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LA DIPENDENZA AFFETTIVA

LA DIPENDENZA AFFETTIVA

Se si vive una relazione (di qualunque tipo: amicale, d’amore, parentale, di lavoro) che non procuri piacere, ma sofferenza, malessere apparentemente immotivato eppure inesorabile, insoddisfazione, tristezza, frustrazione e anche rabbia, forse si è dentro a una dipendenza e vittima di una violenza psicologica.

La violenza psicologica è strisciante, subdola, non si manifesta come quella fisica,  logora la mente, non  il corpo.

Il manipolatore ha bisogno di avere una persona totalmente a disposizione, non vuole vivere un rapporto paritario, crea quotidianamente le condizioni affinché l’altra persona dipenda emotivamente da lui.

Non si interessa minimamente dei bisogni dell’altra persona, è concentrato su se stesso, inculca nell’altro la convinzione di essere una persona fragile, di non poter vivere senza quella relazione, di sbagliare sempre, di soffocare il manipolatore con le proprie pretese, di avere problemi di lucidità mentale, di vedere cose che non esistono a causa di paure immotivate e che lui  è fin troppo buono, perché perde un sacco di tempo dietro alle paranoie dell’altro e ha una pazienza infinita.

La vittima del manipolatore finisce col sentirsi sempre meno adeguata e sempre meno in linea con la propria personalità, è insicura, frustrata, prova ansia, rabbia, teme la fine della relazione, mette in dubbio la propria capacità di analisi ed è incapace di portare avanti le proprie idee per paura del conflitto e, contestualmente, dall’altra parte, c’è completo disinteresse, insofferenza, disprezzo, senso di superiorità.

Meccanismi che legano e stritolano carnefice e vittima in un rapporto malato in cui la vittima si annulla nel rapporto e il carnefice si nutre di questa disparità.

Ci si libera da questa gabbia quando si capisce che è una relazione che procura sofferenza e che questa sofferenza è più grande della sofferenza procurata dall’assenza della relazione stessa.

Il manipolatore difficilmente si libererà del bisogno di creare dipendenza emotiva per soddisfare il proprio bisogno di sentirsi amato.

Evidentemente è l’unica forma di amore che conosce.

Oggi si ricorda la violenza sulle donne.

Buona cosa certamente sensibilizzare le persone su questa vera piaga sociale, tuttavia e purtoppo tante donne si trovano o si sono trovare in condizioni, di  sudditanza totale (sia fisica che psicologica), senza poterne uscire, anche volendo, perché attorno a loro non ci sono persone che l’aiutino.

A volte è la famiglia a non capire il disagio e a volte persino le forze dell’ordine alle quali si denunciano le proprie difficoltà e le circostanze di una relazione di sofferenza, che non capiscono, non intervengono, sottovalutano la gravità, e poi arrivano quando è troppo tardi, quando la violenza e la morte hanno avuto il sopravvento.

 

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IL G7 E LA VIOLENZA SULLE DONNE

IL G7 E LA VIOLENZA SULLE DONNE

Vorremmo che non fosse così, ma anche nei Paesi del G7 la violenza contro le donne è fenomeno ampio e diffuso e il problema non è risolto. Insieme, totalizzano 4608 omicidi di donne in un anno, più della metà di questi omicidi è opera di partner o ex. È un dato che parla da solo. Dunque, la violenza più diffusa per le donne è quella domestica, la violenza inattesa giunge da parte di chi la donna ama o ha amato.

Nel gruppo dei 7, gli Stati Uniti sono il Paese che presenta i valori più alti. Ma i femminicidi sono solo la punta di un iceberg, prima vengono maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, economica, sessuale, stalking. Si tratta di violenza di genere, cioè le donne la subiscono in quanto donne, riguarda trasversalmente donne di tutte le classi sociali. Esistono, però, gruppi più vulnerabili di altri. In Italia, sono le donne migranti che subiscono la violenza più grave, e anche le donne disabili sono molto esposte. Negli Stati Uniti, le donne nere sono più colpite delle bianche, in Canada le donne aborigene. Le forme della violenza possono assumere caratteristiche diverse e più gravi, se si combinano con altri fattori come l’orientamento sessuale, la religione, l’ origine etnica, la classe sociale, l’età, la nazionalità, la disabilità. La vulnerabilità si accentua laddove l’empowerment economico delle donne è basso e la maggior parte delle donne non lavora, dipendendo tra l’altro dal permesso di soggiorno del marito, come nel caso italiano delle marocchine e delle albanesi.

Le donne migranti di alcune comunità specifiche sono anche più esposte al traffico di esseri umani e alle mutilazioni genitali, problema presente per i Paesi del G7 con movimenti migratori di particolari comunità ed etnie.

La violenza contro le donne pone una barriera all’empowerment femminile, cioè allo sviluppo della libertà e indipendenza delle donne, genera paura e insicurezza nella loro vita e rappresenta un grande ostacolo al raggiungimento della parità, dello sviluppo, del benessere. Vittime sono anche bambini e bambine che assistono alla violenza della loro madre, e rischiano di vedere la loro vita futura fortemente segnata da questa esperienza. È diffusa l’idea che in presenza di tante vittime si debba correre ai ripari attraverso politiche di sola tutela e di aiuti alle donne. In realtà non basta, la via è un’altra.

Per combattere la violenza è necessario sviluppare programmi di empowerment (La conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni, sia nell’ambito delle relazioni personali sia in quello della vita politica e sociale), azioni che potenzino la libertà delle donne. Le politiche, le stesse pratiche delle associazioni devono rapportarsi alle donne non come a vittime e soggetti vulnerabili, ma a soggetti che possono essere protagonisti del percorso di uscita dalla violenza, pratica che da tanti anni viene portata avanti dai centri antiviolenza e anche in strutture pubbliche sanitarie di eccellenza. Si tratta di sviluppare azioni che potenzino la libertà femminile, sostenere i centri antiviolenza, che già mettono in pratica questo approccio da anni nei vari Paesi, potenziare e formare adeguatamente gli operatori e le operatrici dei servizi sociali, sanitari, di polizia, le forze armate, perché agiscano in un’ottica di empowerment femminile.

La sinergia di tutti gli attori in campo è la chiave del successo di queste politiche. Per prevenire, e contrastare la violenza contro le donne, c’è bisogno di una grande rivoluzione culturale che abbatta gli stereotipi di genere in tutti i Paesi e metta in discussione profondamente la radice della violenza contro le donne, il desiderio di dominio dell’uomo sulla donna. C’è bisogno di una grande offensiva educativa nelle scuole e più in generale nella società a tutti i livelli, verso gli uomini perché perdano il loro desiderio di possesso e per le donne, per far crescere il loro livello di autostima, fondamentale antidoto contro la violenza. C’è bisogno che gli uomini scendano in campo e non solo le donne. E che i media si facciano sentire, ma nel modo giusto, rinunciando alle immagini femminili irrispettose e stereotipate e dando spazio paritario alle donne e alle loro vite reali in trasmissione. È venuto il momento di lavorare intensamente in sinergia su questo a livello di G7, imparando gli uni dagli altri, perché i problemi sono gli stessi. Sarebbe un grande passo in avanti per tutti.

(Linda Laura Sabbadini)

DEDICATO ALLE DONNE

 DEDICATO ALLE DONNE

Le donne piangono
di nascosto per non ammettere d’esser stanche morte,
passano i sabati mattina
in pigiama a pulire,
sono le donne che non sentirete mai infierire.
Sono quelle che dopo dieci ore di lavoro vanno
a far la spesa
per preparar la cena. Studiano con i figli, allevano cani e conigli.
Sono le donne che dicono di non aver paura
per non destar preoccupazione,
quelle che rinunciano
a tutto
per essere a casa ogni sera come una vocazione.
Sono donne da corse
al pronto soccorso
in piena notte,
che guidano con la nebbia, non chiedono abbuoni o raccomandazioni.
Sono le donne sole
alle stazioni.
Quelle che nascondono
i soldi nelle scatole
di latta per i giorni fragili, che raccontano commosse del loro
mondo azzurro,
perché sempre sperano
in un futuro di burro.
Le donne che risparmiano i trenta euro per la tinta
dei capelli
a fine mese e un compromesso sereno innanzi alle offese.
Sono le donne del bicchiere mezzo pieno,
quelle che chiudono casa quando tutti dormono
e stendono i panni ad ogni ora della notte e del giorno.
Sono le donne
che corrono perché perennemente in ritardo,
ma sempre presenti ad ogni traguardo.
Sono quelle forti
dai mille consigli,
le stesse che quando escono con le amiche
si sentono in colpa
coi figli.
Sono le donne
dai magoni amari digeriti con cura,
affinché la vita possa sempre sembrarvi un’avventura.
Quando la sera varcate
la soglia di casa,
non fate mancare loro
un bacio d’amore.
Un abbraccio rotondo.
Un sorriso anche
se stanco.
Regalate a loro una carezza mentre nel buio della notte
fingono di dormire.
Se stanno sveglie,
è per raccogliere i sogni che troverete nelle scodelle della prima colazione e sentirvi gioire.
E se non sapete come far di ogni donna una regina,
a loro piacciono
le margherite del giardino, i cioccolatini ripieni
e i valzer ballati a piedi nudi in cucina.
Sono solo donne e madri del duemila, con milioni
di desideri
ed un presente pirandelliano da uno, nessuno e centomila.

(Citazione)

NON E’ AMORE

NON E’ AMORE

Dall’inizio del 2016 ci sono stati oltre 30 femminicidi. Nella maggioranza dei casi l’assassino è un familiare o una persona con cui la vittima ha avuto una relazione.

Noi donne soffriamo di una sindrome pericolosa, spesso letale.

Nutriamo la convinzione tanto assurda quanto profonda di poter cambiare gli uomini. Se ciò non accade riusciamo comunque a vedere nei loro gesti, anche nei più beceri e violenti, l’amore al quale aspiriamo con tutte le nostre forze, malgrado tutto, nonostante tutto.

Ho sentito amiche giustificare i loro compagni, portando sul corpo, ancora intatti, i segni delle loro violenze.

Le ho sentite incolparsi, nel disperato quanto stupido tentativo di assolverli, prima di tutto ai loro occhi e poi a quelli del consesso sociale.

Le ho viste mentire di fronte alle forze dell’ordine, quando un livido viola di un pugno vigliacco diviene, per miracolo, una caduta accidentale. Un timpano sfondato da una sberla violenta diventa il colpo dato nell’oscurità ad un’anta di un armadio.

Ho visto donne consegnare le proprie password personali ai loro carnefici, “perché, se mi controlla così tanto, vuol dire che mi ama”.

Ho visto gps inseriti in cellulari con la loro silenziosa complicità, perchè sì, tu puoi uscire da sola, ma io devo sapere dove sei e magari la sera “interrogarti” alla ricerca ossessiva di una bugia.

Le ho viste contrariarsi di fronte alle mie obiezioni, alle mie rimostranze. Non le ho più viste per questo.

Per loro è amore, si sentono importanti, considerate, confondono il possesso con la libertà di un sentimento. Si convincono che la sofferenza delle umiliazioni psicologiche che accompagnano le botte, siano manifestazione di interesse per la loro persona, modalità passeggere e fugaci.

No signore, non funziona così. Se ad un uomo permetterete di alzare una mano su di voi anche una sola volta, impunemente, quasi certamente, sarà così per sempre. Se vi farete umiliare, insultare perderete la vostra dignità.

Prima di elargire amore a piene mani nei confronti del prossimo, dovreste riservalo a voi stesse.

Se avete dei figli, magari maschi, sappiate che vi osservano e sanno bene cosa vi accade. Il rischio è che perpetuando il modello maschile di casa diventino, per qualche altra donna, aguzzini spietati. voi potete evitare che ciò accada!

Insegnate alle vostre figli e figlie, il rispetto, la gioia ed il senso di libertà che l’amore ci devono donare. Il dialogo, il confronto, la comunicazione. L’autodeterminazione. La ribellione.

(Per avere dati più completi: http://www.repubblica.it/cronaca/2015/11/25/news/violenza_sulle_donne_femminicidi_in_italia_e_nel_mondo-128131159/

L’HO UCCISA PERCHE’ L’AMAVO

L’HO UCCISA PERCHE’ L’AMAVO

Li chiamano delitti passionali, raptus, incidenti. Chi li ha compiuti racconta che ha perso la testa, che è stato un attimo, che amava la donna che ha ucciso. Non è vero. Il numero di donne uccise dagli uomini ogni anno in questo paese parla chiaro: per quanto si cerchi ancora di rubricarli come casi singoli di follia circoscritta, i femminicidi appaiono sempre più chiaramente come un fenomeno culturale. In questo processo di minimizzazione le parole che usiamo per raccontare gli uomini, le donne e le loro relazioni hanno un peso enorme e ancora troppo poco considerato da chi pratica la parola pubblica e ha la responsabilità di renderne conto. Così negli ultimi anni è accaduto che si siano mobilitate associazioni contro la pubblicità sessista, che le donne si siano organizzate anche in piazza per chiedere maggiore rispetto dalle istituzioni e che si sia alzata la voce per pretendere maggiori investimenti verso i centri di accoglienza e supporto contro la violenza. Ma in questo moto evidente di sensibilizzazione è accaduto anche che i professionisti della parola – giornalisti e giornaliste, professionisti televisivi e opinionisti a tutti i livelli mediatici – poche volte abbiano sentito altrettanto forte il desiderio di riflettere sul linguaggio che racconta la relazione tra i sessi e sulle sue conseguenze. Questo libro vuole smontare i luoghi comuni più pervicaci a proposito del femminicidio. Partire dalle parole per rileggere e decostruire l’immaginario. Perché le parole cambino e magari cambino, soprattutto, i fatti.

Ecco cosa succede prima…..

Il gioco dei trucchi

Pubblicato il 16 giugno 2013 da

Ore 8..la chiave che apre la porta…

Buongiorno signora,
Fiorella, sono in cucina…
Vengo, poso solo la borsa..
Uh…ma..Fiorella! Cosa ha fatto!
Ma niente signora, sa, con il casino che stiamo passando io e Ale…sa, con la causa di separazione, dura, Ale che patisce il fatto, papà che non e’ ancora fuori dalla perdita di mamma, e ora anche con la separazione…poi c’è nonna, da andarla a trovare, la casa da mettere a posto….
E, sa, con tutti i pensieri, mentre pulivo le finestre, sopra la scala, sono caduta malamente…
Ma, Fiorella…l’occhio…il labbro, le ecchimosi….
E’ certo signora, stia tranquilla, ho sbattuto ben bene, nella caduta…
Sicura?!
Ma certo!
Buon lavoro Fiorella, a domani.
Buongiorno a lei.
……..
Fiorella!!
Si papà?!
Che cazzo hai!
Papà, sono caduta……ecc. ecc.
Cazzo non me la racconti, io vado a prenderlo e gli spacco, lo…..gli…..
Papà! Ma piantala! Pensi che se mi avesse fatto qualcosa non te lo direi?
Si non me lo diresti, come quando eri incinta, me lo ha detto, sai, mamma prima di morire cosa ti ha fatto….che ti insultava, e ti ha chiesto per tre mesi di abortire (previsti dalla legge)….e poi ti maltrattava…
Si, ma ora te lo direi…
E Fiorella, pensava, che se avesse liberato la furia di suo padre, sarei passata dalla parte del torto, e in casa ci sarebbero stati ancora più soprusi, verso di lei e verso Ale..
Fiorella, che ancora credeva che non valeva un cazzo…
Fiorella, che da troppo tempo, lui le ha inculcato che non vale un cazzo…
Fiorella, che, ancora non sapeva che significato avesse “il cuore tatuato”…..
Fiorella che ancor oggi, non si valuta pienamente per quello che e’….
…….
Giorno prima.
Sottovoce, sei una stronza, puttana da 4 soldi, non vali niente come donna n’è come madre…lei si che e’ una vera donna….
1 volta, 2 volte…all’infinito…..
Urla, piantala di INSULTARMI!! Non continuare a offendermi così….
Viscidamente…vedi Ale e’ la mamma che vuol litigare, mica sono io…
Ale, occhioni sgranati…e lacrimosi….
Vai via di qui, piantala di INSULTARMI, e lo spintone, a lui fu dato…
E la di lui cinghia si abbatte’…..ma in salone…distante…da un Ale già troppo impaurito.
Ale tranquillo, non e’ successo niente…tranquillo mamma e’ caduta…
……..
L’arte del trucco, l’arte del trasformismo, l’arte di cercare di nascondere l’evidenza…
L’arte di pensare che se parli fai peggio…
……..
L’arte che una persona ha di passare pulito, dopo aver fatto crimini…
……..
Che vita, un palco di attori, che si truccano….
Che vita, senza suggeritori…
Che vita, con il passato che continua a tormentare…..
…….
Ma voglio parlare di tutto, voglio vomitare tutto quello che ho nello stomaco…
Non ho più bisogno di suggeritori, ne di trucchi….
Ora il palco e’ mio…..
Non ho nulla più da perdere….
…….
E se il grande manipolatore continuerà, così il suo copione, mi troverà….senza trucco….
Senza suggeritore…
Solo il mio sguardo, solo la mia fermezza…..
Da quel palco non farà più l’attore.
Fiorella.
IL RACCONTO DI VITA VISSUTA, DI VIOLENZA DOMESTICA, RACCONTATA DA UN’AMICA CHE HA TROVATO IL CORAGGIO DI RIBELLARSI RIAPPROPRIANDOSI DELLA SUA DIGNITA’ DI DONNA.
Grazie amica cara per avermi dato il permesso di pubblicare il tuo post. La tua testimonianza sono sicura sarà un incentivo, un aiuto per le altre donne che stanno vivendo la tua stessa tragica storia.

C’E’ CHI PENSA CHE IL FEMMINICIDIO SIA COLPA DELLE DONNE CHE PROVOCANO!!!

C’E’ CHI PENSA CHE IL FEMMINICIDIO SIA COLPA DELLE DONNE CHE PROVOCANO!!!

Pontifex: “Femminicidio, le donne facciano autocritica. Quante volte provocano?”Il sito ultracattolico si chiede le ragioni della violenza contro il genere femminile e sentenzia: “Gli uomini non sono di certo tutti impazziti. Il nodo sta nel fatto che sempre più spesso le donne provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti”. E l’abuso sessuale? “Roba da mascalzoni”

Pontifex sul femminicidio

Oltre 100 donne morte ammazzate nel solo 2012, due terzi delle quali per mano di mariti, compagni, familiari. “Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti e che il cervello sia partito?”, è l’interrogativo che pone il sito ultracattolico Pontifex.com. La risposta: “Le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti”. Se in media ogni tre giorni in Italia viene uccisa una donna, quindi – è l’analisi di Bruno Volpe, autore dell’editoriale e direttore del sito – la colpa è anche sua perché non tiene pulita la casa, indossa “vestiti provocanti“, porta in tavola “piatti freddi“. E’ solo l’ennesima provocazione di blog che trabocca di contenuti deliranti, si dirà. Probabilmente sarebbe così, se non fosse per un fatto: sulla testata che ospita ogni giorno violente invettive contro omosessuali, ebrei, “comunisti”, islamici e minoranze di ogni tipo fa bella mostra di sé lo stemma della Città del Vaticano.

Il titolo vale più di mille parole: “Le donne e il femminicidio – facciano sana autocritica: quante volte provocano?. Prima considerazione: l’aborto è un peccato più grave. “Aspettiamo risposte su come definire gli aborti: stragi? – è la domanda di Volpe – L’aborto lo decide la donna in combutta col marito e sono molti di più dei cosiddetti femminicidi”. Quindi l’attacco contro l’opinione comune: “Una stampa fanatica e deviata (da quale pulpito, ndr), attribuisce all’uomo che non accetterebbe la separazione, questa spinta alla violenza. (…) Non lo crediamo. Le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti“. Queste le loro colpe: “Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici e da portare in lavanderia… Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (da condannare con fermezza), spesso le responsabilità sono condivise”.

Luoghi comuni, retaggi di una mentalità maschilista, machista e patriarcale contro cui generazioni di donne si battono da decenni nella vita di tutti i giorni. “Quante volte vediamo ragazze e anche signore mature circolare per la strada in vestiti provocanti e succinti? (…) Facciano un sano esame di coscienza: “Forse questo ce lo siamo cercate anche noi?”. La soluzione? La stessa utilizzata nella cultura islamica, spesso accusata di fondamentalismo proprio dalle frange più estremiste del mondo cattolico di cui Pontifex è espressione: “Basterebbe proibire o limitare ai negozi di lingerie femminile di esporre la loro mercanzia per la via pubblica per attutire certi impulsi”. “Ma questa società malata di pornografia ed esibizionismo – conclude Volpe – non ne vuol sapere: così le donne diventano libertine e gli uomini, già esauriti, talvolta esagerano”. Ovvero uccidono e la colpa, per l’autore, è delle loro vittime.

Pontifex è uno stargate per il Medioevo. Le sue invettive sono un modo per far rimbalzare la testata sulle homepage dei quotidiani e farle un po’ di pubblicità gratuita. Fastidiosi deliri da pasdaran del cattolicesimo da affrontare con un’alzata di spalle, se non fosse che il sito fornisce uno spaccato, difficile dire quanto ampio ma pur sempre uno spaccato, del variegato mondo cattolico. E i lettori non sono pochi, se a metà pomeriggio il contatore delle visite indica oltre 3.000 utenti collegati contemporaneamente, se quello dei tweet dice che l’articolo è stato twittato 565 volte e se in ogni pagina campeggiano inserti pubblicitari di portata nazionale: tra questi anche il banner della casa editrice “Pagine”, che “promuove abbonamenti” all’Osservatore Romano, organo ufficiale della Santa Sede.

Ma le vittime di femminicidio sono solo una delle categorie contro cui Pontifex scaglia regolarmente i suoi strali. I più bersagliati sono i gay: “Ripugnanti le relazioni omosessuali. Chi si abbandona alla sodomia è lontano da Dio”, sentenziava ieri in homepage monsignor Appignanesi, arcivescovo emerito di Potenza. Ma non solo. L’altro obiettivo è stato Nichi Vendola: “Non è cattolico affatto e vive, secondo la nostra visione, da pervertito” ha dichiarato, in un’intervista al “giornale” d’opinione, monsignor Odo Fusi Pecci, vescovo emerito di Senigallia.

Anatemi sono partiti in passato contro chiunque. L’incidente che lo scorso dicembre costò la vita a Francesco Pinna, 20 anni, morto a Trieste mentre montava il palco di Jovanotti, diventa un esempio di “giustizia divina” contro il cantante che pochi giorni prima aveva osato difendere in tv l’uso del preservativo. Così come a febbraio la morte di Withney Houston, macchiatasi di una “controversa conversione all’Islam”, diventava “un avvertimento a rendere le nostre vite più limpide e pulite”. Lo stesso tipo di monito piovuto sui liguri come Maurizio Crozza, colpevole di avere imitato il Papa in tv: “Crozza, ogni volta che ne combini una ecco il messaggio: alluvione a Genova e incendio in Liguria”.

LA MATTANZA DELLE DONNE

LA MATTANZA DELLE DONNE

Scrive Daria Bignardi su Vanity Fair: «In 4 mesi 54 donne italiane sono state ammazzate dai loro ex». Ed oggi leggo sull’Unità a pagina 14, in un piccolo  spazio: «Donna massacrata dal compagno». Questa volta a Villaricca, nel napoletano. Si chiamava Alessandra Cubeddo ed aveva 36 anni. Ad ucciderla e a lasciarla in un lago di sangue sarebbe stato il suo compagno, di 59 anni. Con questa ultima vittima si sale a  55 donne morte massacrate dai uomini violenti nel 2012 fino ad oggi.

Così, una  notizia che prende alla gola viene ridotta a poche righe, non viene specificato neppure il perché. Così senza un perché si uccidono le donne, «i negri del mondo» come diceva John Lennon.

Le cifre delle donne uccise da fidanzati, o ex fidanzati, mariti, o ex mariti, compagni, o ex compagni,sono impressionanti, comunque tutte uccise da uomini violenti. Una escalation che non tende a diminuire

119 donne uccise nel 2009, 120 nel 2010, 137 nel 2011, 55 nei primi quattro mesi del 2012. In media, ogni due giorni,  una donna perde la vita a causa della violenza di chi le sta vicino.

Non dimentichiamo che l’Italia è il paese in cui fino a pochi anni fa esistevano ancora le attenuanti giuridiche  per il cosiddetto delitto d’onore e una certa mentalità maschilista sta risorgendo e caccia le donne a ranghi secondari, a dequalificazioni, a riduzioni di mere statuette di bellezza da sfruttare e poi buttare via.

Per ora abbiamo firmato appelli e petizioni contro questo scempio e questa violenza sulle donne, ma, cosa possiamo fare di più.  Daria Bignardi: scrive che  «Possiamo educare i bambini, maschi e femmine, al rifiuto della violenza, ma soprattutto  della cultura della diseguaglianza e del machismo», «Che la passione non ha nulla a che vedere con la brutalità e la forza fisica», «Che una ragazza in gamba rifiuta l’dea di trovare attraente un uomo manesco o morbosamente geloso e possessivo».

Certamente l’educazione va tenuta presente, ma non è sufficiente quando tutto il mondo che ci circonda è violento contro le donne. Dalla pubblicità che le dequalifica o ne esalta solo gli aspetti fisici, alla maternità che diventa un pericolo per il lavoro e costringe le donne ad una scelta terribile, o lavorare e quindi mangiare o diventare madre.

Non lasciamo cadere questo scempio nel dimenticatoio e non facciamo sì che diventi una quotidianità e neppure una notiziola da riportare in poche righe, in un giornale. Si tratta di un vero e proprio «femminicidio» come scrive Saviano su Twitter, che va fermato a tutti i costi.

IL PREMIO? UNA COLAZIONE PAGATA

IL PREMIO? UNA COLAZIONE PAGATA

«Non c’è da preoccuparsi, sta bene, è con Josh», aveva detto la madre non vedendola rientrare quel sabato maledetto. Rebecca sarebbe stata ritrovata il giorno dopo a faccia in giù, il corpicino da quindicenne minuta nel bosco fradicio, indosso il vestito nuovo comprato per l’appuntamento. Joshua Davies, il suo ex ragazzo, aveva ritirato il premio per la scommessa vinta: una colazione pagata.
Ieri è stato condannato per omicidio dal tribunale di Swansea, nel sud del Galles. Ha sedici anni e non sa quanto resterà dentro. Come gli ha detto il giudice che ha aggiornato il processo in attesa dei referti psichiatrici, può aspettarsi la pena indefinita che le corti britanniche riservano ai criminali più instabili.

La storia di Rebecca Aylward ha sconvolto la piccola comunità di Bridgend, nera contea nota per i livelli record di suicidi giovanili degli ultimi anni. Posti di fiume spogliati dalle vecchie miniere, paesi dove si conoscono tutti. Un giorno Josh dice agli amici di voler uccidere quella ragazza dagli occhi verdi che conosce da quand’era piccolo e con la quale nel 2009 ha avuto una storia di tre mesi – lei ha chiuso perché lui era geloso, possessivo, diranno i compagni di «Becca». È un tipo che racconta storie, Josh, figlio di un meccanico e una commessa che, giurano in paese, vanno sempre in chiesa. Bravo a scuola, da grande vuole fare il premier, passa i pomeriggi al computer, vede molti film violenti e tra i preferiti su Facebook indica «Il petroliere» dove Daniel Day-Lewis rompe la testa a un uomo con un birillo (il titolo inglese è There Will Be Blood , «Ci sarà sangue»). Ora che non sta più con Rebecca s’inventa che lei voleva un figlio, poi che ha avuto un aborto, non pensa ad altro. «Sarebbe tutto più facile se non ci fosse». Immagina di spingerla da una rupe come dalle Termopili del film «300». Farla annegare nel fiume. Avvelenarla con una pozione preparata in casa.

Gli amici ascoltano. «Che mi daresti se lo facessi davvero?», chiede Josh a uno di loro. «Ti offrirei la colazione». Il piano prende forma in un lucido delirio sul filo tra mondo fisico e virtuale. Al processo i giudici decifreranno con fatica gli sms e i messaggi che i ragazzi si scambiavano sui social network in un crescendo di aspettative e adrenalina dov’è difficile distinguere tra cinismo e macabra ironia, riconoscere i contorni del reale. Due giorni prima dell’assassinio Josh scrive all’amico: «Non dire niente ma stai per pagare il conto». «Voglio tutti i dettagli, sadico bastardo».
Sabato 23 ottobre 2010 Rebecca si sveglia alle 6 per l’emozione, si prepara come per una festa, in fondo spera che Josh le chieda di tornare insieme. Anche la madre Sonia è contenta, le piace quel ragazzo «affascinante» che si faceva fotografare in salotto mentre giocava con la figlia e il fratellino Jack. Lui viene a prenderla, la porta in un posto isolato. «Guardava da un’altra parte – racconterà all’amico accompagnato sul luogo del delitto per mostrargli il corpo – mi sono detto: è il momento. Ho cercato di romperle il collo ma lei gridava, così ho preso la pietra. La parte peggiore è quando senti il cranio cedere».

Sei colpi alla nuca con un sasso grande quanto una palla da rugby e così pesante da costringere un agente in tribunale a sollevarlo con due mani. Come anestetizzato, Josh trascorre il resto della giornata in casa, prende il tè, guarda «Non è un paese per vecchi». Costruisce un alibi postando messaggi su Facebook e quando la famiglia dà l’allarme si dice preoccupato per Rebecca. Il giorno dopo due amici conducono la polizia nel bosco. Ieri ha ascoltato il verdetto impassibile. È scoppiato a piangere solo quando il giudice ha rimosso il divieto di rendere note le sue generalità: Joshua Davies di Aberkenfig.

(da : corsera.it, la notizia in inglese)

[Orribile, la vita di una ragazza vale meno di una colazione. Uccidere, spezzare una vita per una colazione!!! Spero solo che non lo prendano per pazzo e che passi il resta della vita in galera. Sembra che il nostro tempo sia scandito da questi fatti di cronaca. Per molti, come diversivo, non c’è altro che la violenza. Una vera decadenza morale dettata spesso dall’arroganza e dalla voglia di primeggiare, ma anche dalla noia per non aver niente da fare. Persone deboli che si sentono forti, perchè aggressive].