Archivi tag: bersani

LA GRANDE ILLUSIONE

LA GRANDE ILLUSIONE

Si prospetta la triste fine di Pisapia?

Quando timidamente la proposta di Giuliano Pisapia apparve, nel rissoso panorama della sinistra a sinistra del Partito Democratico, con il chiodo fisso di questa parte politica, di “ricostruire” il centrosinistra, si capiva già che era destinata a fallire.

Il problema erano gli obiettivi opposti, che come i poli della calamita di attraggono o si respingono, a seconda di come li confronti.

L’idea del ex-sindaco era chiara e nobile: rifacciamo il centrosinistra perché serve al Paese.

Da allora lo abbiamo visto impegnato, senza risparmiare energie, nella vana ricerca di un risultato impossibile.

Pisapia si comporta tuttora, come nel lontano 1937 il grande regista Jean Renoir, si agitò per tre anni alla ricerca di finanziatori del suo grande capolavoro: quel film “La Grande Illusione”, che, una volta “girato”, concorse all’Oscar e lasciò una segno di grande arte nella storia del cinema.

Il regista fu più fortunato del politico Pisapia, perché non aveva contro quei quattro diseredati ai quali poco importa rifare il film del centrosinistra.

Essi hanno ben altro obiettivo, che perseguono con tenacia: contrastare Matteo Renzi.

Che poi, in fin dei conti, non è un terrificante nazista degli anni trenta, ma un giovane leader politico, ricco di idee e di energie, che ha già dimostrato con i numeri di poter giovare al Paese molto più di quei tre gatti rognosi che si affannano a combatterlo.

E solo per queste ragioni essi, su quell’altare, sacrificheranno anche Pisapia. Infatti, seppure giungessero a un iniziale accordo, l’ex-sindaco non resisterebbe per molto, di fronte alle iniziative dei “fuoriusciti”, dettate solo dal rancore.

Perché tanto odio solo contro Renzi, dei rappresentanti di questa sinistra miseramente minoritaria?

Non certo per un antagonismo su ideali e su programmi politici, ma per l’impossibilità di recuperare per costoro la certezza di una mezza dozzina di poltrone nel prossimo Parlamento. La paura è tanta. L’allontanamento della poltrona, fa superare qualsiasi certezza acquisita. Tuttavia D’Alema, Bersani e il garzone Speranza non rischiano la fame. Sono superprotetti dai meccanismi che deputati e senatori hanno costruito nei decenni, garantendosi stipendi e pensioni da favola, anche dopo aver lasciato le poltrone..

La componente che porterà il tentativo di Pisapia al fallimento è contenuta anzitutto in quella carica di “odio” personale, che non gli permetterà di portare a casa un risultato positivo. E il frutto di quell’odio rischia di offrire prima ai siciliani e poi a tutti gli italiani una probabile nefasta vittoria di Berlusconi, o addirittura di elevare sugli altari gli apprendisti stregoni di Grillo.

Purtroppo il progetto di Giuliano Pisapia è destinato a restare “Una Grande Illusione”. E non vincerà l’Oscar della sana politica.

Per colpa di tre gatti rognosi.

Annunci

LA NOSTALGIA NON È POLITICA

LA NOSTALGIA NON È POLITICA

Che ci sia un assedio contro Matteo Renzi, lo abbiamo capito anche noi elettori e ne siamo consapevoli. Un assedio forte, violento, coordinato che punta a ridimensionare, se non ad eliminare del tutto,  il segretario del PD.

Il sistema usato è un furbata studiata a tavolino perché utilizza parole chiave che da tempo sentiamo dire: “ci vuole unità” o  “un centrosinistra unito” o, ancora  “coalizione”.

Tutto questo lo abbiamo capito anche noi elettori, e non è che ci volesse molto intuito, è un progetto a cui nelle ultime ore si sono aggiunti gli insospettabili Franceschini, Prodi e Veltroni.

Ma il punto è, come vogliono arrivare alla realizzazione del progetto e quali sono le motivazioni?

Le motivazioni diciamolo subito sono delle cazzate straordinarie. Parlano di unità, di centrosinistra unito, a poche ore dai risultati elettorali per delle amministrative, in cui Renzi si è alleato con chiunque avesse scritto da qualche parte la parola sinistra, anche se la parola serviva a dare un indicazione di luogo. Anche un operaio del comune che doveva sistemare un cartello stradale che indicava la sinistra come via da seguire, è stato inserito nella coalizione pure lui.

Però il centrosinistra ha perso in alcune città importanti, come Genova dove il candidato sindaco non era certo un renziano, ma un candidato voluto da una coalizione ampia appunto di “centrosinistra”. La coalizione, così ricercata, ha perso.

Vorrei che fosse chiaro e che qualcuno se lo ficcasse bene in testa che se di coalizione si tratta, si perde e si vince tutti insieme.

Invece i nostri Machiavelli, sono partiti in quarta contro Renzi come se fosse l’unico candidato che si è presentato in centinaia di comuni italiani, spariti i partiti, spariti gli alleati, ci vogliono convincere che tutta l’Italia era piena di manifesti elettorali, con la faccia di Renzi, unico candidato.

Insomma appare ovvio anche ai più cretini che questa dell’unità a sinistra dopo il risultato elettorale è solo una scusa, come tutte le precedenti. Come D’Alema e Bersani che volevano si cambiasse la legge elettorale per poter votare sì al referendum, Renzi gliel’ha cambiata e loro hanno votato no e sono usciti dal partito.

I livello intellettuale è questo, si chiama ricatto infinito, semplicemente perché la risposta che gli possa dare soddisfazione non esiste, la posta in gioco per loro è l’esistenza stessa in vita di Renzi.

Quindi come pensano di concludere, se Renzi come appare evidente non si dimetterà mai dalla segreteria appena conquistata con voto plebiscitario?

Cercheranno i voti nell’assemblea nazionale?

L’assemblea nazionale appena uscita dal congresso conquistato con il 70% dei voti, è una montagna insormontabile…quindi?

Ecco la grande idea geniale di Prodi, lasciamo Renzi alla segreteria, da lì è difficilissimo se non impossibile smuoverlo, ma candidiamo Enrico Letta come Presidente del consiglio.

Se la situazione non fosse tragica, ci sarebbe da scrivere una commedia. E neppure sforzandomi per giorni sarei arrivata a trovare una trama più comica di questa.

Ma fortunatamente Renzi tIra avanti per la sua strada e noi siamo con lui.

A Milano non ha parlato di coalizioni e neppure di legge elettorale.

La cifra politica di Renzi è il futuro.

Nel suo discorso non c’era spazio per coalizioni o legge elettorale.tuttavia, pur proteso sul domani e sul da farsi, Renzi, non ha evitato di rispondere a molte obiezioni sollevate all’interno del suo partito e nella sua orbita dopo il risultato delle ultime amministrative.

Senza nominarli, Renzi risponde a Prodi sulla faticosa cucitura del centrosinistra, a Franceschini che chiede una discussione interna dopo un voto che testimonierebbe come qualcosa si sia rotto nel rapporto tra il Pd renziano e il Paese.

L’unico a cui Matteo dedica una citazione è Walter Veltroni, ma solo per ricordare la primigenia intuizione di una forza politica che trovi la ragion d’essere dello stare insieme per qualcosa, non contro qualcuno.

L’analisi di un voto delle amministrative, per Renzi, è solo il pretesto per mettere in discussione la sua leadership nel partito o per dare fiato al “nemico vicino” che parla di veti, quando è evidente che, per le sue dinamiche, da quel voto locale non può derivare una lettura nazionale.

Conta invece il voto delle gente che alle primarie ha scelto lui, Matteo, per guidare il partito, e l’Italia, verso il futuro. E a chi, dalle sinistre ai movimenti, ragiona su un centrosinistra senza il Pd, Matteo Renzi, il segretario del Pd, parla molto chiaramente: “Chi immagina un centrosinistra senza il Pd vince Nobel della fantasia”.

Un discorso, quello del segretario, pieno di “noi”, come a sottolineare che l’avvertimento di Don Ciotti, poco prima, dallo stesso palco, contro gli “abusivi e incantatori” della politica, che dicono “noi” ma continuano a pensare “io”, non lo riguardi.

“Noi – ha detto Renzi, al Teatro Ciak di Milano – invece siamo qui a parlare di tutt’altro. Perché pensiamo che la politica sia una cosa seria. Vorrei proporvi un percorso che superi la nostalgia. Nostalgia, viene dal greco, che fa riferimento al tornare e al dolore. C’è un sacco di gente che sta riscrivendo il passato, invece dobbiamo scrivere il futuro. La nostalgia non può essere il paradigma della politica e la politica non può essere guidata dalla nostalgia“.

SOSTEGNO DI NECESSITA’

SOSTEGNO DI NECESSITA’

Ora Renzi può ripartire, semplicemente agitando il ricchissimo bouquet di nemici.

Una roba che fa effettivamente impressione, perché mette insieme tutta la storia della sinistra rissosa, perdente, lamentosa e inciuciona degli ultimi 25 anni: Ulivi e Unioni, animatori di interpartitici e caminetti, contatori di tessere e correnti, generali con lo scolapasta in testa, finti buoni e flaccidi imbroglioni.

Tutti cattivi veri, mandarini incartapecoriti che riprendono vita contro il Corpo Estraneo, tornando a lanciarsi tossici segnali di fumo, a ridisegnare trame e sgambetti, a riaffilare le armi per vendicarsi di torti subiti o immaginati qualche decina d’anni fa. Sempre parlando in nome di un popolo che si diverte a percularli gridando unità quando va nelle piazze e fugge inorridito quando deve votarli.

Con questo schieramento di nemici Renzi perderà la possibilità di tornare a Palazzo Chigi? Ma quella era già persa dopo il 4 dicembre e il ritorno della politica al proporzionale, nel quale i vecchi satrapi sguazzano.

Gli toglieranno anche il partito? Questo si vedrà, dipenderà solo dalla voglia che Renzi avrà (oppure no, più probabilmente) di farne uno strumento utile, un esercito funzionante, un laboratorio di classe dirigente.

Nel frattempo, io che  non mi divertivo più a sostenere un Renzi lobotomizzato dal voto del 4 dicembre, incapace di fermarsi a riflettere, ridicolmente ripetitivo a rivendicare le sue benemerenze (ancora ieri è tornato sugli 80 euro… e basta, cambia disco!!), tornerò a sostenerlo più di prima, vista la Grande Coalizione che gli si para contro.

Sostegno di necessità, dato che non c’è di meglio.

Con un pizzico, solo un pizzico di incazzatura: perché lui sa perfettamente che in tanti lo sosteniamo solo perché quegli altri, visti tutti insieme, e pure uno alla volta,  un po’ ci ripugnano. E su questo fa leva, il furbacchione.

(Breve brano tratto da “Buchineri”)

QUELLI CHE ODIANO RENZI

QUELLI CHE ODIANO RENZI

Di Giuseppe Turani

La domanda è semplice: perché odiano Renzi? E chi sono?

La risposta è più complicata. Quelli che odiano Renzi sono di due tipi, quelli interni al Pd e quelli fuori. Quelli interni al Pd hanno un loro preciso interesse a sbarazzarsi di Renzi. Si tratta del potere di nomina di amici e parenti nei posti chiave della pubblica amministrazione e nelle varie strutture degli enti locali, nelle partecipate e in quelle ancora sotto controllo pubblico. In più ci sono i posti elettivi: consigli regionali, provinciali, comunali, senza trascurare il parlamento. Difficile, se non impossibile fare una stima sul numero di queste poltrone. Forse 50-60 mila, ma forse moltissime di più.

Se è vero, come risulta da una ricerca della Uil che in Italia quasi un milione e mezzo di persone, a tutti i livelli, vive di politica, poiché di questa politica il Pd rappresenta almeno un terzo. La quota di “anime” di competenza di questo partito, e quindi del suo segretario, va portata a almeno 500 mila. La famosa “ditta” alla quale Bersani ha fatto spesso riferimento è questa: 500 mila persone, e si va dal compagno che in cambio di un piccolo salario, magari in nero, tiene puliti i pavimenti della sezione all’oligarca che sta nel consiglio di amministrazione di un grande ente, con segretaria, autista e ricco stipendio, fino ai ministri e corte relativa.

La “ditta” in sostanza è una cosa molto più grossa, fisicamente, di quello che si poteva pensare. E non si tratta solo di numeri: appena si sale un po’ di livello, c’è anche il potere. La “ditta”, quindi è un mix di poltrone e di potere.

Tutti questi, ovviamente, non amano i cambiamenti ai vertici della ditta: i loro patti sono stati scritti con i vecchi padroni. Il cambio di segretario e di gruppo di vertice li spiazza e lascia loro immaginare la fine della carriera.

Tutti questi detestano ovviamente Renzi.

Ma, in un certo senso, sono anche quelli meno importanti, meno preoccupanti. I guai grossi sono fuori. E qui per capirci basta fare una premessa molto semplice: la politica debole, inconcludente, pigra, lenta piace a quasi tutti: affaristi, gruppi di potere, grandi e piccole lobbie, truffatori, appaltatori disonesti.

E la politica italiana, negli anni e supportata da una Costituzione scritta apposta perché nessuno potesse davvero comandare, si era appena usciti da vent’anni di fascismo e la paura principale era quella, ha lasciato spazio a ogni sorta di clientele.

Ma questa cosa non funziona più. Intanto il mondo è cambiato, siamo entrati nell’era delle decisioni rapide, delle scelte importanti, la classe operaia è quasi scomparsa e dietro di sé ha lasciato un’umanità che vive di terziario, di interscambio, di commerci, di modeste attività. E che è anche molto mobile.

In più in decenni di gestione consociata, governo, opposizione, sindacati, la società italiana è invecchiata e piena di debiti. Oggi l’Italia, anche se Renzi cerca i spargere ottimismo, è una specie di balena spiaggiata sulla riva e tenuta in vita perché nessuno può mandarla a fondo: troppo grande.

Però, cresce meno degli altri, ha più disoccupati di tutti gli altri, ha un benessere inferiore a tutti, mese dopo mese perde colpi, è meno produttiva. E con un debito che può soffocarla in ogni momento.

Tutto ciò nasce dalla sua storia recente. Con una precisazione importante. Il paese boccheggia, ma nonostante questo è riuscito a riservare a una élite abbastanza corposa ricchezze e tenori di vita fra i migliori d’Europa. Élite che, in genere, non si è guadagnata i suoi privilegi grazie al merito o a chissà quali imprese. No, l’Italia è la patria del familismo amorale: ci sono, ad esempio, 99 università, di cui almeno 80 non valgono assolutamente niente. Però si tratta di migliaia di posti, di migliaia di studenti, professori e assistenti, soldi e incarichi che girano.

Nella burocrazia è la stessa cosa. Il familismo amorale ha prodotto una sorta di “economia parentale” che comporta molte attività inutili, ma di solito ben retribuite.

Insomma, la macchina gira ma spara molti palloncini i pieni d’aria in alto, ricordandosi però di distribuire buoni stipendi in basso.

Bene, tutto questo mondo di economia “artificiale”, inutile, che non produce niente, non è interessato a alcun cambiamento. Anzi, ha il terrore che cambi qualcosa perché sa di essere la vittima designata: se una scure deve cadere, è lì che cadrà.

E quindi non vogliono un’Italia diversa, che faccia cose sensate e che metta ordine nei propri conti.

Tutta questa Italia, e non è poca cosa, è contro Renzi e il suo tentativo di imporre una diversa politica e diverse regole. La sconfitta al referendum del 4 dicembre ha questa spiegazione e anche le polemiche di questi giorni all’interno del Pd.

Certo, ci sono anche questioni personali e di potere, ma il grosso blocco anti-Renzi nasce per ragioni concrete e precise: chi sta bene, non vuole cambiare, chi ha trovato il modo di campare dentro la bolla artificiale dell’economia italiana, non se ne vuole andare, non vuol perdere la Freccia Alata di Alitalia e nessun altro privilegio. Poi Bersani & C. la mettono in politica, ma è solo difesa delle posizioni conquistate, di soldi e di potere. Niente altro.

Come si può reagire? Intanto, non si può pensare, come a volte lascia intendere Renzi, che si possa fare tutto in due settimane. La battaglia sarà lunga e complessa.

E va segnalato un pericolo. Dopo l’opposizione netta e il tentativo di buttare Renzi fuori dal ring, tentativo fallito perché il popolo del sì ha recuperato il suo campione, adesso si tenta l’accerchiamento: facciamo squadra, facciamo una formazione più larga così vinciamo, come è accaduto in passato.

In realtà, l’obiettivo è quello di rimettere in piedi una formazione politico-governativa che assicuri che nulla di sostanziale verrà cambiato: caminetti dei big, mediazioni, compromessi, un po’ alla Confindustria, ma senza dimenticare la Camusso, che deve pur vivere insieme alla sua inutile organizzazione. E, naturalmente, le benemerite cooperative.

Ormai la guerra si è spostata dentro lo stesso Pd. Non è bastata la scissione dei dalemiani, altri si preparano a contestare.

L’obiettivo formale è fermare Renzi. L’obiettivo vero è fermare il cambiamento, è fermare il percorso che porta a un’Italia non più pigramente consociativa, ma liberal-democratica e competitiva.

Sarà, si diceva, una battaglia lunga: da una parte tutta l’Italia del familismo amorale, delle lobbie, dei lavori inutili e dall’altra l’Italia del sì, quasi 14 milioni, determinati e decisi, ma minoranza. Solo che a volte le minoranze, la spuntano.

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

RENZI MANDALI A QUEL PAESE

Il ragazzo di Rignano ha avuto l’idea, Macron l’ha realizzata. Si può ripetere in Italia?

di Giuseppe Turani

L’enorme successo di Macron in Francia un po’ riempie di amarezza. L’idea che si potesse essere di sinistra, con una formazione liberal-democratica, era venuta prima di tutti a Renzi. E infatti lo stesso Macron lo ha più volte ricordato.

Perché Matteo non ha fatto la stessa cosa qui in Italia? Perché non ha fondato “En marche” invece di stare a logorarsi con Bersani e i suoi giaguari, Speranza e il niente, il sottile (e inutile) Cuperlo, per non parlare del seminatore di sventure D’Alema? La risposta esatta non l’avremo mai. Possiamo solo intuirla.

Macron ha constatato, per averne fatto parte, che il partito di Hollande era ormai un pesce bollito, già morto e che dentro girava solo roba vecchia, stantia. E ha concluso che non valesse la pena di rianimare quel cadavere. Meglio tentare l’azzardo di un’avventura nuova, diversa. I fatti gli hanno dato non ragione, ma straragione.

Renzi, invece, ha trovato un Pd vecchio, con una classe dirigente bolsa (mucche nel corridoio, tacchini sul tetto, bambole da pettinare, ecc.). E ha pensato che scalarlo e conquistarlo fosse un’impresa facile, come in effetti è poi stato, sia pure nel giro di qualche anno.

Ha commesso un solo errore. Non ha capito che dentro il Pd l’ala “antica” (i diritti del popolo, nella concezione della Camusso, patrimoniali, e cose così) non era un incidente della storia, ma una specie di malattia ereditaria, non estirpabile, nemmeno con antibiotici di ultimissima generazione. Se ne vanno in tre? Ne spuntano altri due, di qualità inferiore, ma ugualmente testardi. Se ne va Bersani, riecco Orlando. E così via. Se domani se ne dovesse andare Orlando (cosa auspicata da molti), ne salterebbe fuori un altro.

Non solo. L’ala “antica” del socialismo italiano (tutti ex comunisti di ferro, in verità) è tenace. Anche da fuori inventa marchingegni per comandare comunque. Vedi l’operazione Pisapia e la richiesta di primarie di coalizione, avendo forse il 2 per cento dei voti contro chi ne ha il 30. Vien da ridere. Ma l’ala “antica” ci crede perché ha la serena convinzione di essere una sorta di confraternita che deve fare la guardia al sacro sepolcro. Sono stati temporaneamente cacciati dal tempio (se ne sono andati, per la verità), ma il tempio (cioè il futuro del popolo) é roba loro e spetta a loro averne cura contro gli usurpatori.

E’ di fronte a queste osservazioni che ci si rammarica ancora di più per la scelta di Renzi di non seguire una strada tipo Macron. Una strada cioè di rottura netta, totale, definitiva con una storia che ha avuto i suoi momenti alti, ma che alla fine era ridotta piuttosto male.

Molti amici chiedono che si faccia, questa scelta, ora e adesso.

Ma è tardi, ormai. Per più di mille giorni Renzi è stato “il Pd”: non può più dire “Mi sono sbagliato, faccio un’altra cosa”.

Ma allora che cosa può fare? Non molto, ma qualcosa sì.

Intanto, non perdere più tempo con l’ala “antica”: non è vero che con lo 0,5 per cento di Pisapia o l’1 per cento degli ex Sel si arriva al 40 per cento. Poi te li ritrovi che vogliono tre ministeri e che ti rompono le palle tutte le mattine. Non si tratta di antipatia politica: è proprio la loro stessa storia che suggerisce di non avere contatti con loro. Vivono in un passato che è finito da almeno tre decenni e nessuno li schioda da lì, lasciateli al loro destino. Non si può fare altro.

Per essere ancora più chiari. Questi vivono, ancora oggi, l’abolizione dell’articolo 18 come un grave attentato alla libertà dei lavoratori. E non si rendono conto che da vent’anni la produttività del sistema-Italia va indietro invece di andare avanti. Come pensano che si possa crescere se ogni anno si è peggio di quello precedente? La  crescita non si  fa sfilando con le bandiere rosse lungo i viali delle città, ma con fabbriche ben ordinate, con prodotti innovativi, con una burocrazia smagrita e con imprenditori non stremati dal fisco. E, aggiungiamo, con una scuola che non abbia come obiettivo finale quello di dare una laurea a tutti (anche a Di Maio), ma che abbia l’obiettivo di far crescere talenti e teste pensanti.

Il “nuovo” che ci si aspetta da Renzi è questo. Poche cose, ma chiare. E si sa già che su di esse nessuno della vecchia guardia convergerà mai. Loro sono (con tre milioni di disoccupati causa non crescita) per la restaurazione dell’articolo 18: cioè ho una malattia terminale, ma protesto perché non mi danno il caffelatte con briochina e marmellatina di albicocche.

I voti, il consenso, stano fuori da questo cerchio di vecchie idee. Stanno in un’Italia che vuole crescere. Stanno nelle 4500 aziende che nonostante tutto tirano avanti e nei giovani italiani che a trent’anni dirigono team di ricerca al Fermilab di Chicago o che vengono premiati alla Casa Bianca per la loro ricerca sul cancro.

Questa Italia, però, non può aspettare decenni. E non può nemmeno assistere a Renzi e al Pd che si consumano, giorno dopo giorno, nel confronto con vecchi arnesi della politica politicante. Il nuovo è fuori dalla porta, ma ha anche fretta, come sempre.

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

Dalle parole dei principali (si fa per dire, perché lì sembrano tutti principali o padroni), mi pare di aver capito che la campagna elettorale  del neonato Mdp sarà centrata solamente nella insistenza di convincere gli elettori di sinistra a non votare Pd.

Il perchè, secondo loro, è che Renzi, dopo le elezioni farà il governo con Berlusconi, portando quindi il partito a destra, mentre votando per loro (Art 1 Mdp), la sinistra rimarrà identitaria e alternativa.

Alternativa a chi? Al Pd? E che razza di identità sarebbe così frantumata?

Infatti non sembra alternativa a Berlusconi e alle forze di destra, ma solo al Pd.

Perciò omettono sempre di dire che, questo comportamento, in realtà, fa vincere senza ombra di dubbio o la destra berlusconiana o il populismo di grillo.

E’ chiaro che solo votando in massa Pd, possiamo scongiurare un accordo con FI e l’avvento spaventoso di un becero populismo ignorante.

Ma quel Bersani che diceva sempre che Renzi governava con il ” suo” 25%, com’è che ora nei sondaggi non arriva al 3%  (2,7%) e il Pd al 30%, che cosa pensa di valere ora?

Altro fenomeno! D’Alema. Di fronte all’evidenza dei numeri, sia quelli risultati dalle primarie del Pd, sia quelli che vengono attribuiti al nuovo partito che avrebbe dovuto “rifondare il centrosinistra”, D’Alema da una parte descrive il Pd come il Partito comunista nordcoreano, visto che nessuno, secondo lui, si azzarderebbe a dire la verità sul renzismo per non finire vittima di repressioni indicibili, e dall’altra rispolvera un grande classico: Renzi non è altro che Berlusconi, un’altra destra sotto mentite spoglie.

Senti chi parla! Uno che ha fatto qualsiasi cosa per Berlusconi, persino gli ha regalato Mediaset, l’ha fatto vincere, nel 2001, con un margine di voti “bulgaro”, non ha idea di quello che sta dicendo. O è solo invidioso e l’invidia produce il male, lo si legge negli occhi.

Io ho terminato gli anatemi verso questi personaggi.

E sinceramente ne ho abbastanza.

IO AMO CHI RISCHIA

IO AMO CHI RISCHIA

Ho ripreso la tessera del Partito Pd, nonostante le delusioni patite in questi ultimi tempi. Nonostante la protervia di alcuni personaggi che non amano il paese, ma guardano solo al loro ombelico, tengono alla loro visibilità e che se ne sono andati, ovviamente portandosi dietro alcune persone. Forse poche, ma un piccola percentuale, che consentirà loro, con una legge elettorale proporzionale, di ottenere la poltroncina.

Questi personaggi dalla idea fissa, insieme  al  loro esternare nei talk, ci danno lezioni di politica, e i vari giornalisti o pseudo tali, che li invitano, accettano e tacitamente ne condividono l’agire.

Sentir parlare di democrazia da chi, quando era nel Partito in minoranza pretendeva di imporre la sua linea politica appare assai risibile. Mi è difficile trovare anche cosa vi sia di progressista in chi il 4 dicembre ha deciso di riconsegnare il paese alla sua preistoria. Politicamente questa comune di trombati non esprime uno straccio di programma.

Proprio per questi comportamenti che non ho capito e che mi hanno fortemente deluso, ho deciso di sostenere il progetto politico di Matteo Renzi e la sua candidatura alla segreteria del PD. Non sosterrò Orlando, perché mi sembra assai simile a coloro che se ne sono andati. Stessa flemma.

Il progetto di Renzi lo trovo più adeguato ai tempi e alla cultura di questo paese.

L’unico che può salvare questo paese e l’Europa dalla deriva xenofoba e razzista delle destre estreme.

Io amo chi rischia, chi dà soluzioni, elencarle solamente non serve.

Amo chi fa, non chi teorizza, e chi, facendo, talvolta può sbagliare. Chi sa perdere e sa chiedere scusa, ma anche chi è sufficientemente sfrontato Gli sfrontati mi appassionano, perché sanno trascinare col loro sorriso e perché hanno il coraggio di agire.

Amo l’imperfezione, il carattere, anche le debolezze di chi osa.

Lo dichiaro apertamente perché detesto ambiguità ed equidistanze che nella mia pratica politica non sono mai esiste.

Ho fatto la tessera per me, pensando al futuro dei nostri giovani, e ricordando con immenso affetto mio padre, ai valori che mi ha insegnato e sempre praticato.

La dedico a lui al suo impegno, alla sua fatica e alla sua onestà, a mia madre, alla nostra storia familiare, alla loro e alla mia passione politica.

Alla voglia di esserci per contare e decidere del nostro futuro.

IL DENTE BERSANI

L’UMILIANTE FINE DI BERSANI

Dice il proverbio: “La lingua batte dove il dente duole”. Ed è veramente così. A me duole molto il dente “Bersani”, per il dispiacere di vederlo finito, e in quel modo. Quel mio bravissimo ex presidente della regione, che non riesco più a riconoscere.  Capisco che il Pd a guida Renzi abbia fatto errori, tuttavia Bersani è uno che sa fare politica sul serio, non ha fatto altro nella vita e sa anche che si possono fare errori. Ma, per le decisioni che sta prendendo, non lo seguirò più. Troppa la delusione, troppo grande il dispiacere.

I motivi ci sono.

Quando ha capito che la sua battaglia dentro il Pd sarebbe stata perdente, perché il consenso di Renzi era troppo forte, ha scelto di uscire, bollando lo stesso Renzi con il marchio di infame.

Con la sua uscita si è bruciato tutti i ponti alle spalle. Se, per caso, decidesse di rientrare nel Pd, i suoi ex compagni non ucciderebbero il vitello grasso, come il ritorno del fratello maggiore, ma lo ricaccerebbero, tanto li ha offesi e vituperati.

E così, per sua scelta che non ho capito, è diventato un uomo che, con una storia di sinistra, amici di sinistra, non può più tornare a sinistra, nel Pd e non può nemmeno pensare di farci, un domani, alleanze.

A questo punto, può solo andare verso quella sinistra che ci troviamo oggi, che è una foresta frammentata di piccole formazioni, molto colorite, ma del tutto inconsistenti sul piano politico. Tutto materiale fragile, piuttosto rissoso, insofferente verso qualsiasi leadership, il meno adatto per fare politica sul serio, e con un consenso, per ora, sotto la linea del 10 per cento, sommandoli tutti.

Ed ha avuto una illuminazione. La possibilità di una rivincita rincorrendo il Movimento 5 stelle, perché, secondo Bersani, dopo le elezioni avranno una consistenza tale da consentire di fare un governo insieme, e quindi di fare politica. Di fare quella cosa che sa fare e aspira a continuare a fare.

E non ci pensa due volte. Per prima cosa cerca di legittimare i 5 stelle, dimenticando tutto. Dimenticando che Grillo è una S.r.l, dimenticando la Casaleggio associati, dimenticando che razza di democrazia diretta viene esercitata, dimenticando gli assalti in parlamento, dimenticando le scie chimiche, i vaccini, le sirene, i chip sotto pelle e tante altre insulsaggini pericolose.

Si convince che, certo, saranno quello che saranno, ma sono l’unico argine contro una possibile destra eversiva e violenta (così ha detto di recente).

A questo punto cerco di capire quale sia, in Italia, questa destra eversiva e violenta, escludendo la compagine di Grillo perché ritenuta affidabile e con cui ci si può alleare per governare.

C’è Casa Pound, è vero. Ma quanti sono? Non ne ho la più pallida idea. Certamente non un esercito da far paura.

C’è la neomamma Meloni, con i suoi fratelli. Anche lì si possono contare facilmente. Basta una calcolatrice a mano. Anche se ci aggiungiamo Alemanno, Storace e pochi altri, non è che si formi una folla.

C’è Salvini, più forte, col suo esercito che non si raduna più così volentieri a Pontida e non indossa più l’elmo dei vichinghi, uno strano esercito che si allena volentieri al bar davanti ad una birra e sogna la sua Europa, pensa con nostalgia alla lira, e ancor di più alla sua terra del Nord ed ha l’ossessione del “diverso”, qualunque diverso: gay, nero, bianco del sud, musulmano, africano comunque, ecc.. In ogni modo  Salvini è quel che è, però ci mette la faccia ed è il capo della lega reale e non un capo travestito da garante. Paradossalmente è più democratico di Grillo. Tutto questo anche a dispetto di Bersani.

È questa sarebbe la destra eversiva e violenta che vede Bersani? Non credo, sarebbe ridicolo. E allora che cosa rimane? Forza Italia? Ma Bersani sa che forza ha questa Forza Italia di oggi, sa quanto è cambiata e sa quanto si è indebolita. Gli fa paura lo stesso?

Però, a pensarci bene, una vera destra c’è. Ed è quella che Bersani indica come argine: i 5 stelle.

Non perché siano pronti a menare le mani o a fare chissà che, ma perché sono fascisti. Perché non hanno alcun rispetto delle norme costituzionali, non hanno democrazia interna e soprattutto sono convinti che l’Italia del futuro debba essere una società pastorale, povera, collocabile, in una decrescita felice, negli anni del primo novecento, quando si lavorava la terra in dolce felicità, si moriva di difterite e morbillo, o di polmonite e tbc, come al tempo del fascismo.

E il benessere, semmai se ne sentisse il bisogno per il popolo felice nella povertà ritrovata, verrà dalle stampanti di denaro, la bellissima lira, grande come un foglio di quaderno. Il tutto sotto la dittatura di un comico cui piacciono solo i suoi, che sceglie le persone a cazzo di cane e di una S.r.l. che cerca di far quadrare i propri bilanci.

Ma il povero Bersani è fuori strada, ancora una volta.

I 5 stelle lo hanno già mandato a quel paese una volta. Non hanno voluto fare accordi con lui nel 2013, quando contava parecchio, e non lo vogliono oggi, quando non conta più nulla. Quando è un specie di esule in patria, un caso umano prima che politico.

Le sorprese non mancano mai, e forse, nel caso di un governo a 5 stelle, potrebbero anche imbarcarlo, ma giusto come alibi, per coprirsi un pochino a sinistra.

È questa la possibile fine di Bersani, di un uomo che stava per diventare presidente del Consiglio?

Mi rifiuto di crederlo.

Da ultimo vorrei ricordare a Bersani che sia l’Appendino a Torino, che la Raggi a Roma, non hanno presenziato alla commemorazione dei morti a causa del fascismo. Vorrei chiedergli se si sente a proprio agio vicino a queste persone. E se tutta la sua vita di antifascista e comunista, può essere rinnegasta così, in un lampo, per un rancore incomprensibile e per l’odio verso il proprio segretario di partito, segretario scelto da una percentuale altissima di votanti.

IERI E OGGI

IERI E OGGI

gli-alleati-della-destraSpero che gli alleati della destra di oggi, destra di cui fanno parte anche i devoti del blogghe, facciano la stessa fine di quello di ieri. Ho lasciato Emiliano nell’immagine perché assomiglia tanto al famoso “cavallo di Troia”. Restare per distruggere. In effetti il pm pugliese è strano, molto strano. E’ andato a cena con Berlusconi, ma dice che non farebbe mai un governo con lui, ma solo coi grillini. Tant’è vero che, per avere un voto in più (forse nelle prossime primarie del Pd) sul problema vaccini ha dato ragione ai grillini, infischiandosene della salute delle persone.

Siamo messi così, nel pianeta dei matti.

Scrive Mattia Feltri su “La Stampa”

Notizie dal pianeta dei matti. Luigi Di Maio ha detto che il Pd ha fatto danni come una guerra mondiale, e al tramonto dell’impero i cortigiani arraffano quello che possono. Michele Emiliano, candidato alla guida del Pd, ha detto che non farebbe mai alleanza con Forza Italia ma coi Cinque stelle sì, forse sui presupposti offerti da Di Maio. Miguel Gotor, senatore uscito dal Pd, ha detto che Luca Lotti dovrebbe dimettersi per coerenza, come furono fatti dimettere Josefa Idem, Maurizio Lupi e Federica Guidi. Il ministro Maria Elena Boschi, che invece non fu costretta alle dimissioni, sebbene molti gliele chiedessero per l’inchiesta sul padre in Banca Etruria, ha annunciato che il padre è stato prosciolto.

L’ex direttore del Quotidiano della Calabria è invece stato condannato perché il giornale definì d’assalto il pm John Henry Woodcock a proposito dell’indagine su Tempa Rossa, per cui si era dimesso il ministro Guidi e poi finita in nulla; la Cassazione ha stabilito che è diffamatorio definire d’assalto Woodcock perché ne vulnera gratuitamente la dignità, e però è legittimo sottolineare la negligenza in diritto amministrativo e civile del medesimo Woodcock. Che ora è tornato in prima pagina per l’inchiesta Consip e le sue spettacolari fughe di notizie, spettacolari come quella su Antonino Ingroia, ex pm antimafia che deve rispondere di spese allegre da manager della Regione Sicilia. «Qualcuno ha dato la notizia in pasto alla stampa», ha detto Ingroia, che per la stampa del pianeta dei matti fu boccone prelibato.

 

RICUCIRE

xpartito-democratico-e1487424784324-jpg-pagespeed-ic-i9rzwded7eRICUCIRE

Che cosa c’è da ricucire nel Pd oggi? Nulla. Il Pd è già stato calpestato, sfasciato e “sfruttato” fino allo sfinimento. Ora basta.

Perché continuare a inseguire Bersani e D’Alema, regalando loro il partito?

Probabilmente io non ho a cuore il Pd, ma sinceramente non capisco tutti questi appelli alla unità del partito.

Sul paese si abbatterebbe una sciagura, si dice, vincerebbe il populismo, ma è ovvio, per chi osserva questi fatti, che ne sarebbe la logica conseguenza, tuttavia, la separazione effettiva e vera è avvenuta con il referendum del 4 dicembre.

In quell’occasione la minoranza del Pd, quella che odia Renzi, si era schierata contro la proposta di referendum del governo diretto dal proprio partito e aveva festeggiato quando Renzi era stato sconfitto.

Non c’è più nulla da aggiungere e soprattutto bisogna smetterla con questi appelli all’unità. Ora basta. Si va avanti anche senza quelle palle al piede e sicuramente meglio.

Oggi la sinistra, quella tanto sospirata sinistra e sostenuta anche dalla compagnia di Bersani, in Italia (e anche nel mondo, vedi Trump), ha un nemico, che non è il capitalismo del 1800-1900, ma il populismo di Grillo, di Salvini, della Meloni.

Proprio lì si concentra tutta l’incultura del mondo contemporaneo, il populismo a cui stiamo assistendo e al quale diamo tanta voce attraverso tutti i media possibile, è il moderno fascismo.

L’abbiamo visto a Roma ieri, nelle manifestazioni dei tassisti.
Per quale motivo tra chi protesta perché non piace una disposizione di legge, si insinuano elementi pericolosi di destra estrema, armati di pugno di ferro, trasformando una manifestazione corporativa in una guerriglia?

Qualcuno la colpa ce l’ha per tutto questo e in parte anche quella sinistra che non dovrebbe avere niente da spartire con chi vuole tirare su dei muri, mettere dei dazi e rastrellare tutti i “diversi” e buttarli a mare e nemmeno con quella destra estrema che grida “li uccidiamo noi”.

Non è questione questa di destra o sinistra, ma di civiltà.

Eppure, si sprecano gli appelli per ricucire chissà che, ci si mette in ginocchio e si prega Bersani e D’Alema e altri di non andarsene dal Pd, quando questi ultimi hanno il chiodo fisso di voler dialogare col populismo, dimostrando un’ingenuità straordinaria, quella di credere che sia possibile recuperarlo alla democrazia.

Fanno pena queste persone, cito Bersani per tutti, che con una ingenuità che fa quasi tenerezza, si rivolgono a coloro che sputano loro in faccia.

Non riesco a comprenderli e non so capacitarmi che, persone piene di dignità come Bersani e altri, per recuperare un populismo particolare, quale quello del comico genovese, con l’intenzione e trasformarlo in democrazia, ci si debba abbassare al punto di accettare condizioni di parafascismo non condivisibile ed inconcepibile, per una sinistra davvero tale. Non è possibile trasformare un populismo in democrazia, correndogli dietro. Ditemi che senso ha.

Una sinistra che abiura il proprio segretario, perché ha cercato di fare riforme difficili, ma che si prostra verso chi non ha nulla di dialogabile e flessibile, non so che sinistra sia. E mi domando se veramente tiene a questo paese.

Davvero strano e inconcepibile per me, a meno che non lo si legga come l’espressione del peggior rancore che si possa covare in seno, contro Renzi.

Qualcuno mi dirà che comunque il Pd è andato a “pitoccare” alla destra, ha preso nel governo pezzi di destra, ha ascoltato Verdini e compagnia, ha fatto persino cose di destra, come andando a toccare l’intoccabile e venerabile articolo 18, quindi non c’è niente da meravigliarsi se altri, come Bersani, fanno la stessa cosa verso il seguaci del blogghe. Ma con quale destra il Pd ha dialogato? Certamente non quella strana e fuori contesto, capitanata da Salvini e Meloni.

Ma, se osservati bene, i populisti guidati dal comico genovese, non sanno nulla della democrazia, nulla dello stato moderno delle cose, nulla del paese e sono somigliantissimi a Salvini ed estremisti di destra. E, almeno è quello che credo io, il populismo grillino è molto più pericoloso per il futuro del nostro paese.

Il rinnovamento, pertanto non può che passare quasi solo attraverso il Pd depurato, pulito con una classe dirigente che oggi non c’è. Si prendano sindaci, assessori, giovani democratici, animatori dei circoli, si giri per il paese e si troverà una miriade di gente capace, in grado di amministrare bene e di mettere in campo idee nuove.

Lo si faccia con un Pd rinnovato, con un Pd che ascolti la gente, che non è quella che segue Bersani. Per capirlo basta stare in mezzo alle persone.

Forse le mie sono solo parole al vento, ingenue e poco realistiche, sappiamo che con la scissione rischiamo di trovarci i seguaci del blogghe comico genovese al governo, con il blogghe stesso seduto a tavolino a dare ordini attraverso internet.

Può succedere e vedremo quanto durerà.

Quello che conta adesso è non aver paura di quello che potrà succedere, ma cercare di riformare il Pd, per far sì che sia davvero quel partito che riesce a salvare il paese dal disastro che si prospetta.