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IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

IO HO TERMINATO GLI ANATEMI

Dalle parole dei principali (si fa per dire, perché lì sembrano tutti principali o padroni), mi pare di aver capito che la campagna elettorale  del neonato Mdp sarà centrata solamente nella insistenza di convincere gli elettori di sinistra a non votare Pd.

Il perchè, secondo loro, è che Renzi, dopo le elezioni farà il governo con Berlusconi, portando quindi il partito a destra, mentre votando per loro (Art 1 Mdp), la sinistra rimarrà identitaria e alternativa.

Alternativa a chi? Al Pd? E che razza di identità sarebbe così frantumata?

Infatti non sembra alternativa a Berlusconi e alle forze di destra, ma solo al Pd.

Perciò omettono sempre di dire che, questo comportamento, in realtà, fa vincere senza ombra di dubbio o la destra berlusconiana o il populismo di grillo.

E’ chiaro che solo votando in massa Pd, possiamo scongiurare un accordo con FI e l’avvento spaventoso di un becero populismo ignorante.

Ma quel Bersani che diceva sempre che Renzi governava con il ” suo” 25%, com’è che ora nei sondaggi non arriva al 3%  (2,7%) e il Pd al 30%, che cosa pensa di valere ora?

Altro fenomeno! D’Alema. Di fronte all’evidenza dei numeri, sia quelli risultati dalle primarie del Pd, sia quelli che vengono attribuiti al nuovo partito che avrebbe dovuto “rifondare il centrosinistra”, D’Alema da una parte descrive il Pd come il Partito comunista nordcoreano, visto che nessuno, secondo lui, si azzarderebbe a dire la verità sul renzismo per non finire vittima di repressioni indicibili, e dall’altra rispolvera un grande classico: Renzi non è altro che Berlusconi, un’altra destra sotto mentite spoglie.

Senti chi parla! Uno che ha fatto qualsiasi cosa per Berlusconi, persino gli ha regalato Mediaset, l’ha fatto vincere, nel 2001, con un margine di voti “bulgaro”, non ha idea di quello che sta dicendo. O è solo invidioso e l’invidia produce il male, lo si legge negli occhi.

Io ho terminato gli anatemi verso questi personaggi.

E sinceramente ne ho abbastanza.

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

PD STAI ATTENTO ALLE FREGATURE

Sarà un caso ma, dopo le elezioni francesi, sembra essersi velocizzato il processo di una creazione di una legge elettorale.

Sembra che ci sia voglia di accordo tra le due maggiori forze politiche in grado di contendersi il governo del paese, cioè PD e M5s.

PD stai attento a trattare con il M5S, dato che ha dimostrato di essere un Movimento inaffidabile, sempre, in ogni situazione. Il suo nemico sei sempre tu, Pd! Quello che sta dicendo il m5s sulla legge elettorale, potrebbe nascondere una grossa fregatura.

Sembra,  si ha l’impressione, si suppone che ci sia consonanza tra i due partiti per dare il premio alla lista, proprio come dice il Legalicum, la legge elettorale Italicum modificata dalla Corte Costituzionale.

Forse è proprio quella la direzione da prendere. Certo, Berlusconi preferisce il premio alla coalizione, data la sua capacità mitica di mettere d’accordo forze politiche molto diverse tra loro.

Anche se ora la vittoria di Macron sembra aver mandato un po’ in crisi il centrodestra, lo stesso Berlusconi ha salutato la vittoria dell’europeista Macron, mentre Salvini, potenziale e probabile alleato di Berlusconi, non ha ovviamente ben visto questi ammiccamenti di Berlusconi a Macron. Ma probabilmente è solo una commedia.

La situazione politica si fa ingarbugliata ed interessante.

AMERICA, AMERICA…

donaldotrumpAMERICA, AMERICA

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha attaccato su twitter una catena di distribuzione che si è permessa di ritirare la collezione creata da sua figlia.

Il tenore del tweet farebbe anche sorridere, venendo da uno degli uomini più potenti del mondo («Mia figlia Ivanka ha ricevuto un trattamento così ingiusto…»).

Ma questo è solo l’ultimissimo e forse persino il meno grave episodio di una lunga serie, che ci ricorda quotidianamente il gigantesco conflitto d’interessi di cui il presidente è fiero e indisturbato portatore.

E a me ricorda anche tutti gli intellettuali e giornalisti che per venti anni ci hanno spiegato che il conflitto di interessi di Silvio Berlusconi sarebbe stato impossibile in qualunque altro paese moderno, che una cosa simile poteva succedere «solo in Italia», che in America non sarebbe stato neanche pensabile e che per sistemare le cose sarebbe bastato copiare le loro rigorosissime norme antitrust.

Dunque, se non lo si faceva in un baleno, era perché la sinistra era venduta e corrotta.

Già, solo che l’Italia ha il primato, l’America è arrivata dopo. Una volta tanto!

SONO GLI STESSI

SONO GLI STESSI

Sentire gli esponenti di FI, della lega e dei neri cespugli di destra dire che se vince il SI’, la riforma concede troppi poteri al presidente del Consiglio, o che esiste il rischio di una deriva autoritaria, è proprio una barzelletta. L’art. 95 della Costituzione, quello che attribuisce le competenze e i poteri al presidente del Consiglio non cambia. Non cambia. Ciò significa che proprio non l’hanno letta questa benedetta riforma che voteremo.

Questi sono gli stessi che hanno proposto agli italiani, nel 2006, una riforma costituzionale in cui il presidente del Consiglio aveva il potere di sciogliere il parlamento, di mandare a casa ministri, uno due o tutti, poteri che, per Costituzione, sono in carico solo il presidente della Repubblica. Cambiavano, con la loro riforma, le basi della Costituzione. E adesso se ne sono dimenticati: “temono l’uno solo al comando”.

La riforma attuale modifica il funzionamento degli organi statali,  e comincia dall’art. 55 in poi, lasciando immodificati quelli che riguardano i vari poteri, legislativo, giudiziario ed esecutivo. Bisogna leggerla per capirla, altrimenti si parla per sentito dire o a vanvera.

La riforma che andremo a votare il 4 dicembre prossimo, quindi, non cambia il potere del presidente del Consiglio e neppure quello del presidente della Repubblica. Cambia il modo di eleggere il presidente della Repubblica, rendendolo più vincolante E meno male!

Sono gli stessi che hanno approvato il “porcellum”, la legge porcata che non consente di avere la stessa maggioranza alla Camera e al Senato, legge che ha creato un’infinità di problemi di governo, tanto che Prodi, nel suo anno di governo, non è riuscito a fare quasi nessuna legge.

Sono gli stessi che hanno votato che la minorenne marocchina era nipote di Mubarak, una assurdità sostenuta davanti agli altri parlamentari, e a tutto il paese, con una faccia tosta incredibile.

Sono gli stessi che hanno portato il paese ad essere la barzelletta dell’Europa, e del mondo.

Sono gli stessi che hanno portato lo spread a oltre 500 punti di differenziale.

Sono gli stessi che hanno accettato il diktat della parità di bilancio,  e l’hanno fatto votare in parlamento mettendolo nella Costituzione.  E, disgrazia nostra, votata anche dal Pd dell’allora segretario smacchiatore di giaguari!

Sono gli stessi che hanno accettato le imposizioni della commissione europea sulla sovranità italiana.

Sono gli stessi che ora hanno il coraggio e la spudoratezza di riproporsi come salvatori, dopo aver declassato il nostro paese al livello più basso di fiducia e stima in Europa e nel mondo.

È proprio vero che gli italiani hanno memoria corta. Possibile che ci siano persone di sinistra che accettano di votare con personaggi simili? Sì, incredibilmente succede, per un unico scopo: mandare a casa Renzi per riprendersi quello che ritengono di aver perso.

Tutti gli arzigogoli che inventano a difesa del no alla riforma, sono solo fumo negli occhi, per toglierci la capacità di vedere alla fine qual è il vero scopo del votare no.

Ma è un gioco ad arte.

Si vuole indebolire Renzi, per costringerlo a restare, nel caso di vittoria del no, per farne un burattino da strapazzare a piacimento.

A questo Renzi, che è un vero boy scout e sa che cos’è l’onore e il rispetto, non ci sta. Il suo motto è “lasciare il mondo meglio di com’era prima”. Siamo sicuri che non resterà a condizioni diverse. E ne siamo contenti.

Berlusconi ha detto che il 5 dicembre (convinto che vincerà il No) si siederà al tavolo della trattativa con me. Sappia che a quel tavolo ci troverà Grillo e D’Alema non me.
Matteo Renzi

renzi-a-berlusconi

 

 

COSI’ PER NON DIMENTICARE…

Così per non dimenticare… ma alla Lega non l’aveva detto

Chissà se ora, con il numero dei migranti che arrivano, è ancora della stessa idea. Se fosse così, dovrebbe sostenere Renzi! A mio avviso discorsi del genere si fanno solo per sembrare qualcuno caritatevole e accogliente, poi alla prova dei fatti, cambia atteggiamento.

Invito Renzi a chiedergli se la pensa ancora così. Ma inutile, Berlusconi, non si fa mai vedere con Renzi perché, per inciso, non ha fatto eleggere il presidente della Repubblica che voleva lui. Probabilmente chi gli aveva promesso la grazia.

MASSIMINO ALLA RISCOSSA

MASSIMINO ALLA RISCOSSA

6228531-kMqB-U43220561865593QTE-1224x916@Corriere-Web-Sezioni-593x443Ci sta riprovando. D’Alema ci sta riprovando. Ci riuscì nel 1998. Cacciò via Prodi e Veltroni, e, con l’aiuto di Cossiga, riuscì a formare ben 2 due governi. Durò sostanzialmente due anni, fino a che nel 2000, Berlusconi stravinse.  Chiarissimo.

In quel tempo (parole evangeliche) il duo D’Alema-Berlusconi andava d’amore e d’accordo, nulla di nuovo, Berlusconi a suo tempo ottenne gratis tutte le frequenze televisive che voleva, su regalo di D’Alema e soci e Berlusconi, da indebitato che era diventò straricco, grazie a quella deliziosa classe dirigente. Condivisero le crostate, le bicamerali e poi, Berlusconi, sicuro della vittoria, cacciò tutto all’aria. E D’Alema e compagnia rimasero col cerino in mano. Storia. Storia vecchia, che ormai olezza.

Ora ci riprova. Quel meraviglioso profumo che invita a scalzare chi è al governo e a togliergli la sedia da sotto il sedere, è una tentazione irresistibile per D’Alema. Con la scusa del referendum costituzionale, forma ufficialmente, solennemente e con tutte le cerimonie liturgiche del caso, come il novello Mosè che vuole salvare il suo popolo, un comitato del no, o comunque un palco su cui salire per porsi all’attenzione del mondo politico, e dei vari commentatori al seguito.

Senza mezzi termini dichiara che “se vince il no, Renzi va a casa e la sinistra va al governo”.

Quale sinistra ha in mente D’Alema? Quella che al momento si configura in alcune persone, scontente di Renzi e desiderose di tornare a galla? La sua? Quella delle crostate in casa Letta? O quella divisa in mille rivoli e che, messa tutta insieme raggiunge sì e no il 15%?

Temo che si illuda un po’ troppo. Il partito non è diviso così tanto come crede, la cosiddetta base, vuole solo l’unità, non la discordia e le va benissimo anche Renzi.

Dunque per D’Alema, Renzi se ne andrebbe. Punto.

Ma bisognerebbe fare i conti con l’attuale Presidente della Repubblica, Mattarella, che è lontano anni luce da Cossiga. Il suo essere Presidente è encomiabile, non affiderebbe mai un governo a mani frantumate.

Renzi, comunque, se dovesse vincere il no al referendum, è chiaro che si dimetterebbe la sera stessa e con lui il suo governo, ma Mattarella, con ogni probabilità, lo incaricherà di formare un nuovo governo, lo rimanderà alle Camere per vedere se ottiene la fiducia e tutto continuerà come prima fino al 2018. Per me hanno già parlato di questa eventuale possibilità, in caso di supremazia del no al referendum.

Se Renzi non dovesse ottenere la fiducia, Mattarella scioglierebbe le Camere, e potrebbe indire nuove elezioni.

A questo punto la storia di D’Alema e compagni sarebbe finita. Renzi è ancora segretario del Pd, e sono sicura che sceglierà “chi” mettere in lista per le elezioni politiche, come hanno sempre fatto tutti i precedenti segretari. E Renzi farà il Renzi.

Saremo di nuovo da capo, ma almeno forse un po’ di pulizia si sarebbe fatta.

Comunque vada.

Potrebbero vincere i 5 stelle? Possibile, ma rimarrebbe il Senato e la vedo molto, ma molto in salita, la possibilità di governare, per un movimento siffatto che non vuole allearsi con nessuno, e in quella sede dovrebbe fare i conti con i parlamentari veri, e non con il direttorio, grillo, i vari studi di avvocati. Alleanze tali da poter governare.

Certo c’è sempre la Lega, che potrebbe dare una mano, c’è la parte rimanente di FI, la sinistra scontenta e vari delusi.  Sufficienti? Non si sa.

D’Alema vive nel passato, dice di essere un riformista, ma non vuole cambiare la costituzione con quello che è stato proposto a questo governo, perché, secondo lui, è sbagliata, pasticciata, confusa. Ma qualcuno ha letto la sua proposta che fece durante la bicamerale? Era così chiara,bella, lucida e splendente? Tuttavia, anch’essa era frutto di un compromesso. Sfido chiunque a ricordarsene i contenuti. Mentre questa riforma, proposta e, a breve, sottoposta a referendum, è quella dell’Ulivo, pari pari. Ma si sa, a D’Alema non piaceva Prodi, l’inventore dell’Ulivo.

Tuttavia, prima di pontificare tanto, si dovrebbe chiedere perché il Pd, portato avanti anche da lui, nel 2013 non ha vinto.

Si chieda il motivo del movimento di protesta nato in quegli anni, si chieda perché l’Italia è entrata nella crisi economica messa malissimo, si chieda perché la disoccupazione aumentava sempre e non si è mai stati capaci di promuove una che una opera pubblica, insomma faccia l’esame di coscienza se ne ha una, e si renderà conto che la sua magnifica stagione è finita.  Non si riusciva a combinare niente. Tanto meno una legge decente. L’immobilismo più totale.

Ora c’è gente diversa nel mondo politico, anch’io sono diversa, il mondo è diverso. I problemi che abbiamo sono molti e molto gravi e anch’essi sono diversi. Migliorare la possibilità di fare le leggi, sarebbe di grande aiuto, nell’attuale situazione, ma comunque sia, Renzi, per questi smaniosi di rivivere il passato, non va mai bene.

D’Alema la smetta di criticare il suo segretario, non rovini il Pd, non rovini il paese e la smetta di creare discordia. Fa solo pietà.

SOLO PER QUESTO VERRA’ RICORDATO

SOLO PER QUESTO VERRA’ RICORDATO

mineo-corradinoPiccolo, immensamente piccolo e mediocre si è dimostrato il senatore Mineo nel momento del commiato.

Livido e rancoroso, allusivo e strisciante.

Miserando inventore di banali fantasie, nelle quali nel 2015 per una donna essere avvenente ed intelligente pare essere colpa.

Non è così povero senatore, la sorprenderò affermando che non esiste incompatibilità alcuna tra le due cose, che sia pur con fatica e senza passare tra le lenzuola di un uomo, con forza e tenacia anche noi possiamo farcela, malgrado esistano ancora uomini come lei.

Mi auguro che le donne che, a sinistra lei pretenderebbe di rappresentare, provino per loro cultura, formazione e storia un sussulto di sdegno di fronte alle sue esternazioni.

Che ogni donna possa vederla per quello che lei è nel profondo e che purtroppo per lei ha manifestato.

Provo un senso di vergogna per la sua mediocrità.

Si può essere osceni anche senza proferire parolaccia, lei lo è stato e solo per questo verrà ricordato.

E inoltre quel “io so che tu sai che io so”, mi sa tanto di atteggiamento mafioso.

Penso infine che liberandosi di personaggi come costui, il Pd ci guadagni molto. Ma ne restano tanti altri. Non ho dimenticato il momento in cui Bersani disse a Berlusconi “Noi abbiamo portato in Parlamento il 40% di donne e tu quante bambole hai portato?” Non mi colpi e non mi fece male quella parola “bambole”, ma la parola “portare” come se le donne fossero sacchi di patate e fossero un peso.

 

Dai Quotidiani si apprende:

“Renzi sa che io so”. In una nota il senatore Corradino Mineo attacca il segretario Pd e presidente del Consiglio. Il giornalista ha lasciato il partito in polemica con la linea renziana e ora, dopo i vari botta e risposta, torna con dichiarazioni che fanno riferimento in modo confuso a notizie di cui sarebbe a conoscenza e che non può (o vuole) rivelare: “Renzi non si fa scrupoli, rivela conversazioni private, infanga per paura di essere infangato. E sa che io so. So quanto si senta insicuro quando non si muove sul terreno che meglio conosce, quello della politica contingente. So quanto possa sentirsi subalterno a una donna bella e decisa. Fino al punto di rimettere in questione il suo stesso ruolo al governo. Io so, ma non rivelo i dettagli di conversazioni private. Non mi chiamo Renzi, non frequento Verdini, non sono nato a Rignano“. Mineo allude a una donna che sarebbe a fianco dell’ex segretario e che avrebbe, sempre secondo le parole del senatore, un’influenza sulle sue scelte”.

La donna cui allude Mineo è molto probabilmente Maria Elena Boschi.

Emerge infatti chiaramente il fastidio che la presenza di donne competenti e preparate, capaci di esercitare al meglio il proprio ruolo, anche in politica, anche nel Partito democratico, suscita al senatore Mineo.

LE METAFORE E LA POLITICA

LE METAFORE E LA POLITICA

metaforaLe metafore sono dappertutto, anche se di solito non ce ne rendiamo conto, perfino l’affermazione «le metafore sono dappertutto» è una metafora, perché utilizza un avverbio di luogo per alludere a una realtà concettuale. Ma quando si dice «sono dappertutto» non si esagera esse sono nel diritto, nella psicoterapia, nella pubblicità, ovviamente nella letteratura.

Dappertutto e, certo, anche in politica. E proprio in questo campo, più che in altri, oggi viviamo l’epoca delle troppe metafore, delle metafore sbagliate, delle metafore tossiche.

Basta sfogliare un quotidiano per verificarne l’abnorme proliferazione. Braccio di ferro tra Atene e Berlino, apriamo un tavolo, c’è qualche mela marcia, i cespugli del centro, il teatrino della politica, abbassare la guardia, il colpo di spugna, franchi tiratori, gogna mediatica, macchina del fango, staccare la spina, scontro tra falchi e colombe.

Si potrebbe continuare a lungo, ma anche solo questo rapido esempio ci illustra il discorso politico di oggi, molto ricco di immagini, ma poco di idee.

Le metafore politiche, analizzate dal punto di vista etico, si dividono in due categorie: molte sono strumenti di manipolazione e ottundimento dell’intelligenza individuale e collettiva; altre un formidabile mezzo di trasformazione del reale. Le prime costituiscono uno degli indici più affidabili per misurare lo svuotamento del linguaggio; le seconde sono uno strumento potente per evocare le emozioni e per coinvolgere i cittadini nel progetto di cambiamento della società.

La spropositata quantità di metafore è solo una parte del problema. L’altro fondamentale aspetto riguarda la qualità delle metafore e l’orizzonte di senso che esse sono in grado di produrre.

Anche se è difficile stilare classifiche e graduatorie, in ambito come questo, sembra impossibile negare che la più potente e, per certi aspetti, devastante della metafora politica italiana degli ultimi decenni sia quella berlusconiana della discesa in campo.

Nel famoso discorso preregistrato del 26 gennaio 1994, Berlusconi annuncia la sua intenzione di darsi alla politica.

Conviene leggerla per intero:

«Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare».

Un’annotazione preliminare va fatta sull’uso dell’allitterazione ho scelto di scendere. Il sostantivo scelta, il verbo scegliere, sono parole potenti, che alludono a una dimensione di valori umani alti e nobili. La locuzione scendere in campo, per via del suo allineamento con scelta si presenta come un’espressione carica di dignità e coraggio.

Il capolavoro di comunicazione politica è però nella selezione della metafora propriamente detta.

Le squadre scendono in campo era l’espressione con cui per decenni i telecronisti e radiocronisti sportivi avevano narrato il momento iniziale, carico di eccitazione, di una partita di calcio, in particolare della nazionale. Non si dimentichi, in proposito, che il nome assegnato da Berlusconi al suo movimento politico fu proprio ‘Forza Italia’ e che i suoi aderenti furono definiti azzurri, con una diretta e non equivoca alla maglia della nazionale.

E’ bene sottolineare che in un paese come l’Italia, con le sue differenze tra Nord e Sud, con la diffidenza e spesso il senso di estraneità che caratterizzano i rapporti tra abitanti di regioni diverse e lontane, uno dei pochi profili identitari che riguardano la stragrande maggioranza della popolazione è costituito proprio dalla passione calcistica e dal tifo per la nazionale.

La metafora discesa in campo era in grado di agire, e di fatto agì, mettendo in moto un potente quanto inconsapevole senso di appartenenza.

È indubbio che quella metafora fosse un puro strumento di manipolazione collettiva. Era, infatti, fine a se stessa. La sua forza non scaturiva da un progetto politico, ma da una geniale intuizione mediatica.

In breve tempo, tutti, alleati e avversari, giornalisti e commentatori, hanno presa a usarla ossessivamente fino alla nausea.

Fino all’assurdo capovolgimento elaborato in occasione delle elezioni politiche del 2013. Molti ricorderanno come il senatore Monti, lanciandosi in un’avventura politica dalle premesse discutibili e dagli esiti sfortunati, ebbe a dire e ripetere varie volte di aver preso la decisione di «salire in politica». La bizzarra espressione prendeva dichiaratamente spunto dalla metafora berlusconiana della discesa in campo, per rovesciarla e negarne il contenuto.

Laddove Berlusconi scendeva, Monti saliva. La prima espressione è una geniale metafora, la seconda un gioco di parole, una elaborazione fredda ed intellettualistica, priva di qualsiasi forza persuasiva o capacità di coinvolgimento.

Un’altra metafora efficace quanto quella della «discesa in campo» è quella del «mettere la mani nelle tasche degli italiani». Anche questa frase evoca e dà forma a qualcosa di già presente nella mente dei destinatari: la percezione del fisco come qualcosa di aggressivo, intrusivo e rapace. Un borseggiatore, cioè un ladro, che ti infila le mani in tasca e ti toglie quello che è tuo.

Nel medesimo orizzonte concettuale si colloca la metafora della cosiddetta ‘pressione fiscale’. È un’espressione che sembra neutra e invece non lo è affatto.

Pressione è una forza esercitata su una superficie circoscritta. Allude alla limitazione della libertà, comunica un senso di costrizione, rimanda all’idea di qualcuno che ti sta schiacciando.

È nell’apparente neutralità di questa espressione che si nasconde la sua forza. Essa, come quella della discesa in campo, ha segnato, per diversi anni una supremazia politica che era anche e soprattutto una supremazia linguistica. Tutti gli avversari di Berlusconi, infatti, sono stati inchiodati per anni al tentativo, fallito di disfare la potenza comunicativa delle sue metafore. Tutti hanno recepito i suoi schemi linguistici e, nel tentativo di contestarne i deboli argomenti politici, non hanno fatto altro che confermare il perimetro linguistico da lui definito e, dunque, la sua centralità politica.

Le metafore manipolatorie e tossiche non si contrastano con la loro negazione, ma con l’elaborazione di altre metafore, capaci anch’esse di evocare strutture interiori e definire diversi quadri di riferimento.

Ecco un esempio di come George Lakoff, (docente all’Università di Berkeley) costruisce un’articolata metafora per proporre un modo diverso di pensare alle tasse e al dovere di pagarle:

“Pagare le tasse significa fare il proprio dovere, versare la propria quota di iscrizione per vivere negli Stati Uniti. Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagarne la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da baseball. E qualcuno lo deve pulire. Forse non usiamo il campo da squash, ma comunque dobbiamo pagare la nostra parte. Altrimenti nessuno farà la manutenzione e il circolo andrà in rovina. Quelli che evadono le tasse, come le società che si trasferiscono alle Bermude, non pagano quello che devono al loro paese. Chi paga le tasse è un patriota. Chi le evade e manda in rovina il suo paese è un traditore”.

I progressisti italiani, purtroppo, non hanno la capacità di costruire metafore convincenti e solidamente etiche. Nel discorso politico della sinistra sono invece numerosi gli esempi di metafore mal fatte e, dunque, inefficaci o addirittura controproducenti.

Si pensi all’impostazione retorica dell’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. I suoi interventi sono effettivamente ricchi di metafore. Si tratta però di immagini fiacche; capaci tutt’al più di strappare un sorriso.

Particolarmente infelice e dannosa, fra le metafore bersaniane, è quella del partito-ditta. Fra i sinonimi di “ditta”, sul vocabolario, si trova la parola azienda ed è impossibile non annotare come, per lunghi anni, il partito-azienda per definizione sia stato Forza Italia.

Poca differenza semantica fra partito-azienda e partito-ditta e una certa imprudenza linguistica per il capo del principale partito della sinistra, erede di una grande tradizione ideale. Un partito non è, o non dovrebbe essere un’impresa commerciale o industriale. Soprattutto non lo dovrebbe essere un partito di sinistra, ipoteticamente portatore di valori in contrasto con un’idea della politica intesa come un grande mercato. Ne fosse o meno consapevole il suo creatore comunicava e accreditava un’idea politica come mercato elettorale nel quale ciascun gruppo politico offre un programma ai cittadini come un’impresa vende le proprie merci alla massa dei consumatori.

Il problema è che le metafore di Bersani, come ha chiarito Umberto Eco, spesso non sono metafore in senso tecnico, ma esempi paradossali. Giochi di parole.

Si pensi a battute come «con tre prosciutti non ci vengono fuori un maiale», per manifestare scetticismo sulla tenuta di una legge finanziaria. Oppure all’immagine di «una mela attaccata al ramo, che viene giù quando c’è un cestino nuovo che la prende su», per cercare di enunciare il concetto di consenso durante la campagna elettorale per le primarie. O ancora la famosa ma criptica espressione: «so anch’io che c’è tanta gente che preferisce un passerotto in mano piuttosto che un tacchino sul tetto, però questo è un condono» usata per criticare ipotesi di accordo sul rientro, previa tassazione agevolata, di capitali illecitamente esportati in Svizzera.

Ognuno può giudicare dell’efficacia o meno di questi giochi linguistici. La questione è che Bersani rivendicava il carattere consapevole, deliberato, potremmo dire strategico delle sue scelte linguistiche. Egli affermava di aver elaborato un proprio stile, per renderlo «un tipo di linguaggio pieno di metafore dal tratto popolare, alternativo al vecchio e spesso incomprensibile politichese».

Bersani, per molti versi politico di ottima qualità, competente e onesto, è riuscito solo a costruire giochi di parole, a volte paradossali, quasi sempre inefficaci. Bersani diceva la verità sugli obiettivi della sua politica e sui mezzi per conseguirla. Dire la verità però non basta, se non la si dice in modo persuasivo, facendo percepire il proprio punto di vista, il proprio sistema di valori. Usare le metafore è una forma retorica difficile non basta provare con buone formule. Farlo è difficile e richiede talento.

E il talento non manca all’attuale presidente del Consiglio Matteo Renzi, incline a un uso della metafora piuttosto diffuso, quanto mai disinvolto. In particolare, Renzi sembra prediligere metafore che alludono a una soluzione energica dei problemi. Le riforme, per esempio, vanno approvate con la forza di un «caterpillar» o di «un rullo compressore»; gli avversari, siano Forza Italia o la minoranza interna, vanno «asfaltati». E naturalmente, la vecchia classe dirigente del Pd va «rottamata».

È con la metafora della rottamazione che Renzi si è imposto all’opinione pubblica come il rinnovatore del gruppo dirigente e, più in generale, della classe politica. Ma cosa c’è dietro questa metafora così fortunata e così discussa? Qual è, se c’è, il sistema di valori? Qual è, se c’è, la prospettiva morale? Cosa significa, nella sostanza, al di là del superficiale riferimento al linguaggio della pubblicità automobilistica? Difficile sostenere che questa metafora sia munita di forza trasformativa. Di capacità di convogliare energie morali. Molto più facile cogliere il coacervo di risentimenti che esso evoca: io ce l’ho con quello che è vecchio, voglio sbarazzarmi di persone come ci si sbarazza di vecchi meccanismi; la mia spirazione non è di costruire un mondo nuovo, ma di ottenere una macchina nuova.

Si tratta di una metafora sostanzialmente violenta e di gusto discutibile, in quanto applica a persone ciò che si fa per oggetti inanimati. Non è un caso che Renzi da un certo momento in poi l’abbia abbandonata, quando, peraltro, era ormai entrata a far parte, proprio come quella discesa in campo, del lessico politico quotidiano.

(Tratto e riassunto da: “Con parole precise – breviario di scrittura civile”, di Gianrico Carofiglio)

I CONFINI DEL LINGUAGGIO

imagesI CONFINI DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio delimita il mondo in cui viviamo. Lo hanno detto molti pensatori nel corso dei secoli, come ad esempio il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. Ecco, soprattutto nell’epoca contemporanea dove la comunicazione è diventata l’elemento centrale in ogni lavoro e in ogni azione compiuta dall’uomo, il linguaggio, se è possibile, diventa ancora più rilevante per l’essere umano e le sue molteplici relazioni.

Le parole che usiamo nella nostra quotidianità sono quelle che ci caratterizzano, ci identificano con un profilo e non con un altro. È il nostro vestito sociale. Conoscere una determinata terminologia permette di entrare in contatto con alcune realtà e non conoscere, invece, ci obbliga a essere semplici spettatori. La differenza è abissale.

Nel mondo della globalizzazione, dove si riesce a raggiungere qualsiasi posto della terra senza troppa fatica e in tempo ben circoscritto, c’è, in realtà, qualcosa che mantiene in vita i confini, i limiti. Si tratta proprio del linguaggio.

E il riferimento non è soltanto alla conoscenza di un’altra lingua. Certo, sapere l’inglese o il tedesco è il modo migliore per vivere in Gran Bretagna o in Germania, ma il linguaggio non si sofferma a questioni dello studio di una o più lingue. La vicenda è più complessa e fa riferimento al significato delle parole.

Anche in politica, per fare qualche esempio, il vocabolario dei vari esponenti politici li pone in risalto nei loro ceti di riferimento. È così per tutti: da Renzi a Grillo passando per Salvini e Berlusconi. Ognuno usa un linguaggio ben preciso per cercare di far arrivare il suo messaggio.

Lo stesso vale per Barack Obama, che è un maestro della comunicazione, in questo ambito, sa muoversi molto bene. Se il linguaggio identifica perfettamente una persona e di conseguenza anche un partito politico, o qualsiasi organizzazione e associazione, lo stesso vale per una parte della sinistra italiana.

Il riferimento è, per esempio,  a Nichi Vendola, o  Stefano Fassina e comunque a coloro che da oltre trent’anni hanno fatto proprio un vocabolario che, invece di farli crescere numericamente nel Paese, li ha fatti arretrare, li ha rinchiusi in un recinto come se fossero degli esseri in via di estinzione. Così, dopo ogni anno che passa, sono sempre meno.

Diminuiscono perché il loro vocabolario è troppo ristretto, semplice e soprattutto monotono. Se per vent’anni le parole d’ordine sono state “No Berlusconi”, “contro Berlusconi” e “antiberlusconismo”, adesso, mentre stiamo assistendo al declino della carriera politica dell’ex presidente del Consiglio, si è trovato un altro soggetto a cui affiancare i “no”, i “contro” e “l’anti”. Si tratta di Matteo Renzi, identificato come il male assoluto, la forte personalità contro cui coalizzarsi per salvare il Paese, il lucignolo che condurrà l’Italia alla rovina, colui che annienterà la parola “sinistra”. Dimenticando che il termine “sinistra” rimane in vita soltanto se si mischia con la rinnovata terminologia di un mondo sempre in movimento, questa parte della sinistra mostra i propri evidenti limiti.

Nessuna proposta programmatica, ma soltanto risposte negative e opposizioni a priori. Non è importante l’idea, quanto essere contro una persona e pazienza se con il passare del tempo, come è successo nel recente passato, si imbarca il Mastella di turno per sconfiggere il “male fatto persona”.

No alle riforme, no alla direzione del partito, no alla legge elettorale, no al presidente della Repubblica, no alle primarie, no al partito che si allarga. A forza di dire no, con l’obiettivo di mostrarsi autentici esponenti della sinistra, ironia della sorte, hanno fatto scelte lontane dal socialismo europeo e così si trovano al fianco di Tsipras, critici verso la moneta unica e sempre più isolati e lontani dal resto del mondo. Si, il linguaggio è il loro recinto. Allo stesso modo si può catalogare il linguaggio particolarmente ristretto del sindacato, che da un po’ di tempo, oltre che a dire sempre “no”, ha come parola d’ordine “sciopero generale”. Sempre le stesse trite e ritrite parole che fanno perdere credibilità.

 

 

SALVINI ALL’ATTACCO

SALVINI ALL’ATTACCO

++ Immigrazione:Salvini, chiamate prefetture e protestate ++Il problema di oggi non è immaginare la nascita in Italia di un nuovo centrodestra, visto che finora uno schieramento del genere nel nostro sistema democratico non è mai esistito come possibile titolare della maggioranza, prima dell’esperienza personalistica del berlusconismo. Il problema è capire chi potrebbe proporsi come leader, considerato che in qualsiasi Paese serio quello che conta davvero, di là di ideologie e programmi, è la qualità di chi chiede all’elettorato di dargli la fiducia necessaria all’esercizio del potere.

Oggi parrebbe in campo il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, soprattutto dopo il successo alle elezioni regionali in Emilia Romagna, dove il suo candidato alla presidenza non ha vinto, ma il suo partito è risultato il primo degli oppositori alla tradizionale prevalenza locale della sinistra.

Perché Salvini?

Nella breve storia della seconda Repubblica la Lega è stata legata dal suo fondatore Bossi a un’alleanza forzata con il partito di Berlusconi per arrivare al potere in qualche Comune o Regione del Nord o a Palazzo Chigi.

Oggi Bossi è in pensione e Berlusconi non è più il leader indiscutibile di un blocco di centrodestra come nel ventennio finito nel 2011, e nemmeno in Forza Italia è più visto come un capo in grado di raccogliere ancora parecchi milioni di elettori.

Si è parlato di un Salvini possibile “centravanti” di una maggioranza post-berlusconiana per portare il Paese fuori dalla crisi, tuttavia è necessario trovare un “centrocampo” in grado di metterlo in condizioni di segnare i gol decisivi. Non sembra ci sia nel Ncd di Alfano, alleato con l’Udc, e neppure nel M5s, dove il fondatore-dittatore Grillo si dichiara “stanchino”, si ritira in disparte, suscita furori interni sui suoi “cittadini eletti” e in Emilia Romagna ha perso molti voti. Nemmeno negli spezzoni della destra ex missina, che del regionalismo e secessionismo leghista non sa cosa farsene.

Sulla scia del lepenismo in crescita in Francia, può bastare l’opposizione all’euro? Può essere attrattiva la sua “amicizia” con Putin?

Non mi pare, così come non mi pare che l’improvviso amore per il Sud, sia così convincente. e privo di opportunismo.

Forse si comincerà a capire qualcosa dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano e possibili elezioni politiche anticipate contro le intenzioni di Matteo Renzi.