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QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

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CARA SUSANNA

l43-susanna-camusso-120403130812_bigCARA SUSANNA

Cara Susanna,
da delegato aziendale della sigla che ci accomuna e con il rispetto che si deve al tuo ruolo, provo a porti qualche considerazione sulla percezione che nei luoghi di lavoro – e più ampiamente tra le persone – si ha della nostra Cgil. Proprio per amore della stessa.

Le scelte che hanno caratterizzato e che stanno caratterizzando il tuo mandato, sono per molti identificabili come un eterno no a qualsiasi tentativo di cambiare un sistema. Lo stesso che negli anni ci ha portati alle emergenze attuali per l’immobilismo, le rendite di posizione e le comode conservazioni che hanno fatto della fissità uno degli elementi distintivi del nostro paese.

Le responsabilità probabilmente sono da cercare anche tra gli attori di una vicenda sociale per lungo tempo condizionata da ispirazioni anche di natura consociativa, in una situazione dove non si coglieva – come non si coglie – la necessaria autonomia dalla politica. Che di certo è un interlocutore essenziale ma anche altro rispetto ad un sindacato, che non può più essere la propaggine operativa di un partito o parte di esso, facendosi, addirittura, movimento politico o puntello di un’opposizione “casalinga” che disconosce, senza memoria, gli equilibri democratici tra maggioranza e minoranza.

Le indicazioni di voto date in occasione delle primarie del 2012, l’impegno politico di alcuni all’interno delle camere del lavoro o in qualche importante categoria ai livelli più alti, i “suggerimenti” su come comportarsi in vista delle regionali del 31 maggio, non sono solo un’indebita invasione in un campo che non è il nostro, ma anche una sottrazione di dignità all’azione che dovrebbe contraddistinguerci ogni giorno.

Al netto delle opinioni che ciascuno può avere in merito alla politica dei partiti della nostra area e alle scelte che con fatica l’attuale esecutivo ha avviato, scelte che, a guardar bene, sono persino sovrapponibili alla visione e alla lungimiranza che per decenni ha attraversato anche la nostra organizzazione. Grazie a chi, almeno allora, tentava di leggere e precedere una realtà comunque in divenire (continuate a formarci su Di Vittorio, Lama e Trentin).

Il rapporto con i lavoratori è mutato sensibilmente e, ritengo, definitivamente.

L’appartenenza ideologica è tramontata insieme ad ideologie oggi usate come accreditamento per giustificare politicamente altro, per lasciare il passo ad una condivisione fondata sul senso del domani e sulle prospettive da costruire senza voltarsi indietro, sulla scia di quella che a tratti è apparsa come un’autentica celebrazione da mero istinto di sopravvivenza spacciato per bene comune.

Diminuiscono le adesioni, diminuisce la capacità di contrattazione nelle aziende, diminuisce, soprattutto, una fiducia nei nostri confronti che non può più reggersi sulla memoria dei bei tempi andati. Quando l’Italia era un’altra e con essa i bisogni di una comunità.
Non cogliere questi aspetti vuol dire votarsi all’isolamento. Un isolamento che anzitutto alberga nell’immagine sindacale che i cittadini hanno, cittadini che da tempo guardano altrove e per i quali rivolgersi ad una parte sociale significa anzitutto usufruire di un servizio.Rimanendo, per il resto, della propria, personale convinzione, da rispettarsi come tale senza orientamenti da fornire.

Forse, consentimi, sarebbe il caso di rileggersi per essere più vicini ad un mondo che cambia quotidianamente. Un mondo che ha ancora bisogno dei cosiddetti corpi intermedi, nella loro capacità di creare ma davvero un punto d’incontro e di sintesi tra le esigenze di una nazione e quelle di ogni singolo individuo nella sua unicità da valorizzare. Una capacità che per quella che è la formazione storica della nostra sigla, sappiamo di avere meglio di altri.

I numeri odierni ci raccontano di segnali positivi che certamente da soli non bastano. Ma per alimentare la fiducia di cui ognuno ha bisogno, serve anzitutto una capacità propositiva nuova e priva di prevenzioni anche da parte nostra, dove il diritto di veto non sia più l’unico aspetto su cui insistere in virtù di una forza che, ci piaccia o no, da tempo è venuta meno.

Come volontario e appassionato quale sono oltre che come lavoratore, assisto con vera preoccupazione alla china che stiamo assumendo. Una deriva partitica ed una stagnazione ormai consolidati, in cui agire a nome e per conto di un’organizzazione fondamentale ed imprescindibile come la Cgil, imporrebbe maggiori cautela e rispetto.

Non so quale sarà il futuro del nostro sindacato, avendo presenti le dinamiche tutte interne (non più rinviabili né camuffabili) che interessano la tua successione ed una categoria che da anni si è smarcata dall’idea di dover rispondere ad una confederazione. Un qualcosa che alla fine distoglie, insieme alla politica, da quella che dovrebbe essere la nostra missione effettiva.

Un lusso che non possiamo permetterci verso il paese, verso le lavoratrici ed i lavoratori, verso chi cerca un futuro. Persone che chiedono alla Cgil proposte davvero compatibili con i bisogni del nostro tempo, bisogni che sono di tutti e non solo di una classe dirigente anch’essa, ormai, da rinnovare non solo formalmente.
Anzitutto nella visione.

Con sincero rispetto,
Emiliano Liberati

IL SILENZIO DELLA CGIL

PhotoHandlerCA3RPXY8IL SILENZIO DELLA CGIL

Dalle interviste rilasciate da Maurizio Landini si è appreso della riunione di oggi, nella sede della Fiom per dar vita al “Movimento dei Movimenti”, cioè ad una “Coalizione sociale” in radicale opposizione alla politica economica e sociale del governo. Il Corriere della Sera ha titolato: “Nasce Podemos di Landini”. Altri giornali hanno puntato su “Landini, lo Tzipras italiano”. Con il segretario della Fiom si sono schierati don Ciotti, Gino Strada e altri. Il “Fatto Quotidiano” di Travaglio si presenta già come giornale di riferimento.

È del tutto evidente che un movimento di opposizione sociale assume inevitabilmente una cifra politica anche perché nasce, secondo gli editorialisti, come forza a sinistra del PD, partito che si colloca nel centrosinistra. Ma il gioco delle finzioni non serve: in Grecia e in Spagna i movimenti “sociali” hanno avuto uno sbocco politico-elettorale. Del resto, lo stesso Landini non a caso ricorda sul Corriere della Sera che il partito laburista britannico nacque dalle costole del sindacato. Ma era un’altra epoca e un altro contesto.

Sia chiaro: se si vuole dare corpo ad una forza politica di sinistra non vi è nulla da obiettare, salvo dire vedremo. Ma qui tutto nasce dalla Fiom, con il segretario di un sindacato che è parte essenziale della Cgil. Ed io più volte ho segnalato il fatto che Matteo Renzi ha un atteggiamento sprezzante nei confronti del sindacato e, anzi, tende al suo isolamento. Esattamente per questo motivo penso che il sindacato debba reagire sul suo terreno – quello sindacale – con forza e maggiore unità. Invece, questa iniziativa di Landini darà nuovi argomenti a quanti non vogliono l’unità sindacale e a quel mondo che vuole addirittura cancellare il sindacato.
E suona strano il silenzio di Susanna Camusso e della Cgil.

(Tratto da:EM.MA in corsivo)

LO SPAZIO DI LANDINI

LO SPAZIO DI LANDINI

6623cbb9b28b0a3b0913dd93a633ff4ab02402ccf67431a0a16f0f70In varie occasioni Landini si è lasciato sfuggire l’idea di entrare in politica, poi ha smentito e ripreso il discorso in modo abbastanza confuso. Nel suo progetto non ci sarebbe un partito vero e proprio ma un movimento che escluda i vari Vendola, Fassina, Civati e che comprenda, invece, il movimentismo solidale che si muove a sinistra, come “Emergency di Gino Strada, Libera di don Ciotti, Stefano Rodotà, la Rete degli Studenti, i comitati ambientalisti disseminati sul territorio, le esperienze di mutualismo sociale, alcuni settori del Centri sociali”.

Sono movimenti, quelli citati da Landini, che svolgono un ruolo importante nella società, ma non hanno mai pensato ad un aggregato in cui c’è tutto il movimento movimentista. Forse è ambizione di Landini aggregarli tutti per farne una sorta di “movimento” per porsi alla sua guida, ma poi dice di rifiutare la competizione elettorale, lasciando ad altri l’impegno di governare il Paese, fare le leggi, oppure di prepararsi al un’alternativa di governo.

L’impressione che se ne ricava è che in Landini ci sia la volontà di cambiare le cose, ma anche una confusione nell’indicare un’azione per farlo.

In Italia il sindacato ha sempre avuto una dimensione politica. Il “Piano per il Lavoro” di Giuseppe Di Vittorio propose una linea economica e sociale alternativa a quella dei governi centristi. E sul quel terreno si svolsero lotte straordinarie. Quando nel 1955 la Fiom perse la maggioranza alla Fiat, Di Vittorio mise auto criticamente in discussione la politica contrattuale che lui stesso aveva portato avanti. Si trattò di un metodo seguito anche da altri importanti sindacalisti come Lama e Trentin.

Da parte di Landini autocritica non c’è, c’è, invece, la prorompente e incisiva oratoria, dalla quale si arguisce che la colpa di tutto è di Renzi, colpevole, in particolare, di aver rotto il sindacato. Ma se a Pomigliano è stata sconfitta la Fiom, non hanno vinto nemmeno la Cisl e la Uil. Ha perso il Sindacato. Tutto.

E se i partiti su questo fronte non ci sono più, ci vuole un sindacato forte ed unito, l’unico che può difendere i lavoratori, non un movimento imprecisato fatto di tanti pezzi di volontariato, ma un sindacato con idee nuove, un programma, un’azione sindacale, sociale e politica sul terreno dello sviluppo economico, adeguando le sue politiche contrattuali al nuovo che è venuto maturando nel mondo del lavoro.

Tutto questo lo può fare un sindacato più unitario. Se è diviso, come oggi, il sindacato non ce la fa a fronteggiare l’offensiva moderata. Ora Landini cerca una rivincita in future occasioni e ricorda che la Fiom è di gran lunga l’organizzazione più numerosa. Non basta, se il sindacato non trova un terreno unitario, tutti perderanno qualcosa e perderanno soprattutto i lavoratori.

UN PUNTO DI VISTA

UN PUNTO DI VISTA

imagePer chi guarda con simpatia al Partito democratico, c’è sofferenza ogni volta che accadono scontri tra poliziotti e lavoratori. Sofferenza in primo luogo per chi resta ferito, sia esso un poliziotto o un cittadino che scende in piazza. Sofferenza per chi, tra i manifestanti, strumentalizza una protesta legittima, dimenticando il dettato costituzionale: pacificamente e senza armi. Sofferenza per chi, soprattutto nel sindacato confederale e in particolare nella Fiom, soffia sul fuoco accusando pervicacemente, senza prove, le forze dell’ordine di atteggiamenti violenti preordinati (sic!): è successo per gli incidenti di Roma di mercoledì 29 ottobre, e per gli scontri in piazza Castello a Torino di due settimane fa.

Partiamo da un dato inconfutabile: il poliziotto è un padre di famiglia, guadagna 1.300 euro al mese e ci tiene a tornare sano e salvo la sera a casa; durante le manifestazioni viene impiegato per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, il suo scopo è quello di far svolgere serenamente la manifestazione o il corteo i cui organizzatori sanno, preventivamente, che occorre seguire un certo percorso e che talune vie o strade restano precluse.

Tutto viene concordato in Questura e specialmente a Roma si cerca sempre un dialogo preventivo per evitare problemi e incidenti. Nello specifico della manifestazione Ast di Roma, chi è arrivato in piazza Indipendenza sapeva – da giorni – che non poteva recarsi verso la stazione Termini o verso via Molise in direzione Ministero Economia e Finanze.

Giuste o sbagliate, queste erano le prescrizioni. I vari Camusso e Landini sapevano: allora perché quando alcuni lavoratori hanno iniziato con lanci di bottiglie (quando te le vedi arrivare addosso non sai se sono molotov), calci, spintoni e insulti a tentare di sfondare i cordoni di polizia non sono intervenuti per riportare alla calma gli operai? Che cosa dovevano fare gli agenti? Farsi schiacciare e tornare a casa feriti (cosa che per altro è successa), come avviene del resto ogni anno con 6.000 operatori della sola Polizia di Stato che finiscono in ospedale?

Qualcuno ha chiesto al premier Renzi di abbassare i manganelli. Forse, anche a sinistra, da questa parte che si atteggia a sinistra, bisognerebbe riflettere su certe parole. Perché spesso fanno più danni delle manganellate. E, soprattutto, sono più pericolose.

(Questo articolo l’ho preso dal web. Purtroppo ho dimenticato di copiare anche il link dell’autore. Chiedo scusa per questa mancanza imperdonabile, ma l’articolo è scritto molto bene e condivido in pieno quello che dice l’autore).

 

QUANTO SONO SCOMODI QUESTI SINDACATI!

QUANTO SONO SCOMODI QUESTI SINDACATI!

PhotoHandlerCA3RPXY8Strano (mica tanto), ma c’è un legame che unisce Grillo e Monti. Tutti e due hanno in odio i sindacati. Grillo vuole proprio farli sparire, tanto per lui sono carrozzoni inutili e vanno abbattuti come un animali malati, e Monti li vuole soffocare, o quantomeno zittire.

Si vogliono così ignorare almeno 5 o 6 milioni di persone che in questi sindacati sono iscritti. Grillo salverebbe la Fiom, ma dimentica che quel sindacato dei metalmeccanici si chiama Fiom-Cgil e Landini non ha mancato di mandarglielo a dire. Giustamente.

Ma non si può generalizzare. Anche nei sindacati ci sono persone serie e molti lavoratori con il sindacato hanno ottenuto benefici.

Chissà perché questi politici del “nuovo” (Grillo e Monti), hanno in odio i lavoratori. Se si vogliono abbattere i sindacati che li rappresentano in definitiva si hanno in odio i lavoratori.

C’è poca differenza tra chi vuole togliere la rappresentanza dei lavoratori e chi la vuole far tacere. E’ solo una questione di stile, ma la sostanza è la stessa. Tuttavia una piccola differenza c’è, mentre Grillo li vuole abolire tutti, Monti ne vuole zittire solo uno: la Cgil. Come Marchionne.

FATALITA’

FATALITA’

BMPSVieste006_368x368Ogni volta che ci sono le elezioni politiche la sinistra ha sempre tra le scatole una banca. A suo tempo, nel 2006, fu la volta della banca Unipol, dove le parole incaute di un Fassino frastornato, furono centuplicate da tutti gli altoparlanti della destra e si rischiò di perdere di brutto. Spero che, per aver divulgato il colloquio di Fassino con l’allora direttore dell’Unipol, al solo scopo di abbattere l’avversario politico, i fratelli Berlusconi siano condannati severamente. Il processo è in corso o comunque a breve.

Questa volta, 2013, c’è il Monte Paschi di Siena. Banca senese in cui la sinistra senese da sempre ha le mani.  Non so dire se ha sbagliato, o se ha utilizzato fondi per sovvenzionare il Pd, ma pare che ancora una volta la destra voglia usare questa arma per finire l’avversario. E lo farà fino all’ultima ora della campagna elettorale. Aspettiamoci anche i cartelloni di 22 metri sulle nostre strade con su scritto in caratteri enormi: “L’Imu delle pensionate usata per dare soldi ad una banca comunista”.

Beh! Con tanta carne al fuoco a favore della destra, con un Monti che ogni giorno, oltre che a trovare difetti al Pd, circuisce e corteggia il Pdl, oltre che Ingroia che non capisce niente di matematica e sa benissimo che se si presenta anche dove sa chiaramente di non raggiungere neppure il 4%, il Pd rischia davvero tanto. La piccola percentuale di consensi che ha ora, si sta progressivamente sgretolando e alla fine non oso pensare chi potrebbe vincere. Sembra che l’incubo ritorni. Il trio Berlusconi, Maroni, Storace potrebbe avere la meglio. Con buona pace di Ingroia e grillo.

Continuo a nutrire fiducia in un po’ di intelletto degli italiani, ma troppo spesso hanno dato prova di correre dietro solo a chi è ricco o a chi urla più forte. Un buffone commediante che ha governato disastrosamente gli ultimi 8 anni di questo paese, incredibilmente sta diventando di nuovo una star politica e rischia di vincere. Inoltre un Monti irriconoscibile, che tira bordate al Pd e a Vendola ed un Ingroia che imita un grillo assai più convincente, almeno come comico,  finiscono col porgere lo scettro d’oro al buffone commediante. In tutta questa baraonda nulla mi è chiaro, ho l’impressione persino che ci siano accordi sottobanco.

Non so se ne usciremo vivi, ma so che questa campagna elettorale oltre che brutta è certamente imperniata tutta su problemi che non riguardano la gente, i poveri, i precari, i disoccupati, gli operai sull’orlo del  licenziamento, il lavoro, lo stato sociale, la giustizia uguale per tutti, l’uguaglianza e la distribuzione fiscale giusta. Di tutto si parlerà fuorché di quello che veramente interessa ai cittadini.

Comunque sono orgogliosa che il Pd stia dalla parte della Cgil. Mi domando come si faccia ancora una volta a tener testa alla forte controffensiva della classe padronale alla Marchionne, se non avessimo un forte senso di appartenenza ad un sindacato che ci rappresenta e che prende le nostre difese. Già ci mangiano, figuriamoci senza sindacati, ci seppellirebbero allo stato di schiavitù del 1800.

LE PAROLE CHE NASCONDONO LE FREGATURE

LE PAROLE CHE NASCONDONO LE FREGATURE

ilva-taranto2Cominciamo con la parola “privatizzazione”. Per un tempo infinito, e tuttora in auge, si è pensato che privatizzare fosse una cosa meravigliosa, che avremmo avuto solo benefici, che ci saremmo dimenticati delle spese per mantenere carrozzoni inutili.

Ebbene lo stiamo vedendo con l’Ilva di Taranto. Con la privatizzazione, abbiamo dato modo al privato di arricchirsi, di ingrossare se stesso a danno nostro e soprattutto della nostra salute. Il privato senza scrupoli non ha pensato che poteva avvelenare la gente, costava troppo mettere impianti che avrebbero garantito la salute della gente. Ed ora ci troviamo morti, città avvelenate e soldi da pagare. (http://www.lastampa.it/2012/11/28/cultura/domande-e-risposte/qual-e-la-storia-dell-ilva-xAgG7UE5ukR6YVACx9IjQP/pagina.html)

Lo stiamo vedendo con Alitalia, prossima al fallimento. Si è voluto sostenere da parte della destra in particolare, la grande cordata privata purchè italiana, che si è accollata tutti i benefici ed ha addossato a noi i debiti di quella compagnia, ebbene, ora sta fallendo. Potevamo incassare miliardi al tempo di Prodi se la si cedeva alla Francia. Attualmente l’Alitalia sta perdendo 630mila euro al giorno. Nel 2013 tornerà il tormento intorno alla compagnia di bandiera che oggi non vuole comprare neppure l’Air  France (azionista con 20%). Tra le ultime ipotesi quella di una fusione con le Ferrovie dello Stato, cioè in sostanza una nuova statalizzazione.  Si è fatto tutto questo giro per salvare l’italianità dell’Alitalia, privatizzandola, per rimetterci solo milioni e milioni di euro a carico di tutti noi. Inoltre, l’aeroporto della Malpensa che doveva diventare il più grande d’Europa, è ora un fantasma.

Fu chiaro a tutti che i monopoli sarebbero diventati società per azioni, pur restando monopoli. E aggiungiamo le parole di Camusso (Cgil) .«In tempi di crisi economiche ci vuole più pubblico e meno privato». E’ vero, quante cose si stanno risolvendo con l’intervento pubblico? Persino le banche!!!E allora perché la privatizzazione è considerata la panacea dei mali per il nostro paese?

Poi è stata la volta della parola “flessibilità”. Erano gli anni 90. E la popolazione italiana cominciò ad essere bombardata da questa parola, che destava perplessità. Ma c’erano molti esperti che dicevano che sarebbe stata la volta buona per far sì che il nostro paese diventasse più moderno. A partire dal ministro Treu del governo Prodi, la febbre della flessibilità ha contagiato tutti,  con il risultato di produrre oltre quaranta tipi contrattuali di paraschiavitù a tempo determinato. Il paese con la flessibilità avrebbe guadagnato efficienza e ricchezza. Abbiamo visto.

Ora la parola  flessibilità è diventata “flexsecurity”. Viene pronunciata all’inglese, così si aumenta la confusione, la gente capisce ancora meno, e modernizziamo il paese sulla base dell’incomprensione. Cosa vorrebbe dire? Flessibilità e sicurezza insieme? Due cose opposte che si coniugano piuttosto male. Sicurezza di che? Di essere precari a vita, questo è certo e assodato!

Questo è il progetto della riforma del lavoro secondo Pietro Ichino. E Monti ha sposato il progetto. «Per la riforma del lavoro, ci muoveremo con moderazione verso modelli che esistono con successo in Nord Europa a partire dalla Danimarca, che è la più celebrata in termini di flexsecurity (mix tra flessibilità e sicurezza), anche se non diventeremo necessariamente danesi”. Quindi, tutti a Copenhagen a studiare questo modello di successo.  (http://www.ilcambiamento.it/crisi/lavoro_governo_monti_importare_flexsecurity.html). Un tripudio!

Se gli italiani conservassero memoria storica di quello che succede ogni volta che si introducono parole “nuove” cosiddette “moderne” che fanno irruzione sulla scena politica e che vengono ossessivamente ripetute, ma mai spiegate o argomentate con serietà, saprebbero che la fregatura aleggia nell’aria.

GRAZIE SUSANNA

GRAZIE SUSANNA

Sono contenta che a difendere i diritti dei lavoratori ci sia una donna. Una donna che non si lascia intimidire e che parla chiaro.

Con gli occhi stanchi, sintomo di una notte insonne, il segretario generale della Cgil pesa le parole, ma attacca  a testa bassa: «Il governo scarica sui lavoratori , sui pensionati e sui pensionandi i costi delle operazioni che si vanno facendo. Il governo non è minimamente interessato alla coesione sociale. Sull’articolo 18 non siamo davanti ad una semplice manutenzione, ma alla scelta di cancellare lo strumento di deterrenza verso i licenziamenti. Si cambiano i rapporti di potere nei luoghi di lavoro e si mette a rischio il licenziamento dei lavoratori più deboli».

Sull’articolo ormai più conosciuto e dibattuto nel paese il governo ha chiuso la partita. La palla adesso passa al Parlamento.

Per far presto e concludere prima delle elezioni amministrative, i principali sgradevoli esponenti del Pdl tipo Sacconi e Gasparri, vogliono che Monti faccia un Decreto Legge, da sbrigare subito, magari con la fiducia e vogliono approfittare delle difficoltà del Pd, per spaccarlo.

Ci sarà la spaccatura definitiva del PD? Forse, ma comunque lo si spacchi la maggior parte degli iscritti  e degli italiani del centrosinistra, resterà con chi non è disponibile a dare il voto ad un governo che fa scelte di destra.

Il controsenso sta proprio anche qui, Bersani ed i suoi hanno voluto un governo tecnico per mandare a casa Berlusconi, non hanno voluto andare alle elezioni, ma adesso si ritrovano una bella patata bollente tra le mani.Non era quello che si aspettavano. Questo governo sta attuando la lettera della Bce esattamente nella direzione che avrebbe scelto Berlusconi.

MAURIZIO LANDINI

MAURIZIO LANDINI

Ho  ascoltato, pochi giorni fa, Maurizio Landini a Sky Tg24. Si parlava anche dell’articolo 18, che ormai tutti vedono come un intralcio alle assunzioni, al lavoro in genere, ed è diventato un mantra. Alla fine nessuno ci capisce più niente.

Ma da persona intelligente qual è, Landini,  ha spiegato bene, come stanno alcune cose  nel nostro paese, con parole chiare, con parole che mi piacerebbe sentir pronunciare anche da Monti e dai suoi ministri.

«Gli investimenti esteri  in Italia non sono possibili non per colpa dell’articolo 18 ma per il pizzo che le imprese debbono pagare alle mafie pubbliche e private, e il futuro del paese sta qui, nella capacità che avremo o  non avremo di far diventare trasparente l’insieme delle nostre attività economiche, liberandolo da questa ipoteca delinquenziale».

Persino l’ambulante di Napoli ha protestato contro il blitz della Finanza dicendo che i commercianti napoletani pagano già il pizzo e che non  resisterebbero se dovessero pagare anche le tasse.

C’è un rapporto stretto nel nostro paese tra corruzione, mafia ed evasione fiscale. L’evasione fiscale e la corruzione clientelare e mafiosa sono parenti stretti perché la corruzione si alimenta con i fondi  neri e perché tutto in nero è il guadagno mafioso, che cresce anche in tempi di crisi economica.

[Invito della Fiom per il 9 marzo a Piazza San Giovanni http://www.lettera43.it/politica/40372/landini-lo-sciopero-del-9-marzo-e-l-inizio-della-lotta.htm]