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IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

IL PESSIMISMO DEGLI ITALIANI

Il pessimismo ce lo portiamo dentro per ragioni storiche, evidentemente.

Infatti, da una recente ricerca svolta dal Reputation Institute in 13 nazioni, risulta che il 56% degli italiani ha un giudizio negativo sul proprio Paese.

Siamo in coda alla classifica.

In Francia, paese che da sempre ha un’alta concezione di sé, i pessimisti rappresentano solo il 27% della popolazione.

È questo, dunque, lo spirito con cui affronteremo il futuro, sempre?

Come sarà il 2018? Sarà un anno complesso, già lo sappiamo.

Dovremo trovare 20 miliardi per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Dovremo, probabilmente con una manovra correttiva, contenere l’indebitamento in prossimità dell’1,6% come prescrittoci dalla Commissione europea.

Dovremo provare a incrementare la crescita del Pil.

Dovremo inventarci una formula di governo che assicuri un po’ di stabilità.

Dovremo, o meglio, dovremmo, con due emme, riformare le istituzioni per temperare la dissennata riforma federalista del 2001 e per velocizzare, dando più forza al governo, il processo decisionale.

Dovremmo anche darci un sistema elettorale più efficace, possibilmente ispirandoci al doppio turno di collegio francese.

Ce la faremo? Il sentimento nazionale dice di no, e infatti i più pessimisti tra i politici e gli intellettuali già evocano Weimar, ovvero l’ingovernabilità e il caos che in Germania precedettero l’avvento del nazionalsocialismo.

Pessimisti ai limiti del catastrofismo.

In un raro impeto di ottimismo, ci sentiamo invece di fare una previsione diversa, anche se con tanti se.

Se vinceremo il pur legittimo richiamo dell’astensionismo e andremo a votare pensando non di fare dispetto a qualcuno ma di fare del bene a un’Italia mai come oggi bisognosa di stabilità.

Se avremo memoria delle grandi prove date dalla nazione nel dopoguerra come ci rammenta un recente saggio dello storico italoamericano Robert Leonardi.

Se accetteremo il fatto che il trasformismo è la vera costante della nostra storia nazionale.

Se, se e ancora se… ce la faremo.

Poi, certo, è possibile che ci troveremo alle prese con formule politiche provvisorie.

Ma, come osservava il grande Giuseppe Prezzolini, «in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio».

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LA STRADA PER RICOMINCIARE

LA STRADA PER RICOMINCIARE

58316-bigDavanti all’astensionismo ci si chiede qual è la radice di tanto disinteresse.

È la sfiducia, si risponde. Sfiducia di chi e verso che cosa? Dei cittadini verso lo Stato, certo.

Una prima ferita è lontana ma produce ancora effetto: le bombe, le stragi mai chiarite, gli indicibili misteri che hanno indebolito la nostra convinzione di cittadini.

Poi, le mafie mai vinte.

La corruzione.

L’impunità di tanti malfattori.

Gli abusi arroganti.

Anche i silenzi, la mancanza di risposte a bisogni essenziali.

Evasione fiscale dilagante.

Giustizia spesso impotente, imputati di delitti gravissimi prosciolti per prescrizione.

Non sono bastati gli eroi civili, da Ambrosoli a Falcone a salvarci.

Ci sono mancati veri leader capaci più che di promesse di qualche scomoda verità.

Certo, il venir meno del benessere ha reso intollerabili quei mali che prima si sopportavano.

Ora il terreno morale vacilla insieme con il suolo divorato dalle alluvioni.

L’idea di un destino comune si affievolisce.

Ma viene un dubbio: che il rifiuto del voto voglia essere la ripulsa della classe politica come colpevole di ogni male.

È davvero così?

Siamo così innocenti da poterci astenere o siamo stati a tratti poco partecipi, indulgenti, se non complici?

Un’astensione potrebbe essere talvolta la maschera per coprire i nostri volti di corresponsabili.

Non sarebbe allora la strada per ricominciare, quella dell’astensionismo. Serve l’altra strada, quella della responsabilità e del voto consapevole.

L’IMPORTANZA DEL VOTO

L’IMPORTANZA DEL VOTO

L’astensionismo è il più grande alleato del populismo e quindi dei grillini. ma anche dei mafiosi e dei corrotti.
Facciamo in modo che non si istituiscano mai (non più) tribunali del popolo contro politici e giornalisti.

 UN PARERE DI MICHELE SERRA

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