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PIZZA A DOMICILIO

PIZZA A DOMICILIO

Meglio riderci sopra, ma un domani chissà…..

– Buonasera! Pizzeria da Ciccio?
– No è Google Pizza.
– Ho sbagliato numero?
– No, Google ci ha comprati.
– OK. Posso ordinare una pizza a domicilio?
– Certo, vuoi il solito?
– Il solito? Come fai a sapere cosa prendevo?
– Dal numero da cui chiami, le ultime 9 volte hai ordinato pizza con salamino piccante e patatine fritte, bella croccante.
– OK! È proprio lei.
– Posso suggerirti stavolta una pizza con la rucola e i pomodorini?
– Che cosa? Odio le verdure!
– Il tuo colesterolo è troppo alto.
– Tu come lo sai?
– Hai richiesto di poter visualizzare i risultati dei tuoi esami del sangue online.
– Non voglio quella pizza. Sto già prendendo le medicine.
– Non le stai prendendo regolarmente, 4 mesi fa hai preso una scatola da 30 pastiglie nella farmacia sotto casa e poi non le hai più comprate.
– Le ho comprate in un’altra farmacia.
– Non risulta dalla tua carta di credito.
– Ho pagato in contanti.
– Non risultano prelievi di contanti dal tuo conto corrente.
– Ho altre fonti di contanti.
– Non risulta dalla tua dichiarazione dei redditi, a meno che non siano in nero.
– Cosa vuoi da me? Basta con tutta questa tecnologia. Vado in un’isola deserta senza internet e senza telefono, così nessuno potrà più spiarmi.
– Capisco. Rinnova il passaporto, ti è scaduto da 5 giorni.

(Dal Web)

Forse è già così, ma ho pensato che non sarebbe successo a me, tanto mica compro con Internet.

Poi ho constatato che così non è, anzi, compro molto, libri, tappeti per la cucina, tegami, giacche, sementi, sacchetti di ricambio per aspirapolvere, prenotazione viaggi, alberghi, lettura esami clinici, cibo ai supermercati, prodotti per il mio gattone rosso, profumi, controllo il conto corrente, faccio bonifici, carte di credito virtuali. Un’ira di dio di robe. Ed è vero, si potrebbero scoprire tante cose su di me. La privacy? Chissà dov’è andata a finire!

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FILOSOFIA DA DUE SOLDI

FILOSOFIA DA DUE SOLDI

Gli esperti dicono che se si pensa troppo al passato si è a rischio depressione.

Naturalmente immagino si faccia riferimento a una situazione costante, dalla quale si fa fatica ad uscire.

Io penso spesso al passato ma, in tutta onestà, non me ne sento prigioniera, anzi, e ho pochissime cose su cui recriminare.

Sono contenta di quasi tutte le mie scelte e di quelle sbagliate me ne assumo serenamente la responsabilità.

Immagino che pensare al passato sia un modo per far ricorso al registro delle esperienze, attingendone per non sbagliare ancora oppure per agire ancora meglio.

Tuttavia è chiaro che se dal passato ci portiamo i ricordi, piacevoli o spiacevoli, il futuro è ancora sotto il nostro controllo.

Mi vien da pensare che il passato è stato il futuro di un altro indice di tempo, quindi tutto si riduce ad una questione di scelte, giuste o sbagliate.

Ma avremo imparato abbastanza da quel passato?

 

SARESTI SOLO

SARESTI SOLO

cuore-sulla-spiaggia

Se sei stanco,
riposa la testa sulle nostre spalle.
Se hai sete,
bevi alla sorgente della nostra fede.
Se hai fame,
mangia il pane del nostro amore.
Se sei minacciato,
che i nostri cuori siano la tua spada
ed i nostri corpi il tuo scudo.
Se il tuo cammino è pieno di spine,
continua a camminare,
ti accompagneremo.

Ma non lasciare mai
il cammino della libertà,
dell’onore,
della verità.
Su un’altra strada
tu saresti solo.
Non lasciare mai
il cammino della speranza.
Su un’altra strada
tu saresti solo”.

(Scritto sul muro di Praga nel 1968)

LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE

LA SINISTRA HA PERDUTO LE SUE PAROLE

imagesLa prima cosa che viene da pensare della sinistra durante l’ultimo ventennio è la paura: paura del cambiamento, paura del futuro, paura delle incognite che il futuro può riservare, paura di dire qualcosa di sinistra, cioè di dire qualcosa che possa incidere nel futuro, anche un piccolo pezzo di futuro, immaginato come più equo e migliore. E questa paura è per la sinistra un indugio mortale, pigrizia conservatrice. La paura del futuro, e per dirla come Michele Serra: “la sinistra dà l’impressione di aver trascurato apposta i suoi doveri e i suoi compiti, pur sapendo bene quali fossero, per viltà o per opportunismo. O peggio, la sua funzione storica si è esaurita non per calcolo ma per inettitudine, per totale smarrimento”.

Ogni pigrizia conservatrice, dentro la sinistra e dentro le sue parole, parla prima di tutto di quella paura. Compresa la paura di sbilanciarsi, di dire cose azzardate, di sembrare stravaganti o ingenui o imprecisi. La paura dell’errore intellettuale.

Proprio la modernità, la società dei consumi di massa ha letteralmente spaventato la sinistra, tanto da suscitare al suo interno forti pulsioni conservatrici. Più che l’impulso a progettare “un altro cambiamento”, ha pesato l’impulso a proteggersi da quello in corso. Ne è nata una sinistra-ossimoro, conservatrice e terrorizzata dai mutamenti in atto. Ed è soprattutto per questo, che è così difficile dire “qualcosa di sinistra”: perché la sinistra ha perduto le parole del cambiamento, a partire dalla parola “cambiamento”. E dunque ha perduto le sue parole.

Ecco perché Renzi fa paura alla sinistra, viene tacciato di essere come Berlusconi se non peggio. Ecco perchè i sindacati si affannano, a prescindere, a fare scioperi, a protestare in modo anche molto disorganizzato, perché hanno paura che qualcosa cambi in peggio – dicono –  mentre dovrebbero affrontare il cambiamento con lo spirito di dire “finalmente in questo paese si può fare meglio e di più per chi non ha lavoro”.

Si può fare se esiste la volontà di collaborare, di pensare ad un miglioramento per tutti e non a trincerarsi dietro bandiere conservatrici o a permalosismi incomprensibili.

La partita non si gioca mai in un campo predeterminato. Si gioca su idee e proposte che riflettono i tempi e i problemi e che offrono soluzioni il cui costo deve essere chiaramente esposto. Sono idee e proposte che ridefiniscono continuamente lo stesso campo di gioco e le mentalità dei giocatori. La sinistra è movimento. E’ sapere allargare il campo, a sinistra e al centro.  Convincere per vincere (e governare).

NON C’E’ BISOGNO DI INDOVINI

NON C’È BISOGNO DI INDOVINI

Gli abbiamo detto che la rabbia non è bene
Bisogna vincerla, bisogna fare pace
Ma che essere cattivi poi conviene
Più si grida, più si offende e più si piace.

Gli abbiamo detto che bisogna andare a scuola
E che la scuola com’è non serve a niente.

Gli abbiamo detto che la legge è una sola
Ma che le scappatoie sono tante.

Gli abbiamo detto che tutto è intorno a loro
La vita è adesso, basta allungar la mano.

Gli abbiamo detto che non c’è più lavoro
E quella mano la allungheranno invano.

Gli abbiamo detto che se hai un capo griffato
Puoi baciare maschi e femmine a piacere.

Gli abbiamo detto che se non sei sposato
Ci son diritti di cui non puoi godere.

Gli abbiamo detto che l’aria è avvelenata
Perché tutti vanno in macchina al lavoro
Ma che la società sarà salvata
Se compreranno macchine anche loro.

Gli abbiamo detto tutto, hanno capito tutto
Che il nostro mondo è splendido
Che il loro mondo è brutto.

Bene: non c’è bisogno di indovini
Per sapere che arriverà il futuro.

Speriamo che la rabbia dei bambini
Non ci presenti un conto troppo duro.

(Bruno Tognolini: Rime di rabbia)

VIVIAMO NEL PAESE DI BENGODI E NON LO SAPPIAMO

VIVIAMO NEL PAESE DI BENGODI E NON LO SAPPIAMO

IL SOGNO DEGLI ITALIANI HA PARLATO NIENTEMENO CHE IN “PARLAMENTO”

Berlusconi ha parlato, sì, ma dalla faccia si capiva che nemmeno lui credeva a quello che stava dicendo. Gli calavano le braccia e crescevano le borse sotto gli occhi.

Ormai sono tre anni che sta seduto sulla sedia di presidente del consiglio, ed ha parlato in “parlamento” la bellezza di cinque volte.

La prima volta nel 2008 quando chiese la fiducia e presentò il nuovo governo. Per forza aveva vinto le elezioni e le camere registravano, per la prima volta nel paese, una maggioranza bulgara.

La seconda volta due anni e mezzo dopo nel settembre 2010, per dire che nella sua maggioranza c’era stata una scissione.

La terza volta il 13 dicembre dello stesso anno per presentare il nuovo assetto di governo, con l’ingresso dei “responsabili”, al posto dei finiani.

La quarta il 21 giugno del 2011, su rilevazioni e monito da parte del Presidente della Repubblica.

La quinta il 3 agosto 2011, per via delle speculazione dei mercati sul nostro paese.

Uno sforzo immane, per uno che ha una stitichezza congenita ai discorsi in parlamento, perché in quella sede è costretto ad ascoltare le parole dell’opposizione e non tollera di essere non solo contestato, ma non “condiviso”.  Preferisce i comizi e lo sventolio di bandiere.

E’ ovvio che, per uno che si ritiene  il sogno degli italiani ed è l’imprenditore che ha tre aziende in borsa.(sic), è anche troppo, è una degnazione. Sembrava dire, ma che ci faccio qui, quando questi non capiscono un accidente di niente.

Ma cos’ha detto in sostanza: che la crisi economica c’è, ma è planetaria e l’Italia sta meglio degli altri, che la ricchezza delle famiglie è consistente, tutte hanno il conto in banca, che le banche sono solvibili, e che il governo avendo tenuto fermi i conti, è il più bravo del mondo, che c’è un complotto plutocratico dei mercati contro l’Italia perché non hanno capito niente di come siamo messi.

Ma come mai noi non avvertiamo niente di tutto questo “benessere” di cui invece dovremmo sentire i benefici? Siamo tutti ingrati? Lo siamo tanto che l’ultimo sondaggio dice che Berlusconi è al di sotto del 23% dei consensi, è a livello di Zapatero, il quale, per il bene del paese, ha fatto un passo indietro.

E’ vero che abbiamo un debito pubblico grandissimo, ma è anche vero che nel 2001, quando Prodi  consegnò i conti a Berlusconi, il debito era al 106% , ora dopo 8 anni del governo Berlusconi è salito al 120% e siamo ritornati al tempi del 1994.

Siamo tornati indietro di 20 anni, e nei 10 anni di governo Berlusconi, non si è investito niente di niente, niente infrastrutture, niente sviluppo del Sud, anzi sono stati tolti soldi dal sud per finanziare  altro. In questi anni solo annunci niente fatti, tra cui spicca l’annuncio del ponte di Messina. Quasi fosse uno scherzo del destino ed una presa in giro agli italiani ed al sud in particolare.

Si è provveduto a demolire i sindacati, a demolire la ricerca, la scuola, non si sono sfruttate le nuove tecnologie, i nuovi mezzi, solo tagli indiscriminati lineari per tenere i conti a posto  Sono state fatte solo stravaganti e costose decisioni di “italianità” come l’Alitalia che ci è costata un pozzo di quattrini, mentre non abbiamo mosso un dito per salvare una delle più belle aziende del made in Italy alimentare come la Parmalat.

Sappiamo anche noi che la crisi non è solo nostra, ma com’è che gli altri paesi crescono molto di più di noi?

Eravamo come la Francia che ora è cresciuta del 12%, noi appena del 2% .

La risposta sta nella poca credibilità di questo governo e nella poca credibilità di Berlusconi, il che vuol dire che gli investitori fuggono da questo paese piuttosto che rischiare di perdere i loro soldi. E se ci imprestano dei soldi, chiedono che noi paghiamo di più in interessi perché non si aspettano da noi, un balzo di credibilità.

Tutto questo non serve al paese, lo affonda, ma la maggioranza e Berlusconi in particolare, dice che stiamo benissimo. Tanto che nel fare la finanziaria, per paura di perdere le elezioni, ha rimandato al pareggio di bilancio al 2014, a dopo le elezioni così ci penserà qualche altro governo a fare “il cattivo”.

Ora è bene dire che cosa ci saremmo aspettati da un “leader” consapevole della situazione e che non viva tra le nuvole.

“Non abbiamo capito che fin dal 2007 c’era in atto una speculazione, che il problema pur derivando dall’America, avrebbe colpito anche noi. Dovevamo cercare di approfittare della situazione di crisi per investire il più possibile, infatti è in tempo di crisi che si possono fare anche spese che poi rendono.

Non dovevamo praticare tagli lineari, che colpiscono i più poveri, ma provvedere a far pagare a chi può di più. Dovevamo fare la riforma del fisco, e non solo tentare di tener fermi i conti. Dovevamo concretizzare le liberalizzazioni già iniziate da Prodi, invece di fermarle. Dovevamo contrastare la grande evasione fiscale, con mezzi efficaci come la tracciabilità dei pagamenti, invece di cancellarla.  E soprattutto dovevamo cercare di riportare i conti al meglio possibile entro il 2012 e non dopo due anni ancora, prendendo i soldi dove ci sono, nelle rendite finanziare”.

Ma si sa, questi sono discorsi “di sinistra”, e mai una maggioranza del genere farebbe un minimo di questi discorsi e tantomeno un po’ di autocritica per giustificare il fondo del barile che stiamo raschiando. Si continua ad ingannare il paese e chi vivrà, vedrà e soprattutto, se rimane un po’ di fiato, provvederà.

PER ME LA SINISTRA E’… NON AVERE PAURA

PER ME LA SINISTRA E’… NON AVERE PAURA

“Per me la sinistra è prendere per mano la persona che mi sta accanto,
non avere paura di camminare per le strade,
vedere negli occhi di chi viene in Italia a cercare una speranza
gli stessi occhi dei nostri padri e dei nostri nonni
che quella speranza la cercarono pochi anni fa
non un secolo fa,
in viaggi di nevi e lacrime
verso un altro luogo, un altro orizzonte,
reduci dalla fame, dalla luce nera, dalle macerie.

Per me la sinistra è la forza della memoria,
la cicatrice che diventa comprensione.
il dolore che si trasforma in tolleranza,
il passato che è una porta spalancata sul futuro,
sono i nostri figli
la nostra voglia di libertà, di pace,
di nuvole da contare e raccontare.

Per me la sinistra è la terra dura, la zappa del contadino,
lo studio per tutti,, il razzismo sepolto dai colori,
un fiume che si chiama giustizia,
l´allegria di essere per gli altri e con gli altri.

Insieme. Uniti. Felici”

(dal Web)

DEMOLIRE E NON APPARIRE

DEMOLIRE E NON APPARIRE

Lanciare il sasso e nascondere la mano

Fa il santo. Si mostra estraneo ed indignato di quanto scrivono i Giornali di famiglia, quando lanciano offese e strali incredibilmente velenosi su tutti coloro che non servono il padrone (oppositori, preti, opinionisti), ma solo dopo che per giorni e giorni questi giornali hanno fatto il lavoro sporco.

Il 16 ottobre 2009, Berlusconi disse che ne avremmo visto delle belle su Mesiano, quel giudice che osò imporre alla Fininvest di pagare un risarcimento di 750 milioni di euro, alla Cir di De Benedetti, ebbene quattro giorni dopo abbiamo visto i calzini turchesi del giudice. Un filmato che ha fatto ridere tutto il mondo. La demolizione del giudice Mesiano, reo di indossare calzini di un colore “inadatto” al suo rango,  fallì. Ma il giornalista che scrisse il pezzo è diventato un opinionista di grido!

Berlusconi si vide sfumare l’incontro col Cardinal Bertone a l’Aquila, niente perdonanza celestiniana, a causa di alcuni articoli  pubblicati su l’Avvenire, diretto da Boffo, il quale aveva criticato la condotta, poco esemplare, di Berlusconi sulle escort e festini a villa certosa. Ebbene il 28 agosto (proprio il giorno della perdonanza mancata), Feltri  aprì  il suo giornale Libero, con il titolo “Il supermoralista condannato per molestie”. Un micidiale articolo contro Boffo, che il 3 settembre 2009, si dimise da direttore de l’Avvenire.  Feltri fece poi marcia indietro e si scusò, ma il sasso era stato lanciato e l’effetto ottenuto. Berlusconi si “dissociò” da quanto  aveva pubblicato il suo Giornale, solo  dopo aver ottenuto lo scopo.

Il 31 dicembre 2006 il Giornale attacca Fassino. Usci il Titolo “Fassino a Consorte: siamo padroni di Bln”, ma il 24 dicembre l’imprenditore Fabrizio Favata aveva portato ad Arcore, la cassetta della telefonata in cui l’allora leader del Ds avrebbe detto al presidente dell’Unipol “abbiamo una banca?”. Ora Favata è agli arresti domiciliari, ma la campagna al veleno di Feltri, partì immediatamente e durò per tutto il tempo della campagna elettorale. Lo scopo era stato raggiunto,  colpire duramente ai fianchi l’opposizione.

Nell’agosto 2009 Berlusconi telefonò a Marrazzo, e gli disse di aver visto un video girato su di lui a casa di trans. Il video l’aveva Signorini, il direttore di “Chi” (Mondadori). Consigliò a Marrazzo di fare la cosa più bastarda che potesse fare, pagare e comprare il video. Marrazzo lo fece (da stupido) pagò ma  finì sui giornali e tv, e ovviamente si dimise. La telefonata preventiva, apparentemente amichevole,  dimostra che Berlusconi è al corrente di tutto, e fa uso dei propri mezzi, giornali e tv, per raggiungere i suoi obiettivi: annientare il nemico.

E ora Fini, l’odiato partner, reo di tradimento e causa del divorzio pidiellino.  A suo tempo, nell’agosto 2009, fu dileggiato dai  giornali di fede berlusconiana, che avanzarono sospetti su notti “a luci rosse” di ex aennini in calore e con la sparata di una notizia (questa volta vera), del contratto da un milione di euro con la Rai della suocera, la signora Frau, mamma di Elisabetta Tulliani.

E ora con la casa a Montecarlo e la Rai. Alla fine otterrà il suo scopo e Fini dovrà dimettersi.

Ma il cavaliere si tira sempre fuori, si dichiara estraneo, addirittura, nel 2009, ipocritamente, chiamò Fini per scusarsi, quando “Striscia” rivelò in video la love story tra Gianfranco ed Elisabetta, in felice attesa. A Ricci costò una reprimenda, ma il futuro socio del PDL predellinico era stato macchiato di gossip. Adesso anche di fango.

Chi osa opporsi al “Cesare”  resta bruciato. Ma le malefatte, le corruzioni, gli acquisti di case con l’inganno (vedi Arcore), le frodi fiscali e via dicendo, commesse dal papi, sono fiorellini delicati che non si possono toccare.  Sappiamo che se la stampa, quella che non è serva del Cesare,  ne parla, è una stampa sovversiva, comunista, complottista, disfattista, bugiarda e che non rispetta la volontà popolare.

LA LEGA NORD ED IL PDL STANNO POI COSI’ BENE INSIEME?

LEGA NORD E PDL STANNO POI COSI’ BENE INSIEME?

Alcuni svincolamenti, da entrambe le parti, si stanno notando.

Il primo: La Lega Nord . Il suo gioco è allo scoperto. Mira a vincere le Regioni del Nord, Piemonte e Veneto, e a piazzarsi assai dignitosamente in Lombardia.

Maroni dà ragione alla questura di Roma, quando ne avvalla il numero dei partecipanti alla sagra del PDL di sabato 20 marzo a Roma.  Sostanzialmente si svincola. Bossi dice che sta col PDL, ma sottolinea il fatto che è lui che regge il bastone. Gli altri – dice Bossi – fanno casino, noi stiamo con la nostra gente. In queste parole la distanza è segnata.

Quindi lo scopo della Lega Nord non è la Padania indipendente, ma il Nord, tutto il Nord, come vero stato. Vuole la frantumazione del paese e governarne la parte più ricca, in termini di industrie e produttività. Altro che federalismo, questa è secessione vera e propria. Questa sarà la richiesta di Bossi, se davvero l’affermazione della Lega Nord, nelle regioni del nord, dovesse essere consistente.

Il secondo: il PDL. Naturalmente conta solo quello che dice Berlusconi. Ebbene nel Veneto, succede una cosa un po’ strana, il capo arcoriano manda una lettera a tutti i veneti, scrive, raccomanda di andare a votare e bla, bla, bla, ma non dice per chi votare, dimentica di scrivere che il candidato ufficiale del PDL è il lagaiolo Zaia.

Come si vede da queste dimenticanze, il crescere della Lega al Nord, sta diventando un bubbone infettato sul collo di Berlusconi e prima o poi scoppierà e ne uscirà il pus purulento.

Per difendersi  dall’infezione e cercare di non  affogare sotto il localismo nordista della Lega, l’arcoriano lancia il “Gazebo” del presidenzialismo, si raccolgono le firme, si solletica il popolo con centinaia di comizi da urlo, si promette la guarigione del cancro.  Vuole diventare il “presidente” con pieni poteri alla Pinochet, prima che sia troppo tardi, ma di tutti gli italiani, non credo che si accontenti di diventare il presidente, solo del Sud. In questa storia Berlusconi ha più paura della Lega Nord, che dell’opposizione.

O con me o contro di me! O la va o la spacca! La  Lega Nord gradirà? La Lega Nord firmerà per il presidenzialismo del papi? Ho i  miei dubbi.

UNA TASSA SUL PRIVILEGIO

UNA TASSA SUL PRIVILEGIO

di TITO BOERI

Proviamo a crederci: il 2010 sarà “l’anno delle riforme”, come annunciato solennemente dal nostro Presidente del Consiglio. Ma quali? Uscendo dalla crisi più dura del Dopoguerra non si può che pensare prioritariamente all’economia.

Sin qui le uniche misure economiche calendarizzate dall’esecutivo sono quelle rimaste fuori dalla Finanziaria, gli incentivi per i consumi e i bonus per la rottamazione di automobili, elettrodomestici e cucine. Per chiamarle riforme ci vuole, Ninetta mia, tanto, troppo coraggio. Prima della pausa natalizia, il ministro Tremonti ha tuttavia annunciato che “è arrivato il tempo di pensare alla riforma fiscale”. Evviva. Vuol dire che non è più tempo di interventi estemporanei e fra di loro contraddittori sul nostro sistema tributario, è finita l’era in cui si cambiano solo i nomi delle imposte (dall’Irpef all’Ire, dall’Irpeg all’Ires) e in cui le tasse si moltiplicano, di legislatura in legislatura.

Nell’attesa di conoscere il progetto del Ministro, vorrei proporre un criterio molto semplice cui ispirare la riforma: bisogna tassare di più i più ricchi e meno chi lavora a bassi salari. È un principio, quello della progressività del sistema fiscale, scolpito nella nostra Costituzione, ma sin qui largamente inapplicato. Non è gradito al Ministro (che nel Libro Bianco del 1994 sosteneva che “la progressività ha effetti negativi sull’offerta di lavoro e causa la propensione ad evadere”). Quindi bene spendere due parole sul perché è giusto farlo e poi interrogarsi sul come farlo.

Negli ultimi trent’anni le disuguaglianze dei redditi in Italia sono aumentate soprattutto ai piani più alti. Si è parlato spesso (sovente a sproposito) di impoverimento, ma il fatto di gran lunga più marcato e rilevante accaduto alla distribuzione dei redditi in Italia è l’esplosione delle disuguaglianze fra la parte più ricca della popolazione. La quota di reddito detenuta dallo 0,1 per cento di persone più ricche è quasi raddoppiata dagli inizi degli anni ’80 al 2004, l’ultimo anno per cui si hanno informazioni, grazie al paziente lavoro di ricostruzione di fonti sui redditi più elevati svolto da Elena Pisano, che ha appena conseguito un dottorato alla Sapienza.

Soprattutto nel nuovo Millennio la bassa crescita del Paese è stata appannaggio quasi esclusivo dei piani alti della distribuzione: nel 2004 il millesimo di popolazione più ricco, si tratta di circa 4500 persone, guadagnava in media il 20 per cento in più di solo 4 anni prima, circa il tre per cento del reddito nazionale, mentre il resto degli italiani era al palo. Questa crescente concentrazione delle risorse è andata di pari passo a una riduzione delle tasse per i più ricchi: l’aliquota più alta dell’Irpef è scesa dal 72 al 45 per cento negli ultimi trent’anni, il cuneo fiscale complessivo più elevato (tasse più contributi sociali a carico del lavoratore) è diminuito anch’esso di un terzo, dal 91 al 63 per cento, proprio mentre saliva quello dei salari più bassi.

La riduzione delle imposte sui più ricchi non è un fenomeno solo italiano. Al contrario, è comune a tutta l’Europa continentale. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito è addirittura iniziata prima, nella seconda metà degli anni ’70, sotto Ronald Reagan e Margareth Thatcher. Come si spiega questo fenomeno generalizzato? Non solo con il crescente potere politico di questa fascia di popolazione. Il fatto è che si temeva, non sempre a torto, che tasse alte per queste fasce di popolazione avrebbero finito per ridurre il gettito fiscale. Per due motivi: primo, queste persone possono trasferirsi altrove; secondo, quando non possono trasferirsi altrove, possono comunque spostare altrove i propri capitali in modo più o meno legale. Un esempio fra tutti. Tra i plurimiliardiari ci sono molti calciatori ed è stato documentato come il regime fiscale di vantaggio istituito in Spagna per attrarre campioni stranieri (la famosa legge Beckham) abbia in effetti indotto una consistente migrazione di star calcistiche verso la penisola iberica. A parte la delusione dei tifosi, questa migrazione ha portato con sé decine (se non centinaia) di milioni di tasse da lì in poi pagate altrove. Ma oggi la Spagna, il cui disavanzo fiscale è esploso durante la recessione, è stata costretta ad abolire la legge Beckham. E il Regno Unito porterà nel 2010 l’aliquota più alta sui redditi dal 40 al 50 per cento mentre gli Stati Uniti, su cui grava anche il debito futuro, legato alla riforma sanitaria di Obama, non potranno che seguire a ruota passando dal 35 al 50 per cento nel giro di pochi anni.

Il clima è cambiato anche per quanto riguarda i paradisi fiscali. La lotta contro di loro è stata un diversivo di governi incapaci di affrontare alla radice i problemi da cui è scaturita la crisi. Ma servirà ora a rendere efficaci tasse più alte per i più ricchi, volte a ridurre l’enorme debito pubblico accumulato nella recessione. Quindi oggi, a differenza anche di soli due anni fa, è possibile tassare di più i più ricchi aumentando il gettito.

Posto che sia giusto, nel senso di equo, tassare di più i più ricchi, come farlo? Al Ministro non piace la progressività delle tasse perché ritiene che riduca l’offerta di lavoro. Si sbaglia perché in un paese come il nostro, dove molti non lavorano, tasse più basse per i poveri e tasse più alte per i ricchi aumentano la quantità di persone che lavorano. Le tasse più alte sui redditi da lavoro dei ricchi possono, tuttavia, ridurre la quantità di ore lavorate da ciascuno di loro. Ma non c’è nessun bisogno di tassare di più il lavoro dei ricchi per tassarli di più. Teniamo pure le aliquote Irpef al 45 per cento, ma aumentiamo la tassazione dei redditi non da lavoro, portandola almeno al livello dell’aliquota Irpef più bassa, vale a dire al 23 per cento. Quanto raccoglieremmo in questo modo? Purtroppo è impossibile stabilirlo con precisione perché gli unici dati disponibili sui redditi dell’un per cento più ricco della popolazione sono di proprietà esclusiva del Ministro dell’Economia che farebbe molto bene, nell’avviare il confronto, a renderli pubblici.

Ma una cosa è certa sin d’ora: l’innalzamento della tassazione delle rendite finanziarie renderebbe il sistema più progressivo perché tasserebbe soprattutto i più ricchi: almeno un terzo dei redditi dichiarati dallo 0,01 per cento più ricco proviene da redditi da capitale (la quota è molto più alta, dato che è possibile solo risalire a quelli dichiarati con l’Irpef nel 2004 che includevano al massimo il 40 per cento dei dividendi).

Sappiamo anche che il 90 per cento delle azioni è detenuto in Italia dal 7 per cento più ricco, nelle cui mani si trova quasi un terzo del reddito nazionale. Quindi aumentando anche solo del 5 per cento il prelievo su questa fascia di popolazione, si farebbe affluire all’erario circa 25 miliardi. Che potrebbero essere utilizzati per aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente o fiscalizzare i contributi sociali a carico di chi guadagna appena al di sopra del salario minimo.

Una ragione in più per istituire anche da noi una paga oraria al di sotto della quale non si può andare. È un principio quello di tassare di più i più ricchi che dovrebbe prevalere anche nel disegnare il fisco federale, ripristinando l’imposta sulla prima casa, almeno al di sopra di un certo livello di patrimonio, ricordandosi che la distribuzione delle case di proprietà è ancora più diseguale di quella dei redditi. Insomma, ci sono molti dettagli da discutere. Ma prima bisogna accordarsi sui principi. Cosa ne pensa il Ministro dell’Economia? E cosa ne pensa l’opposizione?

(Tratto da La Repubblica, gennaio 2010)