Archivi del giorno: 24 gennaio 2020

IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA….AL DI FUORI C’È IL BUIO


IL PD DI OGGI NON MI PIACE, MA…AL DI FUORI C’È IL BUIO

Il Pd di oggi non mi piace, ma al di fuori di esso c’è il buio.

C’è l’angosciante ascesa di un sovranismo ignorante e cattivo, la cui strada è stata aperta e lastricata da un movimento populista cialtrone e bugiardo.

C’è la necessità, che ogni volta tocca rimotivare a sé stessi, di andarci a letto, con quel populismo, pur di salvare ciò che non si è neppure certi meriti di essere salvato.

C’è l’apparente estinzione della saggezza popolare, sovrascritta dal pregiudizio cieco e dalla sequela fanatica di questo o quel leader carismatico.

C’è la soggezione della politica a una magistratura ormai pervasiva e incapace di autogoverno.

C’è un’informazione che ha perso il senso della notizia e sparge sensazioni, illazioni, opinioni, giudizi con il solo risultato di esasperare e centrifugare l’opinione pubblica.

Ci sono parti sociali silenti, pavide, rinunciatarie perché prive di una reale delega da parte delle loro basi.

Ciò il risultato più doloroso, almeno per me, che è l’esplosione in negativo del mio partito, quel Pd nei cui ideali fondativi, ho sinceramente creduto.

Il fallimento di un progetto che tanto popolo aveva entusiasticamente sposato, ma che una classe dirigente piccina e sciagurata è riuscita a boicottare, per miserabili gelosie di clan travestite da principi non negoziabili.

Non perdonerò mai chi si è dato tanto da fare per innescare quell’esplosione.

In particolare chi, per primo, ha tradito il voto delle primarie rifiutandosi di accettarne il verdetto e dando così impulso alla spirale di sfiducia che ha bruciato un leader dopo l’altro, precludendo al partito qualsiasi prospettiva maggioritaria.

Soprattutto non perdonerò mai chi adesso mi costringe a una penosa scelta tra le ispirazioni social-democratiche e liberal-democratiche, quando io non chiedevo altro che abbracciarle entrambe e prendere il meglio da ciascuna.

Come peraltro mi era stato solennemente promesso.

Da sempre, ma in particolare negli ultimi tre anni, ho osservato il mio partito con l’attenzione e l’affetto che si deve a una famiglia.

Una famiglia lacerata, divisa, in guerra.

Ho assistito ai feroci addii di leader come Bersani, D’Alema, Renzi, Calenda e tanti altri, depositari di capitali di stime e considerazione pazzeschi, eppure disposti a farne un falò, pur di correr dietro a un disegno “puro”, qualsiasi cosa ciò significhi.

A tutti costoro è sfuggito un punto fondamentale: la vera forza di una comunità, di un collettivo, di una famiglia, di un’associazione, di un partito sta nella sua capacità di accogliere le diversità e farle convivere in nome di un obiettivo superiore.

Finché a sinistra non si impara questa lezione, che ci viene, peraltro, impartita quotidianamente dai nostri avversari, non ci sarà salvezza, successo elettorale, proposta politica credibile per l’Italia.

Per questa ragione il dovermi per forza “schierare” alla fiera della divisione, mi risulta innaturale e privo di senso.

Ma ormai non posso farne a meno, perché lo specchio dell’unità è definitivamente rotto, nessuna immagine vi si riflette più, ed è impossibile rimetterne insieme i pezzi.

Inseguire una leadership “forte” è pericoloso e, benché potenzialmente remunerativo dal punto di vista elettorale, incompatibile con il codice genetico della sinistra.

Abbiamo vinto solo con Prodi, andiamoci tutti a rivedere come ha caratterizzato la sua leadership.

Con Renzi ho sognato: era il tipo di leader che mi sembrava adatto a portarci fuori dal novecento.

Lo stimo ancora molto e sono certa che potrà dare tanto alla politica italiana, ma, oggettivamente, ha fallito la sfida dell’unità.

Non mi interessa qui attribuire le responsabilità del fallimento, che certamente non sono solo sue.

Lo stesso vale per Calenda.

Non mi fido più di chi ha bisogno di un “suo” partito per realizzare obiettivi apparentemente generali.

Il Pd è ancora un partito, un luogo dove le idee si elaborano a prescindere dalle leadership, che accetta diversità e conflitti.

Che sopravvive a sé stesso.

Ha un nome bellissimo e romantico, per me ancora pregno di significati.

Nel suo logo porta, invisibile forse a tanti ma non a me, il ramoscello dell’ulivo, segno delle sue radici e del bisogno sempre attuale di ricordare che siamo stati capaci di coesistere e collaborare anche tra forze di ispirazione diversa.

Esprime i migliori politici e amministratori italiani, sia locali sia nazionali. Gli unici che siano riconosciuti al di fuori dei nostri confini.

I Bonaccini e i Sala magari un po’ se ne vergognano, ma non esisterebbero senza di esso.

Accanto a loro c’è ancora molta classe dirigente inadeguata, ottusa e stantia, soprattutto in certi territori critici e al Nazareno, certamente.

Su questo bisogna lavorare duramente.

Il Pd è tuttora vittima di uno spietato processo denigratorio, che da dieci anni viene perpetrato con scientifica manipolazione di fatti e coscienze, soprattutto attraverso il web.

Molto del suo percepito, anche in chi lo sostiene, è inconsapevolmente filtrato da quella denigrazione, che ancora oggi si nutre di fango come nel caso di Bibbiano.

Un anno di catastrofico governo gialloverde, dovrebbe aver insegnato, innanzitutto, a noi a scrollarci di dosso un complesso di colpa ed inferiorità inoculato dall’avversario e quindi pernicioso.

Il Pd di oggi non mi piace, però non mi piace il buio che c’è fuori dal Pd.

Non mi piace la malintesa idea di sinistra che trascura le dinamiche di generazione della ricchezza, non mi piace l’indulgenza verso il grillismo, non condivido l’idea che a sinistra ci sia chissà quale spazio elettorale non occupato, non riconosco a Zingaretti doti di leader, vedo una timidezza davvero eccessiva nella definizione della linea politica e nella prassi amministrativa.

Ma è nel Pd, con tutti i suoi difetti, che è ancorata la sinistra democratica italiana ed è da lì che potrà essere ricostruita una vera alternativa alla minaccia sovranista.

Zingaretti proverà a fare un partito nuovo, addirittura a cambiare nome al Pd, ma, nel caso voglia disegnare un’altra bandiera, non dimentichi di mettere quel ramo di ulivo, che dimostra l’unità di un tempo e le nostre origini.

In bocca al lupo, con ciò che avverrà, ma non perdiamoci di vista.

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