HO FATTO LA SPIA


HO FATTO LA SPIA

Una storia molto, molto americana.

Per tutta la narrazione si hanno davanti agli occhi le atmosfere, i colori delle cittadine di provincia attorno a New York, proprio come nei tanti film di cui da sempre siamo avvolti e/o tempestati.

Violette Rue Kerrigan ha dodici anni e vive all’interno di una grande famiglia Americana di origine irlandese, la città è South Niagara.

È la preferita del padre, la piccolina.

Il padre Jerome, governa la casa ed i rapporti familiari con il pugno di ferro e l’inflessibilità di un ex militare, un reduce.

Una sera due dei fratelli di Violet, ubriachi, investono un ragazzo afro americano e quindi lo finiscono brutalmente colpendolo con una mazza da baseball.

Violet, sa quello che hanno fatto, assiste impotente al dolore ed al lutto della comunità ma tutti (compreso il confessore) l a invitano a tacere, ma lei è sconvolta, non ce la fa e quasi involontariamente racconta tutto al preside della scuola ed alla polizia.

Qui lei diventa la reproba, il topo di fogna, quella che ha tradito la famiglia e viene cacciata di casa, ancora bambina. 

In un intreccio di razzismi più o meno latenti, si rincorrono il biasimo e la riprovazione per la sua sincerità.

Prima va a vivere in una città vicina dalla zia materna, poi al college. 

A scuola incontra un professore maniaco che la porta a casa, la seda coi farmaci e le fa violenza, poi, lo stesso zio eccitato da questa situazione, la importuna. 

Se ne va a vivere da sola, studia e lavora per mantenersi. In una casa dove fa le pulizie incontra un uomo ricco e bello che la seduce, rivelandosi poi uno stronzo nevrotico e stizzoso. 

Si allontana ancora di diversi chilometri, sempre con uno stato d’animo di tristezza di sottofondo, quasi come se tutte le cose che le capitano non fossero che un passaggio insignificante, per ritornare alla sua famiglia d’origine.

Infine riesce a tornare per la morte del padre, trova una madre malata e che a stento la riconosce, il fratello uscito di galera che sembra dapprima volerla perdonare ma che poi cerca di ucciderla. Solo il pensiero verso il suo nuovo lavoro, un nuovo amico sembrano aprire un barlume di speranza all’orizzonte. 

Un duro spaccato della vita di provincia; gli orrori qualsiasi della vita quotidiana raccontata in prima persona con uno stile rapido e leggibilissimo, in un procedere che racconta in prima persona le ansie, le insicurezze, le ossessioni di una ragazza sola che “deve” essere punita da un clan e messa in un angolo.

Una lettura scorrevole, ma a tratti irritante, spesso mentre si legge, si spera che Violet reagisca, che cambi la sua vita ed esca da una malinconica rassegnazione.

(Ho fatto la spia Joyce Carol Oates  Ed:La nave di Teseo)

 

Una Risposta

  1. Mi è piaciuta la prima parte, poi il racconto, da quando Violet viene allontanata da casa, si fa noioso, ripetitivo e la protagonista sembra un po’ vittimistica

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