Archivi tag: cuperlo

UNA LEZIONE ESEMPLARE

UNA LEZIONE ESEMPLARE

Non è la solita storia “tutti contro il Pd” o tutti contro Renzi. Sono convinta che un elettore di sinistra, si stia trovando in una grande situazione di imbarazzo in questo momento.

La causa è evidente.

Non serve alcuna coalizione, perchè in queste elezioni amministrative ci si è presentati in coalizione con tutta la banda della sinistra, della sinistra estrema e abbiamo perso, sonoramente perso.

Questi sono gli effetti tangibili delle continue pagliacciate di alcuni personaggi della sinistra del Pd, quei personaggi che non hanno mai saputo o capito che il Pd era un’altra cosa, rispetto al vecchio Pci, con tutto il rispetto per il vecchio Pci.

Si può cominciare da quando un gruppetto di personaggi mal assortiti si sono recati in Grecia a sostenere Tsipras.

Poi il Civati, che se ne va e copia il podemos degli spagnoli, senza un vero perché. O forse perché non era arrivato primo alle primarie, ma “solo” secondo.

Poi Cofferati scocciato, che voleva diventare presidente della regione Liguria, ma non è stato scelto alle “sue” primarie e se l’è legata al dito quella pseudosconfitta.

Poi Fassina impresentabile, non ho mai capito cosa volesse veramente.

Poi Rossi, toscano incredibilmente fuori dai toni, forse perché da toscano odia Renzi più di tutti.

Poi la sconfitta del 4 dicembre, capitanata dai personaggi più incredibili della sinistra, persino dal povero Rodotà, pace all’anima sua, tuti insieme appassionatamente con la destra e con la parte fascista della destra.

Poi il congresso che ha consentito il distacco degli inferociti contro Renzi, pieni di rancore per aver perso, anni prima elezioni politiche già vinte, per non aver saputo eleggere un presidente della Repubblica, per l’umiliazione di dover inchinarsi di nuovo a Napolitano, per aver fatto una figuraccia meschina nel rincorrere grillo e nel farsi insultare, (e ancora ci provano, non sono bastati i calci in faccia di allora).

Un pasticcio enorme che consentirà a D’Alema di fare il capo della minuscola formazione, piena di metafore, di Bersani e compagnia. Pure D’alema è pieno di odio, contro tutti, fuorché contro la destra. Odio cresciuto enormemente da quando non è stato eletto in Europa ministro degli esteri. La verità vera è che proprio l’Europa non l’ha voluto. Oppure forse perché non ama nessuno se non se stesso, per cui chiunque sia che abbia un qualche incarico, a sinistra, da Prodi a Veltroni, li caccia via tutti. Figuriamoci Renzi!

Poi ancora le graffiate continue di Orlando, Emiliano, Cuperlo. Insopportabili lamentele, lagne, offese, punzecchiature, noiosissimi personaggi.

Quante ferite abbiamo subito, chi è ancora disposto a lasciarsi colpire da continue frecciate? Ogni volta si perde sangue vero politicamente parlando.

Le ferite sono profonde nell’elettore del Pd, in particolare quello affezionato da sempre.

Il tutto fa perdere stima, fiducia e ovviamente fa vincere la destra.

E’ un’ottima lezione, preludio di quello che ci aspetta nelle prossime elezioni politiche.

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

PER IL BENE DI TUTTI

PER IL BENE DI TUTTI

bernie-sanders-hillary-clinton-755295Il partito democratico americano ha dato, ieri, una lezione di unità e lungimiranza a tutta la “sinistra” mondiale, compresa quella italiana.

Lo ha fatto attraverso Bernie Sanders, candidato uscito sconfitto dalle primarie democratiche.

Di fronte al pericolo gravissimo, per l’America e non solo, di una vittoria del candidato conservatore Donald Tramp, uomo di destra privo di scrupoli che ama dialogare con il ventre molle del paese, attingendo al peggio della retorica nazional populista, Sander ha risposto con serietà e lealtà, appoggiando la prima donna della storia candidata alla Casa Bianca, la vincitrice dalle primarie, Hillary Clinton.

Non so voi, ma io questa la chiamo assunzione piena di responsabilità, rigore morale, serietà.

Soprattutto quando ciò significa non seguire verso una deriva estrema e conflittuale il proprio elettorato, anche a costo di perdere consenso personale.

Imparino la lezione i nostri “nanetti politici”, i nostri narcisi alla Cuperlo o Bersani, che non sanno perdere le perimarie, ma sono alla continua ricerca di visibilità e gloria, vecchi rancorosi corrosi dalla paura di perdere il posto.

La imparino coloro che, per idiozia e cecità, continuando a dividere la sinistra italiana in mille inutili rivoli, alla Fassina o alla Cofferati, consegneranno questo paese al post fascismo grillino, all’ignoranza volgare della lega, alla destra estrema, capace di cavalcare la paura ed il senso di insicurezza della gente che sta esplodendo in questi giorni drammatici.

Forse a qualche anima bella non ha ben chiaro i rischi che l’Europa sta attraversando, i rigurgiti razzisti, xenofobi, la fascinazione della destra estrema.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo un movimento di sinistra e non, come in realtà è, una forza reazionaria, eversiva e di destra.

Riflettano e bene i “compagni” che hanno regalato il voto al M5S, considerandolo di sinistra, pur di danneggiare il PD e soprattutto Renzi, il loro segretario o ex segretario.

La imparino i teorici del buonismo, per i quali mentre la destra in tutte le sue forme avanza riempendoci di sterco, noi dovremmo “lasciarli lavorare”.

Mentre mentono ed infangano, noi dovremmo offrire loro “l’altra guancia”, lasciandoli indisturbati a distruggere la cosa pubblica locale, magari in attesa di consegnare loro il governo del paese.

Impariamo la lezione di Sanders, e del Partito Democratico americano, il superamento di settarismi, particolarismi, egoismi, l’unico possibile antidoto contro l’avanzare delle destre, l’unità politica.

Imparino, per il bene di tutti.

IO, DONNA, NON SONO UNA SPECIE PROTETTA

IO, DONNA, NON SONO UNA SPECIE PROTETTA

hippeastrumHo seguito la polemica innescata dalle parole di De Luca alla direzione del PD e dal profondo del cuore vi dico che sono stufa. E vi dico che sostengo De Luca. Qui il sessismo non c’entra nulla, la Raggi ci ha detto in tutte le salse che se vinceva lei, il controllo dell’amministrazione capitolina sarebbe stato sotto il direttorio e sotto grillo. “Bambolina imbambolata” è la definizione giusta.

E sottolineo che non si difendono le donne a prescindere dai loro comportamenti. Se esse decidono scientemente di farsi “usare” come delle bamboline, con un’autonomia decisionale pari allo zero, la colpa è solo loro.

Se decidono di essere strumenti politici nelle mani degli uomini che le manovrano e le indirizzano, le responsabili sono loro e di ciò si devono assumere la responsabilità e l’onere della critica.

Se decidono di essere specchietti per le allodole e di contare meno di niente, devono forse interrogarsi e non pigolare.

Come donna mi sono stufata di essere considerata una specie protetta, mi proteggo da sola e bene.

Mi sono rotta di questo buonismo imperante, mentre alle donne del nostro partito vengono dati, senza motivazione alcuna, epiteti ben più pesanti, accompagnati da allusioni triviali.

Basta ipocrisia. Mi sono rotta di sentire prediche da chi, quando alla nostra ministra si dava della zoccola, se ne stava ben zitto e probabilmente tacitamente approvava. Mi riferisco anche alla sinistra del nostro partito, in questo caso specifico a Cuperlo, che deve smetterla di attaccarsi ad ogni idiozia, pur di non discutere e confrontarsi sulla sua inconsistenza.

 

LA DITTA NON SI RASSEGNA

LA DITTA NON SI RASSEGNA

 Dario Franceschini, con il garbo ironico che lo contraddistingue, ha concluso il suo intervento alla Direzione del Pd di ieri, raccontando un aneddoto che merita di essere ripreso. Siamo nel 2009, è in corso la campagna elettorale per le primarie e Franceschini è il segretario in carica. Pierluigi Bersani lo sta sfidando per la leadership.

Al termine di un’iniziativa in Emilia, un militante avvicina Franceschini per fargli i complimenti. Ha fatto un ottimo lavoro, ha salvato il partito alle europee, gli dice. Ma poi conclude: «Però io voterò Bersani». «E perché?», gli chiede Franceschini. «Perché non posso mettermi contro il partito», risponde il militante. «Ma come? Il segretario del partito sono io…». Il nodo della questione è tutto qui: e se Franceschini, il primo segretario non (post)comunista del Pd, è troppo elegante per trarre una conclusione esplicita dal suo aneddoto, il significato resta chiaro, chiarissimo.

C’è un pezzo di Pd, nell’apparato e nel ceto politico, molto meno nella sempre glorificata e puntualmente ignorata «base», che non riesce ad accettare che la «Ditta» sia finita in mano ad un non (post)comunista. Nel 2009 con Franceschini, oggi con Renzi. E ancora meno riesce ad accettare che un segretario non (post)comunista sia riuscito a fare in un paio d’anni ciò che i suoi predecessori, in vent’anni, hanno soltanto saputo annunciare, discutere, rivedere, affossare.

Alla fine della sua lunga relazione dedicata in gran parte al quadro internazionale e di governo, Renzi aveva mostrato una sequenza di «Il mio amico Eric», il film di Ken Loach in cui il campione del Manchester Cantona è una specie di angelo custode che insegna a vivere allo sfortunato protagonista. «Devi fidarti dei tuoi compagni, dice Cantona, altrimenti è tutto finito». Il problema del Pd, drammaticamente, tristemente evidenziato per l’ennesima volta anche nella Direzione di ieri, è che la minoranza non si fida della maggioranza né del segretario. Non interviene se non per «bombardare il quartier generale».

Ignora le cose fatte, non valorizza i risultati ottenuti dal governo, e anzi, al contrario, spesso «si vergogna». «Se volete che lasci, dice Renzi, non avete che da chiedere un congresso e vincerlo. Se volete dividere i due incarichi, non avete che da chiedere una modifica statutaria e farla approvare. Se volete che si cambi il modello organizzativo, fate proposte. Ma prima mettiamoci d’accordo su dove andare». Già, dove vuole andare la minoranza del Pd? Gianni Cuperlo ha accusato Renzi di vivere in un talent show, Roberto Speranza ha proposto libertà di voto al referendum di ottobre.

Ma su questa strada, la strada dell’insulto personale e del boicottaggio politico, è difficile che si possa costruire quel clima di fiducia reciproca che pure Renzi continua ad invocare, rivendicando con forza i risultati, sempre puntigliosamente definiti «di sinistra», ottenuti in questi anni, dal Jobs Act (che ha prodotto mezzo milione di posti di lavoro, la più grande crescita del decennio) alle unioni civili, dagli interventi a sostegno della povertà alla massiccia redistribuzione del reddito a favore dei ceti medio-bassi compiuta con gli 80 euro.

Dipingere il renzismo come «un regime di plastica» e «un sistema di potere» non è battaglia politica: è sabotaggio. Soprattutto, non porta da nessuna parte. La sistematica distruzione del leader, la «strategia del conte Ugolino», secondo le parole divertite di Renzi, sembra essere l’ultima e unica risorsa di un ceto politico ripiegato su se stesso, litigioso, vendicativo e in definitiva sterile. Diversamente dal passato, però, oggi il Pd ha un leader che risponde agli elettori e non ai caminetti.

(Fabrizio Rondolino)

CARO GIANNI

CARO GIANNI

095642312-61a2255a-fca9-4b8c-8a94-e962eb06e0e4Passare dalla poesia alla prosa più prosaica che ci sia non è una gran bella cosa, ma il blog è fatto così, si interessa anche della realtà che stiamo vivendo.

Ho ascoltato Gianni Cuperlo, nella direzione dell’altro ieri del Partito democratico, e mi è venuto spontaneo scrivergli perché, in verità, non lo conosco, o meglio non lo conoscevo fino a poco tempo fa.

Mentre inizio mi chiedo, perché gli scrivo? Chi é? Chi rappresenta? Certo, ha decenni di carriera in politica, ma qual è la sua storia? Perché, per esempio, la storia di D’Alema si può amare, odiare, condividere, detestare, ma esiste. Della sua non c’è traccia.

E allora mi richiedo, perché gli scrivo?

Semplice, perché dal giorno in cui lo hanno convinto a fare quella piazzata in Direzione Pd, è presente come l’aria, dovunque. E sì, perché per i media Italici oggi, non è importante rappresentare qualcuno o avere qualcosa da dire, l’importante è avere qualcosa da dire contro il Premier.

E allora veniamo al suo intervento. In realtà cosa ha detto? Nulla. Però sembra che, quando il nulla si dice in quel modo pacato, con belle parole, sia apprezzato. Mi dicono che sia un intellettuale, qualcuno lo dice apprezzando questa dote. Forse è vero, non so, ma se è vero, è per questo che io non riesco proprio ad apprezzarlo. Perché, di intellettuali in politica, io ne avrei anche abbastanza. Oggi abbiamo bisogno di gente che abbia in tasca proposte concrete per risolvere i problemi dei cittadini, soprattutto dei più deboli. Perché di filosofia ai più deboli ne abbiamo raccontata per decenni, ma i loro problemi non si sono risolti.

Immagino che per Gianni Cuperlo sia una questione dirimente. Ritiene per questo il suo segretario inadeguato. Perché Renzi, il suo background culturale lo lascia a casa e, quando deve occuparsi di politica, parla solo di cose concrete.

Invece Cuperlo, mentre fa il giro delle 7 chiese televisive, racconta a tutti che il suo segretario è inadeguato, perché è divisivo.

Il problema è che viene accoppiato sempre con le opposizioni di tutti i tipi, ovvero tutti quelli con cui lui vota assieme da un bel po’. E quindi, senza contraddittorio, il pubblico pensa veramente che lui conti qualcosa, che abbia un grande seguito e magari anche che dica il vero sul Segretario divisivo. Perché chi non è dentro il partito, e nemmeno tutti, non è in grado di valutare come era il Pd nel 2013 e come è oggi.

Nell’aria c’è anche l’immagine di un partito dove Matteo ha dilapidato quel quasi 70% vinto alle primarie, mentre lui, Gianni, ha moltiplicato quel suo 18%. Queste balle si possono raccontare ai giornalisti distratti e svogliati. Chi è nel partito sa bene che la realtà è diversa. Sa bene che nel 2013 non esisteva nemmeno uno straccio di unità, il partito era diviso in correnti e sottocorrenti, alcune di pensiero, ma la maggior parte unicamente di potere. Correnti che potevano sopravvivere assieme solamente perché non avevano alcunché da decidere, perché il partito non aveva una linea, non aveva un programma e quelle poche decisioni da prendere, Pierluigi, le prendeva da solo senza convocare la direzione.  Com’è successo con le elezioni al quirinale, col fiscal compact, solo per fare due esempi importanti.

Ma oggi, perché Cuperlo ha la faccia tosta di dire che il partito è così diviso? Lo sa bene che le correnti non esistono più, il partito è compatto come non lo è mai stato e non solo, è riuscito ad includere persino pezzi di altri partiti, ad esempio tutta la parte migliore di Sel.(Il doppio senso è voluto).

Allora, Gianni dica le cose come stanno, chi vuol dividere? Cosa c’è che prude? Una questione politica? Non fateci ridere. È chiaro che avete un odio personale contro il segretario. Di segretari odiati se ne sono visti tanti, da Togliatti a Berlinguer a D’Alema. Però era diverso, perché, più spesso, i dissensi erano sulla strategia politica e allora rimanevano dentro alla segreteria. A volte è vero, ho sentito dire di Berlinguer, di Occhetto, di D’Alema, i termini, traditore, reazionario, amico dei borghesi, svolta a destra,  ma in quei casi sbattevano la porta e se ne andavano. Quanti partiti sono nati su queste basi? Dal Pdup, Manifesto, Lotta Continua a Rifondazione, ecc.

Gianni può tornare quanto vuole al passato, ma non può trovare nessuno che in un’assemblea pubblica abbia insultato il proprio segretario. Perché, caro Gianni, lei avrà anche quel tono da finto prete e i termini da letterato, ma i suoi insulti rimangono volgari e offensivi, quanto quelli del Comico di Genova. Offensivi non per Matteo, che se ne fotte alla grande, ma per i milioni di militanti ed elettori che ci sentiamo rappresentati da questo segretario e assieme a lui, lavoriamo ogni giorno e occupiamo tutto il nostro tempo libero e tutte le nostre risorse per cercare di cambiare questo paese. Mentre lei, Cuperlo, fa di tutto per fermare ogni tipo di cambiamento, per tornare a quel partito inutile che ha consentito a Berlusconi di nascere e governare 20 anni.

Chiaro che, in questo sforzo, non è da solo, ha con sé Grillo, Salvini, Meloni. Un bel gruppo, complimenti.

 

IL LEADER “MAXIMO” DI CASA NOSTRA

IL LEADER “MAXIMO” DI CASA NOSTRA

Massimo-DAlema“Un partito arrogante”, se questa esternazione l’avesse pronunciata il mite Bersani, famoso smacchiatore di giaguari in pensione, avremmo potuto persino prenderla in considerazione.

Pronunciata, invece, dal quel Leader Maximo, ex Presidente del Consiglio, notoriamente allergico a qualsivoglia critica, sconfina quasi nel ridicolo. Lui, lo stratega delle grandi ammucchiate, teorico dell'”arroganza applicata”, padre del consociativismo, colui che Nanni Moretti, in un esilarante momento pubblico, implorava spassionatamente:” D’Alema, di qualcosa di sinistra”. Sì, proprio lui.

La cosa più sconcertante di questa vicenda, ai limiti del grottesco, è che si tratta dello stesso D’Alema che, in tempi non sospetti, sosteneva che “La sinistra è un male che solo la presenza della destra rende sopportabile” e che ora si erge a paladino di una improbabile sinistra anti renziana.

A stigmatizzare da quale pulpito possa venire la predica, arriva il saggio Orfini, che è sempre stato un d’alemiano di ferro: “Dispiace che dirigenti importanti della sinistra usino toni degni di una rissa da bar”.

Ha avuto un sussulto perfino l’imperturbabile Cuperlo che, rivolgendosi direttamente al “Vate”, lo ha apostrofato in tal guisa: “Massimo, dovresti chiederti perché la sinistra ha ceduto culturalmente negli anni in cui avete avuto il potere”.

Cosa che in effetti ci domandiamo anche noi.

 

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE, TRE MILIONI (o quasi) DI GRAZIE

GRAZIE, GRAZIE, GRAZIE, TRE MILIONI (o quasi) DI GRAZIE

208586_618006_ITALY_ANTI_11167890_mediumGrazie a Luigi, Carla, Maria Bruna, Giulia, Marco, Nicola, Sergio. Seggio elettorale n. 46 – Bologna

E grazie anche a coloro che nell’Appennino della nostra provincia, hanno allestito dei “camper” per le votazione  alle primarie, esponendosi a freddi da polo Nord.

E grazie a tutti quelli che sono venuti a votare. Tanti, davvero tanti da far dire a Nicola,(un giovanotto che era al seggio con me): “Sono bollito! Mi sembra che qui siano venuti a votare tutti quelli che hanno votato  per la Lega”. L’elezione del segretario per il Partito Democratico è una esperienza che difficilmente si riesce a comunicare, perché la si vive sulla propria pelle

In questa giornata (8 dicembre 2013) è cambiato il Pd. Anzi  oggi non c’è più il vecchio partito, ma un nuovo “contenitore” per tutti quelli che guardano a sinistra, e non trovano dove collocarsi. Un partito democratico all’americana, come qualcuno l’ha definito

Se la nostra gente ha scelto Renzi, ha scelto di rinnovare. A scapito delle Cassandre e dei vari Gufi o Civette del malaugurio qualcosa di nuovo è successo, perché, in un clima in cui tante delusioni da troppo tempo sopportate dalla nostra gente, la stessa gente (quasi 3.000.000) ha deciso che vale la pena rinnovare e ricominciare.

Già oggi davvero sono stati rottamati i vecchi partiti che componevano il Pd, ed è nato finalmente il Pd, il partito della terza repubblica, nato nuovo che non ha più lo sguardo verso ciò che è stato di questo partito, ma guarda al futuro e a ciò che sarà.

Se diamo uno sguardo anche fuori da noi, possiamo constatare che:

Per la scelta del segretario Pd quasi 3.000.000 di persone si sono espresse chiaramente.

Per la scelta del segretario leghista,  circa 10.000 persone.

Per la nuova (vecchia) Forza Italia, uno solo

Per il m5s circa 5-6.000 persone.

Da questi dati si evince che comunque facciamo parte di un partito diverso, popolare, partecipato e permettetemi di dire GRANDE, GRANDE, GRANDE.

Personalmente ho dato il voto a Civati, perché dentro questo partito ci sia una forza che raccolga il desiderio di cambiare il più presto possibile questo governo ibrido, e la voglia di andare di nuovo alle urne. Sono convinta che Renzi sappia cogliere anche questa aspirazione, e faccia di tutto perché, da ora in avanti, non ci si trascini più nella litania pesante della urtante frase “ Non si poteva fare altrimenti”

Grazie anche a tutti voi che avete la pazienza di leggere  e se c’è qualcuno, tra di voi, che è andato a votare, una stretta di mano di grande riconoscenza.

SE INTERESSA SIAMO QUI

SE INTERESSA SIAMO QUI

1477809_583268225080135_1071558440_n

Venerdì 29 novembre alle 21,00 su Sky:
Giuseppe Civati, Matteo Renzi, Gianni Cuperlo, confronto fra i candidati alle primarie del Partito Democratico. Il programma sara’ su Sky TG24 HD (canali 100 e 500) in diretta alle 21 dalla nuova X Factor Arena, e in simulcast su Cielo, il canale nazionale in chiaro presente sia su digitale terrestre (canale 26) sia su satellite (caale 126 del bouquet Sky) sia sulla piattaforma Tivusat (posizione 19).

SALVARE GLI ALTRI E AFFOSSARE I TUOI

SALVARE GLI ALTRI E AFFOSSARE TUOI

imagesChe ci sta a fare il Pd in questo governo?

A salvare gli altri e affossare i propri elettori. Una nuova arte politica.

Sappiamo che il governo, così com’è combinato, è stato voluto da Napolitano e da Berlusconi. Il primo lo ha imposto come conseguenza della sua rinomina a Presidente della Repubblica, il secondo perché sperava (e lo spera ancora) che restando al potere potesse trarne giovamento e ricevere in cambio qualcosa di concreto per risolvere il problema della sua decadenza.

Il Pd è stato costretto quindi a guidare il governo e per farlo Napolitano ha scelto un democristiano, Letta, che ha tutte le doti della vecchia Democrazia Cristiana, compresa quella di effettuare scelte politiche a scapito anche del parere della base del partito di cui fa parte.

Il Pd pertanto in questo governo occupa sedie, ma, in effetti, è debolissimo perché non ha autonomia di decisione. Ogni minima pagliuzza che svolazza tra i piedi può fare traballare la fragile costruzione. La destra di Brunetta ha capito benissimo come funziona la cosa ed ad ogni piè sospinto, butta pesanti travi tra i piedi del governo, travi che se non vengono rimosse nel senso che vuole la destra, il governo cade.

E da qui discente tutto ciò che è successo e sta succedendo. Il Pd dice una cosa e poi se ne fa un’altra, tranquillamente, prendendo in giro milioni di elettori.

La prima cosa, che è anche la più clamorosa, è stata quella che mai e poi mai avremmo fatto un governo con Berlusconi, ma poi  abbiamo capito, dai discorsi della dirigenza, che erano sono parole di facciata, ma che già prima del voto, avevano intenzione di governare con la destra. Imperdonabile.

La seconda è stata la vicenda dell’Imu. Il Pd ha sempre detto che l’avrebbe modulata sulla base dei redditi e del tipo di casa. Alla fine è stata tolta a tutti. Altrimenti il governo sarebbe caduto ed il Pd ha calato le braghe di fronte alla destra di Brunetta.

La seconda bis è stata l’invereconda ed incresciosa vicenda di Alfano, che come ministro dell’Interno sapeva benissimo cosa stava succedendo a casa della signora kazaka, che è stata espulsa come il peggiore dei criminali, solo perché lo voleva il governo kazako. E si sa, il presidente di quel paese ha una stretta e personale amicizia con Berlusconi, tanto che in quei giorni girava anche nei pressi della Sardegna, dove Berlusconi ha una delle tante ville.

La terza è stata la vicenda della Cancellieri, vicenda che forse più delle altre ha messo in evidenza il modus operandi di questo governo ed i legami che lo reggono. Di fatto la Cancellieri è persona di Napolitano e sfiduciarla avrebbe voluto dire sfiduciare Letta, e di conseguenza sfiduciare il Presidente della Repubblica,  buttare giù, cioè,  tutto il castello su cui questo governo si regge.

Quest’ultima vicenda è stata l’ennesima umiliazione che il Pd ha subito da parte di Letta, di Napolitano e di quella parte giurassica del partito che si aggira a zampate dentro le stanze del “cosiddetto potere decisionale”. Come siamo bravi a farci del male! Salvare gli altri e affossare i tuoi è diventata un’arte, una specializzazione. La faccenda Cancellieri ne è l’ultima dimostrazione.

Non so fino a quanto la pazienza della base, degli iscritti a questo Pd, possa durare in un clima di questo genere e soprattutto fino a quando una dirigenza che combina solo di questi guai, sia utile al partito.

Mettiamo ad esempio la riforma della legge elettorale attuale da tutti così odiata. Per quale motivo è stata inserita al senato, dove si sapeva benissimo che non sarebbe mai stata approvata? E’ inutile dare la colpa ai grillini o alla destra, si è voluto scientemente infilarla per prima in quella camera dove non c’era certezza che fosse discussa e dove non si sarebbe trovato una via per modificarla. Questo è un giochino da vecchie talpe di sottopartito che scorazzano e non vogliono cambiare le cose. Un Pd trasformato, sconvolto, fatto di mille facce e di nessun risultato.

L’otto di dicembre andremo a votare per trovare un segretario che faccia davvero il segretario e allontani anche la mano lunghissima di Napolitano dal partito.

Ne abbiamo tre in lista, e purtroppo, nessuno dei tre riuscirà davvero a produrre un cambiamento drastico come ci si augura.

Non ci riuscirà Cuperlo, perché è dentro al sistema fino al collo e non ne uscirebbe mai. Come risultato continueremmo a fare le stesse cose, e a dare sempre ragione alla destra altrimenti cade il governo. L’attuale governo e la stabilità tanto agognata diventerà la gabbia di ferro dove mettere definitivamente il partito a vivacchiare.

Non ci si riuscirà Civati,  l’unico ad avere le idee chiare per un cambiamento radicale, ma non ne ha la forza, si trova tutti contro ed è isolato persino nella propaganda elettorale che sta facendo. Quando si ha la fortuna di vederlo in tv, viene messo da parte come fosse una persona inutile. Non diventerà segretario, ma secondo me, sarà uno dei tanti sbagli che il Pd sa commettere.

Il terzo, Renzi, forse la forza l’avrebbe. Dimostra una certa grinta e voglia di  allontanare i personaggi più influenti in queste scelte sbagliate del Pd.  Tuttavia, la comparsa di questa nuova compagine di centrodestra guidata da Alfano, gli rode del terreno e si trova uno specchio di elettori molto più ristretto a sinistra e molto più esigente per quanto riguarda le parole di sinistra vera, quelle parole che lui stesso non riesce a pronunciare. Non sarà facile per nulla anche per lui se dovesse vincere cambiare davvero lo stato delle cose.

Andrà a finire che il Pd si spezzerà. Rimarranno parti litigiose, profondamente divise e per nulla unite neppure nel battere la destra. (A differenza delle finte separazioni a destra: divisi in apparenza, ma pronti a colpire uniti, per vincere).

Da una parte, ci sarà la vecchia architettura con le vecchie cariatidi democristiane e pseudo di sinistra come D’Alema, Franceschini e Fioroni. I famosi 101 per intenderci. Il cui peso porrebbe aggirarsi attorno al 20% degli elettori.

Dall’altra, ci saranno, con ogni probabilità, alcuni giovani o solo quelli che vogliono davvero cambiare questo partito, che perderà anche il nome e che si ridurrà ad una frazione di elettori attorno a quello dell’attuale Sel.

Tutto ciò significherà che mai e poi mai la sinistra riuscirà ad andare al governo da sola o a governare con una coalizione che la pensa allo stesso modo.

Non è una bella prospettiva per il Pd, lo ammetto, ma comunque vadano le cose, la mia posizione sarà con quelli che vogliono il cambiamento vero e non sarà mai e poi mai con quella parte di elettorato che vota grillo. La protesta fine a se stessa non mi piace. Mi piace la protesta che sia in grado di costruire qualcosa di nuovo finalmente. Proviamoci. Di umiliazioni ne abbiamo avute abbastanza, è ora davvero di cambiare.