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LE BIGLIE

LE BIGLIE

Giocavamo con le biglie di vetro, bellissime, colorate e screziate. Dappertutto, nell’aia, sulla spiaggia, al fiume sopra un po’ di sabbia, per la strada e anche (ma molto più difficile) sull’erba del prato.

Era più che altro un gioco da maschi e le biglie di quando ero bambina io erano di vetro, colorate e bellissime, molte erano trasparenti, altre marmorizzate, poi arrivarono quelle di plastica, assai più brutte, ma meno costose.

In alcune, dentro c’erano le foto dei giocatori di calcio o dei ciclisti, che al sole sbiadivano rapidamente e se buttate nell’acqua di mare, si scolorivano del tutto.

Però il gioco piaceva, le piste nella sabbia, o costruite sulla terra brulla, con muretti e ponti per aggiungere difficoltà alle corse.

Piaceva e piaceva anche ai grandi.

Una volta erano un gioco, un sogno, un caleidoscopio immaginario per i sogni di crescita.

Ma le biglie di vetro, con quei colori, quegli arcobaleni rimandati e franti dallo spessore del vetro, molto ricercate, non sono scomparse del tutto, oggi stanno in una coppetta, su una mensola, nel tinello.

Fanno parte di un panorama distratto, evocano soltanto un briciolo di allegria, se un raggio di luce le colpisce. E anche una infanzia felice.

L’allegria che danno i colori. Come il rosso intenso del pomodoro, il verde del basilico, il melone arancio e le pesche scherziate dell’estate.

Così passano le stagioni.