TINA ANSELMI E LA RIFORMA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE


TINA ANSELMI E LA RIFORMA DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE

Vale la pena ricordare per capire la fortuna di abitare in un paese dove la gente, tutta, non è abbandonata a se stessa, se si ammala e dove, pur litigando, si cerca prima di tutto di salvare la vita delle persone.

Perché in questo paese la salute è un diritto e non un privilegio.

E questo lo dobbiamo alla lungimiranza di persone che, come Tina Anselmi, allora Ministro della Salute, nel 1978, vararono la riforma del Servizio Sanitario Nazionale.

Ricordiamo come eravamo messi prima e come siamo diventati ora, grazie a questa riforma.

Non ringrazieremo mai abbastanza l’allora ministro Tina Anselmi, anche se le succedette al Ministero un signore di signore di nome Altissimo, che rallentò e di molto la riforma stessa.

Ma ormai la riforma del SSN era legge dello Stato.

Quando Tina Anselmi diede all’Italia il Servizio Sanitario Nazionale

I democristiani la chiamavano la “Tina vagante”, perchè refrattaria a qualsiasi ordine di corrente. Fu la prima ministra donna e, in diciannove mesi tra il 1978 e il 1979, firmò la legge sull’aborto, la legge Basaglia e la riforma della Sanità

I colleghi di partito la chiamavano “Tina vagante” perchè sfuggiva a qualsiasi ordine di corrente. Imprevedibile, indipendente e poco incline ai compromessi, Tina Anselmi era abituata ad essere la prima e ad aprire la strada agli altri. Ma soprattutto, era abituata a correre.

Lo aveva imparato appena sedicenne, nella sua Castelfranco veneto dove il padre socialista venne presto perseguitato dai fascisti. E aveva scelto la direzione in cui correre l’anno dopo, nel 1944, quando i nazifascisti costrinsero lei e altri studenti dell’istituto magistrale di Bassano del Grappa ad assistere all’impiccagione nel viale alberato della città di trentuno prigionieri. Da quel momento, prese parte attivamente alla resistenza nella brigata Cesare Battisti: nome di battaglia, Gabriella.

Si era sempre occupata di lavoro, Tina Anselmi. Da quando si era iscritta alla Democrazia Cristiana e poi dopo, prima nella Cgil e poi nella Cisl, il suo mondo era stato quello delle battaglia per il lavoro e le pari opportunità.

Eppure, dopo tre mandati da sottosegretario al ministero del Lavoro, il partito decise di spostarla: “Tina al ministero della Sanità” e prima donna ministro della Repubblica italiana. Lei però era perplessa. Visse lo spostamento dal Lavoro alla Sanità come un declassamento e confidò al suo assistente, Enzo Giaccotto: “Vuol dire che faremo una vacanza”.

Invece, quei diciannove mesi dal 1978 al 1979 nei governi Andreotti IV e V furono tutti una corsa.

Tre giorni dopo l’insediamento del quarto governo Andreotti – il secondo con l’appoggio esterno del Partito comunista – le Brigate Rosse rapirono il presidente Dc Aldo Moro. In questo clima di tensione nel Paese, Anselmi si trovò per le mani la peggiore grana per una ministra, donna e cattolica, nell’Italia post-sessantottina.

Sulla sua scrivania al ministero dell’Eur, infatti, arrivò la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Approvata il 22 maggio 1978 dopo una lunga battaglia del Partito Radicale insieme ai partiti laici, ai socialisti e al Pci, ora aspettava solo la firma di una ministra che, da parlamentare democristiana, aveva votato contro.

Subì fortissime pressioni del mondo cattolico e provenienti da Oltretevere, nella speranza di convincerla a tenere nel cassetto la legge. Invece, Anselmi confermò l’origine del suo soprannome: nemmeno il Papa poteva farle derogare dal suo preciso dovere di ministra e dunque firmare una legge regolarmente approvata dalle Camere.

Intanto, sempre nel 1978, in commissione Sanità arrivò la legge Basaglia. Anselmi, che presiedeva i lavori, assistette alla discussione: i malati di mente sono o meno cittadini e, come tali, godono dei diritti costituzionali? La legge per la chiusura dei manicomi, infatti, avrebbe restituito i diritti anche agli affetti da malattie mentali. Anselmi prese la parola, affermando che “l’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, anche per i matti”.

Così, il 13 maggio 1978 venne approvata la legge in tema di accertamenti e trattamenti sanitari e obbligatori. Rimase in vigore pochi mesi, però, perché nello stesso anno Anselmi si era data un obiettivo ancora più ambizioso che inglobava anche la legge Basaglia.

Languiva in Parlamento da ben 14 anni la riforma della Sanità, quella che avrebbe dovuto superare il sistema mutualistico e adeguare il sistema sanitario alla Costituzione e dunque al principio della salute come bene universale e gratuito, decentrando il potere per affidarlo alle Regioni ed erodendo così il potere e i margini di profitto delle strutture private.

Per questo, la riforma venne molto osteggiata anche da una parte dei medici, oltre che dagli enti di cura privati.

Eppure, Anselmi corse ancora e si giovò del particolarissimo quadro politico di quel governo, che si reggeva sull’appoggio esterno dei comunisti. Lei comunista non lo era mai stata, ma era amica stretta, noncurante delle ostilità di partito, della presidente della Camera Nilde Iotti.

Per approvare la sua riforma trovò in Giovanni Berlinguer, allora ministro ombra della Sanità per il Pci, il suo interlocutore privilegiato e insieme costruirono l’accordo. Proprio questa iniziativa venne guardata con sospetto dalla Dc, sia nella corrente andreottiana di destra che tra i dorotei di Moro. La definirono un “salto nel buio” e in molti pregarono “Tina vagante” di annacquare la riforma. Non solo per ragioni di contenuto, ma anche perché sarebbe stata uno dei primi casi di esplicita condivisione legislativa tra democristiani e comunisti.

Invece, la legge che istituiva il SSN, il Servizio Sanitario Nazionale, arrivò in Parlamento il 23 dicembre 1978, con la previsione dell’entrata in vigore del nuovo sistema il 1 luglio 1980.

Nel suo discorso alla Camera, quel giorno, la ministra Anselmi fu chiara nel rendere esplicito il fatto che la riforma era frutto del sentire ampio del paese: “La riforma è frutto dell’iniziativa del movimento operaio, rappresentato sia dalle organizzazioni sindacali che dai partiti della sinistra, partito comunista e partito socialista” e istituisce quattro principi cardine: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza del trattamento, rispetto della dignità e della libertà della persona”.

Il suo nome,  rimarrà sempre legato alla riforma che ha trasformato quello italiano in uno dei sistemi sanitari più all’avanguardia ed efficienti del mondo. Lei, in un’intervista del 2003, raccontò così quella corsa all’approvazione: «Devo dire che in quegli anni, segnati da posizioni molto diversificate, sicuramente c’era lo scontro. E tuttavia esisteva un’adesione di fondo a quel principio sul quale è stata costruita la riforma del Sistema sanitario italiano: l’adesione ai valori su cui costruire la tutela e il diritto del cittadino ad avere una garanzia da parte dello stato per quanto riguarda la sua integrità. Per costruire un sistema che assumesse, come suo valore fondante, la tutela della persona».

(https://www.ildubbio.news/2020/03/12/quando-tina-anselmi-diede-allitalia-il-servizio-sanitario-nazionale/)

Ma che cosa c’era prima? Quattro italiani su dieci (più il quinto e il sesto, che prima del 1978 erano troppo piccoli per capire) faranno fatica a immaginarselo, ma c’era, di fatto, un modello Bismarck di colossale inefficienza. C’erano le mutue: nate alla fine dell’Ottocento come rivendicazione operaia, quando la salute era un fatto privato o al limite questione di carità cristiana. Le casse di previdenza dei lavoratori erano diventate nel Novecento un determinante di diseguaglianza, perché l’assistenza che si riceveva in caso di malattia dipendeva dal tipo di lavoro che si svolgeva. E comunque non era detto che qualcuno si occupasse di prevenzione e riabilitazione: la completa “tutela della salute” di cui parlava l’articolo 32 della Costituzione era molto lontana.

Subito dopo il 1978 cominciano le critiche. E cominciano prove e tentativi di riforma della riforma, che si compiono nel 1992, nel 1994 e soprattutto nel 2001, con la riforma del Titolo V della Costituzione che regionalizza quasi tutte le competenze. Da allora quelli che contano davvero sono i sistemi sanitari regionali.

Quarant’anni di questa storia ci hanno reso un paese sano, tanto sano da dare per scontata la propria salute. Perché oggi, nonostante tutto, abbiamo ancora uno dei migliori sistemi sanitari del mondo in termini di efficienza e di equità, e siamo tra i popoli più sani e meglio assistiti del pianeta.

Spendiamo circa l’8% del Pil in sanità, cioè circa 3.400 euro all’anno a testa: è una delle spese più basse d’Europa, a fronte di risultati in linea con i paesi migliori.

E se la nostra speranza di vita, alla nascita, è oggi superiore agli ottanta anni, ottantacinque se siete bambine, non è grazie alla dieta mediterranea (qualsiasi cosa sia), al sole, al mare, tantomeno alla nostra genetica (in verità, molto bastarda). Ma al pediatra di libera scelta, al medico di medicina generale, e a più di centomila medici specialisti, dipendenti pubblici, al servizio della sanità pubblica e al nostro servizio 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, Natale incluso.

( Tratto, in parte da:https://www.iltascabile.com/scienze/rivoluzione-servizio-sanitario/)

4 Risposte

  1. Straordinaria Tina Anselmi, ma ricordo anche un altro Ministro della Sanità che stava faccendo grandi cose : Rosy Bindi, ma dava troppo fastidio ai baronati della medicina, poi sono arrivati quelli del :Privato è bello, e giù a picconare il sistema sanitario pubblico.

    1. Sì, è vero Rosy Bindi subentrò ad Altissimo, che segnava il passo, e lei dette piena applicazine nel 1999 alla Riforma con una intuizione non da poco: “Il principio cardine della riforma riguarda il diritto alla salute, sancito dalla Costituzione. Quindi, la tutela della salute deve essere assicurato garantendo i livelli essenziali d’assistenza, in modo uniforme in tutta Italia. Una decisione che modifica radicalmente il principio sancito dalla precedente riforma che legava l’assistenza sanitaria alle “risorse disponibili”. Una scelta strategica che non ha fatto molto piacere ai responsabili del Tesoro ai quali non va giù l’idea che sia il ministro della Sanità a stabilire quanti soldi servono, perché prima si “stabiliscono le disponibilità finanziarie complessive e poi di decidono i finanziamenti”.
      Per fortuna.
      Ma mi inchino a queste due donne, la prima per averla avuta anche come ministro del Lavoro e madre della Riforma del SSN, e la seconda per aver dato applicazione alla legge stessa.
      Un tempo in cui le donne valevano più di alcune di adesso.
      Grazie Sileno, un abbraccio.

  2. La domanda l’ho già posta in precedente articolo.
    Il fatto che non vi sia risposta dice molto.
    Questione privati.
    La scelta del privato deve avere dei vantaggi, altrimenti chi è all’opposizione avrebbe gioco facile a fare propaganda su questo(a meno che non abbia da spartire la torta)
    Se il privato costa meno bisogna capire com’è possibile.
    La risposta è semplice.
    I dipendenti pubblici sono un peso enorme, una casta di questo stato.
    Casta che nessun governo ha mai toccato come si doveva.
    Un dipendente pubblico è intoccabile, a parità di contributi percepirà una pensione più alta di un dipendente privato e ancor di più rispetto ad una P.iva
    Un dipendente pubblico, che sia un genio o un lazzarone, viene valutato sull’anzianità.
    Motivo per cui resta solo chi ha la fobia del posto fisso, la vocazione o appartiene alla categoria meno virtuosa.
    Il dipendente pubblico crede sempre di lavorare troppo, di fare tutto lui ma ha pause caffè enormi(provato dagli ospedali ai palazzi di giustizia)
    Chi si differenzia per educazione, preparazione, impegno e altre ottime qualità viene trattato come chi poltrisce, timbra senza presentarsi, ecc.
    Ecco il perchè si sceglie il privato, dove il primario non è Dio, non ordina macchinari da lasciar marcire inutilizzati, ecc.
    Ricordiamoci i difetti del pubblico, e ora forse cerchiamo di spingerlo puntando sulle tante mele buone e punendo i lazzaroni.
    PS
    Ricordo bene l’addetta alle prenotazioni leggere decine di messaggi sul telefonino mentre una fila enorme di persone aspettava il suo turno.

    1. Ebbene, ho già risposto, ma forse non è stato capito.
      Il privato costa meno? A chi? Al portafoglio personale di chi si rivolge al privato? O costa e molto al servizio pubblico che deve “rimborsare” con annessi e connessi la prestazione privata prestata in convenzione?
      Il privato, privato e non rimborsatile dal SSN, ha come diaria giornaliera una quota di spedalizzazione che va dai 1000 ai 3000 euro, cui vanno aggiunte le medicine e le prestazioni professionali. Esempio una cataratta costa in una casa di cura privata (non convenzionata) 3000 euro tondi. Un cittadino normale se la può permettere?
      Se il privato si convenziona con pubblico è perché ci guadagna e molto.
      Altro problema, che si verifica quasi sempre nel privato, e che il privato non accetta mai un paziente grave che richiede un’assistenza particolarmente impegnativa sotto il profilo professionale e terapeutico. Costa troppo.
      Nell’ospedale pubblico si somministrano farmaci non in commercio, adattati paziente per paziente, per esempio tutti i farmaci oncologici, preparati nella farmacia clinica dell’ospedale.
      Lo fa il privato?
      Per quanto riguarda i dipendenti pubblici avrei molti elogi da fare in loro sostegno. Personalmente avrò fatto delle file, è vero, ma hanno sempre risolto il mio problema, si sono dati da fare, hanno cercato di aiutarmi, senza musi lunghi e con tanta pazienza. Per non parlare della signora delle poste che la vedo risolvere problemi per me incomprensibili anche di chi non parla bene la nostra lingua.
      Sui privati, invece, non mi pronuncio perché ho l’impressione che lavorino sotto la spada di Damocle del licenziamento, però debbo dire che spesso la gentilezza e la capacità c’è anche lì. E sono bravi. Con l’eccezione del cassiere della banca. Chissà perché sbuffa sempre e fa fare delle file che….alla posta sono la metà.
      Quindi cerchiamo di dare maggiore professionalità al pubblico che ci ascolta, che ha la pazienza di stare dietro un vetro, al pubblico che pulisce le nostre strade, al pubblico che insegna ai nostri figli.
      Non disprezziamoli, perché così denigriamo noi stessi.
      Quello che succede, ed è comune sia pubblico che nel privato, è la corruzione. Quante case sono state costruite dai privati, per guadagni illeciti, dove anziché il cemento hanno usato sabbia?
      Il male quindi è nell’animo delle persone, non è nel sistema.
      Ciao anonimo.
      Un saluto come sempre.

      Già forse costa meno al cittadino, ma poi lo ripaga e come attraverso le tasse.
      ù

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