno, nessun posto, nessun incarico. Sulle possibili alleanze ha detto una frase sola: faremo alleanze con la gente e non con partiti e partitini che rappresentano solo se stessi.

E questo apre qualche spiraglio si quella che sarà la sua linea. Ci si può sbagliare, ovviamente, ma penso che non reimbarcherà gli scissionisti che se ne sono andati (da D’Alema in avanti…). Gli altri, forse, non lo hanno ancora capito, ma questo è un Pd diverso. Non è più quello che Bersani aveva lasciato qualche mese fa borbottando di tradimenti di valori e cose così.

Questo, anche se a molti non piace, è il Pd di Renzi, un Pd liberal-democratico, che vuol fare le cose e non stare a discutere sui valori intangibili del secolo scorso.

Tutto quello che si affastella alla sua sinistra, dal campo progressista di Pisapia a articolo 1, è passato direttamente in archivio, non interessa.

E, ancora, è un Pd che punta a vincere le prossine elezioni. E qui molti sorridono: si tratta solo del sogno di un megalomane. Invece, è un disegno lucido, l’unico possibile. Si tratterà di vedere quale legge elettorale alla fine ci sarà e quale parlamento ci darà. Ma già da subito una cosa è chiara: oggi, questo Pd di Renzi, risorto come d’incanto dalle sue ceneri, è l’unica forza politica che si ponga nettamente e senza equivoci contro il dilagante populismo (quello che sceglie i candidati sindaco con 20 clic). L’unico avversario vero di Grillo, insomma. La scelta nelle prossime elezioni sarà questa. Per tutti: ricchi e poveri, operai e borghesi.

Ieri c’è stata la sorpresa dei due milioni di voti, domani potranno esserci altre sorprese.

In realtà, molti commentatori oggi sbagliano e dicono cose vecchie perché non hanno capito che cosa è successo ieri: è nato un nuovo Pd. La sigla è sempre quella, e anche le sedi e le bandiere, ma sotto il cofano il motore è cambiato. Questo nuovo Pd non è più un amalgama mal riuscito fra democristiani e comunisti, ma è qualcosa di nuovo. E’ il Pd del popolo del sì.

En marche.

PREVALE LA CULTURA DEL SOSPETTO

533221_679859708709278_1027029030_nPREVALE LA CULTURA DEL SOSPETTO

di Giuseppe Turani | 04/03/2017

Le tangenti Consip non sono state trovate, e probabilmente non ci sono. Gli appalti non sono stati vinti. Il sistema Consip viene descritto come non manipolabile. Eppure buona parte della stampa italiana procede dritta e sicura puntando il dito contro il clan Renzi, descrivendolo come una banda di Chicago, che si è impossessata del potere e che stava per fare chissà che cosa.

Ci sarebbe da chiedersi che cosa stia capitando a tanti illustri commentatori. Tutto è saltato, nessuna prudenza è stata messa in campo: trattasi di delinquenti (la banda di Rignano) e vanno spazzati via, senza se e senza ma.

Nessun rispetto per norme costituzionali e nessun rispetto per il buon senso. Nessuno sa indicare movimenti di soldi o altro. Ma non importa. Potevano delinquere, e questo basta. Le sentenze sono già state emesse. Emesse da condannati (più volte) per diffamazione o per plurimo omicidio colposo. Buone lo stesso. Raffinati intellettuali non disdegnano di mischiarsi con questo demi-monde di rovistatori del fango. Anzi, aggiungono la loro raffinata prosa a quella dozzinale dei rovistatori, felici di essere tornati a avere un ruolo di frontiera.

Ma questa è l’Italia 2017. Inutile lamentarsi: è così, e basta.

Ci si può chiedere, allora, perché tutto questo accanimento. E la storia è abbastanza semplice. Ci sono due o tre motivi.

1- FORSE SBAGLIANDO, MA RENZI AVEVA TENTATO di ridisegnare, con il suo progetto di riforma costituzionale, una “nuova Italia”. Questa nuova Italia aveva un difetto: faceva saltare molte vecchie consorterie, molte posizioni acquisite, metteva in pericolo tranquilli e decennali tran tran. E quindi contro quel progetto si è scatenata una guerra di tutti contro uno: Renzi.

Alla fine hanno vinto. Ma non bastava. Bene o male il 40 per cento dei cittadini votanti si era dichiarato favorevole. Un grave pericolo. Quindi Renzi andava indebolito: a gran voce se ne sono chieste le dimissioni da segretario del partito (quelle da presidente del consiglio le aveva date subito). Accontentati anche in questo. Solo che le  dimissioni del segretario rendono inevitabile il congresso per la nomina di un nuovo segretario. I sondaggi dicono che Renzi vincerà alla grande contro due candidati, di cui uno francamente impresentabile e l’altro esponente della vecchia guardia. Di meglio non si è stati capaci di  mettere in campo.

Pericolo: vuoi vedere che ci ritorna fra i piedi? E allora, visto che i suoi fan sembrano tenere duro, si passa alla liquidazione per via mediatica. Disponibile c’è tutto il know how accumulato con Berlusconi. Basta replicare e insistere. Non è nemmeno un lavoro faticoso, si tratta di copia e incolla. Lo si può fare stando in vacanza, dalla terrazza dell’albergo, via wi-fi.

2- MA C’È UN DISEGNO POLITICO DIETRO questa grandinata di attacchi costruiti sulle chiacchiere? Sì. E anche abbastanza scoperto. Con il nuovo sistema elettorale è quasi certo che bisognerà andare a una coalizione. Poiché i rapporti fra il Pd renziano e tutto ciò che sta alla sua sinistra sono pessimi (politicamente e culturalmente), è assai probabile che questa coalizione si faccia con Berlusconi (o con frammenti di quell’area politica), che quindi tornerebbe in gioco. Vade retro.

Quelli che oggi attaccano Renzi sulla base di foglietti trovati in mezzo alla monnezza hanno un progetto molto diverso: il perno del futuro governo deve essere Grillo, con un appoggio (in posizione subalterna) di un Pd liberato da Renzi e ubbidiente.

Insomma, meglio Di Maio o l’Appendino a palazzo Chigi (magari con un Bersani vice-presidente) invece di Renzi o di un suo amico. Meglio, sembra di capire, un ritorno all’Italia anni ’50 (poche auto in giro, poca energia, cibi vegani coltivati sul balcone) che il tentativo di costruire un paese moderno che guarda lontano, che cerca di riavere un suo ruolo importante in Europa e nel mondo.

Questo può sembrare un disegno miserevole, ma è l’unico che sta sulla piazza. Meglio chiunque altro (anche Grillo e la Taverna) di Renzi.

Si può a questo punto recitare un de profundis per gli esponenti di un’area culturale che per anni sono sembrati impegnati a insegnarci la modernità e che invece si stanno rivelando come fior di reazionari: qualunque cosa purché non cambi nulla, stiamo affondando, ma sarà una cosa lunga e nemmeno noi siamo eterni.

NON SUBITO, MA DOMANI FORSE

pd_spaccatoNON SUBITO MA DOMANI FORSE

L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo.

Sembra che il gran giorno della scissione sia domani. E nemmeno é chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

Insomma, essere il Macron Italiano e avere un futuro, significa avere il coraggio di far fare agli italiani quello che non vorrebbero mai fare: vivere dentro una società competitiva e meritocratica. Basta posticini ottenuti grazie allo zio prete, basta diplomi e lauree a tutti, basta rendite di posizione. Basta infine a un milione e mezzo di persone che vivono di politica, cioè di soldi pubblici. La democrazia non richiede un esercito così vasto di nullafacenti.

Se Renzi ha in testa queste cose, può anche “non vincere” le prossime elezioni. Andranno a cercarlo, tre mesi dopo.

(Giuseppe Turani)

UN LUNEDI’ PIU’ NERO PER TUTTI

Un lunedì più nero per tutti

trump2Già cominciata la guerra all’Europa.

di Giuseppe Turani | 17/01/2017

Trump detesta talmente l’Europa che vuol rendere persino più difficile agli europei visitare la Trump Tower: infatti ha già promesso limitazioni all’entrata per i provenienti dal Vecchio Continente, turisti compresi. Ma, soprattutto, è sceso in guerra contro l’Europa nel suo insieme. Dice che è una costruzione artificiale, morta o moribonda, e che va fatta a pezzi.

Questa durezza è spiegabile con il fatto che il nuovo presidente americano è un uomo d’affari: e negli affari la prima regola consiste appunto nel cercare di sbarazzarsi dei concorrenti. Se l’Europa dovesse davvero affondare, l’America rimarrebbe l’unico grande mercato (e potenza) occidentale: un obiettivo troppo ghiotto per non provarci.

E’ singolare, però, che su 28 stati membri dell’Unione europea solo un premier, la signora Merkel, abbia avuto la forza di protestare. Certo, la Germania è il paese più  forte e di fatto è quello che domina il Vecchio Continente, ma tutti gli altri hanno scelto il silenzio. Prudenti, forse troppo.

Sono gli stessi, poi, che volentieri si lamentano per lo strapotere della Germania in Europa, fenomeno vero e grave. E che non aiuta. Va anche aggiunto subito, però, che la Repubblica Federale, oltre a essere il paese più grande, è l’unico che funzioni correttamente, grazie alle riforme fatte più di dieci anni fa e che, ad esempio, Italia e Francia si sognano.

Ma poiché il 16 gennaio era, per convenzione, il blue day, il giorno più triste dell’anno, non ci siamo fatti mancare niente. Dopo l’attacco di Trump all’Europa, ecco l’attacco dell’Europa all’Italia: i nostri conti non sarebbero a posto e servirebbe una patrimoniale di 4 miliardi. La risposta va data entro 15 giorni. Sarà un caso, ma anche Bruxelles si è risvegliata all’improvviso: colpita  al cuore da Trump, ha deciso di dare a sua volta un calcio e ha scelto l’Italia, naturalmente.

Ma a questo punto Berlino poteva stare solo a osservare? No. E infatti la Germania, con una procedura che non ha precedenti al mondo, ha chiesto a Bruxelles di intimare al governo italiano di far ritirare dalla Fca (ex Fiat) una serie di vetture, giudicate dai tedeschi troppo inquinanti. Proprio loro che hanno appena pagato 4 miliardi di dollari agli americani a causa delle “loro” vetture  inquinanti. Il nostro governo ha definito “irricevibile” la minaccia tedesca. Ma l’aria che si respira è davvero piuttosto pesante.

Infine, il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime della crescita italiana nel 2017 e nel 2018. Davvero, una triste giornata.

(Dal “Quotidiano nazionale” del 17 gennaio 2017)

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

STATO TEOCRATICO: PERITI INFORMATICI AL POSTO DEI PRETI

Grullini a testa bassa contro no-vincolo di mandato e Bankitalia. Perché? Sognano uno stato teocratico con perititi informatici al posto dei preti.

di Giuseppe Turani | 23/06/2016

Fra le tante cose un po’ impressionanti dei grullini, due meritano di essere sottolineate. Sembrano due cose molto tecniche e invece sono i fondamenti di un buon sistema democratico. La prima è la famosa multa da 150 mila euro a chi non sta allineato (per ora solo a livello locale, ma in futuro anche in parlamento).

Può sembrare una cretinata (e lo è certamente), ma è anche qualcosa di molto peggio. E’ il tentativo di far saltare per gli eletti la clausola “senza vincolo di mandato”. Grazie a questa norma, oggi in Costituzione, i partiti non sono onnipotenti nei confronti del Parlamento perché i singoli deputati, senza vincolo di mandato appunto, possono decidere in modo autonomo e diverso dal partito di appartenenza.

Il non-vincolo di mandato è alla base di ogni corretto sistema democratico, come si può intuire. Il presidente degli Stati Uniti ha il potere di dichiarare guerra, senza nemmeno sentire il Parlamento. Ma poi è obbligato a andare dai deputati per farsi approvare le spese relative. E lì incontra un parlamento dove ognuno decide con la propria testa, senza vincolo di mandato. Questa è democrazia.

Ai grullini, che hanno già espulso un terzo del loro gruppo  parlamentare per “indisciplina”, questa cosa non è mai andata giù. La sede del potere deve essere una sola: gli uffici della Casaleggio & Associati. I parlamentari devono eseguire alla lettera gli ordini in arrivo dallo staff. Per ora si comincia a livello locale, sindaci e assessori, ma il progetto è di rendere la misura universale.

E’ assolutamente scandaloso che nessun costituzionalista si sia ancora alzato a protestare. Altro che riforma del senato (bella o brutta che sia), qui si vuole far saltare l’impianto democratico come è conosciuto da secoli. Per sostituirlo con la decisioni prese negli uffici di una S.r.l. (nemmeno una S.p.A.).

Il secondo punto sul quale grullini (ma anche Lega e altre tipologie di ignoranti) insistono molto è l’abolizione del divorzio Bankitalia-Tesoro, vera bestia nera ai loro occhi.

E anche qui siamo alla volontaria distruzione dei fondamenti di una buona società e alle soglie del disastro finale.

Mi spiego, fino al 1981 (data del divorzio) Bankitalia era obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato emetteva. Come pagava? Semplice: stampava moneta ex-novo, carta e inchiostro. In questo modo lo Stato (e che stato!) aveva a disposizione una fonte di finanziamento praticamente infinita per le sue scemenze e spese clientelari.

Ma nel 1981 un democristiano “adulto”, Nino  Andretta, ministro del Tesoro, e un laico per bene, Ciampi, alla Banca d’Italia, realizzano il divorzio consensuale: Bankitalia non è più obbligata a comprare tutti i Bot che lo Stato vorrà rifilarle.

Non serve molto ingegno per capire che anche questo è uno dei fondamenti di una buona democrazia: lo Stato non ha più la possibilità di indebitarsi all’infinito. In ogni caso deve andare sui mercati, e lì si vedrà.

Bene, grullini e altri pasticcioni sono da tempo in guerra contro questo divorzio. Per ragioni ovvie: se lo si fa saltare, una volta che arrivassero al governo, potrebbero far fronte a tutte le loro promesse, anche le più dementi. I soldi non mancheranno mai: basterà farli stampare dalla Banca d’Italia (che naturalmente va riportata sotto il comando esclusivo del governo).

Ecco, nessuno Stato moderno è organizzato così (tranne forse qualche repubblica africana).

Persino nella grande America il presidente (quello stesso che può dichiarare guerra in modo del tutto autonomo), non può dare ordini alla Federal Reserve. Può solo chiedere gentilmente, e di solito non lo fa in modo pubblico. Poi a decidere sarà il comitato dei 17 governatori riuniti nel Fomc e guidati dalla signora Yellen, che in questo momento (con Obama scaduto) ha in mano la guida del paese.

Pesi e contrappesi. Le democrazie funzionano così. Qui da noi invece grullini e altri sono in marcia per distruggere tutto ciò e mettere su una sorta di Stato teocratico senza preti, ma di periti informatici.

E nessun costituzionalista che si alzi a dire: “Cazzo”.