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C’È CHI È RIMASTO CON L’AMARO IN BOCCA E LA SALIVAZIONE A ZERO

C’È CHI È RIMASTO CON L’AMARO IN BOCCA E LA SALIVAZIONE A ZERO

Sono curiosa di sapere dov’è finita l’armata antirenziana e che cosa sta pensando di fare ora.

Non sono passati molti giorni dalle elezioni, è vero, ma mi sembra che il silenzio sia assordante.

Tutti quelli che invocavano l’impiccagione pubblica di Renzi, e che avevano gridato a gran voce di essere in grado, dopo la morte di Renzi, di risollevare le sorti del paese in brevissimo tempo, sembrano aver perso la voce.

Qualcuno sta pigolando è vero, perché ospite della solita tv7, qualcosa riescono a dire, ma su come dare la desiderata e agognata scossa salutare a questo paese come si erano ripromessi, dopo l’allontanamento dell’arrogante dittatore, unico detentore del potere, parolaio fiorentino, e rovina di tutto, non è dato sapere.

Bersani e D’Alema che ci spiegavano come ricostruire in tre mosse il Pci, quello vero originale, forse si sono ritirati per meditare. Ci avevano promesso che, senza Renzi, erano capaci di fare la riforma costituzionale in tre mesi e una nuova legge elettorale in tre settimane. Li avete visti? È adesso che debbono parlare altrimenti quando?

Emiliano, quello che ha praticamente distrutto il Pd pugliese e dopo essersi classificato ultimo per gradimento tra i presidenti di regione, ha smesso di mangiare le cozze pelose e forse adesso si è dato alla lattuga bollita.

Grasso sta aspettando nel suo salotto di casa che gli arrivi una telefonata, almeno una, ma pare che il telefono resti muto. Forse vive un momento di depressione.

La Boldrini, in mancanza di lavoro, si manda i tweet da sola, così ha l’idea che qualcuno la consoli.

Travaglio è il più sconsolato di tutti. E’ in una crisi di astinenza tale che darebbe un rene perché Renzi ricoprisse una carica di qualunque tipo, magari una vicepresidenza alla nettezza urbana, pur di poterlo criticare.

Berlusconi. Beh! Berlusconi vuole bene a Renzi, ne ha una nostalgia pazzesca e ogni volta che porta Dudù a fare la passeggiatina salutare chissà perché si ritrova sempre a passare davanti alla porta del Nazareno e prova una feroce nostalgia dei bei tempi.

Insomma tutti questi che vivevano del veleno antirenziano, già si sentano orfani di Renzi e ne provano una grande nostalgia. Ah! Se tornasse, tornerebbero a vivere!

Ma Renzi tace, non si fa vedere, non fa annunci, scrive solo qualche tweet, che pochi leggono perché non sono granché attaccabili.

E questo silenzio fa crescere ancora di più la bile perché non sanno che cosa Renzi stia pensando, se ritornerà o no, se inventerà qualcosa d’altro o resterà nel Pd, insomma sono rimasti a bocca asciutta, e la loro salivazione è a zero.

Consiglio un salutare tè alla menta, tre tazze al giorno. Provare per credere.

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I MIGLIORISTI SON TORNATI

I MIGLIORISTI SON TORNATI

È facile constatare come la vecchia sinistra scissionista non sia riuscita ancora a capire cosa stia succedendo alla nostra democrazia.

Teniamo presente, come esempio, le parole di Enrico Rossi, uno dei più convinti sostenitori del nuovo partito: Liberi e Uguali. Quelli che ritengono di essere i migliori tutti: i miglioristi di un tempo.

Facciamo le cosiddette pulci a loro, visto e considerato che a noi le fanno sempre con dovizia di particolari e con insistenza noiosissima, col rischio evidente di essere altrettanto pignoli e noiosi anche noi. Più che altro per cercare di capire.

Ecco il pensiero, da vecchio migliorista degli anni 1980, che il Presidente della Toscana Enrico Rossi scrisse sulla sua pagina Facebook, dopo l’assemblea (forse la prima e l’unica) del loro nuovo partito, forse non c’era ancora Grasso:

Da questa assemblea parte una battaglia che avrà un orizzonte lungo. Dovremo costruire un grande partito che si ispiri agli ideali del socialismo coniugati con umanesimo e democrazia. Noi siamo una grande sinistra che ha nella sua storia un grande rivoluzionario socialista come Gramsci. Noi siamo il voto utile che non andrà mai con la destra”.

Parole emblematiche, significative, molto più degli slogan ad effetto contenuti, successivamente, nei discorsi di Grasso. In poche parole ha condensato la cultura politica che sottende il suo nuovo movimento o partito, l’ennesimo a sinistra della sinistra.

Ma che significano?

Vediamo un po’.

Si parla di “Orizzonte lungo”. Che cosa intende?

Non quello terrestre, ovviamente, ma quello politico. E come al solito si usano parole che non dicono niente, astratte e con poco senso.

Il problema di questa sinistra, cui fa riferimento Rossi, non consiste tanto nell’individuare l’orizzonte (chi non vuole benessere, democrazia, pace, giustizia e libertà?), quanto nel non riuscire a rendersi conto di quanto sia enorme l’intreccio di cause ed effetti che lo sposta in avanti. Niente di concreto.

Molto grave è il fatto di non aver compreso che è impossibile riproporre le ricette di sempre, pensando così di poter ripartire da un daccapo mentre nel frattempo è cambiato tutto.

Si parla di ”Costruire un grande partito

Benissimo. Tuttavia se si pensa alla lunga storia politica, e anche personale, dei soggetti che lo stanno costruendo qualche perplessità sorge spontanea riguardo al suo futuro.

Ricordiamo la vicenda delle liste Arcobaleno, Altra Europa con Tsipras, Rivoluzione civile costruite in fretta e furia nell’immediata vigilia di importanti scadenze elettorali e implose subito dopo con il rituale strascico di scissioni.

Ora gli stessi soggetti, con altri nomi, si aggregano con aree politiche e persone con storie assai diverse tra loro e dalle loro. Soggetti che hanno votato per il governo Monti, il fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione e che poi hanno sostenuto, qualcuno col mal di pancia ma tanti altri con convinzione, tutte le riforme fatte dal governo Renzi.

Tanto più se Liberi e Uguali dovesse confermare quanto da tempo Bersani e i suoi vanno dicendo, circa la possibilità di sostenere un eventuale governo a cinque stelle. A meno che, indipendentemente da chi siederà a Palazzo Chigi, non preferiscano starsene al calduccio di una opposizione di bandiera.

Si parla di “ispirarsi agli ideali del socialismo coniugati con umanesimo e democrazia”.

Ma forse che il socialismo non contiene già in sé umanesimo e democrazia? Quando il socialismo ha perso questi altri due elementi si è trasformato nella mostruosità stalinista.

Perché allora auspicare che i valori del socialismo si coniughino con quelli dell’umanesimo e della democrazia? Qualcosa ancora non va da quelle parti?

Il tema è attualissimo e rimanda inevitabilmente ad una certa storica ambiguità, non solo lessicale, che ha caratterizzato per molti anni gran parte della sinistra italiana: l’aver adottato nel proprio nome il termine “comunismo” in tutte le sue declinazioni, l’essersi ispirata, e per diverso tempo anche legata, ai vari regimi comunisti e contemporaneamente parlare di socialismo. Mai come in questo caso la forma è stata così tanta sostanza, al punto da venire sfruttata al meglio dalla DC per decenni.

Interessante è il richiamo a Gramsci definito un grande rivoluzionario socialista e magari, Rossi sta ricordando la frattura insanabile che nel 1921 si determinò tra Gramsci e l’ala estrema guidata da Bordiga e le altre che da allora si sono susseguite nella sterile gara a chi era ed è, più gramsciano.

Infine si parla de: “il voto utile che non andrà mai con la destra”.

La questione è chiarissima e non è andare con la destra, quanto piuttosto, nella attuale situazione, favorire il successo della destra.

Sarebbe questo un voto utile? Sarebbe voto utile utilizzare il consenso ricevuto, piccolo o poco più grande che sia, e metterlo a disposizione di un governo guidato formalmente da Di Maio, ma in realtà comandato da personaggi a dir poco ambigui?

Oppure il voto è utile per favorire, di fatto, la vittoria di chi ha caratterizzato il suo ventennio di potere con scandali pubblici e privati e leggi ad personam lasciandoci per eredità il baratro in cui molti sono precipitati e che altri sono riusciti ad evitare per puro miracolo?

Conclusione: saranno pure Liberi (D’Alema permettendo) ma restano sempre Uguali a prima, ambigui e pericolosi, tanto più perché, oggi come oggi, sono al servizio delle destre leghiste e grilline.

Ricordate i miglioristi degli anni ’80? Sono tornati.L’ambiguità persiste, non hanno capito niente del Pd..

I miglioristi pensavano che fosse possibile trasformare il Pci in un partito social democratico e riformista, senza dover necessariamente passare attraverso una drastica rottura col suo passato e una radicale revisione della sua storia ed ideologia. Riproporre oggi il migliorismo non avrebbe perciò senso, è una storia finita. Un senso, invece, potrebbe averlo riflettere criticamente su quella esperienza e sulle ragioni, ancora oggi attuali, della sua sconfitta, per trarne insegnamenti utili al processo di riforme avviato dal governo Renzi.

 

BERSANI IL COLLETTIVO DOV’È FINITO?

BERSANI IL COLLETTIVO DOV’È FINITO?

Per liberi e uguali non esiste più la tanto vituperata personalizzazione della politica.

Avevano proclamato per mesi e mesi il rifiuto del potere carismatico.

Avevano fatto del rigetto del cesarismo postmoderno la propria carta d’identità.

Avevano ribadito fino allo sfinimento che non bisognava personalizzare il partito e neppure la propria offerta politica.

Alla fine si sono ridotti a cercare un leader. L’hanno trovato nella figura del Presidente del Senato Pietro Grasso magistrato, con tanto di inserimento nel logo. E dai primi sermoni si deduce che decide tutto lui. Auguri Bersani!

Dov’è andato a finire il collettivo?

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

LA NORMA AMMAZZA-ITALIA

La norma ammazza-italia fu varata l’8 maggio 2012 dall’esecutivo guidato dal super-tecnocrate Mario Monti, per avere effetto a partire dal 2014.  Questa norma arrivò con una lettera firmata Bce (Mario Draghi) all’allora governo Berlusconi,  imponeva brutalmente al governo italiano di introdurre nella Costituzione Italiana una clausola che obbligava perentoriamente il nostro paese a rispettare “Il pareggio di bilancio”.

Un’entità non eletta da nessuno ha ricattato e piegato un governo democraticamente eletto. Nessun rispetto del popolo, nessun rispetto della Costituzione, solo sopraffazione e applicazione della legge del più forte.

La modifica costituzionale passò, quasi sotto il totale silenzio. Si trattava di una grande modifica della nostra Costituzione ed il paese ne fu all’oscuro.

Chi lo sapeva erano i partiti al governo in quel momento e naturalmente chi era all’opposizione. Vale a dire, Monti, Forza Italia ed il Pd di cui Bersani era segretario.

Se esaminiamo il modo con cui fu imposta all’Italia questa modifica Costituzionale, vengono i brividi.

I politici appaiono solo come piccoli burattini senza coraggio, tirati coi fili in mano ad altri.

Il pareggio di bilancio è notoriamente una norma “suicida”, figlia dell’ideologia neoliberista e imposta per amputare, deliberatamente, la capacità di spesa, cioè di investimento.

Tutti gli economisti sanno che “il deficit pubblico” è, al netto, la ricchezza reale dei cittadini, imprese e famiglie. Al contrario, il pareggio di bilancio prefigura un “saldo zero”: lo Stato non spende per i cittadini più di quanto i cittadini stessi non versino in tasse.

Risultato: la morte clinica dello Stato come motore finanziario dell’economia nazionale.

E’ perfettamente inutile tagliare le tasse se prima non si aumenta la spesa pubblica, senza la quale va in sofferenza il comparto economico e quindi il lavoro.

Tra i silenziosi approvatori della norma-killer, per l’economia italiana, c’è Pierluigi Bersani, allora leader del Pd, che impose al suo gruppo parlamentare di piegare la testa di fronte al ricatto dell’oligarchia eurocratica, pur sapendo che il pareggio di bilancio avrebbe compromesso la Costituzione e mandato all’aria la nostra econnomia.

Eppure, lo scorso 4 dicembre, si alzarono barricate contro la proposta renziana di porre fine al bicameralismo perfetto, sopprimendo il Senato elettivo.  Una vera e propria ipocrisia da parte di chi allora era segretario del Pd. Però, con una bella faccia tosta, Bersani (e soci), oggi si appellano esplicitamente all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, quando hanno votato per lesionarla, quella Carta costituzionale, impedendole di garantire posti di lavoro.

Dopo lo strappo con Renzi, Bersani e Speranza hanno dato vita a Mdp insieme a D’Alema, cioè l’uomo che si vantò, da premier, di aver fatto registrare il record europeo nelle privatizzazioni.

Oggi, di fronte allo sbando generale della politica, nessun vero programma salva-Italia da Pd, Berlusconi e 5 Stelle, nessuno ha il coraggio di denunciare la viltà commessa quando fu accettata, senza discussione e senza informare il popolo italiano, la modifica Costituzionale che ci ha ammazzato in questi anni.

Ha voglia Renzi, di fare leggi per aiutare chi è senza lavoro, di modificare la legge sul lavoro, non ci riuscirà mai, perché quella clausola che lui non avrebbe mai accettato, fu accettata, passandola sotto silenzio, anzi importa ipocritamente dal chi adesso si proclama Mdp.

Non parlo di Forza Italia perché non reagì e non informò nessuno, era il suo metodo, ma Bersani, con “la sua cosiddetta ditta” ha condiviso una modifica costituzionale che in pratica ha paralizzato il paese, con un sangue freddo e una consapevolezza da brividi.

E adesso nessuna parola su questo, nessuno che dice che fu un errore, nessuno che si vergogni, nessuno che confessi pubblicamente la sua ipocrisia.

La fine del lavoro, il prolungarsi di un precariato insostenibile, la dicoccupazione permanente e della speranza in un futuro migliore per il paese furono definitivamente firmati allora.

Eppure in Europa stiamo zitti. Renzi, l’unico che ha cercato veramente di rimediare un po’, è riuscito ad ottenere maggiore flessbilità, ma l’eurocrazia europea sapeva bene che anche questo sarebbe servito a poco e per poco tempo. Adesso siamo tornati indietro, anche a causa delle mancate riforme del 4 dicembre 2016.

Si dice che abbiamo perduto il referendum perché è intervenuto Putin con la sua propaganda occulta. Io dico che l’Italia aveva già perso nel 2012 quando, chi comandava allora, accettò senza fiatare la modifica Costituzionale che imponeva il pareggio di bilancio. Semmai Putin, che è sempre ben informato,  ha temuto che una persona competente, come Renzi, che già in Europa qualcosa aveva ottenuto, prendesse in mano più saldamente le redini dell’Italia, e boicottando il referendum, ha dimostrato di preferire gente incompetente con cui trattare i propri interessi. E’ così che fanno i dittatori.

 

PERCHÈ IL POPULISMO DEL M5S SEMBRA IMBATTIBILE?

PERCHÈ IL POPULISMO DEL M5S SEMBRA IMBATTIBILE?

Non è vero che il populismo a 5 stelle sia imbattibile. Sarebbe sufficiente fargli davvero la guerra. Cosa che oggi, qui in Italia, non si fa.

Ci si potrebbe chiedere, e infatti ci si chiede, come possa resistere al centro del sistema politico italiano, una creatura abnorme come i 5 stelle. Un movimento politico che si segnala per la sua assoluta mancanza di democrazia, per la totale stravaganza delle sue idee e per essere, di fatto, posseduto da un comico (non certo uno statista) e da una S.r.l. E per l’assoluta immodestia dei suoi rappresentanti in parlamento.

La risposta è semplice.

Benché quasi tutto nel movimento sia illegale, la maggior parte dei giuristi e dei costituzionalisti italiani non solleva il problema. I protervi difensori della Costituzione nulla hanno da dire nei confronti di questo mostro giuridico (di cui, tecnicamente, non si sa più nemmeno bene chi sia il capo o il responsabile).

La spiegazione di questo disinteresse-approvazione è duplice.

Alcuni ritengono che non valga la pena di perdere tempo con le contorsioni dei 5 stelle. Altri, molto astuti, pensano invece di poterne ricavare qualcosa di buono, poltrone, per essere chiari.

Mi viene in mente il povero Rodotà (eminente studioso, custode della Costituzione, e che Dio l’abbia in gloria) che, in occasione dell’ultima nomina del presidente della Repubblica, aveva addirittura accettato di essere il loro candidato alla massima carica istituzionale, si era commosso, per pochi clik e dopo un colloquio telefonico con Grillo. Invece di sbattergli il telefono in faccia, da studioso e bravo qual era, gli ha risposto ok.

Ma, se è capitato a lui un “simile” onore, anche per altri la buona sorte può avere in serbo qualcosa, in caso di governo a 5 stelle. Uno stipendio di quelli che convincono, per esempio.

E allora stiamo zitti e lasciamo che il grillo faccia strame della politica italiana e della Costituzione.

Se la “cultura grillina” ha queste debolezze, la politica militante non è da meno e sta offrendo uno spettacolo ignobile di se stessa.

In tutta Europa, e nel mondo (dopo Trump) il problema sembra essere il populismo.

Meno in Italia.

Qui, in Italia, a parte l’ala renziana del Pd (e forse Berlusconi), tutti gli altri in pratica corteggiano i 5 stelle. Fanno finta che siano onesti, per bene e competenti. In realtà, come si sa, sperano solo che i 5 stelle abbiano bisogno di arricchire il loro eventuale governo con qualche faccia esterna. E loro sono pronti.

Poi ci sono i dementi (vedi Bersani) che addirittura pensano, se sarà il caso, di aggiungere i loro eventuali (pochi) voti a quelli di Grillo per fare un governo fascio-comunista. La vicenda è buffa: demonizzano Renzi, dicendo che vuol fare un governo con Berlusconi. Intanto, loro sono pronti a farlo con Grillo, (attraverso giggino) che è molto peggio e che è il cuore del populismo in Italia. Ho una definizione particolare per loro, che mi fa sorridere: sono come cagnolini che scodinzolano e annusano il didietro di una cagnetta in calore, tanto sono patetici.

In sostanza, i grillini prosperano, e forse arriveranno davvero al governo perché nessuno, in Italia, a partire dai giornali, tutti pro grillismo, sta facendo la guerra al populismo. Anzi, molti sperano che vinca e sognano di fare un governo insieme.

Basterebbe questo per affermare che oggi la politica italiana, mediamente, sta fornendo uno dei peggiori spettacoli in Europa. Anzi, il peggiore.

Non è vero, quindi, che il populismo a 5 stelle sia imbattibile. E’ vero invece che nessuno gli si oppone, a parte Renzi. Tutti gli altri “stanno a vedere”, pronti a saltare sul carro dei ciarlatani penta stellati.

Mi sembra persino da dementi aver dato il nome a un partito politico (perché di un partito si tratta), la parola movimento non significa niente, sono sempre “di parte”, di un albergo a cinque stelle. Solo per ricchi. Ridicolo.

SÌ, PERÒ NON È DI SINISTRA

SÌ, PERÒ NON È DI SINISTRA

“Sì, però non è di sinistra”!

È un’espressione che sentiamo tutti i giorni e che ormai fa venire la nausea, ma tant’è queste sono le cose che ci raccontano i vari Direttori di Repubblica, l’Espresso, il Corriere della Sera, eccetera, le varie Tv. Spesso senza un filo logico, ma per dire qualcosa sempre contro questo segretario del Pd, Matteo Renzi.

Renzi, dopo essere partito bene si sarebbe allontanato dai bisogni del popolo. È diventato di destra.

Quando si elencano le straordinarie riforme fatte nei mille giorni di Governo Renzi, si fanno pensierosi per un attimo, a volte balbettano qualcosa, ma poi immancabilmente se ne escono con le parole: “Sì’, però non è di sinistra”.

Già non è di sinistra. Per quale motivo? Perché è stato boy scout? Viene dalla Dc? No, no, niente di tutto questo, perché ha avuto il coraggio di cercare di collaborare anche con Berlusconi, per poter fare insieme quelle riforme costituzionali che il Presidente della Repubblica Napolitano, in un memorabile discorso alla Camera riunita, aveva chiesto di fare. “O fate le riforme o non accetto per la seconda volta la nomina a Presidente”, aveva detto Napolitano, dopo il fallito tentativo di Bersani.

Ma la storia ci dice che D’Alema ha fatto la stessa cosa, con la bicamerale. Si sono seduti assieme D’Alema e Berlusconi, hanno persino condiviso la famosa crostata a casa dello zio Letta, ma D’Alema è di sinistra (veramente non so quanto) e Renzi, no, è di destra.

Strano modo di pensare, di pesare gli avvenimenti politici con due bilance diverse.

Poi come sempre Berlusconi butta tutto per aria.

Quando fu il momento di nominare il Presidente della Repubblica Bersani, allora segretario del Pd, si sottomisse al rito del bacio della pantofola, e presentò a Berlusconi una terna di nomi (Marini, Amato, Finocchiaro) perchè scegliesse chi gli piaceva. Fu scelto Marini, ma al Pd non piacque e così, dopo due mesi di tira e molla, alla fine Bersani alla fine pregò Napolitano di continuare a fare il Presidente della Repubblica.

Renzi, divenuto nel frattempo segretario del Pd, non si prestò a questo rito, e ciò indispettì Berlusconi.

Ma questa è storia che tutti conosciamo, la storia di un fallimento, che comunque fa male.

E adesso stanno a dire che Renzi non è di sinistra?  Probabilmente, con questo atteggiamento, non rimproverano Renzi, ma solo se stessi, per non  essere non  riusciti a niente.

Ma vediamo alcune cose fatte da Renzi che, per la massa dei giornalisti, e dei sostenitori della sinistra a sinistra del Pd, non è di sinistra.

— Certo non è di sinistra aver colpito il caporalato.
— Non è di sinistra aver colpito gli ecoreati.
— Non è di sinistra aver fatto approvare il dopo di noi.
— Non è di sinistra aver costituito un fondo contro la povertà e per l’inclusione sociale.
— Non è di sinistra allargando il welfare ai di lavoratori di aziende sotto i 15 dipendenti dando loro diritti che non avevano.
— Non è di sinistra aver approvato uno Statuto del lavoro autonomo per proteggere dando diritti a chi non li aveva (tanti giovani).
— Non è di sinistra aver risolto tante crisi aziendali.
— Non è di sinistra aver salvato l’Ilva dal disastro e previsto anche tanti soldi per il risanamento ambientale.
— Non è di sinistra aver messo tanti soldi nel piano per le periferie e finanziando l’abbattimento delle vele di Scampia.
— Non è di sinistra aver finanziato la Bonifica della terra dei fuochi e quella di Bagnoli.
— Non è di sinistra aver finanziato un vero e proprio piano Marshall per il trasporto urbano, le ferrovie e le connessioni stradali (soprattutto al sud).Non sono di sinistra le Unioni civili.
— E naturalmente non è di sinistra essersi battuto in Europa contro la austerità, aver ottenuto una maggiore flessibilità ed oggi opporsi al rinnovo del Fiscal compact.
No, tutto questo non è di sinistra. Ma soprattutto non sarebbe di sinistra la riforma del lavoro fatta dal Governo Renzi, il famoso ed estraneo nome “Job Act”.

E allora cos’è di sinistra? Il tacchino sul tetto di Bersani, o la sua mucca nel corridoio?

Dimenticavo è di sinistra l’art.18.

A questo proposito sarebbe interessante chiedere ai giovani (lavoratori, precari o disoccupati) se conoscono questo sempre citato articolo 18, che cosa contenga e se sanno che fa parte dello Statuto del lavoratori approvato nel 1970.

Infine a quei politici che criticano così tanto Renzi, per la sua politica, bisognerebbe chiedere che cosa farebbero di diverso rispetto a quello che hanno fatto dal 1995 al 2014, periodo che ha portato in fallimento il paese. La spartizione consociativa del potere tra il Pd di D’Alema e Berlusconi, ha influito negativamente sul paese che, nel 1995 eccelleva per crescita di produttività, PIL, redditi medi e salari ed è finito nello stagno per 20 anni, senza investimenti e crescita, unico paese al mondo, mentre in tutti gli altri paesi avanzati PIL, redditi medi e salari crescevano del 30%.

UNA VITA FA

UNA VITA FA

In sede di direzione nazionale Pd, Renzi ha fatto una proposta sensata, cercando anche di convincere chi, ora pur stando nel Pd, è un po’ restio al segretario.

Ma nonostante tutto, nonostante la possibilità di rivedere anche il job acts e altre riforme non perfette, con l’intento di migliorare ancora e comunque con l’intenzione di portare avanti il cambiamento che serve al paese, tutto ciò non è sufficiente.

Per qualcuno Renzi non dovrebbe proprio essere lì, anche se due milioni di persone, esprimendo il loro gradimento, l’hanno scelto.

Bersani, interrogato immediatamente dopo il discorso di Renzi e benché molti scettici tipo Emiliano, Franceschini, Orlando, abbiano apprezzato molto il progetto di Renzi, ha risposto come commento tipo “Con le chiacchiere siamo a zero”.

Espressione che gli è abituale, ma che dimostra come lui e forse anche chi gli sta vicino, appartenga ad una vita fa.

Mi chiedo come ho fatto ad apprezzare questa persona. Non so spiegarlo se non che l’ho conosciuto quando è stato presidente della mia Regione. A detta di tanti, più esperti di me, ha lavorato bene. È stato un buon presidente e forse, aggiungo io, anche un buon ministro ai tempi di Prodi, ma tutto questo una vita fa.

Adesso le cose sono cambiate, è cambiato il mondo, l’Europa va a destra, l’America verso l’egoismo più irrazionale, la sinistra sta scompartendo anche in paesi come la Francia, e Bersani dice che stiamo a zero con le chiacchiere. Era bello per lui e per tanti, anche per me, cantare “Bandiera rossa” ma serve ancora?

Non credo, serviva una vita fa. Forse.

LA GRANDE ILLUSIONE

LA GRANDE ILLUSIONE

Si prospetta la triste fine di Pisapia?

Quando timidamente la proposta di Giuliano Pisapia apparve, nel rissoso panorama della sinistra a sinistra del Partito Democratico, con il chiodo fisso di questa parte politica, di “ricostruire” il centrosinistra, si capiva già che era destinata a fallire.

Il problema erano gli obiettivi opposti, che come i poli della calamita di attraggono o si respingono, a seconda di come li confronti.

L’idea del ex-sindaco era chiara e nobile: rifacciamo il centrosinistra perché serve al Paese.

Da allora lo abbiamo visto impegnato, senza risparmiare energie, nella vana ricerca di un risultato impossibile.

Pisapia si comporta tuttora, come nel lontano 1937 il grande regista Jean Renoir, si agitò per tre anni alla ricerca di finanziatori del suo grande capolavoro: quel film “La Grande Illusione”, che, una volta “girato”, concorse all’Oscar e lasciò una segno di grande arte nella storia del cinema.

Il regista fu più fortunato del politico Pisapia, perché non aveva contro quei quattro diseredati ai quali poco importa rifare il film del centrosinistra.

Essi hanno ben altro obiettivo, che perseguono con tenacia: contrastare Matteo Renzi.

Che poi, in fin dei conti, non è un terrificante nazista degli anni trenta, ma un giovane leader politico, ricco di idee e di energie, che ha già dimostrato con i numeri di poter giovare al Paese molto più di quei tre gatti rognosi che si affannano a combatterlo.

E solo per queste ragioni essi, su quell’altare, sacrificheranno anche Pisapia. Infatti, seppure giungessero a un iniziale accordo, l’ex-sindaco non resisterebbe per molto, di fronte alle iniziative dei “fuoriusciti”, dettate solo dal rancore.

Perché tanto odio solo contro Renzi, dei rappresentanti di questa sinistra miseramente minoritaria?

Non certo per un antagonismo su ideali e su programmi politici, ma per l’impossibilità di recuperare per costoro la certezza di una mezza dozzina di poltrone nel prossimo Parlamento. La paura è tanta. L’allontanamento della poltrona, fa superare qualsiasi certezza acquisita. Tuttavia D’Alema, Bersani e il garzone Speranza non rischiano la fame. Sono superprotetti dai meccanismi che deputati e senatori hanno costruito nei decenni, garantendosi stipendi e pensioni da favola, anche dopo aver lasciato le poltrone..

La componente che porterà il tentativo di Pisapia al fallimento è contenuta anzitutto in quella carica di “odio” personale, che non gli permetterà di portare a casa un risultato positivo. E il frutto di quell’odio rischia di offrire prima ai siciliani e poi a tutti gli italiani una probabile nefasta vittoria di Berlusconi, o addirittura di elevare sugli altari gli apprendisti stregoni di Grillo.

Purtroppo il progetto di Giuliano Pisapia è destinato a restare “Una Grande Illusione”. E non vincerà l’Oscar della sana politica.

Per colpa di tre gatti rognosi.

LA NOSTALGIA NON È POLITICA

LA NOSTALGIA NON È POLITICA

Che ci sia un assedio contro Matteo Renzi, lo abbiamo capito anche noi elettori e ne siamo consapevoli. Un assedio forte, violento, coordinato che punta a ridimensionare, se non ad eliminare del tutto,  il segretario del PD.

Il sistema usato è un furbata studiata a tavolino perché utilizza parole chiave che da tempo sentiamo dire: “ci vuole unità” o  “un centrosinistra unito” o, ancora  “coalizione”.

Tutto questo lo abbiamo capito anche noi elettori, e non è che ci volesse molto intuito, è un progetto a cui nelle ultime ore si sono aggiunti gli insospettabili Franceschini, Prodi e Veltroni.

Ma il punto è, come vogliono arrivare alla realizzazione del progetto e quali sono le motivazioni?

Le motivazioni diciamolo subito sono delle cazzate straordinarie. Parlano di unità, di centrosinistra unito, a poche ore dai risultati elettorali per delle amministrative, in cui Renzi si è alleato con chiunque avesse scritto da qualche parte la parola sinistra, anche se la parola serviva a dare un indicazione di luogo. Anche un operaio del comune che doveva sistemare un cartello stradale che indicava la sinistra come via da seguire, è stato inserito nella coalizione pure lui.

Però il centrosinistra ha perso in alcune città importanti, come Genova dove il candidato sindaco non era certo un renziano, ma un candidato voluto da una coalizione ampia appunto di “centrosinistra”. La coalizione, così ricercata, ha perso.

Vorrei che fosse chiaro e che qualcuno se lo ficcasse bene in testa che se di coalizione si tratta, si perde e si vince tutti insieme.

Invece i nostri Machiavelli, sono partiti in quarta contro Renzi come se fosse l’unico candidato che si è presentato in centinaia di comuni italiani, spariti i partiti, spariti gli alleati, ci vogliono convincere che tutta l’Italia era piena di manifesti elettorali, con la faccia di Renzi, unico candidato.

Insomma appare ovvio anche ai più cretini che questa dell’unità a sinistra dopo il risultato elettorale è solo una scusa, come tutte le precedenti. Come D’Alema e Bersani che volevano si cambiasse la legge elettorale per poter votare sì al referendum, Renzi gliel’ha cambiata e loro hanno votato no e sono usciti dal partito.

I livello intellettuale è questo, si chiama ricatto infinito, semplicemente perché la risposta che gli possa dare soddisfazione non esiste, la posta in gioco per loro è l’esistenza stessa in vita di Renzi.

Quindi come pensano di concludere, se Renzi come appare evidente non si dimetterà mai dalla segreteria appena conquistata con voto plebiscitario?

Cercheranno i voti nell’assemblea nazionale?

L’assemblea nazionale appena uscita dal congresso conquistato con il 70% dei voti, è una montagna insormontabile…quindi?

Ecco la grande idea geniale di Prodi, lasciamo Renzi alla segreteria, da lì è difficilissimo se non impossibile smuoverlo, ma candidiamo Enrico Letta come Presidente del consiglio.

Se la situazione non fosse tragica, ci sarebbe da scrivere una commedia. E neppure sforzandomi per giorni sarei arrivata a trovare una trama più comica di questa.

Ma fortunatamente Renzi tIra avanti per la sua strada e noi siamo con lui.

A Milano non ha parlato di coalizioni e neppure di legge elettorale.

La cifra politica di Renzi è il futuro.

Nel suo discorso non c’era spazio per coalizioni o legge elettorale.tuttavia, pur proteso sul domani e sul da farsi, Renzi, non ha evitato di rispondere a molte obiezioni sollevate all’interno del suo partito e nella sua orbita dopo il risultato delle ultime amministrative.

Senza nominarli, Renzi risponde a Prodi sulla faticosa cucitura del centrosinistra, a Franceschini che chiede una discussione interna dopo un voto che testimonierebbe come qualcosa si sia rotto nel rapporto tra il Pd renziano e il Paese.

L’unico a cui Matteo dedica una citazione è Walter Veltroni, ma solo per ricordare la primigenia intuizione di una forza politica che trovi la ragion d’essere dello stare insieme per qualcosa, non contro qualcuno.

L’analisi di un voto delle amministrative, per Renzi, è solo il pretesto per mettere in discussione la sua leadership nel partito o per dare fiato al “nemico vicino” che parla di veti, quando è evidente che, per le sue dinamiche, da quel voto locale non può derivare una lettura nazionale.

Conta invece il voto delle gente che alle primarie ha scelto lui, Matteo, per guidare il partito, e l’Italia, verso il futuro. E a chi, dalle sinistre ai movimenti, ragiona su un centrosinistra senza il Pd, Matteo Renzi, il segretario del Pd, parla molto chiaramente: “Chi immagina un centrosinistra senza il Pd vince Nobel della fantasia”.

Un discorso, quello del segretario, pieno di “noi”, come a sottolineare che l’avvertimento di Don Ciotti, poco prima, dallo stesso palco, contro gli “abusivi e incantatori” della politica, che dicono “noi” ma continuano a pensare “io”, non lo riguardi.

“Noi – ha detto Renzi, al Teatro Ciak di Milano – invece siamo qui a parlare di tutt’altro. Perché pensiamo che la politica sia una cosa seria. Vorrei proporvi un percorso che superi la nostalgia. Nostalgia, viene dal greco, che fa riferimento al tornare e al dolore. C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato, invece dobbiamo scrivere il futuro. La nostalgia non può essere il paradigma della politica e la politica non può essere guidata dalla nostalgia“.

SOSTEGNO DI NECESSITA’

SOSTEGNO DI NECESSITA’

Ora Renzi può ripartire, semplicemente agitando il ricchissimo bouquet di nemici.

Una roba che fa effettivamente impressione, perché mette insieme tutta la storia della sinistra rissosa, perdente, lamentosa e inciuciona degli ultimi 25 anni: Ulivi e Unioni, animatori di interpartitici e caminetti, contatori di tessere e correnti, generali con lo scolapasta in testa, finti buoni e flaccidi imbroglioni.

Tutti cattivi veri, mandarini incartapecoriti che riprendono vita contro il Corpo Estraneo, tornando a lanciarsi tossici segnali di fumo, a ridisegnare trame e sgambetti, a riaffilare le armi per vendicarsi di torti subiti o immaginati qualche decina d’anni fa. Sempre parlando in nome di un popolo che si diverte a percularli gridando unità quando va nelle piazze e fugge inorridito quando deve votarli.

Con questo schieramento di nemici Renzi perderà la possibilità di tornare a Palazzo Chigi? Ma quella era già persa dopo il 4 dicembre e il ritorno della politica al proporzionale, nel quale i vecchi satrapi sguazzano.

Gli toglieranno anche il partito? Questo si vedrà, dipenderà solo dalla voglia che Renzi avrà (oppure no, più probabilmente) di farne uno strumento utile, un esercito funzionante, un laboratorio di classe dirigente.

Nel frattempo, io che  non mi divertivo più a sostenere un Renzi lobotomizzato dal voto del 4 dicembre, incapace di fermarsi a riflettere, ridicolmente ripetitivo a rivendicare le sue benemerenze (ancora ieri è tornato sugli 80 euro… e basta, cambia disco!!), tornerò a sostenerlo più di prima, vista la Grande Coalizione che gli si para contro.

Sostegno di necessità, dato che non c’è di meglio.

Con un pizzico, solo un pizzico di incazzatura: perché lui sa perfettamente che in tanti lo sosteniamo solo perché quegli altri, visti tutti insieme, e pure uno alla volta,  un po’ ci ripugnano. E su questo fa leva, il furbacchione.

(Breve brano tratto da “Buchineri”)