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RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

Dalle parole dei principali (si fa per dire, perché lì sembrano tutti principali o padroni), mi pare di aver capito che la campagna elettorale  del neonato Mdp sarà centrata solamente nella insistenza di convincere gli elettori di sinistra a non votare Pd.

Il perchè, secondo loro, è che Renzi, dopo le elezioni farà il governo con Berlusconi, portando quindi il partito a destra, mentre votando per loro (Art 1 Mdp), la sinistra rimarrà identitaria e alternativa.

Alternativa a chi? Al Pd? E che razza di identità sarebbe così frantumata?

Infatti non sembra alternativa a Berlusconi e alle forze di destra, ma solo al Pd.

Perciò omettono sempre di dire che, questo comportamento, in realtà, fa vincere senza ombra di dubbio o la destra berlusconiana o il populismo di grillo.

E’ chiaro che solo votando in massa Pd, possiamo scongiurare un accordo con FI e l’avvento spaventoso di un becero populismo ignorante.

Ma quel Bersani che diceva sempre che Renzi governava con il ” suo” 25%, com’è che ora nei sondaggi non arriva al 3%  (2,7%) e il Pd al 30%, che cosa pensa di valere ora?

Altro fenomeno! D’Alema. Di fronte all’evidenza dei numeri, sia quelli risultati dalle primarie del Pd, sia quelli che vengono attribuiti al nuovo partito che avrebbe dovuto “rifondare il centrosinistra”, D’Alema da una parte descrive il Pd come il Partito comunista nordcoreano, visto che nessuno, secondo lui, si azzarderebbe a dire la verità sul renzismo per non finire vittima di repressioni indicibili, e dall’altra rispolvera un grande classico: Renzi non è altro che Berlusconi, un’altra destra sotto mentite spoglie.

Senti chi parla! Uno che ha fatto qualsiasi cosa per Berlusconi, persino gli ha regalato Mediaset, l’ha fatto vincere, nel 2001, con un margine di voti “bulgaro”, non ha idea di quello che sta dicendo. O è solo invidioso e l’invidia produce il male, lo si legge negli occhi.

Io ho terminato gli anatemi verso questi personaggi.

E sinceramente ne ho abbastanza.

IO AMO CHI RISCHIA

IO AMO CHI RISCHIA

Ho ripreso la tessera del Partito Pd, nonostante le delusioni patite in questi ultimi tempi. Nonostante la protervia di alcuni personaggi che non amano il paese, ma guardano solo al loro ombelico, tengono alla loro visibilità e che se ne sono andati, ovviamente portandosi dietro alcune persone. Forse poche, ma un piccola percentuale, che consentirà loro, con una legge elettorale proporzionale, di ottenere la poltroncina.

Questi personaggi dalla idea fissa, insieme  al  loro esternare nei talk, ci danno lezioni di politica, e i vari giornalisti o pseudo tali, che li invitano, accettano e tacitamente ne condividono l’agire.

Sentir parlare di democrazia da chi, quando era nel Partito in minoranza pretendeva di imporre la sua linea politica appare assai risibile. Mi è difficile trovare anche cosa vi sia di progressista in chi il 4 dicembre ha deciso di riconsegnare il paese alla sua preistoria. Politicamente questa comune di trombati non esprime uno straccio di programma.

Proprio per questi comportamenti che non ho capito e che mi hanno fortemente deluso, ho deciso di sostenere il progetto politico di Matteo Renzi e la sua candidatura alla segreteria del PD. Non sosterrò Orlando, perché mi sembra assai simile a coloro che se ne sono andati. Stessa flemma.

Il progetto di Renzi lo trovo più adeguato ai tempi e alla cultura di questo paese.

L’unico che può salvare questo paese e l’Europa dalla deriva xenofoba e razzista delle destre estreme.

Io amo chi rischia, chi dà soluzioni, elencarle solamente non serve.

Amo chi fa, non chi teorizza, e chi, facendo, talvolta può sbagliare. Chi sa perdere e sa chiedere scusa, ma anche chi è sufficientemente sfrontato Gli sfrontati mi appassionano, perché sanno trascinare col loro sorriso e perché hanno il coraggio di agire.

Amo l’imperfezione, il carattere, anche le debolezze di chi osa.

Lo dichiaro apertamente perché detesto ambiguità ed equidistanze che nella mia pratica politica non sono mai esiste.

Ho fatto la tessera per me, pensando al futuro dei nostri giovani, e ricordando con immenso affetto mio padre, ai valori che mi ha insegnato e sempre praticato.

La dedico a lui al suo impegno, alla sua fatica e alla sua onestà, a mia madre, alla nostra storia familiare, alla loro e alla mia passione politica.

Alla voglia di esserci per contare e decidere del nostro futuro.

IL DENTE BERSANI

L’UMILIANTE FINE DI BERSANI

Dice il proverbio: “La lingua batte dove il dente duole”. Ed è veramente così. A me duole molto il dente “Bersani”, per il dispiacere di vederlo finito, e in quel modo. Quel mio bravissimo ex presidente della regione, che non riesco più a riconoscere.  Capisco che il Pd a guida Renzi abbia fatto errori, tuttavia Bersani è uno che sa fare politica sul serio, non ha fatto altro nella vita e sa anche che si possono fare errori. Ma, per le decisioni che sta prendendo, non lo seguirò più. Troppa la delusione, troppo grande il dispiacere.

I motivi ci sono.

Quando ha capito che la sua battaglia dentro il Pd sarebbe stata perdente, perché il consenso di Renzi era troppo forte, ha scelto di uscire, bollando lo stesso Renzi con il marchio di infame.

Con la sua uscita si è bruciato tutti i ponti alle spalle. Se, per caso, decidesse di rientrare nel Pd, i suoi ex compagni non ucciderebbero il vitello grasso, come il ritorno del fratello maggiore, ma lo ricaccerebbero, tanto li ha offesi e vituperati.

E così, per sua scelta che non ho capito, è diventato un uomo che, con una storia di sinistra, amici di sinistra, non può più tornare a sinistra, nel Pd e non può nemmeno pensare di farci, un domani, alleanze.

A questo punto, può solo andare verso quella sinistra che ci troviamo oggi, che è una foresta frammentata di piccole formazioni, molto colorite, ma del tutto inconsistenti sul piano politico. Tutto materiale fragile, piuttosto rissoso, insofferente verso qualsiasi leadership, il meno adatto per fare politica sul serio, e con un consenso, per ora, sotto la linea del 10 per cento, sommandoli tutti.

Ed ha avuto una illuminazione. La possibilità di una rivincita rincorrendo il Movimento 5 stelle, perché, secondo Bersani, dopo le elezioni avranno una consistenza tale da consentire di fare un governo insieme, e quindi di fare politica. Di fare quella cosa che sa fare e aspira a continuare a fare.

E non ci pensa due volte. Per prima cosa cerca di legittimare i 5 stelle, dimenticando tutto. Dimenticando che Grillo è una S.r.l, dimenticando la Casaleggio associati, dimenticando che razza di democrazia diretta viene esercitata, dimenticando gli assalti in parlamento, dimenticando le scie chimiche, i vaccini, le sirene, i chip sotto pelle e tante altre insulsaggini pericolose.

Si convince che, certo, saranno quello che saranno, ma sono l’unico argine contro una possibile destra eversiva e violenta (così ha detto di recente).

A questo punto cerco di capire quale sia, in Italia, questa destra eversiva e violenta, escludendo la compagine di Grillo perché ritenuta affidabile e con cui ci si può alleare per governare.

C’è Casa Pound, è vero. Ma quanti sono? Non ne ho la più pallida idea. Certamente non un esercito da far paura.

C’è la neomamma Meloni, con i suoi fratelli. Anche lì si possono contare facilmente. Basta una calcolatrice a mano. Anche se ci aggiungiamo Alemanno, Storace e pochi altri, non è che si formi una folla.

C’è Salvini, più forte, col suo esercito che non si raduna più così volentieri a Pontida e non indossa più l’elmo dei vichinghi, uno strano esercito che si allena volentieri al bar davanti ad una birra e sogna la sua Europa, pensa con nostalgia alla lira, e ancor di più alla sua terra del Nord ed ha l’ossessione del “diverso”, qualunque diverso: gay, nero, bianco del sud, musulmano, africano comunque, ecc.. In ogni modo  Salvini è quel che è, però ci mette la faccia ed è il capo della lega reale e non un capo travestito da garante. Paradossalmente è più democratico di Grillo. Tutto questo anche a dispetto di Bersani.

È questa sarebbe la destra eversiva e violenta che vede Bersani? Non credo, sarebbe ridicolo. E allora che cosa rimane? Forza Italia? Ma Bersani sa che forza ha questa Forza Italia di oggi, sa quanto è cambiata e sa quanto si è indebolita. Gli fa paura lo stesso?

Però, a pensarci bene, una vera destra c’è. Ed è quella che Bersani indica come argine: i 5 stelle.

Non perché siano pronti a menare le mani o a fare chissà che, ma perché sono fascisti. Perché non hanno alcun rispetto delle norme costituzionali, non hanno democrazia interna e soprattutto sono convinti che l’Italia del futuro debba essere una società pastorale, povera, collocabile, in una decrescita felice, negli anni del primo novecento, quando si lavorava la terra in dolce felicità, si moriva di difterite e morbillo, o di polmonite e tbc, come al tempo del fascismo.

E il benessere, semmai se ne sentisse il bisogno per il popolo felice nella povertà ritrovata, verrà dalle stampanti di denaro, la bellissima lira, grande come un foglio di quaderno. Il tutto sotto la dittatura di un comico cui piacciono solo i suoi, che sceglie le persone a cazzo di cane e di una S.r.l. che cerca di far quadrare i propri bilanci.

Ma il povero Bersani è fuori strada, ancora una volta.

I 5 stelle lo hanno già mandato a quel paese una volta. Non hanno voluto fare accordi con lui nel 2013, quando contava parecchio, e non lo vogliono oggi, quando non conta più nulla. Quando è un specie di esule in patria, un caso umano prima che politico.

Le sorprese non mancano mai, e forse, nel caso di un governo a 5 stelle, potrebbero anche imbarcarlo, ma giusto come alibi, per coprirsi un pochino a sinistra.

È questa la possibile fine di Bersani, di un uomo che stava per diventare presidente del Consiglio?

Mi rifiuto di crederlo.

Da ultimo vorrei ricordare a Bersani che sia l’Appendino a Torino, che la Raggi a Roma, non hanno presenziato alla commemorazione dei morti a causa del fascismo. Vorrei chiedergli se si sente a proprio agio vicino a queste persone. E se tutta la sua vita di antifascista e comunista, può essere rinnegasta così, in un lampo, per un rancore incomprensibile e per l’odio verso il proprio segretario di partito, segretario scelto da una percentuale altissima di votanti.

IERI E OGGI

IERI E OGGI

gli-alleati-della-destraSpero che gli alleati della destra di oggi, destra di cui fanno parte anche i devoti del blogghe, facciano la stessa fine di quello di ieri. Ho lasciato Emiliano nell’immagine perché assomiglia tanto al famoso “cavallo di Troia”. Restare per distruggere. In effetti il pm pugliese è strano, molto strano. E’ andato a cena con Berlusconi, ma dice che non farebbe mai un governo con lui, ma solo coi grillini. Tant’è vero che, per avere un voto in più (forse nelle prossime primarie del Pd) sul problema vaccini ha dato ragione ai grillini, infischiandosene della salute delle persone.

Siamo messi così, nel pianeta dei matti.

Scrive Mattia Feltri su “La Stampa”

Notizie dal pianeta dei matti. Luigi Di Maio ha detto che il Pd ha fatto danni come una guerra mondiale, e al tramonto dell’impero i cortigiani arraffano quello che possono. Michele Emiliano, candidato alla guida del Pd, ha detto che non farebbe mai alleanza con Forza Italia ma coi Cinque stelle sì, forse sui presupposti offerti da Di Maio. Miguel Gotor, senatore uscito dal Pd, ha detto che Luca Lotti dovrebbe dimettersi per coerenza, come furono fatti dimettere Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi. Il ministro Maria Elena Boschi, che invece non fu costretta alle dimissioni, sebbene molti gliele chiedessero per l’inchiesta sul padre in Banca Etruria, ha annunciato che il padre è stato prosciolto.

L’ex direttore del Quotidiano della Calabria è invece stato condannato perché il giornale definì d’assalto il pm John Henry Woodcock a proposito dell’indagine su Tempa Rossa, per cui si era dimesso il ministro Guidi e poi finita in nulla; la Cassazione ha stabilito che è diffamatorio definire d’assalto Woodcock perché ne vulnera gratuitamente la dignità, e però è legittimo sottolineare la negligenza in diritto amministrativo e civile del medesimo Woodcock. Che ora è tornato in prima pagina per l’inchiesta Consip e le sue spettacolari fughe di notizie, spettacolari come quella su Antonino Ingroia, ex pm antimafia che deve rispondere di spese allegre da manager della Regione Sicilia. «Qualcuno ha dato la notizia in pasto alla stampa», ha detto Ingroia, che per la stampa del pianeta dei matti fu boccone prelibato.

 

RICUCIRE

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Che cosa c’è da ricucire nel Pd oggi? Nulla. Il Pd è già stato calpestato, sfasciato e “sfruttato” fino allo sfinimento. Ora basta.

Perché continuare a inseguire Bersani e D’Alema, regalando loro il partito?

Probabilmente io non ho a cuore il Pd, ma sinceramente non capisco tutti questi appelli alla unità del partito.

Sul paese si abbatterebbe una sciagura, si dice, vincerebbe il populismo, ma è ovvio, per chi osserva questi fatti, che ne sarebbe la logica conseguenza, tuttavia, la separazione effettiva e vera è avvenuta con il referendum del 4 dicembre.

In quell’occasione la minoranza del Pd, quella che odia Renzi, si era schierata contro la proposta di referendum del governo diretto dal proprio partito e aveva festeggiato quando Renzi era stato sconfitto.

Non c’è più nulla da aggiungere e soprattutto bisogna smetterla con questi appelli all’unità. Ora basta. Si va avanti anche senza quelle palle al piede e sicuramente meglio.

Oggi la sinistra, quella tanto sospirata sinistra e sostenuta anche dalla compagnia di Bersani, in Italia (e anche nel mondo, vedi Trump), ha un nemico, che non è il capitalismo del 1800-1900, ma il populismo di Grillo, di Salvini, della Meloni.

Proprio lì si concentra tutta l’incultura del mondo contemporaneo, il populismo a cui stiamo assistendo e al quale diamo tanta voce attraverso tutti i media possibile, è il moderno fascismo.

L’abbiamo visto a Roma ieri, nelle manifestazioni dei tassisti.
Per quale motivo tra chi protesta perché non piace una disposizione di legge, si insinuano elementi pericolosi di destra estrema, armati di pugno di ferro, trasformando una manifestazione corporativa in una guerriglia?

Qualcuno la colpa ce l’ha per tutto questo e in parte anche quella sinistra che non dovrebbe avere niente da spartire con chi vuole tirare su dei muri, mettere dei dazi e rastrellare tutti i “diversi” e buttarli a mare e nemmeno con quella destra estrema che grida “li uccidiamo noi”.

Non è questione questa di destra o sinistra, ma di civiltà.

Eppure, si sprecano gli appelli per ricucire chissà che, ci si mette in ginocchio e si prega Bersani e D’Alema e altri di non andarsene dal Pd, quando questi ultimi hanno il chiodo fisso di voler dialogare col populismo, dimostrando un’ingenuità straordinaria, quella di credere che sia possibile recuperarlo alla democrazia.

Fanno pena queste persone, cito Bersani per tutti, che con una ingenuità che fa quasi tenerezza, si rivolgono a coloro che sputano loro in faccia.

Non riesco a comprenderli e non so capacitarmi che, persone piene di dignità come Bersani e altri, per recuperare un populismo particolare, quale quello del comico genovese, con l’intenzione e trasformarlo in democrazia, ci si debba abbassare al punto di accettare condizioni di parafascismo non condivisibile ed inconcepibile, per una sinistra davvero tale. Non è possibile trasformare un populismo in democrazia, correndogli dietro. Ditemi che senso ha.

Una sinistra che abiura il proprio segretario, perché ha cercato di fare riforme difficili, ma che si prostra verso chi non ha nulla di dialogabile e flessibile, non so che sinistra sia. E mi domando se veramente tiene a questo paese.

Davvero strano e inconcepibile per me, a meno che non lo si legga come l’espressione del peggior rancore che si possa covare in seno, contro Renzi.

Qualcuno mi dirà che comunque il Pd è andato a “pitoccare” alla destra, ha preso nel governo pezzi di destra, ha ascoltato Verdini e compagnia, ha fatto persino cose di destra, come andando a toccare l’intoccabile e venerabile articolo 18, quindi non c’è niente da meravigliarsi se altri, come Bersani, fanno la stessa cosa verso il seguaci del blogghe. Ma con quale destra il Pd ha dialogato? Certamente non quella strana e fuori contesto, capitanata da Salvini e Meloni.

Ma, se osservati bene, i populisti guidati dal comico genovese, non sanno nulla della democrazia, nulla dello stato moderno delle cose, nulla del paese e sono somigliantissimi a Salvini ed estremisti di destra. E, almeno è quello che credo io, il populismo grillino è molto più pericoloso per il futuro del nostro paese.

Il rinnovamento, pertanto non può che passare quasi solo attraverso il Pd depurato, pulito con una classe dirigente che oggi non c’è. Si prendano sindaci, assessori, giovani democratici, animatori dei circoli, si giri per il paese e si troverà una miriade di gente capace, in grado di amministrare bene e di mettere in campo idee nuove.

Lo si faccia con un Pd rinnovato, con un Pd che ascolti la gente, che non è quella che segue Bersani. Per capirlo basta stare in mezzo alle persone.

Forse le mie sono solo parole al vento, ingenue e poco realistiche, sappiamo che con la scissione rischiamo di trovarci i seguaci del blogghe comico genovese al governo, con il blogghe stesso seduto a tavolino a dare ordini attraverso internet.

Può succedere e vedremo quanto durerà.

Quello che conta adesso è non aver paura di quello che potrà succedere, ma cercare di riformare il Pd, per far sì che sia davvero quel partito che riesce a salvare il paese dal disastro che si prospetta.

NON SUBITO, MA DOMANI FORSE

pd_spaccatoNON SUBITO MA DOMANI FORSE

L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo.

Sembra che il gran giorno della scissione sia domani. E nemmeno é chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

Insomma, essere il Macron Italiano e avere un futuro, significa avere il coraggio di far fare agli italiani quello che non vorrebbero mai fare: vivere dentro una società competitiva e meritocratica. Basta posticini ottenuti grazie allo zio prete, basta diplomi e lauree a tutti, basta rendite di posizione. Basta infine a un milione e mezzo di persone che vivono di politica, cioè di soldi pubblici. La democrazia non richiede un esercito così vasto di nullafacenti.

Se Renzi ha in testa queste cose, può anche “non vincere” le prossime elezioni. Andranno a cercarlo, tre mesi dopo.

(Giuseppe Turani)

DUE ANNI FA: RENZI?… FACCIAMOLO FUORI

DUE ANNI FA: RENZI?… FACCIAMOLO FUORI

1797592_557551894353061_1989607330_nLa “Grande Caccia” al premier, l’immagine è di Federico Geremicca che la stampa sulla prima pagina de “La Stampa”. Il giornalista si dice sorpreso non tanto della “caccia” fucile spianato di un partito, il Pd, al suo leader e premier. Questo, rileva Geremicca, è nella tradizione. Prodi, D’Alema, Veltroni, Letta e ora Renzi: tutti fatti fuori e fatti bersaglio dal partito, o  meglio dalla incerta e instabile federazione di “parti”, che si chiama oggi Pd e ieri Ds o Pds o peggio “Unione”.

Geremicca un po’ stupisce della caccia urgente e immediata, insomma al Pd proprio “gli scappava” di sparare, e non a salve, al suo leader e premier. Matteo Renzi è presidente del Consiglio dal 25 febbraio 2014, segretario Pd dal dicembre 2013. Neanche un mese da premier e, come scrive Geremicca, ” rullano i tamburi di guerra, la caccia a Matteo Renzi è ufficialmente aperta, le tribù del Pd si sono armate e messe in marcia”. Il tam-tam delle tribù del Pd dice di villaggio in villaggio: Renzi, facciamolo fuori.

Tante, molte tribù. Quella degli astiosi offesi nell’onore e nell’onere. Pippo Civati e soprattutto Enrico Letta che non si fanno trovare alla Camera a votare la legge elettorale, più che un dissenso politico sulla legge, sono la dichiarazione che la legge è di Renzi. E quindi, siccome è di Renzi, non la votano.

Civati l’alternativo, quello della maggioranza sognata con Sel e un po’ di M5S e Letta il moderato pragmatico, quello del governo con Letta e all’inizio anche con Berlusconi, su un punto si trovano uniti: conta meno che il paese abbia o no una legge elettorale, conta più il non mischiarsi, il non aver nulla a che fare con Renzi. Non proprio statisti, né Civati e si sapeva, né Letta e non era il caso di saperlo. Entrambi però esponenti del vasto partito che avverte e proclama: Renzi re Mida a rovescio della sinistra, dove tocca non solo sbaglia, anzi inquina.

La tribù dei bersaniani, per loro Renzi è solo e soltanto l’usurpatore.

La tribù dei lettiani che produce ultimo fiore quel Marco Meloni cui, non a caso, M5S in aula regala il suo tempo, purché parli contro Renzi e a favore delle preferenze.

Le grandi madri sante Rosy Bindi e Susanna Camusso che Renzi l’hanno mai riconosciuto come prole legittima e su cui hanno scagliato infausta profezia sulla legge elettorale, manifestano uno “schifo” non molto diverso dalla “schifezza” denunciata da M5S.

E intorno alle tribù del Pd, i sinistri-sinistri alla Fassina e Cofferati che hanno un programma economia che è quello di Tsipras, i custodi della “ditta”, gli amanti inconfessabili del proporzionale e anche del Porcellum, gli anti inciucio senza se e senza ma, le donne parlamentari violate nella loro naturale parità di seggio.

Sì, un cerchio intorno al quale c’erano le grandi e nobili e riconosciute tribù della politica italiana.

Peccato.

Peccato per tutti. Matteo Renzi è probabilmente un illuso, di certo un presuntuoso. E forse perfino un incompetente in arte e pratica di governo (l’ha detto niente meno che Lucia Annunziata, notoriamente da tempo sperimentata in ruoli di governo).

Forse Renzi è illusione, aria fritta che presto diventerà aria stantia. Qui ci vorrebbe un bel mae,  invece,  aggiungiamo un e.  E il paese suo e nostro, l’Italia, è un paese probabilmente perso. Perso per ogni ipotesi di governarlo, governarlo è praticare accanimento governativo su un corpo sociale e politico ormai ingovernabile. Quale sarà il nostro futuro economico e sociale lo decideranno cose più grosse e sistemi più governabili di quanto non sia l’Italia e le cose italiane.

Un paese che intristisce, il cui il sindacato della papessa medioevale Camusso incupisce perché forse qualcuno aumenta il salario ai lavoratori dipendenti.

Un paese dove Confindustria e sindacati, Rete Impresa e lavoratori autonomi, rete dei governi locali e senatori tutti fanno opposizione contro tutti.

Un paese il cui ceto politico fa finta di volere una legge elettorale “democratica” e in realtà vuole solo che si voti il meno possibile. Un paese in cui l’alternativa anti sistema se ne lava le mani di ogni possibile cambiamento al sistema.

Un paese così non fa fatica, non sorprende che abbia un partito politico, il maggiore, intento a dare la caccia per farlo fuori al suo leader e premier.

Pierluigi Bersani: “Ho salvato il mio cervello ma non lo do a Renzi”. Ecco, Bersani si sente un eroe di chissà quale resistenza con la minuscola, in realtà è solo un cacciatore, un battitore capo della Grande Caccia.

(Tutto questo accadeva il 03/12/2014. Cos’è cambiato nel sentire comune di questi personaggi? Nulla.)

E adesso che domenica prossima 4/12/2016 si va a votare il referendum senza quorum sulla riforma costituzionale, nata comunque anch’essa dopo milionate di emendamenti ed anni e anni di discussioni e di ping-pong tra Camera e Senato, la destra feroce, casapound, fratelli d’Italia, la lega, il centro destra deluso, quelli del Pd che non hanno un minimo di riconoscenza verso Renzi, ma solo frustrazione, la sinistra rancorosa, invidiosa, superdivisa e vendicatrice, nonché le associazioni sindacali, l’anpi, presidenti di Regione eletti con Renzi e i prolifici bugiardi parolai strafotenti grillini, si uniscono in un unico branco di lupi, contro un uomo solo Renzi, che con una determinazione, coraggio e fermezza che veramente sbalordisce, porta vanti il compito che gli fu affidato dal Presidente della Repubblica, e per il quale prese la fiducia di tutto il parlamento per riformare il paese e renderlo più affidabile, è una roba che succede solo in Italia. Governare questo paese, è veramente praticare un accanimento “terapuetico”.

 

SONO GLI STESSI

SONO GLI STESSI

Sentire gli esponenti di FI, della lega e dei neri cespugli di destra dire che se vince il SI’, la riforma concede troppi poteri al presidente del Consiglio, o che esiste il rischio di una deriva autoritaria, è proprio una barzelletta. L’art. 95 della Costituzione, quello che attribuisce le competenze e i poteri al presidente del Consiglio non cambia. Non cambia. Ciò significa che proprio non l’hanno letta questa benedetta riforma che voteremo.

Questi sono gli stessi che hanno proposto agli italiani, nel 2006, una riforma costituzionale in cui il presidente del Consiglio aveva il potere di sciogliere il parlamento, di mandare a casa ministri, uno due o tutti, poteri che, per Costituzione, sono in carico solo il presidente della Repubblica. Cambiavano, con la loro riforma, le basi della Costituzione. E adesso se ne sono dimenticati: “temono l’uno solo al comando”.

La riforma attuale modifica il funzionamento degli organi statali,  e comincia dall’art. 55 in poi, lasciando immodificati quelli che riguardano i vari poteri, legislativo, giudiziario ed esecutivo. Bisogna leggerla per capirla, altrimenti si parla per sentito dire o a vanvera.

La riforma che andremo a votare il 4 dicembre prossimo, quindi, non cambia il potere del presidente del Consiglio e neppure quello del presidente della Repubblica. Cambia il modo di eleggere il presidente della Repubblica, rendendolo più vincolante E meno male!

Sono gli stessi che hanno approvato il “porcellum”, la legge porcata che non consente di avere la stessa maggioranza alla Camera e al Senato, legge che ha creato un’infinità di problemi di governo, tanto che Prodi, nel suo anno di governo, non è riuscito a fare quasi nessuna legge.

Sono gli stessi che hanno votato che la minorenne marocchina era nipote di Mubarak, una assurdità sostenuta davanti agli altri parlamentari, e a tutto il paese, con una faccia tosta incredibile.

Sono gli stessi che hanno portato il paese ad essere la barzelletta dell’Europa, e del mondo.

Sono gli stessi che hanno portato lo spread a oltre 500 punti di differenziale.

Sono gli stessi che hanno accettato il diktat della parità di bilancio,  e l’hanno fatto votare in parlamento mettendolo nella Costituzione.  E, disgrazia nostra, votata anche dal Pd dell’allora segretario smacchiatore di giaguari!

Sono gli stessi che hanno accettato le imposizioni della commissione europea sulla sovranità italiana.

Sono gli stessi che ora hanno il coraggio e la spudoratezza di riproporsi come salvatori, dopo aver declassato il nostro paese al livello più basso di fiducia e stima in Europa e nel mondo.

È proprio vero che gli italiani hanno memoria corta. Possibile che ci siano persone di sinistra che accettano di votare con personaggi simili? Sì, incredibilmente succede, per un unico scopo: mandare a casa Renzi per riprendersi quello che ritengono di aver perso.

Tutti gli arzigogoli che inventano a difesa del no alla riforma, sono solo fumo negli occhi, per toglierci la capacità di vedere alla fine qual è il vero scopo del votare no.

Ma è un gioco ad arte.

Si vuole indebolire Renzi, per costringerlo a restare, nel caso di vittoria del no, per farne un burattino da strapazzare a piacimento.

A questo Renzi, che è un vero boy scout e sa che cos’è l’onore e il rispetto, non ci sta. Il suo motto è “lasciare il mondo meglio di com’era prima”. Siamo sicuri che non resterà a condizioni diverse. E ne siamo contenti.

Berlusconi ha detto che il 5 dicembre (convinto che vincerà il No) si siederà al tavolo della trattativa con me. Sappia che a quel tavolo ci troverà Grillo e D’Alema non me.
Matteo Renzi

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IL VULNERABILE RENZI

IL VULNERABILE RENZI

renziÈ facile evidenziare i difetti di un 40enne che da sindaco di una città famosa, ma provinciale, ha scalato un partito “antico” e poi è arrivato al governo.

E’ facile trovare ambizione e testardaggine, basta dimenticarsi i perché. Basta non ricordare la segreteria Bersani, come ha gestito la campagna elettorale del 2013, come ha sottovalutato la demagogia di Grillo e infine l’ignavia assoluta del governo Letta, generato solo per galleggiare senza prendere decisioni, sempre sperando nel miracolo di uno sgonfiamento grillino.

In questo paese non si chiamano mai i problemi con il loro nome, ma si parla di altro, si confondono le parole e i contenuti: per le unioni civili si parlava di bambini, per la Tav si parla di amianto, per la riforma del lavoro si parlava di licenziamenti, per investitori che hanno perso si parla di risparmiatori ecc.
Renzi è vulnerabile come il nostro paese.

Ci serviva un leader più navigato e comprensivo? Forse!

Non sono sicura che dopo tanti anni di lassismo governativo non ci volesse un po’ di “testardaggine giovanile” senza tentennamenti. Non sono sicura che ci volesse ancora l’incertezza, senza coraggio.
Saranno gli italiani, entro la primavera del 2018, ma forse anche prima, a distinguere tra la politica di questo governo e le menzogne di Grillo, Salvini e accoliti.
Resto una cittadina democratica che vota scegliendo per me e per il paese chi ritengo sia meglio, non augurando a nessuno salti nel vuoto. Dunque, in questo momento, non ho dubbi: il vulnerabile Renzi resta l’unica scelta.