Archivi del giorno: 6 febbraio 2020

“CHE NON SI CHIEDA MAI PIÙ AD UNA DONNA CHE È STATA STUPRATA, COM’ERA VESTITA QUELLA NOTTE”.


“CHE NON SI CHIEDA MAI PIÙ AD UNA DONNA CHE È STATA STUPRATA, COM’ERA VESTITA QUELLA NOTTE”

Rula Jebreal rivendica il diritto delle donne a essere donne dal palco di San Remo.

di Giuseppe Turani |

“Voi non avete nessuna colpa. Mia madre si è suicidata dandosi fuoco per le violenze subite. Il suo corpo era stato luogo della sua tortura perché fu brutalizzata e violentata, la prima volta a 13 anni. Io sono diventata quella che sono grazie a mia madre e grazie a mia figlia, seduta tra voi”

L’Italia è uno strano paese, che formalmente va a destra, ma nel quale ogni tanto ci sono fiammate di vita diversa. Testimonianze di qualcosa che non era prevedibile e che non era atteso.

È successo anche alla prima serata del Festival di San Remo, la più logora e inutile manifestazione canora italiana (ma con dieci milioni di ascoltatori).

La vicenda è nota. All’inizio la Rai decide che la co-conduttrice della manifestazione sarà Rula Jebreal. E qui scoppia il finimondo. Rula è di origine palestinese, ma ha la doppia cittadinanza italiana e israeliana. È cresciuta in un orfanotrofio in Israele e considera la fondatrice di questa istituzione come la sua vera madre (quella biologica, stuprata, si è suicidata dandosi fuoco quando lei aveva 5 anni), che le ha salvato la vita.

Rula vince una borsa di studio del governo italiano e viene a studiare in una delle nostre bellissime città, a Bologna, dove si laurea in fisioterapia. Ma impara presto a fare la giornalista e lavora sia in Rai che in America.

Bellissima, ha una vita sentimentale complicata: vive a lungo insieme all’artista Julian Schnabel, poi sposa il figlio di un banchiere americano, da cui divorzierà pochi anni dopo. Credo che viva ancora a New York. Parla quattro lingue: inglese italiano, arabo e israeliano.

Non so chi in Rai indichi Rula come conduttrice di San Remo, ma la cosa ha un senso: invece della solita bella bionda, una donna vera, che ha vissuto, che ha lottato, che è stata insultata (da Calderoli e dal professor Sapelli).

Scoppia, dicevo, il finimondo. I sicofanti israeliani (non tutti gli ebrei sono intelligenti) scatenano una campagna contro di lei: è una palestinese (lei si professa mussulmana laica), non deve parlare.

Finisce che la Rai deve ritirare la sua candidatura. Ma la Rai non può nemmeno accettare di dover fare retromarcia di fronte alle urla dei sicofanti sionisti.

E così, nella prima serata del festival, offre a Rula una riparazione: un siparietto di qualche minuto dal palco delle canzonette.

E qui accade tutto. Rula si presenta, elegante, ma non sexy, e racconta la sua storia, la storia della sua famiglia e di sua madre. È tutto un discorso contro la violenza sulle donne Se la platea dell’Ariston fosse stata una cosa diversa, tutti si sarebbero alzati in piedi in un lungo applauso. Ma non accade. C’è stata, però, qualche lacrima fra gli spettatori.

L’applauso mancato a San Remo scoppia pochi secondi dopo sulla Rete, nei social. Il discorso di Rula viene pubblicato integrale, in voce per iscritto, e ci sono centinaia e centinaia di condivisioni.

Dal palco dell’Ariston Rula dice tante cose sagge, compresa una frase che forse molti riterranno non importante, ma che io voglio segnalare: “”Che non si chieda mai più ad una donna che è stata stuprata, com’era vestita quella notte”.

Tradotta in linguaggio corrente padano-rozzo (nel caso in cui mi leggesse qualche salviniano), questa frase significa: rivendichiamo il diritto di fare e di vestirci come ci pare, anche sexy, ma questo non vi autorizza a violentarci agli angoli delle strade.

Francamente non saprei scrivere un manifesto femminista più breve e più chiaro di questo.

E quindi, grazie Rula.

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