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IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE


IN UN PRESEPE NON DOVREBBE MAI MANCARE LA STATUINA DI UNA FILATRICE

“Ha freddo”.
Disse in tono quasi acido, l’anziana filatrice, tenendo gli occhi puntati sul bambino che dormiva nella mangiatoia. Semi-affondato nella paglia sporca, il neonato era leggermente livido: per il pianto, per il freddo e per quella congestione tipica dei bambini che sono appena venuti al mondo.
Guardò il bambino, che passava le sue prime ore di vita in una stalla puzzolente in condivisione con mucche e asini, e poi fissò la madre.
La fissò a lungo, con aria critica.

La ragazza portò gli occhi su di lei e poi sul bimbo. La sua espressione di quieta gioia mutò rapidamente in uno sguardo preoccupato e un poco incerto. Guardò il bambino, che comunque dormicchiava quietamente, e si morse le labbra, mentre un’espressione colpevole le rabbuiava il volto. “Io…”. Tornò a guardare la vecchia e sentì quasi il bisogno di giustificarsi: “non era previsto che nascesse qua; non abbiamo molto, con cui…”.
Si è notato”, commentò la vecchia, acidamente. Guardò negli occhi la ragazza e si domandò come facessero queste nuove generazioni ad essere così incoscienti e stupide: partorire in una grotta, in mezzo agli escrementi degli animali, senza un minimo di responsabilità, come se tutto fosse un gioco, e…
“Ehi, aspetta!”. La ragazzina lanciò uno sguardo di infinito amore al neonato che mugolava nella paglia, e con un gesto veloce si levò il velo. Lunghe onde di capelli corvini caddero a incorniciarne il volto, mentre la ragazza si protendeva verso il bambino in fasce e lo avvolgeva nella stoffa leggera. Con la punta delle dita gli accarezzò la guancia e sussurrò, pianissimo: “adesso va meglio, piccolo?”.
La vecchia si morse la lingua per tacere, ma fu tutto inutile. “Ma non credo proprio che adesso vada un granché meglio”, sbottò con l’esasperazione incredula di quelle vecchiette che… loro sì che saprebbero fare tutto mille volte meglio. “I bambini appena nati devono stare al caldo, sotto stoffe pesanti, non sono abituati a queste temperature basse; e lasciare un neonato seminudo coperto solo da un pezzo di stoffa, con questo tempo, potrebbe portare a conseguenze gravi, o addirittura…”.
Oh, no”. La ragazzina era sbiancata; aveva guardato prima il figlio e poi la vecchia, con gli occhi sgranati per la paura. Ci fu un momento in cui la ragazza sprofondò visibilmente nell’agitazione, e la vecchia ebbe la certezza di essere di fronte a una madre degenere, e anche delle più idiote: non si può far nascere un bambino così, e trattarlo come se fosse un bambolotto; probabilmente, a quella stupida non gliene importava nemmeno della sorte di suo figlio, e…
I miei capelli!”.
La vecchia fissò la ragazza, inorridita: adesso si metteva pure a pensare ai suoi capelli?
Posso tagliarmeli!”, esclamò la fanciulla, propositiva. “Posso tagliarmeli, e… buona donna, voi non sareste disposta a filare per me una copertina per il neonato, con i miei capelli? Vi ripagheremo, naturalmente: mio marito cercherà qualche lavoretto, e nell’arco di pochi giorni potremo…”. Ma si interruppe, cogliendo l’espressione sconcertata della vecchia. Deglutì, un po’ intimidita, e si sentì in dovere di giustificarsi: “i capelli tengono caldo, no? Sarà come la lana delle pecore. Se me li taglio, forse voi potreste…?”.
La vecchia sgranò gli occhi: era così incredula che passarono dieci secondi abbondanti, prima che riuscisse a far parola. “Voi vorreste…?”. Esitò. “Sareste disposta a tagliarvi i vostri capelli, per farmi tessere una coperta per il bambino…?”.
La ragazza esitò, un po’ a disagio. “È troppo poco, non basta?”.
Sacrifichereste…?”. La vecchietta era incredula. “Sacrifichereste la vostra chioma, pur di tenere al caldo il bimbo?”.
La vecchia arretrò di un passo e sentì gli occhi che le si riempivano di lacrime, mentre guardava, sotto uno sguardo improvvisamente nuovo, quella ragazzina fragile che sarebbe stata disposta a rinunciare ai suoi capelli (ai suoi capelli!) per il bene del suo bimbo. Mentre fissava la ragazza, la vecchia si trovò a pensare che lei, alla sua età, probabilmente non avrebbe nemmeno concepito un pensiero del genere. E lei era stata così dura; così
“Non dite stupidaggini, per carità”, le sussurrò affettuosamente, con la voce che tremava di commozione. “Datemi solo… mezza giornata: vi preparerò io stessa con le mie mani una copertina morbidissima, fatta apposta per il vostro bimbo…”. E sorrise alla madre, e poi al bimbo piccolino: “e starà benissimo. È bellissimo. Non poteva desiderare una madre migliore: è un bambino fortunato. Lo farete diventare un uomo speciale; ne sono certa”.

È per questa ragione che, in un vero presepio, non dovrebbe mancare mai la statuetta di una filatrice.
E, a quanto pare, è per questa ragione che, in molte culture, era tradizionalmente vietato alle donne lavorare al fuso nella notte di Natale (o addiritturatura, nell’intero periodo di festa dal Natale all’Epifania).

Sarà nato prima il divieto tradizionale, o la leggenda natalizia? Chi può saperlo: è un po’ come la vecchia storia dell’uovo e della gallina.

Ma, in ogni caso, il risultato è stato questo. Le donne si prendevano una vacanza dai lavori casalinghi, e abbandonavano il fuso per tutti i giorni di Natale. Diversamente, sarebbe stato un po’ come accettare l’offerta, scandalosamente generosa, della Mamma del Signore: e accettare dunque di tessere una coperta coi suoi splendidi capelli.
Fino a tal punto può arrivare, se serve, l’amore di una mamma.

[Buon Natale: Un grande abbraccio a tutti voi. Grazie per essere venuti a trovarmi, per la pazienza che avete avuto nel leggere il blog e per la compagnia che mi avete fatto. Grazie].

AMA LA VITA (di Madre Teresa di Calcutta)


AMA LA VITA (di Madre Teresa di Calcutta) 

 

 

 

 

 

 

 

Ama la vita così com’è.
Amala pienamente, senza pretese.
Amala quando ti amano o quando ti odiano,
amala quando nessuno ti capisce,
o quando tutti ti comprendono.

Amala quando tutti ti abbandonano,
o quando ti esaltano come un re.
Amala quando ti rubano tutto,
o quando te lo regalano.
Amala quando ha senso
o quando sembra non averlo nemmeno un po’.

Amala nella piena felicità,
o nella solitudine assoluta.
Amala quando sei forte,
o quando ti senti debole.
Amala quando hai paura,
o quando hai una montagna di coraggio.
Amala non soltanto per i grandi piaceri
e le enormi soddisfazioni;
amala anche per le piccolissime gioie.

Amala seppure non ti dà ciò che potrebbe.
Amala anche se non è come la vorresti.
Amala ogni volta che nasci
ed ogni volta che stai per morire.
Ma non amare mai senza amore.

Non vivere mai senza vita!

(Madre Teresa di Calcutta)

INSEGNERAI A VOLARE …. (Madre Teresa di Calcutta)


INSEGNERAI A VOLARE …. (Madre Teresa di Calcutta)

Insegnerai a Volare, ma non voleranno il Tuo Volo.

Insegnerai a Sognare, ma non sogneranno il Tuo Sogno.

Insegnerai a Vivere, ma non vivranno la Tua Vita.

Ma in ogni Volo, in ogni Sogno e in ogni Vita,

rimarrà per sempre l’impronta dell’ insegnamento ricevuto.

(Madre Teresa di Calcutta)

LA PIU’ BELLA MUSICA NATALIZIA


LA PIU’ BELLA MUSICA NATALIZIA

Musiche natalizie. Un po’ logore dall’uso, specialmente quando vengono legate ad un’atmosfera semplicemente festaiola o consumistica.
Intendiamoci! Come le luminarie, anche queste melodie più o meno tradizionali sono sempre benvenute, se non altro per i buoni sentimenti che ispirano.
Ma solo la presenza del festeggiato, il Figlio di Dio che si fa uomo come noi, le rende pienamente significative.
Non c’è musicista che non abbia cantato il Natale con qualche composizione.
Molte sono degli assoluti capolavori: l’VIII Concerto Grosso di Corelli, l’Oratorio di Natale di Bach, il Messia di Händel, la Cantata di J. Kuhnau “Uns ist ein Kind geboren”, per citare le più belle.
Ma il canto più bello è il primo di cui abbiamo notizia, e quindi il più antico, cioè l’Introito della III Messa di Natale, “Puer natus“, in gregoriano.
Mille anni fa, o forse anche prima, fu composto questo stupendo introito, un vero e proprio grido di gioia e di esultanza per la nascita di questo Bambino (Puer) che ci è stato dato da Dio Padre, e che porta sulle sue spalle il comando di tutte le cose (imperium super humerum eius).
Le parole sono tratte da Isaia 9, 6; il versetto è il primo del Salmo 97/98.
La melodia, anonima come quasi tutti i canti gregoriani, è nel modo VII, chiamato da Guido Monaco “il modo angelico” per il suo andamento svettante, come si può subito notare.
Inizia con un salto di quinta (Sol-Re) sulla parola “Puer”, un intervallo eccezionale nel gregoriano, che procede generalmente per gradi congiunti o per piccoli intervalli. Questo è uno dei pochi casi in cui si ha un intervallo così grande.
È un autentico grido di esultanza, che si ripete ancora nel secondo versetto “Et Filius”.
Tutta la melodia si mantiene su livelli elevati, fino al Fa sopra il rigo del tetragramma,  cioè fin quasi alla sommità dell’estensione del VII Modo (Sol-Sol), che è il più slanciato di tutti gli altri.
Il musicista che lo scelse, sapeva bene ciò che stava facendo!
Faccio presente, per coloro che non conoscono la scrittura gregoriana, che il brano è in chiave di Do, posto nel terzo rigo; quello è il punto di riferimento per riconoscere le varie note.
Faccio infine notare, come curiosità, che la parola “Euouae”, alla conclusione del “Gloria”, sono le vocali di “seculorum amen”, così scritte per risparmiare spazio.
Come si sa, si cantano le vocali, e quelle riportate servono da guida al canto segnato nel tetragramma.
“Puer natus” non potrà mai diventare un canto consumistico.
Nasce dalla fede nel Figlio di Dio, è composto per esprimere la gioia della Sua presenza in mezzo a noi; la melodia è ricca di melismi che non si lasciano ingabbiare in un motivetto commerciale, e si può gustare solo se il nostro animo è in sintonia con chi l’ ha composta.

Il canto non è adatto a slitte trainate da renne o a uomini vestiti di rosso, con la barba bianca...

Bisogna far posto a quel “Puer”, a quel Bambino, se vogliamo davvero capire e gustare questa musica in tutta la sua bellezza.

Buon ascolto!
Puer natus est nobis,
et filius datus est nobis:
cuius imperium super humerum eius
et vocabitur nomen eius
magni consilii Angelus (Isaia 9, 6)
Cantate Domino canticum novum: quia mirabilia fecit (Ps. 97, 1).
Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio et nunc et semper
in secula seculorum. Amen.
Un Bambino è nato per noi
e un Figlio ci è stato dato,
la cui sovranità poggia sulle sue spalle,
e sarà chiamato
Angelo del buon consiglio.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo;
come era nel principio e ora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.

I PROFETI DEI POVERI E DELLA PACE


I PROFETI DEI POVERI E DELLA PACE

Dom Hélder Camara

Dom Hélder Camara

Tempo fa, il 5 aprile 2011, scrissi poche parole su un Monsignore brasiliano, perchè mi avevano sorpreso le sue parole. Trascrivo il post perchè  voglio aggiornarlo.

DOM HÉLDER CÂMARA

Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” 

Hélder Pessoa Câmara (noto come Dom Hélder; Fortaleza, 7 febbraio 1909 – Recife, 27 agosto 1999) è stato un arcivescovo cattolico e teologo brasiliano.

Diceva: “Peggiore delle bombe nucleari, peggiore della bomba A (atomica) è la bomba M (miseria).

Questa bomba produce effetti attraverso tre violenze strutturali:

1. La violenza della piccola minoranza che vive nel lusso e la cui ricchezza si alimenta della miseria di milioni di fratelli.

2. La violenza esercitata contro il mondo dei poveri dal cosiddetto mondo sviluppato. Per ogni dollaro che un governo o un’impresa del primo mondo impiega in Brasile, essi incassano otto volte di più e, nonostante questo, continuano a dire che ci stanno aiutando. Opprimono il popolo e distruggono la natura in nome del progresso.  

3. La violenza armata che difende quest’ordine stabilito e chiama sovversivo chiunque tenti di cambiare quest’ordine iniquo. “

In questi giorni, maggio 2015, è iniziata la causa di beatificazione di mons. Hélder Câmara, vescovo brasiliano, padre conciliare e amico dei poveri. Fu tra quelli che, al Vaticano II, promosse l’idea di una Chiesa dei poveri. I sogni di dom Hélder sembravano sepolti nella storia, quasi superati dalla globalizzazione che tutto ridimensiona. Era visto come utopia in un cristianesimo che sentiva di doversi difendere. In realtà l’utopia di mons. Câmara è stata una seminagione di speranza.

MONS. OSCAR ROMERO

Mons. Oscar Romero

Mons. Oscar Romero

Oltre alla beatificazione di dom Hélder, è stato da poco beatificato anche mons. Oscar Romero, assassinato nel 1980, mentre celebrava la Messa. Predicava a El Salvador e chiedeva di non uccidere, ma di cercare la pace col dialogo. Ma nel suo paese mancava la pace, i più deboli soffrivano la violenza, mons. Romero li difendeva e contemporaneamente denunciava i crimini degli oppressori. Proprio perché uomo di pace, fu fatto segno di odio intenso dalla destra e dalle famiglie ricche,  timorose di cambiamenti. Mons. Romero ha continuato a parlare, nonostante tutto, ed attorno a lui si era raccolto un popolo percosso e imprigionato in una spirale di violenza. Gli ambienti ecclesiastici, soprattutto romani, lo contrastavano duramente, tanto che le resistenze a lui sono diventate, negli anni, tenaci opposizioni alla sua beatificazione, sino ad oggi.

PER FAVORE FATE PASQUA SENZA DI ME


PER FAVORE FATE PASQUA SENZA DI ME

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Si resta incantati davanti alla sua innocenza, alla sua serenità, a questo accenno di sorriso, non diverso da quello di un bambino, forse anche più speciale perché senza parole.

Come si può ridurre tutto ciò ad un pasto?

Come si può umiliare l’unicità di una forma di vita mangiandola?

Giorni, mesi e anni per costruire un organismo perfetto sensibile al dolore, all’amore come noi, sviliti in una braciola su un piatto, sacrificati in nome di un’usanza che ha poco a che fare con la fede.

IL DIO DEI MAFIOSI


IL DIO DEI MAFIOSI

Non capita di rado di vedere seduti fianco a fianco, nella stessa chiesa, boss della mafia e familiari di morti ammazzati dalla criminalità organizzata. Ma com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio? Può il Dio di Riina e Provenzano, ma anche di Pinochet e Videla, essere lo stesso Dio di Don Puglisi e di Don Diana?

A queste domande risponde Roberto Scarpinato, in una interessante intervista proposta da Micromega. Qui ne riporto il sunto, perché l’intervista è davvero molto lunga, ma è molto interessante e ricca di esempi che possono far comprendere questo strano connubio che c’è fra Dio e mafia.

Il dr. Roberto Scarpinato (*) ha cominciato a riflettere su questo tema dopo che, per motivi professionali, è stato costretto ad una lunga frequentazione degli assassini. Il primo approccio  con il mondo della criminalità organizzata è stato con i mafiosi dell’area militare, i killer,  gli esecutori materiali, persone per lo più di estrazione popolare, cattolici devoti e praticanti. Dopo ogni omicidio si recavano in chiesa per pregare. Alcuni si sono fatti costruire delle cappelle votive nei loro rifugi da Nitto Santapaola a Pietro Aglieri. Altri come Michele Greco e Bernardo Provenzano erano assidui lettori della Bibbia. Per questo si è reso conto che non si trattava di una simulazione, ma che questi mafiosi avevano un reale rapporto con il cattolicesimo che andava capito.

Col passare degli anni ha cominciato a conoscere i collaboratori di giustizia  e i mafiosi di estrazione borghese,  e quindi medici, architetti, avvocati, imprenditori, commercialisti persone di elevata scolarizzazione e poi ancora i politici, anche a livello nazionale, che ogni mattina andavano a messa e poi partecipavano ai summit mafiosi.

Il fenomeno quindi non si limitava alla componente mafiosa popolare che poteva dare un’interpretazione neo-paganeggiante del cattolicesimo, ma attraversava tutti gli strati sociali.

Da qui la domanda: com’è possibile che vittime e carnefici preghino lo stesso Dio?

La risposta che il Dr. Scarpinato si è dato, dopo tanti colloqui  avuti coi mafiosi, è che in realtà i mafiosi pregano un Dio diverso, perché traggono dalla religione cattolica quello che conviene loro e si costruiscono un Dio «adeguato alle loro esigenze» operazione questa che è replicata anche da cattolici non mafiosi.

Ma cos’è che determina la non contraddizione tra la cultura mafiosa e quella cattolica? Si è chiesto il dr. Scarpinato. Innanzitutto il mafioso assume come principio fondante del proprio comportamento non l’etica della responsabilità, ma l’etica dell’intenzione, secondo la quale ciò che conta è il pentimento interiore dinnanzi a Dio e non il pentimento davanti agli uomini.

Nell’intercettare le conversazioni tra i carcerati ed i loro famigliari, emergevano considerazioni di questo tipo, “se proprio una persona voleva pentirsi, doveva farlo solo dinnanzi a Dio e non dinnanzi agli uomini, perché in questo modo avrebbe rovinato tanti poveri cristiani”.

Il Dr. Guttadauro, un medico capomafia, raccomandava ad un altro mafioso che gli aveva confessato di essere in crisi e di avere bisogno di un  prete, di trovarsi un prete «intelligente», non come era capitato a lui, che aveva avuto a che fare con un prete che gli aveva fatto notare una serie di contraddizioni nel proprio comportamento.

Anche Pietro Aglieri, capo di uno dei più importanti mandamenti mafiosi, (una volta catturato ha studiato teologia), ha sempre sostenuto che secondo l’etica cattolica non è importante pentirsi davanti agli uomini, ma solo davanti a Dio e per questo motivo non ha mai voluto collaborare con la giustizia. Sul letto di morte di molti mafiosi, che spaventati dal passaggio dalla vita alla morte, invocano un prete, spesso il prete che i familiari fanno venire al capezzale è un prete che “rassicura” il moribondo, perché quello che conta è il perdono di Dio e non quello degli uomini.

Questa etica dell’intenzione, che caratterizza molto mafiosi cattolici consente di «aggiustarsi» la coscienza, consente una riconciliazione con se stessi che non passa attraverso il prossimo.

Un altro elemento che consente una piena conciliazione tra la cultura mafiosa e quella cattolica è la centralità che, nella predicazione cattolica, hanno l’etica familiare e la morale sessuale.

Quando nel 2006 fu arrestato Salvatore Lo Piccolo, fu trovato nel suo decalogo che il precetto più importante era quello di non desiderare la donna d’altri e di rispettare la propria moglie. I mafiosi doc sono dei campioni di etica familiare. Durante il maxiprocesso, Riina accusò Buscetta di essere un immorale perché andava con molte donne, mentre lui era sempre rimasto fedele alla moglie.  Lo stesso Buscetta confessò al dr. Scarpinato di aver declinato l’offerta di entrare a far parte della Commissione, l’organo vertice della mafia, perché era consapevole che non sarebbe stata  consentita e perdonata la sua condotta licenziosa in questo campo.

Ma i mafiosi non si sentono in contraddizione neppure sull’omicidio. Uno dei più famosi medici di Palermo, mafioso e persona di grande cultura a proposito dell’omicidio, disse a Scarpinato: «Dottore, ma anche il diritto canonico prevedeva la pena di morte e non fu forse il papa a condannare al rogo Giordano Bruno per eresia? Lei e i suoi colleghi vorreste forse processare anche il papa? Quindi anche la somministrazione della morte, quando è giustificata da esigenze superiori, quindi come extrema ratio, non provoca nessuna contraddizione con il comandamento «Non uccidere». Lo zio di questo medico, famoso capomafia anche lui, si recava a pregare sulle tombe di coloro che era stato costretto ad «abbattere». Dio sapeva che erano stati loro stessi a volere la propria morte in quanto si erano rifiutati fino all’ultimo di seguire i buoni consigli degli «amici».

In realtà il problema travalica il mondo mafioso e pone interrogativi di ordine generale sul modo in cui viene vissuto il cattolicesimo. Il mondo infatti è pieno di assassini ben più pericolosi di un  Riina o di un Provenzano, assassini che sono cattolici ferventi e praticanti e tanti di essi muoiono nel proprio letto senza sensi di colpa, in pace con se stessi. Per esempio i dittatori latinoamericani, come Augusto Pinochet o come il generale Videla, che si sono resi responsabili del genocidio di migliaia di persone. Pinochet si è sempre professato un fervente cattolico confermato in questa sua convinzione da vescovi che frequentavano la sua mensa, ne condividevano le idee e che sul letto di  morte l’hanno benedetto come salvatore della patria.

Il generale Videla e i suoi colonnelli, quando sono stati processati in Argentina, hanno professato il loro essere buoni cattolici. Alcuni di essi hanno raccontato che alcuni preti cattolici avevano sostenuto che era anticristiano uccidere i dissidenti politici mettendoli su un aereo e poi buttarli nell’oceano in pieno stato di coscienza. Per questo motivo, proprio seguendo il consiglio di questi preti, essi avevano cominciato a narcotizzare le vittime prima di scaraventarle nell’oceano dall’aereo, convinti di aver ottenuto la patente di buona cattolicità.

L’Italia è stata per secoli la culla del cattolicesimo e la patria della Chiesa che per secoli è stata la più importante agenzia di informazione culturale del paese, eppure è il paese delle mafie, è anche il paese dove la corruzione è la più alta d’Europa, è il paese dove lo stragismo ha segnato la storia  nazionale e mafiosi e corrotti e stragisti sono spesso cattolici praticanti.

Tutto ciò segna i contorni di un fallimento pedagogico del cattolicesimo che ha prodotto e continua a produrre  falsa coscienza e ateismo pratico in masse cattoliche.

La causa, secondo il dr. Scarpinato, sta nel fatto che nella religione cattolica il rapporto con Dio è gestito da un «mediatore culturale» che è un sacerdote, ogni segmento sociale esprime al proprio interno  un mediatore culturale che consente di avere un rapporto non problematico con Dio, per cui i dittatori latinoamericani avevano un rapporto con Dio mediato da vescovi che condividevano la loro visione della vita e del mondo, così come durante il fascismo e il franchismo, vi erano dei vescovi  che condividevano le idee di Mussolini e di Franco, mentre dall’altra parte vi erano vescovi e prelati che condividevano le idee dei perseguitati.

Questo pluralismo della mediazione culturale determina anche  un sorta di politeismo, nel senso che ognuno ha la possibilità di costruirsi un Dio a immagine della propria  visione della vita.

Lo stesso si può dire della mafia, dove esistono una pluralità di Chiese che convivono tra di loro.

C’è la Chiesa dei mafiosi che è fatta di ecclesiastici che non sono mafiosi ma che sono imbevuti  di una cultura paramafiosa  perché magari vengono dallo stesso habitat culturale, dallo stesso segmento sociale. Sono numerosi i mafiosi che hanno cugini, parenti, zii vescovi e preti.

C’è la Chiesa dell’antimafia che esprime un padre Puglisi, un don Fasullo, Don Cosimo Scordato e pochi altri. Poi c’è la Chiesa di quelli che padre Ernesto Balducci chiamava «i burocrati di Dio» cioè quelli che non stanno né con la mafia, né con l’antimafia, né con lo Stato né con l’antistato, né con la destra né con la sinistra, né con il centro, stanno esclusivamente dalla propria parte e per i quali va bene una predicazione evangelica di taglio generalista che è appunto quella improntata sulla morale sessuale, sulla famiglia, sul generico amore per il prossimo e sulla carità ridotta a cultura dell’elemosina, che non  crea alcun problema e che non costa nulla.

Non costa nulla specie se l’elemosina viene fatta con le briciole dei soldi pubblici rubati, o col denaro accumulato con l’evasione fiscale  o con lo sfruttamento degli altri. La cultura dell’elemosina lascia le cose come stanno e si traduce in un’acquiescenza all’esistente.

L’esatto contrario della cultura dei diritti che costituisce la declinazione di una carità attiva e che è invece una cultura problematica e scomoda perché costringe a prendere posizione nei confronti dei potenti che sono responsabili dell’ingiustizia sociale  e della sofferenza dei nostri confratelli.  E qui si pone un problema di responsabilità dei vertici istituzionali della Chiesa.

Questa coesistenza di più Chiese dà vita a più Dei, perché Dio a volte parla per bocca di un prete che ha cultura paramafiosa, a volte per quella di un prete che ha cultura antimafiosa. Il rapporto con Dio, mediato culturalmente, da luogo non solo ad un politeismo occulto, ma ad un vero e proprio relativismo etico della cultura cattolica.

Il relativismo etico, nella cultura laica, invece, ha un valore democratico, perché la democrazia si basa sulla libertà di coscienza e quindi sul pluralismo dei valori e delle culture.  Il relativismo etico laico non significa nichilismo, ma rispetto dei valori degli altri che si confrontano poi nel libero gioco democratico. Il relativismo etico laico viene costantemente avversato dai vertici ecclesiastici che rivendicano di essere depositari di una sola verità assoluta senza se e senza ma, e per questo motivo pretendono di condizionare anche la legislazione statale.

Da questo punto di vista la storia dei vescovi di Palermo è emblematica dell’esistenza all’interno della stessa Chiesa di una pluralità di mediazioni e approcci culturali alla realtà della mafia.

La prima lunga fase è quella del Cardinal Ruffini il quale definì la strage di Portella della Ginestra come una reazione all’estremismo di sinistra e si rifiutò di prendere posizione netta contro la mafia persino dopo la strage di Ciaculli del 1963 (http://www.vittimemafia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=421:30-giugno-1963-palermo-strage-di-ciaculli-restarono-dilaniati-da-unauto-bomba-i-carabinieri-mario-malausa-silvio-corrao-calogero-vaccaro-eugenio-altomare-e-marino-fardelli-il-maresciallo-dellesercito-pasquale-nuccio-e-il-soldato-giorgio-ciacci&catid=35:scheda&Itemid=67), nonostante la sollecitazione del segretario di stato vaticano preoccupato dal fatto che invece la Chiesa valdese locale aveva tappezzato la città di manifesti di ripulsa contro quell’eccidio.

Poi c’è stata la fase del cardinal Pappalardo, figlio di un carabiniere, il quale ha iniziato ad introdurre nelle sue omelie prese di posizione chiare contro la mafia, soprattutto dopo l’eccidio del giudice Terranova e del commissario Boris Giuliano.  È passata alla storia la sua omelia al funerale del generale Dalla Chiesa durante la quale pronunciò quella famosa citazione di Tito Livio: «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici. E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo».

Quando poco tempo dopo il cardinale Pappalardo si recò al carcere dell’Ucciardone per officiare la messa, non solo non si presentarono i mafiosi, ma non si presentarono neppure i detenuti comuni. Quel che è più grave e meno noto è che il cardinale Pappalardo non dovette  subire solo l’ostracismo palese  e scontato della mafia popolare, che tuttavia continuava ad affollare le parrocchie dove officiavano sacerdoti di suo gradimento, ma subì anche il dissenso della potente borghesia mafiosa di cui facevano parte tanti potenti del tempo e fu molto criticato anche all’interno dell’ambiente ecclesiastico. Gli si disse che doveva parlare solo di misericordia e di pietà. La pressione delle istituzioni vaticane sul cardinale fu fortissima tanto che, in una conferenza stampa dopo il maxiprocesso, Pappalardo dichiarò di non voler passare per un vescovo antimafia, perché il problema mafia occupava solo il 2% della sua attività pastorale.

Poi c’è la terza fase quella del cardinale De Giorgi, che pure in occasione della festa di Santa Rosalia nel 1997, ha detto che la mafia è incompatibile col Vangelo e che il pentimento non può essere solo un fatto interiore, ma quando dopo il caso Frittitta,  ( http://www.antimafiaduemila.com/200805064772/articoli-arretrati/padre-mario-frittitta-pastore-esemplare-o-amico-dei-mafiosi.html), si è rifiutato di prendere netta posizione a favore di quest’ultimo, ha subìto anche lui vivaci critiche dall’interno del mondo curiale ecclesiastico.

Per arrivare ai tempi di oggi, in Sicilia, da una parte c’è il vescovo di Piazza Armerina Michele Pennisi che rifiuta i funerali pubblici al boss mafioso Emanuello, dall’altra un altro prelato, l’arcivescovo di Palermo Salvatore Di Cristina, che, in occasione della commemorazione di Placito Rizzotto è stato capace di non pronunciare la parola mafia per tutta l’omelia, per due volte ha pure storpiato il nome di Placido Rizzotto e non ha consentito a Don Ciotti di prendere la parola.

L’esistenza di più Chiese è un problema reale che chiama in causa non i soli singoli prelati, ma direttamente il vertice vaticano, che è responsabile della formazione culturale dei mediatori tra Dio e gli uomini. Questo occulto politeismo, questo relativismo di fatto si trasforma in un pericolo di scristianizzazione strisciante. Se ciascuno può scegliersi il Dio che più gli conviene e nella stessa Chiesa si trova la vittima della mafia  e il mandante dell’omicidio e ciascuno dei due si sente  in pace con se stesso perché ciascuno dei due ha un mediatore culturale che gli consente di avere un rapporto non problematico con Dio, allora esiste  un problema gravissimo che chiama in causa la responsabilità della Chiesa come istituzione.

Quello che si dice dei mafiosi, vale anche per i corrotti. La corruzione è un gravissimo peccato contro la solidarietà sociale, che sta distruggendo la possibilità di riscatto di questo paese e c’è una massa di politici corrotti che non si sentono assolutamente in colpa e anzi sono additati come buoni cattolici e buoni cristiani perché elargiscono alla chiesa le briciole dei soldi che hanno rubato.

(L’intervista è molto lunga (e consiglio di leggerla perché ne vale la pena) e si sposta su la “teologia della liberazione” del cardinal Oscar Romero, ucciso ai piedi dell’altare mentre stava celebrando la messa. Argomento che è di grande interesse, ma che si allontana un attimo dal discorso mafia e Dio del mafiosi)

(Da Micromega n.7 La chiesa gerarchica e la chiesa di Dio)

( *) Il dr. Scarpinato è un magistrato italiano, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta.

DOM HÉLDER CÂMARA


DOM HÉLDER CÂMARA

Quando io do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista” 

Hélder Pessoa Câmara (noto come Dom Hélder; Fortaleza, 7 febbraio 1909 – Recife, 27 agosto 1999) è stato un arcivescovo cattolico e teologo brasiliano.

Diceva: “Peggiore delle bombe nucleari, peggiore della bomba A (atomica) è la bomba M (miseria).

Questa bomba produce effetti attraverso tre violenze strutturali:

1. La violenza della piccola minoranza che vive nel lusso e la cui ricchezza si alimenta della miseria di milioni di fratelli.

2. La violenza esercitata contro il mondo dei poveri dal cosiddetto mondo sviluppato. Per ogni dollaro che un governo o un’impresa del primo mondo impiega in Brasile, essi incassano otto volte di più e, nonostante questo, continuano a dire che ci stanno aiutando. Opprimono il popolo e distruggono la natura in nome del progresso.  

3. La violenza armata che difende quest’ordine stabilito e chiama sovversivo chiunque tenti di cambiare quest’ordine iniquo. “

IL NUOVO VANGELO


IL NUOVO VANGELO

Secondo lo scrittore Camillo Langone che ha parlato con dovizia di particolari biblici, al Palazzo Dal Verme (il 12/2/2011), il Vangelo che la Chiesa cattolica sta predicando oggi, è tutta una barzelletta: etica, morale, comportamento, verità, umiltà, carità, tutte cose desuete. Nessuno ha capito niente della Bibbia e l’uomo moderno meno che mai.

Cosa ci sta a fare Benedetto XVI in Vaticano? Dovrebbe dimettersi ed al suo posto lasciar salire al soglio pontificio lo scrittore Camillo Langone, lui sì che sa spiegare bene la Bibbia ai cattolici che leggono l’Avvenire.

Cristo è nato da una stirpe di re porci e maialoni, e quindi Berlusconi che è un porco e maialone, è in piena regola, anzi è il nuovo Cristo sceso in terra per la seconda volta, come dice il Vangelo.

L’uomo moderno cattolico praticante si deve sentire tranquillo, perchè non ha capito bene la Bibbia, sostiene Langone, e quindi, di conseguenza, non ha capito  che Berlusconi ha tutto il diritto di fare il porco e di praticare il bunga bunga come digestivo dopocena,  di umiliare le donne, secondo le prescrizioni bibliche.

Un trafiletto, tolto da La Stampa.it, ci conferma : Pure ai cattolici che difendono il premier sul caso Ruby, e che sono un po’ disorientati per certe prese di posizione di Avvenire e dei vescovi, viene fornita una rassicurazione teologica: c’è lo scrittore Camillo Langone che legge brani della Bibbia, con l’adultero e omicida David, e re Salomone con le sue concubine. Langone legge integralmente la genealogia di Gesù Cristo dal Vangelo di Matteo e conclude: «Se Dio ha voluto che suo Figlio nascesse da una simile stirpe di re porci e puttanieri ci sarà un motivo».

E allora, forza fratelli cattolici, aprite dei lupanari, dei puttanai, dei porcili in cui si pratica il bunga bunga dopo cena. Siete in pena regola, non peccate neppure, non c’è bisogno di confessarsi e neanche di dire tre pater noster come penitenza, tanto, con la vostra fede biblica, secondo lo scrittore Langone, « se Dio ha voluto che suo Figlio nascesse da una simile stirpe di re porci e puttanieri ci sarà un motivo, No?»

Così sostiene il grande intelligente scrittore Langone e non si accorge di dare della puttana alla Madre di Cristo.

IL GIORNO PIU’ BELLO?… (di Madre Teresa di Calcutta)


IL GIORNO PIU’ BELLO?… OGGI 

(di Madre Teresa di Calcutta)

Il giorno più bello?  Oggi;

L’ostacolo più grande? La paura;

La cosa più facile? … Sbagliarsi;

L’errore più grande? … Rinunciare;

La radice di tutti i mali? … L’egoismo;

La distrazione migliore? … Il Lavoro;

La sconfitta peggiore … Lo scoraggiamento;

I migliori professionisti? … I bambini;

Il primo bisogno? … Comunicare;

La felicità più grande? … Essere utili agli altri;

Il mistero più grande? … La morte;

Il difetto più grande? … Il malumore;

La persona più pericolosa? … Quella che mente;

Il sentimento più brutto? … Il rancore;

Il regalo più bello? … Il perdono;

Quello indispensabile? … La famiglia;

La rotta migliore? … La via giusta;

La sensazione più piacevole? … La pace interiore;

L’accoglienza migliore? … Il sorriso;

La miglior medicina? … L’ottimismo;

La soddisfazione più grande? … Il dovere compiuto;

La forza più grande? … La fede;

La cosa più bella del mondo? …L’AMORE….. 

 (Madre Teresa: “da ricordo e messaggio”)

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