Archivi Mensili: febbraio 2020

SALVINI ORMAI RIDOTTO AL RUOLO DI TRISTE UMARELL


SALVINI ORMAI RIDOTTO AL RUOLO DI TRISTE UMARELL

Ormai ridotto al ruolo di triste umarell – gli anziani nullafacenti che mani dietro la schiena guardano i cantieri dicendo la loro –, Matteo Salvini ha detto la sua sull’epidemia del Coronavirus, attaccando il ministro Speranza e il governo, che, “accomunati dalla stessa ideologia culturale e politica, fanno a gara a chi minimizza di più su questo drammatico tema”.

Testuale.

Poi lo hanno avvertito che nella “sua” Lombardia, e nel Veneto di Luca Zaia, cioè in amministrazioni accomunate “dalla stessa ideologia culturale e politica”, c’è, ma tu guarda, “un drammatico tema”.

Dopo essersi nascosto in un tombino si è azzittito per poi ricomparire a Milano, con la coda tra le gambe, alla conferenza stampa del “suo” presidente della Regione Attilio Fontana e degli assessori competenti.

Salvini, in questi frangenti, è ridotto a semplice spettatore.

Ruolo che non gli sta bene per niente, tant’è vero che adesso vuole abbattere il governo e farne uno nuovo di “Unità Nazionale”. È andato dal Presidente della Repubblica per suggerirgli la sua pensata, ma pare sia tornato con le pive nel sacco.

Lo sappiamo da decenni, come si comporta l’opposizione del momento.

A suo tempo, il caimano con le sue tv, quando era all’opposizione, soffiavano sul fuoco della sicurezza, rapine in villa e ladri di polli avevano la prima pagina sulle reti amiche, al contrario quando era governativo, silenzio a riguardo, tutto andava bene madama la marchesa.

Figuriamoci con il coronavirus, ci fosse stato lui e la sua amica Meloni a palazzo Chigi, il virus non avrebbe mai varcato i confini italiani.

E poi se ne esce con le solite espressioni volgari “Serve un premier con le palle”.

E chi sarebbe il futuro Premier con le palle??

Beh! Un Premier Italiano deve avere una laurea in Giurisprudenza e una in Economia politica, deve conoscere perfettamente l’inglese, il francese, lo spagnolo, deve essere sciolto nel parlare senza uso di discorsi prestampati.

Deve conoscere come casa sua la storia è la geografia.

E deve essere apprezzato in Europa e oltreoceano, a est quanto ad ovest.

Questo è il Premier con le famose palle!

In Italia ce ne sono, ma non Salvini.

 

PIETÀ PER L’ITALIA


PIETÀ PER L’ITALIA

Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive.
Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere.

Pietà per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura.

Pietà per la nazione che non conosce
nessun’altra lingua se non la propria
nessun’ altra cultura se non la propria.

Pietà per la nazione il cui fiato è danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena.

Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via.

Lawrence Ferlinghetti

“O SI È CRISTIANI O SI STA CON SALVINI”


“O SI È CRISTIANI O SI STA CON SALVINI”

La notizia che un parroco di 80 anni, Don Alberto, è stato denunciato da Salvini, perché ha osato ricordare che Gesù disse:

“Sono straniero e mi avete accolto”. E che quindi “o si è cristiani o si sta con Salvini”,

forse è passata di fretta in questi giorni, in cui siamo avvolti dalla nuvola del coronavirus.

L’Italia è il solo paese al mondo in cui ci sono canali televisivi, che dalle 8,00 del mattino a notte inoltrata, vanno in onda, ininterrottamente, talk show politici.

Normalmente si tratta di un chiacchiericcio, di gossip politico spacciato come analisi politologica, ed ora questo chiacchiericcio politico è stato sostituito dal “coronavirus”, per dimostrare quanto il nostro paese, ancora una volta di più, sia governato da incompetenti e quindi le chiacchiere libere di pseudocommentatori, diventati scienziati, sono servite ad ampliare le paure, peggio della peste nera.

Prova ne sia l’assalto ai supermercati, l’incetta di cibo, conseguenze di tutte queste partole inutili, dette da inesperti, attraverso i canali che hanno bisogno di guadagnare soldi sulle nostre paure.

C’è chi si frega le mani, come ai tempi del terremoto all’Aquila. C’è tanto da dire infatti.

Ma io voglio riprendere la notizia di Don Alberto, 80 anni nel mirino di Salvini. In fondo la paura della verità evangelica in Salvini produce nervosismo al punto da ricorrere ai tribunali.

Don Alberto ha 80 anni, ha un passato da missionario in Perù, in Africa, a contatto con gli ultimi, una mano immersa nel fango della povertà e nell’altra il Vangelo.

A denunciare questo anziano parroco è stato proprio Salvini, uno degli uomini più potenti d’Italia.
Uno che da 25 anni vive nel lusso, con stipendi da favola, senza aver mai dovuto lavorare, beneficiario di poltrone pubbliche da una vita, profumatamente pagato con i soldi dei cittadini italiani.

A Salvini questo anziano parroco di provincia, con poche ma coraggiose parole, ha rovinato tutta la narrazione del leghista in missione per conto della Madonna.

Il ragionamento che don Alberto potrebbe far balzare nelle menti di chi lo ascolta è molto banale. Ed è una domanda: se Gesù Cristo oggi fosse qui tra noi griderebbe da un palco “Prima gli italiani” o “Prima gli ultimi”? Chiudere i porti o spalancate i porti? Buttateli in mare o date loro un pasto e un giaciglio?

E Gesù sarebbe apprezzato, seguito, amato o bollato come “amico dei trafficanti” e “buonista”?

Le risposte ognuno, se è ancora capace di guardare dentro sé stesso e di essere un briciolo onesto, almeno nella propria intimità, le conosce bene.

Ed ecco perché le parole di don Alberto, diventando lui, lui, militante del messaggio cristiano, bruciano tanto al ricco e potente sfruttatore di immagini divine.

Ecco perché lo ha denunciato e continua a pretendere da don Alberto scuse e un esborso economico. Perché sono parole che potrebbero svegliare le coscienze più manipolate. E questo, al ricco e potente politico che sventola il rosario e urla parole di paura e odio, non sta bene.

Ma noi sì.
E don Alberto deve rispondere alla sua coscienza e alla sua fede, non a Salvini.

GLI ETERNI SIGNORI CHE SOFFIANO SULLA PAURA CREANO QUESTE SITUAZIONI


GLI ETERNI SIGNORI CHE SOFFIANO SULLA PAURA CREANO QUESTE SITUAZIONI

In un paese civile seminare panico, diffondere notizie false e tendenziose, generare panico, sarebbe considerato reato e come tale verrebbe sanzionato.

In Italia, invece, è consentito al capo dell’opposizione di addossare, senza alcuna prova o evidenza scientifica, ai suoi avversari la responsabilità dell’arrivo in Italia del coronavirus.

In Italia è consentito a un quotidiano, tal Libero, di titolare, impunemente, in prima pagina ” Prove tecniche di strage ” nel raccontare e sminuire le misure adottate dal governo per contenere la diffusione del virus.

In Italia è consentito a sedicenti giornalisti, senza alcuna competenza sanitaria, di ergersi a virologi e pontificare su quanto sta accadendo mettendo in crisi ogni credibilità delle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali.

C’è chi vuole il panico. C’è chi usa persino una emergenza planetaria pur di raggranellare consenso e demonizzare i propri avversari.

Medici e infermieri che sono in prima linea in questa complicata battaglia, forze dell’ordine, noi tutti, impegnati in questa difficile prova della Storia, meritiamo almeno un po’ di civiltà.

Possiamo sconfiggere l’epidemia. Possiamo farcela, però, solo se non si scatena il panico, che metterebbe in crisi totale tutte le misure di contenimento e il futuro del nostro paese. Abbiamo il diritto e il dovere di impedirlo, di dare una risposta coerente e unitaria a questa crisi.

Per farlo abbiamo bisogno che le istituzioni si facciano rispettare. Che ci difendano. Che i nuovi untori, quelli della paura, vengano immediatamente fermati e puniti.

(Silvestro Montanaro)

***

MA C’È CHI CAVALCA LA PAURA E RUBA

La paura del virus cinese apre nuovi spiragli anche ai truffatori senza cuore che, come sempre, prendono di mira gli anziani. E’ accaduto anche in via Rimesse dove una donna, sedicente “funzionaria pubblica”, ha citofonato a una anziana di 81 anni.

La donna ha raccontato alla padrona di casa di di essere incaricata di fare disinfezioni per evitare il coronavirus. L’anziana ha incautamente aperto la porta di casa e fatto entrare la donna che ha chiesto di vedere tutti i contanti custoditi in casa per – ha detto – “disinfettarli”.

Ancora una volta l’ottantenne ha acconsentito alle richieste della donna che è fuggita dopo essere riuscita ad arraffare 500 euro. All’anziana non è rimasto che chiamare i parenti e presentare denuncia alla polizia.

(Quotidiano.net-Bologna)

LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)


LE EPIDEMIE CHE HANNO DECIMATO IL MONDO (II parte)

(tratto da: https://unapennaspuntata.com/2020/02/12/storia-peste-nera/)

Quando Yersinia si sentì sbatacchiare di qua e di là, decise di lanciare pigramente un’occhiata fuori. Che era tutto ‘sto tremolio, c’era forse un terremoto? Le erano sempre piaciute le catastrofi naturali.
Ma quando si guardò attorno e vide, a mezzo metro dal suo coccobacillo, il muso giallo di un garrulo cinese che mostrava agli altri cacciatori della brigata la sua ultima preda (…cioè Yersinia…), poco ci mancò che la nostra amica piantasse un urlo per la sorpresa.
Non ci posso credere”, esclamò la Peste Nera con la voce rotta dalla commozione, da dentro l’esofago di una pulce che vomitava l’anima su una marmotta.

Arrivata a quel punto della sua carriera, Yersinia, a dirla tutta, si considerava una pensionata.
Quello che doveva fare, l’aveva fatto.
Dopo una prima entrata in scena all’epoca di Giustiniano – più che altro, una serie di spettacolini in teatri di periferia per tastare il pubblico e affinare i numeri dello show – era riuscita a passare alla Storia come la star incontrastata di tutte le malattie grazie alla sua straordinaria performance, Morte Nera.

Con il garbo ironico e l’attenzione al dettaglio che da sempre la contraddistinguono, Yersinia era entrata in scena a Messina nel 1347 e da Messina aveva concluso il suo show nel 1743, seminando morte e distruzione nel mentre. Non si era limitata a dimezzare l’Europa: ne aveva modificato profondamente l’economia, la spiritualità, l’arte, il modo di viver quotidiano.

Dopodiché, era andata in pensione. Proprio come Paganini, era dell’idea che i grandi artisti non debbano concedere bis.

Ma quando, nel 1855, si trovò inspiegabilmente faccia a faccia con quel cinese che praticamente se li stava strusciando addosso, i suoi bacilli… beh: Yersinia non riuscì a resistere alla tentazione. Mica per altro: alcune sue amiche, delle Agenti Patogene ancora attive nel mondo del lavoro, le avevano raccontato che, negli ultimi tempi, la scienza umana aveva fatto passi da gigante. I medici possedevano microscopi e altre diavolerie che permettevano loro di vederti, fotografarti, studiarti.
E a Yersinia, dopo esser passata alla Storia come l’epidemia letale per eccellenza, restava solamente un’altra ambizione da soddisfare: tornare sul palcoscenico, inchinarsi, permettere al pubblico ovante di intervistarla… e così raggiungere la fama eterna.

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Prima di proseguire con la lettura, recuperate, se non l’avete ancora fatto, la prima puntata di questa Breve storia universale delle epidemie che hanno decimato il mondo, che vi serve per capire due cose:

  1. quali sono le caratteristiche che rendono un Agente Patogeno un big del settore;
  2. per quale ragione perversa immagino le malattie sottoforma di microscopici agenti speciali – gli Agenti Patogeni per l’appunto, con una missione top top secret: ammazzare un fracco di gente per guadagnarsi il titolo di Epidemia.

Detto ciò, iniziamo la nostra appassionante ricerca alla scoperta di

I. Agente Speciale Yersinia, il genio indiscusso tra tutti i Patogeni

Sarà forse il caso di ripetere che, ovviamente, io sono una storica e non un medico. Per le considerazioni strettamente mediche, mi affido a storici che hanno intervistato infettivologi, presumendo che abbiano fatto un buon lavoro. Per questo paragrafo nello specifico, mi affiderò a William Rosen (trovate in calce tutta la bibliografia per questo articolo).

Ordunque: c’era una volta, tanto tempo fa, un piccolo batterio che se ne stava per i fatti suoi nell’intestino dei roditori (e, occasionalmente, anche in quello degli esseri umani), causando sintomi non poi così diversi da quelli che ti farebbero dire “ammazza oh, che brutta diarrea”.
Occielo: che Yersinia avesse una vena comica molto marcata, lo si sarebbe potuto intuire a partire dal fatto che, nel contagiare gli esseri umani, si divertiva a simulare in loro i sintomi di un’appendicite acuta, standosene in realtà da tutt’altra parte a sogghignare per lo scherzetto. Ma, a parte quello, sembrava una malattia senza troppi grilli per la testa.
E così, l’agente speciale Yersinia fece una lunga gavetta presentandosi sotto il nome di Yersinia pseudotubercolosis. Se ne stava lì, imparando i trucchetti del mestiere, senza darsi troppe arie, studiando i colleghi che avevano più esperienza.
E poi, a un certo punto, ritenne di aver concluso la sua gavetta.
Si sentiva pronta per entrare in scena.

In un momento imprecisato della Storia, probabilmente nell’Età del Bronzo, Yersinia decise di fare un rebranding. Alché, si mise a lavorare sul suo DNA.  Accantonò qualche centinaio di geni che non le interessavano, ne aggiunse trentadue che prima non aveva, ci piazzò in mezzo due plasmidi nuovi giusto per completezza, et voilà: era a tutti gli effetti un organismo nuovo, che condivideva il 95% del codice genetico con Yersinia pseudotubercolosis.

Quando Yersinia mostrò il suo lavoro finito a una riunione di Agenti Patogeni e spiegò ai suoi colleghi che cosa aveva in mente, alcuni di loro commentarono deliziati “ma tu sei una vera peste!”. Alla nostra amica il soprannome piacque e fu così che lo scelse come nome d’arte.

***

Ora: più mi addentro in questioni mediche, più scrivo con un metaforico punto di domanda sulla testa, quindi prendete con le pinze quanto segue: tra le altre cose, il pestifero piano di Yersinia pestis prevedeva la massiccia produzione di una roba che si chiama tossina murina. Detta tossina è quella che consente a Yersinia di contagiare le pulci ma anche di tenerle in vita molto a lungo, in una agonia sufficientemente duratura da permettere alla pulce di diventare un untore con tutti i crismi.
Dal canto suo, dentro al corpo della povera bestia, Yersinia si moltiplica molto velocemente, dando origine a una massa viscosa e infetta che se ne sta lì, sul gozzo della pulce, a metà strada tra lo stomaco e l’esofago. Questo bolo che le tappa la bocca dello stomaco rende difficile alla pulce alimentarsi; sicché, la poverina, affamata abbestia, diventa particolarmente mordace.
Azzannando chiunque le passi a tiro alla frenetica ricerca di sangue, la pulce fa l’unica cosa ragionevole per riuscire ad alimentarsi: e cioè rigurgita, per cercare di liberarsi dal tappo pestilenziale. Dubito che il paragone sia corretto medicalmente, ma mi vien da dire che scatarra come ‘na disperata. Per dar l’idea.
Il problema è che, a forza di scatarrare, la pulce vomita il suo ammasso di peste addosso alla vittima, facendolo entrare in circolo attraverso quello stesso morso da cui lei succhia il sangue.
E il sipario si alza. Yersinia è pronta ad entrare in scena.

II.  Tre modi creativi per morir di peste

Una volta entrata nel corpo della vittima, Yersinia ama spostarsi attraverso il sistema linfatico. Il suo show più classico, Peste Bubbonica, prevede un garbato esordio con un giorno di febbre, giusto per far alzare la temperatura in platea. Poi – bam! – le ghiandole linfatiche si gonfiano, appaiono i bubboni e Yersinia, grande artista, sfoggia una vasta gamma di sorprendenti effetti speciali. I bubboni esplodono ingenerando una puzza di marcio che i medici medievali descrivono come qualcosa di insopportabile; le estremità del corpo ti vanno in necrosi (da cui il simpatico aggettivo Peste Nera). Pare che succedano pure delle cose terrificanti ai muscoli dell’apparato fonatorio, che, nella fase terminale della malattia, sono presi da violenti spasmi facendo sì che il povero moribondo emetta rumori gracchianti e metallici.
Dobbiamo dargliene atto: tra tutte le malattie, Yersinia è un genio eclettico.

“Eclettico” anche perché Yersinia è una che non ama la monotonia di una performance sempre uguale. Se le gira, sostituisce lo spettacolo Peste Bubbonica con la variante Peste Setticemica: meno coreografica, ma indubbiamente di alto impatto. In questo caso, Yersinia t’ammazza nell’arco di poche ore con violente emorragie interne, senza manco darti il tempo di sviluppare gli altri sintomi.

Ma il vero coup de théâtre di Yersinia è la messa in scena di Peste Polmonare. In questo caso, lei non se li fila proprio, i linfonodi: si annida nei polmoni e lì sta, causando tosse e difficoltà respiratorie. La morte arriva nella quasi totalità dei casi, ma soprattutto arriva sempre in compagnia: pericolosissima e letale, la peste polmonare si trasmette attraverso i colpi di tosse, come un qualunque raffreddore. È molto probabile che la rapidità di diffusione e lo spaventoso tasso di mortalità raggiunto dalla peste, in certe zone, nel corso della grande epidemia del Trecento sia stato dato proprio da questa manifestazione: la peste bubbonica non è una malattia caruccia da avere, ma la peste polmonare è mille volte più insidiosa.

III. Non diciamolo a Greta ché poi si allarma, ma la peste è causata dai cambiamenti climatici

O, quantomeno, sembra esserci un pattern decisamente ricorrente tra importanti variazioni climatiche e lo scoppio di epidemie importanti. Come una diva che chiama a raccolta i suoi colleghi invitandoli ad aprire il suo show, Yersinia ama entrare in scena facendosi precedere da una vasta serie di catastrofi.

Se notate, fino a questo punto ho omesso di citare un attore importante: il topo.

Yersinia, di per sé, se ne sta dentro alle pulci. E le pulci, di per sé, amano stare addosso ai topi (e/o altri roditori, anche selvatici).
Sul topo, la pulce ci sta benissimo: il suo unico problema sorge quando il ratto appestato muore. A sua differenza, la pulce (che è piena di peste, trasuda peste, vomita peste) non ci pensa proprio a morir di peste (con lei, Yersinia si comporta da vera peste!): sicché, non appena il topo si fa cadavere, lei balza sul primo corpo caldo che trova nei paraggi alla ricerca di nuovo sangue da mangiare.

È raro, di per sé, che la pulce dei topi vada a cercare il sangue umano. Di per sé, la peste è una malattia dei roditori. Che si sposti verso le comunità umane è una anomalia, un qualcosa che succede solo in circostanze particolari.

Ad esempio, quando catastrofi naturali di vario tipo spingono uomini e topi a vivere a strettissimo contatto (per la serie: nessuno vuole ratti in casa, ma dopo un’alluvione disastrosa magari capita).
Oppure, quando estati insolitamente calde e umide fanno schiudere un numero particolarmente alto di uova di pulce, dando il via a un boom demografico che la popolazione dei topi non è più in grado di sostenere.

Guarda caso, catastrofi e cambiamenti climatici importanti si verificano proprio quando Yersinia prepara la sua entrata in scena.

IV.  Un grande velo oscurò il sole

Non chiedetemi cosa sia ‘sto velo. Se lo chiedono pure gli storici, ma senza risposta.
Fatto sta che, le fonti d’epoca descrivono (a più voci!) un “velo che oscurò il sole” a partire dal 536. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi delle conseguenze di una violentissima eruzione vulcanica, forse del Krakatoa. Chi lo sa.

Sia quel che sia, questo velo nel cielo portò variazioni importanti nel clima europeo, determinando – tra le altre cose – un marcato aumento del tasso di umidità.
Yersinia colse la palla al balzo.

V.  La peste di Giustiniano

Ormai è acclarato: la peste, come malattia, nasce in Asia.
Il più antico genoma della peste trovato finora è stato rinvenuto addosso a due tizi morti circa 3800 fa nel sud della Russia, al confine con Kazakistan.

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Ce lo inventiamo, un bel dramma romantico sui primi due appestati della Storia? © V.V. Kondrashin and V.A. Tsybin; Spyrou et al. 2018

A farci supporre una origine ancor più orientale c’è una complessa storia di topi. Il comune topo europeo (rattus norvegicus) non è particolarmente efficace nel trasmettere la peste. Il vero lavoro di untore lo fa il ratto nero (rattus rattus), che sappiamo essere originario dell’India meridionale. Rattus rattus arriva dalle nostre parti solo in epoche relativamente recenti, probabilmente a bordo di una nave: i resti fossili più antichi di rattus rattus nel Mediterraneo sono stati trovati in Corsica e risalgono all’epoca delle guerre puniche.

Quindi: la peste, come malattia, ha indubbiamente origini orientali, e nasce presumibilmente da qualche parte tra l’India e il Kazakistan. È solo un caso che esploda in Africa la prima epidemia ad esser notata dagli esseri umani. E il corsivo è importante, perché Yersinia, in Asia, stava presumibilmente decimando i ratti da chissà quanto tempo. È stata una pura casualità che una combriccola di topi infetti abbia cercato rifugio nella stiva di una nave che, da Oriente, si stava dirigendo verso l’Africa.

***

Per la sua primissima entrata in scena, Yersinia sceglie l’amena Pelusio, città portuale sul delta del Nilo. E infatti salpa proprio da Pelusio la nave che, verso la fine della primavera del 541, attracca a Costantinopoli con un carico di grano.
Giusto il tempo di scaricare la merce, e i marinai cominciano a mostrare sintomi inquietanti. Alcuni hanno dita nere e bozzi purulenti ovunque; altri vomitano sangue e si accasciano a terra esanimi. Entro una settimana, buona parte dei marinai è morta, ma la cosa allarmante è che cominciano a manifestare gli stessi sintomi anche alcuni lavoratori portuali.
E da lì, la strage.
Non scendo nel dettaglio nel raccontarvi tutti i passaggi dell’epidemia,rimandandovi piuttosto al libro di Rosen o a questo articolo. Vi basti sapere che fu davvero una strage, tale da far scrivere a Procopio di Cesarea che “la pestilenza arrivò vicina all’annientare l’intera razza umana”.

La prima ondata di epidemia durò circa due anni, colpendo tutti i paesi del bacino mediterraneo (ma senza riuscire a spingersi a nord).
E poi andò.
E poi tornò.
Yersinia restò sulle coste del Mediterraneo fino al 755, manifestandosi in diciotto diverse ondate che, secondo recenti stime, provocarono nell’arco di due secoli un totale che va dai 20 ai 50 milioni di morti.
Dopodiché, osservando soddisfatta il risultato, la nostra piccola amica decise di ritirarsi. Continuò ad ammazzare un po’ di topi qua e là nel nord della Cina, ma senza infastidire oltre gli esseri umani. Aveva cose più importanti da fare, per il momento: ritoccare il copione e migliorare il suo numero, prima di aprire il suo secondo atto.

VI. La Legge di Murphy della Pandemia: se qualcosa può andare storto, lo farà

Il secondo atto dello show di Yersinia fu preceduto da una serie di eventi apparentemente non collegati tra di loro.

Uno: Sancho IV di Castiglia strappa ai Mori la città di Tarifa.
Due: i Mongoli di Gengis Khan conquistano la Cina.

E voi dite “e che c’azzecca?”.
Eh. C’azzecca.

Il simpatico re Sancho, cacciando i mori da Tarifa, riportò sotto il dominio cristiano lo stretto di Gibilterra. La cosa agevolò la navigazione e intensificò i rapporti commerciali via nave tra nord e sud Europa. Questo dettaglio fu molto utile a Yersinia quando arrivò il momento di diffondere il contagio, ma le fu ancor più utile prima, favorendo la diffusione a Nord del ratto untore.
Ve lo ricordate? Il rattus rattus, il topo indiano.

Il fattore che, probabilmente, impedì alla peste di Giustiniano di espandersi a macchia d’olio fu la limitata area di diffusione del rattus rattus in quel periodo storico. Originario dell’Oriente, arrivato Occidente a bordo delle navi, il rattus rattus era diffuso, all’epoca, solo nei paesi mediterranei. Per quanto veloce possa muovere le sue zampette, non ci si può ragionevolmente aspettare che un topo si sposti a piedi dalla Calabria fin su in Norvegia.
Ma un topo che, sgattaiolando nella stiva di una nave, arriva in Norvegia con pochi giorni di navigazione… beh: è già un’altra storia. Si formarono così nel Nord Europa intere comunità di topi immigrati, pronti per servire Yersinia.

Imprevisto numero due: l’arrivo dei Mongoli in Cina. Conquistato l’Impero Cinese, le genti di Gengis Khan cominciarono fare tre cose che fino a quel momento non venivano fatte.
Uno: presero l’abitudine di cavalcare al galoppo con carichi leggeri, percorrendo in breve tempo distanze anche molto lunghe.
Due: cominciarono a viaggiare su rotte molto più settentrionali rispetto a quelle percorse dalle lente carovane. Se l’antica via della Seta attraversava i caldi deserti asiatici, i Mongoli si spostavano lungo un reticolo di strade ad alto scorrimento che partivano dal Myanmar e salivano fino al Volga.
Tre: erano stranieri e come tali si comportarono. Quella che segue è una supposizione, ma una supposizione non priva di ragionevolezza: dobbiamo presumere che, a un certo punto, un qualche mongolo abbia fatto un passo falso infrangendo quelle regole comportamentali che, probabilmente, per la popolazione autoctona erano assurte nei secoli al livello di tabù. Tipo, che ne so: se noti attorno a te una morìa di topi, non farti domande e scappa fortissimissimo.

Lo sventurato mongolo non conosceva il tabù, non credeva a queste sciocche superstizioni. E quando attorno a casa sua cominciarono a morire topi a frotte, il nostro sfortunato amico si limitò a rimuovere le carcasse, pensando pure “oh beh: un problema in meno”. Non sapeva che, proprio in quel momento, un problema grosso come una casa (e piccolo come una pulce) gli stava letteralmente saltando al collo.

***

Nell’Estremo Oriente, qualcosa di molto molto brutto comincia a prendere forma nel 1330.
Nel 1331, una epidemia irrompe nella regione dell’Hopei uccidendo – a dar retta alle sgomente cronache – i nove decimi della popolazione.
Apparentemente, un caso isolato. Sennonché, nel 1338, muore malissimo una comunità nestoriana del Khirghizistan. Tracce della conseguente sepoltura sono state rinvenute dagli archeologi, permettendo agli studiosi di isolare tracce del DNA di Yersinia nella polpa dentale dei defunti.
Lentamente, con gradualità, il riflettore si stava spostando verso l’Europa. Dietro le quinte, Yersinia faceva i suoi ultimi esercizi prima di entrare in scena. Nel 1346, un esercito di mongoli appestati avrebbe preso d’assedio la città di Caffa, in Crimea.

VII. Un gran bel lavoro di squadra

Mentre la peste si avvicinava all’Europa, l’Europa pensava (beata innocenza!) che la sua situazione non potesse realisticamente peggiorare ancora.
A partire dal 1309, una serie di stagioni insensatamente piovose e fredde aveva trasformato il continente in una specie di enorme pantano. Probabilmente qualcuno invocò una tregua dalle piogge, solo che invocò un po’ troppo a gran voce: a partire dal 1315, si abbatté sull’Europa una siccità senza precedenti, che durò sette (sette!) anni.
Come se non bastasse: ricordate Peste Bovina? L’agente patogeno sanguinario e sprovveduto, che, quando arriva, ammazza un numero irragionevolmente alto di bovini, col risultato di mettere a repentaglio da solo la sua propria sopravvivenza?
Ecco: l’amico è poco furbo, ma Yersinia voleva dargli una chance. Gli propose di aprire il suo spettacolo – sicché, tra il 1319 e il 1320, Peste Bovina lavorò di buona lena sterminando la quasi totalità delle mucche del Nord Europa.
Nel mezzo della peggiore carestia di cui l’Europa avesse memoria.
Si registrarono atti di cannibalismo.

Dopo il 1322, la situazione migliorò leggermente, dal lato climatico. Ma, dal lato sanitario, sette anni di carestia avevano ammazzato qualcosa tipo il 20% della popolazione e danneggiato seriamente i sopravvissuti, trasformando l’Europa in un continente popolato da emaciate genti immunocompromesse.
Il pubblico perfetto per lo show di Yersinia.

E, qui, vabbeh: non vi sto a raccontare nei dettagli la storia della Peste del Trecento, ché quella la trovate anche sui libri di scuola. Mi limito a dare un po’ di dati al volo.
Yersinia arriva a Messina nell’estate del 1347, si sposta rapidamente su Sardegna e Corsica; poi, con maggior lentezza, risale la penisola e da lì, varcate le Alpi, si allarga a macchia d’olio. Imperversa sul continente fino a 1353 portando al creatore circa la metà della popolazione, perfetta giocoliera nel difficile gioco di fare una mattanza ma lasciando in vita abbastanza persone da poter uccidere negli anni a venire.

E infatti, Yersinia non scompare dopo la prima grande ondata di epidemia.
Or qua, or là, in diverse zone d’Europa, riappare improvvisa nel corso dei secoli, senza peraltro che il passar del tempo faccia declinare la sua virulenza. Alcune delle ondate di contagio più devastanti hanno luogo sul finire della pandemia: basti pensare alla violenza con cui Yersinia colpisce Milano (1630), Napoli (1656), Londra (1665), Marsiglia (1720). L’unica vera differenza tra queste ondate e quella del Trecento sta nell’estensione: politiche sanitarie molto rigide, affinatesi nel corso dei secoli, avevano mostrato una certa efficacia nel circoscrivere i focolai di contagio. Che è pur sempre meglio che niente, se non fosse che ‘sti focolai spuntavan come funghi.

E poi, così com’era arrivata, la peste se ne andò.
Dopo quattro secoli passati ad ammazzare gente ininterrottamente, probabilmente aveva anche voglia di godersi la pensione. Con il suo consueto gusto per la teatralità, Yersinia organizzò un ultimo show di fine carriera a Messina nel 1743: un gentile omaggio alla città che nel 1437 l’aveva vista esordiente.

E poi: The End.
Inchini commossi, e calò il sipario.

VIII. Yersinia comes back

La cosa carina della pandemia che sto per descrivervi è che, essendosi svolta in epoche recenti, ha permesso agli studiosi di osservarla con occhio clinico. Secondo me, Yersinia l’ha fatto apposta a tornare in scena. Con ogni evidenza, mirava a farsi studiare.

Tipo: quella vecchia storia per cui sono i tabù e le superstizioni a proteggere un popolo dal contagio. Sembra ‘na barzelletta, invece si è dimostrato vero.
Verso la metà Ottocento, le popolazioni che vivevano nelle zone da cui partirono le nuove ondate di epidemia avevano sviluppato una sorprendente quantità di idiosincrasie relative ai roditori.
Nello Yunnan, vedere un topo morto era considerato una tragedia di enorme portata.
Nella Manciuria, la caccia di marmotte era tabù – e se le marmotte improvvisamente cominciavano a scarseggiare da una certa zona, la popolazione doveva analogamente fuggire per evitare la malasorte.
Follie che noi saremmo pronti a considerare sciocche superstizioni senza senso. Col brillante risultato di infrangere il tabù e morire di lì a pochi giorni, esattamente come accadde ai funzionari di Pechino che si spostarono nello Yunnan per sedare una rivolta. O come accadde ai trapper di marmotte che pensarono bene di andare a cacciare in Manciuria, là dove la gente è talmente fessa da non farti manco concorrenza.

Ciò che i funzionari non potevano sapere è che davvero in Yunnan un topo morto è portatore di grandi sciagure.
Ciò che i trapper non potevano sapere è che davvero andare a caccia di marmotte in Manciuria scaglierà su di te la più tremenda della malasorte.
Perché in Yunnan e in Manciuria la peste era presente tra le popolazioni di roditori – e quando arrivò da quelle parti qualcuno disposto a infrangere i tabù locali… la superstizione provò di esser vera.
L’ho già detto che Yersinia è un genio istrionico che sa come sorprendere?

***

La terza pandemia di peste scoppiò in Cina nel 1855, ma la gggente  cominciò a interessarsene solo nel 1894 quando la peste bubbonica arrivò al porto di Hong Kong e da lì salpò per Buenos Aires, Honululu, Sydney, Cape Town, Napoli e San Francisco.
Poteva essere una strage, e in effetti lo fu, nel senso che, nell’arco di mezzo secolo, la peste uccise circa 20 milioni di persone su cinque continenti. L’unico problema è che, col passar del tempo, Yersinia era diventata una vecchietta conformista, che, a ‘sto giro, decise di sterminare quasi esclusivamente le popolazioni povere del Terzo Mondo, cioè gente di cui, fondamentalmente, non importa niente a nessuno.

E infatti: voi lo sapevate, che a fine Ottocento scoppiò una terza pandemia di peste, che nell’arco di un paio d’anni uccise nella sola India qualcosa tipo 15 milioni di persone?
Ecco, appunto.

Tutta presa dal suo desiderio di fama, Yersinia dovette probabilmente dispiacersi nel notare la modesta attenzione che i mass media le dedicarono. Certo, scoppiò una certa psicosi quando la peste cominciò a mietere vittime in Occidente, con annessi atti di razzismo nei confronti degli immigrati cinesi (o tempora, o mores!).

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Click sulla vignetta per la versione ingrandita. L’autore del disegno è Thomas Nast, lo stesso che inventò il personaggio di Babbo Natale.

Ma, negli Stati occidentali, i governi furono molto abili nell’arginare il contagio: sicché, nelle uniche tre città europee colpite dal morbo con una certa intensità (Napoli, Oporto e Glasgow) le vittime non furono più di settecento. Gli States non arrivarono neppure a cinquecento, limitando i focolai di contagio all’area di Los Angeles e San Francisco.

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In una vignetta apparsa sulla rivista “Punch”, l’Australia chiude le barriere alla Peste, personificata nella forma di un molesto cinese

Per contro, Yersinia fu probabilmente molto orgogliosa di poter essere fotografata e studiata in lungo e in largo. L’Agente Patogeno fu identificato nel 1894 da Alexandre Yersin, uno studente svizzero di Louis Pasteur, e, quasi simultaneamente, da Shibasaburo Kitasato, studente giapponese di Robert Koch. Nel 1898, Paul-Louis Simon riuscì anche a identificare i due vettori di trasmissione (vale a dire, topi e pulci): leggenda narra che l’intuizione arrivò mentre Simon rifletteva sulle superstizioni riguardo ai roditori formatesi nelle  zone da cui era partito il contagio.

Entro il 1920, la terza ondata di pandemia si era conclusa. Nel 1943, fu individuato un cocktail di farmaci capace di ridurre drasticamente la mortalità… il che è una bella cosa, visto e considerato che la peste continua a esistere in Africa e in Sud America, in piccoli focolai dai quali ogni tanto contagia qualcuno, giusto per tenersi in allenamento. Per il quinquennio 2010-2015, l’OMS ha registrato 3248 casi di peste bubbonica tra esseri umani, 584 dei quali rivelatisi mortali, sottolineando peraltro che, con buona probabilità, altri casi esistono ma non vengono segnalati.

E io non so come dirvelo perché detesto chi semina il panico, ma in fin dei conti Yersinia ama farci vivere nel terrore: se le diamo questo contentino, magari lei se ne compiace e non si fa venire strane idee in testa.
E allora concluderò con questo cliffhanger: non solo la peste bubbonica esiste ancora e ammazza ogni anno più di cento persone. Peggio ancora, nel 1995 è stato isolato in Madagascar, su un paziente di sedici anni, una nuova mutazione di Yersinia (Y. Pestis 17/95 biotipo orientalis).
Che, a quanto pare, è resistente agli antibiotici.

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Se ho scritto scemenze, prendetevela con loro:

William H. McNeill, Plagues and Pleoples, Anchor Books, 1977
John Kelly, The Great Mortality. An intimate History of the Black Death, Harper Collins, 2005
William Rosen, Justinian’s Flea. Plague, Empire and the Birth of Europe, Pimlico, 2010
John Aberth, Plagues in World History, Rowman & Littflefield Publishers, 2011
Frank M. Snowden, Epidemics and Society. From the Black Death to the Present, Yale University Press, 2019

CORONAVIRUS, ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA?


CORONAVIRUS, ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA?

Se accade qualcosa c’è sempre un motivo.

Constatiamo, purtroppo con dispiacere, che il nostro Paese occupa il terzo posto sul podio del contagio da Coronavirus, davanti ci sono Cina e Corea.

C’è da chiedersi se, da qualche parte, abbiamo sbagliato qualcosa. E dubbi sulle scelte operate dalle nostre autorità politico-sanitarie, ce ne sono. Però sorge anche il dubbio che negli altri paesi, che pure hanno intensi rapporti con la Cina, certe cifre non vengano rese note, oppure molto probabilmente, fanno meno controlli di quanti non si facciano da noi, attualmente.

Ma non vogliamo buttare la palla in tribuna, un qualche sbaglio è stato commesso dalle nostre autorità politico-sanitarie.

Un primo errore è che la politica italiana si è, molto probabilmente, mossa in ritardo, sepolta sotto il peso di un politicamente corretto che con la scienza non c’entra niente.

Timorosi di mettere in campo misure troppo severe, le autorità italiane si sono rifiutate di prendere il provvedimento che tutti i più avveduti esperti del settore chiedevano: chiudere le frontiere per chi rientrava dalle zone a rischio. Chiuderle davvero.

Non è un caso che il maggior numero di contagi sia avvenuto nelle regioni italiane con alti flussi di interscambio, commerciale e umano, con la Cina, ed è negli snodi di collegamento più frequentati che occorreva erigere la muraglia.

Non è stato fatto, e adesso i conti si pagano.

Per giorni se ne è parlato, diversi di coloro che sono tornati dalla Cina si sono posti addirittura in auto-quarantena, ma a livello di governo per scrupoli ideologici l’obbligo non è arrivato.

Un secondo errore, che si può considerare l’errore degli errori, è stato quello di affidare la responsabilità di tali decisioni difficili alle Regioni.

Le Regioni si occupano di sanità, certo, ma non di emergenza sanitaria, che è cosa diversa ed è in capo allo Stato centrale.

Si è lasciato così spazio a scelte discutibili, come quella del governatore toscano Enrico Rossi, che, con un approccio tutto ideologico, si è rifiutato di imporre la quarantena obbligatoria ai 2.500 cinesi che rientravano dalla madre patria.

Un terzo errore è stato quello di aver imposto il blocco dei voli dalla Cina, ma non da chi arrivava dalla Cina passando con triangolazioni indirette in altri scali. È stata la più classica decisione “all’italiana, senza però pensare che il virus dell’ipocrisia se ne frega.

Inoltre, come hanno sottolineato numerosi esperti, non ultimo il professor Walter Ricciardi dell’Oms, abbiamo così smarrito “traccia di chi rientrava” dalla Cina. Ce la siamo cavata con controlli generalizzati all’acqua di rose.

In ogni modo, cerchiamo di essere ottimisti, sappiamo che le nostre strutture sanitarie sono all’altezza nell’affrontare anche questa emergenza sanitaria.

E cerchiamo di non spaventarci, usiamo il buonsenso anche nel caso che un po’ di raffreddore e tosse, dovessero capitarci. Il nostro medico di base è una garanzia, contattiamolo in caso di dubbio, prima di fasciarci la testa dallo spavento.

 

SE FAI IL BENE (Madre Teresa di Calcutta)


SE FAI IL BENE (Madre Teresa di Calcutta)

Dai il meglio di te.
Se fai il bene, ti attribuiranno
secondi fini egoistici
non importa, fa il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi,
troverai falsi amici e veri nemici
non importa realizzali.
Il bene che fai verrà domani
dimenticato.
Non importa fa il bene.
L’onestà e la sincerità ti
rendono vulnerabile,
non importa, sii franco
e onesto.
Dà al mondo il meglio di te, e ti
prenderanno a calci.
Non importa, dà il meglio di te.

Madre Teresa di Calcutta

ESSERE MADRE È UNA CONDIZIONE, UNO STATO E NON HA A CHE FARE SOLO CON LA NASCITA DI UN FIGLIO


ESSERE MADRE È UNA CONDIZIONE, UNO STATO E NON HA A CHE FARE SOLO CON LA NASCITA DI UN FIGLIO

“Accetto qualunque critica, ma non da donne che non hanno figli. C’è chi parla e non è nemmeno madre, forse prima di parlare dovrebbe passare per quel sacro vincolo. Sono arrabbiata con chi non capisce che non strumentalizzo i bambini e che il mio interesse è tutelarli: lo faccio per mio figlio e per tutti i bambini. Perché i figli sono dei genitori e non dello Stato, al contrario di quanto credono alcune parti politiche. Con il disegno di legge ‘Allontanamenti zero’ stiamo toccando interessi per quasi 60 milioni – è questo il valore annuale del sistema infanzia in Piemonte – capisco che ci sia chi si preoccupa. Spostiamo i fondi per darli alle famiglie, è questo che preoccupa.”

Chi dice queste parole è Chiara Caucino, leghista, assessora della Regione Piemonte alle “politiche della Famiglia, dei Bambini e della Casa, Sociale, Pari Opportunità”.

Vanta autoscatto con Salvini e striscione a sostegno del suo disegno di legge con l’hashtag “prima i bambini”.

Assurta in precedenza agli onori della cronaca: a) per i tagli di bilancio nel sostegno alle persone non autosufficienti e b) per un addetto stampa solito pregare in ginocchio davanti alla tomba di Benito Mussolini e pubblicare “aforismi” di costui su FB, assieme ai doverosi selfies con Salvini, va da sé.

Molte/i hanno già spiegato quanto inutile e dannoso sia un provvedimento che considera i figli proprietà dei genitori (non sono nemmeno una risorsa statale, sono cittadini minorenni che appartengono a loro stessi).

Inoltre, seguendo il suo pensiero, se, per parlare di bambini bisogna averli messi al mondo, la delega alla Casa della signora Caucino su cosa basa? Ha mai preparato la malta e piazzato mattoni? No? Allora revocatele questo incarico, non accettiamo critiche da chi non ha mai messo in funzione una betoniera. Se lei è autosufficiente, perché ha legiferato su quelli che non lo sono?

Peraltro, il sig. Salvini, di cui la signora è tanto devota, e con cui si fa fotografare commenta, a capocchia, qualsiasi cosa, senza mostrare le credenziali relative: accettiamo critiche sulle politiche di accoglienza da qualcuno che non solo non è mai stato soccorso in mare, ma che ha fatto al proposito tutti i danni che l’ignoranza e la malizia possono fare? Può parlare di lavoro uno che non ha mai lavorato? O di musica uno che ha cantato solo cori del tipo “Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”? O di fede e cuori di madonne uno che ha mandato in tribunale un prete ultraottantenne reo di aver detto: “Ero straniero e mi avete accolto. O siete cristiani o seguite Salvini.”?

Per noi, essere madre è una condizione, uno stato e non ha a che fare solo con la nascita di un figlio, spesso, ha a che fare con la capacità di prendersi cura dei figli di tutti.

È madre chi sa fare spazio.

Chi si fa concava e convessa senza reticenza.

Chi pulisce lacrime a suon di bacini.

È madre chi sa aprire varchi, costruire ponti, inventarsi percorsi.

Chi sa scalare montagne a mani nude, posare un cucciolo, poi scendere di corsa e risalire per portarne un altro.

È madre chi accoglie senza distinzione di colore, sesso e di religione.

È madre chi porta in salvo.

È madre chi parla ai figli degli altri come fossero suoi. Chi semina parole di coraggio e sostegno.

Chi, ogni giorno, unisce e tesse fili di riconciliazione. Chi protegge tutti i cuccioli come se le appartenessero.

È madre chi aiuta le altri madri e le sorregge quando non ce la fanno.

È madre chi sa guardare oltre la disabilità, l’estraneità, il sangue che non le appartiene, chi fornisce seconde e terze possibilità.

Chi rende semplice ciò che è complesso, come l’amore gli uni per gli altri.

Chi dà fiducia e non perde mai la speranza di riuscire laddove risiede l’impossibile.

Chi intraprende viaggi lunghi per amare il figlio di un’altra.

Chi intraprendere viaggi dolorosi per riportare a casa un figlio.

È madre chi lascia la porta aperta anche se non viene oltrepassata da tempo.

Chi tiene una lucina accesa per far ritrovare la strada di casa.

È madre chi, a volte, ha paura.

Chi lascia spazio ad altre madri e non detiene il primato dell’amore.

È madre chi ama i figli delle altre donne, si fa schiena a cui aggrapparsi e confine con cui definirsi.

Sì è madri sempre, anche quando quel figlio non ci piace, si perde o non c’è più.

È madre chi nella propria casa e in luoghi lontani si fa rifugio per ogni figlio del mondo.

È madre non solo chi è madre.

È madre chi protegge quel futuro, in ogni dove, in ogni istante, in ogni occasione.

E non può solo riguardare l’amore verso i propri figli. E non deve.

È madre chi spinge l’umanità.

Madre non si nasce, lo si diventa.

LA PIÙ POTENTE MEDICINA


LA PIÙ POTENTE MEDICINA

Disse la vecchia guaritrice dell’anima:

Non fa male la schiena, fa male il carico.
Non fanno male gli occhi, fa male l’ingiustizia.
Non fa male la testa, fanno male i pensieri.
Non fa male la gola, fa male quello che non si esprime o si esprime con rabbia.
Non fa male lo stomaco, fa male quello che l’anima non digerisce.
Non fa male il fegato, fa male la rabbia.
Non fa male il cuore, fa male l’amore.

Ed è proprio lui, l’amore stesso, che contiene la più potente medicina.

Ada Luz Márquez

“IO LE DONNE LE TRATTO COME MI PARE”


“IO LE DONNE LE TRATTO COME MI PARE”

L’ennesimo femminicidio si è consumato sabato scorso,  in provincia di Sassari, in un bar, dove la vittima si era rifugiata per sfuggire alla violenza del suo assassino.

Quest’ultimo caso di femminicidio ci fornisce, in breve, la spiegazione per se stesso e per tutti gli altri: “Tratto le donne come mi pare”

Sono le precise parole dell’omicida: “Mi interessano solo due cose: i soldi e le donne. I soldi so come procurarmeli. Le donne le preferisco dell’Est, loro non creano problemi e io le tratto come mi pare.”

A scanso di equivoci, tutti i perpetratori sono italiani.

È consolante sottolineare che non affollano personalmente il pronto soccorso delle loro città: gli basta mandarci donne e minori.

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