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LA VERITÀ

LA VERITÀ

Mi mancano le parole, vorrei dire tante cose, ma non ci riesco.

Ancora più difficile è esprimere sensazioni e sentimenti. Come avere la gola secca.

Sono in cerca di miracoli, ma i miracoli non piovono dal cielo, così, come se niente fosse.

Se non si prepara il campo perché avvengano e se, quando arrivano, non ci si fa trovare pronti, è inutile lamentarsi con chissà chi o che cosa.

Bisogna cominciare a preparare il campo, arare il terreno.

Si raccoglie sempre ciò che si semina.

Venticinque anni fa lo Stato creò disagio e questo disagio lo si sente più forte che mai anche oggi.

Quando il nemico attacca, colpisce coloro che ami e chi è nel giusto.

Falcone aveva già visto e capito tutto.

Borsellino fece un ultimo intervento alla Biblioteca comunale di Palermo il 25 giugno 1992, un atto d’accusa sofferto e violento contro alcuni magistrati, definiti “traditori”, in una sala piena e pietrificata.

Due magistrati diventati il simbolo dell’Italia onesta ed io voglio pensare che esista e si scopra la verità e il motivo vero della loro uccisione.

Voglio sapere chi furono i mandanti e non solo gli esecutori di questi esecrabili delitti.

Forse voglio che accadono miracoli.

 

 

NEI GIORNI DI RUBY, SI SCOPRE MOLTO ALTRO

NEI GIORNI DI RUBY, SI SCOPRE MOLTO ALTRO

Le scomode verità affogate

Di Claudio Fava

Senza nulla togliere a Ruby e all’ultimo scandaletto di corte, mi sembra che la cosa più devastante di questi giorni sia stato scoprire che nel garage in cui si confezionava l’autobomba destinata a fare a pezzi Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, c’era anche lo Stato. Rappresentato da un uomo dei servizi (di quali servizi? al servizio di chi?), spedito a officiare alla cerimonia per essere sicuri che l’esplosivo fosse ben collocato, che la missione fosse senza falle né ripensamenti: insomma che Paolo Borsellino due giorni dopo sarebbe morto. Infallibilmente.

Adesso sarà importante risalire alla catena delle responsabilità, sapere per conto di chi quell’uomo davvero lavorava, quali istituzioni deviate rappresentava e quale fosse il suo rapporto professionale con i macellai di Cosa Nostra. Ma è ancor più urgente (e desolante) azzerare e riscrivere buona parte della storia repubblicana. Diciamo quella degli ultimi tre decenni, tutta tessuta nel fitto ordito di schemi consolatori: c’è la mafia ma c’è lo Stato, gli assassini e i martiri, il male e il bene. Che alla fine prevale sempre, come nei format televisivi della domenica pomeriggio.

E invece scopriamo (scopriamo?) che non è così. Che il male, in questi anni opachi, non è stato solo la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. Che quelli come Falcone e Borsellino ebbero e subirono nemici più altolocati e irriducibili dei Corleonesi. Che la loro morte non è stata un regolamento di conti tra giudici e fuorilegge ma un affare di Stato.

Di quale Stato? Ecco, questa è una domanda spietata ma necessaria. Quale senso delle istituzioni rappresentarono i due magistrati siciliani e tutti gli altri ammazzati con loro in quegli anni? E quale altro sentimento patriottico incarnarono invece coloro che furono complici dei mafiosi, che armarono la loro mano, che organizzarono attentati falliti e riusciti? Insomma, di chi siamo figli? Di quale nazione siamo davvero cittadini? Falcone e Borsellino (e Costa, Mattarella, Chinnici, La Torre, Dalla Chiesa, Terranova…) furono soltanto i più fessi? Gli ultimi poveri profeti di una religione che non esisteva più?

A chiacchiere sembrerebbe di no. Nei fatti, fatti negati e taciuti per un quarto di secolo, pare proprio di sì. Forse i veri profeti dell’Italia in cui viviamo (anche quella di Ruby, di Lele Mora, dei ministri con le case pagate dagli amici) sono uomini come il generale Mori, infaticabile testimone di tutte le vicende di mafia in Sicilia, oggi accusato di concorso esterno in associazione mafiosa: che per un generale dei carabinieri, se l’accusa risultasse provata, più che un crimine sarebbe un alto tradimento.

Ma siamo proprio certi che il funzionario dei servizi che aiutò, in quel garage, i mafiosi a fabbricarsi la bomba abbia tradito? O piuttosto furono i magistrati con la schiena dritta a tradire un’idea di paese costruita sul principio di impunità?
Chi scriverà la storia di questi anni questa domanda dovrà mettersela sulle spalle. Senza fingere scorciatoie, senza farci credere che ci furono Falcone da una parte, dall’altra Riina e in mezzo niente. È quel niente che va invece raccontato. Senza liquidarlo come capricci di servizi deviati, episodi isolati, cose così.

Di cose così ne abbiamo pieni gli occhi e le tasche. A Roma, in fondo a uno scantinato del tribunale militare, per trent’anni tennero un armadio con le porte contro il muro, in modo che nessuno, nemmeno per caso, potesse aprirlo. Dentro c’erano i nomi dei massacratori nazisti e fascisti che avevano raso al suolo decine di villaggi durante la guerra partigiana. C’era la storia delle vittime, il ricordo dei testimoni, la prova dell’olocausto. Rinchiusero ogni cosa in quell’armadio e lo misero faccia contro il muro, come a voler mostrare quale sarebbe stato il rapporto che questo paese avrebbe nutrito nei confronti delle proprie verità: nessuno. Il silenzio. L’oblio. 

Di Ruby si parlerà ancora, e a lungo,. La signorina scriverà un libro, e Berlusconi forse per quest’ultimo peccato, come una goccia che tracima dal vaso, finirà definitivamente per perdersi e per perdere gli italiani. A me invece fa rabbia che di quell’uomo dello Stato che organizzò con i mafiosi la strage di via D’Amelio non ci si occuperà più.

Come se fosse scritto nel nostro destino che ogni verità è buona solo per affogare dentro un armadio. Con le porte ben chiuse e rivolte contro un muro.

IL SIGNOR ANDREOTTI

NON MI CONVINCERETE A CHIAMARLO SENATORE

I nostri eroi che se la sono cercata

Di Claudio Fava

Anch’io ne conosco parecchi, come dice Andreotti, che se la sono cercata. Che invece di farsi gli affari loro, di calare la testa come giunchi di paglia aspettando che se ne andasse via la mala giornata, hanno avuto la sfrontatezza di far bene il loro mestiere: giornalisti, giudici, sindacalisti, commercianti, politici. Se l’è cercata, tre giorni fa, il sindaco Vassallo che invece di dire sempre no a quei galantuomini della camorra ogni tanto qualche “forse” poteva pure farlo sentire o no? Se la cercò Libero Grassi, diciamolo senza stare a girarci attorno: chi glielo portava, benedetto cristiano, ad andare in televisione per dire che lui il pizzo non l’avrebbe mai pagato? Glielo spiegò pure il presidente dei commercianti palermitani, usando come una profezia le stesse parole di Andreotti: che tu così te la stai cercando, lo sai? Forse lo sapeva, forse no: comunque lo ammazzarono tre giorni dopo.

Se l’è cercata Falcone, se l’è cercata Borsellino, se la sono cercata Terranova, Costa, Chinnici: potevano fare i giudici come si suggerisce adesso, processi corti, brevi, stretti, un occhio di riguardo a chi se lo merita, cassetti generosi per ingoiare e dimenticare i fascicoli più sfacciati. E invece no: la mafia, i mafiosi, gli amici intoccabili dei mafiosi… come un’ossessione, una compulsione, un’ansia di carriera. Ecco, professionisti. Nella vita e nella morte: se la sono cercata, questa loro bella morte, di che si vengono a lamentare oggi gli orfanelli?
Se la cercò pure il generale Dalla Chiesa, e su questo Andreotti era già stato allusivo quanto basta due giorni dopo che l’ ammazzarono. Venne a lagnarsi da me di suo figlio Nando, disse in un’ intervista, quel ragazzo gli dava solo dispiaceri… Mentiva, grossolanamente. Ma a tanti piacque credergli. E’ questo il punto.

Andreotti, amico conclamato di capi mafia che protesse e curò in salute per lo meno fino al 1980 (sta scritto nelle sentenze), interpreta un senso comune molto volgare ma molto diffuso. Che si esaurisce in due parole: cazzi loro. Di chi ha voluto fare l’eroe ad ogni costo, di chi s’è messo a fare il poeta, il don Chisciotte, il cacciatore di draghi e mulini a vento, il fustigatore di costumi. Cazzi suoi, se Ambrosoli se la volle prendere proprio con la P2 e Michele Sindona, il banchiere che salvò la lira (Andreotti dixit). Quando Giovanni Falcone, dopo l’attentato all’Addaura, cominciò ad andare incontro alla propria morte, il Giornale di Sicilia ricevette una letterina (che subito pubblicò, incorniciata come un Picasso) da parte di un gruppo di cittadini palermitani. Erano i vicini di casa del giudice e gli mandavano a dire che, orgogliosi delle sue battaglie, preferivano che se l’ andasse a combattere altrove: che se poi lo facevano saltare in aria davanti al portone com’era accaduto alla buon’anima di Rocco Chinnici, chi l’avrebbe pagato il conto per rifare l’intonaco alla facciata?

Andreotti, ormai prossimo a rendere conto a chi di dovere delle proprie verità e delle proprie menzogne, ha detto solo quello che pensa e che ha sempre pensato. Su Ambrosoli e su quanti hanno ritenuto, in questi anni, di dover mettere la vita al servizio della propria onestà intellettuale. Nella miseria di quelle sue parole, è stato sincero. E adesso possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma sappiamo che sono due idee di Italia inconciliabili tra loro: da una parte l’ex presidente del Consiglio, dall’altra Ambrosoli e quelli come lui.

In mezzo ci siamo noi, notai del nulla, pronti sempre a distinguere, a comprendere, a spiegare che è vero ma anche, ad ammirare i furbi, a sorridere di complicità su ogni volgarità, a maledire i Palazzi in attesa d’essere invitati a pranzo anche noi. E a trovare sempre un pretesto per parlar d’altro, per indignarci d’altro, per cambiare canale.

Non mi convincerete a chiamarlo senatore, il signor Andreotti. Né in questo pezzo né mai. Sono quelli come lui i veri clandestini della repubblica, non i nigeriani che sbarcano a nuoto sulle nostre spiagge. In fondo ce la siamo cercata anche noi, facendo finta per tutti questi anni che quelli come Andreotti siano stati davvero padri della patria. Non certo la nostra patria, non certo la mia patria.

  

IL COLPO DI STATO DELL’ENTITA’

IL COLPO DI STATO DELL’ENTITA’

Pochi giorni fa Beppe Pisanu, il vecchio democristiano che sa fare ancora il democristiano, ha detto che negli anni 1992 e 1993, ci fu un tentato colpo di stato.

Le stragi  di mafia  e l’uccisione dei due magistrati più esposti nella lotta alla mafia e vicini a scoprire gli intrecci tra mafia e poteri dello stato, con i relativi depistaggi, dimostrano che ci fu veramente un colpo di stato.

Fu un colpo di stato perfettamente riuscito.
Infatti subito dopo quegli anni apparve sulla scena politica l’uomo dell’antistato, quello che non faceva politica, ma voleva fare il Presidente del Consiglio e governare questo paese, sbalestrato da tangentopoli.

L’entità e la mafia capirono che i momenti erano maturi, tangentopoli aveva messo in evidenza una partitocrazia corrotta, che alimentava se stessa e soprattutto i partiti, con i soldi dei cittadini.

C’era il vuoto politico che fu aggravato dalle stragi di mafia e dall’uccisione di due magistrati che avrebbero potuto smascherare, sia l’entità, che gli intrecci della mafia con l’entità stessa. C’era un opportuno vuoto politico sul quale l’entità ha agito, tramite le stragi, per imporsi e arrivare al potere di governo.

E’ stato trovato la persona (Berlusconi) indebitata e desiderosa di potere, le si è dato l’incarico di costituire un nuovo partito, un partito diverso, fuori dalle manovre politiche precedenti, un partito che ha illuso gli italiani, delusi dai comportamenti dei partiti di prima.

Ha creato speranza nella gente. Era nato il nuovo leader e la nuova forza politica di cui la gente sentiva il bisogno.

Ma le radici della nuova forza politica stanno nell’entità (che è la P2 unita ai servizi segreti deviati) e nella mafia.

Una miscela peggiore non poteva fabbricarsi.

Da allora la mafia non ha ucciso più nessuno, ha smesso di fare stragi e l’entità ha potuto consegnare alle patrie galere, i vecchi capi mafia, i corleonesi ormai divenuti ingombranti, facendoli arrestare, con i debiti tempi ritardati, altrimenti sarebbe stato troppo chiaro che prima erano stati protetti.

Sono 20 anni che l’entità governa ed è potentissima. Probabilmente ha cambiato pelle come i serpenti, ma è tuttora forte e presente. E’ l’entità che guida e costringe il governo a fare leggi contro tutto e tutti. Il colpo di stato c’è stato ed è riuscito.

Ora la mafia, quella che si è liberata dei corleonesi, è al potere.

Mafiosi siedono in parlamento e dettano legge. Non servono più le stragi.

Questa sarebbe la seconda repubblica, una seconda repubblica che non è mai nata, che non assomiglia alla prima e che ci sta portando alla rovina. Con l’aiuto della Lega che ha sempre parlato di federalismo, intendendo invece il vero secessionismo, si arriva ad uccidere un paese.

GLI SPUTI DI BERLUSCONI SUI NOSTRI MORTI

GLI SPUTI DI BERLUSCONI SUI NOSTRI MORTI

A me, questa storia di Berlusconi che dà la colpa a chi scrive sulla mafia, per dire che la mafia italiana è una roba da poco, anzi è solo sesta nel mondo, ma siccome se ne parla, si scrivono libri, si fanno film e fiction, è la più conosciuta, non va proprio giù.

Nel giorno della condanna a undici anni di reclusione, del senatore Marcello Dell’Utri,il più intimo e risoluto collaboratore di Berlusconi nella sua avventura politica, il capo del governo ci fa sapere che nel mondo si parla di Cosa Nostra, non per colpe di Dell’Utri o dei suoi amici mafiosi, ma per le fiction sui Corleonesi e per i libri come Gomorra.

Un senatore della Repubblica è considerato colpevole d’essere mafioso ed il suo più illustre protettore continuerà a governare per conto nostro su questo paese.

Le sue offese agli avversari, le battute stucchevoli, le metafore di ogni sorta (per esempio “l’utilizzatore finale del sesso”), ha persino sorvolato sulle risate dei palazzinari sulle macerie del terremoto, sono state cose orribili, ma questa volta la goccia ha fatto traboccare il vaso. Fino a quando dobbiamo far finta di niente?

Non posso fare un sorrisetto e dire “tanto lui è fatto così” e lasciar correre. Se Berlusconi pensa che tutto gli sia consentito, anche trasformare il dolore di un popolo, nella passerella delle battute per le sue ambizioni politiche, se questa è l’idea che Berlusconi ha di noi, vorrei fargli sapere che cosa penso io di lui.

Forse lui non sa quanti sono i genitori, i figli, gli amici, le vedove che per colpa della mafia hanno perduto i loro cari. Sarebbe opportuno mandare a Berlusconi le fotografie di tutti quei morti per mafia, a cominciare dal bimbo sciolto nell’acido, da Falcone e Borsellino, ai giornalisti, ai sindacalisti, alle forze dell’ordine, al Generale Dalla Chiesa, alle persone semplici, innocenti, morti per caso, per le bombe ed i fucili mafiosi.

Con quelle foto si potrebbe tappezzare tutto palazzo Chigi, dentro e fuori.

Quelle foto così esposte dimostrerebbero che Berlusconi parla e agisce come un mafioso. Se si sta sempre zitti, se ci si stringe solo nello sdegno e nel dolore, sarebbe come ucciderli una seconda volta.

Ricordarsi dei morti per mafia è un obbligo morale, ma sappiamo che non porta voti e neppure se ne parla nei tiggi. Non mi importa se ha vinto le elezioni, ci sono silenzi, come questo, di fronte a battute del genere, che non trovano giustificazione. Oggi non si può tacere e far finta di niente, soprattutto perché, chi sputa sui quei morti, è anche il Presidente del Consiglio.

(Fonte: Claudio Fava)