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LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)


LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)

(tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/12/storia-peste-nera/)

Quando Yersinia si sentì sbatacchiare di qua e di là, decise di lanciare pigramente un’occhiata fuori. Che era tutto ‘sto tremolio, c’era forse un terremoto? Le erano sempre piaciute le catastrofi naturali.
Ma quando si guardò attorno e vide, a mezzo metro dal suo coccobacillo, il muso giallo di un garrulo cinese che mostrava agli altri cacciatori della brigata la sua ultima preda (…cioè Yersinia…), poco ci mancò che la nostra amica piantasse un urlo per la sorpresa.
Non ci posso credere”, esclamò la Peste Nera con la voce rotta dalla commozione, da dentro l’esofago di una pulce che vomitava l’anima su una marmotta.

Arrivata a quel punto della sua carriera, Yersinia, a dirla tutta, si considerava una pensionata.
Quello che doveva fare, l’aveva fatto.
Dopo una prima entrata in scena all’epoca di Giustiniano – più che altro, una serie di spettacolini in teatri di periferia per tastare il pubblico e affinare i numeri dello show – era riuscita a passare alla Storia come la star incontrastata di tutte le malattie grazie alla sua straordinaria performance, Morte Nera.

Con il garbo ironico e l’attenzione al dettaglio che da sempre la contraddistinguono, Yersinia era entrata in scena a Messina nel 1347 e da Messina aveva concluso il suo show nel 1743, seminando morte e distruzione nel mentre. Non si era limitata a dimezzare l’Europa: ne aveva modificato profondamente l’economia, la spiritualità, l’arte, il modo di viver quotidiano.

Dopodiché, era andata in pensione. Proprio come Paganini, era dell’idea che i grandi artisti non debbano concedere bis.

Ma quando, nel 1855, si trovò inspiegabilmente faccia a faccia con quel cinese che praticamente se li stava strusciando addosso, i suoi bacilli… beh: Yersinia non riuscì a resistere alla tentazione. Mica per altro: alcune sue amiche, delle Agenti Patogene ancora attive nel mondo del lavoro, le avevano raccontato che, negli ultimi tempi, la scienza umana aveva fatto passi da gigante. I medici possedevano microscopi e altre diavolerie che permettevano loro di vederti, fotografarti, studiarti.
E a Yersinia, dopo esser passata alla Storia come l’epidemia letale per eccellenza, restava solamente un’altra ambizione da soddisfare: tornare sul palcoscenico, inchinarsi, permettere al pubblico ovante di intervistarla… e così raggiungere la fama eterna.

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Prima di proseguire con la lettura, recuperate, se non l’avete ancora fatto, la prima puntata di questa Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo, che vi serve per capire due cose:

  1. quali sono le caratteristiche che rendono un Agente Patogeno un big del settore;
  2. per quale ragione perversa immagino le malattie sottoforma di microscopici agenti speciali – gli Agenti Patogeni per l’appunto, con una missione top top secret: ammazzare un fracco di gente per guadagnarsi il titolo di Epidemia.

Detto ciò, iniziamo la nostra appassionante ricerca alla scoperta di

I. Agente Speciale Yersinia, il genio indiscusso tra tutti i Patogeni

Sarà forse il caso di ripetere che, ovviamente, io sono una storica e non un medico. Per le considerazioni strettamente mediche, mi affido a storici che hanno intervistato infettivologi, presumendo che abbiano fatto un buon lavoro. Per questo paragrafo nello specifico, mi affiderò a William Rosen (trovate in calce tutta la bibliografia per questo articolo).

Ordunque: c’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo batterio che se ne stava per i fatti suoi nell’intestino dei roditori (e, occasionalmente, anche in quello degli esseri umani), causando sintomi non poi così diversi da quelli che ti farebbero dire “ammazza oh, che brutta diarrea”.
Occielo: che Yersinia avesse una vena comica molto marcata, lo si sarebbe potuto intuire a partire dal fatto che, nel contagiare gli esseri umani, si divertiva a simulare in loro i sintomi di un’appendicite acuta, standosene in realtà da tutt’altra parte a sogghignare per lo scherzetto. Ma, a parte quello, sembrava una malattia senza troppi grilli per la testa.
E così, l’agente speciale Yersinia fece una lunga gavetta presentandosi sotto il nome di Yersinia pseudotubercolosis. Se ne stava lì, imparando i trucchetti del mestiere, senza darsi troppe arie, studiando i colleghi che avevano più esperienza.
E poi, a un certo punto, ritenne di aver concluso la sua gavetta.
Si sentiva pronta per entrare in scena.

In un momento imprecisato della Storia, probabilmente nell’Età del Bronzo, Yersinia decise di fare un rebranding. Alché, si mise a lavorare sul suo DNA.  Accantonò qualche centinaio di geni che non le interessavano, ne aggiunse trentadue che prima non aveva, ci piazzò in mezzo due plasmidi nuovi giusto per completezza, et voilà: era a tutti gli effetti un organismo nuovo, che condivideva il 95% del codice genetico con Yersinia pseudotubercolosis.

Quando Yersinia mostrò il suo lavoro finito a una riunione di Agenti Patogeni e spiegò ai suoi colleghi che cosa aveva in mente, alcuni di loro commentarono deliziati “ma tu sei una vera peste!”. Alla nostra amica il soprannome piacque e fu così che lo scelse come nome d’arte.

***

Ora: più mi addentro in questioni mediche, più scrivo con un metaforico punto di domanda sulla testa, quindi prendete con le pinze quanto segue: tra le altre cose, il pestifero piano di Yersinia pestis prevedeva la massiccia produzione di una roba che si chiama tossina murina. Detta tossina è quella che consente a Yersinia di contagiare le pulci ma anche di tenerle in vita molto a lungo, in una agonia sufficientemente duratura da permettere alla pulce di diventare un untore con tutti i crismi.
Dal canto suo, dentro al corpo della povera bestia, Yersinia si moltiplica molto velocemente, dando origine a una massa viscosa e infetta che se ne sta lì, sul gozzo della pulce, a metà strada tra lo stomaco e l’esofago. Questo bolo che le tappa la bocca dello stomaco rende difficile alla pulce alimentarsi; sicché, la poverina, affamata abbestia, diventa particolarmente mordace.
Azzannando chiunque le passi a tiro alla frenetica ricerca di sangue, la pulce fa l’unica cosa ragionevole per riuscire ad alimentarsi: e cioè rigurgita, per cercare di liberarsi dal tappo pestilenziale. Dubito che il paragone sia corretto medicalmente, ma mi vien da dire che scatarra come ‘na disperata. Per dar l’idea.
Il problema è che, a forza di scatarrare, la pulce vomita il suo ammasso di peste addosso alla vittima, facendolo entrare in circolo attraverso quello stesso morso da cui lei succhia il sangue.
E il sipario si alza. Yersinia è pronta ad entrare in scena.

II.  Tre modi creativi per morir di peste

Una volta entrata nel corpo della vittima, Yersinia ama spostarsi attraverso il sistema linfatico. Il suo show più classico, Peste Bubbonica, prevede un garbato esordio con un giorno di febbre, giusto per far alzare la temperatura in platea. Poi – bam! – le ghiandole linfatiche si gonfiano, appaiono i bubboni e Yersinia, grande artista, sfoggia una vasta gamma di sorprendenti effetti speciali. I bubboni esplodono ingenerando una puzza di marcio che i medici medievali descrivono come qualcosa di insopportabile; le estremità del corpo ti vanno in necrosi (da cui il simpatico aggettivo Peste Nera). Pare che succedano pure delle cose terrificanti ai muscoli dell’apparato fonatorio, che, nella fase terminale della malattia, sono presi da violenti spasmi facendo sì che il povero moribondo emetta rumori gracchianti e metallici.
Dobbiamo dargliene atto: tra tutte le malattie, Yersinia è un genio eclettico.

“Eclettico” anche perché Yersinia è una che non ama la monotonia di una performance sempre uguale. Se le gira, sostituisce lo spettacolo Peste Bubbonica con la variante Peste Setticemica: meno coreografica, ma indubbiamente di alto impatto. In questo caso, Yersinia t’ammazza nell’arco di poche ore con violente emorragie interne, senza manco darti il tempo di sviluppare gli altri sintomi.

Ma il vero coup de théâtre di Yersinia è la messa in scena di Peste Polmonare. In questo caso, lei non se li fila proprio, i linfonodi: si annida nei polmoni e lì sta, causando tosse e difficoltà respiratorie. La morte arriva nella quasi totalità dei casi, ma soprattutto arriva sempre in compagnia: pericolosissima e letale, la peste polmonare si trasmette attraverso i colpi di tosse, come un qualunque raffreddore. È molto probabile che la rapidità di diffusione e lo spaventoso tasso di mortalità raggiunto dalla peste, in certe zone, nel corso della grande epidemia del Trecento sia stato dato proprio da questa manifestazione: la peste bubbonica non è una malattia caruccia da avere, ma la peste polmonare è mille volte più insidiosa.

III. Non diciamolo a Greta ché poi si allarma, ma la peste è causata dai cambiamenti climatici

O, quantomeno, sembra esserci un pattern decisamente ricorrente tra importanti variazioni climatiche e lo scoppio di epidemie importanti. Come una diva che chiama a raccolta i suoi colleghi invitandoli ad aprire il suo show, Yersinia ama entrare in scena facendosi precedere da una vasta serie di catastrofi.

Se notate, fino a questo punto ho omesso di citare un attore importante: il topo.

Yersinia, di per sé, se ne sta dentro alle pulci. E le pulci, di per sé, amano stare addosso ai topi (e/o altri roditori, anche selvatici).
Sul topo, la pulce ci sta benissimo: il suo unico problema sorge quando il ratto appestato muore. A sua differenza, la pulce (che è piena di peste, trasuda peste, vomita peste) non ci pensa proprio a morir di peste (con lei, Yersinia si comporta da vera peste!): sicché, non appena il topo si fa cadavere, lei balza sul primo corpo caldo che trova nei paraggi alla ricerca di nuovo sangue da mangiare.

È raro, di per sé, che la pulce dei topi vada a cercare il sangue umano. Di per sé, la peste è una malattia dei roditori. Che si sposti verso le comunità umane è una anomalia, un qualcosa che succede solo in circostanze particolari.

Ad esempio, quando catastrofi naturali di vario tipo spingono uomini e topi a vivere a strettissimo contatto (per la serie: nessuno vuole ratti in casa, ma dopo un’alluvione disastrosa magari capita).
Oppure, quando estati insolitamente calde e umide fanno schiudere un numero particolarmente alto di uova di pulce, dando il via a un boom demografico che la popolazione dei topi non è più in grado di sostenere.

Guarda caso, catastrofi e cambiamenti climatici importanti si verificano proprio quando Yersinia prepara la sua entrata in scena.

IV.  Un grande velo oscurò il sole

Non chiedetemi cosa sia ‘sto velo. Se lo chiedono pure gli storici, ma senza risposta.
Fatto sta che, le fonti d’epoca descrivono (a più voci!) un “velo che oscurò il sole” a partire dal 536. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi delle conseguenze di una violentissima eruzione vulcanica, forse del Krakatoa. Chi lo sa.

Sia quel che sia, questo velo nel cielo portò variazioni importanti nel clima europeo, determinando – tra le altre cose – un marcato aumento del tasso di umidità.
Yersinia colse la palla al balzo.

V.  La peste di Giustiniano

Ormai è acclarato: la peste, come malattia, nasce in Asia.
Il più antico genoma della peste trovato finora è stato rinvenuto addosso a due tizi morti circa 3800 fa nel sud della Russia, al confine con Kazakistan.

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Ce lo inventiamo, un bel dramma romantico sui primi due appestati della Storia? © V.V. Kondrashin and V.A. Tsybin; Spyrou et al. 2018

A farci supporre una origine ancor più orientale c’è una complessa storia di topi. Il comune topo europeo (rattus norvegicus) non è particolarmente efficace nel trasmettere la peste. Il vero lavoro di untore lo fa il ratto nero (rattus rattus), che sappiamo essere originario dell’India meridionale. Rattus rattus arriva dalle nostre parti solo in epoche relativamente recenti, probabilmente a bordo di una nave: i resti fossili più antichi di rattus rattus nel Mediterraneo sono stati trovati in Corsica e risalgono all’epoca delle guerre puniche.

Quindi: la peste, come malattia, ha indubbiamente origini orientali, e nasce presumibilmente da qualche parte tra l’India e il Kazakistan. È solo un caso che esploda in Africa la prima epidemia ad esser notata dagli esseri umani. E il corsivo è importante, perché Yersinia, in Asia, stava presumibilmente decimando i ratti da chissà quanto tempo. È stata una pura casualità che una combriccola di topi infetti abbia cercato rifugio nella stiva di una nave che, da Oriente, si stava dirigendo verso l’Africa.

***

Per la sua primissima entrata in scena, Yersinia sceglie l’amena Pelusio, città portuale sul delta del Nilo. E infatti salpa proprio da Pelusio la nave che, verso la fine della primavera del 541, attracca a Costantinopoli con un carico di grano.
Giusto il tempo di scaricare la merce, e i marinai cominciano a mostrare sintomi inquietanti. Alcuni hanno dita nere e bozzi purulenti ovunque; altri vomitano sangue e si accasciano a terra esanimi. Entro una settimana, buona parte dei marinai è morta, ma la cosa allarmante è che cominciano a manifestare gli stessi sintomi anche alcuni lavoratori portuali.
E da lì, la strage.
Non scendo nel dettaglio nel raccontarvi tutti i passaggi dell’epidemia,rimandandovi piuttosto al libro di Rosen o a questo articolo. Vi basti sapere che fu davvero una strage, tale da far scrivere a Procopio di Cesarea che “la pestilenza arrivò vicina all’annientare l’intera razza umana”.

La prima ondata di epidemia durò circa due anni, colpendo tutti i paesi del bacino mediterraneo (ma senza riuscire a spingersi a nord).
E poi andò.
E poi tornò.
Yersinia restò sulle coste del Mediterraneo fino al 755, manifestandosi in diciotto diverse ondate che, secondo recenti stime, provocarono nell’arco di due secoli un totale che va dai 20 ai 50 milioni di morti.
Dopodiché, osservando soddisfatta il risultato, la nostra piccola amica decise di ritirarsi. Continuò ad ammazzare un po’ di topi qua e là nel nord della Cina, ma senza infastidire oltre gli esseri umani. Aveva cose più importanti da fare, per il momento: ritoccare il copione e migliorare il suo numero, prima di aprire il suo secondo atto.

VI. La Legge di Murphy della Pandemia: se qualcosa può andare storto, lo farà

Il secondo atto dello show di Yersinia fu preceduto da una serie di eventi apparentemente non collegati tra di loro.

Uno: Sancho IV di Castiglia strappa ai Mori la città di Tarifa.
Due: i Mongoli di Gengis Khan conquistano la Cina.

E voi dite “e che c’azzecca?”.
Eh. C’azzecca.

Il simpatico re Sancho, cacciando i mori da Tarifa, riportò sotto il dominio cristiano lo stretto di Gibilterra. La cosa agevolò la navigazione e intensificò i rapporti commerciali via nave tra nord e sud Europa. Questo dettaglio fu molto utile a Yersinia quando arrivò il momento di diffondere il contagio, ma le fu ancor più utile prima, favorendo la diffusione a Nord del ratto untore.
Ve lo ricordate? Il rattus rattus, il topo indiano.

Il fattore che, probabilmente, impedì alla peste di Giustiniano di espandersi a macchia d’olio fu la limitata area di diffusione del rattus rattus in quel periodo storico. Originario dell’Oriente, arrivato Occidente a bordo delle navi, il rattus rattus era diffuso, all’epoca, solo nei paesi mediterranei. Per quanto veloce possa muovere le sue zampette, non ci si può ragionevolmente aspettare che un topo si sposti a piedi dalla Calabria fin su in Norvegia.
Ma un topo che, sgattaiolando nella stiva di una nave, arriva in Norvegia con pochi giorni di navigazione… beh: è già un’altra storia. Si formarono così nel Nord Europa intere comunità di topi immigrati, pronti per servire Yersinia.

Imprevisto numero due: l’arrivo dei Mongoli in Cina. Conquistato l’Impero Cinese, le genti di Gengis Khan cominciarono fare tre cose che fino a quel momento non venivano fatte.
Uno: presero l’abitudine di cavalcare al galoppo con carichi leggeri, percorrendo in breve tempo distanze anche molto lunghe.
Due: cominciarono a viaggiare su rotte molto più settentrionali rispetto a quelle percorse dalle lente carovane. Se l’antica via della Seta attraversava i caldi deserti asiatici, i Mongoli si spostavano lungo un reticolo di strade ad alto scorrimento che partivano dal Myanmar e salivano fino al Volga.
Tre: erano stranieri e come tali si comportarono. Quella che segue è una supposizione, ma una supposizione non priva di ragionevolezza: dobbiamo presumere che, a un certo punto, un qualche mongolo abbia fatto un passo falso infrangendo quelle regole comportamentali che, probabilmente, per la popolazione autoctona erano assurte nei secoli al livello di tabù. Tipo, che ne so: se noti attorno a te una morìa di topi, non farti domande e scappa fortissimissimo.

Lo sventurato mongolo non conosceva il tabù, non credeva a queste sciocche superstizioni. E quando attorno a casa sua cominciarono a morire topi a frotte, il nostro sfortunato amico si limitò a rimuovere le carcasse, pensando pure “oh beh: un problema in meno”. Non sapeva che, proprio in quel momento, un problema grosso come una casa (e piccolo come una pulce) gli stava letteralmente saltando al collo.

***

Nell’Estremo Oriente, qualcosa di molto molto brutto comincia a prendere forma nel 1330.
Nel 1331, una epidemia irrompe nella regione dell’Hopei uccidendo – a dar retta alle sgomente cronache – i nove decimi della popolazione.
Apparentemente, un caso isolato. Sennonché, nel 1338, muore malissimo una comunità nestoriana del Khirghizistan. Tracce della conseguente sepoltura sono state rinvenute dagli archeologi, permettendo agli studiosi di isolare tracce del DNA di Yersinia nella polpa dentale dei defunti.
Lentamente, con gradualità, il riflettore si stava spostando verso l’Europa. Dietro le quinte, Yersinia faceva i suoi ultimi esercizi prima di entrare in scena. Nel 1346, un esercito di mongoli appestati avrebbe preso d’assedio la città di Caffa, in Crimea.

VII. Un gran bel lavoro di squadra

Mentre la peste si avvicinava all’Europa, l’Europa pensava (beata innocenza!) che la sua situazione non potesse realisticamente peggiorare ancora.
A partire dal 1309, una serie di stagioni insensatamente piovose e fredde aveva trasformato il continente in una specie di enorme pantano. Probabilmente qualcuno invocò una tregua dalle piogge, solo che invocò un po’ troppo a gran voce: a partire dal 1315, si abbatté sull’Europa una siccità senza precedenti, che durò sette (sette!) anni.
Come se non bastasse: ricordate Peste Bovina? L’agente patogeno sanguinario e sprovveduto, che, quando arriva, ammazza un numero irragionevolmente alto di bovini, col risultato di mettere a repentaglio da solo la sua propria sopravvivenza?
Ecco: l’amico è poco furbo, ma Yersinia voleva dargli una chance. Gli propose di aprire il suo spettacolo – sicché, tra il 1319 e il 1320, Peste Bovina lavorò di buona lena sterminando la quasi totalità delle mucche del Nord Europa.
Nel mezzo della peggiore carestia di cui l’Europa avesse memoria.
Si registrarono atti di cannibalismo.

Dopo il 1322, la situazione migliorò leggermente, dal lato climatico. Ma, dal lato sanitario, sette anni di carestia avevano ammazzato qualcosa tipo il 20% della popolazione e danneggiato seriamente i sopravvissuti, trasformando l’Europa in un continente popolato da emaciate genti immunocompromesse.
Il pubblico perfetto per lo show di Yersinia.

E, qui, vabbeh: non vi sto a raccontare nei dettagli la storia della Peste del Trecento, ché quella la trovate anche sui libri di scuola. Mi limito a dare un po’ di dati al volo.
Yersinia arriva a Messina nell’estate del 1347, si sposta rapidamente su Sardegna e Corsica; poi, con maggior lentezza, risale la penisola e da lì, varcate le Alpi, si allarga a macchia d’olio. Imperversa sul continente fino a 1353 portando al creatore circa la metà della popolazione, perfetta giocoliera nel difficile gioco di fare una mattanza ma lasciando in vita abbastanza persone da poter uccidere negli anni a venire.

E infatti, Yersinia non scompare dopo la prima grande ondata di epidemia.
Or qua, or là, in diverse zone d’Europa, riappare improvvisa nel corso dei secoli, senza peraltro che il passar del tempo faccia declinare la sua virulenza. Alcune delle ondate di contagio più devastanti hanno luogo sul finire della pandemia: basti pensare alla violenza con cui Yersinia colpisce Milano (1630), Napoli (1656), Londra (1665), Marsiglia (1720). L’unica vera differenza tra queste ondate e quella del Trecento sta nell’estensione: politiche sanitarie molto rigide, affinatesi nel corso dei secoli, avevano mostrato una certa efficacia nel circoscrivere i focolai di contagio. Che è pur sempre meglio che niente, se non fosse che ‘sti focolai spuntavan come funghi.

E poi, così com’era arrivata, la peste se ne andò.
Dopo quattro secoli passati ad ammazzare gente ininterrottamente, probabilmente aveva anche voglia di godersi la pensione. Con il suo consueto gusto per la teatralità, Yersinia organizzò un ultimo show di fine carriera a Messina nel 1743: un gentile omaggio alla città che nel 1437 l’aveva vista esordiente.

E poi: The End.
Inchini commossi, e calò il sipario.

VIII. Yersinia comes back

La cosa carina della pandemia che sto per descrivervi è che, essendosi svolta in epoche recenti, ha permesso agli studiosi di osservarla con occhio clinico. Secondo me, Yersinia l’ha fatto apposta a tornare in scena. Con ogni evidenza, mirava a farsi studiare.

Tipo: quella vecchia storia per cui sono i tabù e le superstizioni a proteggere un popolo dal contagio. Sembra ‘na barzelletta, invece si è dimostrato vero.
Verso la metà Ottocento, le popolazioni che vivevano nelle zone da cui partirono le nuove ondate di epidemia avevano sviluppato una sorprendente quantità di idiosincrasie relative ai roditori.
Nello Yunnan, vedere un topo morto era considerato una tragedia di enorme portata.
Nella Manciuria, la caccia di marmotte era tabù – e se le marmotte improvvisamente cominciavano a scarseggiare da una certa zona, la popolazione doveva analogamente fuggire per evitare la malasorte.
Follie che noi saremmo pronti a considerare sciocche superstizioni senza senso. Col brillante risultato di infrangere il tabù e morire di lì a pochi giorni, esattamente come accadde ai funzionari di Pechino che si spostarono nello Yunnan per sedare una rivolta. O come accadde ai trapper di marmotte che pensarono bene di andare a cacciare in Manciuria, là dove la gente è talmente fessa da non farti manco concorrenza.

Ciò che i funzionari non potevano sapere è che davvero in Yunnan un topo morto è portatore di grandi sciagure.
Ciò che i trapper non potevano sapere è che davvero andare a caccia di marmotte in Manciuria scaglierà su di te la più tremenda della malasorte.
Perché in Yunnan e in Manciuria la peste era presente tra le popolazioni di roditori – e quando arrivò da quelle parti qualcuno disposto a infrangere i tabù locali… la superstizione provò di esser vera.
L’ho già detto che Yersinia è un genio istrionico che sa come sorprendere?

***

La terza pandemia di peste scoppiò in Cina nel 1855, ma la gggente  cominciò a interessarsene solo nel 1894 quando la peste bubbonica arrivò al porto di Hong Kong e da lì salpò per Buenos Aires, Honululu, Sydney, Cape Town, Napoli e San Francisco.
Poteva essere una strage, e in effetti lo fu, nel senso che, nell’arco di mezzo secolo, la peste uccise circa 20 milioni di persone su cinque continenti. L’unico problema è che, col passar del tempo, Yersinia era diventata una vecchietta conformista, che, a ‘sto giro, decise di sterminare quasi esclusivamente le popolazioni povere del Terzo Mondo, cioè gente di cui, fondamentalmente, non importa niente a nessuno.

E infatti: voi lo sapevate, che a fine Ottocento scoppiò una terza pandemia di peste, che nell’arco di un paio d’anni uccise nella sola India qualcosa tipo 15 milioni di persone?
Ecco, appunto.

Tutta presa dal suo desiderio di fama, Yersinia dovette probabilmente dispiacersi nel notare la modesta attenzione che i mass media le dedicarono. Certo, scoppiò una certa psicosi quando la peste cominciò a mietere vittime in Occidente, con annessi atti di razzismo nei confronti degli immigrati cinesi (o tempora, o mores!).

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Click sulla vignetta per la versione ingrandita. L’autore del disegno è Thomas Nast, lo stesso che inventò il personaggio di Babbo Natale.

Ma, negli Stati occidentali, i governi furono molto abili nell’arginare il contagio: sicché, nelle uniche tre città europee colpite dal morbo con una certa intensità (Napoli, Oporto e Glasgow) le vittime non furono più di settecento. Gli States non arrivarono neppure a cinquecento, limitando i focolai di contagio all’area di Los Angeles e San Francisco.

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In una vignetta apparsa sulla rivista “Punch”, l’Australia chiude le barriere alla Peste, personificata nella forma di un molesto cinese

Per contro, Yersinia fu probabilmente molto orgogliosa di poter essere fotografata e studiata in lungo e in largo. L’Agente Patogeno fu identificato nel 1894 da Alexandre Yersin, uno studente svizzero di Louis Pasteur, e, quasi simultaneamente, da Shibasaburo Kitasato, studente giapponese di Robert Koch. Nel 1898, Paul-Louis Simon riuscì anche a identificare i due vettori di trasmissione (vale a dire, topi e pulci): leggenda narra che l’intuizione arrivò mentre Simon rifletteva sulle superstizioni riguardo ai roditori formatesi nelle  zone da cui era partito il contagio.

Entro il 1920, la terza ondata di pandemia si era conclusa. Nel 1943, fu individuato un cocktail di farmaci capace di ridurre drasticamente la mortalità… il che è una bella cosa, visto e considerato che la peste continua a esistere in Africa e in Sud America, in piccoli focolai dai quali ogni tanto contagia qualcuno, giusto per tenersi in allenamento. Per il quinquennio 2010-2015, l’OMS ha registrato 3248 casi di peste bubbonica tra esseri umani, 584 dei quali rivelatisi mortali, sottolineando peraltro che, con buona probabilità, altri casi esistono ma non vengono segnalati.

E io non so come dirvelo perché detesto chi semina il panico, ma in fin dei conti Yersinia ama farci vivere nel terrore: se le diamo questo contentino, magari lei se ne compiace e non si fa venire strane idee in testa.
E allora concluderò con questo cliffhanger: non solo la peste bubbonica esiste ancora e ammazza ogni anno più di cento persone. Peggio ancora, nel 1995 è stato isolato in Madagascar, su un paziente di sedici anni, una nuova mutazione di Yersinia (Y. Pestis 17/95 biotipo orientalis).
Che, a quanto pare, è resistente agli antibiotici.

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Se ho scritto scemenze, prendetevela con loro:

William H. McNeill, Plagues and Pleoples, Anchor Books, 1977
John Kelly, The Great Mortality. An intimate History of the Black Death, Harper Collins, 2005
William Rosen, Justinian’s Flea. Plague, Empire and the Birth of Europe, Pimlico, 2010
John Aberth, Plagues in World History, Rowman & Littflefield Publishers, 2011
Frank M. Snowden, Epidemics and Society. From the Black Death to the Present, Yale University Press, 2019

I SOVRANISTI


I SOVRANISTI

I sovranisti non amano l’Italia.

Amano gli umori aggressivi che provano alcuni italiani.

L’Italia ha un cuore troppo femmineo per i loro gusti da macho.

Il loro punto di riferimento sono gli italiani che hanno paura.

Quelli che oggi sono terrorizzati dal coronavirus e se la prendono con i cinesi.

Quelli che vogliono un’Italia chiusa dentro i propri confini, come un organismo a sé stante.

Quelli che fanno continuamente riferimento agli italiani, come se fossero un’entità pura e indistinta, da proteggere da ogni contaminazione esterna.

Quelli che non considerano che nell’infanzia degli italiani ci sono i goti, i longobardi, gli arabi, i greci, i normanni, i tedeschi di Federico II.

Quelli che se la cavano con una formula: “Prima gli italiani”. Sbandierando l’immagine di un popolo improbabile.

Ci vorrebbe, invece, la capacità degli italiani di non percepirsi fuori dal mondo che li circonda.

Gli italiani dovrebbero riuscire a percepirsi europei, perché senza l’orizzonte dell’Europa l’Italia si allontanerebbe da se stessa.

È questa l’irresponsabilità più grande dei sovranisti.

L’idea di considerare l’Italia e gli italiani come qualcosa di “a se stante”. Slegata dal mondo.

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO


LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO

(Tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/07/storia-universale-epidemie-eta-antica/)

La cosa potrebbe probabilmente cogliervi di sorpresa, perché non tratto spesso questo argomento (fondamentalmente, partendo dal presupposto che non ve ne possa importar di meno).
Eppure, così è: ho studiato abbastanza a lungo la Storia delle epidemie, prima all’università e poi per lavoro.

In un momento storico in cui tutta Italia s’è scoperta epidemiologa, non resisto alla tentazione di graziare il mondo con i my two cents… spronata in particolar modo da una domanda che – tra il serio e il faceto, tra il curioso e lo xenofobo – ho letto parecchie volte, in questi giorni, sui social: ma è vero che le peggiori epidemie della Storia arrivano sistematicamente dalla Cina?

Messo così, sembrerebbe un pregiudizio becero – invece, storicamente, è grossomodo vero.

La sifilide è probabilmente americana.
Quasi sicuramente, il colera arriva dall’India.
Qualche epidemia “di scarso successo”, nel senso che spiegherò più avanti, ha il suo focolaio in Africa.
Ma, regà, date retta a me: in fatto di epidemie, il made in China è garanzia di qualità. Se volete una epidemia ben strutturata, ragionevolmente letale e con buone potenzialità di diventare endemica, è in Cina che la dovete cercare.

Prima di addentrarci nella questione, urgono due premesse:

  1. Ovviamente sono una storica e non un medico. Per quanto riguarda le considerazioni di natura strettamente medica, mi attengo a quanto hanno scritto gli storici che prima di me hanno intervistato medici epidemiologi, presumendo che abbiano fatto bene;
  2. La fonte principale di questo articolo è l’immortale saggio Plagues and Peoples di William McNeill, “immortale” nel senso che è uscito nel 1975 e ancor oggi è considerato pietra miliare nel settore, con l’esclusione di qualche punto critico che è stato recentemente messo in discussione. Ne sono consapevole, e ho tenuto in considerazione il libro solo per quei punti che vengono comunemente ritenuti validi.

E allora, pronti via! Cominciamo questa appassionante

Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo

I. Salve, mi presento: sono l’Agente Patogeno

Quando, negli anni ’30 dell’Ottocento, il colera arriva in Europa, le riviste satiriche inglesi cominciano a rappresentarlo come sopra. Lo personificano, dandogli l’aspetto di un gentleman scheletrico ma gioviale che sbarca da porti lontani in viaggio di lavoro.
L’immagine che vedete sopra è tratta da una collezione privata; quelle che aprono e chiudono l’articolo sono apparse sulla rivista Punch.

Adoro l’umorismo inglese.
Da quando ho scoperto questo filone di vignette, io, le malattie, me le immagino proprio così. Nel mio lucido delirio, immagino gli Agenti Patogeni come degli minuscoli agenti speciali con una missione top top secret: innescare una pandemia.

Di Agenti Patogeni, ovviamente, è pieno il mondo. Ognuno di loro ha gusti specifici e ha affinato tecniche diverse per portare a casa la pagnotta, ma tutti sono accomunati da un’unica ambizione: fare un lavoro come si deve ammazzando un fracco di persone.

Per riuscire a farsi strada nel magico mondo delle malattie e guadagnarsi l’ambito titolo di Epidemia, il candidato ideale deve possedere tre skill fondamentali:

  1. Essere un tipo socievole. Perché – va da sé – è difficile diffondere un contagio se stai a rotolarti su un sasso nel mezzo del deserto. Il Perfetto Agente Patogeno è un tipo che ama i posti affollati e che è anche disposto a viaggiare per raggiungerli, prendendo dimora nelle grandi città e/o comunque in zone densamente popolate.
  2. Considerare la verginità un valore. Nella storia delle epidemie, si parla di “popolazione vergine” per indicare una popolazione che non è mai venuta a contatto con l’Agente Patogeno. La differenza tra una popolazione vergine e una popolazione che, beh, hai già portato a letto è la stessa che permette alle maestre d’asilo di arrivare più o meno vive alla fine dell’anno scolastico e, per contro, fa sì che i loro pupilli cadano vittima di un continuum ininterrotto di contagi. Tanto più una popolazione è stata esposta a una malattia, tanto più affinati saranno i suoi meccanismi di difesa.
  3. Non avere troppe pretese. Ci sono alcuni Agenti Patogeni che, non appena individuano una popolazione vergine, partono per la tangente perdendo completamente la trebisonda. Yeeeeee!! Contagiamo tutti!! Ammazziamo il mondo!! Sì! Sangue! Sputo! Pus! Diarrea! Col piccolo problema che, una volta che hai ammazzato tutti, non hai più nessuno da contagiare e devi battere in ritirata.
    Uno degli Agenti Patogeni più scemi della Storia è stato quello che, nel 1891, si è messo in testa di provocare in Africa un’epidemia di peste bovina, uccidendo in pochi mesi un numero di capi spaventosamente alto (oltre il 90%). Nell’arco di una stagione, ci sono carcasse di bovini ovunque, con un piccolo numero residuo di super-mucche che, va a sapere per quale miracolo, sono immuni al contagio. L’Agente Peste Bovina, ridotto alla fame, è costretto a ritirarsi con disonore; ci riprova or qua or là, ma con successi non più duraturi. Nel 2011, subisce l’onta di essere dichiarato malattia eradicata (peggio di lui aveva fatto solo l’Agente Vaiolo, ma lì c’erano di mezzo massicce campagne vaccinali).

In sintesi: per riuscire a fare un buon lavoro, l’Agente Patogeno ha bisogno di stanziarsi in località affollate, possibilmente mai visitate prima e con una popolazione abbastanza ampia da poter essere decimata senza che questo ne comporti lo sterminio totale.

In età storica, in quali luoghi del mondo si sono verificate queste condizioni?

II. La Bibbia, una cronistoria di epidemie

Aaaahh, il Vicino Oriente Antico, meravigliosa culla della civiltà.
Lì si sviluppano il mondo assiro-babilonese e la grande potenza egiziana: lì, per la prima volta, migliaia di persone prendono dimora in magnificenti insediamenti urbani.
Lì, gli Agenti Patogeni di tutto il circondario si danno appuntamento, organizzando un morbo-party che dovette essere senza precedenti.

Le fonti scritte di quell’epoca sono relativamente poche, ma quelle che ci sono bastano e avanzano per farci capire che i nostri amici Agenti si diedero un sacco da fare.

L’Epopea di Gilgameš parla di una epidemia che colpì attorno al 2000 a.C. e che viene citata anche da frammenti coevi provenienti dall’Egitto. Per l’arco temporale che va grossomodo dal 1200 al 600 a.C., la Bibbia cita ‘na caterva di epidemie che la metà bastano: oltre alle piaghe d’Egitto, abbiamo il morbo che si abbatte sui Filistei nel libro di Samuele; la pestilenza che re Davide sceglie simpaticamente di inviare alla popolazione per risparmiarsi l’onta di una sconfitta; il male che decima gli assiri ai tempi di Sennacherib.

Doveva trattarsi, però, di epidemie non particolarmente “cattive”.
Nel senso che, sì, le fonti le citano, ma non sembra di avere a che fare con epidemie di una magnitudine tale da arrestare o anche solo ostacolare lo sviluppo di queste civiltà, che, per il resto, continuano a crescere a prosperare.
Datte retta a me: quando si abbatte su una società una malattia veramente carogna, le ripercussioni socio-economiche si vedono fin troppo bene. In questo caso, non ci sembra di vederle.

E poi, a un certo punto, tracce di queste epidemie spariscono pure dalle cronache dell’epoca.
Non è irragionevole supporre che, dagli e dagli, col passar dei secoli, una crescente fetta di popolazione avesse sviluppato immunità e/o avesse posto in essere delle strategie di auto-difesa volte a ridurre il rischio di contagio (es. “è noto a tutti che non si consuma la carne di quell’animale, perché la sapienza ancestrale ci insegna che, se qualcuno si avvicina a quelle bestie selvatiche, grandi sciagure colpiscono il villaggio”).

Insomma: non solo la verginità della popolazione non era che il ricordo sfiorito di un felice tempo lontano – la popolazione s’era pure fatta scafata.
Probabilmente, qualcosa era andato storto anche nelle strategie di guerra dei nostri Agenti: può darsi che dopo l’exploit iniziale si fossero indivanati dando il via a una metamorfosi verso ceppi meno “cattivi” (che, ad esempio, si limitano a debilitare, ma non mirano necessariamente a uccidere. Capita spesso, che dopo un esordio coi fiocchi, gli Agenti Patogeni facciano questa fine, colti da crisi di mezza età).

I nostri amici agenti furono costretti a ritirarsi alla chetichella, ritirandosi in piccoli focolai di campagna. Quel mercato ormai era saturo, e/o comunque serviva una nuova strategia. Meglio guardarsi attorno e cercare un buon tour operator in grado di suggerire nuovi luoghi in cui svernare.

III. Il Mediterraneo è un posticino non male, per un Agente

Di virus nativi del bacino mediterraneo, non mi risulta ce ne siano molti (medici in linea, correggetemi se sbaglio). Gli inverni sono abbastanza freddi; i mesi caldo-umidi sono relativamente pochi; se devono metter su casa in maniera stabile, gli Agenti Patogeni preferiscono zone più meridionali.
Ecco: magari, il Mediterraneo non è l’habitat preferito al mondo per i nostri amici, però ha un grande bonus: è una specie di enorme piscina da un capo all’altro della quale viaggiano costantemente navi che, sfruttando i venti a favore, sono capaci di percorrere in pochi giorni distanze anche considerevolmente lunghe. Ergo: è possibile che un marinaio apparentemente sano salpi da un porto senza mostrare sintomi e sbarchi più morto che vivo centinaia di chilometri più in là, seminando il contagio in ogni dove.

Questa, almeno, era la situazione del Mediterraneo nel momento in cui si sviluppano sulle sue coste le grandi civiltà greche e romane (con annessi assembramenti di folle a fare l’effetto “primo anno al nido”).
E infatti, è proprio lì che vanno i nostri amici Agenti dopo aver saturato il mercato mediorientale. E fanno un ingresso in grande stile, a partire dalla “peste di Atene” descritta da Tucidide.
La malattia raggiunge la Grecia nel 430 a.C. a partire dal porto del Pireo, rotta obbligata per tutte le navi che – non a caso – arrivavano da Oriente. Da lì, colpisce tutte le più grandi città uccidendo fino a due terzi della popolazione… e sparendo poi con la stessa velocità con cui era venuta.
Nuovi focolai scoppiano nel 429 e nel 427, ma non con la stessa virulenza.
Poi basta.

Perché, poi basta?
La popolazione superstite aveva sviluppato anticorpi come doveva esser già successo alle altre popolazioni colpite?
O l’Agente Patogeno si era indivanato, come aveva già fatto nel Vicino Oriente?

Difficile a dirsi. Ma, se non altro, la “peste” di Atene (che sicuramente non era peste; probabilmente tifo. Alcuni ipotizzano una febbre emorragica tipo l’ebola) aveva mostrato al piccolo mondo dei virus che il bacino del Mediterraneo è un gran bel posto in cui lavorare.

Fortunatamente per i nostri antenati – e sfortunatamente per i nostri piccoli amici microbici – il bacino del Mediterraneo era molto molto lontano dal luogo in cui la Scuola d’Alta Formazione per Agenti Patogeni stava per veder realizzati i più arditi sogni della direzione.
E cioè, un improvviso trasloco di masse vergini in terre dove gli Agenti la facevano da padrone.

IV. La gente muore giovane, a sud del Fiume Azzurro

Mentre Atene e Sparta se la davano di santa ragione, in un regno lontano lontano, nella grande pianura della Cina del Nord, migliaia di contadini lavoravano felici nella fertile valle del Fiume Giallo. Attorno al 200 a.C., osservando compiaciuto il benessere socio-economico ivi raggiunto, l’Impero Cinese sceglieva, non irragionevolmente, di ampliare i suoi confini avanzando verso Sud, in quelle terre analogamente rese fertili dal grande Fiume Azzurro.

Sulla carta, ottima idea; all’atto pratico, un disastro sanitario. Nonostante la relativa vicinanza, le terre a sud del Fiume Azzurro avevano un clima drasticamente diverso: i monsoni erano frequenti, le temperature erano alte, l’umidità era elevata. Insomma, erano il perfetto terreno di coltura per una vasta quantità Agenti Patogeni assetati di sangue, che non erano mai riusciti a spostare verso Nord i loro focolai (venendo, probabilmente, stroncati dagli inverni troppo rigidi).

Ma prendi alcune migliaia di Cinesi del Nord e portali a vivere nelle terre del Sud… ed ecco d’un tratto realizzarsi i sogni più spinti di ogni Agente.

Ssuma Ch’ien, storico cinese morto nell’87 a.C., è il primo a scrivere che “nell’area a sud del Fiume Azzurro, il terreno è basso e il clima è umido; i maschi adulti muoiono giovani”. Nei secoli a venire, la circostanza viene accettata come un dato di fatto, tant’è vero che nella letteratura medica cinese fioccano consigli sanitari e diete particolari per proteggere chi si avventura a Sud. Peraltro, con scarso successo, calcolato che le terre meridionali continuano ad essere falcidiate da malattie epidemiche non meglio identificate (e da una che le fonti ci permettono invece di identificare: tra le altre cose, c’era sicuramente un problema di malaria).

Fortunatamente per i nostri progenitori in Italia, il Lontano Oriente è, a quell’epoca, un posto molto molto lontano.
…che però diventa improvvisamente più vicino quando – agli albori dell’epoca cristiana – l’Impero Cinese decide di aprirsi all’Occidente per importare in Europa il made in China. Sappiamo ad esempio che tra le matrone romane del primo secolo era diventato di moda indossare scandalose sete semi-trasparenti che venivano prodotte, ad Antiochia, con bachi cinesi. Ed è solo un esempio tra i molti!

I contatti tra Oriente e Occidente diventano sempre più frequenti, con lo stabilirsi di rotte commerciali lente ma regolari. Delle quali si sarebbero servite – giulivi e increduli per tanta grazia immeritata – decine e decine di Agenti in incognito: tipi freddolosi che, da soli, non si sarebbero mai spinti così lontano, ma che invece si trovavano benissimo a viaggiare nel confortevole tepore di un organismo umano.

V. Le epidemie del tardo (e malaticcio) Impero

Ovviamente, il bacino del Mediterraneo non era nuovo alle epidemie. Abbiamo già citato la peste di Atene, disastrosa oltre ogni misura ma rapida a scomparire.
Per quanto riguarda Roma, Livio ricorda almeno undici epidemie verificatesi in età repubblicana. Ma l’impressione è – di nuovo – di avere a che fare con pestilenze non particolarmente “cattive”. Non ci risultano crolli demografici da ecatombe dopo il passaggio di questi morbi. La crescita economica e l’espansione militare di Roma non sembrano essere rallentate seriamente da questi mali.
Si trattava di epidemie indivanate, come quelle ormai-non-troppo-letali che dovevano esistere nel Medio Oriente? Oppure la popolazione locale, dagli e dagli, aveva sviluppato immunità di gruppo contro questi mali?

Ovviamente possiamo solo fare ipotesi, ma resta un dato di fatto: nessuna delle epidemie in questione fu neanche lontanamente paragonabile a quella che scoppiò in Cina nel 162 d.C. causando il 40% di morti (!) tra i soldati che presidiavano le frontiere a nord-ovest. Da lì si diffuse nel Medio Oriente e nel 167 arrivò a Roma, addosso alle truppe di ritorno dalla Mesopotamia (e/o come souvenir di viaggio per i funzionari che nel 166 si erano recati in ambasciata alla corte degli Han per intessere rapporti diplomatici).

Fu un macello.

La malattia si comportò esattamente come ci si aspetta che si comporti un Agente Patogeno che arriva da terre lontane e che tocca per la prima volta una popolazione completamente priva di anticorpi utili.
In altre parole, la mortalità fu altissima (si stima abbia raggiunto circa un terzo della popolazione)… ma, intelligentemente, non troppo alta da causare una completa ecatombe. Spostandosi or qua e or là attraverso emaciati viaggiatori, il nostro astuto Agente si diede da fare per almeno quindici anni, oltrepassando le mura di città ancora da scoprire e tornando a visitare centri che aveva già toccato non appena l’immunità di gruppo veniva meno.

Siamo di fronte alla prima delle grandi epidemie made in China (probabilmente, vaiolo). La quale, dopo aver ammazzato tutto l’ammazzabile nei suoi primi quindici anni di lavoro, scelse probabilmente di prendersi una vacanza in Africa fino al 251. In quella data, tornò a marciare verso Nord mettendo in ginocchio Roma con una nuova ondata di violentissimi contagi, che si susseguirono per un’altra quindicina d’anni.

E lì – va detto – la popolazione europea cominciò seriamente a preoccuparsi. Mai a memoria d’uomo si erano registrate epidemie così virulente ma così persistenti al tempo stesso, capaci di diventare endemiche dando il via a uno straziante stillicidio.

E dire che l’Agente Vaiolo era ancora un simpatico vicino di casa, se paragonato al collega che stava facendo stretching dietro l’angolo, pronto a salire sul ring alla prima occasione utile. Stava per arrivare in Europa quella che è l’epidemia per eccellenza: la peste bubbonica, la Morte Nera.

Come tutte le malattie di un certo livello: è made in China pure lei.
Ma visto che questo articolo è già spropositatamente lungo e la peste bubbonica è una malattia così bellina da meritarsi un approfondimento come si deve, facciamo che ai sozzi bubboni dedico – a breve – una seconda puntata di questo excursus.

Rimanete in linea, il peggio deve ancora arrivare.

(Scritto da Lucia)

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