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QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

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QUANDO FARE POLITICA NON E’ UN MESTIERE MA PASSIONE

renzi-direzione-pd2-535x300QUANDO FARE POLITICA NON E’ UN MESTIERE MA PASSIONE

Non pensavo, quando ho visto la commozione ed il pianto rimandato in gola, di Renzi, al momento dell’annuncio delle sue dimissioni, che mi colpisse così tanto, questo fatto.

Poi ripensandoci, mi sono venute in mente altre lacrime, quelle di Achille Occhetto alla Bolognina, quando annunciò che il Pci, diventava Pds, partito democratico di sinistra. Partito democratico cui poi qualcuno, non so bene perché, tolse la parola sinistra, forse per vergogna.

Io c’ero alla Bolognina e capii che quelle lacrime, dimostravano che si può fare politica per passione, non per mestiere. Il dolore per la perdita anche di amici di sempre come Ingrao, che non lo seguirono sul percorso dell’innovazione che Occhetto aveva intrapreso. Liberarsi dal giogo dell’assolutismo staliniano, del centralismo democratico, per riconciliarsi con un socialismo integrale, la cui vocazione e ispirazione non è il potere, ma la libertà dell’uomo.

E Renzi mi ha fatto lo stesso effetto: la politica come passione e non per mestiere.

Si vedono in giro tanti mestieranti, tanti personaggi insignificanti che arrancano per un posto di assessore, consigliere, presidente, onorevole, ma solo per mestiere, senza ideali, senza la passione politica, senza capacità riflessive, senza il desiderio filosofico di portare l’uomo verso la libertà. L’unico scopo è arrivare….arrivare alla sedia e starci per sempre.

Inqualificabile comportamento che vediamo e scopriamo in tutti i mestieranti di oggi. I cosiddetti attivisti dell’antipolitica, per esempio, che non coltivano alcun ideale, se non quello di uccidere l’avversario, considerato nemico e responsabile di tutti i mali di un paese.

Questa non è politica, ma arrivismo, voglia di potere, rovina del pensiero liberale e della forza che si deve avere per dare al proprio popolo ciò che è meglio: la libertà.

Parola difficile che si può realizzare dando a ciascuno la dignità del lavoro, l’indipendenza economica, la cultura, la formazione spirituale, raggiungibile appunto solo attraverso la libertà posseduta pienamente.

E credo che Matteo Renzi, cui sono debitrice per tante cose, compreso la sua forza, il suo coraggio, la sua capacità di amare questo paese, nonostante tutto e tutti, sia un uomo che ama fare le cose, compresa la politica, per passione.  E gli uomini che coltivano queste idee sono sempre affascinanti. Pochi, ma ogni tanto qualcuno spunta, ma dura poco, purtroppo.

E infatti:

“Torno semplice cittadino. Non ho paracadute. Non ho un seggio parlamentare, non ho uno stipendio, non ho un vitalizio, non ho l’immunità.
Riparto da capo, come è giusto che sia. La politica per me è servire il Paese, non servirsene.
A chi verrà a Chigi dopo di me, lascio il mio più grande augurio di buon lavoro e tutto il mio tifo: noi siamo per l’Italia, non contro gli altri.
Nei prossimi giorni sarò impegnato in dure trattative coi miei figli per strappare l’utilizzo non esclusivo della taverna di casa: più complicato di gestire la maggioranza.
Ho sofferto a chiudere gli scatoloni ieri notte, non me ne vergogno: non sono un robot. Ma so anche che l’esperienza scout ti insegna che non si arriva se non per ripartire. E che è nei momenti in cui la strada è più dura che si vedono gli amici veri, l’affetto sincero. Grazie a chi si è fatto vivo, è stato importante per me.
Ai milioni di italiani che vogliono un futuro di idee e speranze per il nostro Paese dico che non ci stancheremo di riprovare e ripartire. Ci sono migliaia di luci che brillano nella notte italiana. Proveremo di nuovo a riunirle. Facendo tesoro degli errori che abbiamo fatto ma senza smettere di rischiare: solo chi cambia aiuta un Paese bello e difficile come l’Italia.
Noi siamo quelli che ci provano davvero. Che quando perdono non danno la colpa agli altri. Che pensano che odiare sia meno utile di costruire. E che quando la sera rimboccano le coperte ai figli pensano che sì, ne valeva la pena. Sì, ne varrà la pena. Insieme.
Ci sentiamo presto, amici.
Buona notte, da Pontassieve”.

Matteo Renzi

SONO GLI STESSI

SONO GLI STESSI

Sentire gli esponenti di FI, della lega e dei neri cespugli di destra dire che se vince il SI’, la riforma concede troppi poteri al presidente del Consiglio, o che esiste il rischio di una deriva autoritaria, è proprio una barzelletta. L’art. 95 della Costituzione, quello che attribuisce le competenze e i poteri al presidente del Consiglio non cambia. Non cambia. Ciò significa che proprio non l’hanno letta questa benedetta riforma che voteremo.

Questi sono gli stessi che hanno proposto agli italiani, nel 2006, una riforma costituzionale in cui il presidente del Consiglio aveva il potere di sciogliere il parlamento, di mandare a casa ministri, uno due o tutti, poteri che, per Costituzione, sono in carico solo il presidente della Repubblica. Cambiavano, con la loro riforma, le basi della Costituzione. E adesso se ne sono dimenticati: “temono l’uno solo al comando”.

La riforma attuale modifica il funzionamento degli organi statali,  e comincia dall’art. 55 in poi, lasciando immodificati quelli che riguardano i vari poteri, legislativo, giudiziario ed esecutivo. Bisogna leggerla per capirla, altrimenti si parla per sentito dire o a vanvera.

La riforma che andremo a votare il 4 dicembre prossimo, quindi, non cambia il potere del presidente del Consiglio e neppure quello del presidente della Repubblica. Cambia il modo di eleggere il presidente della Repubblica, rendendolo più vincolante E meno male!

Sono gli stessi che hanno approvato il “porcellum”, la legge porcata che non consente di avere la stessa maggioranza alla Camera e al Senato, legge che ha creato un’infinità di problemi di governo, tanto che Prodi, nel suo anno di governo, non è riuscito a fare quasi nessuna legge.

Sono gli stessi che hanno votato che la minorenne marocchina era nipote di Mubarak, una assurdità sostenuta davanti agli altri parlamentari, e a tutto il paese, con una faccia tosta incredibile.

Sono gli stessi che hanno portato il paese ad essere la barzelletta dell’Europa, e del mondo.

Sono gli stessi che hanno portato lo spread a oltre 500 punti di differenziale.

Sono gli stessi che hanno accettato il diktat della parità di bilancio,  e l’hanno fatto votare in parlamento mettendolo nella Costituzione.  E, disgrazia nostra, votata anche dal Pd dell’allora segretario smacchiatore di giaguari!

Sono gli stessi che hanno accettato le imposizioni della commissione europea sulla sovranità italiana.

Sono gli stessi che ora hanno il coraggio e la spudoratezza di riproporsi come salvatori, dopo aver declassato il nostro paese al livello più basso di fiducia e stima in Europa e nel mondo.

È proprio vero che gli italiani hanno memoria corta. Possibile che ci siano persone di sinistra che accettano di votare con personaggi simili? Sì, incredibilmente succede, per un unico scopo: mandare a casa Renzi per riprendersi quello che ritengono di aver perso.

Tutti gli arzigogoli che inventano a difesa del no alla riforma, sono solo fumo negli occhi, per toglierci la capacità di vedere alla fine qual è il vero scopo del votare no.

Ma è un gioco ad arte.

Si vuole indebolire Renzi, per costringerlo a restare, nel caso di vittoria del no, per farne un burattino da strapazzare a piacimento.

A questo Renzi, che è un vero boy scout e sa che cos’è l’onore e il rispetto, non ci sta. Il suo motto è “lasciare il mondo meglio di com’era prima”. Siamo sicuri che non resterà a condizioni diverse. E ne siamo contenti.

Berlusconi ha detto che il 5 dicembre (convinto che vincerà il No) si siederà al tavolo della trattativa con me. Sappia che a quel tavolo ci troverà Grillo e D’Alema non me.
Matteo Renzi

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SENZA IL LAVORO AI GIOVANI C’E’ IL FALLIMENTO

SENZA IL LAVORO AI GIOVANI C’E’ IL FALLIMENTO

Si poneva semplicemente un problema di carattere strettamente politico, indicando come una meta di notevole importanza nella costruzione del nuovo Stato, questa, di dare accesso in modo reale, pieno e costruttivo, alle forze lavoratrici nella vita del nostro Paese” .

 (Aldo Moro, intervento all’Assemblea Costituente  del 13 marzo 1947)

Annuncio: «Ricerchiamo stagista per la sede di Roma da inserire nel settore marketing per lo svolgimento di attività connesse allo sviluppo esecutivo di materiali promozionali rivolti alla forza vendite e al cliente finale. Stage di 6 mesi (prorogabile di altri 6 mesi). Durante il tirocinio verrà erogato un rimborso spese mensile con utilizzo gratuito della mensa aziendale».

E’ uno dei tanti annunci pubblicarti sui giornali e in Internet. Promettono stage. Solo stage. Si somigliano un po’ tutti. Sono lo specchio della disperazione di milioni di giovani laureati che perdono giorno dopo giorno fiducia nel futuro e nella politica.

All’origine del dramma che sta cancellando almeno una generazione, c’è una legge dello Stato, varata nel 2003 (GOVERNO BERLUSCONI) che ha trasformato il lavoro in “progetti a tempo”. La paga in elemosina. I diritti in carta straccia.

Tutto è diventato progetto per poter applicare la flessibilità e creare i nuovi schiavi moderni.

Giovani e meno giovani che sono stati trasformati in “imprenditori” con partita Iva.

E così, quasi la metà (46,7%) dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha un impegno temporaneo.

Lo riporta l’Ocse (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nel suo Employment Outlook, su dati di fine 2010. Le poche opportunità per i giovani mettono a rischio il futuro dell’Italia, lo dice Mario Draghi, presedente della Bce.

“Il paese non sfrutta le proprie risorse  a partire dalle nuove generazioni: non fornisce loro prospettive, né possibilità di una carriera. Per uscire dalla crisi bisogna schierare in prima fila le forze giovanili, non costringerle ad una fuga all’estero.

Le difficoltà incontrate dalla giovani generazioni devono preoccuparci,  non solo  per motivi di equità.

Vi è un problema di utilizzo del loro patrimonio di conoscenza , della loro capacità di innovazione. I giovani hanno ragione ad essere indignati”.

La voce di Mario Draghi è una voce autorevole che non ha trovato giusta sponda politica nella Repubblica fondata sul lavoro e trasformata in una nazione di precari, di sotto-occupati e di senza posto… e di neolaureati che rispondono nel call-center  a cinque euro l’ora lordi.

Possiamo permetterci il lusso di non muovere un dito per i nostri figli ed i nostri nipoti, per mantenere la ricchezza dei ricchi che non producono?

(Dal blog di Giuseppe Altamore)

LE PANTEGANE LEGAIOLE HANNO PERSO IL DITO MEDIO

LE PANTEGANE LEGAIOLE HANNO PERSO IL DITO MEDIO

I legaioli si ritirano zitti zitti, quatti quatti nella loro tana. Dopo 10 anni di governo e di responsabilità verso gli italiani, i legaioli non portano a casa niente.

La loro gente non sta meglio, le tante piccole imprese che tempestavano il ricco nord-est si sono chiuse, rimangono macerie, desolazione, stupore e tristezza. Il grande popolo dell’Iva,  che aveva votato e fatto votare Lega, rimane con le pive nel sacco.

Chissà se fanno un esame di coscienza e si chiedono sinceramente quali sono stati i contributi positivi o i miglioramenti  che hanno apportato al paese.

Vengono in mente le ronde. Nate e morte subito. Le impronte ai bimbi rom, finite chissà dove.

Le cattive e brutali campagne elettorali contro i clandestini stupratori delle nostre donne, studiate apposta per incutere nella gente la paura del “diverso” e coltivare l’istintiva diffidenza verso chi ci assomiglia poco e che, secondo l legaioli, ci viene a rubare il lavoro.

I mesi di  inerzia nei confronti dei migranti sull’isola di Lampedusa, per creare disagi nella povera gente e far vedere al mondo che eravamo “invasi” da clandestini.

Le buffonate dei ministeri a Monza. di cui rimane solo la targa. Non risulta neppure che abbiano provveduto a fare i WC mancanti.

Un federalismo abbozzato, poi annegato nelle acque del PO. Un federalismo che senza i decreti attuativi non serve a niente e non sarebbe servito a niente comunque, visto che hanno condiviso i tagli lineari ai comuni, perpetrati  del loro ministro preferito: Tremonti.

Le leggi bruciate da Calderoli, che nella foga del falò, ha bruciato anche leggi importanti, come quella che, se incenerita, avrebbe tolto  a Venezia il possesso del Canal Grande.

I loro raduni sul pratone di Pontida ed il battesimo o la benedizione (di che?) con l’acqua del PO. I caschi celtici, folcloristici e carnevaleschi.

Il disegno del sole della Alpi nelle scuole e sui ponti padani. Le battaglie per il crocefisso sui muri, fatta a suon di manganellate col crocefisso ed accompagnamento di bestemmie.

I rutti nelle Chiese, nei bar, davanti a fiaschi di vino ed i vari diti medi a mo’ di sfottimento di tutti noi.

I dieci anni di servizio al miliardario .

I ministri che dicono di aver arrestato più mafiosi di tutti i governi, hanno votato, disinvoltamente, contro l’arresto dei vari mafiosi che siedono in parlamento ed hanno persino consentito che una persona, sospettata pesantemente di essere mafioso, diventasse ministro (dell’Agricoltura per la precisione).

Però hanno rimpinguato le loro tasche, vissuto i privilegi di Roma ladrona, sistemato le mogli, i figli, nipoti, le amiche e gli amici.

Ma non possono ritirarsi così, bellamente, facendo finta di niente,  perché  condividono col miliardario  la responsabilità di come mai siamo arrivati a questo punto, quando la crisi era ben evidente fin dal 2009.

La paura di perdere quei pochi “fedeli” rimasti, quelli che cantano i cori sul prato di Pontida,  serpeggia nelle viscere di questi capi legaioli, che mostrano i muscoli solo con i deboli.

Sono arroganti ed inaffidabili. Buttano la bandiera italiana nel cesso e  credono alla nipote di Mubarak.

Ritirarsi nelle tane del Nord, per non dover affrontare, a viso aperto, i grossi problemi economici ed i sacrifici che dovremo sopportare, è la tattica vigliacca delle persone opportuniste che non si vogliono assumere responsabilità, ma conservare i privilegi.

E’ molto comodo, ma anche molto vile, fare politica seduti al bar del paese,  prendere i soldi da Roma ladrona, starsene nell’ombra, potestare senza prendersi responsabilità e lasciare che siano gli altri a bruciarsi le mani.

E oggi, 14 novembre 2011, le pantegane legaiole impaurite, quelle che hanno mostrato il dito medio anche nei confronti del Prof. Mario  Monti, (è successo qualche giorno fa, quando il  Prof. Monti veniva indicato come probabile prossimo premier), hanno avuto paura del professore stesso. Non  si sono presentate alle audizioni di rito, ma hanno convocato il “parlamento padano”. Nelle loro tane, naturalmente.

UNA BEFFA: DIMISSIONI A RATE

UNA BEFFA: DIMISSIONI A RATE

Anche questa è una novità introdotta dal berlusconismo. Dimissioni sì, ma a rate.

Il cavaliere annuncia le dimissioni, dice di essere disponibile alle dimissioni, solo dopo l’approvazione della legge di stabilità, ma non si dimette per ora.  Non pronuncia un chiaro “mi dimetto”, ma  annuncia le dimissioni “a tempo“.

Questo cercare di prolungare i suoi tempi alla permanenza al governo ha alcune conseguenze che  sembrano tragiche e comiche nello stesso tempo. Più tragiche che comiche.

La prima: si approverà la legge di stabilità, perché lo vuole l’Europa, in cui lui infilerà qualsiasi “cosa” che ritenga utile per sé e per le sue aziende, come per esempio la modifica delle attuali disposizione sulla eredità familiare. Il suo interesse prima di tutto. E questa è la parte comica.

La seconda, se la legge di stabilità  verrà approvata, con la fiducia, perché così avverrà, anche se ha detto che non sarà necessario mettere la fiducia, i numeri dei voti parlamentari che otterrà, supereranno la soglia dei 316 necessari per la maggioranza assoluta, perché anche l’opposizione, o parte di essa, voterà sì, o si asterrà.

Di conseguenza, il premier dimissionario, non avrà più le ragioni della scarsità dei voti per dimettersi e tratterà con Napolitano, le sue “dimissioni” col ricatto: “niente governo tecnico, niente larghe intese, elezioni subito o io non mi dimetto, c’ho i numeri”. In caso di dimissioni ricatterebbe ancora il Presidente della Repubblica per ottenere un “reincarico” fino alla primavera del 2012, a dispetto dell’Europa e di chi lo vuole a casa.

Se Napolitano cederà alla richieste dell’arcoriano purché se ne vada, non farà un governo super partis, vincerà il cavaliere comunque. Questo comporterà che si dovrà votare con l’attuale legge porcata, perché un governo di larghe intese, che potrebbe protrarsi anche per un anno, avrebbe  tutto il tempo per cambiare la legge elettorale

La terza e questa è la conseguenza tragica: qualora la legge di stabilità venga approvata, essendo una legge definita da più parti “lacrime e sangue” porterà l’impronta malefica del berlusconismo. Il che comporta anche le manganellate di Sacconi sui lavoratori e le schifezze di Brunetta.

E, naturalmente, niente tasse sulle rendite finanziarie, niente patrimoniale sul lusso, niente morsa sugli evasori, condoni per tutti i furbi e furbetti, e alla fine a pagare e davvero a piangere saranno sempre i soliti: i più poveri, quelli che hanno una busta paga, il pubblico impiego, i pensionati, gli enti locali.

Berlusconi se ne andrà solo dopo aver fatto a pezzi lo stato sociale, di cui questo paese andava fiero.

Il fido Cicchitto ha già detto che la legge di stabilità richiederà un po’ di tempo (un mesetto) prima di essere approvata, ci sarà il Senato, poi un passaggio in Commissione e poi alla Camera. Si arriva a metà dicembre,

Napolitano comincerà le consultazioni, ci impiegherà almeno una decina di giorni, sempre che il cavaliere com’è solito fare,  non dica di essere stato frainteso e non voglia dimettersi.

Si arriva a Natale e in Italia facciamo le vacanze, al parlamento come a scuola, e prima della Befana non si fa nulla.

Questo tempo che la destra si sta prendendo con la scusa della legge di stabilità, ha lo scopo di tempestare con una campagna elettorale spaventosa e pressante la gente, di convincerla che non ci sarà nulla di meglio che questa destra miracolosa, se sarà guidata dall’Angelino.

Aspettiamoci una bombardata di Tv, giornali, trasmissioni radio tutte destrorse. Ancora mesi e mesi da incubo, e la nostra credibilità non sarà solo a terra, ma verrà sepolta definitivamente.

Su queste dimissioni a tempo restiamo molto dubbiosi, ne vediamo solo gli interessi personali a resistere il più a lungo possibile e vediamo ancora una volta allontanarsi il bene del paese.

Le fantasione dimissioni a rate, inventate da Berlusconi, non calmeranno il mercato, né daranno fiducia, ma contribuiranno a creare incertezza a coloro che dovrebbero comprare parte del nostro debito.

“TANTI TITULI – SERO RIFORME”

TANTI TITULI – SERO RIFORME”

Il 7 agosto 2009, ho iniziato a tenere questo blog, copiando un articolo di Tito Boeri sull’economia e governo.
A distanza di oltre due anni lo stato delle cose non è cambiato e l’articolo del valente economista si è rivelato profetico.

Lo ripropongo perchè molti lettori l’hanno, per cosi dire, “cliccato” segno che è ancora attuale. L’immobilismo  del governo è rimasto immobilismo e le promesse di riforme importanti,  fatte in campagna elettorale e nel discorso al parlamento durante l’istituzione di questo governo, sono rimaste lettera morta.

Le uniche cose fatte sono stati tagli indiscriminati (con l’inamovibile Tremonti), impoverimento della scuola, dell’Università (con la tristissima Gelmini), dei lavoratori (con la divisione dei sindacati ad opera dell’inqualificabile Sacconi) e dei pensionati (rimasti al palo da 10 anni).

Il Parlamento in questi tre anni e passa è stato impegnato a “parlare” di  processi brevi, processi lunghi , varie nipoti di Mubarak e case di Montecarlo.

E poi ci aspettiamo che il mondo ci dia credibilità? Altro che spread!!!!!!!!!!

Economia e governo

agosto 7, 2009, 3:45 pm | Modifica questo
Filed under: Politica | Tag: berlusconi, economia, economia e governo, la voce, malgoverno, ministro tremonti, prodi, tanti tituli, tito boeri, totti

Tratto da “La voce” articolo di Tito Boeri: Tanti tituli sero riforme

Il governo Berlusconi si è insediato da un anno. E’ dunque tempo di un primo bilancio di quanto fatto e non fatto. Proponiamo ai lettori una serie di schede che coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull’andamento dell’ economia italiana. Hanno un denominatore comune: l’attivismo del governo, che ha permesso di conquistare spesso i titoli di apertura dei giornali. Ma le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano. E nessuna di queste può definirsi una riforma. Anche di fronte alla crisi, si è scelta la linea dell’immobilismo. Parafrasando un famoso allenatore di calcio: “tanti tituli, sero riforme”.

Il primo anno di attività di un governo dà l’impronta di una politica economica per l’intera legislatura. È il periodo in cui si possono fare le riforme più difficili, quando si è ancora lontani dal voto e si ha il tempo di ottenere risultati che potranno poi essere presentati agli elettori alla prossima scadenza elettorale. Per questo, come già fatto con precedenti esecutivi, abbiamo voluto richiamare attraverso una serie di schede quanto fatto sin qui dal IV governo Berlusconi, quanto non è stato fatto pur essendo nel programma elettorale e offrire una nostra valutazione delle misure intraprese. Le schede coprono tutte le aree che hanno una rilevante implicazione sull’andamento dell’economia italiana: dalla scuola e università alle privatizzazioni, dal mercato del lavoro alle pensioni, dalle infrastrutture alle politiche sulla casa, dall’immigrazione alle misure sui mercati finanziari, dalla giustizia alla sanità. Cominciamo oggi, in occasione dell’anniversario dell’insediamento del governo, con la pubblicazione di una prima serie di schede. Altre seguiranno nelle prossime uscite, dando tempo ai lettori di commentarle e di farci sapere se, a loro giudizio, abbiamo omesso qualcosa di rilevante.

DIETRO L’ATTIVISMO NESSUNA RIFORMA

È utile comunque anticipare un comune denominatore emerso da questo sforzo collettivo della redazione de lavoce.info. Questo esecutivo ha dato una prova di molto più attivismo di governi precedenti. Il contrasto con il Prodi II, bloccato da veti incrociati interni alla coalizione in ogni anelito riformatore e da una fragilissima maggioranza al Senato, è abissale. Forse anche per accentuare le differenze con l’esecutivo precedente, il Berlusconi IV è partito subito lancia in resta aprendo una lunga serie di cantieri, prontamente annunciati dai titoli di testa dei giornali e delle televisioni. Ha anche affrontato subito e con risolutezza il problema dei rifiuti a Napoli, avviandolo a soluzione.
A un anno di distanza, tuttavia, sono rimasti i titoli negli archivi dei giornali, agli annunci non hanno fatto seguito atti concreti. Sono state approvate leggi delega, come quella sul federalismo, che sono anch’esse un annuncio, un contenitore vuoto.  Lo ha riconosciuto lo stesso Ministro Tremontinella Relazione Unificata sull’Economia e la Finanza. I ben quattro piani casi annunciati sono rimasti tutti sulla carta.Le misure effettivamente varate si contano sulle dita di una mano: la rimozione del divieto di cumulo fra pensioni e attività di lavoro, il cosiddetto lodo Alfano, le misure sulle società quotate e i Tremonti bond.  
Nessuna di queste misure può essere considerata una riforma. La rimozione del divieto di cumulo, come spiegato da Agar Brugiavini, ha l’effetto di aumentare ancora di più gli squilibri della nostra spesa sociale proprio in un momento in cui le poche risorse disponibili andrebbero concentrate nell’aiutare chi perde il lavoro, il lodo Alfano, come spiega Carlo Guarnieri, serve soprattutto a risolvere le pendenze penali del presidente del Consiglio, le misure sulle società quotate, come denunciato dall’Antitrust, servono unicamente a proteggere i gruppi di controllo delle maggiori società italiane e scoraggiano l’arrivo di capitali freschi in un momento in cui le nostre imprese sono sottocapitalizzate, i Tremonti bond sono una misura ben congegnata, seppur tardiva in rapporto a quanto fatto in altri paesi, ma pur sempre una misura temporanea, non certo una riforma. E ben pochi dei cantieri annunciati sono stati aperti. Tra questi quello dell’università, dove all’annuncio di voler distribuire una quota significativa dei finanziamenti agli atenei in base ai risultati di una valutazione della qualità dell’offerta formativa e della didattica, non ha però fatto seguito alcun intervento concreto, nonostante siano ampiamente passati i termini previsti per i regolamenti attuativi, come avvertono Daniele Checchi e Tullio Jappelli. Un altro cantiere aperto è quello della legge delega sulla riforma della pubblica amministrazione di cui si attendono i decreti attuativi. Sin qui ci sono state solo misure draconiane e indiscriminate per abbattere l’assenteismo, decurtando il salario dei dipendenti pubblici, anche quando ricoverati in ospedale. Non sorprende che ci siano state riduzioni dell’assenteismo, ma a che prezzo? Con quali risultati? L’unica cosa che oggi si vede è l’ulteriore aumento della quota di spesa pubblica (e di Pil) destinata al pubblico impiego, come recentemente certificatodalla Relazione unificata sull’economia e la finanza.
Dove cantieri proprio non ce ne sono né ce ne saranno è in materia di lavoro e politiche previdenziali. Niente riforma degli ammortizzatori sociali, niente riforma dei percorsi di ingresso nel mercato del lavoro, nessun intervento per legare le pensioni all’andamento dell’economia, come ha ribadito in questi giorni il ministro Sacconi. Vedremo solo libri bianchi, che si aggiungono a quelli dei governi precedenti, e ai libri verdi già prodotti. E nel silenzio di tutti la Camera ha reintrodotto il più generoso sistema contributivo. Ovviamente solo per i parlamentari.

QUANTO CONTA LA CRISI

Parafrasando un allenatore forse comunicatore altrettanto abile del nostro presidente del Consiglio, abbiamo sin qui avuto “tanti titulima sero riforme”. Confidiamo nei cantieri aperti e non mancheremo di monitorarli. Non vorremmo trovarci fra qualche anno a dover scrivere di questi un resoconto del tipo di quello offerto da due scrupolosissimi economisti francesi, Pierre Cahuc e André Zylberberg, su la methode Sarkozy, a due anni dall’insediamento di un esecutivo inizialmente ancora più popolare del IV governo Berlusconi. “La strategia si basa su due principi fondamentali: il soffocamento e la conciliazione. Il primo consiste nel proporre costantemente nuove misure, imponendo procedure d’urgenza per la loro approvazione, disorientando e paralizzando l’avversario con una fitta agenda di riforme. L’insuccesso in una di queste riforme non sarà percepito come un fallimento perché ci sono tanti altri cantieri aperti. (…) Il secondo principio consiste nel dare soddisfazione alle richieste delle diverse categorie rappresentate, aprendo tanti diversi tavoli di concertazione, poi in gran parte autogestiti dalle parti sociali, e facendo concessioni importanti alle categorie, a dispetto dell’interesse generale, pur di poter dichiarare di avere completato il processo nei tempi previsti”.
Certo, l’attività di questo governo ha dovuto scontrarsi con una crisi economica senza precedenti, la cui genesi certo non può essere addossata all’esecutivo Berlusconi. Ma non è affatto vero che durante le crisi non si possano fare riforme. Al contrario, come mostrato dal grafico qui sotto che conta le riforme strutturali varate in diverse fasi congiunturali in Europa, le misure più ambiziose vengono generalmente condotte in periodo di crisi, quando si riesce a trovare quella coesione attorno a misure indispensabili per il rilancio dell’economia che non è possibile trovare in tempi “normali”. Né si può dire che tutte le energie e il capitale politico di questo governo hanno dovuto essere spesi nel varo di misure di emergenza perché il nostro esecutivo ha scelto una linea, giusta o sbagliata che sia, di immobilismo di fronte alla crisi, “scegliendo soprattutto di non scegliere”. Inoltre, molte riforme si possono fare a costo zero, quindi la giustificazione dell’immobilismo in base ai vincoli di bilancio non regge.  Tra l’altro bene notare che la caduta dei tassi di interesse durante la crisi ha portato a ingenti risparmi per le casse dello stato in termini di minore spesa nel servizio del debito pubblico.
L’immobilismo non ha comunque impedito che si consumassero redistribuzioni importanti delle risorse pubbliche. Di alcune di queste abbiamo già riferito. Di altre, soprattutto di quelle legate alla forte discrezionalità dell’esecutivo nell’allocare il Fondo aree sottosviluppate o nel reperire fondi per gli ammortizzatori sociali in deroga, in realtà soprattutto in proroga, non mancheremo di dare conto nelle prossime settimane. Ci sono anche redistribuzioni virtuali, molti soldi non veri che sono stati distribuiti. A parole. Anche di questi cercheremo di tenere traccia, con l’aiuto di voi lettori.

CALENDARIO PARLAMENTARE

CALENDARIO PARLAMENTARE

In tempi così difficili di crisi economica, il parlamento non trova di meglio che tirare fuori dai cassetti parlamentari la legge bavaglio, pur continuando a discutere di processo breve alla Camera, e di processo lungo al Senato.

In un paese dove ci sono 60 miliardi di euro che se ne vanno in corruzione, 120 miliardi per mafie ed ecomafie, mettersi a contrastare le intercettazioni è un delitto.

E’ un delitto perché le informazioni sulle corruzioni e sulle mafie si ottengono solo se si indaga tramite intercettazioni sui traffici illeciti, dai quali si riesce a risalire alle corruzioni ed alle mafie.

Le indagini debbono proseguire in questo campo, semmai vanno regolamentate le pubblicazioni delle intercettazioni, sempre salvaguardando la libertà di stampa.

Non è colpa dei magistrati se mentre indagano su traffici illeciti saltano fuori altre schifezze per cui bisogna procedere con altre indagini.

Per esempio si poteva evitare di eleggere un ministro che già era imputato per mafia ed aspettare che la magistratura facesse il suo corso. Si toglieva dal campo un problema. 

Berlusconi  poteva evitare di parlare al telefono delle sue puttanerie con i suoi consigliori (Lavitola e Tarantini), sapeva di essere intercettato, eppure ha ostinatamente perseverato, con il preciso scopo di apparire un perseguitato e di incolpare la magistratura.

Infine perché tirare in ballo di nuovo la legge bavaglio e non il disegno di legge contro la corruzione che giace da mesi nei cassetti della Camera e del Senato?

QUANDO IL CANE UBBIDISCE LO SI ACCAREZZA

QUANDO IL CANE UBBIDISCE LO SI ACCAREZZA

Dal blog “Piovono rane” di Alessandro Gilioli qui

 

 I MAL DI PANCIA DEI LEGAIOLI

 «Oggi la Lega è morta! Mi vergogno di quello che state facendo con il mio voto. Il ministro Maroni era l’unica speranza, ora è finita. E tutto solo per salvare Berlusconi. Vergognatevi: noi lo stiamo già facendo!».

Uno sfogo e insieme una protesta, contro la decisione della Lega di salvare dall’arresto il deputato del Pdl Marco Milanese. La linea dettata da Umberto Bossi non va giù ai militanti che scrivono sul forum non ufficiale dei Giovani padani. E lo dicono chiaro e tondo, che questa volta il Carroccio ha sbagliato.

Luca Malacarne, sulla pagina Facebook di Roberto Castelli, scrive: «Spero che la lega non venga danneggiata troppo dalla vicenda Milanese». Ed è decisamente il più moderato. Giovanni Palmieri, all’annuncio del dirigente leghista della sua partecipazione a Porta a Porta chiede: «Parlerete di Cogne, Meredith o Milanese? Ce l’avrete anche duro, ma ogni volta che si chiede di arrestare un “collega” s’ammoscia…patetici, purtroppo».

Paolo Patierno scrive sulla bacheca di Radio Padania Libera: «Non voglio metterti in difficoltà credimi, quindi non ti chiedo di rispondermi. Sei contento che Milanese sia stato salvato da un provvedimento che riguardando te o me nessuno avrebbe impedito? E’ questo tipo di “giustizia” che muove chi aderisce al movimento padano?». E Giuliana Giai aggiunge: «Con la scelta di oggi alla Camera vi siete giocati definitivamente il mio voto. Potete cancellare, bannare, fare tutto ciò che volete, ma resta la realtà dei fatti: non siete meglio di chi avete salvato. Consegnate il Paese alla rovina economica, etica e politica». 

I più se la prendono con il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che a luglio aveva spinto per il sì all’arresto di Alfonso Papa. «Maroni di nome, ma non di fatto», è la battuta pungente sfoderata da qualcuno. Mentre qualcun altro dà del «buffone» al leader padano, Bossi.

Il Pd coglie in un’immagine  la contraddizione della Lega. Uno spadone «ammosciato», quello di Alberto Da Giussano, cjhe campeggia su sfondo verde, sotto la scritta: «La Lega salva la cricca». I democratici dichiarano di voler «tappezzare tutto il Nord».

GUARDA IL MANIFESTO DEL PD

La domanda posta dalmanifesto, «Ma dov’è finita la Lega di una volta?», corre di bocca in bocca anche tra gli elettori leghisti. «Continuino così e si troveranno con le monetine in fronte», scrive un altro militante, che come gli altri si firma con nickname di fantasia. E ancora: «Il teatrino di Venezia – affermano – è servito solo per illudere il popolo padano, per tenerlo a bada in vista di decisioni impopolari». «Io non mi rispecchio più nel coprire delinquenti e affaristi – dichiara qualcuno – A Pontida ci andrò, ma per buttare le uova, la Giuliana Giai Con la scelta di oggi alla Camera vi siete giocati definitivamente il mio voto. Potete cancellare, bannare, fare tutto ciò che volete, ma resta la realtà dei fatti: non siete meglio di chi avete salvato. Consegnate il Paese alla rovina economica, etica e politica.prossima volta. Viva la Lega…ma quella pura e dura, non corrotta e supina!».

C’è infine chi, definitivo, annuncia: «Dopo questo scandaloso salvataggio di un delinquente, saluto ufficialmente la Lega Nord. Stop, la misura è colma. Cambio partito».www.unita.it

GOVERNARE E’ COSA SERIA, NON E’ TV E NON E’ DRIVE IN

GOVERNARE E’ COSA SERIA, NON E’ TV E NON E’ DRIVE IN 

Sono passati 10 anni dal 2001, quando all’Assise degli industriali di Parma, gli industriali stessi si spellavano le mani per applaudire Berlusconi, il quale tra barzellette, ammiccatine d’occhio e risate, si godeva il trionfo elettorale.

La signora Marcegaglia solo tre anni fa non era da meno! (video), mentre adesso afferma: “Siamo stufi di essere lo zimbello internazionale quando portiamo le nostre merci all’estero” e invita il governo ad “andare a casa, non ho paura a dirlo”. Ci chiediamo è la stessa Marcegaglia? La stessa che difendeva a spada tratta l’italianità della cordata dell’Alitalia?

Sono passati 10 anni da quando Tremonti correva da Billè, presidente della Confcommercio e tra risate ed ammiccamenti, sorrisi e compiacimenti, lo definiva “il mio azionista di riferimento”.

Che cosa è rimasto di tutto questo, che cosa si è fatto in questi anni, tutti o quasi col governo Berlusconi? Non c’è stata nessuna rivoluzione liberale, nessuna riforma di mercato. Niente liberalizzazioni, nessuna modernizzazione istituzionale, zero riforme fiscali.

Con Berlusconi ha trionfato la rendita parassitaria, hanno fatto festa i gangster dell’evasione e dei capitali all’estero, hanno goduto i furbi, hanno vinto i miliardari, quel 10% di famiglie che possiede metà della ricchezza nazionale.

Ma gli industriali? Perché si sentono traditi?

C’è da dire che Berlusconi ha buttato a mare enormi possibilità date anche da una maggioranza schiacciante in parlamento, ha buttato a mare un enorme consenso senza remore, di gente che si è totalmente fidata di “un imprenditore” come loro.

E questo forse è stato l’enorme errore degli italiani, dare la fiducia ad un imprenditore. Sembrava la soluzione di tutti i problemi mettere al governo un imprenditore di successo (padrone di tv), invece si è rivelato la più grande baggianata del secolo.

Infatti l’imprenditore  di successo si è sentito onnipotente, non ha resistito a credersi onnipotente ed ha creduto e forse crede ancora di essere il sogno degli italiani, ma ha ceduto e mostrato la sua vera natura, cominciata con “Drive In” e finita coerentemente con le escort in parlamento.