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LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

LA NOSTRA DIGNITÀ VALE PIÙ DI QUALSIASI POLTRONA

Nel Pd c’è qualcuno che vuole uno strapuntino.

Lo diciamo alla Fantozzi o alla Di Maio: faccino, faccino pure, ma senza di noi.

La situazione del Pd è chiara, siamo una minoranza, anzi l’unica minoranza, non possiamo fare i salti della tigre, tuttavia ci sono delle lamentele da parte di alcuni ministri e altri papaveri dirigenti del partito democratico, che si stanno comportando come bambini dell’asilo.

Parliamo di Dario Franceschini (Ministro dei Beni Culturali) e Andrea Orlando (Ministro della Giustizia) e di Emiliano, di Boccia, eccetera.

Per loro un dialogo con il M5S è doveroso.  Non sappiamo in che senso “doveroso”. Per responsabilità?  Siamo un po’ stanchi di sentire che dobbiamo sempre sacrificarci, passare sopra a tutte le ingiurie, le offese personali e tutto il fango che in anni ci è stato buttato addosso.

Non abbiamo nessuna ascia da dissotterrare perché non abbiamo mai usato un’ascia, per parlare con i nostri avversari, ma abbiamo sempre cercato rispetto e dato rispetto.

Secondo noi ad esser doverosa sembra essere solamente la loro voglia di una poltrona. E’ ancora più doveroso, invece, è rispettare la volontà degli elettori. Prendiamone atto con sincerità e senza rancore, abbiamo perso, così è stato decretato e ci dobbiamo comportare di conseguenza.

Senza dimenticare che alcuni giornali come “Il Fatto Quotidiano” e Travaglio, con le loro dichiarazioni, stanno dando la colpa al Pd del motivo del fatto che la legislatura non sta partendo.

  • Se i signori Franceschini e Orlando e non so chi altri, vogliono un accordo con il M5S, dimenticandosi delle differenze programmatiche e degli insulti pentastellati nei confronti del Pd, e di tutti noi, per uno strapuntino, lo dicessero e buon viaggio.
  • Se costoro vogliono diventare la ruota di scorta o il salvavita di un governo M5S lo facessero.
  • Se vogliono stare con chi vuole buttare all’aria quanto fatto in questi anni, che lo facessero.
  • Se proprio gli fa schifo non contare nulla, in questa legislatura, possono uscire dal Pd, (oppure usciamo noi, non c’è problema), e fare un altro gruppo.
  • Se costoro si stanno, tatticamente, rincoglionendo non possono certo pretendere che gli altri condividano i lor convincimenti.
  • Se qualcuno di loro riesce a passare sopra agli insulti, pur di prendere una poltrona agissero di conseguenza, ma solo a nome loro. Noi, non ci stiamo.
  • Se qualcuno prende per “parole serie” le buffonate di Di Maio del tipo: “Credo che ora il senso di responsabilità nei confronti del Paese ci obblighi tutti, nessuno escluso, a sotterrare l’ascia di guerra”, è liberissimo di farlo.
  • Se qualcuno crede che un comico, un affarista e una persona di scarsa cultura possano decidere i destini del paese, si chiedano sinceramente con chi avranno a che fare.

Pensiamo fermamente che la nostra dignità valga più di qualsiasi poltrona.

 

 

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C’È CHI È RIMASTO CON L’AMARO IN BOCCA E LA SALIVAZIONE A ZERO

C’È CHI È RIMASTO CON L’AMARO IN BOCCA E LA SALIVAZIONE A ZERO

Sono curiosa di sapere dov’è finita l’armata antirenziana e che cosa sta pensando di fare ora.

Non sono passati molti giorni dalle elezioni, è vero, ma mi sembra che il silenzio sia assordante.

Tutti quelli che invocavano l’impiccagione pubblica di Renzi, e che avevano gridato a gran voce di essere in grado, dopo la morte di Renzi, di risollevare le sorti del paese in brevissimo tempo, sembrano aver perso la voce.

Qualcuno sta pigolando è vero, perché ospite della solita tv7, qualcosa riescono a dire, ma su come dare la desiderata e agognata scossa salutare a questo paese come si erano ripromessi, dopo l’allontanamento dell’arrogante dittatore, unico detentore del potere, parolaio fiorentino, e rovina di tutto, non è dato sapere.

Bersani e D’Alema che ci spiegavano come ricostruire in tre mosse il Pci, quello vero originale, forse si sono ritirati per meditare. Ci avevano promesso che, senza Renzi, erano capaci di fare la riforma costituzionale in tre mesi e una nuova legge elettorale in tre settimane. Li avete visti? È adesso che debbono parlare altrimenti quando?

Emiliano, quello che ha praticamente distrutto il Pd pugliese e dopo essersi classificato ultimo per gradimento tra i presidenti di regione, ha smesso di mangiare le cozze pelose e forse adesso si è dato alla lattuga bollita.

Grasso sta aspettando nel suo salotto di casa che gli arrivi una telefonata, almeno una, ma pare che il telefono resti muto. Forse vive un momento di depressione.

La Boldrini, in mancanza di lavoro, si manda i tweet da sola, così ha l’idea che qualcuno la consoli.

Travaglio è il più sconsolato di tutti. E’ in una crisi di astinenza tale che darebbe un rene perché Renzi ricoprisse una carica di qualunque tipo, magari una vicepresidenza alla nettezza urbana, pur di poterlo criticare.

Berlusconi. Beh! Berlusconi vuole bene a Renzi, ne ha una nostalgia pazzesca e ogni volta che porta Dudù a fare la passeggiatina salutare chissà perché si ritrova sempre a passare davanti alla porta del Nazareno e prova una feroce nostalgia dei bei tempi.

Insomma tutti questi che vivevano del veleno antirenziano, già si sentano orfani di Renzi e ne provano una grande nostalgia. Ah! Se tornasse, tornerebbero a vivere!

Ma Renzi tace, non si fa vedere, non fa annunci, scrive solo qualche tweet, che pochi leggono perché non sono granché attaccabili.

E questo silenzio fa crescere ancora di più la bile perché non sanno che cosa Renzi stia pensando, se ritornerà o no, se inventerà qualcosa d’altro o resterà nel Pd, insomma sono rimasti a bocca asciutta, e la loro salivazione è a zero.

Consiglio un salutare tè alla menta, tre tazze al giorno. Provare per credere.

IL GAS DELLA RUSSIA

IL GAS DELLA RUSSIA

In Italia, il 42% del gas consumato viene dalla Russia, il 18% viene da Norvegia e Olanda, l’11% dall’Algeria, il 10% dalla Libia e il 7% dal mercato mondiale del GNL.

In questi anni, abbiamo visto più gasdotti tracciati sulla carta e presentati al pubblico che tubi veri depositati sul terreno e collegati fra loro.

Questo perché la realizzazione di una condotta richiede non solo grandi investimenti e grandi capacità tecniche, ma prima di tutto un accordo stabile e di lungo termine fra un fornitore ed un acquirente, la ragionevole certezza che ciascun governo sia solido e che un eventuale cambio al potere non butti all’aria i contratti stipulati per l’intero periodo di validità concordato, misure di sicurezza per proteggere tutto il percorso delle condotte e i necessari accordi internazionali.

Più l’obbligatorio imprimatur della Commissione Europea se una delle firme sull’accordo appartiene ad un Paese membro dell’Unione.

Ecco perché nel mercato del gas diventano critiche le altalene diplomatiche fra la Russia e diversi Stati europei, i problemi interni di ciascuno Stato aggiunti a quelli che possono creare tutti gli altri attraversati dai tubi. Dall’Ucraina, sempre ai ferri corti con la Russia, alla Polonia, terreno di conquista della NATO, alla Turchia, nemica o amica a seconda delle convenienze.

Da parte nostra, oltre a non poter prendere impegni con nessuno sulla stabilità del nostro governo e tantomeno offrire serie garanzie che il prossimo inquilino di Palazzo Chigi non ribalti tutti gli accordi energetici in essere, abbiamo il problema insormontabile di 124 piante di ulivo che sbarrano la strada all’arrivo del gasdotto TAP in Puglia.

A causa della recente esplosione ad un impianto di gas in Austria, lo scontro fra il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, si è ulteriormente aggravato, con naturalmente sullo sfondo non solo l’ILVA ma, questa volta, il Tap.

L’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato che “non c’è allarmismo tra gli operatori” per la sicurezza ma “il gas sta salendo di prezzo” e quanto salirà ancora dipende anche “da quanto durerà il problema”. Non a caso oggi il prezzo all’ingrosso in Italia è quasi raddoppiato dopo il blocco della fornitura. Quanto successo, infatti, si inserisce “in uno scenario che porta ad un aumento generalizzato dei prezzi”, legato alla congiuntura economica che alimenta la ripresa dei consumi, dall’arrivo delle temperature fredde ma anche dalla notevole dipendenza dell’Italia al gas importato.

Una fragilità endemica, che arriva da lontano, e che può essere sconfitta con la diversificazione attraverso Ing e pipeline. Diversificazione in cui rientra appunto il Tap, che dovrebbe sbarcare sulle coste pugliesi fra le rimostranze degli enti locali.

E’ chiaro che, di fronte a tutte queste rogne, la Russia si sia data da fare per aprirsi ad un immenso mercato alternativo come quello rappresentato da un miliardo e mezzo di cinesi e dalla loro industria grazie a Сила Сибири: il Potere della Siberia.

Dopo l’emergenza di oggi, in cui l’interruzione di un solo nodo ha rischiato di mettere in crisi tutta l’infrastruttura , ci si augura che il prossimo governo possa mettere da parte qualche pregiudizio ed affrontare seriamente la questione energia.

ORLANDO O EMILIANO?

ORLANDO O EMILIANO?

Ho ascoltato con attenzione, gli interventi di Renzi, Orlando ed Emiliano, ieri alla direzione nazionale del Pd.

Renzi mi è piaciuto, ma questo lo davo per scontato. Diciamo che sono  renziana, e sì, e vorrei che fosse una “cosa” politica contagiosa.

Tuttavia tra il discorso di Orlando e quello di Emiliano, ho apprezzato di più quello di Emiliano.

La sua focosità, il suo convincimento e la sua forza mi sono sembrate più sincere e forse potranno essere anche più utili al partito democratico, rispetto al discorso, troppo scontato di Orlando.

Più Europa, dice Orlando, ma non credo proprio che Renzi sia antieuropeista, tutt’altro. Inoltre dice Orlando, che Renzi pretende che chi ci ha mandato nella palude, siano gli stessi che ora dovrebbero salvarci.

Non ho capito cosa intendesse.

Quelli che ci hanno mandati nel fango sono i vari Civati, Fassina, Cofferati, D’Alema, Bersani e soci, e non mi pare proprio che Renzi li ami particolarmente da pregarli che ci diano una mano. Anzi.

Questo, semmai, è il desiderio di Orlando, ripescare i fuoriusciti. In Orlando ho rivisto il Civati della precedente consultazione. Stessa  flemma, stesso rancore sottocenere, stessa faccia impassibile, priva di vivacità.

Ha ripetuto la frase più infelice che potesse dire, e che ha ripetuto a mo’ di litania, nella campagna per le primarie: “Tra Berlusconi e Bersani preferisco Bersani”.

Questi non sono discorsi da leader, sono le piccinerie di chi vede un partito addomesticato, vecchio, non proiettato verso il futuro, con idee che superino tutti gli schieramenti possibili, ma sono le idee di chi vuole imbarcare tutte le passività che ci hanno portato alla sconfitta. Appesantendo di nuovo il partito che con fatica tenta di scrollarsi di dosso tutte le passività ereditate. Orlando non ha ancora capito che il Pd è un partito nuovo, e come tale deve essere senza le scorie del passato. Con le glorie del passato, ma senza il peso del rancore.

Per la verità avrebbe dovuto dire che, con una buona legge elettorale, il Pd dovrebbe essere messo nelle condizioni di non scegliere nessuno, ma di affrontare anche da solo le prossime avventure politiche.

Nel modo con cui si è espresso Orlando, significa essere senza speranza e stare a paciugare volentieri nel fango, dove nessuno si distingue, nessuno ha un comando, ma si dirige un partito come seduti ad un bar.

Emiliano invece, con la sua foga, ha protetto il “suo sud”, ha sostenuto le sue ragioni, ha invitato a ragionare e a decidere anche dopo il confronto difficile con gli altri. Insomma mi è piaciuto di più.

IERI E OGGI

IERI E OGGI

gli-alleati-della-destraSpero che gli alleati della destra di oggi, destra di cui fanno parte anche i devoti del blogghe, facciano la stessa fine di quello di ieri. Ho lasciato Emiliano nell’immagine perché assomiglia tanto al famoso “cavallo di Troia”. Restare per distruggere. In effetti il pm pugliese è strano, molto strano. E’ andato a cena con Berlusconi, ma dice che non farebbe mai un governo con lui, ma solo coi grillini. Tant’è vero che, per avere un voto in più (forse nelle prossime primarie del Pd) sul problema vaccini ha dato ragione ai grillini, infischiandosene della salute delle persone.

Siamo messi così, nel pianeta dei matti.

Scrive Mattia Feltri su “La Stampa”

Notizie dal pianeta dei matti. Luigi Di Maio ha detto che il Pd ha fatto danni come una guerra mondiale, e al tramonto dell’impero i cortigiani arraffano quello che possono. Michele Emiliano, candidato alla guida del Pd, ha detto che non farebbe mai alleanza con Forza Italia ma coi Cinque stelle sì, forse sui presupposti offerti da Di Maio. Miguel Gotor, senatore uscito dal Pd, ha detto che Luca Lotti dovrebbe dimettersi per coerenza, come furono fatti dimettere Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi. Il ministro Maria Elena Boschi, che invece non fu costretta alle dimissioni, sebbene molti gliele chiedessero per l’inchiesta sul padre in Banca Etruria, ha annunciato che il padre è stato prosciolto.

L’ex direttore del Quotidiano della Calabria è invece stato condannato perché il giornale definì d’assalto il pm John Henry Woodcock a proposito dell’indagine su Tempa Rossa, per cui si era dimesso il ministro Guidi e poi finita in nulla; la Cassazione ha stabilito che è diffamatorio definire d’assalto Woodcock perché ne vulnera gratuitamente la dignità, e però è legittimo sottolineare la negligenza in diritto amministrativo e civile del medesimo Woodcock. Che ora è tornato in prima pagina per l’inchiesta Consip e le sue spettacolari fughe di notizie, spettacolari come quella su Antonino Ingroia, ex pm antimafia che deve rispondere di spese allegre da manager della Regione Sicilia. «Qualcuno ha dato la notizia in pasto alla stampa», ha detto Ingroia, che per la stampa del pianeta dei matti fu boccone prelibato.

 

NON SUBITO, MA DOMANI FORSE

pd_spaccatoNON SUBITO MA DOMANI FORSE

L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo.

Sembra che il gran giorno della scissione sia domani. E nemmeno é chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

Insomma, essere il Macron Italiano e avere un futuro, significa avere il coraggio di far fare agli italiani quello che non vorrebbero mai fare: vivere dentro una società competitiva e meritocratica. Basta posticini ottenuti grazie allo zio prete, basta diplomi e lauree a tutti, basta rendite di posizione. Basta infine a un milione e mezzo di persone che vivono di politica, cioè di soldi pubblici. La democrazia non richiede un esercito così vasto di nullafacenti.

Se Renzi ha in testa queste cose, può anche “non vincere” le prossime elezioni. Andranno a cercarlo, tre mesi dopo.

(Giuseppe Turani)